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2019-11-14
Impeachment, alla Camera solo tanto show
Ansa
Prosegue l'indagine per impeachment contro Donald Trump. Ieri, la commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti ha dato il via alle audizioni pubbliche, trasmesse in diretta televisiva. Ad essere ascoltati sono stati l'ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, e il vicesegretario aggiunto per gli Affari europei, George Kent.
L'audizione si è subito aperta con un battibecco: il presidente della commissione, il democratico Adam Schiff, ha accusato la Casa Bianca di alterare l'equilibrio tra i poteri, mentre il repubblicano Devin Nunes ha definito l'indagine «uno spettacolo che sta danneggiando gravemente il nostro Paese». La Casa Bianca ha nel frattempo definito l'audizione «una mistificazione». Lapidario anche il commento dello stesso Trump. «Sono troppo occupato per guardarla. È una caccia alle streghe, è una bufala».
Alla base di tutto, c'è una controversa telefonata dello scorso luglio, in cui - secondo l'accusa - Trump avrebbe minacciato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di tagliare quasi 400 milioni di dollari in aiuti a Kiev, qualora quest'ultimo non avesse acconsentito ad indagare sul figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden, in riferimento a una questione di sospetto conflitto di interessi risalente al 2016.
Nella giornata di ieri, Taylor ha sostenuto di aver saputo da un assistente che Trump avrebbe avuto una conversazione telefonica con l'ambasciatore americano presso l'Unione europea, Gordon Sondland, in cui il primo avrebbe chiesto al secondo proprio di queste indagini: indagini verso cui - ha sostenuto ieri Taylor - Trump avrebbe mostrato maggiore interesse rispetto a quello nutrito per l'Ucraina. I repubblicani, dal canto loro, continuano ad evidenziare l'assenza di informazioni di prima mano. Le audizioni a porte chiuse, che si sono tenute sinora, hanno del resto fatto emergere testimonianze contrastanti su questa delicata questione. Nonostante nei giorni scorsi molti abbiano parlato di una ritrattazione da parte di Sondland (che in prima battuta aveva categoricamente escluso di essere a conoscenza di un do ut des), nella sua ultima deposizione scritta costui ha tuttavia testualmente affermato di aver «ipotizzato» che una minaccia potesse esserci stata, senza fornire una certezza in grado di andare al di là di ogni ragionevole dubbio. La questione resta quindi, per il momento, abbastanza scivolosa e poco chiara. Lo spettro dell'impeachment sta continuando a polarizzare la politica americana. Per diverse settimane, i repubblicani avevano duramente attaccato il Partito democratico, che aveva avviato l'indagine - a fine settembre - senza passare attraverso un voto da parte della Camera (come invece avvenuto nel 1974, ai tempi di Richard Nixon, e nel 1998, ai tempi di Bill Clinton). I repubblicani avevano inoltre sottolineato di non essere stati adeguatamente coinvolti nella conduzione dell'inchiesta, rimproverando - tra l'altro - ai rivali di tenere audizioni a porte chiuse e di far uscire solo notizie manipolate o parziali. Per reagire a queste accuse di opacità, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha ammesso una votazione a fine ottobre, dando formalmente il via a un'indagine per impeachment. Una votazione che si è trascinata comunque alcuni problemi: se i repubblicani hanno votato compattamente contro, i democratici hanno avuto un paio di defezioni e - soprattutto - numerosi mal di pancia interni. In particolare, da parte di quei deputati che considerano un eventuale processo di impeachment come un elemento molto rischioso dal punto di vista politico (non dimentichiamo che Clinton ottenne il massimo della popolarità proprio nelle settimane in cui fu messo in stato d'accusa). La risoluzione che ha avviato l'indagine non è quindi stata troppo apprezzata dall'elefantino, secondo cui i democratici continuerebbero nei fatti a mantenere un eccessivo potere nelle proprie mani. Gli ordini di comparizione emessi dal Partito repubblicano possono infatti essere bloccati in qualsiasi momento dall'asinello. Basti pensare che sabato scorso i repubblicani avevano chiamato a testimoniare la talpa che ha denunciato originariamente Trump, oltre allo stesso figlio di Joe Biden, Hunter: un'istanza che è stata prontamente respinta dai democratici. Non è difficile capire che, da parte dei repubblicani, la mossa sia stata di natura strategica, proprio per costringere i rivali a bocciare la richiesta e rafforzare così la propria tesi. Tra l'altro, non bisogna trascurare che - proprio ieri - l'asinello abbia messo in programma due nuove audizioni a porte chiuse, esponendosi così ulteriormente alle accuse di opacità da parte dei colleghi repubblicani. Quegli stessi colleghi repubblicani che - almeno per il momento - sembrano intenzionati a fare quadrato intorno al presidente. Non dimentichiamo che il processo di impeachment sia istruito dalla Camera ma che debba poi essere il Senato ad esprimere un eventuale verdetto di colpevolezza: verdetto che necessita di un quorum pari a due terzi dei voti. E i repubblicani detengono attualmente la maggioranza proprio alla camera alta.
L’ossessione moscovita della Clinton: «Mano russa sulle elezioni inglesi»
Hillary Clinton è tornata ad agitare lo spettro russo. Qualche giorno fa, l'ex first lady ha attaccato duramente il primo ministro britannico, Boris Johnson, per la sua decisione «incredibilmente sorprendente e inaccettabile» di ritardare la pubblicazione di un rapporto parlamentare, relativo ad un'eventuale interferenza russa in vista delle elezioni che si terranno nel Regno Unito il prossimo 12 dicembre.
La settimana scorsa, Downing Street aveva fatto sapere di voler rimandare la pubblicazione del rapporto di 50 pagine, in quanto contenente materiale politicamente sensibile. Una decisione che non è piaciuta troppo alla Clinton la quale - in un'intervista rilasciata al Guardian - ha dichiarato: «Chi pensano di essere per tenere informazioni del genere nascoste alla gente, specialmente prima di un'elezione? Bene, vi dirò chi pensano di essere. Pensano di essere gli uomini onnipotenti e forti che dovrebbero essere al potere». «Qualcuno mi ha detto: “Smettila con i russi". Ho detto: “Smetterò con i russi quando i russi la smetteranno con noi"», ha aggiunto l'ex first lady. Che Hillary sia sempre molto propensa a tirare in ballo complotti moscoviti non è una novità. Basti pensare che, poche settimane fa, abbia lasciato intendere che una delle attuali candidate alla nomination democratica, la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, sarebbe una pedina nelle mani del Cremlino per seminare appositamente zizzania nel Partito democratico americano. Del resto si sa: l'ex first lady è convinta di aver perso le presidenziali del 2016 a causa di una cospirazione ordita da Vladimir Putin. Una versione, questa, che - secondo alcune indiscrezioni uscite nell'ottobre del 2017 - non avrebbe convinto granché neanche suo marito Bill. Nonostante un parziale declino politico a seguito della debacle di tre anni fa, i Clinton restano comunque non poco influenti in seno al Partito democratico americano. Non sarà del resto un caso che, nel suo viaggio statunitense, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sia recato innanzitutto in visita proprio dallo stesso Bill, annunciando una «battaglia comune contro le destre» e aggiungendo che l'ex inquilino della Casa Bianca dovrebbe venire in Italia nei prossimi mesi. Incontro legittimo ma abbastanza strano dal punto di vista politico: un incontro che la dice lunga sullo stato della sinistra italiana. Qualcuno dovrebbe infatti forse ricordare a Zingaretti che, negli ultimi anni, la dinastia Clinton sia finita sotto accusa proprio da parte della stessa sinistra statunitense, che la annovera - non senza qualche ragione - tra i responsabili della crisi sociale ed economica in cui l'America è piombata. Non dimentichiamo che fu proprio Bill Clinton, nel 1999, ad attuare quella deregulation finanziaria che contribuì non poco alla catastrofe del 2008. E che fu sempre Clinton a farsi deciso promotore di quella globalizzazione che ha poi determinato una forte delocalizzazione della produzione, con conseguente netto taglio dei posti di lavoro americani. Non sarà del resto un caso che svariati esponenti della sinistra statunitense, come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, si siano rivelati particolarmente critici verso le politiche economiche clintoniane.
Il discorso è in sostanza valido anche per l'incontro avuto dal segretario del Pd con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi: un'altra figura dell'establishment democratico, molto vicina ai Clinton. Insomma, se è questa l'idea di «sinistra» che Zingaretti vuole importare dagli States, tanto vale che si iscriva direttamente a Italia viva.
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Iniziate le audizioni dell'indagine contro Trump, ed è subito battibecco. Per il presidente della commissione, la Casa Bianca altera l'equilibrio tra i poteri. The Donald ribatte: «È caccia alle streghe». I democratici, però, temono l'effetto boomerang.L'attacco di Hillary Clinton a Boris Johnson: «Inaccettabile ritardare il rapporto sulle ingerenze del Cremlino».Lo speciale contiene due articoli.Prosegue l'indagine per impeachment contro Donald Trump. Ieri, la commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti ha dato il via alle audizioni pubbliche, trasmesse in diretta televisiva. Ad essere ascoltati sono stati l'ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, e il vicesegretario aggiunto per gli Affari europei, George Kent. L'audizione si è subito aperta con un battibecco: il presidente della commissione, il democratico Adam Schiff, ha accusato la Casa Bianca di alterare l'equilibrio tra i poteri, mentre il repubblicano Devin Nunes ha definito l'indagine «uno spettacolo che sta danneggiando gravemente il nostro Paese». La Casa Bianca ha nel frattempo definito l'audizione «una mistificazione». Lapidario anche il commento dello stesso Trump. «Sono troppo occupato per guardarla. È una caccia alle streghe, è una bufala».Alla base di tutto, c'è una controversa telefonata dello scorso luglio, in cui - secondo l'accusa - Trump avrebbe minacciato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di tagliare quasi 400 milioni di dollari in aiuti a Kiev, qualora quest'ultimo non avesse acconsentito ad indagare sul figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden, in riferimento a una questione di sospetto conflitto di interessi risalente al 2016. Nella giornata di ieri, Taylor ha sostenuto di aver saputo da un assistente che Trump avrebbe avuto una conversazione telefonica con l'ambasciatore americano presso l'Unione europea, Gordon Sondland, in cui il primo avrebbe chiesto al secondo proprio di queste indagini: indagini verso cui - ha sostenuto ieri Taylor - Trump avrebbe mostrato maggiore interesse rispetto a quello nutrito per l'Ucraina. I repubblicani, dal canto loro, continuano ad evidenziare l'assenza di informazioni di prima mano. Le audizioni a porte chiuse, che si sono tenute sinora, hanno del resto fatto emergere testimonianze contrastanti su questa delicata questione. Nonostante nei giorni scorsi molti abbiano parlato di una ritrattazione da parte di Sondland (che in prima battuta aveva categoricamente escluso di essere a conoscenza di un do ut des), nella sua ultima deposizione scritta costui ha tuttavia testualmente affermato di aver «ipotizzato» che una minaccia potesse esserci stata, senza fornire una certezza in grado di andare al di là di ogni ragionevole dubbio. La questione resta quindi, per il momento, abbastanza scivolosa e poco chiara. Lo spettro dell'impeachment sta continuando a polarizzare la politica americana. Per diverse settimane, i repubblicani avevano duramente attaccato il Partito democratico, che aveva avviato l'indagine - a fine settembre - senza passare attraverso un voto da parte della Camera (come invece avvenuto nel 1974, ai tempi di Richard Nixon, e nel 1998, ai tempi di Bill Clinton). I repubblicani avevano inoltre sottolineato di non essere stati adeguatamente coinvolti nella conduzione dell'inchiesta, rimproverando - tra l'altro - ai rivali di tenere audizioni a porte chiuse e di far uscire solo notizie manipolate o parziali. Per reagire a queste accuse di opacità, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha ammesso una votazione a fine ottobre, dando formalmente il via a un'indagine per impeachment. Una votazione che si è trascinata comunque alcuni problemi: se i repubblicani hanno votato compattamente contro, i democratici hanno avuto un paio di defezioni e - soprattutto - numerosi mal di pancia interni. In particolare, da parte di quei deputati che considerano un eventuale processo di impeachment come un elemento molto rischioso dal punto di vista politico (non dimentichiamo che Clinton ottenne il massimo della popolarità proprio nelle settimane in cui fu messo in stato d'accusa). La risoluzione che ha avviato l'indagine non è quindi stata troppo apprezzata dall'elefantino, secondo cui i democratici continuerebbero nei fatti a mantenere un eccessivo potere nelle proprie mani. Gli ordini di comparizione emessi dal Partito repubblicano possono infatti essere bloccati in qualsiasi momento dall'asinello. Basti pensare che sabato scorso i repubblicani avevano chiamato a testimoniare la talpa che ha denunciato originariamente Trump, oltre allo stesso figlio di Joe Biden, Hunter: un'istanza che è stata prontamente respinta dai democratici. Non è difficile capire che, da parte dei repubblicani, la mossa sia stata di natura strategica, proprio per costringere i rivali a bocciare la richiesta e rafforzare così la propria tesi. Tra l'altro, non bisogna trascurare che - proprio ieri - l'asinello abbia messo in programma due nuove audizioni a porte chiuse, esponendosi così ulteriormente alle accuse di opacità da parte dei colleghi repubblicani. Quegli stessi colleghi repubblicani che - almeno per il momento - sembrano intenzionati a fare quadrato intorno al presidente. Non dimentichiamo che il processo di impeachment sia istruito dalla Camera ma che debba poi essere il Senato ad esprimere un eventuale verdetto di colpevolezza: verdetto che necessita di un quorum pari a due terzi dei voti. E i repubblicani detengono attualmente la maggioranza proprio alla camera alta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impeachment-alla-camera-solo-tanto-show-2641333482.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lossessione-moscovita-della-clinton-mano-russa-sulle-elezioni-inglesi" data-post-id="2641333482" data-published-at="1778125277" data-use-pagination="False"> L’ossessione moscovita della Clinton: «Mano russa sulle elezioni inglesi» Hillary Clinton è tornata ad agitare lo spettro russo. Qualche giorno fa, l'ex first lady ha attaccato duramente il primo ministro britannico, Boris Johnson, per la sua decisione «incredibilmente sorprendente e inaccettabile» di ritardare la pubblicazione di un rapporto parlamentare, relativo ad un'eventuale interferenza russa in vista delle elezioni che si terranno nel Regno Unito il prossimo 12 dicembre. La settimana scorsa, Downing Street aveva fatto sapere di voler rimandare la pubblicazione del rapporto di 50 pagine, in quanto contenente materiale politicamente sensibile. Una decisione che non è piaciuta troppo alla Clinton la quale - in un'intervista rilasciata al Guardian - ha dichiarato: «Chi pensano di essere per tenere informazioni del genere nascoste alla gente, specialmente prima di un'elezione? Bene, vi dirò chi pensano di essere. Pensano di essere gli uomini onnipotenti e forti che dovrebbero essere al potere». «Qualcuno mi ha detto: “Smettila con i russi". Ho detto: “Smetterò con i russi quando i russi la smetteranno con noi"», ha aggiunto l'ex first lady. Che Hillary sia sempre molto propensa a tirare in ballo complotti moscoviti non è una novità. Basti pensare che, poche settimane fa, abbia lasciato intendere che una delle attuali candidate alla nomination democratica, la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, sarebbe una pedina nelle mani del Cremlino per seminare appositamente zizzania nel Partito democratico americano. Del resto si sa: l'ex first lady è convinta di aver perso le presidenziali del 2016 a causa di una cospirazione ordita da Vladimir Putin. Una versione, questa, che - secondo alcune indiscrezioni uscite nell'ottobre del 2017 - non avrebbe convinto granché neanche suo marito Bill. Nonostante un parziale declino politico a seguito della debacle di tre anni fa, i Clinton restano comunque non poco influenti in seno al Partito democratico americano. Non sarà del resto un caso che, nel suo viaggio statunitense, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sia recato innanzitutto in visita proprio dallo stesso Bill, annunciando una «battaglia comune contro le destre» e aggiungendo che l'ex inquilino della Casa Bianca dovrebbe venire in Italia nei prossimi mesi. Incontro legittimo ma abbastanza strano dal punto di vista politico: un incontro che la dice lunga sullo stato della sinistra italiana. Qualcuno dovrebbe infatti forse ricordare a Zingaretti che, negli ultimi anni, la dinastia Clinton sia finita sotto accusa proprio da parte della stessa sinistra statunitense, che la annovera - non senza qualche ragione - tra i responsabili della crisi sociale ed economica in cui l'America è piombata. Non dimentichiamo che fu proprio Bill Clinton, nel 1999, ad attuare quella deregulation finanziaria che contribuì non poco alla catastrofe del 2008. E che fu sempre Clinton a farsi deciso promotore di quella globalizzazione che ha poi determinato una forte delocalizzazione della produzione, con conseguente netto taglio dei posti di lavoro americani. Non sarà del resto un caso che svariati esponenti della sinistra statunitense, come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, si siano rivelati particolarmente critici verso le politiche economiche clintoniane. Il discorso è in sostanza valido anche per l'incontro avuto dal segretario del Pd con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi: un'altra figura dell'establishment democratico, molto vicina ai Clinton. Insomma, se è questa l'idea di «sinistra» che Zingaretti vuole importare dagli States, tanto vale che si iscriva direttamente a Italia viva.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara