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2019-05-22
Immigrato incendia la sede dei vigili. Due anziane morte nel Modenese
Ansa
Correva in piena notte con addosso un giubbotto antiproiettile, in testa un cappello della municipale e sottobraccio un computer e due coppe sportive. I carabinieri lo hanno bloccato a poche centinaia di metri dalla sede della polizia municipale a cui aveva appena dato fuoco.
È un diciottenne magrebino con precedenti penali e senza fissa dimora l'autore del rogo che a Mirandola (Modena), la scorsa notte ha distrutto lo stabile che ospitava il comando dei vigili, ha mandato all'ospedale 18 persone intossicate dai fumi ed è costato la vita ad una anziana donna e alla sua badante. Era abituato a dare generalità false ai controlli per non essere identificato, lo scorso 14 maggio aveva ricevuto un ordine di espulsione e, invece, era ancora qui, per nulla intenzionato ad andarsene.
Senza un motivo apparente, intorno alle tre nella notte tra lunedì e martedì, l'uomo si è introdotto all'interno del comando della municipale del paese emiliano e, dopo aver rubato alcuni oggetti, ha fatto una catasta di carta e ha appiccato il fuoco. Le fiamme si sono propagate velocissime per tutti gli ambienti, hanno prodotto una intensa coltre di fumo che ha saturato gli appartamenti situati sopra le sale dedicate alle forze dell'ordine provocando morti e feriti.
Il magrebino è stato arrestato con l'accusa di furto aggravato, danneggiamento a seguito di incendio e morte come conseguenza di altro delitto. Inizialmente, vista la violenza del gesto, gli inquirenti avevano ipotizzato si trattasse di una vendetta personale, le rilevazioni hanno invece dimostrato che le circostanze in cui l'uomo ha agito, in quel luogo e in quel momento, sono state del tutto causali. Il diciottenne infatti non viveva a Mirandola, né nella provincia di Modena.
Era stato identificato a Roma lo scorso 14 maggio, dove a quanto pare si trovava dopo essersi allontanato più volte dalle strutture di accoglienza per minori non accompagnati. Fermato per un controllo aveva fornito generalità false e aveva sostenuto di essere maggiorenne e di origine algerina.
In quell'occasione per lui era scattato l'ordine di espulsione. Lunedì in tarda serata invece si trovava a San Felice sul Panaro, un paesino della bassa modenese distante pochi chilometri da Mirandola. Qualcuno lo ha visto per strada, nei pressi della stazione ferroviaria, accasciato a terra in condizioni alterate e temendo il peggio per la sua salute lo ha segnalato al 118. È stato soccorso e trasportato in ambulanza all'ospedale di Mirandola e lì era stato sottoposto ad accertamenti e sistemato in un letto con tanto di flebo per la reidratazione.
Invece di riposare, nel corso della notte, si è tolto la flebo ed è uscito dalla struttura. Ha vagato per qualche decina di minuti per il paese e poi, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, vedendo il comando della municipale si è fermato bussando e strepitando al portone. All'interno non c'era nessuno e il ragazzo è passato all'azione: ha preso a calci la porta d'ingresso riuscendo a sfondarla, è entrato e si è impossessato di alcune suppellettili tra cui un giubbotto antiproiettile, un cappello, un computer portatile, un telefonino e due coppe di gare sportive e poi ha dato fuoco ad un plico di carta, prima di lasciare i locali. Ha agito indisturbato perché il comando di polizia di Mirandola, che si trova al piano terra di una palazzina in pieno centro storico, non solo non è presidiato durante la notte, ma non è dotato di allarme e purtroppo nemmeno di un impianto antincendio automatico.
Le vittime sono Marta Goldoni, 86 anni e la sua badante di 74 anni, Yaroslava Kryvoruchko che vivevano nell'appartamento immediatamente sopra alle stanze andate a fuoco, mentre in gravissime condizioni è anche il marito dell'anziana ricoverato a Fidenza. Coinvolte altre 16 persone tutte intossicate dai fumi, tra queste sei bambini, tre trasferiti in pediatria all'ospedale di Carpi e due in osservazione breve intensiva. Altre due persone, invece risultano gravi. Quando è stato fermato il magrebino si è dichiarato minorenne, probabilmente per sfuggire a provvedimenti più severi, ma i controlli medici hanno dimostrato che ha già raggiunto la maggiore età e nonostante i numerosi alias è stato possibile ricostruirei suoi trascorsi, di giovane immigrato irregolare ben noto alle forze dell'ordine per diversi reati. «Altro che aprire i porti! Azzerare l'immigrazione clandestina, in Italia e in Europa, è un dovere morale», ha commentato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Per Pd e 5 stelle invece l'occasione è stata ghiotta per far montare nuove polemiche: «Ci sorprende ascoltare dal Viminale esortazioni da campagna elettorale, quando dovrebbe essere proprio il Viminale a chiarire perché quell'uomo con intenzioni omicide era libero di circolare», hanno dichiarato i pentastellati a cui ha fatto eco Simona Bonafè, capolista Pd alle europee. Nei Comuni della bassa modenese vicini a Mirandola per domani è stato dichiarato lutto cittadino.
Dal Viminale, tuttavia, fanno sapere che lo straniero non poteva essere allontanato perché, al momento della notifica del decreto di espulsione della questura di Roma lo scorso 14 maggio, aveva infatti espresso l'intenzione di chiedere asilo. Per questo motivo non è stato allontanato dall'Italia. Ora lo aspetta il carcere. Sarà sottoposto alla procedura accelerata di esame della sua istanza di protezione internazionale secondo quanto stabilito dal decreto sicurezza.
Stessa sorte toccherà a Ifada Elvis, un nigeriano di 23 anni, irregolare e pregiudicato, che ha aggredito un poliziotto mordendolo al dito e strappandogli una falange. L'episodio è avvenuto dopo che il giovane straniero era stato fermato dagli agenti e portato in questura per essere identificato. L'immigrato non si presentava già come uno stinco di santo: era infatti sprovvisto di permesso di soggiorno e aveva precedenti per spaccio e aggressione. E, anche ieri, è stato beccato mentre stava spacciando stupefacenti in un giardino della zona Nord del capoluogo piemontese. Ultimato il foto segnalamento di rito, il ragazzo ha dato in escandescenza. Quando hanno cercato di ammanettarlo, ha aggredito un agente della squadra volante alla mano sinistra, strappandogli con un morso la prima falange dell'anulare sinistro.
Il poliziotto, che ha perso il polpastrello della prima falange del dito anulare della mano sinistra, è stato trasportato all'ospedale Cto, dove verrà sottoposto a un intervento dell'équipe di chirurgia della mano del dottor Bruno Battiston: sulla parte di pelle staccata verrà effettuato un innesto. La prognosi prevista è di 15 giorni. L'immigrato è stato immediatamente arrestato.
Ultimatum di Salvini sul decreto Sicurezza: «Oggi va approvato»
«Spero che il decreto Sicurezza bis venga approvato domani (oggi per chi legge, ndr) in Consiglio dei ministri». Matteo Salvini parla da Gioia del Colle, e non poteva essere altrimenti: per la gioia del Colle, inteso come Quirinale, e con la sua collaborazione, il destino del decreto Sicurezza bis, e in qualche modo anche della prosecuzione dell'esperienza del governo Lega-M5s, resta un'incognita. Il leader della Lega, dopo aver affrontato, la scorsa notte in Consiglio dei ministri, il fuoco di sbarramento del premier Giuseppe Conte e dei ministri del M5s, aveva acconsentito a un rinvio dell'approvazione del decreto. Un rinvio che però, per Salvini, non è a data da destinarsi, ma a oggi.
La triangolazione tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier Giuseppe Conte e il vicepremier e leader del M5s Luigi Di Maio funziona a meraviglia. Sono stati proprio «i rilievi del Colle» la spiegazione data da Conte e Di Maio alla mancata approvazione del decreto sicurezza nel Cdm della notte tra lunedì e martedì, e ancora ieri il premier, a chi gli ha chiesto se il dl Sicurezza bis verrà approvato prima delle elezioni europee, quindi entro questa settimana, ha risposto così: «Non lo escludo, c'è un'interlocuzione in corso e non lo posso dire. Non è ancora sciolta la riserva. Il decreto legge Sicurezza è complesso e presenta dei profili che vanno approfonditi ancora. All'ordine del giorno del Consiglio dei ministri», ha aggiunto Conte, «c'era l'avvio dell'esame e non l'approvazione, e quindi quello che è successo è normale ed era anticipato nelle premesse. Ovviamente c'è un vaglio da parte della presidenza della Repubblica un po' più incisivo rispetto ad un provvedimento ordinario, stiamo parlando di una decretazione d'urgenza, e quindi è normale ascoltare il Quirinale e avere la possibilità di raccogliere tutte le valutazioni e gli approfondimenti che proverranno dal Quirinale».
Mattarella aveva espresso le sue perplessità sul dl Sicurezza bis già nei giorni scorsi, direttamente a Conte. I dubbi del Quirinale riguardavano in particolare le multe a chi soccorre i migranti in mare e le modifiche alle attribuzioni dei ministeri. «I tecnici del Viminale», ha fatto sapere ieri il ministero dell'Interno, «hanno ultimato le limature al testo del decreto sicurezza bis, così da fugare qualsiasi perplessità e togliere alibi. Il provvedimento è stato inviato a Palazzo Chigi. Il ministro Salvini», hanno aggiunto le fonti del Viminale, «aspetta la convocazione del Consiglio dei ministri per domani (oggi per chi legge, ndr) così come è stato assicurato ieri notte». Le limature al testo sono l'ennesima dimostrazione della buona volontà della Lega. Spariscono dal testo le multe previste per le navi che trasportano immigrati, ma si punta a sanzionare pesantemente chi si rende responsabile di «violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». «In caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane», recita il testo messo a punto ieri, «notificato al comandante e, ove possibile, all'armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000. Si applica altresì la sanzione accessoria della confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare». Difficile contestare una norma scritta in questo modo, a meno che il vero obiettivo della tenaglia Mattarella-Conte-Di Maio non sia tutto politico, e dunque si punti solo e soltanto a dare la sensazione che Salvini non sia in grado di far approvare un decreto che rappresenta una bandiera della Lega, a pochi giorni dalle elezioni europee. Non è un caso che ieri Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera, abbia spericolatamente accostato il decreto Sicurezza bis e «l'insidioso mix di populisti e sovranisti al governo» addirittura al terrorismo brigatista.
Ieri sera, Di Maio sembrava voler prendere ancora tempo: «Per il decreto Sicurezza», ha detto il capo politico del M5s, «so che c'è un'interlocuzione fra Palazzo Chigi e il Quirinale per eliminare alcuni dubbi di incostituzionalità. Prima di andare in Cdm bisogna risolvere questi dubbi. Quei due milioni per i rimpatri», ha aggiunto Di Maio, «non so cosa ci permetteranno di fare, ne servirebbero centinaia per fare rimpatri seri. Dopo che la Lega ha aperto lo scontro con il Papa, con il segretario della Cei, adesso ci manca solo lo scontro con il presidente della Repubblica», ha detto ancora Di Maio, «e abbiamo fatto la collezione». Trattasi dello stesso Luigi Di Maio che esattamente un anno fa, il 27 maggio 2018, chiedeva l'impeachment per Mattarella, «colpevole» di non aver dato l'ok alla nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia, salvo poi ingranare una clamorosa retromarcia, una delle tante, di questo primo e forse ultimo anno di governo del cambiamento di idea.
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Il piromane è un nordafricano che chiedeva la protezione. Decedute due donne che abitavano sopra la caserma colpita. Ultimatum di Matteo Salvini sul decreto Sicurezza: «Oggi va approvato». Ultima versione: via le multe per gli sbarchi. Ma restano (con confisca della nave) se si violano le acque italiane. Ora la palla a Conte in Cdm. Lo speciale comprende due articoli. Correva in piena notte con addosso un giubbotto antiproiettile, in testa un cappello della municipale e sottobraccio un computer e due coppe sportive. I carabinieri lo hanno bloccato a poche centinaia di metri dalla sede della polizia municipale a cui aveva appena dato fuoco. È un diciottenne magrebino con precedenti penali e senza fissa dimora l'autore del rogo che a Mirandola (Modena), la scorsa notte ha distrutto lo stabile che ospitava il comando dei vigili, ha mandato all'ospedale 18 persone intossicate dai fumi ed è costato la vita ad una anziana donna e alla sua badante. Era abituato a dare generalità false ai controlli per non essere identificato, lo scorso 14 maggio aveva ricevuto un ordine di espulsione e, invece, era ancora qui, per nulla intenzionato ad andarsene. Senza un motivo apparente, intorno alle tre nella notte tra lunedì e martedì, l'uomo si è introdotto all'interno del comando della municipale del paese emiliano e, dopo aver rubato alcuni oggetti, ha fatto una catasta di carta e ha appiccato il fuoco. Le fiamme si sono propagate velocissime per tutti gli ambienti, hanno prodotto una intensa coltre di fumo che ha saturato gli appartamenti situati sopra le sale dedicate alle forze dell'ordine provocando morti e feriti. Il magrebino è stato arrestato con l'accusa di furto aggravato, danneggiamento a seguito di incendio e morte come conseguenza di altro delitto. Inizialmente, vista la violenza del gesto, gli inquirenti avevano ipotizzato si trattasse di una vendetta personale, le rilevazioni hanno invece dimostrato che le circostanze in cui l'uomo ha agito, in quel luogo e in quel momento, sono state del tutto causali. Il diciottenne infatti non viveva a Mirandola, né nella provincia di Modena. Era stato identificato a Roma lo scorso 14 maggio, dove a quanto pare si trovava dopo essersi allontanato più volte dalle strutture di accoglienza per minori non accompagnati. Fermato per un controllo aveva fornito generalità false e aveva sostenuto di essere maggiorenne e di origine algerina. In quell'occasione per lui era scattato l'ordine di espulsione. Lunedì in tarda serata invece si trovava a San Felice sul Panaro, un paesino della bassa modenese distante pochi chilometri da Mirandola. Qualcuno lo ha visto per strada, nei pressi della stazione ferroviaria, accasciato a terra in condizioni alterate e temendo il peggio per la sua salute lo ha segnalato al 118. È stato soccorso e trasportato in ambulanza all'ospedale di Mirandola e lì era stato sottoposto ad accertamenti e sistemato in un letto con tanto di flebo per la reidratazione. Invece di riposare, nel corso della notte, si è tolto la flebo ed è uscito dalla struttura. Ha vagato per qualche decina di minuti per il paese e poi, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, vedendo il comando della municipale si è fermato bussando e strepitando al portone. All'interno non c'era nessuno e il ragazzo è passato all'azione: ha preso a calci la porta d'ingresso riuscendo a sfondarla, è entrato e si è impossessato di alcune suppellettili tra cui un giubbotto antiproiettile, un cappello, un computer portatile, un telefonino e due coppe di gare sportive e poi ha dato fuoco ad un plico di carta, prima di lasciare i locali. Ha agito indisturbato perché il comando di polizia di Mirandola, che si trova al piano terra di una palazzina in pieno centro storico, non solo non è presidiato durante la notte, ma non è dotato di allarme e purtroppo nemmeno di un impianto antincendio automatico. Le vittime sono Marta Goldoni, 86 anni e la sua badante di 74 anni, Yaroslava Kryvoruchko che vivevano nell'appartamento immediatamente sopra alle stanze andate a fuoco, mentre in gravissime condizioni è anche il marito dell'anziana ricoverato a Fidenza. Coinvolte altre 16 persone tutte intossicate dai fumi, tra queste sei bambini, tre trasferiti in pediatria all'ospedale di Carpi e due in osservazione breve intensiva. Altre due persone, invece risultano gravi. Quando è stato fermato il magrebino si è dichiarato minorenne, probabilmente per sfuggire a provvedimenti più severi, ma i controlli medici hanno dimostrato che ha già raggiunto la maggiore età e nonostante i numerosi alias è stato possibile ricostruirei suoi trascorsi, di giovane immigrato irregolare ben noto alle forze dell'ordine per diversi reati. «Altro che aprire i porti! Azzerare l'immigrazione clandestina, in Italia e in Europa, è un dovere morale», ha commentato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Per Pd e 5 stelle invece l'occasione è stata ghiotta per far montare nuove polemiche: «Ci sorprende ascoltare dal Viminale esortazioni da campagna elettorale, quando dovrebbe essere proprio il Viminale a chiarire perché quell'uomo con intenzioni omicide era libero di circolare», hanno dichiarato i pentastellati a cui ha fatto eco Simona Bonafè, capolista Pd alle europee. Nei Comuni della bassa modenese vicini a Mirandola per domani è stato dichiarato lutto cittadino. Dal Viminale, tuttavia, fanno sapere che lo straniero non poteva essere allontanato perché, al momento della notifica del decreto di espulsione della questura di Roma lo scorso 14 maggio, aveva infatti espresso l'intenzione di chiedere asilo. Per questo motivo non è stato allontanato dall'Italia. Ora lo aspetta il carcere. Sarà sottoposto alla procedura accelerata di esame della sua istanza di protezione internazionale secondo quanto stabilito dal decreto sicurezza. Stessa sorte toccherà a Ifada Elvis, un nigeriano di 23 anni, irregolare e pregiudicato, che ha aggredito un poliziotto mordendolo al dito e strappandogli una falange. L'episodio è avvenuto dopo che il giovane straniero era stato fermato dagli agenti e portato in questura per essere identificato. L'immigrato non si presentava già come uno stinco di santo: era infatti sprovvisto di permesso di soggiorno e aveva precedenti per spaccio e aggressione. E, anche ieri, è stato beccato mentre stava spacciando stupefacenti in un giardino della zona Nord del capoluogo piemontese. Ultimato il foto segnalamento di rito, il ragazzo ha dato in escandescenza. Quando hanno cercato di ammanettarlo, ha aggredito un agente della squadra volante alla mano sinistra, strappandogli con un morso la prima falange dell'anulare sinistro. Il poliziotto, che ha perso il polpastrello della prima falange del dito anulare della mano sinistra, è stato trasportato all'ospedale Cto, dove verrà sottoposto a un intervento dell'équipe di chirurgia della mano del dottor Bruno Battiston: sulla parte di pelle staccata verrà effettuato un innesto. La prognosi prevista è di 15 giorni. 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Il leader della Lega, dopo aver affrontato, la scorsa notte in Consiglio dei ministri, il fuoco di sbarramento del premier Giuseppe Conte e dei ministri del M5s, aveva acconsentito a un rinvio dell'approvazione del decreto. Un rinvio che però, per Salvini, non è a data da destinarsi, ma a oggi. La triangolazione tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier Giuseppe Conte e il vicepremier e leader del M5s Luigi Di Maio funziona a meraviglia. Sono stati proprio «i rilievi del Colle» la spiegazione data da Conte e Di Maio alla mancata approvazione del decreto sicurezza nel Cdm della notte tra lunedì e martedì, e ancora ieri il premier, a chi gli ha chiesto se il dl Sicurezza bis verrà approvato prima delle elezioni europee, quindi entro questa settimana, ha risposto così: «Non lo escludo, c'è un'interlocuzione in corso e non lo posso dire. Non è ancora sciolta la riserva. Il decreto legge Sicurezza è complesso e presenta dei profili che vanno approfonditi ancora. All'ordine del giorno del Consiglio dei ministri», ha aggiunto Conte, «c'era l'avvio dell'esame e non l'approvazione, e quindi quello che è successo è normale ed era anticipato nelle premesse. Ovviamente c'è un vaglio da parte della presidenza della Repubblica un po' più incisivo rispetto ad un provvedimento ordinario, stiamo parlando di una decretazione d'urgenza, e quindi è normale ascoltare il Quirinale e avere la possibilità di raccogliere tutte le valutazioni e gli approfondimenti che proverranno dal Quirinale». Mattarella aveva espresso le sue perplessità sul dl Sicurezza bis già nei giorni scorsi, direttamente a Conte. I dubbi del Quirinale riguardavano in particolare le multe a chi soccorre i migranti in mare e le modifiche alle attribuzioni dei ministeri. «I tecnici del Viminale», ha fatto sapere ieri il ministero dell'Interno, «hanno ultimato le limature al testo del decreto sicurezza bis, così da fugare qualsiasi perplessità e togliere alibi. Il provvedimento è stato inviato a Palazzo Chigi. Il ministro Salvini», hanno aggiunto le fonti del Viminale, «aspetta la convocazione del Consiglio dei ministri per domani (oggi per chi legge, ndr) così come è stato assicurato ieri notte». Le limature al testo sono l'ennesima dimostrazione della buona volontà della Lega. Spariscono dal testo le multe previste per le navi che trasportano immigrati, ma si punta a sanzionare pesantemente chi si rende responsabile di «violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». «In caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane», recita il testo messo a punto ieri, «notificato al comandante e, ove possibile, all'armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000. Si applica altresì la sanzione accessoria della confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare». Difficile contestare una norma scritta in questo modo, a meno che il vero obiettivo della tenaglia Mattarella-Conte-Di Maio non sia tutto politico, e dunque si punti solo e soltanto a dare la sensazione che Salvini non sia in grado di far approvare un decreto che rappresenta una bandiera della Lega, a pochi giorni dalle elezioni europee. Non è un caso che ieri Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera, abbia spericolatamente accostato il decreto Sicurezza bis e «l'insidioso mix di populisti e sovranisti al governo» addirittura al terrorismo brigatista. Ieri sera, Di Maio sembrava voler prendere ancora tempo: «Per il decreto Sicurezza», ha detto il capo politico del M5s, «so che c'è un'interlocuzione fra Palazzo Chigi e il Quirinale per eliminare alcuni dubbi di incostituzionalità. Prima di andare in Cdm bisogna risolvere questi dubbi. Quei due milioni per i rimpatri», ha aggiunto Di Maio, «non so cosa ci permetteranno di fare, ne servirebbero centinaia per fare rimpatri seri. Dopo che la Lega ha aperto lo scontro con il Papa, con il segretario della Cei, adesso ci manca solo lo scontro con il presidente della Repubblica», ha detto ancora Di Maio, «e abbiamo fatto la collezione». Trattasi dello stesso Luigi Di Maio che esattamente un anno fa, il 27 maggio 2018, chiedeva l'impeachment per Mattarella, «colpevole» di non aver dato l'ok alla nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia, salvo poi ingranare una clamorosa retromarcia, una delle tante, di questo primo e forse ultimo anno di governo del cambiamento di idea.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.