2019-12-09
La cerimonia ufficiale dell'alzabandiera in piazza De Ferrari che ha dato ufficialmente inizio alla tre giorni genovese della 97ª Adunata degli Alpini (Ansa)
Il clima di isteria avallato dalla Salis dà i suoi frutti: gli antagonisti rubano la penna nera ai partecipanti dell’adunata (che poi soccorrono un uomo colto da malore). Ex consigliera M5s: «Infastidita su un autobus».
Dopo il successo da 20.000 presenze della dj star Charlotte de Witte, a Genova è il momento delle 90.000 presenze degli alpini. Ieri l’alzabandiera ha dato il via alla 97ª adunata ufficiale delle penne nere che durerà fino a domani. Ma tra gaffe, molestie, furti e contestazioni, la manifestazione è iniziata in salita. Soprattutto per il sindaco glamour Silvia Salis che non ha perso l’occasione per inanellare pasticci.
Dopo aver elogiato gli alpini dando loro il benvenuto con un bel «care alpine e cari alpini», accogliendoli «con orgoglio e rispetto», ha fatto poi sgomberare dalla polizia locale un accampamento non autorizzato composto da una decina di tende e un bagno chimico in un giardino pubblico, contestando ai responsabili l’occupazione abusiva di suolo pubblico. Su questo è intervenuta la consigliera comunale Vittoria Canessa Cerchi, delegata all’organizzazione dell’evento: «È anche per prevenire situazioni di questo tipo che abbiamo deciso di chiudere gran parte dei parchi cittadini».
Lo sgombero ha avuto anche una ricaduta politica. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini commenta: «A sgomberare dieci alpini in tenda, il Comune di Genova è velocissimo. I cittadini si aspettano altrettanta solerzia per tutti gli altri bivacchi e accampamenti abusivi da parte di gente che spaccia, deruba, accoltella e molesta i genovesi».
Eppure, mercoledì pomeriggio tre alpini sono intervenuti al Porto Antico per prestare soccorso a un uomo colto da un arresto cardiaco, salvandolo, e ricevendo i complimenti di Salis: «È un gesto che ha salvato una vita e che merita la gratitudine di tutta Genova». Malgrado questo, sono stati registrati momenti di tensione nel centro storico, dove un gruppo di alpini sarebbe stato bersaglio di un lancio di barattoli di vetro. Un alpino della sezione Germania è stato circondato vicino al Porto Antico da alcuni ragazzi che gli hanno rubato la penna nera «urlandomi guerrafondaio». Sui social di alcuni gruppi antagonisti circola un messaggio che invita a partecipare al «gioco libero» chiamato «ruba la penna», che prevede una gara a chi colleziona più penne nere.
Nei carrugi il clima è avvelenato dalla sinistra: «Compagni, arrivano gli alpini». Un appuntamento che sa di sfida, con i messaggi che passano di portone in portone, di collettivo in collettivo: «No pasarán!». Così sono iniziati i mugugni dei circoli femministi di Non una di meno. Fanno circolare la voce che gli alpini porterebbero «una mascolinità tossica». Un messaggio ha iniziato a girare sui social: «Portate in borsa un fischietto, può servire da deterrente e attirare l’attenzione». Armati di spray, gli attivisti hanno fatto il giro del centro storico per lasciare il segno della loro insofferenza: «Alpini e militari, molestie seriali», «Remigriamo gli alpini», «Brucia la chiesa, brucia lo Stato. Alpini morti». «Quando si fanno cose incivili non c’è più libertà. La libertà finisce sempre quando comincia quella degli altri e noi vogliamo che tutti qui a Genova si possano sentire liberi di manifestare la loro vicinanza agli alpini», commenta il presidente della Regione Liguria Marco Bucci.
Salis invece si lascia andare a qualche battuta, straripata in gaffe. «Noi siamo genovesi, il mugugno fa parte del dna della città. Se non fossimo mugugnoni non saremmo genovesi». Mugugni sta per lamenti. E in molti, tra i genovesi, sui social non hanno gradito quell’etichetta. Salis, per qualche giorno, ha dovuto mettere da parte interviste nazionali e comparsate nei talk show, e occuparsi in prima persona della vicenda. Una missione complicata per la prima cittadina che alla fine ha optato per l’adagio «un colpo al cerchio e uno alla botte». Alle femministe promette la mano dura: «Tolleranza zero. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da goliardia, non sono folklore, sono violenza». Poi il compito ingrato di parlare al proprio elettorato: «Invito a non trasformare questo fine settimana in uno scontro di trincea». In consiglio comunale fa il pieno delle proteste del centrodestra, che l’accusa di aver respinto una mozione di solidarietà alle penne nere. E di aver fatto partire troppo tardi la macchina organizzativa dell’evento, deciso nel 2024, quando il sindaco di Genova era Bucci. Il tempo per organizzare l’accoglienza e i servizi c’era.
Alle critiche si associa il deputato di Fdi Silvio Giovine: «È inaccettabile che un evento come l’adunata venga raccontato come un problema di ordine pubblico prima ancora che inizi».
In questo clima, era inevitabile che gli animi si scaldassero. Alice Salvatore, ex consigliera regionale M5s ed ex candidata alla presidenza della Regione, scrive su Facebook di essere stata importunata sul bus da alcuni alpini «un po’ alticci».
Infine, dal Comune è arrivato un «no» anche ai muli, simbolo storico del corpo alpino, che non sfileranno. Non succedeva dal 1994. Si sostiene che i documenti di tracciabilità degli animali, indispensabili per monitorare eventuali rischi sanitari, non sarebbero mai stati compilati dal gruppo alpino. Sarà comunque una festa, anche se qualcuno fa di tutto per rovinarla.
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Ansa
Dopo le polemiche sul padiglione russo, 27 stand hanno chiuso per protesta contro la presenza della delegazione dello Stato ebraico. Fuori, 3.000 manifestanti si sono scontrati con la polizia. Salvini: «Gli artisti non sono portavoce dei conflitti, no ai boicottaggi».
La Biennale di Venezia continua a essere terreno di scontri politici che riflettono le turbolenze internazionali. Dopo le polemiche sul padiglione russo, ieri 27 stand hanno chiuso in protesta contro la presenza della delegazione israeliana. Fuori, tremila manifestanti pro Pal si sono scontrati con la polizia. Matteo Salvini si è recato in visita: «Gli artisti non sono portavoce dei conflitti, no ai boicottaggi. Buttafuoco? Una persona eccezionale».
«Godiamoci l’arte, godiamoci gli artisti al di là delle polemiche, delle bandiere, dei boicottaggi»: così esordisce il vicepremier, ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini al suo arrivo ai Giardini della Biennale di Venezia nel giorno di pre-inaugurazione, annunciando di voler vedere tutti i padiglioni.
«Io continuo a ritenere che il presidente della Fondazione La Biennale Pietrangelo Buttafuoco abbia ragione», ha ribadito. «Penso che l’arte, come lo sport debbano essere esenti da conflitti. Non penso che gli artisti americani, cinesi, israeliani o russi siano portavoce di conflitti in corso».
L’idea, l’intenzione è quella di abbassare i giri della tensione che si sono alzati intorno alla vicenda del padiglione russo che ha visto scontrarsi duramente il presidente Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli.
«Sono qui per Venezia e per la Biennale e per mettere il mio mattoncino per porre fine alle polemiche», ha puntualizzando. E ha aggiunto: «Polemiche che non dovrebbero coinvolgere una realtà straordinaria come la Biennale» perché «non penso che gli artisti siano protagonisti o complici delle guerre che ci sono in corso. Questo vale per tutti i Paesi».
I veri scontri si sono avuti infatti tra i manifestanti del corteo pro Pal e le forze dell’ordine per via del boicottaggio verso il padiglione di Israele. Tremila persone «sono partite da Via Garibaldi a Venezia per la mobilitazione contro la presenza del padiglione israeliano alla Biennale d’Arte». Al corteo si è aggiunta la chiusura di 27 padiglioni che in segno di protesta per la presenza di Israele hanno chiuso per partecipare al corteo che nel tardo pomeriggio si è trasformato come spesso accade in uno scontro tra polizia e manifestanti. Il contatto c’è stato quando il corteo ha caricato il blocco della polizia per avvicinarsi all’entrata dell’Arsenale dove si trova il padiglione di Israele.
«Mi sembra che stiano boicottando Israele, ieri la Russia, domani gli Stati Uniti, dopodomani magari l’Italia. Io penso che l’arte non debba conoscere né censure, né bavaglio, né boicottaggio, né chiusure. Sono cento Paesi che portano il meglio della loro arte a Venezia e io ne sono orgoglioso», la sintesi del vicepremier che su Buttafuoco ha detto: «Una persona eccezionale, importante per Venezia e per la cultura italiana». I due si sono incontrati in occasione dell’inaugurazione del padiglione Venezia a cui erano presenti il sindaco Luigi Brugnaro e l’ex governatore Luca Zaia, attuale presidente del Consiglio regionale del Veneto.
Al padiglione russo Salvini ha rinnovato la sua speranza affinché «dopo quattro anni di conflitto, di sanzioni e di morti si vada al tavolo e sia la diplomazia a decidere e a chiudere il conflitto. Qua ai Giardini, all’Arsenale non si parla di guerra, non si parla di conflitti. Vengo dal padiglione degli Stati Uniti, passo da quello russo, vado a quello cinese, passo per quello israeliano, vado all’italiano e spero di vederne tanti altri. La cultura e lo sport dovrebbero essere campi neutri, campi d’incontro anche perché chi entra in questo padiglione russo penso che ne esca con un’idea di serenità che poi magari traspone nell’attività politica».
E ancora: «Penso che l’arte e la Biennale servano a riavvicinare. Il fatto che padiglioni di Paesi attualmente in conflitto siano aperti, che ci siano giovani belli, innovativi è un bel segnale».
Sul ministro Giuli ha commentato: «Il mio commento sugli assenti era sui cosiddetti artisti che boicottano altri artisti, non sui colleghi ministri, ognuno fa quello che ritiene. Io rispetto la sensibilità degli altri, mi aspetto che gli altri rispettino la mia. Più che mandare ispezioni, verificare se è stata rispettata la legge, che è stata rispettata e basta». Salvini coglie l’occasione per attaccare anche l’Europa la cui «ingerenza è volgare. È come dire “non fai quello che ti dico” allora “ti tolgo i soldi”, come i bambini che perdono sul campo di pallone e vanno via col pallone. Possiamo fare a meno dei loro 2 milioni di euro», ha chiosato.
E mentre Giuli si concentra sul padiglione russo, passa totalmente indifferente l’installazione inquietante di Ei Arakawa-Nash, artista e genitore queer, che ha allestito uno spazio punteggiato di bambole «bambini», dove sono presenti anche lavori di altri artisti giapponesi. Il visitatore è invitato a compiere il percorso con in braccio una delle 200 bambole messe a disposizione, a cambiare loro i pannolini, mentre si diffonde nella sala la voce dei gemellini dell’artista. Un terribile inno all’utero in affitto sovvenzionato con i soldi pubblici.
Per il resto è un’edizione straordinariamente ricca. In totale sono cento i padiglioni nazionali: 25 ai Giardini, 29 all’Arsenale e altri 46 distribuiti in varie sedi veneziane, tra cui la Santa Sede che è in due luoghi diversi. Assente l’Iran, Israele spostata all’Arsenale rispetto al tradizionale padiglione ai Giardini. Da oggi tutto questo sarà aperto al pubblico.
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Da sinistra: Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi (Ansa)
Io non so se Andrea Sempio sia colpevole dell’assassinio di Chiara Poggi: al momento contro di lui vedo tanti indizi, ma poche prove. Tuttavia, una cosa non mi sfugge: Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di carcere nonostante ci fossero meno indizi di quanti ora ne sono stati raccolti a carico di Sempio. Se si legge la sentenza che 11 anni fa ha spalancato le porte del carcere al «biondino dagli occhi di ghiaccio», infatti, ci si rende conto che a trasformarlo nel killer della fidanzata è stato solo il fatto di avere avuto una relazione con Chiara.
Per i giudici soltanto lui poteva avere un movente per uccidere la giovane, anche se il movente non è stato mai definito. E siccome quel 13 agosto di 19 anni fa Stasi non aveva le mani sporche di sangue e, soprattutto, le sue scarpe erano intonse, quello che in un qualsiasi delitto avrebbe dovuto essere un elemento a discarico è diventato un capo d’accusa. Siccome non si è sporcato le suole con il sangue della fidanzata, di sicuro se le deve essere cambiate prima di ritornare sulla scena del crimine. Sì, gli indizi contro Stasi sono sempre stati fragili, come è fragile la finestra temporale in cui avrebbe compiuto l’omicidio, perché tutto si gioca fra le 9.12 e le 9.35 del mattino, arco in cui avrebbe ucciso e poi sarebbe tornato tranquillo a casa, per cambiarsi e ricominciare la scrittura della sua tesi di laurea come se nulla fosse avvenuto. Però, nonostante la labilità degli elementi raccolti contro di lui, questo non gli ha evitato una condanna a 16 anni, undici dei quali già scontati. Dunque, quando si leggono le accuse oggi rivolte a Sempio, sostenere che contro il commesso di un negozio di computer (lavoro che dopo l’inchiesta ha lasciato) non ci siano prove non è un grande argomento.
È vero: non esiste alcuna pistola fumante che lo metta con le spalle al muro. Ma non è mai esistita neppure contro Alberto Stasi. Fin dall’inizio, l’indagine è stata viziata da rilievi fatti male e da accertamenti lacunosi. Tralascio le impronte lasciate dagli stessi investigatori nella casa in cui è avvenuto l’omicidio: se c’è una cosa che è nota anche a chi i delitti li ha visti solo nelle serie tv, alterare la scena del crimine è la prima cosa da evitare. E la seconda è acquisire fin da subito tutti gli elementi che possano aiutare a smascherare l’assassino. A Garlasco niente di tutto questo è avvenuto. Chi ha indagato si è dimenticato di farsi consegnare le scarpe di Stasi e le ha richieste solo il giorno dopo. Nessuno si è incaricato di perquisire a fondo l’abitazione di colui che è stato da subito considerato il colpevole, per il suo rapporto con la vittima e, soprattutto, per aver scoperto il cadavere. Agli inquirenti non è venuto in mente di scandagliare i cassonetti della zona, alla ricerca di abiti insanguinati e dell’arma del delitto. Come per il delitto di via Poma, a Roma, quando fu uccisa Simonetta Cesaroni, lo hanno fatto in ritardo, come in ritardo, ossia otto mesi dopo, hanno prelevato la spazzatura di casa Poggi.
Gli errori nella prima fase delle indagini sono stati tanti e alcuni probabilmente decisivi. Pensate al famoso scontrino del parcheggio che per anni è stato l’alibi di Andrea Sempio: se invece di prendere per buono il fatto che fosse a Vigevano e non a Garlasco, i carabinieri avessero verificato le celle telefoniche, probabilmente già anni fa avrebbero potuto appurare quello che ora si scopre e cioè che il presunto colpevole non si era mai allontanato dal paese. Così come, se avessero registrato il malore durante l’interrogatorio, forse le indagini avrebbero preso un’altra piega.
Ora si fa fatica a orientarsi e risulta difficile credere che sia possibile fare chiarezza. Del resto, in questa faccenda come si possono acquisire certezze quando perfino l’ora del delitto non è certa? In principio i rilievi del medico legale avevano fissato l’omicidio dopo le 10.30 del mattino, ma siccome a quell’ora Stasi era davanti al computer a correggere la tesi, una perizia successiva collocò l’aggressione a Chiara alle 9.15 del 13 agosto. E adesso, un’altra superperizia della cacciatrice di assassini Cristina Cattaneo la riporta in avanti. Poi c’è il Dna sotto le unghie, che per alcuni era irrilevante, ma per la scienziata forense che ha smascherato il colpevole del delitto di Yara Gambirasio è riconducibile a una linea genetica compatibile con quella di Sempio. Insomma, tutto si gioca su analisi e controanalisi. Per i difensori di Stasi ci sono indizi forti contro l’amico del fratello di Chiara, per gli avvocati dell’ex commesso del negozio di computer, invece, si tratta di suggestioni. Vedremo che cosa decideranno i giudici. Per ora mi sembra che il colpevole di una vicenda che si trascina da quasi vent’anni senza aver messo la parola fine sia chi ha indagato per primo. Se c’era un modo per dimostrare che esiste una giustizia sbagliata, a Garlasco lo abbiamo visto.
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Andrea Sempio (Ansa)
Ossessioni, video, appunti, intercettazioni: ecco tutti gli elementi raccolti dall’accusa. Emerge un profilo psicologico problematico del nuovo indagato, ma manca una vera «pistola fumante». La famiglia Poggi all’assalto degli inquirenti: «Condizionati e opachi».
«Mi guardo intorno e realizzo una cosa importantissima: i miei libri, gli autori che leggevo, le canzoni che ascoltavo, i miei film preferiti erano tutti neri. Tutto girava attorno a sconfitta, depressione, suicidio, odio... lì ho capito che la mia depressione la stavo alimentando io stesso».
È notte piena il 4 gennaio 2011 quando Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, sembra fare i conti con sé stesso. È uno dei tanti racconti che compongono la sua autobiografia diventata un pezzo importante dell’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano.
L’informativa da 300 pagine che riassume i punti salienti dell’inchiesta è una radiografia della sua intimità tratta da un’enorme massa di appunti, riflessioni, fantasie, ricerche sul Web, sfoghi, sogni violenti, ossessioni sessuali, vuoti temporali e frasi lasciate lì, come se qualcuno, prima o poi, dovesse leggerle. È un viaggio nella mente di Andrea. Che parte dai manoscritti sequestrati durante la perquisizione del 14 maggio 2025 e, come in un film, riavvolge indietro nel tempo il nastro fino al 2018. Proprio in quel momento preciso, secondo gli investigatori, compare un elemento anomalo. Prima del 2017 quasi non esiste nulla. Eppure Sempio, scrivono i carabinieri, appare come una persona che annota riflessioni da sempre. Una grafomania costante. E allora quel vuoto, stando alle ricostruzioni dell’accusa, sarebbe significativo. Perché coincide con gli anni del delitto di Garlasco e con il periodo in cui lui entra nell’inchiesta.
La polizia giudiziaria lo scrive chiaramente: il procedimento aperto a suo carico tra il 2016 e il 2017 avrebbe rappresentato «una barriera di consapevolezza». E una frase intercettata il 27 febbraio 2025 sembra andare esattamente in quella direzione: «Le ho bruciate tutte… vaffanculo, andiamo a processo». Bruciate. In alcuni casi, il periodo successivo alla maturità sparisce dai racconti autobiografici. Altrove compare una formula secca, quasi cinematografica. Sempio annota: «Fast forward», avanti veloce. Per il resto, invece, si racconta senza pudore. Nei diari parla del «bullismo» subito alle superiori, delle difficoltà relazionali, «dell’autolesionismo», del suicidio dell’amico Michele Bertani, del «satanismo», dell’incapacità di integrarsi, della difficoltà ad approcciarsi alle donne. Poi, improvvisamente, il tono cambia. «Commesso cose brutte». Non le spiega. Le lascia lì, accanto ad altre parole: «Paura, dolore, poca esperienza sessuale». E ancora: «Ne ho passate tante… cose che altri non hanno mai vissuto, né vivranno».
Subito dopo arriva un altro passaggio che, nell’informativa, viene isolato: «Perché so difendermi se serve. Perché cazzo ho visto, subìto e fatto cose che fottetevi tutti, provate a vivere la metà di che cazzo ho vissuto io». Una parte sostanziosa dell’informativa riguarda la sessualità. I carabinieri descrivono un uomo che vive il rapporto con le donne quasi sempre con frustrazione, tensione o rifugiandosi nell’autoerotismo. Negli appunti annota incontri mancati, ragazze viste per caso, «eye contact» mai trasformati in approccio reale. Ogni occasione sfumata finisce con la solita mesta conclusione: «Una sega». Come quando era stato a «un passo dal parlare alla bionda».
La difficoltà nel contatto fisico emerge anche nella relazione psicologica del Racis (Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), richiamata dai carabinieri. Sempio parla di disagio non solo con le partner, ma perfino con gli amici. Dice di trovarsi meglio nei contesti di gruppo che nel rapporto «faccia a faccia». E torna continuamente su un rifiuto sentimentale subito a 17 anni. «Una vera e propria batosta». Quel tema, il rifiuto, oggi è centrale nell’impostazione accusatoria della Procura di Pavia, che l’ha posizionato come base del possibile movente. L’informativa entra poi in un territorio ancora più delicato: pornografia, fantasie, intrusioni digitali. Nell’iPhone vengono trovate fotografie intime di una collega ricevute tramite Whatsapp dietro compenso economico. Ma per gli investigatori Sempio non si sarebbe limitato a riceverle consensualmente. Avrebbe anche effettuato accessi abusivi impossessandosi illegalmente di foto e video privati. Lo stesso, scrivono i carabinieri, sarebbe accaduto anche nei confronti di un’altra ragazza che lavorava con lui.
Negli atti compare pure un video girato di nascosto: la telecamera inquadra la giovane sotto la gonna. Parallelamente emergono frequentazioni online di forum per aspiranti o sedicenti seduttori e di siti di pornografia estrema. Gli investigatori segnalano «numerosissime visite» a categorie porno «incesto» e «stupro». Ma, soprattutto, ricostruiscono una navigazione Internet che alterna pornografia, torture e violenza. Il 13 luglio 2014 Sempio, per esempio, cerca un «test psicologico killer». Poi visita le pagine «Il test del serial killer» e «Scopri il serial killer che c’è in te». Il 15 gennaio 2014, tra le 19.07 e le 19.40, secondo la ricostruzione dei carabinieri, passa da ebook come Death dealers manual e Manual for the independent assassin a video Youtube di sgozzamenti, esecuzioni, torture e decapitazioni in Siria. Poi torna su forum di seduzione. Poi webcam porno. Poi ancora video su killer professionisti.
Non una consultazione casuale generata «da popup», scrivono gli investigatori, ma una caccia consapevole. E poi ci sono i sogni trascritti in una moleskine. Sempio annota scene violente e sessualmente aggressive, che i carabinieri riassumono con formule come «sogna che accoltella delle persone» o «che stupra E.». In un altro, una donna bionda gli punta contro un taser e «lui le salta addosso e le apre la faccia». L’informativa arriva al punto più scivoloso con un file Word intitolato «Genesi dell’aggressione predatoria»: un testo costruito sull’idea che «nell’istinto predatorio» non vi sia cattiveria, ma desiderio di possesso. Vi si legge che «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera» e che la morte può essere «un eventuale effetto collaterale». Compare anche il caso di Issei Sagawa: «Pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore».
Dentro questo universo mentale, il capitolo centrale resta Garlasco. Secondo l’informativa, dal 2013 Sempio consulta pagine sulla vicenda e su Alberto Stasi; dal settembre 2014, però, le ricerche diventano mirate al Dna sotto le unghie di Chiara. Il 29 novembre 2014 cerca «Stasi undici indizi», il 13 febbraio 2015 approfondisce su Wikipedia il «Dna mitocondriale». Per gli investigatori, non è semplice curiosità: dal 2016 Sempio avrebbe capito che le indagini potevano arrivare a lui. Le intercettazioni del 2017 mostrano una famiglia che si prepara a subire indagini. In auto, i genitori rassicurano Andrea: «Tutto quello che è stato detto, è stato riscontrato». La madre gli chiede se sia preoccupato; lui risponde: «No, preoccupato no. Di sicuro non sono tranquillissimo». Il padre gli suggerisce di dire che sono passati dieci anni, se non ricorda, e richiama il Dna come punto da gestire con gli avvocati. Quel tema torna nei monologhi di Andrea: «’Sta merda di Dna», bofonchia. Poi calcola la posta in gioco: «C’è in ballo 30 anni di galera». Le sue annotazioni seguono le tappe processuali di Stasi: «Ha chiesto riapertura», «mamma in panico per la cosa di Stasi», «archiviato ancora».
Altro tema centrale è quello che riguarda lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Per anni baluardo difensivo, nelle nuove carte si incrina: nel 2025 Giuseppe dice alla moglie Daniela: «Lo scontrino lo hai fatto tu». Lei piange: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino […] gli ho rovinato la vita all’Andrea». Dentro questo snodo entra Antonio, vigile del fuoco in congedo: dai tabulati emergono Sms con Daniela tra il 12 e il 13 agosto, mentre l’utenza di lei si muove verso Vigevano. Sentito nel 2025, ammette incontri «solo ed esclusivamente di natura intima» e non «sentimentale». Così, nella nuova indagine, la sessualità della provincia pavese del 2007 diventa una chiave per rileggere Garlasco: non più zona d’ombra tra Alberto e Chiara. La notte tra l’1 e il 2 agosto 2007, Alberto è a Londra e Chiara a Garlasco. Mancano 12 giorni all’omicidio. Lui le dice di averle comprato dei «regalini», poi precisa: «Sono regalini sexy». Lei non si irrigidisce: chiede se sia stato nel sexy shop visto insieme, lui risponde «non solo» e racconta Soho, «quartiere a luci rosse». Il dialogo di questi due ventenni ci restituisce gli ardori tipici dell’età. Per i carabinieri, quelle chat smontano l’idea che la sessualità fosse terreno di crisi tra i due: mostrerebbero una coppia complice, capace di parlare di sex toys, pornografia e video intimi senza disagio.
Il punto, allora, non è più se i filmati a luci rosse separassero Alberto da Chiara, ma se quell’intimità, vista o desiderata da altri, possa aver trasformato Chiara, agli occhi di qualcuno, da ragazza irraggiungibile a bersaglio. Ed è così che, nelle nuove carte, il movente attribuito a Stasi si sgretola. Mentre quello attribuito a Sempio sembra crescere attorno a un soliloquio in cui l’indagato sembra ammettere di essere stato rifiutato da Chiara: imita la vittima («Non ci voglio parlare con te»); dice di averle chiesto di vedersi e annota che lei «ha messo giù il telefono». Da lì, nella lettura dei carabinieri, il tono si sarebbe fatto rancoroso: «Cioè è stata bella stronza». E si salderebbe a uno dei nodi della condanna di Stasi: il sangue. Sempio evoca la tesi secondo cui Alberto avrebbe «evitato le macchie» e il dibattito sul sangue ormai secco, quasi a ripercorrere il punto più discusso della scena del crimine: come l’assassino potesse muoversi nella villetta senza lasciare addosso le tracce che tutti si aspettavano. Ma anche nella nuova inchiesta al momento sembra mancare una vera «pistola fumante».
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