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2019-07-11
In Libia bombardano gli immigrati e sui missili c’è il timbro di Parigi
Ansa
Come mai a Gharian, in una base abbandonata dalle forze fedeli all'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, dopo una controffensiva dei filogovernativi a giugno sono stati ritrovati quattro missili anticarro Javelin di fabbricazione statunitense, che la Francia aveva acquistato da Washington nel 2010? È la domanda che sorge dopo lo scoop del New York Times, che ha rivelato quanto scoperto dal dipartimento di Stato americano sulle armi rinvenute 80 chilometri a sud di Tripoli, nella cittadina che - fino a poche settimane fa - era avamposto strategico per le forze del generale Haftar, prima che venisse riconquistata dagli uomini di Fayez Al Serraj.
Nonostante le smentite di Parigi, tornano interrogativi sulla presenza delle forze militari francesi a Gharian per assistere gli uomini di Haftar nella loro offensiva su Tripoli. Un'offensiva mascherata da «operazione antiterrorismo» sulla capitale, che in realtà è un vero e proprio attacco al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dall'Italia. Due settimane fa uno dei generali di Serraj, Mustafa Al Mashi, aveva raccontato alla tv Libya Al Hurra, di aver visto «militari francesi» fuggire mentre i suoi uomini entravano a Gharian, come ricorda l'Agenzia Nova: «Sei auto con a bordo militari francesi che si trovavano nel comando delle operazioni di Haftar» nella città a sud di Tripoli. Le accuse furono però respinte «categoricamente» dall'ambasciata francese in Libia.
I Javelin (cioè «giavellotto») sono missili entrati in servizio a metà anni Novanta. Protagonisti in Afghanistan e Iraq, possono colpire carri armati ed elicotteri a bassa quota. Gli States nel 2010 ne avevano venduti 260 alla Francia, facendo però esplicito divieto di cederli a terzi: Washington temeva finissero nelle mani di gruppi rivali. Proprio quello che invece sarebbe accaduto in questo caso, sull'asse Parigi-Bengasi.
La fonte militare francese che ha confermato l'origine dei quattro missili al New York Times ha dato anche delle cifre: 170.000 dollari ciascuno, parte di un lotto di 260 missili venduti dagli Stati Uniti alla Francia nel 2010. Il ministro della Difesa di Parigi ha confermato che i Javelin scoperti in Libia dalle forze di Serraj nella base che era di Haftar sono «effettivamente francesi», ma «danneggiati e fuori uso», «temporaneamente immagazzinati in un deposito per la distruzione» ma che «non sono stati trasferiti alle forze locali», come riferisce il quotidiano Le Figaro. Si tratterebbe, secondo la Difesa francese, di armi destinate «all'autoprotezione di un distaccamento francese schierato per scopi di intelligence antiterrorismo».
Dura la reazione dell'Italia, con il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini - da settimane il più attivo dell'esecutivo sul dossier Libia - che ha dichiarato: «Sarebbe un fatto gravissimo, chiederemo spiegazioni: dobbiamo lavorare tutti insieme per pacificare la Libia, non per armare gruppi che poi attaccano obiettivi civili». Ci sono alcuni punti oscuri in questa vicenda, che merita spiegazioni da parte di Parigi. Basti pensare che soltanto la scorsa settimana, a tre mesi di distanza dall'inizio dell'offensiva di Haftar su Tripoli (che ha causato oltre 1.000 morti e quasi 6.000 feriti), il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva chiesto una tregua in Libia e aveva invitato tutti gli Stati membri a rispettare l'embargo sulle armi del 2011. Si pensava che molte delle violazioni registrate negli ultimi mesi fossero state commesse da nazioni mediorientali o del Golfo, in particolare dagli Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi, che dopo il rallentamento dell'offensiva si sta sempre più smarcando da Haftar, aveva smentito di aver rifornito il generale di Bengasi con armi di fabbricazione statunitense.
Nonostante Parigi sia da tempo accusata dai partner internazionali - Italia in primis - di sostenere l'uomo forte della Cirenaica anche a costo di andare contro alle politiche dell'Unione europea, mai era finita coinvolta nelle accuse di violazione dell'embargo. Invece, l'unica certezza che ora abbiamo è proprio quella che collega i missili finiti nelle mani degli uomini di Haftar alla Francia di Emmanuel Macron.
«Ancora una volta, la Francia è in imbarazzo per la sua politica in Libia», spiega Jalel Harchaoui, esperto del Clingendael institute. «Il caso Javelin suggerisce che agenti del Dgse (i servizi segreti esteri di Parigi, ndr) erano probabilmente con il Lna (l'esercito di Haftar, ndr) a Gharian. Visto il costo dei missili Usa, detti agenti erano probabilmente pronti a intervenire in circostanze specifiche». Non tornano i conti, infatti, perché l'unica missione francese di terra è datata 2015: forze speciali inviate per assistere Haftar contro l'Isis a Bengasi. Ma Bengasi e Gharian distano un migliaio di chilometri. Delle due una: o Parigi ha lasciato ad Haftar i missili violando così il contratto per l'operazione antiterrorismo - e dunque l'embargo - oppure le forze francesi erano davvero presenti a Gharian per coordinare l'offensiva contro Serraj.
Uno schiaffo degli Usa a Macron
La reazione di Parigi alla notizia del ritrovamento di quattro missili anticarro Javelin made in Usa, acquistati dalla Francia nel 2010, in una base del generale Khalifa Haftar a sud di Tripoli, «è qualcosa di nuovo perché per la prima volta la Francia non cerca di nascondere l'appoggio diretto all'uomo forte della Cirenaica». A sostenerlo è Dario Fabbri, analista della rivista di geopolitica Limes, che in un'intervista all'Agi ricorda che le forniture di armi al generale «avvenivano finora clandestinamente, tramite Emirati Arabi, Arabia Saudita ed Egitto. Parigi», sottolinea, «dice di non aver violato l'embargo, ma non ci dice quando questi missili sono stati portati in territorio libico e perché sono stati trovati nella Libia occidentale», dalla parte opposta a dove sarebbero il personale di intelligence e le forze speciali francesi. «La Francia», ricorda l'analista, «ha ammesso la presenza di suoi uomini già nel 2016, quando cadde un elicottero con tre suoi cittadini a bordo, nell'area controllata da Haftar, che stavano aiutando a prendere Bengasi per muoversi verso Tripoli». «Parigi ha gli occhi sulla Libia dal 2011», conclude Fabbri, «quando, appoggiata da Londra, sfruttava le primavere arabe per far nascere la ribellione anti Gheddafi in Libia». Gli interessi economici, legati alla multinazionale di bandiera Total, restano secondari rispetto a quelli strategici di controllare soprattutto la parte Sudovest della Libia, il Fezzan, per gestire meglio il Sahel, area ancora di fatto colonia francese. L'allora presidente Nicola Sarkozy aveva poi un tornaconto personale a rovesciare il colonnello Muammar Gheddafi: il presunto mancato acquisto di armi da parte del regime libico e i finanziamenti del dittatore di Tripoli alla sua campagna elettorale. L'ex ministro francese Brice Hortefeux è stato convocato ieri al tribunale di Parigi per essere interrogato dai giudici che indagano sulle accuse di finanziamento occulto. Fedelissimo dell'ex presidente, l'europarlamentare dei Républicains potrebbe essere iscritto sul registro degli indagati oppure rimanere in regime di testimone assistito. Ciò che emerge è che Sarkozy voleva diventare il principale interlocutore di un nuovo governo post Gheddafi. Il passo successivo, nel 2015, quando consigliato dall'allora ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, l'Eliseo di Francois Hollande decise di appoggiare Haftar, cui l'Arabia Saudita voleva dare una posizione. Anche l'offensiva lanciata ad aprile dal generale verso l'Est è stata sostenuta dalla Francia. Lo scoop americano dimostra però che gli equilibri stanno cambiando. Il disimpegno Usa sulla Libia potrebbe essere riconsiderato e la Casa Bianca avviare una campagna di moral suasion. Un intervento di Donald Trump passa innanzitutto dall'indebolimento francese (e accusarli di traffico d'armi è un buon primo passo) e poi da un riallineamento degli altri partner di Haftar così come dei nemici. Il mese scorso gli Emirati Arabi, per voce del ministero degli Esteri inviato al nostro Parlamento, hanno fatto sapere di aver preso le distanze dall'uomo forte di Haftar e di premere per una soluzione diplomatica. Martedì sera Trump ha riservato una calorosa accoglienza all'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani. Durante l'incontro i due hanno definito una importante partnership militare. Un fatto storico visto che meno di due mesi fa Trump ha messo i Fratelli mussulmani (molto vicini a Doha) in lista nera. Insomma, tutti movimenti di sponda che stanno a indicare un ritorno degli americani in Libia. Magari non «boot on the ground» ma con parecchia intelligence. E questo per Macron è un altro schiaffo.
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Scoop del New York Times: in un magazzino a 80 chilometri da Tripoli armamenti pesanti di fabbricazione americana, venduti alla Francia con l'impegno di non cederli a terzi. Invece li usa Khalifa Haftar: Eliseo in imbarazzo.Washington prende posizione nello scenario libico: dopo aver avvicinato gli emiri per isolare i ribelli, bacchetta apertamente le politiche transalpine sull'area.Lo speciale contiene due articoli. Come mai a Gharian, in una base abbandonata dalle forze fedeli all'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, dopo una controffensiva dei filogovernativi a giugno sono stati ritrovati quattro missili anticarro Javelin di fabbricazione statunitense, che la Francia aveva acquistato da Washington nel 2010? È la domanda che sorge dopo lo scoop del New York Times, che ha rivelato quanto scoperto dal dipartimento di Stato americano sulle armi rinvenute 80 chilometri a sud di Tripoli, nella cittadina che - fino a poche settimane fa - era avamposto strategico per le forze del generale Haftar, prima che venisse riconquistata dagli uomini di Fayez Al Serraj. Nonostante le smentite di Parigi, tornano interrogativi sulla presenza delle forze militari francesi a Gharian per assistere gli uomini di Haftar nella loro offensiva su Tripoli. Un'offensiva mascherata da «operazione antiterrorismo» sulla capitale, che in realtà è un vero e proprio attacco al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dall'Italia. Due settimane fa uno dei generali di Serraj, Mustafa Al Mashi, aveva raccontato alla tv Libya Al Hurra, di aver visto «militari francesi» fuggire mentre i suoi uomini entravano a Gharian, come ricorda l'Agenzia Nova: «Sei auto con a bordo militari francesi che si trovavano nel comando delle operazioni di Haftar» nella città a sud di Tripoli. Le accuse furono però respinte «categoricamente» dall'ambasciata francese in Libia. I Javelin (cioè «giavellotto») sono missili entrati in servizio a metà anni Novanta. Protagonisti in Afghanistan e Iraq, possono colpire carri armati ed elicotteri a bassa quota. Gli States nel 2010 ne avevano venduti 260 alla Francia, facendo però esplicito divieto di cederli a terzi: Washington temeva finissero nelle mani di gruppi rivali. Proprio quello che invece sarebbe accaduto in questo caso, sull'asse Parigi-Bengasi.La fonte militare francese che ha confermato l'origine dei quattro missili al New York Times ha dato anche delle cifre: 170.000 dollari ciascuno, parte di un lotto di 260 missili venduti dagli Stati Uniti alla Francia nel 2010. Il ministro della Difesa di Parigi ha confermato che i Javelin scoperti in Libia dalle forze di Serraj nella base che era di Haftar sono «effettivamente francesi», ma «danneggiati e fuori uso», «temporaneamente immagazzinati in un deposito per la distruzione» ma che «non sono stati trasferiti alle forze locali», come riferisce il quotidiano Le Figaro. Si tratterebbe, secondo la Difesa francese, di armi destinate «all'autoprotezione di un distaccamento francese schierato per scopi di intelligence antiterrorismo».Dura la reazione dell'Italia, con il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini - da settimane il più attivo dell'esecutivo sul dossier Libia - che ha dichiarato: «Sarebbe un fatto gravissimo, chiederemo spiegazioni: dobbiamo lavorare tutti insieme per pacificare la Libia, non per armare gruppi che poi attaccano obiettivi civili». Ci sono alcuni punti oscuri in questa vicenda, che merita spiegazioni da parte di Parigi. Basti pensare che soltanto la scorsa settimana, a tre mesi di distanza dall'inizio dell'offensiva di Haftar su Tripoli (che ha causato oltre 1.000 morti e quasi 6.000 feriti), il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva chiesto una tregua in Libia e aveva invitato tutti gli Stati membri a rispettare l'embargo sulle armi del 2011. Si pensava che molte delle violazioni registrate negli ultimi mesi fossero state commesse da nazioni mediorientali o del Golfo, in particolare dagli Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi, che dopo il rallentamento dell'offensiva si sta sempre più smarcando da Haftar, aveva smentito di aver rifornito il generale di Bengasi con armi di fabbricazione statunitense. Nonostante Parigi sia da tempo accusata dai partner internazionali - Italia in primis - di sostenere l'uomo forte della Cirenaica anche a costo di andare contro alle politiche dell'Unione europea, mai era finita coinvolta nelle accuse di violazione dell'embargo. Invece, l'unica certezza che ora abbiamo è proprio quella che collega i missili finiti nelle mani degli uomini di Haftar alla Francia di Emmanuel Macron.«Ancora una volta, la Francia è in imbarazzo per la sua politica in Libia», spiega Jalel Harchaoui, esperto del Clingendael institute. «Il caso Javelin suggerisce che agenti del Dgse (i servizi segreti esteri di Parigi, ndr) erano probabilmente con il Lna (l'esercito di Haftar, ndr) a Gharian. Visto il costo dei missili Usa, detti agenti erano probabilmente pronti a intervenire in circostanze specifiche». Non tornano i conti, infatti, perché l'unica missione francese di terra è datata 2015: forze speciali inviate per assistere Haftar contro l'Isis a Bengasi. Ma Bengasi e Gharian distano un migliaio di chilometri. Delle due una: o Parigi ha lasciato ad Haftar i missili violando così il contratto per l'operazione antiterrorismo - e dunque l'embargo - oppure le forze francesi erano davvero presenti a Gharian per coordinare l'offensiva contro Serraj.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-libia-bombardano-gli-immigrati-e-sui-missili-ce-il-timbro-di-parigi-2639154060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uno-schiaffo-degli-usa-a-macron" data-post-id="2639154060" data-published-at="1779989621" data-use-pagination="False"> Uno schiaffo degli Usa a Macron La reazione di Parigi alla notizia del ritrovamento di quattro missili anticarro Javelin made in Usa, acquistati dalla Francia nel 2010, in una base del generale Khalifa Haftar a sud di Tripoli, «è qualcosa di nuovo perché per la prima volta la Francia non cerca di nascondere l'appoggio diretto all'uomo forte della Cirenaica». A sostenerlo è Dario Fabbri, analista della rivista di geopolitica Limes, che in un'intervista all'Agi ricorda che le forniture di armi al generale «avvenivano finora clandestinamente, tramite Emirati Arabi, Arabia Saudita ed Egitto. Parigi», sottolinea, «dice di non aver violato l'embargo, ma non ci dice quando questi missili sono stati portati in territorio libico e perché sono stati trovati nella Libia occidentale», dalla parte opposta a dove sarebbero il personale di intelligence e le forze speciali francesi. «La Francia», ricorda l'analista, «ha ammesso la presenza di suoi uomini già nel 2016, quando cadde un elicottero con tre suoi cittadini a bordo, nell'area controllata da Haftar, che stavano aiutando a prendere Bengasi per muoversi verso Tripoli». «Parigi ha gli occhi sulla Libia dal 2011», conclude Fabbri, «quando, appoggiata da Londra, sfruttava le primavere arabe per far nascere la ribellione anti Gheddafi in Libia». Gli interessi economici, legati alla multinazionale di bandiera Total, restano secondari rispetto a quelli strategici di controllare soprattutto la parte Sudovest della Libia, il Fezzan, per gestire meglio il Sahel, area ancora di fatto colonia francese. L'allora presidente Nicola Sarkozy aveva poi un tornaconto personale a rovesciare il colonnello Muammar Gheddafi: il presunto mancato acquisto di armi da parte del regime libico e i finanziamenti del dittatore di Tripoli alla sua campagna elettorale. L'ex ministro francese Brice Hortefeux è stato convocato ieri al tribunale di Parigi per essere interrogato dai giudici che indagano sulle accuse di finanziamento occulto. Fedelissimo dell'ex presidente, l'europarlamentare dei Républicains potrebbe essere iscritto sul registro degli indagati oppure rimanere in regime di testimone assistito. Ciò che emerge è che Sarkozy voleva diventare il principale interlocutore di un nuovo governo post Gheddafi. Il passo successivo, nel 2015, quando consigliato dall'allora ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, l'Eliseo di Francois Hollande decise di appoggiare Haftar, cui l'Arabia Saudita voleva dare una posizione. Anche l'offensiva lanciata ad aprile dal generale verso l'Est è stata sostenuta dalla Francia. Lo scoop americano dimostra però che gli equilibri stanno cambiando. Il disimpegno Usa sulla Libia potrebbe essere riconsiderato e la Casa Bianca avviare una campagna di moral suasion. Un intervento di Donald Trump passa innanzitutto dall'indebolimento francese (e accusarli di traffico d'armi è un buon primo passo) e poi da un riallineamento degli altri partner di Haftar così come dei nemici. Il mese scorso gli Emirati Arabi, per voce del ministero degli Esteri inviato al nostro Parlamento, hanno fatto sapere di aver preso le distanze dall'uomo forte di Haftar e di premere per una soluzione diplomatica. Martedì sera Trump ha riservato una calorosa accoglienza all'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani. Durante l'incontro i due hanno definito una importante partnership militare. Un fatto storico visto che meno di due mesi fa Trump ha messo i Fratelli mussulmani (molto vicini a Doha) in lista nera. Insomma, tutti movimenti di sponda che stanno a indicare un ritorno degli americani in Libia. Magari non «boot on the ground» ma con parecchia intelligence. E questo per Macron è un altro schiaffo.
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.