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2023-06-27
Il timore americano per il caos a Mosca indebolisce Zelensky
Volodymyr Zelensky (Getty images)
Alcuni ritengono che la ribellione di Evgenij Prigozhin avvantaggerebbe indirettamente Kiev nel conflitto con Mosca. Si tratta di un’ipotesi non escludibile, ma non è detto che le cose stiano necessariamente così. Per capirlo, occorre guardare alla reazione degli Usa a quanto accaduto sabato. La posizione ( ufficiale di Washington è riassunta in una serie di dichiarazioni del segretario di Stato americano, Tony Blinken. Secondo quest’ultimo, Vladimir Putin è uscito indebolito dal tentato golpe: una situazione che, ha proseguito, favorirebbe Kiev. È anche in quest’ottica che, dopo essersi sentito con Joe Biden, Volodymyr Zelensky ha detto che Washington sarà al fianco dell’Ucraina «fino alla piena liberazione di tutti i nostri territori all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale». Ora, è probabile che Blinken abbia ragione quando dice che lo Zar rischia di ritrovarsi azzoppato dalla ribellione del Wagner Group: la sua autorità è stata messa in discussione e ha dovuto anche accettare un accordo mediato dal suo vassallo, Alexander Lukashenko. Indipendentemente da quello che sarà il destino individuale di Prigozhin, la forza politica di Putin oggi è più traballante sia dentro sia al di fuori della Russia.
Ciononostante, se Blinken ha ragione sull’indebolimento di Putin, non è detto che ciò comporti automaticamente un vantaggio per Kiev. Tale affermazione può apparire paradossale. Tuttavia, per comprendere appieno questa ipotesi, è bene andare oltre le dichiarazioni ufficiali di Washington. Sì, perché, stando a quanto rivelato sabato dal Washington Post, sembra proprio che, dietro le quinte, il governo americano nutra «grande preoccupazione» per l’eventualità di una guerra civile in Russia: una guerra che, ragionano a Washington, potrebbe avere delle ripercussioni sul poderoso arsenale nucleare di cui Mosca dispone. A confermare questi timori al quotidiano sono stati funzionari governativi statunitensi rimasti anonimi. Tutto questo, mentre l’altro ieri il Wall Street Journal titolava: «La ribellione del Wagner ravviva i timori degli Usa sul controllo delle armi nucleari della Russia».
A livello ufficiale, gli Usa stanno per ora parlando poco della questione, mostrandosi cauti. Blinken si è rifiutato di commentare l’ipotesi di una guerra civile, mentre il Consiglio di sicurezza nazionale si è limitato a dire di non aver ravvisato cambiamenti nella disposizione delle forze nucleari russe. «La principale preoccupazione dei funzionari americani oggi è: chi ha il controllo a Mosca e chi controlla la più grande scorta di armi nucleari del mondo», ha aggiunto il National security advisor Jake Sullivan. Del resto, che lo scenario di una guerra civile sia quantomeno possibile è testimoniato dalle aspre parole del leader ceceno, Ramzan Kadyrov, contro Prigozhin. A fronte del suo indebolimento, lo Zar potrebbe quindi o rimanere in balia delle faide interne oppure appoggiarsi sempre più ai falchi per cercare di recuperare terreno. Il rischio è duplice: non solo tali falchi potrebbero impossessarsi di testate nucleari, ma potrebbero anche trasferirne alcune nelle mani di regimi poco raccomandabili (dall’Iran alla Corea del Nord). Non a caso, un ex funzionario della Cia, Daniel Hoffman, ha detto a Reuters di temere che una parte di questi armamenti possa finire sotto il controllo di figure come lo stesso Kadyrov.
Washington si trova allora davanti a un dilemma. La prima possibilità è che gli Usa continuino a sostenere ferreamente Kiev, accettando il rischio di un incremento delle turbolenze in Russia. La seconda possibilità è che, in ossequio alla logica paradossale della guerra, gli americani cerchino di puntellare indirettamente il potere di Putin, per ridurre il rischio di instabilità: uno scenario che li porterebbe prevedibilmente a spingere Zelensky a intavolare negoziati e a concedere qualcosa al nemico: un’opzione che non sarebbe facile da gestire, perché Washington rischierebbe di vedere compromessa la propria credibilità internazionale (e Pechino cercherebbe di approfittarne). Entrambe le alternative presentano degli effetti indesiderati, per quanto Washington, lo abbiamo visto, sembri significativamente interessata a ridurre l’instabilità in Russia. Inoltre, al di là del fatto che Biden abbia negato coinvolgimenti occidentali nell’operazione di Prigozhin, è da escludere che, in una situazione tanto confusa, gli Usa decideranno di puntare su un regime change pilotato: non è detto che ne avrebbero la forza e, soprattutto, non saprebbero su chi scommettere (è pur vero che è tornato sotto i riflettori il vecchio avversario di Putin, Mikhail Khodorkovsky, ma pare improbabile che Washington possa considerarlo una fonte di stabilità: inoltre, ammesso e non concesso che costui si stia muovendo come «portavoce» ufficioso di qualche potenza occidentale, non si tratta verosimilmente degli Usa).
Ricordiamo che i rapporti tra Biden e Zelensky si sono rivelati tesi più di una volta. E che l’attuale amministrazione americana ha talora fatto trapelare alla stampa materiale d’intelligence per «bacchettare» il governo di Zelensky: quello stesso governo che, al contrario, ha sempre intrattenuto una relazione ben più amichevole con Londra. Senza trascurare gli impatti delle turbolenze russe sulle presidenziali americane del 2024. «Mentre la guerra in Ucraina domina già l’eredità di Biden, è improbabile che un crollo russo che porti al caos globale lo aiuti politicamente con l’avvicinarsi dell’anno elettorale», ha sottolineato ieri la Cnn. La situazione è in evoluzione e può succedere di tutto. Ma resta da dimostrare che il caso Prigozhin abbia consolidato la sponda tra Biden e Kiev.
L’Ue dà altri 3,5 miliardi per le armi
La crisi russa è stata al centro del Consiglio Affari esteri Ue, tenutosi ieri a Lussemburgo. In particolare, il consesso ha stabilito di innalzare il tetto finanziario dello European Peace Facility (Epf) di 3,5 miliardi di euro, portandolo complessivamente a circa dodici miliardi. Il sostegno militare di Bruxelles a Kiev è stato quindi rafforzato.
«Il mostro creato da Vladimir Putin con la guerra in Ucraina sta agendo contro il suo creatore», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell. «Questo è il momento di sostenere Kiev più di ogni altro momento ed è un bene che l’Epf sia rimpinguato con altri 3,5 miliardi. La guerra sta incrinando la forza militare russa e sta mettendo in crisi il governo: ora una potenza nucleare come la Russia potrebbe affrontare un periodo d’instabilità e dobbiamo prendere in considerazione questo scenario», ha proseguito.
Nella conferenza stampa finale, l’Alto rappresentante Ue ha inoltre dichiarato: «Abbiamo iniziato la giornata valutando gli sviluppi in Russia nel fine settimana, con l’insurrezione armata abortita dal Wagner Group. La situazione rimane complessa e imprevedibile. È stata imprevedibile fin dall’inizio e continua a esserlo». «Noi restiamo vigili e impegnati in un forte coordinamento con i nostri partner, i 27 Stati membri e i Paesi vicini. Questi eventi hanno dimostrato che lo Stato russo e la credibilità personale di Putin si sono indeboliti e che il sistema politico sta mostrando delle crepe. Questo è il minimo che si possa dire», ha aggiunto. Borrell ha anche reso noto che l’Ue è pronta ad addestrare più di 30.000 soldati ucraini.
«Sicuramente Putin non si è rafforzato, come non si è rafforzata la Russia e le sue Forze armate», ha dichiarato, dal canto suo, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani. «Non siamo in guerra con la Russia, ma stiamo aiutando l’Ucraina a mantenere la propria indipendenza», ha proseguito. «Al Consiglio ho esortato l’Unione europea ad aumentare il sostegno all’Ucraina per velocizzare la sconfitta della Russia», ha inoltre twittato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che ha preso parte da remoto al consesso.
Ma la questione della crisi russa non è stata l’unica affrontata ieri. Oltre a nuove sanzioni contro l’Iran per violazione dei diritti umani, è stato discusso anche il dossier tunisino. Lo stesso Tajani, mentre era a Lussemburgo, ha annunciato delle novità su questo fronte. «La buona notizia è che domani il commissario Ue Olivér Várhelyi firmerà l’accordo per il pacchetto di aiuti alla Tunisia nella parte che prevede il sostegno contro il traffico di esseri umani. E speriamo che alla fine possano essere più di 105 milioni», ha detto il nostro ministro degli Esteri. Ricordiamo che l’Italia sta da mesi cercando di spingere Bruxelles ad un atteggiamento maggiormente proattivo nella stabilizzazione economica della Tunisia. La Commissione europea ha annunciato significativi stanziamenti due settimane fa, anche se lo scoglio principale resta al momento la rigidità del Fondo monetario internazionale, che ha subordinato l’erogazione di un prestito da 1,9 miliardi di dollari all’attuazione di riforme da parte del governo tunisino. Una rigidità che rischia di spingere Tunisi sempre più tra le braccia di Mosca e Pechino. Si tratta di uno scenario allarmante, che potrebbe mettere sotto pressione il fianco meridionale della Nato.
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Washington ha paura che le atomiche russe cadano in mani sbagliate. In casi estremi spingerebbe Kiev a trattare.Il Consiglio Affari esteri stanzia nuove risorse per il «fondo per la pace», in realtà destinato al sostegno militare all’Ucraina. Bruxelles addestrerà anche 30.000 soldati.Lo speciale contiene due articoliAlcuni ritengono che la ribellione di Evgenij Prigozhin avvantaggerebbe indirettamente Kiev nel conflitto con Mosca. Si tratta di un’ipotesi non escludibile, ma non è detto che le cose stiano necessariamente così. Per capirlo, occorre guardare alla reazione degli Usa a quanto accaduto sabato. La posizione ( ufficiale di Washington è riassunta in una serie di dichiarazioni del segretario di Stato americano, Tony Blinken. Secondo quest’ultimo, Vladimir Putin è uscito indebolito dal tentato golpe: una situazione che, ha proseguito, favorirebbe Kiev. È anche in quest’ottica che, dopo essersi sentito con Joe Biden, Volodymyr Zelensky ha detto che Washington sarà al fianco dell’Ucraina «fino alla piena liberazione di tutti i nostri territori all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale». Ora, è probabile che Blinken abbia ragione quando dice che lo Zar rischia di ritrovarsi azzoppato dalla ribellione del Wagner Group: la sua autorità è stata messa in discussione e ha dovuto anche accettare un accordo mediato dal suo vassallo, Alexander Lukashenko. Indipendentemente da quello che sarà il destino individuale di Prigozhin, la forza politica di Putin oggi è più traballante sia dentro sia al di fuori della Russia. Ciononostante, se Blinken ha ragione sull’indebolimento di Putin, non è detto che ciò comporti automaticamente un vantaggio per Kiev. Tale affermazione può apparire paradossale. Tuttavia, per comprendere appieno questa ipotesi, è bene andare oltre le dichiarazioni ufficiali di Washington. Sì, perché, stando a quanto rivelato sabato dal Washington Post, sembra proprio che, dietro le quinte, il governo americano nutra «grande preoccupazione» per l’eventualità di una guerra civile in Russia: una guerra che, ragionano a Washington, potrebbe avere delle ripercussioni sul poderoso arsenale nucleare di cui Mosca dispone. A confermare questi timori al quotidiano sono stati funzionari governativi statunitensi rimasti anonimi. Tutto questo, mentre l’altro ieri il Wall Street Journal titolava: «La ribellione del Wagner ravviva i timori degli Usa sul controllo delle armi nucleari della Russia».A livello ufficiale, gli Usa stanno per ora parlando poco della questione, mostrandosi cauti. Blinken si è rifiutato di commentare l’ipotesi di una guerra civile, mentre il Consiglio di sicurezza nazionale si è limitato a dire di non aver ravvisato cambiamenti nella disposizione delle forze nucleari russe. «La principale preoccupazione dei funzionari americani oggi è: chi ha il controllo a Mosca e chi controlla la più grande scorta di armi nucleari del mondo», ha aggiunto il National security advisor Jake Sullivan. Del resto, che lo scenario di una guerra civile sia quantomeno possibile è testimoniato dalle aspre parole del leader ceceno, Ramzan Kadyrov, contro Prigozhin. A fronte del suo indebolimento, lo Zar potrebbe quindi o rimanere in balia delle faide interne oppure appoggiarsi sempre più ai falchi per cercare di recuperare terreno. Il rischio è duplice: non solo tali falchi potrebbero impossessarsi di testate nucleari, ma potrebbero anche trasferirne alcune nelle mani di regimi poco raccomandabili (dall’Iran alla Corea del Nord). Non a caso, un ex funzionario della Cia, Daniel Hoffman, ha detto a Reuters di temere che una parte di questi armamenti possa finire sotto il controllo di figure come lo stesso Kadyrov. Washington si trova allora davanti a un dilemma. La prima possibilità è che gli Usa continuino a sostenere ferreamente Kiev, accettando il rischio di un incremento delle turbolenze in Russia. La seconda possibilità è che, in ossequio alla logica paradossale della guerra, gli americani cerchino di puntellare indirettamente il potere di Putin, per ridurre il rischio di instabilità: uno scenario che li porterebbe prevedibilmente a spingere Zelensky a intavolare negoziati e a concedere qualcosa al nemico: un’opzione che non sarebbe facile da gestire, perché Washington rischierebbe di vedere compromessa la propria credibilità internazionale (e Pechino cercherebbe di approfittarne). Entrambe le alternative presentano degli effetti indesiderati, per quanto Washington, lo abbiamo visto, sembri significativamente interessata a ridurre l’instabilità in Russia. Inoltre, al di là del fatto che Biden abbia negato coinvolgimenti occidentali nell’operazione di Prigozhin, è da escludere che, in una situazione tanto confusa, gli Usa decideranno di puntare su un regime change pilotato: non è detto che ne avrebbero la forza e, soprattutto, non saprebbero su chi scommettere (è pur vero che è tornato sotto i riflettori il vecchio avversario di Putin, Mikhail Khodorkovsky, ma pare improbabile che Washington possa considerarlo una fonte di stabilità: inoltre, ammesso e non concesso che costui si stia muovendo come «portavoce» ufficioso di qualche potenza occidentale, non si tratta verosimilmente degli Usa). Ricordiamo che i rapporti tra Biden e Zelensky si sono rivelati tesi più di una volta. E che l’attuale amministrazione americana ha talora fatto trapelare alla stampa materiale d’intelligence per «bacchettare» il governo di Zelensky: quello stesso governo che, al contrario, ha sempre intrattenuto una relazione ben più amichevole con Londra. Senza trascurare gli impatti delle turbolenze russe sulle presidenziali americane del 2024. «Mentre la guerra in Ucraina domina già l’eredità di Biden, è improbabile che un crollo russo che porti al caos globale lo aiuti politicamente con l’avvicinarsi dell’anno elettorale», ha sottolineato ieri la Cnn. La situazione è in evoluzione e può succedere di tutto. Ma resta da dimostrare che il caso Prigozhin abbia consolidato la sponda tra Biden e Kiev. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-timore-americano-per-il-caos-a-mosca-indebolisce-zelensky-2661916875.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lue-da-altri-35-miliardi-per-le-armi" data-post-id="2661916875" data-published-at="1687847089" data-use-pagination="False"> L’Ue dà altri 3,5 miliardi per le armi La crisi russa è stata al centro del Consiglio Affari esteri Ue, tenutosi ieri a Lussemburgo. In particolare, il consesso ha stabilito di innalzare il tetto finanziario dello European Peace Facility (Epf) di 3,5 miliardi di euro, portandolo complessivamente a circa dodici miliardi. Il sostegno militare di Bruxelles a Kiev è stato quindi rafforzato. «Il mostro creato da Vladimir Putin con la guerra in Ucraina sta agendo contro il suo creatore», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell. «Questo è il momento di sostenere Kiev più di ogni altro momento ed è un bene che l’Epf sia rimpinguato con altri 3,5 miliardi. La guerra sta incrinando la forza militare russa e sta mettendo in crisi il governo: ora una potenza nucleare come la Russia potrebbe affrontare un periodo d’instabilità e dobbiamo prendere in considerazione questo scenario», ha proseguito. Nella conferenza stampa finale, l’Alto rappresentante Ue ha inoltre dichiarato: «Abbiamo iniziato la giornata valutando gli sviluppi in Russia nel fine settimana, con l’insurrezione armata abortita dal Wagner Group. La situazione rimane complessa e imprevedibile. È stata imprevedibile fin dall’inizio e continua a esserlo». «Noi restiamo vigili e impegnati in un forte coordinamento con i nostri partner, i 27 Stati membri e i Paesi vicini. Questi eventi hanno dimostrato che lo Stato russo e la credibilità personale di Putin si sono indeboliti e che il sistema politico sta mostrando delle crepe. Questo è il minimo che si possa dire», ha aggiunto. Borrell ha anche reso noto che l’Ue è pronta ad addestrare più di 30.000 soldati ucraini. «Sicuramente Putin non si è rafforzato, come non si è rafforzata la Russia e le sue Forze armate», ha dichiarato, dal canto suo, il titolare della Farnesina, Antonio Tajani. «Non siamo in guerra con la Russia, ma stiamo aiutando l’Ucraina a mantenere la propria indipendenza», ha proseguito. «Al Consiglio ho esortato l’Unione europea ad aumentare il sostegno all’Ucraina per velocizzare la sconfitta della Russia», ha inoltre twittato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che ha preso parte da remoto al consesso. Ma la questione della crisi russa non è stata l’unica affrontata ieri. Oltre a nuove sanzioni contro l’Iran per violazione dei diritti umani, è stato discusso anche il dossier tunisino. Lo stesso Tajani, mentre era a Lussemburgo, ha annunciato delle novità su questo fronte. «La buona notizia è che domani il commissario Ue Olivér Várhelyi firmerà l’accordo per il pacchetto di aiuti alla Tunisia nella parte che prevede il sostegno contro il traffico di esseri umani. E speriamo che alla fine possano essere più di 105 milioni», ha detto il nostro ministro degli Esteri. Ricordiamo che l’Italia sta da mesi cercando di spingere Bruxelles ad un atteggiamento maggiormente proattivo nella stabilizzazione economica della Tunisia. La Commissione europea ha annunciato significativi stanziamenti due settimane fa, anche se lo scoglio principale resta al momento la rigidità del Fondo monetario internazionale, che ha subordinato l’erogazione di un prestito da 1,9 miliardi di dollari all’attuazione di riforme da parte del governo tunisino. Una rigidità che rischia di spingere Tunisi sempre più tra le braccia di Mosca e Pechino. Si tratta di uno scenario allarmante, che potrebbe mettere sotto pressione il fianco meridionale della Nato.
L’obiettivo è evitare la delocalizzazione della produzione e contrastare l’effetto dei costi energetici elevati sulla competitività europea. La misura riguarda principalmente i settori dell’acciaio, della chimica e dell’automotive, fortemente influenzati dalle bollette elettriche, che in Germania risultano quasi tre volte superiori rispetto agli Stati Uniti. Le autorità tedesche hanno già avviato le trattative con la Commissione Europea per ottenere la compatibilità con le norme sugli aiuti di Stato. Per la Slovacchia, strettamente integrata nelle filiere tedesche, la mossa può rappresentare una sfida competitiva: se le imprese tedesche recuperano tranquillità sui costi dell’energia, le aziende slovacche del comparto manifatturiero esportatrici potrebbero trovarsi a dover far fronte a maggiori pressioni sui costi. Lo stesso potrebbe accadere in Italia.
Prima della Germania il Regno Unito, dove un “price cap” è stato stabilito nel 2019 dall’allora governo May. Dal gennaio 2019 l’Ofgem (l’equivalente della nostra Arera) applica un tetto alla spesa massima dei consumatori di trimestre in trimestre. Ma attenzione: non a tutti i clienti, bensì solo ai sottoscrittori delle “standard variable tariffs”, cioè delle tariffe a prezzo variabile molto basilari, dedicate ai clienti meno abituati a cercare tariffe sul mercato libero, e per questo da anni con lo stesso operatore che a volte approfitta di questo immobilismo applicando prezzi piuttosto elevati.
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Donald Trump con il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti Pete Hegseth (Getty Images)
«Stasera, su mia indicazione in qualità di Comandante in Capo, gli Stati Uniti hanno sferrato un attacco potente e letale contro la feccia terroristica dell’Isis nel nord-ovest della Nigeria, che ha preso di mira e ucciso brutalmente, principalmente cristiani innocenti, a livelli che non si vedevano da molti anni, persino da secoli», ha scritto il presidente.
L’intervento militare arriva dopo settimane di tensioni tra Washington e Abuja. Trump aveva più volte accusato il governo nigeriano di non riuscire a fermare le violenze contro le comunità cristiane, annunciando già il mese scorso di aver ordinato al Pentagono di predisporre una possibile azione armata. In parallelo, il Dipartimento di Stato aveva comunicato restrizioni sui visti per cittadini nigeriani e familiari coinvolti in uccisioni di massa e persecuzioni religiose. Gli Stati Uniti hanno inoltre inserito la Nigeria tra i «Paesi di particolare preoccupazione» ai sensi dell’International Religious Freedom Act.
Nel suo messaggio, Trump ha rivendicato la continuità tra gli avvertimenti lanciati in precedenza e l’azione militare appena condotta: «Avevo già avvertito questi terroristi che se non avessero smesso di massacrare i cristiani, avrebbero pagato un prezzo altissimo, e stasera è successo». Il presidente ha quindi elogiato l’operato delle forze armate: «Il Dipartimento della Guerra ha eseguito numerosi attacchi perfetti, come solo gli Stati Uniti sono in grado di fare. Sotto la mia guida, il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare. Che Dio benedica le nostre forze armate e Buon Natale a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se continueranno a massacrare i cristiani».
La conferma dell’operazione è arrivata anche dal Comando militare statunitense per l’Africa (Africom), che ha spiegato come l’attacco sia stato condotto su richiesta delle autorità nigeriane e abbia portato all’uccisione di diversi terroristi dell’Isis. «Gli attacchi letali contro l’Isis dimostrano la forza del nostro esercito e il nostro impegno nell’eliminare le minacce terroristiche contro gli americani, in patria e all’estero», ha comunicato Africom. Sulla stessa linea il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha ricordato come la posizione del presidente fosse stata chiarita già nelle settimane precedenti: «Il presidente era stato chiaro il mese scorso: l’uccisione di cristiani innocenti in Nigeria (e altrove) deve finire. Il Dipartimento della Guerra è sempre pronto, come ha scoperto l’Isis stasera, a Natale. Seguiranno altre notizie», aggiungendo di essere «grato per il sostegno e la cooperazione del governo nigeriano».
Da Abuja è arrivata una conferma ufficiale dei raid. In una nota, il ministero degli Affari Esteri della Repubblica Federale della Nigeria ha dichiarato che «le autorità nigeriane continuano a collaborare in modo strutturato con i partner internazionali, compresi gli Stati Uniti, nella lotta contro la minaccia persistente del terrorismo e dell’estremismo violento». La cooperazione, prosegue il comunicato, ha portato «a attacchi mirati contro obiettivi terroristici in Nigeria mediante raid aerei nel nord-ovest del Paese». Il ministero ha inoltre precisato che, «in linea con la prassi internazionale consolidata e gli accordi bilaterali, tale cooperazione comprende lo scambio di informazioni, il coordinamento strategico e altre forme di sostegno conformi al diritto internazionale, il reciproco rispetto della sovranità e gli impegni condivisi in materia di sicurezza regionale e globale».
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Vincent Van Gogh, Campi di grano con falciatore, Auvers, 1890.Toledo Museum of Art, acquistato con fondi del Libbey Endowment, dono di Edward Drummond Libbey
Figura che ama stupire, questa volta Goldin ha ideato un’esposizione che « va cronologicamente a ritroso »: parte dall'astrazione americana del secondo Novecento (con artisti come Richard Diebenkorn, Morris Louis e Helen Frankenthaler), prosegue con l'astrazione europea ( rappresentata da opere di Piet Mondrian, Paul Klee e Ben Nicholson) e si conclude con il passaggio dal Novecento all’Ottocento, con focus su natura morta, ritratto e paesaggio. Tre temi fondamentali, pur nelle loro molteplici declinazioni, rappresentati, in mostra, dalle sfumature poetiche delle nature morte di Giorgio Morandi e Georges Braque e dai ritratti e dalle figure di Matisse, Bonnard e Vuillard, sino ad arrivare a De Chirico e Modigliani (di grande intensità il ritratto di Paul Guillaume del 1815) e alla famosa Donna con cappello nero, uno splendido Picasso cubista del 1909. Davvero straordinaria anche la parte (l’ultima di questo originale percorso al contrario…) dedicata al paesaggio, che regala al visitatore le meravigliose visioni veneziane di Paul Signac, la Parigi di Robert Delaunay e Fernand Léger e una strepitosa sequenza di paesaggi impressionisti e post-impressionisti, tra cui spiccano una delle ultime versioni (forse la più bella… ) delle Ninfee di Monet, accanto a capolavori assoluti di Gauguin, Cezanne, Caillebotte, Renoir e Sisley, a Treviso con il suo celebre L’acquedotto a Marly, realizzato nello stesso anno della prima mostra impressionista, il 1874. A chiudere questo anomalo e ricchissimo percorso espositivo, l’artista più amato e studiato da Goldin: Vincent Van Gogh.
Solitario, a dominare su tutto, quasi a congedare il pubblico, quel capolavoro che è Campo di grano con falciatore ad Auvers del 1890, l’opera con cui l’artista olandese dice addio alla vita e che rappresenta con largo anticipo l’arte futura, quella modernità già raggiunta da Van Gogh nell’incomprensione quasi totale del suo tempo… E sempre a lui, inarrivabile e tormentato genio pittorico , è dedicato film scritto e diretto da Goldin Gli ultimi giorni di Van Gogh, proiettato a ciclo continuo nella sala ipogea del museo trevigiano. Con questa poetica proiezione si conclude il percorso espositivo, che splendidamente rappresenta la qualità altissima delle opere custodite nel Toledo Museum of Art dell’Ohio, il quotatissimo museo americano (nominato nel 2025 il miglior museo degli Stati Uniti) che ha reso possibile questa prestigiosa esposizione, che da sola merita almeno un giorno a Treviso…
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