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2019-06-17
Immigrati: furbetti dell’assegno sociale
. Le pensioni minime costano 330 milioni
La storia si ripete. Maturano i diritti per l'assegno sociale e tornano nel loro Paese, dove il valore d'acquisto è di gran lunga superiore. E poi spetta alle forze dell'ordine o all'Inps, con indagini difficili e macchinose, accertare se non sono più nelle condizioni per godere del benefit. Gli ultimi dati annuali in possesso del ministero dell'Interno che fotografano il fenomeno contano circa 500 casi, per un totale di 10 milioni di euro. E anche nell'ultimo anno le inchieste sui furbetti hanno riempito pagine e pagine della cronaca locale dei quotidiani. Il caso più eclatante risale al mese di febbraio 2018. Per ben quattro anni 182 stranieri che risultavano residenti ad Ancona (dove il 17,05% del totale degli assegni sociali finisce agli extracomunitari: di questi il 7,90% sono albanesi e l'1,50% marocchini) hanno percepito i 450 euro per 13 mensilità. Ma non ne avevano titolo, perché, senza comunicarlo all'Inps, avevano lasciato l'Italia: 33 se ne erano tornati in Albania, 18 in Marocco, dieci in Macedonia e gli altri tra le Americhe, la Polonia, il Nord Africa, l'Africa centrale e l'India. In totale sono stati recuperati e risparmiati circa un milione di euro.
L'altra maxi inchiesta è del dicembre dello scorso anno. A Sabaudia gli investigatori delle Fiamme gialle ne hanno stanati altri 36: incassavano i 450 euro per le 13 mensilità previste, perché, sulla carta, avevano tutti i requisiti in regola: 66 anni e sette mesi di età e risultavano residenti o con permesso di soggiorno da almeno dieci anni. In realtà, però, ognuno se n'era tornato a casa sua. La frode, alla fine, è stata stimata in 340.000 euro, sottratti dal bilancio dello Stato. L'indagine ha portato anche alla cancellazione dalle liste della popolazione residente in Italia. Alcuni di loro, malati, erano pure a carico del Servizio sanitario nazionale. E percepivano somme superiori ai 4.000 euro. Per questo sono stati denunciati per indebita percezione di erogazioni. Le somme sono state sequestrate.
La bonifica, per fortuna, non si è fermata all'Agro Pontino. Il più sfortunato è un senegalese residente ufficialmente a Livorno: compiuti i 67 anni aveva cominciato a percepire l'assegno sociale. Pochi mesi dopo sono intervenuti i finanzieri e hanno scoperto che viveva stabilmente nel suo Paese d'origine. Ma qua e là lungo lo Stivale si trova traccia delle fregature in cui è incappato l'istituto di previdenza. Non sono mancati, poi, i casi limite.
Il 4 aprile scorso gli investigatori della questura di Udine si sono imbattuti in un novantaduenne della Repubblica dominicana. In passato l'anziano aveva ottenuto il ricongiungimento familiare con la figlia in Italia e, dal settembre 2008, aveva maturato il diritto a ricevere l'assegno. E quindi il suo fascicolo Inps all'apparenza era regolare. Dalle indagini è emerso, però, che dal 2013 aveva soggiornato per lunghi periodi nella nazione di origine, venendo meno il presupposto previsto dall'Inps della stabile residenza. L'assegno, infatti, viene sospeso se il titolare soggiorna all'estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. E nei confronti dell'anziano sono state avviate le pratiche per tentare di recuperare il denaro sottratto.
A giugno dell'anno scorso un'inchiesta si è abbattuta su Genova, dove la Guardia di finanza, di extracomunitari furbetti, ne ha stanati sette. Fin qui tutto come di routine (carte all'apparenza in regola ma nessuna presenza in Italia ormai da tempo). Se non fosse che è saltata all'occhio la provenienza di uno di questi: Israele. Primo caso nella storia. Se ne è tornato lì con l'assegno sociale italiano, pensando di farla franca. In questo caso, sottolinearono i finanzieri, non era stato facile scoprirlo.
La prova principale, di solito, sono i visti sui documenti e di conseguenza sulle banche dati ministeriali al momento dell'espatrio. Ma se uno straniero, come in questo caso, esce dall'Italia da un'altra nazione dell'Unione europea, l'espatrio non è segnalato alle autorità italiane e neppure all'Inps. Che, ignaro, continua a bonificare i 430 euro finché non vengono disposti controlli approfonditi. Un'indagine dell'ottobre 2018 partita da Grosseto è riuscita a risalire alla indebita percezione dell'assegno sociale con una investigazione tutta bancaria. Un albanese e una donna dell'Est, dopo aver richiesto e ottenuto l'erogazione dell'assegno, erano rientrati nei loro Paesi d'origine, dove riscuotevano la somma. I carabinieri, attraverso le movimentazioni dei conti correnti, sono riusciti a dimostrare che il denaro veniva versato in filiali di banche italiane, ma che le carte usate per prelevarlo finivano in bancomat e pos esteri in modo stabile e continuativo. Anche in questo caso il diritto è stato revocato e i due furbetti sono stati segnalati in Procura.
Nel marzo 2018, a Pescara, cinque stranieri sono stati denunciati per aver incassato 200.000 euro di assegni sociali. In alcuni casi, hanno scoperto le Fiamme gialle, se ne erano tornati all'estero. In altri casi, invece, avevano messo in atto una vera e propria truffa e, con artifizi e raggiri, taroccando i documenti sulla loro condizione economica, erano riusciti a ottenere l'assegno sociale. In realtà, però, hanno scoperto gli investigatori, non erano indigenti. I loro redditi non avrebbero permesso a queste persone di ottenere il benefit. Così, i cinque sono stati denunciati.
Un cittadino albanese, quarantenne, che aveva ottenuto dalla provincia autonoma di Trento un sostegno sociale, invece, si era trasferito con i genitori ottantenni, che incassavano l'assegno sociale, in Germania. Tutti e tre continuavano a incassare i bonifici delle erogazioni pubbliche. Se n'è accorta la polizia locale della Valle del Chiese, che aveva ricevuto una segnalazione dall'ente che affida le case popolari (i tre avevano ottenuto anche quella) perché non era stato possibile contattare gli inquilini di un appartamento apparentemente lasciato dagli occupanti senza la restituzione delle chiavi. Le verifiche svolte hanno consentito all'ente di rientrare in possesso dell'appartamento in modo che potesse essere riassegnato e, in seguito ad accertamenti all'Inps e alla Pat, di provare la truffa, consistita nell'omettere di informare il Comune di residenza del trasferimento all'estero. Tutti e tre i componenti del nucleo familiare sono stati cancellati dall'anagrafe del Comune di Sella Giudicarie. E le erogazioni sono state immediatamente interrotte.
E ancora: sempre lo scorso anno spicca il caso di una coppia di anziani coniugi tunisini che risiedevano, per finta, nella provincia di Firenze. I due hanno incassato in totale 120.000 euro. Ma gli investigatori, mentre indagavano sugli assegni sociali, hanno scoperto anche che i due conducevano una vita da nababbi, accertando movimenti di capitali verso il Principato di Monaco per 370.000 euro. Il resto di questa storia è ancora tutto da approfondire, ma conferma che non sempre gli assegni sociali finiscono nelle mani di pensionati stranieri veramente indigenti.
Spendiamo quasi 330 milioni l’anno per gli extracomunitari over 67
Il dato più alto è stato registrato nel 2017. I cittadini extracomunitari noti all'Inps erano 2.259.652: il 90% dei quali, ovvero 2.042.156, erano iscritti come lavoratori. I pensionati erano 96.743 (il 4,3% delle posizioni Inps) e 120.753 erano i percettori di prestazioni a sostegno del reddito (il 5,3% del totale). I numeri definitivi, snocciolati dal Sole 24 Ore e diffusi dall'Inps, si fermano a quell'anno. Nel 2017 la metà di quegli extracomunitari apparteneva a sei Paesi: al primo posto c'era l'Albania, con 299.731 presenze, seguita dal Marocco con 262.824, dalla Cina con 209.405, dall'Ucraina con 166.546, dalle Filippine con 117.360 e dalla Moldavia con 106.041.
Ma per leggere il fenomeno complessivamente bisogna tenere in considerazione almeno gli ultimi dieci anni. E così, si scopre, dato sbandierato da Tito Boeri, che si è passati da 1,3 a 1,7 milioni di cittadini non comunitari iscritti all'Inps come lavoratori. Il dato che Boeri tralasciava, e che invece è significativo, è però quello sui percettori di sostegno al reddito, un numero che è cresciuto ampiamente: dalle 17.000 erogazioni del 2008 c'è stato un salto che ha raggiunto le 94.000 del 2017. Questo dato dimostra che una grossa fetta degli stranieri in Italia non ha un reddito sufficiente per vivere. Dai controlli quotidiani messi in campo dalle forze dell'ordine si scopre anche che molti di loro, poi, in realtà un reddito superiore ce l'hanno, ma truccano le carte pur di incassare il sostegno dello Stato. In altri casi si tratta di lavoratori in nero che con più lavoretti riescono a raggiungere gruzzoletti mensili di tutto rispetto, ma non rinunciano comunque al bonifico sociale.
A essere triplicato è invece il numero di titolari non comunitari di pensione e in particolare di pensioni assistenziali: dai 33.000 pensionati del 2008 si è arrivati ai 96.000 del 2017. La metà di loro nel 2017 (59.163 persone) è risultata titolare solo di pensioni assistenziali (invalidità civile e pensioni sociali), altri 20.747 di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti, 9.992, invece, di pensioni indennitarie, cioè corrisposte a seguito di un infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Oltre a questi ci sono 5.579 titolari di pensioni sia di invalidità, sia assistenziali e 1.003 titolari di pensioni d'invalidità e indennitarie. Insomma, c'è chi riesce a cumulare più diritti. Ci sono, poi, 78 casi record: extracomunitari che hanno diritto alla pensione assistenziale, a quella d'invalidità e a quella indennitaria, per un importo annuale totale di 17.000 euro.
Le riforme introdotte nel 2018, con l'innalzamento dell'età a 66 anni e sette mesi, hanno ritoccato il dato al ribasso. Gli assegni sociali liquidati nel primo semestre 2018 erano già scesi a 10.332. Nello stesso periodo dell'anno precedente erano 78.470. Nel 2019, con l'innalzamento a 67 anni tondi tondi, il dato è sceso ancora: la quantità di assegni liquidati nel primo trimestre è pari a 3.199. Un terzo rispetto al 2017.
Per ottenere il beneficio è necessario dimostrare di avere in mano un permesso di soggiorno di lungo periodo e di trovarsi in condizioni economiche disagiate. Ma c'è anche un'altra strada: ogni immigrato che ha ottenuto la residenza con l'istituto del ricongiungimento familiare, se in età avanzata per lavorare, ha diritto a vedersi versato dall'Inps un sussidio di 5.880 euro l'anno. Il che, in soldoni, si traduce in questa stima: 327.190.500 euro che ogni anno l'Italia spende per garantire la pensione agli stranieri troppo in avanti con gli anni per lavorare. E, così, salta anche la vulgata dei giovani stranieri che pagano le pensioni agli italiani. Perché in Italia il 17% circa di loro ha superato i 65 anni. E, in questa maniera, viene anche spiegato il tormentone che circola sui social con titoli del tipo: «Paghiamo le pensioni a immigrati che non hanno lavorato neanche per un giorno». Molti la bollano come una bufala. Ma i dati parlano chiaro. Grazie al ricongiungimento familiare c'è una pletora di stranieri che incassa la pensione versata dall'Inps pur non avendo mai lavorato né versato contributi in Italia. L'unico requisito richiesto dalla legge è la residenza effettiva e abituale in Italia. Poi basta consegnare una carta prepagata collegata al conto corrente aperto in una filiale di una banca italiana a un parente che vive all'estero e il gioco è fatto.
Molti comunque scelgono di rischiare e, una volta ottenuto il diritto, se ne tornano nel Paese d'origine. Per la sospensione dell'erogazione va accertata la loro assenza dal territorio italiano per 30 giorni e, anche in questo caso, se lo straniero riesce a dimostrare, come spesso accade, che l'assenza è dipesa da gravi motivi di salute, l'assegno è salvo. Riuscire a dimostrare, poi, che un medico albanese o filippino abbia dichiarato il falso non è proprio una questione agevole. Sono necessarie rogatorie internazionali e le indagini giudiziarie, a quel punto, si fanno davvero complicate. In ogni caso, dopo un anno di sospensione, se lo straniero è ancora all'estero, l'assegno viene revocato definitivamente.
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Prendi i soldi e scappa: 500 stranieri sorpresi a percepire un assegno Inps pur essendo tornati nei Paesi d'origine. I più sfrontati? Due tunisini che inviavano capitali nel Principato di Monaco. Spendiamo quasi 330 milioni l'anno per gli extracomunitari over 67. Secondo Tito Boeri dovevano mantenerci, ma con i redditi che dichiarano siamo noi a pagare loro il welfare. Il picco di beneficiari nel 2017: quasi 121.000. E le erogazioni sono triplicate in meno di un decennio. Lo speciale contiene due articoli. La storia si ripete. Maturano i diritti per l'assegno sociale e tornano nel loro Paese, dove il valore d'acquisto è di gran lunga superiore. E poi spetta alle forze dell'ordine o all'Inps, con indagini difficili e macchinose, accertare se non sono più nelle condizioni per godere del benefit. Gli ultimi dati annuali in possesso del ministero dell'Interno che fotografano il fenomeno contano circa 500 casi, per un totale di 10 milioni di euro. E anche nell'ultimo anno le inchieste sui furbetti hanno riempito pagine e pagine della cronaca locale dei quotidiani. Il caso più eclatante risale al mese di febbraio 2018. Per ben quattro anni 182 stranieri che risultavano residenti ad Ancona (dove il 17,05% del totale degli assegni sociali finisce agli extracomunitari: di questi il 7,90% sono albanesi e l'1,50% marocchini) hanno percepito i 450 euro per 13 mensilità. Ma non ne avevano titolo, perché, senza comunicarlo all'Inps, avevano lasciato l'Italia: 33 se ne erano tornati in Albania, 18 in Marocco, dieci in Macedonia e gli altri tra le Americhe, la Polonia, il Nord Africa, l'Africa centrale e l'India. In totale sono stati recuperati e risparmiati circa un milione di euro. L'altra maxi inchiesta è del dicembre dello scorso anno. A Sabaudia gli investigatori delle Fiamme gialle ne hanno stanati altri 36: incassavano i 450 euro per le 13 mensilità previste, perché, sulla carta, avevano tutti i requisiti in regola: 66 anni e sette mesi di età e risultavano residenti o con permesso di soggiorno da almeno dieci anni. In realtà, però, ognuno se n'era tornato a casa sua. La frode, alla fine, è stata stimata in 340.000 euro, sottratti dal bilancio dello Stato. L'indagine ha portato anche alla cancellazione dalle liste della popolazione residente in Italia. Alcuni di loro, malati, erano pure a carico del Servizio sanitario nazionale. E percepivano somme superiori ai 4.000 euro. Per questo sono stati denunciati per indebita percezione di erogazioni. Le somme sono state sequestrate. La bonifica, per fortuna, non si è fermata all'Agro Pontino. Il più sfortunato è un senegalese residente ufficialmente a Livorno: compiuti i 67 anni aveva cominciato a percepire l'assegno sociale. Pochi mesi dopo sono intervenuti i finanzieri e hanno scoperto che viveva stabilmente nel suo Paese d'origine. Ma qua e là lungo lo Stivale si trova traccia delle fregature in cui è incappato l'istituto di previdenza. Non sono mancati, poi, i casi limite. Il 4 aprile scorso gli investigatori della questura di Udine si sono imbattuti in un novantaduenne della Repubblica dominicana. In passato l'anziano aveva ottenuto il ricongiungimento familiare con la figlia in Italia e, dal settembre 2008, aveva maturato il diritto a ricevere l'assegno. E quindi il suo fascicolo Inps all'apparenza era regolare. Dalle indagini è emerso, però, che dal 2013 aveva soggiornato per lunghi periodi nella nazione di origine, venendo meno il presupposto previsto dall'Inps della stabile residenza. L'assegno, infatti, viene sospeso se il titolare soggiorna all'estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. E nei confronti dell'anziano sono state avviate le pratiche per tentare di recuperare il denaro sottratto. A giugno dell'anno scorso un'inchiesta si è abbattuta su Genova, dove la Guardia di finanza, di extracomunitari furbetti, ne ha stanati sette. Fin qui tutto come di routine (carte all'apparenza in regola ma nessuna presenza in Italia ormai da tempo). Se non fosse che è saltata all'occhio la provenienza di uno di questi: Israele. Primo caso nella storia. Se ne è tornato lì con l'assegno sociale italiano, pensando di farla franca. In questo caso, sottolinearono i finanzieri, non era stato facile scoprirlo. La prova principale, di solito, sono i visti sui documenti e di conseguenza sulle banche dati ministeriali al momento dell'espatrio. Ma se uno straniero, come in questo caso, esce dall'Italia da un'altra nazione dell'Unione europea, l'espatrio non è segnalato alle autorità italiane e neppure all'Inps. Che, ignaro, continua a bonificare i 430 euro finché non vengono disposti controlli approfonditi. Un'indagine dell'ottobre 2018 partita da Grosseto è riuscita a risalire alla indebita percezione dell'assegno sociale con una investigazione tutta bancaria. Un albanese e una donna dell'Est, dopo aver richiesto e ottenuto l'erogazione dell'assegno, erano rientrati nei loro Paesi d'origine, dove riscuotevano la somma. I carabinieri, attraverso le movimentazioni dei conti correnti, sono riusciti a dimostrare che il denaro veniva versato in filiali di banche italiane, ma che le carte usate per prelevarlo finivano in bancomat e pos esteri in modo stabile e continuativo. Anche in questo caso il diritto è stato revocato e i due furbetti sono stati segnalati in Procura. Nel marzo 2018, a Pescara, cinque stranieri sono stati denunciati per aver incassato 200.000 euro di assegni sociali. In alcuni casi, hanno scoperto le Fiamme gialle, se ne erano tornati all'estero. In altri casi, invece, avevano messo in atto una vera e propria truffa e, con artifizi e raggiri, taroccando i documenti sulla loro condizione economica, erano riusciti a ottenere l'assegno sociale. In realtà, però, hanno scoperto gli investigatori, non erano indigenti. I loro redditi non avrebbero permesso a queste persone di ottenere il benefit. Così, i cinque sono stati denunciati. Un cittadino albanese, quarantenne, che aveva ottenuto dalla provincia autonoma di Trento un sostegno sociale, invece, si era trasferito con i genitori ottantenni, che incassavano l'assegno sociale, in Germania. Tutti e tre continuavano a incassare i bonifici delle erogazioni pubbliche. Se n'è accorta la polizia locale della Valle del Chiese, che aveva ricevuto una segnalazione dall'ente che affida le case popolari (i tre avevano ottenuto anche quella) perché non era stato possibile contattare gli inquilini di un appartamento apparentemente lasciato dagli occupanti senza la restituzione delle chiavi. Le verifiche svolte hanno consentito all'ente di rientrare in possesso dell'appartamento in modo che potesse essere riassegnato e, in seguito ad accertamenti all'Inps e alla Pat, di provare la truffa, consistita nell'omettere di informare il Comune di residenza del trasferimento all'estero. Tutti e tre i componenti del nucleo familiare sono stati cancellati dall'anagrafe del Comune di Sella Giudicarie. E le erogazioni sono state immediatamente interrotte. E ancora: sempre lo scorso anno spicca il caso di una coppia di anziani coniugi tunisini che risiedevano, per finta, nella provincia di Firenze. I due hanno incassato in totale 120.000 euro. Ma gli investigatori, mentre indagavano sugli assegni sociali, hanno scoperto anche che i due conducevano una vita da nababbi, accertando movimenti di capitali verso il Principato di Monaco per 370.000 euro. 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I numeri definitivi, snocciolati dal Sole 24 Ore e diffusi dall'Inps, si fermano a quell'anno. Nel 2017 la metà di quegli extracomunitari apparteneva a sei Paesi: al primo posto c'era l'Albania, con 299.731 presenze, seguita dal Marocco con 262.824, dalla Cina con 209.405, dall'Ucraina con 166.546, dalle Filippine con 117.360 e dalla Moldavia con 106.041. Ma per leggere il fenomeno complessivamente bisogna tenere in considerazione almeno gli ultimi dieci anni. E così, si scopre, dato sbandierato da Tito Boeri, che si è passati da 1,3 a 1,7 milioni di cittadini non comunitari iscritti all'Inps come lavoratori. Il dato che Boeri tralasciava, e che invece è significativo, è però quello sui percettori di sostegno al reddito, un numero che è cresciuto ampiamente: dalle 17.000 erogazioni del 2008 c'è stato un salto che ha raggiunto le 94.000 del 2017. Questo dato dimostra che una grossa fetta degli stranieri in Italia non ha un reddito sufficiente per vivere. Dai controlli quotidiani messi in campo dalle forze dell'ordine si scopre anche che molti di loro, poi, in realtà un reddito superiore ce l'hanno, ma truccano le carte pur di incassare il sostegno dello Stato. In altri casi si tratta di lavoratori in nero che con più lavoretti riescono a raggiungere gruzzoletti mensili di tutto rispetto, ma non rinunciano comunque al bonifico sociale. A essere triplicato è invece il numero di titolari non comunitari di pensione e in particolare di pensioni assistenziali: dai 33.000 pensionati del 2008 si è arrivati ai 96.000 del 2017. La metà di loro nel 2017 (59.163 persone) è risultata titolare solo di pensioni assistenziali (invalidità civile e pensioni sociali), altri 20.747 di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti, 9.992, invece, di pensioni indennitarie, cioè corrisposte a seguito di un infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Oltre a questi ci sono 5.579 titolari di pensioni sia di invalidità, sia assistenziali e 1.003 titolari di pensioni d'invalidità e indennitarie. Insomma, c'è chi riesce a cumulare più diritti. Ci sono, poi, 78 casi record: extracomunitari che hanno diritto alla pensione assistenziale, a quella d'invalidità e a quella indennitaria, per un importo annuale totale di 17.000 euro. Le riforme introdotte nel 2018, con l'innalzamento dell'età a 66 anni e sette mesi, hanno ritoccato il dato al ribasso. Gli assegni sociali liquidati nel primo semestre 2018 erano già scesi a 10.332. Nello stesso periodo dell'anno precedente erano 78.470. Nel 2019, con l'innalzamento a 67 anni tondi tondi, il dato è sceso ancora: la quantità di assegni liquidati nel primo trimestre è pari a 3.199. Un terzo rispetto al 2017. Per ottenere il beneficio è necessario dimostrare di avere in mano un permesso di soggiorno di lungo periodo e di trovarsi in condizioni economiche disagiate. Ma c'è anche un'altra strada: ogni immigrato che ha ottenuto la residenza con l'istituto del ricongiungimento familiare, se in età avanzata per lavorare, ha diritto a vedersi versato dall'Inps un sussidio di 5.880 euro l'anno. Il che, in soldoni, si traduce in questa stima: 327.190.500 euro che ogni anno l'Italia spende per garantire la pensione agli stranieri troppo in avanti con gli anni per lavorare. E, così, salta anche la vulgata dei giovani stranieri che pagano le pensioni agli italiani. Perché in Italia il 17% circa di loro ha superato i 65 anni. E, in questa maniera, viene anche spiegato il tormentone che circola sui social con titoli del tipo: «Paghiamo le pensioni a immigrati che non hanno lavorato neanche per un giorno». Molti la bollano come una bufala. Ma i dati parlano chiaro. Grazie al ricongiungimento familiare c'è una pletora di stranieri che incassa la pensione versata dall'Inps pur non avendo mai lavorato né versato contributi in Italia. L'unico requisito richiesto dalla legge è la residenza effettiva e abituale in Italia. Poi basta consegnare una carta prepagata collegata al conto corrente aperto in una filiale di una banca italiana a un parente che vive all'estero e il gioco è fatto. Molti comunque scelgono di rischiare e, una volta ottenuto il diritto, se ne tornano nel Paese d'origine. Per la sospensione dell'erogazione va accertata la loro assenza dal territorio italiano per 30 giorni e, anche in questo caso, se lo straniero riesce a dimostrare, come spesso accade, che l'assenza è dipesa da gravi motivi di salute, l'assegno è salvo. Riuscire a dimostrare, poi, che un medico albanese o filippino abbia dichiarato il falso non è proprio una questione agevole. Sono necessarie rogatorie internazionali e le indagini giudiziarie, a quel punto, si fanno davvero complicate. In ogni caso, dopo un anno di sospensione, se lo straniero è ancora all'estero, l'assegno viene revocato definitivamente.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
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