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2021-03-05
Il Malawi ha plurimi problemi. Compreso il vampirismo
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Getty Images/iStock
Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».
Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue.
Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza).
Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.
Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina
Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.
Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana.
Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
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Non solo crisi economica. Nell'aprile del 2020, Le Monde riferì che almeno otto persone fossero state uccise nel Paese da ronde che le ritenevano dei succhia-sangue. Voice of America riportò che le dicerie si fossero diffuse a inizio febbraio e che la psicosi avesse colpito sei distretti.Sul piano geopolitico il Paese africano si è avvicinato fortemente alla Cina instaurando relazioni diplomatiche con Pechino nel 2008. Da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati.Lo speciale contiene due articoli.Le reazioni interne ed internazionali non tardarono ad arrivare. L'allora presidente malawiano, Peter Mutharika, esortò la popolazione alla calma, sostenendo al contempo che la psicosi fosse stata strumentalmente aizzata dall'opposizione. «Sappiamo che questo fa parte di una strategia politica per creare paura e panico per impedire alle persone di registrarsi nelle liste elettorali», dichiarò. «E tutto questo mentre intraprendiamo la guerra contro il coronavirus», aggiunse. Intervenne sulla questione anche la responsabile delle Nazioni Unite per il Malawi, Maria Torres, che, in un comunicato, dichiarò: «Questi episodi di giustizia di massa si nutrono di miti e disinformazione che mettono a repentaglio lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani».Il clima di psicosi da vampiri non era del resto una novità per il Malawi. Nell'ottobre del 2017, la paura per i succhia-sangue era infatti esplosa in isteria generale, determinando una sommossa violenta. Almeno otto persone, considerate dei vampiri, vennero uccise (chi lapidato, chi dato alle fiamme) nella città di Blantyre. In quell'occasione, la polizia locale dichiarò di aver arrestato 140 componenti delle ronde, responsabili dei linciaggi. Anche in quel caso, la psicosi si sarebbe diffusa a partire da un Paese confinante (il Mozambico), per estendersi poi nella parte meridionale del Malawi. Questa situazione generò un clima di forti violenze, tanto da indurre le Nazioni Unite a ritirare il proprio personale presente in loco. In quell'occasione, le autorità locali inviarono le forze dell'ordine e decretarono un coprifuoco notturno, mentre Mutharika si recò sul posto per cercare di placare gli animi. Andando ancora più indietro, già nel 2002 si registrarono violenze dirette contro presunti vampiri: in quel contesto, nel gennaio del 2003, un giornalista radiofonico malawiano venne arrestato per aver trasmesso un'intervista a un uomo che affermava di essere stato aggredito da un succhia-sangue. Andando oltre i drammatici casi di cronaca, è bene chiarire in che cosa consista esattamente la credenza del vampirismo malawiano, per indagarne poi le cause strutturali. Cominciamo col dire che, come riferito da Vice News nel novembre del 2017, la figura del vampiro in Malawi sia da intendersi in modo differente da come viene concepita nell'immaginario collettivo occidentale: si tratterebbe - secondo le credenze - di esseri umani (definiti «Anamapopa») che, attraverso magia e tecnologia, paralizzerebbero le proprie vittime, estraendo loro il sangue con marchingegni ignoti, per poi venderlo a chi ne fa uso per riti magici (spesso a scopo di ricchezza). Venendo poi alle cause di questa situazione, troviamo innanzitutto ragioni di natura culturale: nonostante la popolazione si dica per il 75% cristiana e per il 15% islamica, le credenze legate alla stregoneria sono particolarmente diffuse. Il che si lega con pratiche barbariche rivolte contro i presunti vampiri e - come vedremo - contro gli albini. In secondo luogo, si scorgono cause di natura socioeconomica. Solitamente questi episodi di violenza tendono ad esplodere nei periodi di siccità: tutto questo, nel quadro di un Paese poverissimo che, ricordiamolo, basa circa l'80% della propria economia sull'agricoltura e che sta incontrando sempre maggiori difficoltà sul piano climatico e ambientale. Esistono infine anche delle ragioni di tipo criminale: nel Paese vengono infatti effettuati omicidi con lo scopo di vendere parti del corpo umano usate per rituali magici. Un problema, questo, che riguarda soprattutto gli albini. Secondo quanto riferito dalla Bbc nel 2019, «un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che gli attacchi e le uccisioni di persone affette da albinismo aumentano durante i periodi elettorali a causa della falsa convinzione che le loro parti del corpo possano portare fortuna e potere politico se usate in rituali legati alla stregoneria». La questione dell'albinismo costituì d'altronde uno dei temi caldi proprio della campagna presidenziale malawiana del 2019. A questo proposito, negli scorsi giorni, alcuni gruppi di attivisti locali hanno esercitato pressioni per emendare il Witchcraft Act del 1911: l'obiettivo principale è infatti quello di rendere la legislazione più severa con l'obiettivo di tutelare albini e persone accusate di stregoneria o vampirismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vampirismo-in-malawi-2650917837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="geopolitica-ed-economia-dal-2008-il-malawi-si-e-avvicinato-alla-cina" data-post-id="2650917837" data-published-at="1614946441" data-use-pagination="False"> Geopolitica ed economia: dal 2008 il Malawi si è avvicinato alla Cina Il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo: fortemente dipendente dall'agricoltura (che impiega circa l'80% della popolazione), riscontra forti problemi soprattutto sul piano climatico e ambientale. Nonostante l'avvio di una recente fase di crescita (dal 2018 al 2019), la pandemia del Covid-19 ha impresso una battuta d'arresto sul fronte economico. Secondo quanto riferito dalla Banca Mondiale, gli ultimi dati mostrano che il tasso di povertà nazionale sia leggermente aumentato dal 50,7% nel 2010 al 51,5% nel 2016, per quanto la povertà nazionale estrema sia diminuita dal 24,5% nel 2010/11 al 20,1 nel 2016/17: tra le cause strutturali di questa situazione, si registrano in particolare una bassa produttività agricola e scarse opportunità occupazionali al di fuori dello stesso settore agricolo.Nel corso degli ultimi anni, il Malawi, sul piano geopolitico, si è avvicinato fortemente a Pechino: il Paese ha instaurato relazioni diplomatiche con la Cina nel 2008 e, da allora, i legami economico-commerciali si sono notevolmente intensificati. Anche perché, come riferito nel 2017 da The Diplomat, Pechino punterebbe soprattutto a mettere le mani sui minerali e sul legname malawiani. Una tesi, questa, espressa da Taiwan, ma che la Repubblica popolare ha rispedito al mittente. Nel corso di questi anni, la Cina ha realizzato varie opere infrastrutturali ed edilizie in Malawi (tra cui il Bingu International Conference Center, il palazzo del parlamento, il Bingu National Stadium). Tuttavia, il Paese africano ha anche contratto forti debiti con Pechino (nel 2016 fu siglato un accordo di finanziamento per 1,7 miliardi di dollari), mentre - nella realizzazione delle opere suddette - sono stati scarsamente coinvolti lavoratori malawiani. Ciò accade, più in generale, anche per quanto riguarda le imprese cinesi presenti in loco, dove gli impiegati autoctoni sono solitamente pochi e malpagati. Una serie di circostanze che stridono con la narrazione proposta da Pechino, che tende a presentare sé stessa come la nazione in grado di aiutare la ripresa dell'economia malawiana. Adesso bisogna capire che cosa accadrà in futuro. Lo scorso giugno, il presidente Peter Mutharika (in carica dal 2014), ha perso le elezioni, mentre è salito al potere Lazarus Chakwera: considerato vicino al mondo evangelico americano, sarà interessante vedere se proseguirà questa politica di avvicinamento economico e commerciale nei confronti di Pechino. E' pur vero che Washington abbia un programma di assistenza per il Malawi (negli ultimi vent'anni il Paese ha ricevuto 3,6 miliardi di dollari dallo Zio Sam), ma l'effettiva attenzione statunitense riservata a Lilongwe (così come al resto dell'Africa) non è risultata prioritaria dalle parti di Washington nel corso degli anni. Fatto salvo un (non probabilissimo) cambio di politica da parte di Joe Biden, è plausibile ritenere che Chakwera si troverà costretto a mantenere quindi la linea di avvicinamento a Pechino.
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Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
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I loggionisti del Piermarini (foto Carlo Melato)
Dopo una vita in coda e in silenzio (più o meno), sfidando ogni tipo di temperatura e di condizione atmosferica, gli ultimi romantici dell’opera hanno infatti deciso di prendere carta, penna e tablet per inviare una bella Pec ai piani elevati della Fabbrica dei sogni. La grande paura degli irriducibili melomani è che, passettino dopo passettino, chi guida il Piermarini stia gentilmente accompagnando verso l’uscita una gloriosa tradizione, aprendo le porte al regno incontrastato della vendita online.
«Cara Scala, amato Teatro», scrivono gli ultrà del melodramma che, a forza di aspettare il loro turno nel porticato di via Filodrammatici per accaparrarsi uno dei 140 ticket per tutte le tasche, sono diventati una specie di famiglia allargata, «siamo un gruppo di loggionisti, affezionati alla coda fisica per la conquista di un posto ai piani alti, economico e soprattutto disponibile il giorno stesso. È una tradizione che riteniamo bellissima e che fa onore al teatro; del resto, lasciatecelo dire, anche la Scala dovrebbe essere fiera di avere degli affezionati disposti, in certe occasioni, a qualsiasi sacrificio pur di entrare nella sala del Piermarini». «Però, da qualche tempo», e qui il coro di oltre 200 voci (e firme in calce) inizia a farsi sentire come un vero e proprio personaggio collettivo, «ci sembra - ma speriamo di sbagliarci - che la famigerata coda sia mal sopportata, forse all’insegna del progresso che vorrebbe che tutto si facesse online». D’altra parte i più esperti hanno iniziato ad alzare le antenne quando i tagliandi «popolari» per il balletto e i concerti sono scesi da 140 a 80 (e molti ricordano che prima del passaggio forzato al Teatro Arcimboldi erano addirittura 200), gli orari per l’appello sono cambiati (dalle 13 alle 17, con un’ora soltanto per sbrigare tutte le pratiche prima della vendita Urbi et Orbi delle 18) e le istruzioni per l’uso del manualone scaligero hanno iniziato a mutare.
«Essere legati a una tradizione», prosegue l’appello, «non significa essere vecchi e contrari all’innovazione; l’etimologia dice che significa tramandare, quindi passare alle nuove generazioni. E di fatto, insieme ai vecchi appassionati, ci sono molti giovani che si mettono in coda, spesso quelli che hanno assistito a una “primina” e sono desiderosi di tornare, confortati dal costo davvero esiguo degli ingressi last minute di Loggione». E su questo è difficile eccepire. Come ha dimostrato la recente e acclamata Tetralogia wagneriana, la percentuale di capelli bianchi è inversamente proporzionale al numero di scalini che bisogna salire (ai giovani non manca la passione, ma i dané, direbbe Monsieur de La Palisse). «Con tutto il nostro cuore ci auguriamo che non venga tolta la coda fisica, una tradizione che rappresenta il respiro profondo del Teatro, il segno della passione che vive e si tramanda!».
«A quel grido il ciel risponde», direbbe Giuseppe Verdi, e la Scala, interpellata dalla Verità, prova con grande prontezza a tranquillizzare il popolo del Loggione, anima insostituibile del Teatro. «Non esiste alcun progetto di riduzione», spiegano dal Piermarini, «ma il problema esiste e per questo ci sono stati degli incontri con l’associazione L’Accordo, che gestisce la coda. Abbiamo registrato un calo, soprattutto nel balletto. Ora bisogna trovare un equilibrio per migliorare la distribuzione ed evitare che i biglietti restino invenduti».
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Un tesoretto da 7,4 miliardi. L’obiettivo? Finanziare l’acquisto di Banco Bpm e contribuire alla nascita del famoso terzo polo bancario nazionale. Creatura mitologica evocata nei convegni e mai avvistata in natura. Sarebbe, sempre secondo il Financial Times, anche un tassello del progetto del governo italiano per ridisegnare il sistema creditizio. Cinque persone vicine al dossier - numero sempre rassicurante, perché dispari e quindi apparentemente credibile - avrebbero raccontato a FT che Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte, appena tornato in sella immagina di vendere la quota del Leone a investitori italiani di lungo periodo.
Chi sarebbero i compratori? Il casting è blasonato. Il primo nome che circola è UniCredit, già salito all’8,7% di Generali e sempre pronto a stare dove succede qualcosa. L’altro nome è Intesa Sanpaolo, che però ha sempre smentito. L’amministratore delegato Carlo Messina ha ammesso di aver pensato a Generali una decina d’anni fa. Poi ha rinunciato preferendo costruire una grande assicurazione in casa.
Puntuale. però, è arrivata la smentita da Siena. Nessuna ipotesi allo studio, nessuna vendita della quota Generali, nessun dossier sul tavolo. Mps ha fatto sapere di essere «interamente focalizzata» sulla fusione con Mediobanca, il vero progetto industriale del momento. Per la serie: non disturbate il conducente, stiamo ancora parcheggiando la macchina a Piazzetta Cuccia.
Il piano di Lovaglio, almeno sulla carta, prevede di completare l’operazione entro fine 2026. Ogni altra ipotesi, dicono da Siena, è prematura. Ma alla precisazione non credono in molti. Nel lessico della finanza prima una voce è «prematura», poi diventa «una valutazione», infine «strategicamente coerente». Tuttavia queste non sono giornate da giochi d’artificio a Piazza Affari. Generali è salita dello 0,6%, il Banco dello 0,4% e Mps ha perso l’1,2%. Certo la storia ha una sua razionalità. Mps è tornata centrale, dopo anni passati tra ristrutturazioni, aumenti di capitale e salvataggi pubblici che avrebbero fiaccato anche una quercia secolare. Lovaglio ha rimesso in ordine i conti, l’assemblea gli ha rinnovato, a sorpresa, la fiducia, e adesso Siena torna a pensarsi grande. Non più banca da museo del dissesto, ma perno di un nuovo consolidamento nazionale. Certo, c’è il dettaglio non secondario della quota Generali. Un asset prezioso, politicamente sensibile e strategicamente ingombrante. Tenerlo significa contare in Italia. Venderlo significa fare cassa e comprare futuro Sul fondo resta il regista silenzioso: Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio. È anche grazie al suo voto, insieme a Banco Bpm, che Lovaglio è rimasto saldo al timone del Monte. E Delfin, come noto, ha interessi trasversali: Mediobanca, UniCredit, Generali. In pratica, se si muove una sedia nel salotto finanziario italiano, da qualche parte c’è sempre un comando che porta in Lussemburgo.
Ed è proprio lì che si gioca il prossimo capitolo. Lunedì gli otto eredi Del Vecchio si ritroveranno per decidere se aprire la strada a Leonardo Maria Del Vecchio, tramite il veicolo Lmdv Fin, per acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. Valore dell’operazione: circa 10 miliardi di euro. Una cifra che trasforma ogni litigio familiare in tema da consiglio di amministrazione.
Se l’operazione andasse in porto, Leonardo Maria salirebbe al 37,5% di Delfin, diventandone il dominus di fatto. A sostenerlo ci sarebbe un pool bancario di tutto rispetto: UniCredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Serve anche cambiare le regole interne, togliendo il tetto che limita al 10% degli utili i dividendi distribuibili. Tema apparentemente tecnico, ma in realtà centrale: nelle holding di famiglia i sentimenti contano, ma il cash flow aiuta. Quanto alla vendita delle partecipazioni finanziarie di Delfin, al momento non risulta sul tavolo. Ma anche qui vale la regola aurea della finanza: ciò che non è sul tavolo oggi può essere nel comunicato di domani.
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