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2019-07-17
L'asse Nairobi-Roma indaga su tre fronti: la morte di Regeni, gli appalti di Cmc e il rapimento della Romano
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A distanza di una settimana dalla visita di una squadra di investigatori dal Kenya, in Italia procedono le indagini sui tre fronti caldi affrontati con la procura di Roma e con il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Dopo gli incontri con il Dpp (Director of public prosecution) Noordin Haji e con il collega del Dci (Director of criminal investigations) George Kinoti, ora sul tavolo del procuratore Lucia Lotti è stato aperto un fascicolo di indagine sulla Cmc di Ravenna, accusata in Kenya di aver vinto tre appalti per tre dighe che in realtà non solo non sarebbero state realizzate ma neppure progettate. Il governo del Kenya avrebbe pagato un anticipo sul contratto. Su questi tre progetti, del valore totale superiore agli 800 milioni di euro, sarebbero transitate tangenti a esponenti istituzionali del governo di Uhuru Kenyatta.
Gli investigatori kenyoti avrebbero chiesto un aiuto alle autorità italiane per capire come la nostra cooperativa di costruttori sia stata coinvolta nell'affare e che ruolo avrebbe avuto nei presunti tentativi di corruzione. A quanto apprende La Verità la procura di Roma avrebbe già fatto approfondimenti sui conti correnti e starebbe cercando di capire la posizione dei vertici del colosso delle costruzioni. Del resto, l'arresto di Stanley Muthama, parlamentare kenyota accusata di presunta evasione fiscale, potrebbe presentare nuovi spunti di indagine. Si tratta infatti del rappresentante legale dell'impresa di costruzioni Stansha, azienda che ha ricevuto subappalti dalla coop romagnola per costruire una delle tre dighe, quella di Itare Dam. A stipulare quel contratto fu l'allora direttore generale Africa Australe di Cmc Paolo Porcelli, oggi direttore generale dell'azienda. A questo si aggiunge che Haji e Kinoti, di ritorno in Kenya, hanno fatto un passaggio a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. A quanto si apprende una parte dei soldi versata dal ministero del Tesoro del Kenya a Cmc sarebbe transitata su conti privati di banche emiratine, di Londra e di Nairobi.
Le indagini sono appena all'inizio e avranno bisogno anche di rogatorie internazionali. Ci si muove con i piedi di piombo. Allo stesso tempo, se la procura di Roma sta dando una mano sullo scandalo per la costruzione delle dighe di Arror, Itare e Kimwarer, gli investigatori del Kenya hanno fornito all'Italia un dettagliato report di 16 pagine su Silvia Romano, la volontaria italiana che lavorava per Africa Milele Onlus, rapita il 19 novembre scorso a Chakama da un gruppo di banditi. La squadra di investigatori ha ricostruito gli identikit dei rapitori coinvolti anche nel traffico illegale di avorio. Sul caso Romano indaga Sergio Colaiocco.
Infine a Cafiero De Raho è stato affidato, a quanto risulta alla Verità, il caso di Giulio Regeni, il ricercatore universitario italiano trovato morto in Egitto nel 2016. Come anticipato dal nostro giornale la collaborazione tra Kenya e Italia su questo caso sta in una confessione che un agente segreto egiziano avrebbe fatto a Nairobi qualche mese fa. Ne sarebbe scaturita un'indagine con un approfondimento che ora è al vaglio anche della procura italiana. In pratica la collaborazione tra i due Paesi è sempre più stretta. Per di più nelle prossime settimane arriveranno anche alcuni giornalisti kenyoti in Italia per fare degli approfondimenti sul caso Cmc di Ravenna.
La storia del team anti corruzione del continente nero
GiphyChi li ha visti arrivare in Italia li ha paragonati alla squadra degli Intoccabili del film di Brian De Palma, gli agenti federali coordinati da Eliot Ness (Kevin Costner) che davano la caccia a Al Capone. D'altra parte gli investigatori arrivati da Nairobi hanno poco da invidiare a quel gruppo di poliziotti che comparve nei cinema nel 1987. Basta guardare i curriculum di George Kinoti, direttore delle indagini criminali, di Nordin Haji del Dpp (Director of public prosecution), dei procuratori Alexander Muteti e Catherine Mwaniki e dell'avvocato Francescomaria Tuccillo, per capire che l'obiettivo della squadra è quella di aiutare la magistratura italiana ma soprattutto di approfondire la presunta corruzione del colosso di costruzioni Cmc in Kenya. La storia di Kinoti è senza dubbio quella più incredibile.
Perché il direttore del Dci fu vittima di un agguato il 13 maggio del 2005, quando si ritrovò di fronte alcuni rapinatori che gli scaricarono addosso una pioggia di piombo. Fu trafitto da 28 proiettili che gli fecero a pezzi lo stomaco e le gambe. Quando lo trovarono i soccorritori lo avevano già dato per morto, poi un medico è riuscito a salvarlo dopo un lungo intervento: la gamba è stata riattaccata perché era a brandelli. Ora è molto religioso, tiene in tasca un rosario e l'anno scorso è stato premiato come persona più coraggiose del Kenya insieme con Hajii.
Proprio quest'ultimo, nato nel 1973, è attualmente il magistrato più importante a Nairobi perché dal 2018 supervisiona tutte le indagini e ha lo scopo di perseguire tutti i reati penali commessi nel Paese, con autorità indipendente da ogni altro potere dello Stato. Ha un passato nei servizi segreti, ai vertici del National Intelligence Service come direttore della sezione contro la criminalità economica. Sorride poco, scrivono di lui i quotidiani in Kenya, anche perché impegnato contro la corruzione nel suo paese. A febbraio è stato in visita a Palermo, negli uffici dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È molto amico dell'avvocato Tuccillo, ex direttore commerciale dell'Africa subsahariana per Finmeccanica, l'attuale Leonardo. L'ex dirigente di piazza Montegrappa ha avuto un ruolo fondamentale nella cattura di uno dei latitanti mafiosi più importanti in Italia, ovvero Vito Roberto Palazzolo, ex cassiere dei Corleonesi di Totò Riina, scappato negli anni Novanta in Sudafrica dove si era impegnato nella vendita di elicotteri di AgustaWestland, attuale divisione elicotteri del nostro colosso della Difesa.
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Avanza l'inchiesta sulle presunte tangenti per le dighe della cooperativa di Ravenna in Kenya. Il fascicolo in Italia è nelle mani del magistrato Lucia Lotti, mentre quello su Silvia Romano viene gestito da Sergio Colaiocco. Al procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho la parte su Giulio Regeni. George Kinoti, direttore delle indagini criminali del paese africano è sopravvissuto a un attentato nel 2005. Fu colpito da 28 proiettili. adesso cerca a Dubai le tracce di eventuale passaggio di denaro degli appaltatori.Lo speciale contiene due articoliA distanza di una settimana dalla visita di una squadra di investigatori dal Kenya, in Italia procedono le indagini sui tre fronti caldi affrontati con la procura di Roma e con il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Dopo gli incontri con il Dpp (Director of public prosecution) Noordin Haji e con il collega del Dci (Director of criminal investigations) George Kinoti, ora sul tavolo del procuratore Lucia Lotti è stato aperto un fascicolo di indagine sulla Cmc di Ravenna, accusata in Kenya di aver vinto tre appalti per tre dighe che in realtà non solo non sarebbero state realizzate ma neppure progettate. Il governo del Kenya avrebbe pagato un anticipo sul contratto. Su questi tre progetti, del valore totale superiore agli 800 milioni di euro, sarebbero transitate tangenti a esponenti istituzionali del governo di Uhuru Kenyatta.Gli investigatori kenyoti avrebbero chiesto un aiuto alle autorità italiane per capire come la nostra cooperativa di costruttori sia stata coinvolta nell'affare e che ruolo avrebbe avuto nei presunti tentativi di corruzione. A quanto apprende La Verità la procura di Roma avrebbe già fatto approfondimenti sui conti correnti e starebbe cercando di capire la posizione dei vertici del colosso delle costruzioni. Del resto, l'arresto di Stanley Muthama, parlamentare kenyota accusata di presunta evasione fiscale, potrebbe presentare nuovi spunti di indagine. Si tratta infatti del rappresentante legale dell'impresa di costruzioni Stansha, azienda che ha ricevuto subappalti dalla coop romagnola per costruire una delle tre dighe, quella di Itare Dam. A stipulare quel contratto fu l'allora direttore generale Africa Australe di Cmc Paolo Porcelli, oggi direttore generale dell'azienda. A questo si aggiunge che Haji e Kinoti, di ritorno in Kenya, hanno fatto un passaggio a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. A quanto si apprende una parte dei soldi versata dal ministero del Tesoro del Kenya a Cmc sarebbe transitata su conti privati di banche emiratine, di Londra e di Nairobi. Le indagini sono appena all'inizio e avranno bisogno anche di rogatorie internazionali. Ci si muove con i piedi di piombo. Allo stesso tempo, se la procura di Roma sta dando una mano sullo scandalo per la costruzione delle dighe di Arror, Itare e Kimwarer, gli investigatori del Kenya hanno fornito all'Italia un dettagliato report di 16 pagine su Silvia Romano, la volontaria italiana che lavorava per Africa Milele Onlus, rapita il 19 novembre scorso a Chakama da un gruppo di banditi. La squadra di investigatori ha ricostruito gli identikit dei rapitori coinvolti anche nel traffico illegale di avorio. Sul caso Romano indaga Sergio Colaiocco. Infine a Cafiero De Raho è stato affidato, a quanto risulta alla Verità, il caso di Giulio Regeni, il ricercatore universitario italiano trovato morto in Egitto nel 2016. Come anticipato dal nostro giornale la collaborazione tra Kenya e Italia su questo caso sta in una confessione che un agente segreto egiziano avrebbe fatto a Nairobi qualche mese fa. Ne sarebbe scaturita un'indagine con un approfondimento che ora è al vaglio anche della procura italiana. In pratica la collaborazione tra i due Paesi è sempre più stretta. Per di più nelle prossime settimane arriveranno anche alcuni giornalisti kenyoti in Italia per fare degli approfondimenti sul caso Cmc di Ravenna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/inchiesta-cmc-in-kenya-si-indaga-anche-sui-conti-di-dubai-2639220575.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-storia-del-team-anti-corruzione-del-continente-nero" data-post-id="2639220575" data-published-at="1773444138" data-use-pagination="False"> La storia del team anti corruzione del continente nero Giphy Chi li ha visti arrivare in Italia li ha paragonati alla squadra degli Intoccabili del film di Brian De Palma, gli agenti federali coordinati da Eliot Ness (Kevin Costner) che davano la caccia a Al Capone. D'altra parte gli investigatori arrivati da Nairobi hanno poco da invidiare a quel gruppo di poliziotti che comparve nei cinema nel 1987. Basta guardare i curriculum di George Kinoti, direttore delle indagini criminali, di Nordin Haji del Dpp (Director of public prosecution), dei procuratori Alexander Muteti e Catherine Mwaniki e dell'avvocato Francescomaria Tuccillo, per capire che l'obiettivo della squadra è quella di aiutare la magistratura italiana ma soprattutto di approfondire la presunta corruzione del colosso di costruzioni Cmc in Kenya. La storia di Kinoti è senza dubbio quella più incredibile. Perché il direttore del Dci fu vittima di un agguato il 13 maggio del 2005, quando si ritrovò di fronte alcuni rapinatori che gli scaricarono addosso una pioggia di piombo. Fu trafitto da 28 proiettili che gli fecero a pezzi lo stomaco e le gambe. Quando lo trovarono i soccorritori lo avevano già dato per morto, poi un medico è riuscito a salvarlo dopo un lungo intervento: la gamba è stata riattaccata perché era a brandelli. Ora è molto religioso, tiene in tasca un rosario e l'anno scorso è stato premiato come persona più coraggiose del Kenya insieme con Hajii. Proprio quest'ultimo, nato nel 1973, è attualmente il magistrato più importante a Nairobi perché dal 2018 supervisiona tutte le indagini e ha lo scopo di perseguire tutti i reati penali commessi nel Paese, con autorità indipendente da ogni altro potere dello Stato. Ha un passato nei servizi segreti, ai vertici del National Intelligence Service come direttore della sezione contro la criminalità economica. Sorride poco, scrivono di lui i quotidiani in Kenya, anche perché impegnato contro la corruzione nel suo paese. A febbraio è stato in visita a Palermo, negli uffici dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È molto amico dell'avvocato Tuccillo, ex direttore commerciale dell'Africa subsahariana per Finmeccanica, l'attuale Leonardo. L'ex dirigente di piazza Montegrappa ha avuto un ruolo fondamentale nella cattura di uno dei latitanti mafiosi più importanti in Italia, ovvero Vito Roberto Palazzolo, ex cassiere dei Corleonesi di Totò Riina, scappato negli anni Novanta in Sudafrica dove si era impegnato nella vendita di elicotteri di AgustaWestland, attuale divisione elicotteri del nostro colosso della Difesa.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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