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2021-03-05
Il Malawi ha plurimi problemi. Compreso il vampirismo
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Getty Images/iStock
Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».
Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue.
Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza).
Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.
Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina
Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.
Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana.
Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
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Non solo crisi economica. Nell'aprile del 2020, Le Monde riferì che almeno otto persone fossero state uccise nel Paese da ronde che le ritenevano dei succhia-sangue. Voice of America riportò che le dicerie si fossero diffuse a inizio febbraio e che la psicosi avesse colpito sei distretti.Sul piano geopolitico il Paese africano si è avvicinato fortemente alla Cina instaurando relazioni diplomatiche con Pechino nel 2008. Da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati.Lo speciale contiene due articoli.Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue. Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza). Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vampirismo-in-malawi-2650917837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="geopolitica-ed-economia-dal-2008-il-malawi-si-e-avvicinato-alla-cina" data-post-id="2650917837" data-published-at="1614946441" data-use-pagination="False"> Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana. Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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