Ora facciamo un salto in Europa e immaginate che cosa accadrebbe in Italia se 378 miliardi, una somma di poco superiore all’intero gettito delle imposte dirette del 2025 (352 miliardi), fosse bloccata dal 2022 in una disputa con Bruxelles. Visto da un’altra prospettiva e giusto per dare le proporzioni della vicenda, quella somma equivale al 17% del Pil. Un’enormità.
Dopodiché spostiamoci a Budapest, il cui Pil è appena un decimo di quello italiano, ma dove mancano all’appello ben 36,7 miliardi attesi invano dalla Ue; 20,5 se volessimo escludere i 16,2 miliardi di prestito allocati pochi mesi fa col fondo Safe per le spese militari. Giova ricordare che l’Ungheria è storicamente e strutturalmente beneficiario netto di fondi dalla Ue, con un’incidenza sul Pil tra le più alte nell’Unione, perfino superiore a quella della Polonia. La Corte dei Conti ricorda che nel settennio 2018-2024, il governo guidato da Viktor Orbán ha incassato la somma netta di 36,4 miliardi (31,2 nel settennio precedente), con un’incidenza sul Pil cumulato intorno al 4%. Il flusso dei fondi di coesione si è attestato intorno ai 22 miliardi, sia in questo che nel precedente bilancio pluriennale, e l’Ungheria si è distinta per un tasso di assorbimento vicino al 100%, rendendola uno dei Paesi più efficienti nell’uso dei fondi europei.
Ma, dalla fine del 2020, per Orbán sono cominciati i problemi. È stato infatti introdotto un meccanismo di condizionalità - contro il quale Orbán ha lottato fino all’ultimo - e la Commissione, seguita dal Consiglio, ha avuto il potere di bloccare sia i fondi ordinari, legati al bilancio pluriennale, e sia, soprattutto, i fondi del NextGenerationUe. Per Bruxelles ogni scusa è stata buona per bloccare tutto: violazioni dello Stato di diritto, corruzione, indipendenza giudiziaria, conflitti di interesse, rispetto dalla Carta dei diritti fondamentali. Su quest’ultimo punto, la legge sulla protezione dell’infanzia e le politiche su diritto d’asilo e immigrazione sono stati i temi di maggiore contrasto. Col risultato finale di bloccare, a partire da fine 2022, ben 11 miliardi di fondi di coesione (inizialmente molti di più, poi parzialmente sbloccati) e 9,5 miliardi di sussidi e prestiti del NextGenerationUe, per il quale l’Ungheria ha incassato solo 920 milioni e il pagamento delle successive tranche è condizionato al rispetto di 27 «super milestones» (tra cui 17 misure anti-corruzione e riforme sull’indipendenza giudiziaria).
Da un anno all’altro, l’Ungheria si è ritrovata a non essere beneficiaria netta di sovvenzioni per il 4% del Pil, come se in Italia ogni anno il deficit della legge di bilancio ci fosse stato gentilmente omaggiato da Bruxelles. Avremmo votato pure il cavallo di Caligola.
Dimenticate tutte le favolette sui valori dello Stato di diritto, sulla democrazia e su altri diritti cosiddetti «cosmetici»: agli ungheresi si è drammaticamente assottigliato il portafoglio, generosamente gonfiato fino al 2022 dai sussidi della Ue, ai quali contribuisce anche l’Italia.
La misura di questo drenaggio di risorse è stata tale che è già un miracolo che Orbán non sia stato rovesciato da proteste di piazza.
La situazione è ulteriormente peggiorata dopo il Consiglio europeo del 18 dicembre 2025. In quell’occasione si era faticosamente raggiunto un compromesso che avrebbe tenuto indenni (opt-out) Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca dagli effetti finanziari derivanti dal prestito di 90 miliardi all’Ucraina, e in cambio questi ultimi Paesi avrebbero fornito la necessaria unanimità alla relativa decisione.
Dopo questo impegno, vincolante ma non costituente un atto giuridico definitivo, il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba in territorio ucraino ha causato l’interruzione del flusso del petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria, pesantemente dipendenti da quelle forniture. Allora Orbán - «niente petrolio, niente soldi» è stata la semplice equazione - ha bloccato gli atti giuridici vincolanti, richiedenti l’unanimità, attuativi della decisione di dicembre, fino al ripristino di quell’oleodotto, per il quale solo qualche giorno fa gli ucraini hanno finalmente preso un impegno per giugno.
Risolto, almeno si spera, il problema dell’oleodotto, il neo premier ungherese Péter Magyar ieri in conferenza stampa si è perfettamente allineato alla posizione assunta da Orbán a dicembre ribadendo l’indisponibilità a contribuire a quel prestito. Per i 90 miliardi all’Ucraina, la Ue andrà avanti a 25 e l’Ungheria riavrà il petrolio russo. Esattamente seguendo lo schema concordato da Orbán a dicembre con gli altri leader europei.
Ursula von der Leyen fu chiara quando, il 22 settembre 2022, durante un evento all’università di Princeton, a proposito delle imminenti elezioni italiane disse: «Se le cose dovessero prendere una brutta piega - e ho parlato di Ungheria e Polonia - abbiamo gli strumenti». Orbán può confermare che è vero.