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2019-06-17
Immigrati: furbetti dell’assegno sociale
. Le pensioni minime costano 330 milioni
La storia si ripete. Maturano i diritti per l'assegno sociale e tornano nel loro Paese, dove il valore d'acquisto è di gran lunga superiore. E poi spetta alle forze dell'ordine o all'Inps, con indagini difficili e macchinose, accertare se non sono più nelle condizioni per godere del benefit. Gli ultimi dati annuali in possesso del ministero dell'Interno che fotografano il fenomeno contano circa 500 casi, per un totale di 10 milioni di euro. E anche nell'ultimo anno le inchieste sui furbetti hanno riempito pagine e pagine della cronaca locale dei quotidiani. Il caso più eclatante risale al mese di febbraio 2018. Per ben quattro anni 182 stranieri che risultavano residenti ad Ancona (dove il 17,05% del totale degli assegni sociali finisce agli extracomunitari: di questi il 7,90% sono albanesi e l'1,50% marocchini) hanno percepito i 450 euro per 13 mensilità. Ma non ne avevano titolo, perché, senza comunicarlo all'Inps, avevano lasciato l'Italia: 33 se ne erano tornati in Albania, 18 in Marocco, dieci in Macedonia e gli altri tra le Americhe, la Polonia, il Nord Africa, l'Africa centrale e l'India. In totale sono stati recuperati e risparmiati circa un milione di euro.
L'altra maxi inchiesta è del dicembre dello scorso anno. A Sabaudia gli investigatori delle Fiamme gialle ne hanno stanati altri 36: incassavano i 450 euro per le 13 mensilità previste, perché, sulla carta, avevano tutti i requisiti in regola: 66 anni e sette mesi di età e risultavano residenti o con permesso di soggiorno da almeno dieci anni. In realtà, però, ognuno se n'era tornato a casa sua. La frode, alla fine, è stata stimata in 340.000 euro, sottratti dal bilancio dello Stato. L'indagine ha portato anche alla cancellazione dalle liste della popolazione residente in Italia. Alcuni di loro, malati, erano pure a carico del Servizio sanitario nazionale. E percepivano somme superiori ai 4.000 euro. Per questo sono stati denunciati per indebita percezione di erogazioni. Le somme sono state sequestrate.
La bonifica, per fortuna, non si è fermata all'Agro Pontino. Il più sfortunato è un senegalese residente ufficialmente a Livorno: compiuti i 67 anni aveva cominciato a percepire l'assegno sociale. Pochi mesi dopo sono intervenuti i finanzieri e hanno scoperto che viveva stabilmente nel suo Paese d'origine. Ma qua e là lungo lo Stivale si trova traccia delle fregature in cui è incappato l'istituto di previdenza. Non sono mancati, poi, i casi limite.
Il 4 aprile scorso gli investigatori della questura di Udine si sono imbattuti in un novantaduenne della Repubblica dominicana. In passato l'anziano aveva ottenuto il ricongiungimento familiare con la figlia in Italia e, dal settembre 2008, aveva maturato il diritto a ricevere l'assegno. E quindi il suo fascicolo Inps all'apparenza era regolare. Dalle indagini è emerso, però, che dal 2013 aveva soggiornato per lunghi periodi nella nazione di origine, venendo meno il presupposto previsto dall'Inps della stabile residenza. L'assegno, infatti, viene sospeso se il titolare soggiorna all'estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. E nei confronti dell'anziano sono state avviate le pratiche per tentare di recuperare il denaro sottratto.
A giugno dell'anno scorso un'inchiesta si è abbattuta su Genova, dove la Guardia di finanza, di extracomunitari furbetti, ne ha stanati sette. Fin qui tutto come di routine (carte all'apparenza in regola ma nessuna presenza in Italia ormai da tempo). Se non fosse che è saltata all'occhio la provenienza di uno di questi: Israele. Primo caso nella storia. Se ne è tornato lì con l'assegno sociale italiano, pensando di farla franca. In questo caso, sottolinearono i finanzieri, non era stato facile scoprirlo.
La prova principale, di solito, sono i visti sui documenti e di conseguenza sulle banche dati ministeriali al momento dell'espatrio. Ma se uno straniero, come in questo caso, esce dall'Italia da un'altra nazione dell'Unione europea, l'espatrio non è segnalato alle autorità italiane e neppure all'Inps. Che, ignaro, continua a bonificare i 430 euro finché non vengono disposti controlli approfonditi. Un'indagine dell'ottobre 2018 partita da Grosseto è riuscita a risalire alla indebita percezione dell'assegno sociale con una investigazione tutta bancaria. Un albanese e una donna dell'Est, dopo aver richiesto e ottenuto l'erogazione dell'assegno, erano rientrati nei loro Paesi d'origine, dove riscuotevano la somma. I carabinieri, attraverso le movimentazioni dei conti correnti, sono riusciti a dimostrare che il denaro veniva versato in filiali di banche italiane, ma che le carte usate per prelevarlo finivano in bancomat e pos esteri in modo stabile e continuativo. Anche in questo caso il diritto è stato revocato e i due furbetti sono stati segnalati in Procura.
Nel marzo 2018, a Pescara, cinque stranieri sono stati denunciati per aver incassato 200.000 euro di assegni sociali. In alcuni casi, hanno scoperto le Fiamme gialle, se ne erano tornati all'estero. In altri casi, invece, avevano messo in atto una vera e propria truffa e, con artifizi e raggiri, taroccando i documenti sulla loro condizione economica, erano riusciti a ottenere l'assegno sociale. In realtà, però, hanno scoperto gli investigatori, non erano indigenti. I loro redditi non avrebbero permesso a queste persone di ottenere il benefit. Così, i cinque sono stati denunciati.
Un cittadino albanese, quarantenne, che aveva ottenuto dalla provincia autonoma di Trento un sostegno sociale, invece, si era trasferito con i genitori ottantenni, che incassavano l'assegno sociale, in Germania. Tutti e tre continuavano a incassare i bonifici delle erogazioni pubbliche. Se n'è accorta la polizia locale della Valle del Chiese, che aveva ricevuto una segnalazione dall'ente che affida le case popolari (i tre avevano ottenuto anche quella) perché non era stato possibile contattare gli inquilini di un appartamento apparentemente lasciato dagli occupanti senza la restituzione delle chiavi. Le verifiche svolte hanno consentito all'ente di rientrare in possesso dell'appartamento in modo che potesse essere riassegnato e, in seguito ad accertamenti all'Inps e alla Pat, di provare la truffa, consistita nell'omettere di informare il Comune di residenza del trasferimento all'estero. Tutti e tre i componenti del nucleo familiare sono stati cancellati dall'anagrafe del Comune di Sella Giudicarie. E le erogazioni sono state immediatamente interrotte.
E ancora: sempre lo scorso anno spicca il caso di una coppia di anziani coniugi tunisini che risiedevano, per finta, nella provincia di Firenze. I due hanno incassato in totale 120.000 euro. Ma gli investigatori, mentre indagavano sugli assegni sociali, hanno scoperto anche che i due conducevano una vita da nababbi, accertando movimenti di capitali verso il Principato di Monaco per 370.000 euro. Il resto di questa storia è ancora tutto da approfondire, ma conferma che non sempre gli assegni sociali finiscono nelle mani di pensionati stranieri veramente indigenti.
Spendiamo quasi 330 milioni l’anno per gli extracomunitari over 67
Il dato più alto è stato registrato nel 2017. I cittadini extracomunitari noti all'Inps erano 2.259.652: il 90% dei quali, ovvero 2.042.156, erano iscritti come lavoratori. I pensionati erano 96.743 (il 4,3% delle posizioni Inps) e 120.753 erano i percettori di prestazioni a sostegno del reddito (il 5,3% del totale). I numeri definitivi, snocciolati dal Sole 24 Ore e diffusi dall'Inps, si fermano a quell'anno. Nel 2017 la metà di quegli extracomunitari apparteneva a sei Paesi: al primo posto c'era l'Albania, con 299.731 presenze, seguita dal Marocco con 262.824, dalla Cina con 209.405, dall'Ucraina con 166.546, dalle Filippine con 117.360 e dalla Moldavia con 106.041.
Ma per leggere il fenomeno complessivamente bisogna tenere in considerazione almeno gli ultimi dieci anni. E così, si scopre, dato sbandierato da Tito Boeri, che si è passati da 1,3 a 1,7 milioni di cittadini non comunitari iscritti all'Inps come lavoratori. Il dato che Boeri tralasciava, e che invece è significativo, è però quello sui percettori di sostegno al reddito, un numero che è cresciuto ampiamente: dalle 17.000 erogazioni del 2008 c'è stato un salto che ha raggiunto le 94.000 del 2017. Questo dato dimostra che una grossa fetta degli stranieri in Italia non ha un reddito sufficiente per vivere. Dai controlli quotidiani messi in campo dalle forze dell'ordine si scopre anche che molti di loro, poi, in realtà un reddito superiore ce l'hanno, ma truccano le carte pur di incassare il sostegno dello Stato. In altri casi si tratta di lavoratori in nero che con più lavoretti riescono a raggiungere gruzzoletti mensili di tutto rispetto, ma non rinunciano comunque al bonifico sociale.
A essere triplicato è invece il numero di titolari non comunitari di pensione e in particolare di pensioni assistenziali: dai 33.000 pensionati del 2008 si è arrivati ai 96.000 del 2017. La metà di loro nel 2017 (59.163 persone) è risultata titolare solo di pensioni assistenziali (invalidità civile e pensioni sociali), altri 20.747 di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti, 9.992, invece, di pensioni indennitarie, cioè corrisposte a seguito di un infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Oltre a questi ci sono 5.579 titolari di pensioni sia di invalidità, sia assistenziali e 1.003 titolari di pensioni d'invalidità e indennitarie. Insomma, c'è chi riesce a cumulare più diritti. Ci sono, poi, 78 casi record: extracomunitari che hanno diritto alla pensione assistenziale, a quella d'invalidità e a quella indennitaria, per un importo annuale totale di 17.000 euro.
Le riforme introdotte nel 2018, con l'innalzamento dell'età a 66 anni e sette mesi, hanno ritoccato il dato al ribasso. Gli assegni sociali liquidati nel primo semestre 2018 erano già scesi a 10.332. Nello stesso periodo dell'anno precedente erano 78.470. Nel 2019, con l'innalzamento a 67 anni tondi tondi, il dato è sceso ancora: la quantità di assegni liquidati nel primo trimestre è pari a 3.199. Un terzo rispetto al 2017.
Per ottenere il beneficio è necessario dimostrare di avere in mano un permesso di soggiorno di lungo periodo e di trovarsi in condizioni economiche disagiate. Ma c'è anche un'altra strada: ogni immigrato che ha ottenuto la residenza con l'istituto del ricongiungimento familiare, se in età avanzata per lavorare, ha diritto a vedersi versato dall'Inps un sussidio di 5.880 euro l'anno. Il che, in soldoni, si traduce in questa stima: 327.190.500 euro che ogni anno l'Italia spende per garantire la pensione agli stranieri troppo in avanti con gli anni per lavorare. E, così, salta anche la vulgata dei giovani stranieri che pagano le pensioni agli italiani. Perché in Italia il 17% circa di loro ha superato i 65 anni. E, in questa maniera, viene anche spiegato il tormentone che circola sui social con titoli del tipo: «Paghiamo le pensioni a immigrati che non hanno lavorato neanche per un giorno». Molti la bollano come una bufala. Ma i dati parlano chiaro. Grazie al ricongiungimento familiare c'è una pletora di stranieri che incassa la pensione versata dall'Inps pur non avendo mai lavorato né versato contributi in Italia. L'unico requisito richiesto dalla legge è la residenza effettiva e abituale in Italia. Poi basta consegnare una carta prepagata collegata al conto corrente aperto in una filiale di una banca italiana a un parente che vive all'estero e il gioco è fatto.
Molti comunque scelgono di rischiare e, una volta ottenuto il diritto, se ne tornano nel Paese d'origine. Per la sospensione dell'erogazione va accertata la loro assenza dal territorio italiano per 30 giorni e, anche in questo caso, se lo straniero riesce a dimostrare, come spesso accade, che l'assenza è dipesa da gravi motivi di salute, l'assegno è salvo. Riuscire a dimostrare, poi, che un medico albanese o filippino abbia dichiarato il falso non è proprio una questione agevole. Sono necessarie rogatorie internazionali e le indagini giudiziarie, a quel punto, si fanno davvero complicate. In ogni caso, dopo un anno di sospensione, se lo straniero è ancora all'estero, l'assegno viene revocato definitivamente.
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Prendi i soldi e scappa: 500 stranieri sorpresi a percepire un assegno Inps pur essendo tornati nei Paesi d'origine. I più sfrontati? Due tunisini che inviavano capitali nel Principato di Monaco. Spendiamo quasi 330 milioni l'anno per gli extracomunitari over 67. Secondo Tito Boeri dovevano mantenerci, ma con i redditi che dichiarano siamo noi a pagare loro il welfare. Il picco di beneficiari nel 2017: quasi 121.000. E le erogazioni sono triplicate in meno di un decennio. Lo speciale contiene due articoli. La storia si ripete. Maturano i diritti per l'assegno sociale e tornano nel loro Paese, dove il valore d'acquisto è di gran lunga superiore. E poi spetta alle forze dell'ordine o all'Inps, con indagini difficili e macchinose, accertare se non sono più nelle condizioni per godere del benefit. Gli ultimi dati annuali in possesso del ministero dell'Interno che fotografano il fenomeno contano circa 500 casi, per un totale di 10 milioni di euro. E anche nell'ultimo anno le inchieste sui furbetti hanno riempito pagine e pagine della cronaca locale dei quotidiani. Il caso più eclatante risale al mese di febbraio 2018. Per ben quattro anni 182 stranieri che risultavano residenti ad Ancona (dove il 17,05% del totale degli assegni sociali finisce agli extracomunitari: di questi il 7,90% sono albanesi e l'1,50% marocchini) hanno percepito i 450 euro per 13 mensilità. Ma non ne avevano titolo, perché, senza comunicarlo all'Inps, avevano lasciato l'Italia: 33 se ne erano tornati in Albania, 18 in Marocco, dieci in Macedonia e gli altri tra le Americhe, la Polonia, il Nord Africa, l'Africa centrale e l'India. In totale sono stati recuperati e risparmiati circa un milione di euro. L'altra maxi inchiesta è del dicembre dello scorso anno. A Sabaudia gli investigatori delle Fiamme gialle ne hanno stanati altri 36: incassavano i 450 euro per le 13 mensilità previste, perché, sulla carta, avevano tutti i requisiti in regola: 66 anni e sette mesi di età e risultavano residenti o con permesso di soggiorno da almeno dieci anni. In realtà, però, ognuno se n'era tornato a casa sua. La frode, alla fine, è stata stimata in 340.000 euro, sottratti dal bilancio dello Stato. L'indagine ha portato anche alla cancellazione dalle liste della popolazione residente in Italia. Alcuni di loro, malati, erano pure a carico del Servizio sanitario nazionale. E percepivano somme superiori ai 4.000 euro. Per questo sono stati denunciati per indebita percezione di erogazioni. Le somme sono state sequestrate. La bonifica, per fortuna, non si è fermata all'Agro Pontino. Il più sfortunato è un senegalese residente ufficialmente a Livorno: compiuti i 67 anni aveva cominciato a percepire l'assegno sociale. Pochi mesi dopo sono intervenuti i finanzieri e hanno scoperto che viveva stabilmente nel suo Paese d'origine. Ma qua e là lungo lo Stivale si trova traccia delle fregature in cui è incappato l'istituto di previdenza. Non sono mancati, poi, i casi limite. Il 4 aprile scorso gli investigatori della questura di Udine si sono imbattuti in un novantaduenne della Repubblica dominicana. In passato l'anziano aveva ottenuto il ricongiungimento familiare con la figlia in Italia e, dal settembre 2008, aveva maturato il diritto a ricevere l'assegno. E quindi il suo fascicolo Inps all'apparenza era regolare. Dalle indagini è emerso, però, che dal 2013 aveva soggiornato per lunghi periodi nella nazione di origine, venendo meno il presupposto previsto dall'Inps della stabile residenza. L'assegno, infatti, viene sospeso se il titolare soggiorna all'estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. E nei confronti dell'anziano sono state avviate le pratiche per tentare di recuperare il denaro sottratto. A giugno dell'anno scorso un'inchiesta si è abbattuta su Genova, dove la Guardia di finanza, di extracomunitari furbetti, ne ha stanati sette. Fin qui tutto come di routine (carte all'apparenza in regola ma nessuna presenza in Italia ormai da tempo). Se non fosse che è saltata all'occhio la provenienza di uno di questi: Israele. Primo caso nella storia. Se ne è tornato lì con l'assegno sociale italiano, pensando di farla franca. In questo caso, sottolinearono i finanzieri, non era stato facile scoprirlo. La prova principale, di solito, sono i visti sui documenti e di conseguenza sulle banche dati ministeriali al momento dell'espatrio. Ma se uno straniero, come in questo caso, esce dall'Italia da un'altra nazione dell'Unione europea, l'espatrio non è segnalato alle autorità italiane e neppure all'Inps. Che, ignaro, continua a bonificare i 430 euro finché non vengono disposti controlli approfonditi. Un'indagine dell'ottobre 2018 partita da Grosseto è riuscita a risalire alla indebita percezione dell'assegno sociale con una investigazione tutta bancaria. Un albanese e una donna dell'Est, dopo aver richiesto e ottenuto l'erogazione dell'assegno, erano rientrati nei loro Paesi d'origine, dove riscuotevano la somma. I carabinieri, attraverso le movimentazioni dei conti correnti, sono riusciti a dimostrare che il denaro veniva versato in filiali di banche italiane, ma che le carte usate per prelevarlo finivano in bancomat e pos esteri in modo stabile e continuativo. Anche in questo caso il diritto è stato revocato e i due furbetti sono stati segnalati in Procura. Nel marzo 2018, a Pescara, cinque stranieri sono stati denunciati per aver incassato 200.000 euro di assegni sociali. In alcuni casi, hanno scoperto le Fiamme gialle, se ne erano tornati all'estero. In altri casi, invece, avevano messo in atto una vera e propria truffa e, con artifizi e raggiri, taroccando i documenti sulla loro condizione economica, erano riusciti a ottenere l'assegno sociale. In realtà, però, hanno scoperto gli investigatori, non erano indigenti. I loro redditi non avrebbero permesso a queste persone di ottenere il benefit. Così, i cinque sono stati denunciati. Un cittadino albanese, quarantenne, che aveva ottenuto dalla provincia autonoma di Trento un sostegno sociale, invece, si era trasferito con i genitori ottantenni, che incassavano l'assegno sociale, in Germania. Tutti e tre continuavano a incassare i bonifici delle erogazioni pubbliche. Se n'è accorta la polizia locale della Valle del Chiese, che aveva ricevuto una segnalazione dall'ente che affida le case popolari (i tre avevano ottenuto anche quella) perché non era stato possibile contattare gli inquilini di un appartamento apparentemente lasciato dagli occupanti senza la restituzione delle chiavi. Le verifiche svolte hanno consentito all'ente di rientrare in possesso dell'appartamento in modo che potesse essere riassegnato e, in seguito ad accertamenti all'Inps e alla Pat, di provare la truffa, consistita nell'omettere di informare il Comune di residenza del trasferimento all'estero. Tutti e tre i componenti del nucleo familiare sono stati cancellati dall'anagrafe del Comune di Sella Giudicarie. E le erogazioni sono state immediatamente interrotte. E ancora: sempre lo scorso anno spicca il caso di una coppia di anziani coniugi tunisini che risiedevano, per finta, nella provincia di Firenze. I due hanno incassato in totale 120.000 euro. Ma gli investigatori, mentre indagavano sugli assegni sociali, hanno scoperto anche che i due conducevano una vita da nababbi, accertando movimenti di capitali verso il Principato di Monaco per 370.000 euro. 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I numeri definitivi, snocciolati dal Sole 24 Ore e diffusi dall'Inps, si fermano a quell'anno. Nel 2017 la metà di quegli extracomunitari apparteneva a sei Paesi: al primo posto c'era l'Albania, con 299.731 presenze, seguita dal Marocco con 262.824, dalla Cina con 209.405, dall'Ucraina con 166.546, dalle Filippine con 117.360 e dalla Moldavia con 106.041. Ma per leggere il fenomeno complessivamente bisogna tenere in considerazione almeno gli ultimi dieci anni. E così, si scopre, dato sbandierato da Tito Boeri, che si è passati da 1,3 a 1,7 milioni di cittadini non comunitari iscritti all'Inps come lavoratori. Il dato che Boeri tralasciava, e che invece è significativo, è però quello sui percettori di sostegno al reddito, un numero che è cresciuto ampiamente: dalle 17.000 erogazioni del 2008 c'è stato un salto che ha raggiunto le 94.000 del 2017. Questo dato dimostra che una grossa fetta degli stranieri in Italia non ha un reddito sufficiente per vivere. Dai controlli quotidiani messi in campo dalle forze dell'ordine si scopre anche che molti di loro, poi, in realtà un reddito superiore ce l'hanno, ma truccano le carte pur di incassare il sostegno dello Stato. In altri casi si tratta di lavoratori in nero che con più lavoretti riescono a raggiungere gruzzoletti mensili di tutto rispetto, ma non rinunciano comunque al bonifico sociale. A essere triplicato è invece il numero di titolari non comunitari di pensione e in particolare di pensioni assistenziali: dai 33.000 pensionati del 2008 si è arrivati ai 96.000 del 2017. La metà di loro nel 2017 (59.163 persone) è risultata titolare solo di pensioni assistenziali (invalidità civile e pensioni sociali), altri 20.747 di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti, 9.992, invece, di pensioni indennitarie, cioè corrisposte a seguito di un infortunio sul lavoro o per malattia professionale. Oltre a questi ci sono 5.579 titolari di pensioni sia di invalidità, sia assistenziali e 1.003 titolari di pensioni d'invalidità e indennitarie. Insomma, c'è chi riesce a cumulare più diritti. Ci sono, poi, 78 casi record: extracomunitari che hanno diritto alla pensione assistenziale, a quella d'invalidità e a quella indennitaria, per un importo annuale totale di 17.000 euro. Le riforme introdotte nel 2018, con l'innalzamento dell'età a 66 anni e sette mesi, hanno ritoccato il dato al ribasso. Gli assegni sociali liquidati nel primo semestre 2018 erano già scesi a 10.332. Nello stesso periodo dell'anno precedente erano 78.470. Nel 2019, con l'innalzamento a 67 anni tondi tondi, il dato è sceso ancora: la quantità di assegni liquidati nel primo trimestre è pari a 3.199. Un terzo rispetto al 2017. Per ottenere il beneficio è necessario dimostrare di avere in mano un permesso di soggiorno di lungo periodo e di trovarsi in condizioni economiche disagiate. Ma c'è anche un'altra strada: ogni immigrato che ha ottenuto la residenza con l'istituto del ricongiungimento familiare, se in età avanzata per lavorare, ha diritto a vedersi versato dall'Inps un sussidio di 5.880 euro l'anno. Il che, in soldoni, si traduce in questa stima: 327.190.500 euro che ogni anno l'Italia spende per garantire la pensione agli stranieri troppo in avanti con gli anni per lavorare. E, così, salta anche la vulgata dei giovani stranieri che pagano le pensioni agli italiani. Perché in Italia il 17% circa di loro ha superato i 65 anni. E, in questa maniera, viene anche spiegato il tormentone che circola sui social con titoli del tipo: «Paghiamo le pensioni a immigrati che non hanno lavorato neanche per un giorno». Molti la bollano come una bufala. Ma i dati parlano chiaro. Grazie al ricongiungimento familiare c'è una pletora di stranieri che incassa la pensione versata dall'Inps pur non avendo mai lavorato né versato contributi in Italia. L'unico requisito richiesto dalla legge è la residenza effettiva e abituale in Italia. Poi basta consegnare una carta prepagata collegata al conto corrente aperto in una filiale di una banca italiana a un parente che vive all'estero e il gioco è fatto. Molti comunque scelgono di rischiare e, una volta ottenuto il diritto, se ne tornano nel Paese d'origine. Per la sospensione dell'erogazione va accertata la loro assenza dal territorio italiano per 30 giorni e, anche in questo caso, se lo straniero riesce a dimostrare, come spesso accade, che l'assenza è dipesa da gravi motivi di salute, l'assegno è salvo. Riuscire a dimostrare, poi, che un medico albanese o filippino abbia dichiarato il falso non è proprio una questione agevole. Sono necessarie rogatorie internazionali e le indagini giudiziarie, a quel punto, si fanno davvero complicate. In ogni caso, dopo un anno di sospensione, se lo straniero è ancora all'estero, l'assegno viene revocato definitivamente.
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
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Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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