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2019-06-17
Immigrati: furbetti dell’assegno sociale
. Le pensioni minime costano 330 milioni
La storia si ripete. Maturano i diritti per l'assegno sociale e tornano nel loro Paese, dove il valore d'acquisto è di gran lunga superiore. E poi spetta alle forze dell'ordine o all'Inps, con indagini difficili e macchinose, accertare se non sono più nelle condizioni per godere del benefit. Gli ultimi dati annuali in possesso del ministero dell'Interno che fotografano il fenomeno contano circa 500 casi, per un totale di 10 milioni di euro. E anche nell'ultimo anno le inchieste sui furbetti hanno riempito pagine e pagine della cronaca locale dei quotidiani. Il caso più eclatante risale al mese di febbraio 2018. Per ben quattro anni 182 stranieri che risultavano residenti ad Ancona (dove il 17,05% del totale degli assegni sociali finisce agli extracomunitari: di questi il 7,90% sono albanesi e l'1,50% marocchini) hanno percepito i 450 euro per 13 mensilità. Ma non ne avevano titolo, perché, senza comunicarlo all'Inps, avevano lasciato l'Italia: 33 se ne erano tornati in Albania, 18 in Marocco, dieci in Macedonia e gli altri tra le Americhe, la Polonia, il Nord Africa, l'Africa centrale e l'India. In totale sono stati recuperati e risparmiati circa un milione di euro.
L'altra maxi inchiesta è del dicembre dello scorso anno. A Sabaudia gli investigatori delle Fiamme gialle ne hanno stanati altri 36: incassavano i 450 euro per le 13 mensilità previste, perché, sulla carta, avevano tutti i requisiti in regola: 66 anni e sette mesi di età e risultavano residenti o con permesso di soggiorno da almeno dieci anni. In realtà, però, ognuno se n'era tornato a casa sua. La frode, alla fine, è stata stimata in 340.000 euro, sottratti dal bilancio dello Stato. L'indagine ha portato anche alla cancellazione dalle liste della popolazione residente in Italia. Alcuni di loro, malati, erano pure a carico del Servizio sanitario nazionale. E percepivano somme superiori ai 4.000 euro. Per questo sono stati denunciati per indebita percezione di erogazioni. Le somme sono state sequestrate.
La bonifica, per fortuna, non si è fermata all'Agro Pontino. Il più sfortunato è un senegalese residente ufficialmente a Livorno: compiuti i 67 anni aveva cominciato a percepire l'assegno sociale. Pochi mesi dopo sono intervenuti i finanzieri e hanno scoperto che viveva stabilmente nel suo Paese d'origine. Ma qua e là lungo lo Stivale si trova traccia delle fregature in cui è incappato l'istituto di previdenza. Non sono mancati, poi, i casi limite.
Il 4 aprile scorso gli investigatori della questura di Udine si sono imbattuti in un novantaduenne della Repubblica dominicana. In passato l'anziano aveva ottenuto il ricongiungimento familiare con la figlia in Italia e, dal settembre 2008, aveva maturato il diritto a ricevere l'assegno. E quindi il suo fascicolo Inps all'apparenza era regolare. Dalle indagini è emerso, però, che dal 2013 aveva soggiornato per lunghi periodi nella nazione di origine, venendo meno il presupposto previsto dall'Inps della stabile residenza. L'assegno, infatti, viene sospeso se il titolare soggiorna all'estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. E nei confronti dell'anziano sono state avviate le pratiche per tentare di recuperare il denaro sottratto.
A giugno dell'anno scorso un'inchiesta si è abbattuta su Genova, dove la Guardia di finanza, di extracomunitari furbetti, ne ha stanati sette. Fin qui tutto come di routine (carte all'apparenza in regola ma nessuna presenza in Italia ormai da tempo). Se non fosse che è saltata all'occhio la provenienza di uno di questi: Israele. Primo caso nella storia. Se ne è tornato lì con l'assegno sociale italiano, pensando di farla franca. In questo caso, sottolinearono i finanzieri, non era stato facile scoprirlo.
La prova principale, di solito, sono i visti sui documenti e di conseguenza sulle banche dati ministeriali al momento dell'espatrio. Ma se uno straniero, come in questo caso, esce dall'Italia da un'altra nazione dell'Unione europea, l'espatrio non è segnalato alle autorità italiane e neppure all'Inps. Che, ignaro, continua a bonificare i 430 euro finché non vengono disposti controlli approfonditi. Un'indagine dell'ottobre 2018 partita da Grosseto è riuscita a risalire alla indebita percezione dell'assegno sociale con una investigazione tutta bancaria. Un albanese e una donna dell'Est, dopo aver richiesto e ottenuto l'erogazione dell'assegno, erano rientrati nei loro Paesi d'origine, dove riscuotevano la somma. I carabinieri, attraverso le movimentazioni dei conti correnti, sono riusciti a dimostrare che il denaro veniva versato in filiali di banche italiane, ma che le carte usate per prelevarlo finivano in bancomat e pos esteri in modo stabile e continuativo. Anche in questo caso il diritto è stato revocato e i due furbetti sono stati segnalati in Procura.
Nel marzo 2018, a Pescara, cinque stranieri sono stati denunciati per aver incassato 200.000 euro di assegni sociali. In alcuni casi, hanno scoperto le Fiamme gialle, se ne erano tornati all'estero. In altri casi, invece, avevano messo in atto una vera e propria truffa e, con artifizi e raggiri, taroccando i documenti sulla loro condizione economica, erano riusciti a ottenere l'assegno sociale. In realtà, però, hanno scoperto gli investigatori, non erano indigenti. I loro redditi non avrebbero permesso a queste persone di ottenere il benefit. Così, i cinque sono stati denunciati.
Un cittadino albanese, quarantenne, che aveva ottenuto dalla provincia autonoma di Trento un sostegno sociale, invece, si era trasferito con i genitori ottantenni, che incassavano l'assegno sociale, in Germania. Tutti e tre continuavano a incassare i bonifici delle erogazioni pubbliche. Se n'è accorta la polizia locale della Valle del Chiese, che aveva ricevuto una segnalazione dall'ente che affida le case popolari (i tre avevano ottenuto anche quella) perché non era stato possibile contattare gli inquilini di un appartamento apparentemente lasciato dagli occupanti senza la restituzione delle chiavi. Le verifiche svolte hanno consentito all'ente di rientrare in possesso dell'appartamento in modo che potesse essere riassegnato e, in seguito ad accertamenti all'Inps e alla Pat, di provare la truffa, consistita nell'omettere di informare il Comune di residenza del trasferimento all'estero. Tutti e tre i componenti del nucleo familiare sono stati cancellati dall'anagrafe del Comune di Sella Giudicarie. E le erogazioni sono state immediatamente interrotte.
E ancora: sempre lo scorso anno spicca il caso di una coppia di anziani coniugi tunisini che risiedevano, per finta, nella provincia di Firenze. I due hanno incassato in totale 120.000 euro. Ma gli investigatori, mentre indagavano sugli assegni sociali, hanno scoperto anche che i due conducevano una vita da nababbi, accertando movimenti di capitali verso il Principato di Monaco per 370.000 euro. Il resto di questa storia è ancora tutto da approfondire, ma conferma che non sempre gli assegni sociali finiscono nelle mani di pensionati stranieri veramente indigenti.
Spendiamo quasi 330 milioni l’anno per gli extracomunitari over 67
Il dato più alto è stato registrato nel 2017. I cittadini extracomunitari noti all'Inps erano 2.259.652: il 90% dei quali, ovvero 2.042.156, erano iscritti come lavoratori. I pensionati erano 96.743 (il 4,3% delle posizioni Inps) e 120.753 erano i percettori di prestazioni a sostegno del reddito (il 5,3% del totale). I numeri definitivi, snocciolati dal Sole 24 Ore e diffusi dall'Inps, si fermano a quell'anno. Nel 2017 la metà di quegli extracomunitari apparteneva a sei Paesi: al primo posto c'era l'Albania, con 299.731 presenze, seguita dal Marocco con 262.824, dalla Cina con 209.405, dall'Ucraina con 166.546, dalle Filippine con 117.360 e dalla Moldavia con 106.041.
Ma per leggere il fenomeno complessivamente bisogna tenere in considerazione almeno gli ultimi dieci anni. E così, si scopre, dato sbandierato da Tito Boeri, che si è passati da 1,3 a 1,7 milioni di cittadini non comunitari iscritti all'Inps come lavoratori. Il dato che Boeri tralasciava, e che invece è significativo, è però quello sui percettori di sostegno al reddito, un numero che è cresciuto ampiamente: dalle 17.000 erogazioni del 2008 c'è stato un salto che ha raggiunto le 94.000 del 2017. Questo dato dimostra che una grossa fetta degli stranieri in Italia non ha un reddito sufficiente per vivere. Dai controlli quotidiani messi in campo dalle forze dell'ordine si scopre anche che molti di loro, poi, in realtà un reddito superiore ce l'hanno, ma truccano le carte pur di incassare il sostegno dello Stato. In altri casi si tratta di lavoratori in nero che con più lavoretti riescono a raggiungere gruzzoletti mensili di tutto rispetto, ma non rinunciano comunque al bonifico sociale.
A essere triplicato è invece il numero di titolari non comunitari di pensione e in particolare di pensioni assistenziali: dai 33.000 pensionati del 2008 si è arrivati ai 96.000 del 2017. La metà di loro nel 2017 (59.163 persone) è risultata titolare solo di pensioni assistenziali (invalidità civile e pensioni sociali), altri 20.747 di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti, 9.992, invece, di pensioni indennitarie, cioè corrisposte a seguito di un infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Oltre a questi ci sono 5.579 titolari di pensioni sia di invalidità, sia assistenziali e 1.003 titolari di pensioni d'invalidità e indennitarie. Insomma, c'è chi riesce a cumulare più diritti. Ci sono, poi, 78 casi record: extracomunitari che hanno diritto alla pensione assistenziale, a quella d'invalidità e a quella indennitaria, per un importo annuale totale di 17.000 euro.
Le riforme introdotte nel 2018, con l'innalzamento dell'età a 66 anni e sette mesi, hanno ritoccato il dato al ribasso. Gli assegni sociali liquidati nel primo semestre 2018 erano già scesi a 10.332. Nello stesso periodo dell'anno precedente erano 78.470. Nel 2019, con l'innalzamento a 67 anni tondi tondi, il dato è sceso ancora: la quantità di assegni liquidati nel primo trimestre è pari a 3.199. Un terzo rispetto al 2017.
Per ottenere il beneficio è necessario dimostrare di avere in mano un permesso di soggiorno di lungo periodo e di trovarsi in condizioni economiche disagiate. Ma c'è anche un'altra strada: ogni immigrato che ha ottenuto la residenza con l'istituto del ricongiungimento familiare, se in età avanzata per lavorare, ha diritto a vedersi versato dall'Inps un sussidio di 5.880 euro l'anno. Il che, in soldoni, si traduce in questa stima: 327.190.500 euro che ogni anno l'Italia spende per garantire la pensione agli stranieri troppo in avanti con gli anni per lavorare. E, così, salta anche la vulgata dei giovani stranieri che pagano le pensioni agli italiani. Perché in Italia il 17% circa di loro ha superato i 65 anni. E, in questa maniera, viene anche spiegato il tormentone che circola sui social con titoli del tipo: «Paghiamo le pensioni a immigrati che non hanno lavorato neanche per un giorno». Molti la bollano come una bufala. Ma i dati parlano chiaro. Grazie al ricongiungimento familiare c'è una pletora di stranieri che incassa la pensione versata dall'Inps pur non avendo mai lavorato né versato contributi in Italia. L'unico requisito richiesto dalla legge è la residenza effettiva e abituale in Italia. Poi basta consegnare una carta prepagata collegata al conto corrente aperto in una filiale di una banca italiana a un parente che vive all'estero e il gioco è fatto.
Molti comunque scelgono di rischiare e, una volta ottenuto il diritto, se ne tornano nel Paese d'origine. Per la sospensione dell'erogazione va accertata la loro assenza dal territorio italiano per 30 giorni e, anche in questo caso, se lo straniero riesce a dimostrare, come spesso accade, che l'assenza è dipesa da gravi motivi di salute, l'assegno è salvo. Riuscire a dimostrare, poi, che un medico albanese o filippino abbia dichiarato il falso non è proprio una questione agevole. Sono necessarie rogatorie internazionali e le indagini giudiziarie, a quel punto, si fanno davvero complicate. In ogni caso, dopo un anno di sospensione, se lo straniero è ancora all'estero, l'assegno viene revocato definitivamente.
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Prendi i soldi e scappa: 500 stranieri sorpresi a percepire un assegno Inps pur essendo tornati nei Paesi d'origine. I più sfrontati? Due tunisini che inviavano capitali nel Principato di Monaco. Spendiamo quasi 330 milioni l'anno per gli extracomunitari over 67. Secondo Tito Boeri dovevano mantenerci, ma con i redditi che dichiarano siamo noi a pagare loro il welfare. Il picco di beneficiari nel 2017: quasi 121.000. E le erogazioni sono triplicate in meno di un decennio. Lo speciale contiene due articoli. La storia si ripete. Maturano i diritti per l'assegno sociale e tornano nel loro Paese, dove il valore d'acquisto è di gran lunga superiore. E poi spetta alle forze dell'ordine o all'Inps, con indagini difficili e macchinose, accertare se non sono più nelle condizioni per godere del benefit. Gli ultimi dati annuali in possesso del ministero dell'Interno che fotografano il fenomeno contano circa 500 casi, per un totale di 10 milioni di euro. E anche nell'ultimo anno le inchieste sui furbetti hanno riempito pagine e pagine della cronaca locale dei quotidiani. Il caso più eclatante risale al mese di febbraio 2018. Per ben quattro anni 182 stranieri che risultavano residenti ad Ancona (dove il 17,05% del totale degli assegni sociali finisce agli extracomunitari: di questi il 7,90% sono albanesi e l'1,50% marocchini) hanno percepito i 450 euro per 13 mensilità. Ma non ne avevano titolo, perché, senza comunicarlo all'Inps, avevano lasciato l'Italia: 33 se ne erano tornati in Albania, 18 in Marocco, dieci in Macedonia e gli altri tra le Americhe, la Polonia, il Nord Africa, l'Africa centrale e l'India. In totale sono stati recuperati e risparmiati circa un milione di euro. L'altra maxi inchiesta è del dicembre dello scorso anno. A Sabaudia gli investigatori delle Fiamme gialle ne hanno stanati altri 36: incassavano i 450 euro per le 13 mensilità previste, perché, sulla carta, avevano tutti i requisiti in regola: 66 anni e sette mesi di età e risultavano residenti o con permesso di soggiorno da almeno dieci anni. In realtà, però, ognuno se n'era tornato a casa sua. La frode, alla fine, è stata stimata in 340.000 euro, sottratti dal bilancio dello Stato. L'indagine ha portato anche alla cancellazione dalle liste della popolazione residente in Italia. Alcuni di loro, malati, erano pure a carico del Servizio sanitario nazionale. E percepivano somme superiori ai 4.000 euro. Per questo sono stati denunciati per indebita percezione di erogazioni. Le somme sono state sequestrate. La bonifica, per fortuna, non si è fermata all'Agro Pontino. Il più sfortunato è un senegalese residente ufficialmente a Livorno: compiuti i 67 anni aveva cominciato a percepire l'assegno sociale. Pochi mesi dopo sono intervenuti i finanzieri e hanno scoperto che viveva stabilmente nel suo Paese d'origine. Ma qua e là lungo lo Stivale si trova traccia delle fregature in cui è incappato l'istituto di previdenza. Non sono mancati, poi, i casi limite. Il 4 aprile scorso gli investigatori della questura di Udine si sono imbattuti in un novantaduenne della Repubblica dominicana. In passato l'anziano aveva ottenuto il ricongiungimento familiare con la figlia in Italia e, dal settembre 2008, aveva maturato il diritto a ricevere l'assegno. E quindi il suo fascicolo Inps all'apparenza era regolare. Dalle indagini è emerso, però, che dal 2013 aveva soggiornato per lunghi periodi nella nazione di origine, venendo meno il presupposto previsto dall'Inps della stabile residenza. L'assegno, infatti, viene sospeso se il titolare soggiorna all'estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. E nei confronti dell'anziano sono state avviate le pratiche per tentare di recuperare il denaro sottratto. A giugno dell'anno scorso un'inchiesta si è abbattuta su Genova, dove la Guardia di finanza, di extracomunitari furbetti, ne ha stanati sette. Fin qui tutto come di routine (carte all'apparenza in regola ma nessuna presenza in Italia ormai da tempo). Se non fosse che è saltata all'occhio la provenienza di uno di questi: Israele. Primo caso nella storia. Se ne è tornato lì con l'assegno sociale italiano, pensando di farla franca. In questo caso, sottolinearono i finanzieri, non era stato facile scoprirlo. La prova principale, di solito, sono i visti sui documenti e di conseguenza sulle banche dati ministeriali al momento dell'espatrio. Ma se uno straniero, come in questo caso, esce dall'Italia da un'altra nazione dell'Unione europea, l'espatrio non è segnalato alle autorità italiane e neppure all'Inps. Che, ignaro, continua a bonificare i 430 euro finché non vengono disposti controlli approfonditi. Un'indagine dell'ottobre 2018 partita da Grosseto è riuscita a risalire alla indebita percezione dell'assegno sociale con una investigazione tutta bancaria. Un albanese e una donna dell'Est, dopo aver richiesto e ottenuto l'erogazione dell'assegno, erano rientrati nei loro Paesi d'origine, dove riscuotevano la somma. I carabinieri, attraverso le movimentazioni dei conti correnti, sono riusciti a dimostrare che il denaro veniva versato in filiali di banche italiane, ma che le carte usate per prelevarlo finivano in bancomat e pos esteri in modo stabile e continuativo. Anche in questo caso il diritto è stato revocato e i due furbetti sono stati segnalati in Procura. Nel marzo 2018, a Pescara, cinque stranieri sono stati denunciati per aver incassato 200.000 euro di assegni sociali. In alcuni casi, hanno scoperto le Fiamme gialle, se ne erano tornati all'estero. In altri casi, invece, avevano messo in atto una vera e propria truffa e, con artifizi e raggiri, taroccando i documenti sulla loro condizione economica, erano riusciti a ottenere l'assegno sociale. In realtà, però, hanno scoperto gli investigatori, non erano indigenti. I loro redditi non avrebbero permesso a queste persone di ottenere il benefit. Così, i cinque sono stati denunciati. Un cittadino albanese, quarantenne, che aveva ottenuto dalla provincia autonoma di Trento un sostegno sociale, invece, si era trasferito con i genitori ottantenni, che incassavano l'assegno sociale, in Germania. Tutti e tre continuavano a incassare i bonifici delle erogazioni pubbliche. Se n'è accorta la polizia locale della Valle del Chiese, che aveva ricevuto una segnalazione dall'ente che affida le case popolari (i tre avevano ottenuto anche quella) perché non era stato possibile contattare gli inquilini di un appartamento apparentemente lasciato dagli occupanti senza la restituzione delle chiavi. Le verifiche svolte hanno consentito all'ente di rientrare in possesso dell'appartamento in modo che potesse essere riassegnato e, in seguito ad accertamenti all'Inps e alla Pat, di provare la truffa, consistita nell'omettere di informare il Comune di residenza del trasferimento all'estero. Tutti e tre i componenti del nucleo familiare sono stati cancellati dall'anagrafe del Comune di Sella Giudicarie. E le erogazioni sono state immediatamente interrotte. E ancora: sempre lo scorso anno spicca il caso di una coppia di anziani coniugi tunisini che risiedevano, per finta, nella provincia di Firenze. I due hanno incassato in totale 120.000 euro. Ma gli investigatori, mentre indagavano sugli assegni sociali, hanno scoperto anche che i due conducevano una vita da nababbi, accertando movimenti di capitali verso il Principato di Monaco per 370.000 euro. 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I numeri definitivi, snocciolati dal Sole 24 Ore e diffusi dall'Inps, si fermano a quell'anno. Nel 2017 la metà di quegli extracomunitari apparteneva a sei Paesi: al primo posto c'era l'Albania, con 299.731 presenze, seguita dal Marocco con 262.824, dalla Cina con 209.405, dall'Ucraina con 166.546, dalle Filippine con 117.360 e dalla Moldavia con 106.041. Ma per leggere il fenomeno complessivamente bisogna tenere in considerazione almeno gli ultimi dieci anni. E così, si scopre, dato sbandierato da Tito Boeri, che si è passati da 1,3 a 1,7 milioni di cittadini non comunitari iscritti all'Inps come lavoratori. Il dato che Boeri tralasciava, e che invece è significativo, è però quello sui percettori di sostegno al reddito, un numero che è cresciuto ampiamente: dalle 17.000 erogazioni del 2008 c'è stato un salto che ha raggiunto le 94.000 del 2017. Questo dato dimostra che una grossa fetta degli stranieri in Italia non ha un reddito sufficiente per vivere. Dai controlli quotidiani messi in campo dalle forze dell'ordine si scopre anche che molti di loro, poi, in realtà un reddito superiore ce l'hanno, ma truccano le carte pur di incassare il sostegno dello Stato. In altri casi si tratta di lavoratori in nero che con più lavoretti riescono a raggiungere gruzzoletti mensili di tutto rispetto, ma non rinunciano comunque al bonifico sociale. A essere triplicato è invece il numero di titolari non comunitari di pensione e in particolare di pensioni assistenziali: dai 33.000 pensionati del 2008 si è arrivati ai 96.000 del 2017. La metà di loro nel 2017 (59.163 persone) è risultata titolare solo di pensioni assistenziali (invalidità civile e pensioni sociali), altri 20.747 di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti, 9.992, invece, di pensioni indennitarie, cioè corrisposte a seguito di un infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Oltre a questi ci sono 5.579 titolari di pensioni sia di invalidità, sia assistenziali e 1.003 titolari di pensioni d'invalidità e indennitarie. Insomma, c'è chi riesce a cumulare più diritti. Ci sono, poi, 78 casi record: extracomunitari che hanno diritto alla pensione assistenziale, a quella d'invalidità e a quella indennitaria, per un importo annuale totale di 17.000 euro. Le riforme introdotte nel 2018, con l'innalzamento dell'età a 66 anni e sette mesi, hanno ritoccato il dato al ribasso. Gli assegni sociali liquidati nel primo semestre 2018 erano già scesi a 10.332. Nello stesso periodo dell'anno precedente erano 78.470. Nel 2019, con l'innalzamento a 67 anni tondi tondi, il dato è sceso ancora: la quantità di assegni liquidati nel primo trimestre è pari a 3.199. Un terzo rispetto al 2017. Per ottenere il beneficio è necessario dimostrare di avere in mano un permesso di soggiorno di lungo periodo e di trovarsi in condizioni economiche disagiate. Ma c'è anche un'altra strada: ogni immigrato che ha ottenuto la residenza con l'istituto del ricongiungimento familiare, se in età avanzata per lavorare, ha diritto a vedersi versato dall'Inps un sussidio di 5.880 euro l'anno. Il che, in soldoni, si traduce in questa stima: 327.190.500 euro che ogni anno l'Italia spende per garantire la pensione agli stranieri troppo in avanti con gli anni per lavorare. E, così, salta anche la vulgata dei giovani stranieri che pagano le pensioni agli italiani. Perché in Italia il 17% circa di loro ha superato i 65 anni. E, in questa maniera, viene anche spiegato il tormentone che circola sui social con titoli del tipo: «Paghiamo le pensioni a immigrati che non hanno lavorato neanche per un giorno». Molti la bollano come una bufala. Ma i dati parlano chiaro. Grazie al ricongiungimento familiare c'è una pletora di stranieri che incassa la pensione versata dall'Inps pur non avendo mai lavorato né versato contributi in Italia. L'unico requisito richiesto dalla legge è la residenza effettiva e abituale in Italia. Poi basta consegnare una carta prepagata collegata al conto corrente aperto in una filiale di una banca italiana a un parente che vive all'estero e il gioco è fatto. Molti comunque scelgono di rischiare e, una volta ottenuto il diritto, se ne tornano nel Paese d'origine. Per la sospensione dell'erogazione va accertata la loro assenza dal territorio italiano per 30 giorni e, anche in questo caso, se lo straniero riesce a dimostrare, come spesso accade, che l'assenza è dipesa da gravi motivi di salute, l'assegno è salvo. Riuscire a dimostrare, poi, che un medico albanese o filippino abbia dichiarato il falso non è proprio una questione agevole. Sono necessarie rogatorie internazionali e le indagini giudiziarie, a quel punto, si fanno davvero complicate. In ogni caso, dopo un anno di sospensione, se lo straniero è ancora all'estero, l'assegno viene revocato definitivamente.
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Veniamo al profeta, Pellegrino Artusi, il Garibaldi della cucina tricolore. Scrivendo il libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891), l’uomo di Forlimpopoli trapiantato a Firenze creò un’identità gastronomica comune nel Paese da poco unificato, raccogliendo le ricette tradizionali delle varie Regioni - e subregioni - italiane valorizzando le tipicità e diffondendone la conoscenza. È così che suscitò uno slancio di orgoglio nazionale per le diverse cucine italiane che, nei secoli, si sono caratterizzate ognuna in maniera diversa, attraverso i vari coinvolgimenti storici, la civiltà contadina, la cucina di corte (anche papale), quella borghese, le benefiche infiltrazioni e contaminazioni di popoli e cucine d’oltralpe e d’oltremare, e, perché no, anche attraverso la fame e la povertà.
Orio Vergani, il custode, giornalista e scrittore milanese (1898-1960), è una figura di grande rilievo nella storia della cucina patria. Fu lui insieme ad altri innamorati a intuire negli anni Cinquanta del secolo scorso il rischio che correvano le buone tavole del Bel Paese minacciate dalla omologazione e dall’appiattimento dei gusti, insidiate da una cucina industriale e standardizzata. Fu lui a distinguere i pericoli nel turismo di massa e nell’alta marea della modernizzazione. Il timore e l’allarme sacrosanto di Vergani erano dettati dalla paura di perdere a tavola l’autenticità, la qualità e il legame col territorio della nostra tradizione gastronomica. Per combattere la minaccia, l’invitato speciale fondò nel 1953 l’Accademia italiana della cucina sottolineando già nel nome la diversità dell’arte culinaria nelle varie parti d’Italia.
L’Accademia, istituzione culturale della Repubblica italiana, continua al giorno d’oggi, con le sue delegazioni in sessanta Paesi del mondo e gli 8.000 soci, a portare avanti il buon nome della cucina italiana. Non è un caso se a sostenere il progetto all’Unesco siano stati tre attori, due dei quali legati al «profeta» romagnolo e al «custode» milanese: la Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli e l’Accademia italiana della cucina nata, appunto, dall’intuizione di Orio Vergani. Terzo attore è la rivista La cucina Italiana, fondata nel 1929. Paolo Petroni, presidente dell’Accademia, commenta: «Il riconoscimento dell’Unesco rappresenta una grandissima medaglia al valore, per noi. La festeggeremo il terzo giovedì di marzo in tutte le delegazioni del mondo e nelle sedi diplomatiche con una cena basata sulla convivialità e sulla socialità. Il menu? Libero. Ogni delegazione lo rapporterà al territorio e alla tradizione.
L’Unesco ha riconosciuto la cucina italiana patrimonio immateriale andando oltre alle ricette e al semplice nutrimento, considerandola un sistema culturale, rafforzando il ruolo dell’Italia come ambasciatrice di un modello culturale nel mondo in quanto la nostra cucina è una pratica sociale viva, che trasmette memoria, identità e legame con il territorio, valorizzando la convivialità, i rituali, la condivisione famigliare, come il pranzo della domenica, la stagionalità e i gesti quotidiani, oltre a promuovere inclusione e sostenibilità attraverso ricette antispreco tramandate da generazione in generazione. Il riconoscimento non celebra piatti specifici come è stato fatto con altri Paesi, ma l’intera arte culinaria e culturale che lega comunità, famiglie e territori attraverso il cibo. Riconosce l’intelligenza delle ricette tradizionali nate dalla povertà contadina, che insegnano a non sprecare nulla, un concetto di sostenibilità ancestrale. Incarna il legame tra la natura, le risorse locali e le tradizioni culturali, riflettendo la diversità dei paesaggi italiani».
Peccato che non tutti la pensino così, vedi l’attacco del critico e scrittore britannico di gastronomia Giles Coren sul Times. Dopo aver bene intinto la penna nell’iperbole, nella satira e nell’insulto, Coren è partito all’attacco alla baionetta contro, parole sue, il riconoscimento assegnato dall’Unesco, riconoscimento prevedibile, servile, ottuso e irritante. Dice l’opinionista prendendosela anche con i suoi connazionali snob: «Da quando scrivo di ristoranti, combatto contro la presunta supremazia del cibo italiano. Perché è un mito, un miraggio, una bugia alimentata da inglesi dell’alta borghesia che, all’inizio degli anni Novanta, trasferirono le loro residenze estive in Toscana».
Risponde Petroni: «Credo che l’articolo di Coren sia una burla, lo scherzo di uno che in fondo, e lo ha dimostrato in altri articoli, apprezza la cucina italiana. Per etichettare il tutto come burla, basta leggere la parte in cui elogia la cucina inglese candidandola al riconoscimento Unesco per il valore culturale del “toast bruciato appena prima che scatti l’allarme antincendio”, gli “spaghetti con il ketchup”, il “Barolo britannico”, i “noodles cinesi incollati alla tovaglia” e altre perle di questo genere. C’è da sottolineare, invece, che la risposta dell’Unesco è stata unanime: i 24 membri del comitato intergovernativo per la salvaguardia del Patrimonio culturale immateriale hanno votato all’unanimità in favore della cucina italiana. Non c’è stato nemmeno un astenuto. La prima richiesta fu bocciata. Nel 2023 l’abbiamo ripresentata. È la parola “immateriale” che ci bloccò. È difficile definire una cucina immateriale senza cadere nel materiale. Per esempio l’Unesco non ha dato il riconoscimento alla pizza in quanto pizza, ma all’arte napoletana della pizza. Il cammino è stato molto difficile ma, alla fine, siamo riusciti a unificare la pratica quotidiana, i gesti, le parole, i rituali di una cucina variegata e il risultato c’è stato. La cucina italiana è la prima premiata dall’Unesco in tutta la sua interezza».
Se Coren ha scherzato, Alberto Grandi, docente all’Università di Parma, autore del libro La cucina italiana non esiste, è andato giù pesante nell’articolo su The Guardian. Basta il titolo per capire quanto: «Il mito della cucina tradizionale italiana ha sedotto il mondo. La verità è ben diversa». «Grandi è arrivato a dire che la pizza l’hanno inventata gli americani e che il vero grana si trova nel Wisconsin. Che la cucina italiana non risalga al tempo dei Romani lo sanno tutti. Prima della scoperta dell’America, la cucina era un’altra cosa. Quella odierna nasce nell’Ottocento da forni e fornelli borghesi. Se si rimane alla civiltà contadina, si rimane alle zuppe o poco più. Le classi povere non avevano carne da mangiare». Petroni conclude levandosi un sassolino dalla scarpa: l’esultanza dei cuochi stellati, i «cappelloni», come li chiama, è comprensibile ma loro non c’entrano: «Sono contento che approvino il riconoscimento, ma sia chiaro che questo va alla cucina italiana famigliare, domestica».
A chi si deve il maggior merito del riconoscimento Unesco? «A Maddalena Fossati, la direttrice de La cucina italiana. È stata lei a rivolgersi all’Accademia e alla Fondazione Casa Artusi. Il documento l’abbiamo preparato con il prezioso aiuto di Massimo Montanari, accademico onorario, docente all’Università di Bologna, e presentato con il sostegno del sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi».
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Gianluigi Cimmino (Imagoeconomica)
Yamamay ha sempre scelto testimonial molto riconoscibili. Oggi il volto del brand è Rose Villain. Perché questa scelta?
«Negli ultimi tre anni ci siamo avvicinati a due canali di comunicazione molto forti e credibili per i giovani: la musica e lo sport. Oggi, dopo il crollo del mondo degli influencer tradizionali, è fondamentale scegliere un volto autentico, coerente e riconoscibile. Gran parte dei nostri investimenti recenti è andata proprio in questa direzione. Rose Villain rappresenta la musica, ma anche una bellezza femminile non scontata: ha un sorriso meraviglioso, un fisico prorompente che rispecchia le nostre consumatrici, donne che si riconoscono nel brand anche per la vestibilità, che riteniamo tra le migliori sul mercato. È una voce importante, un personaggio completo. Inoltre, il mondo musicale oggi vive molto di collaborazioni: lo stesso concetto che abbiamo voluto trasmettere nella campagna, usando il termine «featuring», tipico delle collaborazioni tra artisti. Non a caso, Rose Villain aveva già collaborato con artisti come Geolier, che è stato nostro testimonial l’anno scorso».
I volti famosi fanno vendere di più o il loro valore è soprattutto simbolico e di posizionamento del brand?
«Oggi direi soprattutto posizionamento e coerenza del messaggio. La vendita non dipende più solo dalla pubblicità: per vendere bisogna essere impeccabili sul prodotto, sul prezzo, sull’assortimento. Viviamo un momento di consumi non esaltanti, quindi è necessario lavorare su tutte le leve. Non è che una persona vede lo spot e corre subito in negozio. È un periodo “da elmetto” per il settore retail».
È una situazione comune a molti brand, in questo momento.
«Assolutamente sì. Noi non possiamo lamentarci: anche questo Natale è stato positivo. Però per portare le persone in negozio bisogna investire sempre di più. Il traffico non è più una costante: meno persone nei centri commerciali, meno in strada, meno negli outlet. Per intercettare quel traffico serve investire in offerte, comunicazione, social, utilizzando tutti gli strumenti che permettono soprattutto ai giovani di arrivare in negozio, magari grazie a una promozione mirata».
Guardando al passato, c’è stato un testimonial che ha segnato una svolta per Yamamay?
«Sicuramente Jennifer Lopez: è stato uno dei primi casi in cui una celebrità ha firmato una capsule collection. All’epoca era qualcosa di totalmente nuovo e ci ha dato una visibilità internazionale enorme. Per il mondo maschile, Cristiano Ronaldo ha rappresentato un altro grande salto di qualità. Detto questo, Yamamay è nata fin dall’inizio con una visione molto chiara».
Come è iniziata questa avventura imprenditoriale?
«Con l’incoscienza di un ragazzo di 28 anni che rescinde un importante contratto da manager perché vuole fare l’imprenditore. Ho coinvolto tutta la famiglia in questo sogno: creare un’azienda di intimo, un settore che ho sempre amato. Dico spesso che ero già un grande consumatore, soprattutto perché l’intimo è uno dei regali più fatti. Oggi posso dire di aver realizzato un sogno».
Oggi Yamamay è un marchio internazionale. Quanti negozi avete nel mondo?
«Circa 600 negozi in totale. Di questi, 430 sono in Italia e circa 170 all’estero».
Il vostro è un settore molto competitivo. Qual è oggi il vostro principale elemento di differenziazione?
«Il rapporto qualità-prezzo. Abbiamo scelto di non seguire la strada degli aumenti facili nel post Covid, quando il mercato lo permetteva. Abbiamo continuato invece a investire su prodotto, innovazione, collaborazioni e sostenibilità. Posso dire con orgoglio che Yamamay è uno dei marchi di intimo più sostenibili sul mercato. La sostenibilità per noi non è una moda né uno strumento di marketing: è un valore intrinseco. Anche perché abbiamo in casa una delle massime esperte del settore, mia sorella Barbara, e siamo molto attenti a non fare greenwashing».
Quali sono le direttrici di crescita future?
«Sicuramente l’internazionale, più come presenza reale che come notorietà, e il digitale: l’e-commerce è un canale dove possiamo crescere ancora molto. Inoltre stiamo investendo tantissimo nel menswear. È un mercato in forte evoluzione: l’uomo oggi compra da solo, non delega più alla compagna o alla mamma. È un cambiamento culturale profondo e la crescita sarà a doppia cifra nei prossimi anni. La società è cambiata, è più eterogenea, e noi dobbiamo seguirne le evoluzioni. Penso anche al mondo Lgbtq+, che è storicamente un grande consumatore di intimo e a cui guardiamo con grande attenzione».
Capodanno è un momento simbolico anche per l’intimo. Che consiglio d’acquisto dai ai vostri clienti per iniziare bene l’anno?
«Un consiglio semplicissimo: indossate intimo rosso a Capodanno. Mutande, boxer, slip… non importa. È una tradizione che non va persa, anzi va rafforzata. Il rosso porta amore, ricchezza e salute. E le tradizioni belle vanno rispettate».
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