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2021-03-05
Il Malawi ha plurimi problemi. Compreso il vampirismo
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Getty Images/iStock
Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».
Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue.
Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza).
Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.
Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina
Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.
Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana.
Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
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Non solo crisi economica. Nell'aprile del 2020, Le Monde riferì che almeno otto persone fossero state uccise nel Paese da ronde che le ritenevano dei succhia-sangue. Voice of America riportò che le dicerie si fossero diffuse a inizio febbraio e che la psicosi avesse colpito sei distretti.Sul piano geopolitico il Paese africano si è avvicinato fortemente alla Cina instaurando relazioni diplomatiche con Pechino nel 2008. Da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati.Lo speciale contiene due articoli.Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue. Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza). Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vampirismo-in-malawi-2650917837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="geopolitica-ed-economia-dal-2008-il-malawi-si-e-avvicinato-alla-cina" data-post-id="2650917837" data-published-at="1614946441" data-use-pagination="False"> Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana. Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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