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2019-11-14
Impeachment, alla Camera solo tanto show
Ansa
Prosegue l'indagine per impeachment contro Donald Trump. Ieri, la commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti ha dato il via alle audizioni pubbliche, trasmesse in diretta televisiva. Ad essere ascoltati sono stati l'ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, e il vicesegretario aggiunto per gli Affari europei, George Kent.
L'audizione si è subito aperta con un battibecco: il presidente della commissione, il democratico Adam Schiff, ha accusato la Casa Bianca di alterare l'equilibrio tra i poteri, mentre il repubblicano Devin Nunes ha definito l'indagine «uno spettacolo che sta danneggiando gravemente il nostro Paese». La Casa Bianca ha nel frattempo definito l'audizione «una mistificazione». Lapidario anche il commento dello stesso Trump. «Sono troppo occupato per guardarla. È una caccia alle streghe, è una bufala».
Alla base di tutto, c'è una controversa telefonata dello scorso luglio, in cui - secondo l'accusa - Trump avrebbe minacciato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di tagliare quasi 400 milioni di dollari in aiuti a Kiev, qualora quest'ultimo non avesse acconsentito ad indagare sul figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden, in riferimento a una questione di sospetto conflitto di interessi risalente al 2016.
Nella giornata di ieri, Taylor ha sostenuto di aver saputo da un assistente che Trump avrebbe avuto una conversazione telefonica con l'ambasciatore americano presso l'Unione europea, Gordon Sondland, in cui il primo avrebbe chiesto al secondo proprio di queste indagini: indagini verso cui - ha sostenuto ieri Taylor - Trump avrebbe mostrato maggiore interesse rispetto a quello nutrito per l'Ucraina. I repubblicani, dal canto loro, continuano ad evidenziare l'assenza di informazioni di prima mano. Le audizioni a porte chiuse, che si sono tenute sinora, hanno del resto fatto emergere testimonianze contrastanti su questa delicata questione. Nonostante nei giorni scorsi molti abbiano parlato di una ritrattazione da parte di Sondland (che in prima battuta aveva categoricamente escluso di essere a conoscenza di un do ut des), nella sua ultima deposizione scritta costui ha tuttavia testualmente affermato di aver «ipotizzato» che una minaccia potesse esserci stata, senza fornire una certezza in grado di andare al di là di ogni ragionevole dubbio. La questione resta quindi, per il momento, abbastanza scivolosa e poco chiara. Lo spettro dell'impeachment sta continuando a polarizzare la politica americana. Per diverse settimane, i repubblicani avevano duramente attaccato il Partito democratico, che aveva avviato l'indagine - a fine settembre - senza passare attraverso un voto da parte della Camera (come invece avvenuto nel 1974, ai tempi di Richard Nixon, e nel 1998, ai tempi di Bill Clinton). I repubblicani avevano inoltre sottolineato di non essere stati adeguatamente coinvolti nella conduzione dell'inchiesta, rimproverando - tra l'altro - ai rivali di tenere audizioni a porte chiuse e di far uscire solo notizie manipolate o parziali. Per reagire a queste accuse di opacità, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha ammesso una votazione a fine ottobre, dando formalmente il via a un'indagine per impeachment. Una votazione che si è trascinata comunque alcuni problemi: se i repubblicani hanno votato compattamente contro, i democratici hanno avuto un paio di defezioni e - soprattutto - numerosi mal di pancia interni. In particolare, da parte di quei deputati che considerano un eventuale processo di impeachment come un elemento molto rischioso dal punto di vista politico (non dimentichiamo che Clinton ottenne il massimo della popolarità proprio nelle settimane in cui fu messo in stato d'accusa). La risoluzione che ha avviato l'indagine non è quindi stata troppo apprezzata dall'elefantino, secondo cui i democratici continuerebbero nei fatti a mantenere un eccessivo potere nelle proprie mani. Gli ordini di comparizione emessi dal Partito repubblicano possono infatti essere bloccati in qualsiasi momento dall'asinello. Basti pensare che sabato scorso i repubblicani avevano chiamato a testimoniare la talpa che ha denunciato originariamente Trump, oltre allo stesso figlio di Joe Biden, Hunter: un'istanza che è stata prontamente respinta dai democratici. Non è difficile capire che, da parte dei repubblicani, la mossa sia stata di natura strategica, proprio per costringere i rivali a bocciare la richiesta e rafforzare così la propria tesi. Tra l'altro, non bisogna trascurare che - proprio ieri - l'asinello abbia messo in programma due nuove audizioni a porte chiuse, esponendosi così ulteriormente alle accuse di opacità da parte dei colleghi repubblicani. Quegli stessi colleghi repubblicani che - almeno per il momento - sembrano intenzionati a fare quadrato intorno al presidente. Non dimentichiamo che il processo di impeachment sia istruito dalla Camera ma che debba poi essere il Senato ad esprimere un eventuale verdetto di colpevolezza: verdetto che necessita di un quorum pari a due terzi dei voti. E i repubblicani detengono attualmente la maggioranza proprio alla camera alta.
L’ossessione moscovita della Clinton: «Mano russa sulle elezioni inglesi»
Hillary Clinton è tornata ad agitare lo spettro russo. Qualche giorno fa, l'ex first lady ha attaccato duramente il primo ministro britannico, Boris Johnson, per la sua decisione «incredibilmente sorprendente e inaccettabile» di ritardare la pubblicazione di un rapporto parlamentare, relativo ad un'eventuale interferenza russa in vista delle elezioni che si terranno nel Regno Unito il prossimo 12 dicembre.
La settimana scorsa, Downing Street aveva fatto sapere di voler rimandare la pubblicazione del rapporto di 50 pagine, in quanto contenente materiale politicamente sensibile. Una decisione che non è piaciuta troppo alla Clinton la quale - in un'intervista rilasciata al Guardian - ha dichiarato: «Chi pensano di essere per tenere informazioni del genere nascoste alla gente, specialmente prima di un'elezione? Bene, vi dirò chi pensano di essere. Pensano di essere gli uomini onnipotenti e forti che dovrebbero essere al potere». «Qualcuno mi ha detto: “Smettila con i russi". Ho detto: “Smetterò con i russi quando i russi la smetteranno con noi"», ha aggiunto l'ex first lady. Che Hillary sia sempre molto propensa a tirare in ballo complotti moscoviti non è una novità. Basti pensare che, poche settimane fa, abbia lasciato intendere che una delle attuali candidate alla nomination democratica, la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, sarebbe una pedina nelle mani del Cremlino per seminare appositamente zizzania nel Partito democratico americano. Del resto si sa: l'ex first lady è convinta di aver perso le presidenziali del 2016 a causa di una cospirazione ordita da Vladimir Putin. Una versione, questa, che - secondo alcune indiscrezioni uscite nell'ottobre del 2017 - non avrebbe convinto granché neanche suo marito Bill. Nonostante un parziale declino politico a seguito della debacle di tre anni fa, i Clinton restano comunque non poco influenti in seno al Partito democratico americano. Non sarà del resto un caso che, nel suo viaggio statunitense, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sia recato innanzitutto in visita proprio dallo stesso Bill, annunciando una «battaglia comune contro le destre» e aggiungendo che l'ex inquilino della Casa Bianca dovrebbe venire in Italia nei prossimi mesi. Incontro legittimo ma abbastanza strano dal punto di vista politico: un incontro che la dice lunga sullo stato della sinistra italiana. Qualcuno dovrebbe infatti forse ricordare a Zingaretti che, negli ultimi anni, la dinastia Clinton sia finita sotto accusa proprio da parte della stessa sinistra statunitense, che la annovera - non senza qualche ragione - tra i responsabili della crisi sociale ed economica in cui l'America è piombata. Non dimentichiamo che fu proprio Bill Clinton, nel 1999, ad attuare quella deregulation finanziaria che contribuì non poco alla catastrofe del 2008. E che fu sempre Clinton a farsi deciso promotore di quella globalizzazione che ha poi determinato una forte delocalizzazione della produzione, con conseguente netto taglio dei posti di lavoro americani. Non sarà del resto un caso che svariati esponenti della sinistra statunitense, come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, si siano rivelati particolarmente critici verso le politiche economiche clintoniane.
Il discorso è in sostanza valido anche per l'incontro avuto dal segretario del Pd con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi: un'altra figura dell'establishment democratico, molto vicina ai Clinton. Insomma, se è questa l'idea di «sinistra» che Zingaretti vuole importare dagli States, tanto vale che si iscriva direttamente a Italia viva.
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Iniziate le audizioni dell'indagine contro Trump, ed è subito battibecco. Per il presidente della commissione, la Casa Bianca altera l'equilibrio tra i poteri. The Donald ribatte: «È caccia alle streghe». I democratici, però, temono l'effetto boomerang.L'attacco di Hillary Clinton a Boris Johnson: «Inaccettabile ritardare il rapporto sulle ingerenze del Cremlino».Lo speciale contiene due articoli.Prosegue l'indagine per impeachment contro Donald Trump. Ieri, la commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti ha dato il via alle audizioni pubbliche, trasmesse in diretta televisiva. Ad essere ascoltati sono stati l'ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, e il vicesegretario aggiunto per gli Affari europei, George Kent. L'audizione si è subito aperta con un battibecco: il presidente della commissione, il democratico Adam Schiff, ha accusato la Casa Bianca di alterare l'equilibrio tra i poteri, mentre il repubblicano Devin Nunes ha definito l'indagine «uno spettacolo che sta danneggiando gravemente il nostro Paese». La Casa Bianca ha nel frattempo definito l'audizione «una mistificazione». Lapidario anche il commento dello stesso Trump. «Sono troppo occupato per guardarla. È una caccia alle streghe, è una bufala».Alla base di tutto, c'è una controversa telefonata dello scorso luglio, in cui - secondo l'accusa - Trump avrebbe minacciato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di tagliare quasi 400 milioni di dollari in aiuti a Kiev, qualora quest'ultimo non avesse acconsentito ad indagare sul figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden, in riferimento a una questione di sospetto conflitto di interessi risalente al 2016. Nella giornata di ieri, Taylor ha sostenuto di aver saputo da un assistente che Trump avrebbe avuto una conversazione telefonica con l'ambasciatore americano presso l'Unione europea, Gordon Sondland, in cui il primo avrebbe chiesto al secondo proprio di queste indagini: indagini verso cui - ha sostenuto ieri Taylor - Trump avrebbe mostrato maggiore interesse rispetto a quello nutrito per l'Ucraina. I repubblicani, dal canto loro, continuano ad evidenziare l'assenza di informazioni di prima mano. Le audizioni a porte chiuse, che si sono tenute sinora, hanno del resto fatto emergere testimonianze contrastanti su questa delicata questione. Nonostante nei giorni scorsi molti abbiano parlato di una ritrattazione da parte di Sondland (che in prima battuta aveva categoricamente escluso di essere a conoscenza di un do ut des), nella sua ultima deposizione scritta costui ha tuttavia testualmente affermato di aver «ipotizzato» che una minaccia potesse esserci stata, senza fornire una certezza in grado di andare al di là di ogni ragionevole dubbio. La questione resta quindi, per il momento, abbastanza scivolosa e poco chiara. Lo spettro dell'impeachment sta continuando a polarizzare la politica americana. Per diverse settimane, i repubblicani avevano duramente attaccato il Partito democratico, che aveva avviato l'indagine - a fine settembre - senza passare attraverso un voto da parte della Camera (come invece avvenuto nel 1974, ai tempi di Richard Nixon, e nel 1998, ai tempi di Bill Clinton). I repubblicani avevano inoltre sottolineato di non essere stati adeguatamente coinvolti nella conduzione dell'inchiesta, rimproverando - tra l'altro - ai rivali di tenere audizioni a porte chiuse e di far uscire solo notizie manipolate o parziali. Per reagire a queste accuse di opacità, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha ammesso una votazione a fine ottobre, dando formalmente il via a un'indagine per impeachment. Una votazione che si è trascinata comunque alcuni problemi: se i repubblicani hanno votato compattamente contro, i democratici hanno avuto un paio di defezioni e - soprattutto - numerosi mal di pancia interni. In particolare, da parte di quei deputati che considerano un eventuale processo di impeachment come un elemento molto rischioso dal punto di vista politico (non dimentichiamo che Clinton ottenne il massimo della popolarità proprio nelle settimane in cui fu messo in stato d'accusa). La risoluzione che ha avviato l'indagine non è quindi stata troppo apprezzata dall'elefantino, secondo cui i democratici continuerebbero nei fatti a mantenere un eccessivo potere nelle proprie mani. Gli ordini di comparizione emessi dal Partito repubblicano possono infatti essere bloccati in qualsiasi momento dall'asinello. Basti pensare che sabato scorso i repubblicani avevano chiamato a testimoniare la talpa che ha denunciato originariamente Trump, oltre allo stesso figlio di Joe Biden, Hunter: un'istanza che è stata prontamente respinta dai democratici. Non è difficile capire che, da parte dei repubblicani, la mossa sia stata di natura strategica, proprio per costringere i rivali a bocciare la richiesta e rafforzare così la propria tesi. Tra l'altro, non bisogna trascurare che - proprio ieri - l'asinello abbia messo in programma due nuove audizioni a porte chiuse, esponendosi così ulteriormente alle accuse di opacità da parte dei colleghi repubblicani. Quegli stessi colleghi repubblicani che - almeno per il momento - sembrano intenzionati a fare quadrato intorno al presidente. Non dimentichiamo che il processo di impeachment sia istruito dalla Camera ma che debba poi essere il Senato ad esprimere un eventuale verdetto di colpevolezza: verdetto che necessita di un quorum pari a due terzi dei voti. E i repubblicani detengono attualmente la maggioranza proprio alla camera alta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impeachment-alla-camera-solo-tanto-show-2641333482.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lossessione-moscovita-della-clinton-mano-russa-sulle-elezioni-inglesi" data-post-id="2641333482" data-published-at="1780888663" data-use-pagination="False"> L’ossessione moscovita della Clinton: «Mano russa sulle elezioni inglesi» Hillary Clinton è tornata ad agitare lo spettro russo. Qualche giorno fa, l'ex first lady ha attaccato duramente il primo ministro britannico, Boris Johnson, per la sua decisione «incredibilmente sorprendente e inaccettabile» di ritardare la pubblicazione di un rapporto parlamentare, relativo ad un'eventuale interferenza russa in vista delle elezioni che si terranno nel Regno Unito il prossimo 12 dicembre. La settimana scorsa, Downing Street aveva fatto sapere di voler rimandare la pubblicazione del rapporto di 50 pagine, in quanto contenente materiale politicamente sensibile. Una decisione che non è piaciuta troppo alla Clinton la quale - in un'intervista rilasciata al Guardian - ha dichiarato: «Chi pensano di essere per tenere informazioni del genere nascoste alla gente, specialmente prima di un'elezione? Bene, vi dirò chi pensano di essere. Pensano di essere gli uomini onnipotenti e forti che dovrebbero essere al potere». «Qualcuno mi ha detto: “Smettila con i russi". Ho detto: “Smetterò con i russi quando i russi la smetteranno con noi"», ha aggiunto l'ex first lady. Che Hillary sia sempre molto propensa a tirare in ballo complotti moscoviti non è una novità. Basti pensare che, poche settimane fa, abbia lasciato intendere che una delle attuali candidate alla nomination democratica, la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, sarebbe una pedina nelle mani del Cremlino per seminare appositamente zizzania nel Partito democratico americano. Del resto si sa: l'ex first lady è convinta di aver perso le presidenziali del 2016 a causa di una cospirazione ordita da Vladimir Putin. Una versione, questa, che - secondo alcune indiscrezioni uscite nell'ottobre del 2017 - non avrebbe convinto granché neanche suo marito Bill. Nonostante un parziale declino politico a seguito della debacle di tre anni fa, i Clinton restano comunque non poco influenti in seno al Partito democratico americano. Non sarà del resto un caso che, nel suo viaggio statunitense, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sia recato innanzitutto in visita proprio dallo stesso Bill, annunciando una «battaglia comune contro le destre» e aggiungendo che l'ex inquilino della Casa Bianca dovrebbe venire in Italia nei prossimi mesi. Incontro legittimo ma abbastanza strano dal punto di vista politico: un incontro che la dice lunga sullo stato della sinistra italiana. Qualcuno dovrebbe infatti forse ricordare a Zingaretti che, negli ultimi anni, la dinastia Clinton sia finita sotto accusa proprio da parte della stessa sinistra statunitense, che la annovera - non senza qualche ragione - tra i responsabili della crisi sociale ed economica in cui l'America è piombata. Non dimentichiamo che fu proprio Bill Clinton, nel 1999, ad attuare quella deregulation finanziaria che contribuì non poco alla catastrofe del 2008. E che fu sempre Clinton a farsi deciso promotore di quella globalizzazione che ha poi determinato una forte delocalizzazione della produzione, con conseguente netto taglio dei posti di lavoro americani. Non sarà del resto un caso che svariati esponenti della sinistra statunitense, come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, si siano rivelati particolarmente critici verso le politiche economiche clintoniane. Il discorso è in sostanza valido anche per l'incontro avuto dal segretario del Pd con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi: un'altra figura dell'establishment democratico, molto vicina ai Clinton. Insomma, se è questa l'idea di «sinistra» che Zingaretti vuole importare dagli States, tanto vale che si iscriva direttamente a Italia viva.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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