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2019-11-14
Impeachment, alla Camera solo tanto show
Ansa
Prosegue l'indagine per impeachment contro Donald Trump. Ieri, la commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti ha dato il via alle audizioni pubbliche, trasmesse in diretta televisiva. Ad essere ascoltati sono stati l'ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, e il vicesegretario aggiunto per gli Affari europei, George Kent.
L'audizione si è subito aperta con un battibecco: il presidente della commissione, il democratico Adam Schiff, ha accusato la Casa Bianca di alterare l'equilibrio tra i poteri, mentre il repubblicano Devin Nunes ha definito l'indagine «uno spettacolo che sta danneggiando gravemente il nostro Paese». La Casa Bianca ha nel frattempo definito l'audizione «una mistificazione». Lapidario anche il commento dello stesso Trump. «Sono troppo occupato per guardarla. È una caccia alle streghe, è una bufala».
Alla base di tutto, c'è una controversa telefonata dello scorso luglio, in cui - secondo l'accusa - Trump avrebbe minacciato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di tagliare quasi 400 milioni di dollari in aiuti a Kiev, qualora quest'ultimo non avesse acconsentito ad indagare sul figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden, in riferimento a una questione di sospetto conflitto di interessi risalente al 2016.
Nella giornata di ieri, Taylor ha sostenuto di aver saputo da un assistente che Trump avrebbe avuto una conversazione telefonica con l'ambasciatore americano presso l'Unione europea, Gordon Sondland, in cui il primo avrebbe chiesto al secondo proprio di queste indagini: indagini verso cui - ha sostenuto ieri Taylor - Trump avrebbe mostrato maggiore interesse rispetto a quello nutrito per l'Ucraina. I repubblicani, dal canto loro, continuano ad evidenziare l'assenza di informazioni di prima mano. Le audizioni a porte chiuse, che si sono tenute sinora, hanno del resto fatto emergere testimonianze contrastanti su questa delicata questione. Nonostante nei giorni scorsi molti abbiano parlato di una ritrattazione da parte di Sondland (che in prima battuta aveva categoricamente escluso di essere a conoscenza di un do ut des), nella sua ultima deposizione scritta costui ha tuttavia testualmente affermato di aver «ipotizzato» che una minaccia potesse esserci stata, senza fornire una certezza in grado di andare al di là di ogni ragionevole dubbio. La questione resta quindi, per il momento, abbastanza scivolosa e poco chiara. Lo spettro dell'impeachment sta continuando a polarizzare la politica americana. Per diverse settimane, i repubblicani avevano duramente attaccato il Partito democratico, che aveva avviato l'indagine - a fine settembre - senza passare attraverso un voto da parte della Camera (come invece avvenuto nel 1974, ai tempi di Richard Nixon, e nel 1998, ai tempi di Bill Clinton). I repubblicani avevano inoltre sottolineato di non essere stati adeguatamente coinvolti nella conduzione dell'inchiesta, rimproverando - tra l'altro - ai rivali di tenere audizioni a porte chiuse e di far uscire solo notizie manipolate o parziali. Per reagire a queste accuse di opacità, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha ammesso una votazione a fine ottobre, dando formalmente il via a un'indagine per impeachment. Una votazione che si è trascinata comunque alcuni problemi: se i repubblicani hanno votato compattamente contro, i democratici hanno avuto un paio di defezioni e - soprattutto - numerosi mal di pancia interni. In particolare, da parte di quei deputati che considerano un eventuale processo di impeachment come un elemento molto rischioso dal punto di vista politico (non dimentichiamo che Clinton ottenne il massimo della popolarità proprio nelle settimane in cui fu messo in stato d'accusa). La risoluzione che ha avviato l'indagine non è quindi stata troppo apprezzata dall'elefantino, secondo cui i democratici continuerebbero nei fatti a mantenere un eccessivo potere nelle proprie mani. Gli ordini di comparizione emessi dal Partito repubblicano possono infatti essere bloccati in qualsiasi momento dall'asinello. Basti pensare che sabato scorso i repubblicani avevano chiamato a testimoniare la talpa che ha denunciato originariamente Trump, oltre allo stesso figlio di Joe Biden, Hunter: un'istanza che è stata prontamente respinta dai democratici. Non è difficile capire che, da parte dei repubblicani, la mossa sia stata di natura strategica, proprio per costringere i rivali a bocciare la richiesta e rafforzare così la propria tesi. Tra l'altro, non bisogna trascurare che - proprio ieri - l'asinello abbia messo in programma due nuove audizioni a porte chiuse, esponendosi così ulteriormente alle accuse di opacità da parte dei colleghi repubblicani. Quegli stessi colleghi repubblicani che - almeno per il momento - sembrano intenzionati a fare quadrato intorno al presidente. Non dimentichiamo che il processo di impeachment sia istruito dalla Camera ma che debba poi essere il Senato ad esprimere un eventuale verdetto di colpevolezza: verdetto che necessita di un quorum pari a due terzi dei voti. E i repubblicani detengono attualmente la maggioranza proprio alla camera alta.
L’ossessione moscovita della Clinton: «Mano russa sulle elezioni inglesi»
Hillary Clinton è tornata ad agitare lo spettro russo. Qualche giorno fa, l'ex first lady ha attaccato duramente il primo ministro britannico, Boris Johnson, per la sua decisione «incredibilmente sorprendente e inaccettabile» di ritardare la pubblicazione di un rapporto parlamentare, relativo ad un'eventuale interferenza russa in vista delle elezioni che si terranno nel Regno Unito il prossimo 12 dicembre.
La settimana scorsa, Downing Street aveva fatto sapere di voler rimandare la pubblicazione del rapporto di 50 pagine, in quanto contenente materiale politicamente sensibile. Una decisione che non è piaciuta troppo alla Clinton la quale - in un'intervista rilasciata al Guardian - ha dichiarato: «Chi pensano di essere per tenere informazioni del genere nascoste alla gente, specialmente prima di un'elezione? Bene, vi dirò chi pensano di essere. Pensano di essere gli uomini onnipotenti e forti che dovrebbero essere al potere». «Qualcuno mi ha detto: “Smettila con i russi". Ho detto: “Smetterò con i russi quando i russi la smetteranno con noi"», ha aggiunto l'ex first lady. Che Hillary sia sempre molto propensa a tirare in ballo complotti moscoviti non è una novità. Basti pensare che, poche settimane fa, abbia lasciato intendere che una delle attuali candidate alla nomination democratica, la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, sarebbe una pedina nelle mani del Cremlino per seminare appositamente zizzania nel Partito democratico americano. Del resto si sa: l'ex first lady è convinta di aver perso le presidenziali del 2016 a causa di una cospirazione ordita da Vladimir Putin. Una versione, questa, che - secondo alcune indiscrezioni uscite nell'ottobre del 2017 - non avrebbe convinto granché neanche suo marito Bill. Nonostante un parziale declino politico a seguito della debacle di tre anni fa, i Clinton restano comunque non poco influenti in seno al Partito democratico americano. Non sarà del resto un caso che, nel suo viaggio statunitense, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sia recato innanzitutto in visita proprio dallo stesso Bill, annunciando una «battaglia comune contro le destre» e aggiungendo che l'ex inquilino della Casa Bianca dovrebbe venire in Italia nei prossimi mesi. Incontro legittimo ma abbastanza strano dal punto di vista politico: un incontro che la dice lunga sullo stato della sinistra italiana. Qualcuno dovrebbe infatti forse ricordare a Zingaretti che, negli ultimi anni, la dinastia Clinton sia finita sotto accusa proprio da parte della stessa sinistra statunitense, che la annovera - non senza qualche ragione - tra i responsabili della crisi sociale ed economica in cui l'America è piombata. Non dimentichiamo che fu proprio Bill Clinton, nel 1999, ad attuare quella deregulation finanziaria che contribuì non poco alla catastrofe del 2008. E che fu sempre Clinton a farsi deciso promotore di quella globalizzazione che ha poi determinato una forte delocalizzazione della produzione, con conseguente netto taglio dei posti di lavoro americani. Non sarà del resto un caso che svariati esponenti della sinistra statunitense, come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, si siano rivelati particolarmente critici verso le politiche economiche clintoniane.
Il discorso è in sostanza valido anche per l'incontro avuto dal segretario del Pd con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi: un'altra figura dell'establishment democratico, molto vicina ai Clinton. Insomma, se è questa l'idea di «sinistra» che Zingaretti vuole importare dagli States, tanto vale che si iscriva direttamente a Italia viva.
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Iniziate le audizioni dell'indagine contro Trump, ed è subito battibecco. Per il presidente della commissione, la Casa Bianca altera l'equilibrio tra i poteri. The Donald ribatte: «È caccia alle streghe». I democratici, però, temono l'effetto boomerang.L'attacco di Hillary Clinton a Boris Johnson: «Inaccettabile ritardare il rapporto sulle ingerenze del Cremlino».Lo speciale contiene due articoli.Prosegue l'indagine per impeachment contro Donald Trump. Ieri, la commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti ha dato il via alle audizioni pubbliche, trasmesse in diretta televisiva. Ad essere ascoltati sono stati l'ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, e il vicesegretario aggiunto per gli Affari europei, George Kent. L'audizione si è subito aperta con un battibecco: il presidente della commissione, il democratico Adam Schiff, ha accusato la Casa Bianca di alterare l'equilibrio tra i poteri, mentre il repubblicano Devin Nunes ha definito l'indagine «uno spettacolo che sta danneggiando gravemente il nostro Paese». La Casa Bianca ha nel frattempo definito l'audizione «una mistificazione». Lapidario anche il commento dello stesso Trump. «Sono troppo occupato per guardarla. È una caccia alle streghe, è una bufala».Alla base di tutto, c'è una controversa telefonata dello scorso luglio, in cui - secondo l'accusa - Trump avrebbe minacciato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di tagliare quasi 400 milioni di dollari in aiuti a Kiev, qualora quest'ultimo non avesse acconsentito ad indagare sul figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden, in riferimento a una questione di sospetto conflitto di interessi risalente al 2016. Nella giornata di ieri, Taylor ha sostenuto di aver saputo da un assistente che Trump avrebbe avuto una conversazione telefonica con l'ambasciatore americano presso l'Unione europea, Gordon Sondland, in cui il primo avrebbe chiesto al secondo proprio di queste indagini: indagini verso cui - ha sostenuto ieri Taylor - Trump avrebbe mostrato maggiore interesse rispetto a quello nutrito per l'Ucraina. I repubblicani, dal canto loro, continuano ad evidenziare l'assenza di informazioni di prima mano. Le audizioni a porte chiuse, che si sono tenute sinora, hanno del resto fatto emergere testimonianze contrastanti su questa delicata questione. Nonostante nei giorni scorsi molti abbiano parlato di una ritrattazione da parte di Sondland (che in prima battuta aveva categoricamente escluso di essere a conoscenza di un do ut des), nella sua ultima deposizione scritta costui ha tuttavia testualmente affermato di aver «ipotizzato» che una minaccia potesse esserci stata, senza fornire una certezza in grado di andare al di là di ogni ragionevole dubbio. La questione resta quindi, per il momento, abbastanza scivolosa e poco chiara. Lo spettro dell'impeachment sta continuando a polarizzare la politica americana. Per diverse settimane, i repubblicani avevano duramente attaccato il Partito democratico, che aveva avviato l'indagine - a fine settembre - senza passare attraverso un voto da parte della Camera (come invece avvenuto nel 1974, ai tempi di Richard Nixon, e nel 1998, ai tempi di Bill Clinton). I repubblicani avevano inoltre sottolineato di non essere stati adeguatamente coinvolti nella conduzione dell'inchiesta, rimproverando - tra l'altro - ai rivali di tenere audizioni a porte chiuse e di far uscire solo notizie manipolate o parziali. Per reagire a queste accuse di opacità, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha ammesso una votazione a fine ottobre, dando formalmente il via a un'indagine per impeachment. Una votazione che si è trascinata comunque alcuni problemi: se i repubblicani hanno votato compattamente contro, i democratici hanno avuto un paio di defezioni e - soprattutto - numerosi mal di pancia interni. In particolare, da parte di quei deputati che considerano un eventuale processo di impeachment come un elemento molto rischioso dal punto di vista politico (non dimentichiamo che Clinton ottenne il massimo della popolarità proprio nelle settimane in cui fu messo in stato d'accusa). La risoluzione che ha avviato l'indagine non è quindi stata troppo apprezzata dall'elefantino, secondo cui i democratici continuerebbero nei fatti a mantenere un eccessivo potere nelle proprie mani. Gli ordini di comparizione emessi dal Partito repubblicano possono infatti essere bloccati in qualsiasi momento dall'asinello. Basti pensare che sabato scorso i repubblicani avevano chiamato a testimoniare la talpa che ha denunciato originariamente Trump, oltre allo stesso figlio di Joe Biden, Hunter: un'istanza che è stata prontamente respinta dai democratici. Non è difficile capire che, da parte dei repubblicani, la mossa sia stata di natura strategica, proprio per costringere i rivali a bocciare la richiesta e rafforzare così la propria tesi. Tra l'altro, non bisogna trascurare che - proprio ieri - l'asinello abbia messo in programma due nuove audizioni a porte chiuse, esponendosi così ulteriormente alle accuse di opacità da parte dei colleghi repubblicani. Quegli stessi colleghi repubblicani che - almeno per il momento - sembrano intenzionati a fare quadrato intorno al presidente. Non dimentichiamo che il processo di impeachment sia istruito dalla Camera ma che debba poi essere il Senato ad esprimere un eventuale verdetto di colpevolezza: verdetto che necessita di un quorum pari a due terzi dei voti. E i repubblicani detengono attualmente la maggioranza proprio alla camera alta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impeachment-alla-camera-solo-tanto-show-2641333482.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lossessione-moscovita-della-clinton-mano-russa-sulle-elezioni-inglesi" data-post-id="2641333482" data-published-at="1779207602" data-use-pagination="False"> L’ossessione moscovita della Clinton: «Mano russa sulle elezioni inglesi» Hillary Clinton è tornata ad agitare lo spettro russo. Qualche giorno fa, l'ex first lady ha attaccato duramente il primo ministro britannico, Boris Johnson, per la sua decisione «incredibilmente sorprendente e inaccettabile» di ritardare la pubblicazione di un rapporto parlamentare, relativo ad un'eventuale interferenza russa in vista delle elezioni che si terranno nel Regno Unito il prossimo 12 dicembre. La settimana scorsa, Downing Street aveva fatto sapere di voler rimandare la pubblicazione del rapporto di 50 pagine, in quanto contenente materiale politicamente sensibile. Una decisione che non è piaciuta troppo alla Clinton la quale - in un'intervista rilasciata al Guardian - ha dichiarato: «Chi pensano di essere per tenere informazioni del genere nascoste alla gente, specialmente prima di un'elezione? Bene, vi dirò chi pensano di essere. Pensano di essere gli uomini onnipotenti e forti che dovrebbero essere al potere». «Qualcuno mi ha detto: “Smettila con i russi". Ho detto: “Smetterò con i russi quando i russi la smetteranno con noi"», ha aggiunto l'ex first lady. Che Hillary sia sempre molto propensa a tirare in ballo complotti moscoviti non è una novità. Basti pensare che, poche settimane fa, abbia lasciato intendere che una delle attuali candidate alla nomination democratica, la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, sarebbe una pedina nelle mani del Cremlino per seminare appositamente zizzania nel Partito democratico americano. Del resto si sa: l'ex first lady è convinta di aver perso le presidenziali del 2016 a causa di una cospirazione ordita da Vladimir Putin. Una versione, questa, che - secondo alcune indiscrezioni uscite nell'ottobre del 2017 - non avrebbe convinto granché neanche suo marito Bill. Nonostante un parziale declino politico a seguito della debacle di tre anni fa, i Clinton restano comunque non poco influenti in seno al Partito democratico americano. Non sarà del resto un caso che, nel suo viaggio statunitense, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si sia recato innanzitutto in visita proprio dallo stesso Bill, annunciando una «battaglia comune contro le destre» e aggiungendo che l'ex inquilino della Casa Bianca dovrebbe venire in Italia nei prossimi mesi. Incontro legittimo ma abbastanza strano dal punto di vista politico: un incontro che la dice lunga sullo stato della sinistra italiana. Qualcuno dovrebbe infatti forse ricordare a Zingaretti che, negli ultimi anni, la dinastia Clinton sia finita sotto accusa proprio da parte della stessa sinistra statunitense, che la annovera - non senza qualche ragione - tra i responsabili della crisi sociale ed economica in cui l'America è piombata. Non dimentichiamo che fu proprio Bill Clinton, nel 1999, ad attuare quella deregulation finanziaria che contribuì non poco alla catastrofe del 2008. E che fu sempre Clinton a farsi deciso promotore di quella globalizzazione che ha poi determinato una forte delocalizzazione della produzione, con conseguente netto taglio dei posti di lavoro americani. Non sarà del resto un caso che svariati esponenti della sinistra statunitense, come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, si siano rivelati particolarmente critici verso le politiche economiche clintoniane. Il discorso è in sostanza valido anche per l'incontro avuto dal segretario del Pd con la Speaker della Camera, Nancy Pelosi: un'altra figura dell'establishment democratico, molto vicina ai Clinton. Insomma, se è questa l'idea di «sinistra» che Zingaretti vuole importare dagli States, tanto vale che si iscriva direttamente a Italia viva.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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