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2020-12-22
Il virus mutato terrorizza il governo. L’Aifa: «Allarmismo ingiustificato»
Ansa
Non era il regalo che avremmo voluto per questo Natale già così provato, e privato di consolazioni, però la variante del Covid che arriva dal Regno Unito non deve essere l'ennesima fonte di angoscia. Lo dice anzitutto Giorgio Palù, nuovo presidente dell'Afida: «Allarmismo ingiustificato», poiché «non ci sono studi che dimostrano maggiore virulenza». Massimo Clementi, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell'ospedale San Raffaele di Milano, osserva: «Si diffonde facilmente». Ma poi ricorda che «il primo caso accertato è in una coppia di due persone che stanno bene e si trovano a casa. Quindi stiamo calmi».
Dopo i primi due contagiati, una donna italiana e il suo convivente rientrato qualche giorno fa dal Regno Unito con un volo atterrato a Fiumicino, entrambi in isolamento, perché i medici dell'ospedale militare del Celio hanno sequenziato il genoma della nuova versione del Covid, anche una ragazza di Bari, rientrata giovedì da Londra con la febbre, è risultata positiva al tampone. Le sue condizioni non destano preoccupazioni, si sta verificando se anche la giovane sia stata colpita dal virus mutato. Mentre vengono ricostruiti contatti e movimenti dei primi pazienti italiani, con una variante che avrebbe un indice di trasmissibilità superiore a quello in circolazione (tra il 50 e il 70% in più), tesi però smentita dagli americani, in tutta Europa e in alcuni Paesi extra europei si è scatenato l'allarme. Voli sospesi quasi ovunque con il regno di Sua Maestà, tranne poche eccezioni suggerite dal buon senso: tra queste, Spagna e Portogallo, che vietano gli arrivi da Oltremanica ma non per spagnoli, portoghesi e quanti risiedono nella Penisola iberica. Non c'è ragione di bloccare i connazionali.
Il focolaio del virus mutato, che è stato rilevato il 20 settembre nel Sud Est dell'Inghilterra (forse dalle tre prigioni dell'isola di Sheppey, nel Kent), fa paura anche se gli esperti invitano alla calma. «Sembra più contagioso, ovvero che si trasmette più facilmente da un individuo all'altro, ma non più aggressivo o letale. Si tratta ovviamente di ipotesi che andranno confermate da studi ancora in corso», ha fatto sapere Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova. L'infettivologo, che è anche coordinatore scientifico del gruppo di lavoro per la gestione del paziente Covid-19 per il ministero della Salute, ricorda che «ci sono state 17 mutazioni, la più significativa delle quali è la N501y, nella proteina spike che il virus usa per attaccarsi alle cellule umane» e che non sarà nemmeno l'ultima. «Simili mutazioni erano già state descritte in Spagna e altri Paesi. I virus mutano continuamente. È il loro modo di vivere: cambiare per sopravvivere». Quindi bloccare i voli non servirà: «Sono mesi che la variante è in giro per il mondo e, probabilmente, anche in Italia», commenta Bassetti che aggiunge: «Fermare i voli da e per l'Inghilterra sembra simile a quello che si fece nell'inverno scorso con la Cina. Il virus era già arrivato qui tra noi e noi lo cercavamo nei signori con gli occhi a mandorla».
Secondo il documento pubblicato sul sito del Centro europeo per la sorveglianza delle malattie infettive (Ecdc), il virus mutato circolava già da novembre: in quel mese, tre sequenze di campioni raccolti in Danimarca, e uno in Australia, sono risultate collegate al focolaio inglese. Ma probabilmente era diffuso anche prima, forse a partire da settembre non solo nel Regno Unito. E chissà se le impennate di contagi registrati da noi a fine estate non fossero effetto della mutazione, più che degli assembramenti in discoteche e dintorni. «A settembre la notizia (della mutazione del virus, ndr) non è stata diffusa perché era un'informazione tecnica, adesso sta diventando un'informazione di salute pubblica», ha spiegato Carlo Federico Perno, professore di microbiologia all'UniCamillus di Roma. Bassetti ha tranquillizzato circa l'ipotesi che gli antidoti in arrivo non siano efficaci contro il nuovo ceppo: «Funzioneranno lo stesso in quanto i vaccini fanno produrre al nostro corpo anticorpi contro molte parti della proteina spike, e la mutazione descritta riguarda solamente una piccola parte. Quindi no panic», scriveva domenica sera sulla sua pagina Facebook. La variante del virus «non arriva solo dall'Inghilterra. Già un mese fa avevo detto di fare attenzione perché c'era l'evidenza di una nuova variante più contagiosa che non altera la letalità, per cui la pericolosità resta inalterata», dichiarava Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, durante la trasmissione Non è l'arena di Massimo Giletti, su La7.
Secondo l'Oms, la nuova variante «non è fuori controllo». L'Ecdc raccomanda ai governi di «monitorare molto attentamente gli individui vaccinati in modo da identificarne l'eventuale inefficacia e l'insorgere dell'infezione. Inoltre i virus isolati da questi casi dovrebbero essere sequenziali e caratterizzati». Ieri a Bruxelles si è tenuto un vertice d'emergenza per coordinare la risposta a questa variante Covid, rimane ancora da definire la questione test molecolari o rapidi. Ovvero se quelli oggi a disposizione restano o meno validi. «Il cosiddetto “tampone" consente di rilevare l'infezione da Sars-CoV-2 compresa quella causata dalla variante inglese, ma per distinguere i vari ceppi varianti attualmente in circolazione è necessario procedere con il sequenziamento», ha precisato Antonio Mastino, microbiologo associato all'Istituto di farmacologia traslazionale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ift). Secondo il ricercatore, però, «al momento non vi sono elementi per aumentare il livello di preoccupazione». Veneto e Lombardia sono state le prime Regioni a disporre disposto l'obbligo di tamponi per i cittadini che sono stati in Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord negli ultimi 14 giorni. Intanto Covid (e Brexit) hanno affondato la sterlina, ieri scesa a 0,916 per un euro. Un lunedì nerissimo per Borse europee che hanno bruciato 202,63 miliardi di euro.
«Siamo abbandonati a Heathrow»
Un'odissea, quella degli italiani rimasti bloccati a Londra a causa dello stop ai voli deciso in fretta e furia dal governo italiano, con la solita approssimazione, per non dire sciatteria. Nessuno, infatti, si è preoccupato di aiutare, o anche semplicemente informare, i nostri connazionali che erano sul punto di tornare in Italia e che sono rimasti per ore al gelo nell'aeroporto di Londra.
La Farnesina, guidata da Luigi Di Maio, è stata totalmente assente. La Verità ha contattato Laura Parmiani, cittadina italiana che da quattro anni gestisce un salone di bellezza a Londra. Suo marito, anche lui italiano, è in Inghilterra da 14 anni. L'altro ieri pomeriggio sono arrivati in aeroporto, a Heathrow, per imbarcarsi sul volo Alitalia delle 18.50 diretto a Milano. Cosa è successo?
«Stavo tornando in Italia con mio marito e mio figlio neonato», racconta Laura, «dovevamo registrarlo in Italia e saremmo rimasti per un lungo periodo. Avevamo prenotato un volo da 400 euro. Una volta arrivati in aeroporto, abbiamo fatto il tampone com'era previsto dal dpcm, pagato 100 sterline tra me e mio marito, e con risultato negativo. Eravamo circa 200, due voli interi, tutti avevamo l'esito del tampone negativo in mano e aspettavamo l'imbarco. Erano circa le 15.30, quando abbiamo ricevuto la mail che ci informava che il volo era stato cancellato. A quel punto siamo andati al desk Alitalia per chiedere informazioni. Nessuno sapeva nulla», aggiunge, «ci hanno detto solo di uscire fuori e aspettare che qualcuno venisse a dirci qualcosa».
Allo sconcerto si aggiungono le difficoltà legate alle temperature: «Ci hanno lasciato al freddo per un'ora», prosegue Laura, «fino a quando l'assistente Alitalia è arrivata insieme a un ragazzo della security, che ha urlato: “Il volo non parte, andate a casa!", senza nessun altro tipo di spiegazione. Da quel momento in poi nessuno si è preoccupato di aiutarci. Eravamo tutti sconcertati, ci siamo rivolti alle autorità italiane, ambasciata e consolato, ma nessuno ci ha risposto. Zero. Abbiamo tenuto mio figlio, che ha solo un mese, per ore in aeroporto sperando di riuscire a tornare a casa, e invece niente. Siamo rimasti fino alle 22», dice Laura, «poi abbiamo preso un taxi e siamo tornati a casa, frustrati e delusi». L'intera giornata di ieri è trascorsa nella vana ricerca di qualche informazione, di un aiuto da parte delle autorità italiane, che hanno lasciato questi nostri connazionali nella più cupa disperazione: «Abbiamo riprovato a contattare le autorità italiane», dice Laura, «per l'intera giornata, ma nessuno sa dirci nulla. Quello che è successo è una ingiustizia: non solo avevamo fatto i tamponi in aeroporto, ma li avevamo già fatti, io e mio marito, due giorni prima, per essere sicuri di non avere brutte sorprese alla partenza. Il volo in partenza sarebbe stato completamente Covid free. Chiedo al governo», conclude, «di farci rimpatriare il prima possibile perché quello che ci hanno fatto non è giusto».
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Primi casi registrati nel nostro Paese, dove però circola da settimane. Gli americani negano che contagi di più. E Matteo Bassetti, consulente del ministero, rassicura: «Il vaccino sarà efficace». L'Ue discute se modificare i test.L'odissea di un'emigrata nel Regno Unito: «Io e mio marito siamo negativi e abbiamo pure un neonato. Silenzio da Farnesina e Alitalia. Come noi altri 200 connazionali».Lo speciale contiene due articoli.Non era il regalo che avremmo voluto per questo Natale già così provato, e privato di consolazioni, però la variante del Covid che arriva dal Regno Unito non deve essere l'ennesima fonte di angoscia. Lo dice anzitutto Giorgio Palù, nuovo presidente dell'Afida: «Allarmismo ingiustificato», poiché «non ci sono studi che dimostrano maggiore virulenza». Massimo Clementi, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell'ospedale San Raffaele di Milano, osserva: «Si diffonde facilmente». Ma poi ricorda che «il primo caso accertato è in una coppia di due persone che stanno bene e si trovano a casa. Quindi stiamo calmi».Dopo i primi due contagiati, una donna italiana e il suo convivente rientrato qualche giorno fa dal Regno Unito con un volo atterrato a Fiumicino, entrambi in isolamento, perché i medici dell'ospedale militare del Celio hanno sequenziato il genoma della nuova versione del Covid, anche una ragazza di Bari, rientrata giovedì da Londra con la febbre, è risultata positiva al tampone. Le sue condizioni non destano preoccupazioni, si sta verificando se anche la giovane sia stata colpita dal virus mutato. Mentre vengono ricostruiti contatti e movimenti dei primi pazienti italiani, con una variante che avrebbe un indice di trasmissibilità superiore a quello in circolazione (tra il 50 e il 70% in più), tesi però smentita dagli americani, in tutta Europa e in alcuni Paesi extra europei si è scatenato l'allarme. Voli sospesi quasi ovunque con il regno di Sua Maestà, tranne poche eccezioni suggerite dal buon senso: tra queste, Spagna e Portogallo, che vietano gli arrivi da Oltremanica ma non per spagnoli, portoghesi e quanti risiedono nella Penisola iberica. Non c'è ragione di bloccare i connazionali. Il focolaio del virus mutato, che è stato rilevato il 20 settembre nel Sud Est dell'Inghilterra (forse dalle tre prigioni dell'isola di Sheppey, nel Kent), fa paura anche se gli esperti invitano alla calma. «Sembra più contagioso, ovvero che si trasmette più facilmente da un individuo all'altro, ma non più aggressivo o letale. Si tratta ovviamente di ipotesi che andranno confermate da studi ancora in corso», ha fatto sapere Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova. L'infettivologo, che è anche coordinatore scientifico del gruppo di lavoro per la gestione del paziente Covid-19 per il ministero della Salute, ricorda che «ci sono state 17 mutazioni, la più significativa delle quali è la N501y, nella proteina spike che il virus usa per attaccarsi alle cellule umane» e che non sarà nemmeno l'ultima. «Simili mutazioni erano già state descritte in Spagna e altri Paesi. I virus mutano continuamente. È il loro modo di vivere: cambiare per sopravvivere». Quindi bloccare i voli non servirà: «Sono mesi che la variante è in giro per il mondo e, probabilmente, anche in Italia», commenta Bassetti che aggiunge: «Fermare i voli da e per l'Inghilterra sembra simile a quello che si fece nell'inverno scorso con la Cina. Il virus era già arrivato qui tra noi e noi lo cercavamo nei signori con gli occhi a mandorla». Secondo il documento pubblicato sul sito del Centro europeo per la sorveglianza delle malattie infettive (Ecdc), il virus mutato circolava già da novembre: in quel mese, tre sequenze di campioni raccolti in Danimarca, e uno in Australia, sono risultate collegate al focolaio inglese. Ma probabilmente era diffuso anche prima, forse a partire da settembre non solo nel Regno Unito. E chissà se le impennate di contagi registrati da noi a fine estate non fossero effetto della mutazione, più che degli assembramenti in discoteche e dintorni. «A settembre la notizia (della mutazione del virus, ndr) non è stata diffusa perché era un'informazione tecnica, adesso sta diventando un'informazione di salute pubblica», ha spiegato Carlo Federico Perno, professore di microbiologia all'UniCamillus di Roma. Bassetti ha tranquillizzato circa l'ipotesi che gli antidoti in arrivo non siano efficaci contro il nuovo ceppo: «Funzioneranno lo stesso in quanto i vaccini fanno produrre al nostro corpo anticorpi contro molte parti della proteina spike, e la mutazione descritta riguarda solamente una piccola parte. Quindi no panic», scriveva domenica sera sulla sua pagina Facebook. La variante del virus «non arriva solo dall'Inghilterra. Già un mese fa avevo detto di fare attenzione perché c'era l'evidenza di una nuova variante più contagiosa che non altera la letalità, per cui la pericolosità resta inalterata», dichiarava Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell'Organizzazione mondiale della sanità, durante la trasmissione Non è l'arena di Massimo Giletti, su La7.Secondo l'Oms, la nuova variante «non è fuori controllo». L'Ecdc raccomanda ai governi di «monitorare molto attentamente gli individui vaccinati in modo da identificarne l'eventuale inefficacia e l'insorgere dell'infezione. Inoltre i virus isolati da questi casi dovrebbero essere sequenziali e caratterizzati». Ieri a Bruxelles si è tenuto un vertice d'emergenza per coordinare la risposta a questa variante Covid, rimane ancora da definire la questione test molecolari o rapidi. Ovvero se quelli oggi a disposizione restano o meno validi. «Il cosiddetto “tampone" consente di rilevare l'infezione da Sars-CoV-2 compresa quella causata dalla variante inglese, ma per distinguere i vari ceppi varianti attualmente in circolazione è necessario procedere con il sequenziamento», ha precisato Antonio Mastino, microbiologo associato all'Istituto di farmacologia traslazionale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ift). Secondo il ricercatore, però, «al momento non vi sono elementi per aumentare il livello di preoccupazione». Veneto e Lombardia sono state le prime Regioni a disporre disposto l'obbligo di tamponi per i cittadini che sono stati in Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord negli ultimi 14 giorni. 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La Farnesina, guidata da Luigi Di Maio, è stata totalmente assente. La Verità ha contattato Laura Parmiani, cittadina italiana che da quattro anni gestisce un salone di bellezza a Londra. Suo marito, anche lui italiano, è in Inghilterra da 14 anni. L'altro ieri pomeriggio sono arrivati in aeroporto, a Heathrow, per imbarcarsi sul volo Alitalia delle 18.50 diretto a Milano. Cosa è successo? «Stavo tornando in Italia con mio marito e mio figlio neonato», racconta Laura, «dovevamo registrarlo in Italia e saremmo rimasti per un lungo periodo. Avevamo prenotato un volo da 400 euro. Una volta arrivati in aeroporto, abbiamo fatto il tampone com'era previsto dal dpcm, pagato 100 sterline tra me e mio marito, e con risultato negativo. Eravamo circa 200, due voli interi, tutti avevamo l'esito del tampone negativo in mano e aspettavamo l'imbarco. Erano circa le 15.30, quando abbiamo ricevuto la mail che ci informava che il volo era stato cancellato. A quel punto siamo andati al desk Alitalia per chiedere informazioni. Nessuno sapeva nulla», aggiunge, «ci hanno detto solo di uscire fuori e aspettare che qualcuno venisse a dirci qualcosa». Allo sconcerto si aggiungono le difficoltà legate alle temperature: «Ci hanno lasciato al freddo per un'ora», prosegue Laura, «fino a quando l'assistente Alitalia è arrivata insieme a un ragazzo della security, che ha urlato: “Il volo non parte, andate a casa!", senza nessun altro tipo di spiegazione. Da quel momento in poi nessuno si è preoccupato di aiutarci. Eravamo tutti sconcertati, ci siamo rivolti alle autorità italiane, ambasciata e consolato, ma nessuno ci ha risposto. Zero. Abbiamo tenuto mio figlio, che ha solo un mese, per ore in aeroporto sperando di riuscire a tornare a casa, e invece niente. Siamo rimasti fino alle 22», dice Laura, «poi abbiamo preso un taxi e siamo tornati a casa, frustrati e delusi». L'intera giornata di ieri è trascorsa nella vana ricerca di qualche informazione, di un aiuto da parte delle autorità italiane, che hanno lasciato questi nostri connazionali nella più cupa disperazione: «Abbiamo riprovato a contattare le autorità italiane», dice Laura, «per l'intera giornata, ma nessuno sa dirci nulla. Quello che è successo è una ingiustizia: non solo avevamo fatto i tamponi in aeroporto, ma li avevamo già fatti, io e mio marito, due giorni prima, per essere sicuri di non avere brutte sorprese alla partenza. Il volo in partenza sarebbe stato completamente Covid free. Chiedo al governo», conclude, «di farci rimpatriare il prima possibile perché quello che ci hanno fatto non è giusto».
A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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Ansa
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.
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