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2019-05-22
Immigrato incendia la sede dei vigili. Due anziane morte nel Modenese
Ansa
Correva in piena notte con addosso un giubbotto antiproiettile, in testa un cappello della municipale e sottobraccio un computer e due coppe sportive. I carabinieri lo hanno bloccato a poche centinaia di metri dalla sede della polizia municipale a cui aveva appena dato fuoco.
È un diciottenne magrebino con precedenti penali e senza fissa dimora l'autore del rogo che a Mirandola (Modena), la scorsa notte ha distrutto lo stabile che ospitava il comando dei vigili, ha mandato all'ospedale 18 persone intossicate dai fumi ed è costato la vita ad una anziana donna e alla sua badante. Era abituato a dare generalità false ai controlli per non essere identificato, lo scorso 14 maggio aveva ricevuto un ordine di espulsione e, invece, era ancora qui, per nulla intenzionato ad andarsene.
Senza un motivo apparente, intorno alle tre nella notte tra lunedì e martedì, l'uomo si è introdotto all'interno del comando della municipale del paese emiliano e, dopo aver rubato alcuni oggetti, ha fatto una catasta di carta e ha appiccato il fuoco. Le fiamme si sono propagate velocissime per tutti gli ambienti, hanno prodotto una intensa coltre di fumo che ha saturato gli appartamenti situati sopra le sale dedicate alle forze dell'ordine provocando morti e feriti.
Il magrebino è stato arrestato con l'accusa di furto aggravato, danneggiamento a seguito di incendio e morte come conseguenza di altro delitto. Inizialmente, vista la violenza del gesto, gli inquirenti avevano ipotizzato si trattasse di una vendetta personale, le rilevazioni hanno invece dimostrato che le circostanze in cui l'uomo ha agito, in quel luogo e in quel momento, sono state del tutto causali. Il diciottenne infatti non viveva a Mirandola, né nella provincia di Modena.
Era stato identificato a Roma lo scorso 14 maggio, dove a quanto pare si trovava dopo essersi allontanato più volte dalle strutture di accoglienza per minori non accompagnati. Fermato per un controllo aveva fornito generalità false e aveva sostenuto di essere maggiorenne e di origine algerina.
In quell'occasione per lui era scattato l'ordine di espulsione. Lunedì in tarda serata invece si trovava a San Felice sul Panaro, un paesino della bassa modenese distante pochi chilometri da Mirandola. Qualcuno lo ha visto per strada, nei pressi della stazione ferroviaria, accasciato a terra in condizioni alterate e temendo il peggio per la sua salute lo ha segnalato al 118. È stato soccorso e trasportato in ambulanza all'ospedale di Mirandola e lì era stato sottoposto ad accertamenti e sistemato in un letto con tanto di flebo per la reidratazione.
Invece di riposare, nel corso della notte, si è tolto la flebo ed è uscito dalla struttura. Ha vagato per qualche decina di minuti per il paese e poi, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, vedendo il comando della municipale si è fermato bussando e strepitando al portone. All'interno non c'era nessuno e il ragazzo è passato all'azione: ha preso a calci la porta d'ingresso riuscendo a sfondarla, è entrato e si è impossessato di alcune suppellettili tra cui un giubbotto antiproiettile, un cappello, un computer portatile, un telefonino e due coppe di gare sportive e poi ha dato fuoco ad un plico di carta, prima di lasciare i locali. Ha agito indisturbato perché il comando di polizia di Mirandola, che si trova al piano terra di una palazzina in pieno centro storico, non solo non è presidiato durante la notte, ma non è dotato di allarme e purtroppo nemmeno di un impianto antincendio automatico.
Le vittime sono Marta Goldoni, 86 anni e la sua badante di 74 anni, Yaroslava Kryvoruchko che vivevano nell'appartamento immediatamente sopra alle stanze andate a fuoco, mentre in gravissime condizioni è anche il marito dell'anziana ricoverato a Fidenza. Coinvolte altre 16 persone tutte intossicate dai fumi, tra queste sei bambini, tre trasferiti in pediatria all'ospedale di Carpi e due in osservazione breve intensiva. Altre due persone, invece risultano gravi. Quando è stato fermato il magrebino si è dichiarato minorenne, probabilmente per sfuggire a provvedimenti più severi, ma i controlli medici hanno dimostrato che ha già raggiunto la maggiore età e nonostante i numerosi alias è stato possibile ricostruirei suoi trascorsi, di giovane immigrato irregolare ben noto alle forze dell'ordine per diversi reati. «Altro che aprire i porti! Azzerare l'immigrazione clandestina, in Italia e in Europa, è un dovere morale», ha commentato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Per Pd e 5 stelle invece l'occasione è stata ghiotta per far montare nuove polemiche: «Ci sorprende ascoltare dal Viminale esortazioni da campagna elettorale, quando dovrebbe essere proprio il Viminale a chiarire perché quell'uomo con intenzioni omicide era libero di circolare», hanno dichiarato i pentastellati a cui ha fatto eco Simona Bonafè, capolista Pd alle europee. Nei Comuni della bassa modenese vicini a Mirandola per domani è stato dichiarato lutto cittadino.
Dal Viminale, tuttavia, fanno sapere che lo straniero non poteva essere allontanato perché, al momento della notifica del decreto di espulsione della questura di Roma lo scorso 14 maggio, aveva infatti espresso l'intenzione di chiedere asilo. Per questo motivo non è stato allontanato dall'Italia. Ora lo aspetta il carcere. Sarà sottoposto alla procedura accelerata di esame della sua istanza di protezione internazionale secondo quanto stabilito dal decreto sicurezza.
Stessa sorte toccherà a Ifada Elvis, un nigeriano di 23 anni, irregolare e pregiudicato, che ha aggredito un poliziotto mordendolo al dito e strappandogli una falange. L'episodio è avvenuto dopo che il giovane straniero era stato fermato dagli agenti e portato in questura per essere identificato. L'immigrato non si presentava già come uno stinco di santo: era infatti sprovvisto di permesso di soggiorno e aveva precedenti per spaccio e aggressione. E, anche ieri, è stato beccato mentre stava spacciando stupefacenti in un giardino della zona Nord del capoluogo piemontese. Ultimato il foto segnalamento di rito, il ragazzo ha dato in escandescenza. Quando hanno cercato di ammanettarlo, ha aggredito un agente della squadra volante alla mano sinistra, strappandogli con un morso la prima falange dell'anulare sinistro.
Il poliziotto, che ha perso il polpastrello della prima falange del dito anulare della mano sinistra, è stato trasportato all'ospedale Cto, dove verrà sottoposto a un intervento dell'équipe di chirurgia della mano del dottor Bruno Battiston: sulla parte di pelle staccata verrà effettuato un innesto. La prognosi prevista è di 15 giorni. L'immigrato è stato immediatamente arrestato.
Ultimatum di Salvini sul decreto Sicurezza: «Oggi va approvato»
«Spero che il decreto Sicurezza bis venga approvato domani (oggi per chi legge, ndr) in Consiglio dei ministri». Matteo Salvini parla da Gioia del Colle, e non poteva essere altrimenti: per la gioia del Colle, inteso come Quirinale, e con la sua collaborazione, il destino del decreto Sicurezza bis, e in qualche modo anche della prosecuzione dell'esperienza del governo Lega-M5s, resta un'incognita. Il leader della Lega, dopo aver affrontato, la scorsa notte in Consiglio dei ministri, il fuoco di sbarramento del premier Giuseppe Conte e dei ministri del M5s, aveva acconsentito a un rinvio dell'approvazione del decreto. Un rinvio che però, per Salvini, non è a data da destinarsi, ma a oggi.
La triangolazione tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier Giuseppe Conte e il vicepremier e leader del M5s Luigi Di Maio funziona a meraviglia. Sono stati proprio «i rilievi del Colle» la spiegazione data da Conte e Di Maio alla mancata approvazione del decreto sicurezza nel Cdm della notte tra lunedì e martedì, e ancora ieri il premier, a chi gli ha chiesto se il dl Sicurezza bis verrà approvato prima delle elezioni europee, quindi entro questa settimana, ha risposto così: «Non lo escludo, c'è un'interlocuzione in corso e non lo posso dire. Non è ancora sciolta la riserva. Il decreto legge Sicurezza è complesso e presenta dei profili che vanno approfonditi ancora. All'ordine del giorno del Consiglio dei ministri», ha aggiunto Conte, «c'era l'avvio dell'esame e non l'approvazione, e quindi quello che è successo è normale ed era anticipato nelle premesse. Ovviamente c'è un vaglio da parte della presidenza della Repubblica un po' più incisivo rispetto ad un provvedimento ordinario, stiamo parlando di una decretazione d'urgenza, e quindi è normale ascoltare il Quirinale e avere la possibilità di raccogliere tutte le valutazioni e gli approfondimenti che proverranno dal Quirinale».
Mattarella aveva espresso le sue perplessità sul dl Sicurezza bis già nei giorni scorsi, direttamente a Conte. I dubbi del Quirinale riguardavano in particolare le multe a chi soccorre i migranti in mare e le modifiche alle attribuzioni dei ministeri. «I tecnici del Viminale», ha fatto sapere ieri il ministero dell'Interno, «hanno ultimato le limature al testo del decreto sicurezza bis, così da fugare qualsiasi perplessità e togliere alibi. Il provvedimento è stato inviato a Palazzo Chigi. Il ministro Salvini», hanno aggiunto le fonti del Viminale, «aspetta la convocazione del Consiglio dei ministri per domani (oggi per chi legge, ndr) così come è stato assicurato ieri notte». Le limature al testo sono l'ennesima dimostrazione della buona volontà della Lega. Spariscono dal testo le multe previste per le navi che trasportano immigrati, ma si punta a sanzionare pesantemente chi si rende responsabile di «violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». «In caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane», recita il testo messo a punto ieri, «notificato al comandante e, ove possibile, all'armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000. Si applica altresì la sanzione accessoria della confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare». Difficile contestare una norma scritta in questo modo, a meno che il vero obiettivo della tenaglia Mattarella-Conte-Di Maio non sia tutto politico, e dunque si punti solo e soltanto a dare la sensazione che Salvini non sia in grado di far approvare un decreto che rappresenta una bandiera della Lega, a pochi giorni dalle elezioni europee. Non è un caso che ieri Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera, abbia spericolatamente accostato il decreto Sicurezza bis e «l'insidioso mix di populisti e sovranisti al governo» addirittura al terrorismo brigatista.
Ieri sera, Di Maio sembrava voler prendere ancora tempo: «Per il decreto Sicurezza», ha detto il capo politico del M5s, «so che c'è un'interlocuzione fra Palazzo Chigi e il Quirinale per eliminare alcuni dubbi di incostituzionalità. Prima di andare in Cdm bisogna risolvere questi dubbi. Quei due milioni per i rimpatri», ha aggiunto Di Maio, «non so cosa ci permetteranno di fare, ne servirebbero centinaia per fare rimpatri seri. Dopo che la Lega ha aperto lo scontro con il Papa, con il segretario della Cei, adesso ci manca solo lo scontro con il presidente della Repubblica», ha detto ancora Di Maio, «e abbiamo fatto la collezione». Trattasi dello stesso Luigi Di Maio che esattamente un anno fa, il 27 maggio 2018, chiedeva l'impeachment per Mattarella, «colpevole» di non aver dato l'ok alla nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia, salvo poi ingranare una clamorosa retromarcia, una delle tante, di questo primo e forse ultimo anno di governo del cambiamento di idea.
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Il piromane è un nordafricano che chiedeva la protezione. Decedute due donne che abitavano sopra la caserma colpita. Ultimatum di Matteo Salvini sul decreto Sicurezza: «Oggi va approvato». Ultima versione: via le multe per gli sbarchi. Ma restano (con confisca della nave) se si violano le acque italiane. Ora la palla a Conte in Cdm. Lo speciale comprende due articoli. Correva in piena notte con addosso un giubbotto antiproiettile, in testa un cappello della municipale e sottobraccio un computer e due coppe sportive. I carabinieri lo hanno bloccato a poche centinaia di metri dalla sede della polizia municipale a cui aveva appena dato fuoco. È un diciottenne magrebino con precedenti penali e senza fissa dimora l'autore del rogo che a Mirandola (Modena), la scorsa notte ha distrutto lo stabile che ospitava il comando dei vigili, ha mandato all'ospedale 18 persone intossicate dai fumi ed è costato la vita ad una anziana donna e alla sua badante. Era abituato a dare generalità false ai controlli per non essere identificato, lo scorso 14 maggio aveva ricevuto un ordine di espulsione e, invece, era ancora qui, per nulla intenzionato ad andarsene. Senza un motivo apparente, intorno alle tre nella notte tra lunedì e martedì, l'uomo si è introdotto all'interno del comando della municipale del paese emiliano e, dopo aver rubato alcuni oggetti, ha fatto una catasta di carta e ha appiccato il fuoco. Le fiamme si sono propagate velocissime per tutti gli ambienti, hanno prodotto una intensa coltre di fumo che ha saturato gli appartamenti situati sopra le sale dedicate alle forze dell'ordine provocando morti e feriti. Il magrebino è stato arrestato con l'accusa di furto aggravato, danneggiamento a seguito di incendio e morte come conseguenza di altro delitto. Inizialmente, vista la violenza del gesto, gli inquirenti avevano ipotizzato si trattasse di una vendetta personale, le rilevazioni hanno invece dimostrato che le circostanze in cui l'uomo ha agito, in quel luogo e in quel momento, sono state del tutto causali. Il diciottenne infatti non viveva a Mirandola, né nella provincia di Modena. Era stato identificato a Roma lo scorso 14 maggio, dove a quanto pare si trovava dopo essersi allontanato più volte dalle strutture di accoglienza per minori non accompagnati. Fermato per un controllo aveva fornito generalità false e aveva sostenuto di essere maggiorenne e di origine algerina. In quell'occasione per lui era scattato l'ordine di espulsione. Lunedì in tarda serata invece si trovava a San Felice sul Panaro, un paesino della bassa modenese distante pochi chilometri da Mirandola. Qualcuno lo ha visto per strada, nei pressi della stazione ferroviaria, accasciato a terra in condizioni alterate e temendo il peggio per la sua salute lo ha segnalato al 118. È stato soccorso e trasportato in ambulanza all'ospedale di Mirandola e lì era stato sottoposto ad accertamenti e sistemato in un letto con tanto di flebo per la reidratazione. Invece di riposare, nel corso della notte, si è tolto la flebo ed è uscito dalla struttura. Ha vagato per qualche decina di minuti per il paese e poi, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, vedendo il comando della municipale si è fermato bussando e strepitando al portone. All'interno non c'era nessuno e il ragazzo è passato all'azione: ha preso a calci la porta d'ingresso riuscendo a sfondarla, è entrato e si è impossessato di alcune suppellettili tra cui un giubbotto antiproiettile, un cappello, un computer portatile, un telefonino e due coppe di gare sportive e poi ha dato fuoco ad un plico di carta, prima di lasciare i locali. Ha agito indisturbato perché il comando di polizia di Mirandola, che si trova al piano terra di una palazzina in pieno centro storico, non solo non è presidiato durante la notte, ma non è dotato di allarme e purtroppo nemmeno di un impianto antincendio automatico. Le vittime sono Marta Goldoni, 86 anni e la sua badante di 74 anni, Yaroslava Kryvoruchko che vivevano nell'appartamento immediatamente sopra alle stanze andate a fuoco, mentre in gravissime condizioni è anche il marito dell'anziana ricoverato a Fidenza. Coinvolte altre 16 persone tutte intossicate dai fumi, tra queste sei bambini, tre trasferiti in pediatria all'ospedale di Carpi e due in osservazione breve intensiva. Altre due persone, invece risultano gravi. Quando è stato fermato il magrebino si è dichiarato minorenne, probabilmente per sfuggire a provvedimenti più severi, ma i controlli medici hanno dimostrato che ha già raggiunto la maggiore età e nonostante i numerosi alias è stato possibile ricostruirei suoi trascorsi, di giovane immigrato irregolare ben noto alle forze dell'ordine per diversi reati. «Altro che aprire i porti! Azzerare l'immigrazione clandestina, in Italia e in Europa, è un dovere morale», ha commentato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Per Pd e 5 stelle invece l'occasione è stata ghiotta per far montare nuove polemiche: «Ci sorprende ascoltare dal Viminale esortazioni da campagna elettorale, quando dovrebbe essere proprio il Viminale a chiarire perché quell'uomo con intenzioni omicide era libero di circolare», hanno dichiarato i pentastellati a cui ha fatto eco Simona Bonafè, capolista Pd alle europee. Nei Comuni della bassa modenese vicini a Mirandola per domani è stato dichiarato lutto cittadino. Dal Viminale, tuttavia, fanno sapere che lo straniero non poteva essere allontanato perché, al momento della notifica del decreto di espulsione della questura di Roma lo scorso 14 maggio, aveva infatti espresso l'intenzione di chiedere asilo. Per questo motivo non è stato allontanato dall'Italia. Ora lo aspetta il carcere. Sarà sottoposto alla procedura accelerata di esame della sua istanza di protezione internazionale secondo quanto stabilito dal decreto sicurezza. Stessa sorte toccherà a Ifada Elvis, un nigeriano di 23 anni, irregolare e pregiudicato, che ha aggredito un poliziotto mordendolo al dito e strappandogli una falange. L'episodio è avvenuto dopo che il giovane straniero era stato fermato dagli agenti e portato in questura per essere identificato. L'immigrato non si presentava già come uno stinco di santo: era infatti sprovvisto di permesso di soggiorno e aveva precedenti per spaccio e aggressione. E, anche ieri, è stato beccato mentre stava spacciando stupefacenti in un giardino della zona Nord del capoluogo piemontese. Ultimato il foto segnalamento di rito, il ragazzo ha dato in escandescenza. Quando hanno cercato di ammanettarlo, ha aggredito un agente della squadra volante alla mano sinistra, strappandogli con un morso la prima falange dell'anulare sinistro. Il poliziotto, che ha perso il polpastrello della prima falange del dito anulare della mano sinistra, è stato trasportato all'ospedale Cto, dove verrà sottoposto a un intervento dell'équipe di chirurgia della mano del dottor Bruno Battiston: sulla parte di pelle staccata verrà effettuato un innesto. La prognosi prevista è di 15 giorni. L'immigrato è stato immediatamente arrestato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrato-incendia-la-sede-dei-vigili-due-anziane-morte-nel-modenese-2637724315.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ultimatum-di-salvini-sul-decreto-sicurezza-oggi-va-approvato" data-post-id="2637724315" data-published-at="1774135553" data-use-pagination="False"> Ultimatum di Salvini sul decreto Sicurezza: «Oggi va approvato» «Spero che il decreto Sicurezza bis venga approvato domani (oggi per chi legge, ndr) in Consiglio dei ministri». Matteo Salvini parla da Gioia del Colle, e non poteva essere altrimenti: per la gioia del Colle, inteso come Quirinale, e con la sua collaborazione, il destino del decreto Sicurezza bis, e in qualche modo anche della prosecuzione dell'esperienza del governo Lega-M5s, resta un'incognita. Il leader della Lega, dopo aver affrontato, la scorsa notte in Consiglio dei ministri, il fuoco di sbarramento del premier Giuseppe Conte e dei ministri del M5s, aveva acconsentito a un rinvio dell'approvazione del decreto. Un rinvio che però, per Salvini, non è a data da destinarsi, ma a oggi. La triangolazione tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier Giuseppe Conte e il vicepremier e leader del M5s Luigi Di Maio funziona a meraviglia. Sono stati proprio «i rilievi del Colle» la spiegazione data da Conte e Di Maio alla mancata approvazione del decreto sicurezza nel Cdm della notte tra lunedì e martedì, e ancora ieri il premier, a chi gli ha chiesto se il dl Sicurezza bis verrà approvato prima delle elezioni europee, quindi entro questa settimana, ha risposto così: «Non lo escludo, c'è un'interlocuzione in corso e non lo posso dire. Non è ancora sciolta la riserva. Il decreto legge Sicurezza è complesso e presenta dei profili che vanno approfonditi ancora. All'ordine del giorno del Consiglio dei ministri», ha aggiunto Conte, «c'era l'avvio dell'esame e non l'approvazione, e quindi quello che è successo è normale ed era anticipato nelle premesse. Ovviamente c'è un vaglio da parte della presidenza della Repubblica un po' più incisivo rispetto ad un provvedimento ordinario, stiamo parlando di una decretazione d'urgenza, e quindi è normale ascoltare il Quirinale e avere la possibilità di raccogliere tutte le valutazioni e gli approfondimenti che proverranno dal Quirinale». Mattarella aveva espresso le sue perplessità sul dl Sicurezza bis già nei giorni scorsi, direttamente a Conte. I dubbi del Quirinale riguardavano in particolare le multe a chi soccorre i migranti in mare e le modifiche alle attribuzioni dei ministeri. «I tecnici del Viminale», ha fatto sapere ieri il ministero dell'Interno, «hanno ultimato le limature al testo del decreto sicurezza bis, così da fugare qualsiasi perplessità e togliere alibi. Il provvedimento è stato inviato a Palazzo Chigi. Il ministro Salvini», hanno aggiunto le fonti del Viminale, «aspetta la convocazione del Consiglio dei ministri per domani (oggi per chi legge, ndr) così come è stato assicurato ieri notte». Le limature al testo sono l'ennesima dimostrazione della buona volontà della Lega. Spariscono dal testo le multe previste per le navi che trasportano immigrati, ma si punta a sanzionare pesantemente chi si rende responsabile di «violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». «In caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane», recita il testo messo a punto ieri, «notificato al comandante e, ove possibile, all'armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000. Si applica altresì la sanzione accessoria della confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare». Difficile contestare una norma scritta in questo modo, a meno che il vero obiettivo della tenaglia Mattarella-Conte-Di Maio non sia tutto politico, e dunque si punti solo e soltanto a dare la sensazione che Salvini non sia in grado di far approvare un decreto che rappresenta una bandiera della Lega, a pochi giorni dalle elezioni europee. Non è un caso che ieri Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera, abbia spericolatamente accostato il decreto Sicurezza bis e «l'insidioso mix di populisti e sovranisti al governo» addirittura al terrorismo brigatista. Ieri sera, Di Maio sembrava voler prendere ancora tempo: «Per il decreto Sicurezza», ha detto il capo politico del M5s, «so che c'è un'interlocuzione fra Palazzo Chigi e il Quirinale per eliminare alcuni dubbi di incostituzionalità. Prima di andare in Cdm bisogna risolvere questi dubbi. Quei due milioni per i rimpatri», ha aggiunto Di Maio, «non so cosa ci permetteranno di fare, ne servirebbero centinaia per fare rimpatri seri. Dopo che la Lega ha aperto lo scontro con il Papa, con il segretario della Cei, adesso ci manca solo lo scontro con il presidente della Repubblica», ha detto ancora Di Maio, «e abbiamo fatto la collezione». Trattasi dello stesso Luigi Di Maio che esattamente un anno fa, il 27 maggio 2018, chiedeva l'impeachment per Mattarella, «colpevole» di non aver dato l'ok alla nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia, salvo poi ingranare una clamorosa retromarcia, una delle tante, di questo primo e forse ultimo anno di governo del cambiamento di idea.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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