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2019-07-17
L'asse Nairobi-Roma indaga su tre fronti: la morte di Regeni, gli appalti di Cmc e il rapimento della Romano
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A distanza di una settimana dalla visita di una squadra di investigatori dal Kenya, in Italia procedono le indagini sui tre fronti caldi affrontati con la procura di Roma e con il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Dopo gli incontri con il Dpp (Director of public prosecution) Noordin Haji e con il collega del Dci (Director of criminal investigations) George Kinoti, ora sul tavolo del procuratore Lucia Lotti è stato aperto un fascicolo di indagine sulla Cmc di Ravenna, accusata in Kenya di aver vinto tre appalti per tre dighe che in realtà non solo non sarebbero state realizzate ma neppure progettate. Il governo del Kenya avrebbe pagato un anticipo sul contratto. Su questi tre progetti, del valore totale superiore agli 800 milioni di euro, sarebbero transitate tangenti a esponenti istituzionali del governo di Uhuru Kenyatta.
Gli investigatori kenyoti avrebbero chiesto un aiuto alle autorità italiane per capire come la nostra cooperativa di costruttori sia stata coinvolta nell'affare e che ruolo avrebbe avuto nei presunti tentativi di corruzione. A quanto apprende La Verità la procura di Roma avrebbe già fatto approfondimenti sui conti correnti e starebbe cercando di capire la posizione dei vertici del colosso delle costruzioni. Del resto, l'arresto di Stanley Muthama, parlamentare kenyota accusata di presunta evasione fiscale, potrebbe presentare nuovi spunti di indagine. Si tratta infatti del rappresentante legale dell'impresa di costruzioni Stansha, azienda che ha ricevuto subappalti dalla coop romagnola per costruire una delle tre dighe, quella di Itare Dam. A stipulare quel contratto fu l'allora direttore generale Africa Australe di Cmc Paolo Porcelli, oggi direttore generale dell'azienda. A questo si aggiunge che Haji e Kinoti, di ritorno in Kenya, hanno fatto un passaggio a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. A quanto si apprende una parte dei soldi versata dal ministero del Tesoro del Kenya a Cmc sarebbe transitata su conti privati di banche emiratine, di Londra e di Nairobi.
Le indagini sono appena all'inizio e avranno bisogno anche di rogatorie internazionali. Ci si muove con i piedi di piombo. Allo stesso tempo, se la procura di Roma sta dando una mano sullo scandalo per la costruzione delle dighe di Arror, Itare e Kimwarer, gli investigatori del Kenya hanno fornito all'Italia un dettagliato report di 16 pagine su Silvia Romano, la volontaria italiana che lavorava per Africa Milele Onlus, rapita il 19 novembre scorso a Chakama da un gruppo di banditi. La squadra di investigatori ha ricostruito gli identikit dei rapitori coinvolti anche nel traffico illegale di avorio. Sul caso Romano indaga Sergio Colaiocco.
Infine a Cafiero De Raho è stato affidato, a quanto risulta alla Verità, il caso di Giulio Regeni, il ricercatore universitario italiano trovato morto in Egitto nel 2016. Come anticipato dal nostro giornale la collaborazione tra Kenya e Italia su questo caso sta in una confessione che un agente segreto egiziano avrebbe fatto a Nairobi qualche mese fa. Ne sarebbe scaturita un'indagine con un approfondimento che ora è al vaglio anche della procura italiana. In pratica la collaborazione tra i due Paesi è sempre più stretta. Per di più nelle prossime settimane arriveranno anche alcuni giornalisti kenyoti in Italia per fare degli approfondimenti sul caso Cmc di Ravenna.
La storia del team anti corruzione del continente nero
GiphyChi li ha visti arrivare in Italia li ha paragonati alla squadra degli Intoccabili del film di Brian De Palma, gli agenti federali coordinati da Eliot Ness (Kevin Costner) che davano la caccia a Al Capone. D'altra parte gli investigatori arrivati da Nairobi hanno poco da invidiare a quel gruppo di poliziotti che comparve nei cinema nel 1987. Basta guardare i curriculum di George Kinoti, direttore delle indagini criminali, di Nordin Haji del Dpp (Director of public prosecution), dei procuratori Alexander Muteti e Catherine Mwaniki e dell'avvocato Francescomaria Tuccillo, per capire che l'obiettivo della squadra è quella di aiutare la magistratura italiana ma soprattutto di approfondire la presunta corruzione del colosso di costruzioni Cmc in Kenya. La storia di Kinoti è senza dubbio quella più incredibile.
Perché il direttore del Dci fu vittima di un agguato il 13 maggio del 2005, quando si ritrovò di fronte alcuni rapinatori che gli scaricarono addosso una pioggia di piombo. Fu trafitto da 28 proiettili che gli fecero a pezzi lo stomaco e le gambe. Quando lo trovarono i soccorritori lo avevano già dato per morto, poi un medico è riuscito a salvarlo dopo un lungo intervento: la gamba è stata riattaccata perché era a brandelli. Ora è molto religioso, tiene in tasca un rosario e l'anno scorso è stato premiato come persona più coraggiose del Kenya insieme con Hajii.
Proprio quest'ultimo, nato nel 1973, è attualmente il magistrato più importante a Nairobi perché dal 2018 supervisiona tutte le indagini e ha lo scopo di perseguire tutti i reati penali commessi nel Paese, con autorità indipendente da ogni altro potere dello Stato. Ha un passato nei servizi segreti, ai vertici del National Intelligence Service come direttore della sezione contro la criminalità economica. Sorride poco, scrivono di lui i quotidiani in Kenya, anche perché impegnato contro la corruzione nel suo paese. A febbraio è stato in visita a Palermo, negli uffici dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È molto amico dell'avvocato Tuccillo, ex direttore commerciale dell'Africa subsahariana per Finmeccanica, l'attuale Leonardo. L'ex dirigente di piazza Montegrappa ha avuto un ruolo fondamentale nella cattura di uno dei latitanti mafiosi più importanti in Italia, ovvero Vito Roberto Palazzolo, ex cassiere dei Corleonesi di Totò Riina, scappato negli anni Novanta in Sudafrica dove si era impegnato nella vendita di elicotteri di AgustaWestland, attuale divisione elicotteri del nostro colosso della Difesa.
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Avanza l'inchiesta sulle presunte tangenti per le dighe della cooperativa di Ravenna in Kenya. Il fascicolo in Italia è nelle mani del magistrato Lucia Lotti, mentre quello su Silvia Romano viene gestito da Sergio Colaiocco. Al procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho la parte su Giulio Regeni. George Kinoti, direttore delle indagini criminali del paese africano è sopravvissuto a un attentato nel 2005. Fu colpito da 28 proiettili. adesso cerca a Dubai le tracce di eventuale passaggio di denaro degli appaltatori.Lo speciale contiene due articoliA distanza di una settimana dalla visita di una squadra di investigatori dal Kenya, in Italia procedono le indagini sui tre fronti caldi affrontati con la procura di Roma e con il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Dopo gli incontri con il Dpp (Director of public prosecution) Noordin Haji e con il collega del Dci (Director of criminal investigations) George Kinoti, ora sul tavolo del procuratore Lucia Lotti è stato aperto un fascicolo di indagine sulla Cmc di Ravenna, accusata in Kenya di aver vinto tre appalti per tre dighe che in realtà non solo non sarebbero state realizzate ma neppure progettate. Il governo del Kenya avrebbe pagato un anticipo sul contratto. Su questi tre progetti, del valore totale superiore agli 800 milioni di euro, sarebbero transitate tangenti a esponenti istituzionali del governo di Uhuru Kenyatta.Gli investigatori kenyoti avrebbero chiesto un aiuto alle autorità italiane per capire come la nostra cooperativa di costruttori sia stata coinvolta nell'affare e che ruolo avrebbe avuto nei presunti tentativi di corruzione. A quanto apprende La Verità la procura di Roma avrebbe già fatto approfondimenti sui conti correnti e starebbe cercando di capire la posizione dei vertici del colosso delle costruzioni. Del resto, l'arresto di Stanley Muthama, parlamentare kenyota accusata di presunta evasione fiscale, potrebbe presentare nuovi spunti di indagine. Si tratta infatti del rappresentante legale dell'impresa di costruzioni Stansha, azienda che ha ricevuto subappalti dalla coop romagnola per costruire una delle tre dighe, quella di Itare Dam. A stipulare quel contratto fu l'allora direttore generale Africa Australe di Cmc Paolo Porcelli, oggi direttore generale dell'azienda. A questo si aggiunge che Haji e Kinoti, di ritorno in Kenya, hanno fatto un passaggio a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. A quanto si apprende una parte dei soldi versata dal ministero del Tesoro del Kenya a Cmc sarebbe transitata su conti privati di banche emiratine, di Londra e di Nairobi. Le indagini sono appena all'inizio e avranno bisogno anche di rogatorie internazionali. Ci si muove con i piedi di piombo. Allo stesso tempo, se la procura di Roma sta dando una mano sullo scandalo per la costruzione delle dighe di Arror, Itare e Kimwarer, gli investigatori del Kenya hanno fornito all'Italia un dettagliato report di 16 pagine su Silvia Romano, la volontaria italiana che lavorava per Africa Milele Onlus, rapita il 19 novembre scorso a Chakama da un gruppo di banditi. La squadra di investigatori ha ricostruito gli identikit dei rapitori coinvolti anche nel traffico illegale di avorio. Sul caso Romano indaga Sergio Colaiocco. Infine a Cafiero De Raho è stato affidato, a quanto risulta alla Verità, il caso di Giulio Regeni, il ricercatore universitario italiano trovato morto in Egitto nel 2016. Come anticipato dal nostro giornale la collaborazione tra Kenya e Italia su questo caso sta in una confessione che un agente segreto egiziano avrebbe fatto a Nairobi qualche mese fa. Ne sarebbe scaturita un'indagine con un approfondimento che ora è al vaglio anche della procura italiana. In pratica la collaborazione tra i due Paesi è sempre più stretta. Per di più nelle prossime settimane arriveranno anche alcuni giornalisti kenyoti in Italia per fare degli approfondimenti sul caso Cmc di Ravenna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/inchiesta-cmc-in-kenya-si-indaga-anche-sui-conti-di-dubai-2639220575.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-storia-del-team-anti-corruzione-del-continente-nero" data-post-id="2639220575" data-published-at="1780719633" data-use-pagination="False"> La storia del team anti corruzione del continente nero Giphy Chi li ha visti arrivare in Italia li ha paragonati alla squadra degli Intoccabili del film di Brian De Palma, gli agenti federali coordinati da Eliot Ness (Kevin Costner) che davano la caccia a Al Capone. D'altra parte gli investigatori arrivati da Nairobi hanno poco da invidiare a quel gruppo di poliziotti che comparve nei cinema nel 1987. Basta guardare i curriculum di George Kinoti, direttore delle indagini criminali, di Nordin Haji del Dpp (Director of public prosecution), dei procuratori Alexander Muteti e Catherine Mwaniki e dell'avvocato Francescomaria Tuccillo, per capire che l'obiettivo della squadra è quella di aiutare la magistratura italiana ma soprattutto di approfondire la presunta corruzione del colosso di costruzioni Cmc in Kenya. La storia di Kinoti è senza dubbio quella più incredibile. Perché il direttore del Dci fu vittima di un agguato il 13 maggio del 2005, quando si ritrovò di fronte alcuni rapinatori che gli scaricarono addosso una pioggia di piombo. Fu trafitto da 28 proiettili che gli fecero a pezzi lo stomaco e le gambe. Quando lo trovarono i soccorritori lo avevano già dato per morto, poi un medico è riuscito a salvarlo dopo un lungo intervento: la gamba è stata riattaccata perché era a brandelli. Ora è molto religioso, tiene in tasca un rosario e l'anno scorso è stato premiato come persona più coraggiose del Kenya insieme con Hajii. Proprio quest'ultimo, nato nel 1973, è attualmente il magistrato più importante a Nairobi perché dal 2018 supervisiona tutte le indagini e ha lo scopo di perseguire tutti i reati penali commessi nel Paese, con autorità indipendente da ogni altro potere dello Stato. Ha un passato nei servizi segreti, ai vertici del National Intelligence Service come direttore della sezione contro la criminalità economica. Sorride poco, scrivono di lui i quotidiani in Kenya, anche perché impegnato contro la corruzione nel suo paese. A febbraio è stato in visita a Palermo, negli uffici dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È molto amico dell'avvocato Tuccillo, ex direttore commerciale dell'Africa subsahariana per Finmeccanica, l'attuale Leonardo. L'ex dirigente di piazza Montegrappa ha avuto un ruolo fondamentale nella cattura di uno dei latitanti mafiosi più importanti in Italia, ovvero Vito Roberto Palazzolo, ex cassiere dei Corleonesi di Totò Riina, scappato negli anni Novanta in Sudafrica dove si era impegnato nella vendita di elicotteri di AgustaWestland, attuale divisione elicotteri del nostro colosso della Difesa.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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