In Italia il rischio non è mai finito. Il terrorismo è ormai una mentalità

Ho letto con grande interesse l'intervista a Souad Sbai pubblicata ieri sulla Verità (intitolata «I jihadisti? Non pazzi: guerriglieri»). Parole pacate, ragionevoli, ma che se valutate bene rappresentano, in alcuni passaggi, una vera e propria scossa elettrica per la mente del lettore. Mi auguro naturalmente che la sua ipotesi circa i possibili scenari tratteggiati per il nostro paese, da luogo di passaggio a teatro di azioni sanguinarie, non si realizzi mai. Tuttavia la previsione ha una sua fondatezza. L'Italia, in passato, è stata retrovia del fronte islamista radicale ricomprendente chi, nel corso degli anni, è andato a combattere in varie zone, penso alla Bosnia negli anni novanta e più di recente alla Siria. Non poche indagini hanno dimostrato che nel nostro Paese si sono effettuate raccolte di denaro per finanziare i combattenti con a latere un fiorente mercato di documenti falsi, indispensabili per muoversi senza declinare le proprie vere generalità. In ogni caso da cittadino europeo, se l'esserlo oggi ha ancora un senso, credo che dovremmo sentirci altrettanto colpiti e indignati quando vengono massacrate persone innocenti in altri Paesi. Dovremmo inginocchiarci sempre di fronte alla violenza insensata. Nel corso del mio lavoro mi è capitato, non di rado, di imbattermi in soggetti stranieri che conservavano nel proprio cellulare immagini di decapitazioni estratte da internet. Questo è accaduto nel corso di banali controlli di polizia. All'esito delle relative indagini nulla di penalmente rilevante è emerso su costoro, perché allo stato la semplice detenzione di questo materiale non è reato. Tuttavia tale detenzione è sintomatica, quantomeno, di un atteggiamento mentale che definirei assai inquietante. Non sarebbe male pensare a un meccanismo normativo che renda routinario questo tipo di controllo in occasione di ogni verifica di polizia sul territorio, senza dover attendere, per accedere ai telefonini o ai pc, un decreto di perquisizione da parte del magistrato. Ciò perché la detenzione di queste immagini è sicuramente un segnale di non indifferenza rispetto al fenomeno del radicalismo islamista. In sintesi occorre alzare il livello di prevenzione per individuare anche casualmente potenziali «lupi solitari».
A fronte di un fenomeno per certi versi inafferrabile come quello di cui parliamo, si potrebbe poi ripensare, per questo tipo di indagini, di ampliare la potenzialità delle intercettazioni telefoniche ed ambientali cosiddette preventive. Si tratta di intercettazioni disposte dal pubblico ministero su richiesta di alcuni uffici specializzati della polizia giudiziaria. Non è richiesta l'esistenza di una notizia di reato, vista appunto la natura preventiva dell'attività che forze dell'ordine e Procura della Repubblica svolgono insieme.
Mancando, però, un provvedimento autorizzativo del giudice per le indagini preliminari, i risultati acquisiti non possono essere utilizzati in un eventuale processo. Forse, almeno per le ipotesi di condotte riconducibili alle cosiddette aree grigie del terrorismo, si potrebbe introdurre la possibilità di richiedere al giudice, successivamente all'acquisizione di conversazioni aventi una rilevanza penale, l'autorizzazione al loro utilizzo pieno sia nella fase delle indagini preliminari che in quella processuale. In tal modo nessuna garanzia per l'indagato verrebbe meno e ne guadagnerebbe l'efficacia del sistema investigativo nel suo complesso.
Altro aspetto importantissimo messo in evidenza da Souad Sbai è quello relativo alla condizione femminile di molti contesti familiari riferibili ad immigrati che vivono la loro famiglia come un microcosmo impermeabile ai costumi della società in cui hanno scelto di vivere. In particolare mi ha colpito enormemente il dato del 60% di bambine che non andrebbero a scuola. Spero non sia così. Però non sarebbe complicato accertarlo.
Basterebbe verificare quante bambine straniere sono iscritte nelle liste anagrafiche comunali e riscontrare, presso gli istituti scolastici, la loro presenza o meno. Se il dato fosse confermato sarebbe drammatico e non potremmo rimanere inerti. Ciò perché il rispetto, tra chi arriva in un paese e chi accoglie, deve essere reciproco, altrimenti la parola integrazione rimarrà una vuota formula buona per format televisivi e dibattiti culturali che però non tengono conto della realtà. È tempo di dire ad alta voce che la condizione femminile in certi contesti culturali è difficilissima se non drammatica.
Mi è capitato di vedere indagati stranieri, che scoperto di essere assistiti da un difensore d'ufficio donna, al termine dell'interrogatorio hanno rifiutato di stringerle la mano da lei offerta, solo perché si trattava di una donna; analogamente, qualche indagato, non ha ritenuto di rispondere alle domande a lui poste da una funzionaria di polizia presente all'atto istruttorio. Se facevo mia la domanda ottenevo una risposta. In altre occasioni si è dovuti intervenire, sempre per questioni di genere, in ospedali pubblici, ciò perché il medico che doveva visitare il paziente era una donna.
Forse sono casi limite, ma possiamo accettare tutto ciò in un Paese dove per decenni si è lottato per raggiungere una sostanziale parità di genere sia nel lavoro che nei rapporti sociali? Credo proprio che la risposta debba essere drasticamente negativa. Servirebbe quindi molta più attenzione dedicata in particolare a tutte quelle donne immigrate e alle loro figliole che, se non accettano fino in fondo certi principi, ne subiscono le conseguenze, alle volte drammatiche, e che non hanno voce per affermare i propri diritti. Queste donne meritano una vera e duratura primavera cui segua una estate di considerazione adeguata e dignità.






