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2021-03-05
Il Malawi ha plurimi problemi. Compreso il vampirismo
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Getty Images/iStock
Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».
Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue.
Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza).
Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.
Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina
Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.
Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana.
Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
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Non solo crisi economica. Nell'aprile del 2020, Le Monde riferì che almeno otto persone fossero state uccise nel Paese da ronde che le ritenevano dei succhia-sangue. Voice of America riportò che le dicerie si fossero diffuse a inizio febbraio e che la psicosi avesse colpito sei distretti.Sul piano geopolitico il Paese africano si è avvicinato fortemente alla Cina instaurando relazioni diplomatiche con Pechino nel 2008. Da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati.Lo speciale contiene due articoli.Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue. Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza). Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vampirismo-in-malawi-2650917837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="geopolitica-ed-economia-dal-2008-il-malawi-si-e-avvicinato-alla-cina" data-post-id="2650917837" data-published-at="1614946441" data-use-pagination="False"> Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana. Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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