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2024-04-30
Emiliano cerca di trovare una scusa per non parlare davanti all’Antimafia
Michele Emiliano (Imagoeconomica)
Il ruolo da magistrato antimafia che ha svolto fino alla soglia della prima campagna elettorale da aspirante sindaco ha sempre avuto un certo peso specifico nell’azione politica di Michele Emiliano che, ora, con una buona fetta dei suoi grandi elettori finiti sotto le macerie delle inchieste giudiziarie (una delle quali per presunte infiltrazioni dei clan nella politica), cerca di sfilarsi dalla convocazione in commissione parlamentare Antimafia.
Ufficialmente la commissione dovrà sentirlo sulla clamorosa affermazione pubblica con la quale ha raccontato di aver portato Antonio Decaro (all’epoca alla prima campagna elettorale da candidato sindaco di Bari) a casa della sorella del boss Capriati. Decaro ha smentito ma quella ricostruzione di Emiliano non si è dissolta, come speravano i supporter del governatore. E quando la sua convocazione è diventata concreta ha preparato una lettera per spiegare «di non ritenere opportuna in questo momento una sua audizione», infischiandosene della richiesta avanzata proprio dall’ufficio di presidenza. Emiliano questa volta, messo da parte il piglio da ex pm, appare come uno studentello impreparato chiamato all’interrogazione. Ha cominciato a tergiversare accampando una serie di delicati impegni legati alla recente fase politica in consiglio regionale, come la votazione della mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dal centrodestra. Con le spalle al muro, visto che la commissione, per agevolarlo, gli aveva indicato in modo informale anche ben cinque date alternative (il 30 aprile, il 2, il 7, l’8 o il 9 maggio prossimi), ha spiegato: «Il 7 maggio purtroppo è prevista la seduta del consiglio regionale nella quale si comincerà a trattare la mozione di sfiducia». E ha tentato di buttarla in politica: «Questa circostanza rischia di creare una involontaria connessione, ribadisco pur senza volontà di alcuno, tra la mia audizione e il dibattito consiliare sulla fiducia». Poi ha provato ad argomentare, ponendosi anche al di sopra della commissione: «Credo che sia dovere di tutti evitare una commistione tra le necessità istruttorie della commissione e la dinamica consiliare immediatamente precedente e successiva al voto di fiducia. Anche al fine di evitare strumentalizzazioni politiche». Infine, come farebbe un avvocato d’ufficio chiamato all’improvviso a difendere un imputato, ha chiesto un rinvio: «Sento la necessità istituzionale di preparare e di gestire successivamente l’esito della mozione di sfiducia tenendola ben distinta dalla mia audizione in commissione Antimafia. Gioverebbe quindi alla serenità di tutti il fatto che io possa affrontare l’audizione in tempi e modi significativamente distinti dalla mozione di sfiducia. Salvo che non esistano esigenze oggettive di estrema urgenza che alla luce delle mie conoscenze non sembrano sussistere».
Emiliano però, pur essendosi dimostrato più volte come particolarmente informato (perfino su indagini in corso e arresti che sarebbero stati eseguiti), non dovrebbe conoscere le esigenze della commissione, alla quale, in coda alla sua lettera, è arrivato perfino a ricordare che «come per ogni soggetto terzo, la commissione non solo deve essere terza (e nessuno dubita di ciò), ma deve anche apparire tale». Per vie informali proprio dalla commissione parlamentare Antimafia hanno prima fatto sapere che Emiliano «non può esimersi», poi hanno stabilito la data ufficiale: giovedì 2 maggio alle 10.30, indicando l’Aula del quinto piano di Palazzo San Macuto come luogo in cui si svolgerà l’audizione e specificando che l’appuntamento «verrà trasmesso in diretta» sulla web tv della Camera. Compreso che il giochino non gli stava riuscendo, Emiliano ha provato un estremo tentativo di salvataggio: «Leggo che si riferisce di una mia presunta indisponibilità all’audizione presso la commissione parlamentare Antimafia. La circostanza è falsa e rappresentata malevolmente».
Uno dei commissari, la deputata Elisabetta Piccolotti di Alleanza dei Verdi e Sinistra, gli ha quindi lanciato un salvagente: «La vicenda si è risolta. Emiliano verrà in Antimafia il 2 maggio ed è giusto così. Sono contenta che il presidente della Puglia abbia dato la sua disponibilità che, all’inizio, sembrava negata. Evidentemente c’è stato un fraintendimento sulle date». E invece no. Il governatore davanti alla commissione sembra proprio non volersi sedere: «Illustre presidente», ha scritto ieri sera, «con riferimento alla mia convocazione per la data del 2 maggio comunico la mia indisponibilità per tutte le ragioni già rappresentate nella mia lettera cui si aggiungono, come causa di legittimo impedimento alle ore 10.00 (coincidenza, ndr) la convocazione della Conferenza delle Regioni e alle successive ore 12.30 della Conferenza unificata convocata dal ministro Roberto Calderoli». E per prendere altro tempo ha aggiunto: «In ogni caso, essendo mio intendimento essere audito in commissione, comunico che sono disponibile in ogni momento dal 10 al 30 maggio, a patto che si sia concluso con il voto il dibattito nel consiglio regionale della Puglia sulla fiducia richiesto dal centrodestra». Si fa come dice lui? Dalla commissione Antimafia filtra irritazione: «Vuole scegliersi la data in base alle sue esigenze politiche». Il capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione, Riccardo De Corato aggiunge l’ultimo tassello: «Attraverso le interlocuzioni tra Emiliano e gli uffici della commissione è emerso che la presidente Chiara Colosimo gli aveva chiesto di anticipare l’audizione prima della mozione di sfiducia in consiglio regionale, ma lui si è detto contrario. Se non dovesse presentarsi il 2 maggio decideremo cosa fare come da prassi in ufficio di presidenza».
Due fatture inguaiano Pisicchio
Proprio nel giorno in cui i difensori dell’ex assessore regionale pugliese Alfonso Pisicchio, disarcionato da Michele Emiliano via Whatsapp poche ore prima del suo arresto («o ti dimetti o ti caccio») dalla poltrona da commissario dell’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione (Arti), hanno chiesto di annullare l’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari che aveva disposto il gip il 10 aprile scorso, sono saltati fuori ulteriori elementi d’accusa. Tra questi ci sono due fatture: una intestata a suo fratello Vincenzo e l’altra alla Plus Innovation di Giovanni Riefoli, che, stando agli inquirenti, sarebbe stato aiutato ad aggiudicarsi una gara da 5,5 milioni indetta dal Comune di Bari.
A emetterle fu un mobilificio di Martina Franca, dove Vincenzo Pisicchio e la moglie si sarebbero presentati a più riprese per scegliere una cucina da quasi 30.000 euro. Di quell’acquisto parlarono in alcune conversazioni intercettate: «Ho parlato con Giovanni, veniamo a vedere. Mia moglie voleva anche le vetrinette per mettere l’argenteria», avrebbe detto Vincenzo alla commessa. Ma è un’altra la frase dalla quale potrebbe partire l’interrogatorio di Vincenzo (chiesto da lui dopo la rivelazione fatta al gip dal fratello Alfonso sui contenuti della chat con Emiliano e fissato per giovedì prossimo davanti al pm Claudio Pinto): «Ho costruito tutto io», avrebbe detto in uno scambio di battute con sua figlia. Gli inquirenti tenteranno anche di capire come mai sul terrazzo della sua abitazione c’erano 65.000 euro in un sacco per l’immondizia. Proprio a quel periodo, ha ricostruito ieri Repubblica sull’edizione barese, risalirebbero delle segnalazioni di operazioni sospette messe a punto dalle banche sulle «movimentazioni bancarie in favore di Vincenzo Pisicchio». Si parla di due assegni da 22.500 euro (per la vendita di un immobile) nei giorni successivi alle perquisizioni. Ma sospetti sarebbero anche altri due «bonifici per complessivi 26.500 euro effettuati nell’ottobre 2019 da un conto corrente» che Vincenzo Pisicchio gestiva da mandatario elettorale del fratello Alfonso. E infine ci sarebbero otto polizze vita da 142.000 euro. Ora i suoi difensori fanno sapere che «è pronto a rispondere alle domande». Comprese quelle sulla chat con Emiliano sulla presunta fuga di notizie, che il governatore avrebbe attribuito a «fonti romane».
In passato, però, Emiliano avrebbe potuto contare anche sulle soffiate di un giornalista. La Procura barese ha disposto la citazione all’udienza predibattimentale del 14 aprile 2025 del giornalista Nicola Pepe (che in quel momento si occupava del sito web della Gazzetta del Mezzogiorno) per favoreggiamento personale. Pepe è accusato di aver rivelato a Emiliano (indagato per finanziamento illecito e abuso d’ufficio per la campagna elettorale delle primarie del Pd, accuse dalle quali è stato poi assolto) dell’imminente perquisizione domiciliare e degli uffici della presidenza della giunta regionale. Il 9 aprile del 2019, secondo l’accusa, il giornalista avrebbe riferito a Emiliano quanto aveva appreso poco prima in redazione, rivelando l’imminenza della perquisizione. Emiliano, quello stesso giorno, denunciò in Procura la rivelazione del segreto. Pepe, che aveva appreso la notizia da un collega, Massimiliano Scagliarini, che l’avrebbe dovuta pubblicare e per questo è stato prosciolto (ed è indicato come parte offesa nel procedimento a carico di Pepe), è accusato, di aver provocato «un grave nocumento all’attività investigativa».
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L’ex magistrato prova a evitare la convocazione in commissione parlamentare fissata per il 2 maggio: «Ho altri impegni, dovete rinviare». La replica: «Vuole scegliersi la data in base alle sue esigenze politiche».I legali chiedono la libertà per l’ex commissario dell’Arti Alfonso Pisicchio, ma emergono nuove accuse. La Procura sentirà un giornalista: avrebbe avvisato il governatore di una perquisizione.Lo speciale contiene due articoli.Il ruolo da magistrato antimafia che ha svolto fino alla soglia della prima campagna elettorale da aspirante sindaco ha sempre avuto un certo peso specifico nell’azione politica di Michele Emiliano che, ora, con una buona fetta dei suoi grandi elettori finiti sotto le macerie delle inchieste giudiziarie (una delle quali per presunte infiltrazioni dei clan nella politica), cerca di sfilarsi dalla convocazione in commissione parlamentare Antimafia. Ufficialmente la commissione dovrà sentirlo sulla clamorosa affermazione pubblica con la quale ha raccontato di aver portato Antonio Decaro (all’epoca alla prima campagna elettorale da candidato sindaco di Bari) a casa della sorella del boss Capriati. Decaro ha smentito ma quella ricostruzione di Emiliano non si è dissolta, come speravano i supporter del governatore. E quando la sua convocazione è diventata concreta ha preparato una lettera per spiegare «di non ritenere opportuna in questo momento una sua audizione», infischiandosene della richiesta avanzata proprio dall’ufficio di presidenza. Emiliano questa volta, messo da parte il piglio da ex pm, appare come uno studentello impreparato chiamato all’interrogazione. Ha cominciato a tergiversare accampando una serie di delicati impegni legati alla recente fase politica in consiglio regionale, come la votazione della mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dal centrodestra. Con le spalle al muro, visto che la commissione, per agevolarlo, gli aveva indicato in modo informale anche ben cinque date alternative (il 30 aprile, il 2, il 7, l’8 o il 9 maggio prossimi), ha spiegato: «Il 7 maggio purtroppo è prevista la seduta del consiglio regionale nella quale si comincerà a trattare la mozione di sfiducia». E ha tentato di buttarla in politica: «Questa circostanza rischia di creare una involontaria connessione, ribadisco pur senza volontà di alcuno, tra la mia audizione e il dibattito consiliare sulla fiducia». Poi ha provato ad argomentare, ponendosi anche al di sopra della commissione: «Credo che sia dovere di tutti evitare una commistione tra le necessità istruttorie della commissione e la dinamica consiliare immediatamente precedente e successiva al voto di fiducia. Anche al fine di evitare strumentalizzazioni politiche». Infine, come farebbe un avvocato d’ufficio chiamato all’improvviso a difendere un imputato, ha chiesto un rinvio: «Sento la necessità istituzionale di preparare e di gestire successivamente l’esito della mozione di sfiducia tenendola ben distinta dalla mia audizione in commissione Antimafia. Gioverebbe quindi alla serenità di tutti il fatto che io possa affrontare l’audizione in tempi e modi significativamente distinti dalla mozione di sfiducia. Salvo che non esistano esigenze oggettive di estrema urgenza che alla luce delle mie conoscenze non sembrano sussistere». Emiliano però, pur essendosi dimostrato più volte come particolarmente informato (perfino su indagini in corso e arresti che sarebbero stati eseguiti), non dovrebbe conoscere le esigenze della commissione, alla quale, in coda alla sua lettera, è arrivato perfino a ricordare che «come per ogni soggetto terzo, la commissione non solo deve essere terza (e nessuno dubita di ciò), ma deve anche apparire tale». Per vie informali proprio dalla commissione parlamentare Antimafia hanno prima fatto sapere che Emiliano «non può esimersi», poi hanno stabilito la data ufficiale: giovedì 2 maggio alle 10.30, indicando l’Aula del quinto piano di Palazzo San Macuto come luogo in cui si svolgerà l’audizione e specificando che l’appuntamento «verrà trasmesso in diretta» sulla web tv della Camera. Compreso che il giochino non gli stava riuscendo, Emiliano ha provato un estremo tentativo di salvataggio: «Leggo che si riferisce di una mia presunta indisponibilità all’audizione presso la commissione parlamentare Antimafia. La circostanza è falsa e rappresentata malevolmente». Uno dei commissari, la deputata Elisabetta Piccolotti di Alleanza dei Verdi e Sinistra, gli ha quindi lanciato un salvagente: «La vicenda si è risolta. Emiliano verrà in Antimafia il 2 maggio ed è giusto così. Sono contenta che il presidente della Puglia abbia dato la sua disponibilità che, all’inizio, sembrava negata. Evidentemente c’è stato un fraintendimento sulle date». E invece no. Il governatore davanti alla commissione sembra proprio non volersi sedere: «Illustre presidente», ha scritto ieri sera, «con riferimento alla mia convocazione per la data del 2 maggio comunico la mia indisponibilità per tutte le ragioni già rappresentate nella mia lettera cui si aggiungono, come causa di legittimo impedimento alle ore 10.00 (coincidenza, ndr) la convocazione della Conferenza delle Regioni e alle successive ore 12.30 della Conferenza unificata convocata dal ministro Roberto Calderoli». E per prendere altro tempo ha aggiunto: «In ogni caso, essendo mio intendimento essere audito in commissione, comunico che sono disponibile in ogni momento dal 10 al 30 maggio, a patto che si sia concluso con il voto il dibattito nel consiglio regionale della Puglia sulla fiducia richiesto dal centrodestra». Si fa come dice lui? Dalla commissione Antimafia filtra irritazione: «Vuole scegliersi la data in base alle sue esigenze politiche». Il capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione, Riccardo De Corato aggiunge l’ultimo tassello: «Attraverso le interlocuzioni tra Emiliano e gli uffici della commissione è emerso che la presidente Chiara Colosimo gli aveva chiesto di anticipare l’audizione prima della mozione di sfiducia in consiglio regionale, ma lui si è detto contrario. Se non dovesse presentarsi il 2 maggio decideremo cosa fare come da prassi in ufficio di presidenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inchiesta-emiliano-pd-bari-2668092751.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="due-fatture-inguaiano-pisicchio" data-post-id="2668092751" data-published-at="1714452926" data-use-pagination="False"> Due fatture inguaiano Pisicchio Proprio nel giorno in cui i difensori dell’ex assessore regionale pugliese Alfonso Pisicchio, disarcionato da Michele Emiliano via Whatsapp poche ore prima del suo arresto («o ti dimetti o ti caccio») dalla poltrona da commissario dell’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione (Arti), hanno chiesto di annullare l’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari che aveva disposto il gip il 10 aprile scorso, sono saltati fuori ulteriori elementi d’accusa. Tra questi ci sono due fatture: una intestata a suo fratello Vincenzo e l’altra alla Plus Innovation di Giovanni Riefoli, che, stando agli inquirenti, sarebbe stato aiutato ad aggiudicarsi una gara da 5,5 milioni indetta dal Comune di Bari. A emetterle fu un mobilificio di Martina Franca, dove Vincenzo Pisicchio e la moglie si sarebbero presentati a più riprese per scegliere una cucina da quasi 30.000 euro. Di quell’acquisto parlarono in alcune conversazioni intercettate: «Ho parlato con Giovanni, veniamo a vedere. Mia moglie voleva anche le vetrinette per mettere l’argenteria», avrebbe detto Vincenzo alla commessa. Ma è un’altra la frase dalla quale potrebbe partire l’interrogatorio di Vincenzo (chiesto da lui dopo la rivelazione fatta al gip dal fratello Alfonso sui contenuti della chat con Emiliano e fissato per giovedì prossimo davanti al pm Claudio Pinto): «Ho costruito tutto io», avrebbe detto in uno scambio di battute con sua figlia. Gli inquirenti tenteranno anche di capire come mai sul terrazzo della sua abitazione c’erano 65.000 euro in un sacco per l’immondizia. Proprio a quel periodo, ha ricostruito ieri Repubblica sull’edizione barese, risalirebbero delle segnalazioni di operazioni sospette messe a punto dalle banche sulle «movimentazioni bancarie in favore di Vincenzo Pisicchio». Si parla di due assegni da 22.500 euro (per la vendita di un immobile) nei giorni successivi alle perquisizioni. Ma sospetti sarebbero anche altri due «bonifici per complessivi 26.500 euro effettuati nell’ottobre 2019 da un conto corrente» che Vincenzo Pisicchio gestiva da mandatario elettorale del fratello Alfonso. E infine ci sarebbero otto polizze vita da 142.000 euro. Ora i suoi difensori fanno sapere che «è pronto a rispondere alle domande». Comprese quelle sulla chat con Emiliano sulla presunta fuga di notizie, che il governatore avrebbe attribuito a «fonti romane». In passato, però, Emiliano avrebbe potuto contare anche sulle soffiate di un giornalista. La Procura barese ha disposto la citazione all’udienza predibattimentale del 14 aprile 2025 del giornalista Nicola Pepe (che in quel momento si occupava del sito web della Gazzetta del Mezzogiorno) per favoreggiamento personale. Pepe è accusato di aver rivelato a Emiliano (indagato per finanziamento illecito e abuso d’ufficio per la campagna elettorale delle primarie del Pd, accuse dalle quali è stato poi assolto) dell’imminente perquisizione domiciliare e degli uffici della presidenza della giunta regionale. Il 9 aprile del 2019, secondo l’accusa, il giornalista avrebbe riferito a Emiliano quanto aveva appreso poco prima in redazione, rivelando l’imminenza della perquisizione. Emiliano, quello stesso giorno, denunciò in Procura la rivelazione del segreto. Pepe, che aveva appreso la notizia da un collega, Massimiliano Scagliarini, che l’avrebbe dovuta pubblicare e per questo è stato prosciolto (ed è indicato come parte offesa nel procedimento a carico di Pepe), è accusato, di aver provocato «un grave nocumento all’attività investigativa».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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