2019-07-12
In occasione della Cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina, il fotografo Massimo Sestini ha sorvolato lo stadio San Siro a bordo di un elicottero della polizia di Stato. Le immagini del volo.
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2026-02-07
Zangrillo: «I cattivi maestri della sinistra stanno alimentando il clima di violenza in piazza»
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
Il ministro di Fi plaude al decreto Sicurezza ma mette in guardia: «Periodo da Brigate Rosse, anch’io minacciato dai compagni».
Se lo tirano per la giacca, lui abbottona il doppiopetto e non si scompone più di tanto. Le giacche cult del presidente Silvio Berlusconi gli piacciono parecchio. Paolo Zangrillo, ministro di Forza Italia, uomo della Pubblica amministrazione, più dei suoi doppiopetto ama altre cose: le istituzioni, la famiglia, le persone, le idee liberali di Forza Italia, il lavoro, il Genoa, il gioco di squadra, spegnere la luce anche quando lascia il suo ufficio ministeriale.
Ministro Zangrillo, partiamo dalla sua Torino e dal decreto approvato due giorni fa dal Consiglio dei ministri. Le ripetute devastazioni nelle strade torinesi, i feriti e gli agenti presi a pugni, calci e martellate sono drammatici episodi che potranno essere almeno arginati con l’entrata in vigore del decreto Sicurezza?
«Assolutamente sì. Lo ha già spiegato il mio collega Matteo Piantedosi, prima in Consiglio dei ministri e poi pubblicamente. Mi faccia solo aggiungere una cosa…».
Poi torniamo a quel decreto tanto sofferto…
«Certo, prima vorrei solo ribadire lo straordinario lavoro che sta facendo Piantedosi. Ecco, quando penso a un leale servitore della Stato penso a Matteo. E credo che i suoi agenti rispecchino quel sentimento di dedizione ai valori della nostra democrazia che anima il ministro degli Interni. È un sentimento che abita in tutte le nostre forze dell’ordine ed è qualcosa che gli italiani riconoscono ogni giorno».
Torniamo al decreto Sicurezza?
«Sì, è uno strumento essenziale per arginare un’ondata di violenza che si vuole far crescere, alimentata da quelli che ai miei tempi venivano definiti cattivi maestri».
In che modo interviene il decreto?
«Penso alla possibilità di fermare prima delle manifestazioni i soggetti già coinvolti in precedenti episodi di violenza o gli elementi trovati in possesso di strumenti atti a offendere. E qui c’è un punto che mi incuriosisce».
Quale?
«Alcuni elementi dell’opposizione sostengono che gli scontri siano causati solo da piccole frange di violenti, infiltrati tra migliaia di manifestanti pacifici. Allora, se questa è la loro tesi, perché contrastare questo provvedimento? Non ha proprio il merito di prevedere che queste frange violente vengano “filtrate” prima di unirsi al corteo? Perché permettergli di infettare l’intera manifestazione? Ecco, queste sono quelle strumentalizzazioni che fanno male al Paese, quel vuoto di contenuti che impedisce il dialogo».
In realtà è l’accusa che la sinistra ha mosso al centrodestra dopo le ultime violenze a Torino. Sareste voi, i fomentatori. In particolare ce l’hanno con Forza Italia e con lei, ha notato?
«Quando ascolto certe cose mi viene in mente il titolo di un film, Non ci resta che piangere. Non comprendono neppure la sostanziale differenza tra strumentalizzare e ricordare».
Faccia così: provi lei a rinfrescargli la memoria.
«Io, come segretario piemontese, così come i miei amici di Forza Italia, abbiamo sempre chiesto al sindaco di Torino Lo Russo e al Pd di dialogare con la politica, senza cercare compromessi con Askatasuna. Bene, per anni hanno fatto esattamente il contrario. Personalmente, credo così tanto nel dialogo che l’estate scorsa ho accettato l’invito del Pd a partecipare a un dibattito alla Festa dell’Unità di Torino. Doveva essere un confronto tra idee su molti temi differenti. Appena ho cercato di parlare del problema Askatasuna sono stato aggredito al grido “fascista, fascista”. Inveivano contro di me, mentre nessuno dei responsabili faceva nulla per evitare toni sempre più minacciosi, con elementi del centro sociale che avanzavano, con il dito puntato, ai piedi del palco, fino a quando non mi hanno obbligato a lasciare la loro festa. Sotto quel tendone hanno dato del distributore di olio di ricino a un liberale viscerale come me. No, davvero, non ce la fanno a dialogare».
Brutto clima.
«Orribile, ma con il conforto di almeno un paio di antidoti: l’impegno costante del governo e la certezza che noi italiani amiamo la democrazia, la violenza non vincerà».
Un altro suo collega, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha detto (in sintesi) che questo decreto impedirà il ritorno di un clima da Brigate Rosse. Condivide?
«Gli interventi in Consiglio dei ministri di Nordio e Piantedosi sono stati eccezionali, puntuali, lucidi, partecipati, lo dico senza nessuna retorica. Le analisi fatte dai miei colleghi devono essere ascoltate con la massima attenzione. Per quanto riguarda la mia esperienza ribadisco che si respira lo stesso clima che vivevo ai tempi del liceo a Monza, quando idee liberali come le mie dovevano essere difese dalla violenza degli estremisti. Ci sono altre analogie».
Per esempio?
«Mi ha colpito molto una frase del nostro segretario Antonio Tajani. A Torino eravamo insieme anche dopo i primi scontri di piazza, quelli successivi allo sgombero di Askatasuna. Antonio ha detto: “Sono i figli di papà che picchiano i figli del popolo”. Grande verità».
Parafrasando un articolo di Pier Paolo Pasolini, non esattamente un intellettuale di centrodestra.
«Che cosa c’entra? Pasolini era un intellettuale ed è proprio quello che dicevamo prima: con l’intelletto puoi dialogare, con l’ideologia no».
Veniamo al dialogo interno al suo partito. Vediamo acque piuttosto agitate, che sta succedendo?
«Le acque agitate le vedono altri, non noi di Forza Italia. Tutto il partito vuole sostenere con forza e determinazione Tajani, un segretario che grazie alle sue qualità e alla sua esperienza politica ha custodito l’anima di un grande partito in un momento molto delicato del proprio percorso. E con Antonio andiamo avanti, con passione e dedizione, verso i primi due obiettivi politici che ci attendono: il referendum sulla giustizia e le prossime elezioni politiche. E al fianco di Antonio Tajani lavoreremo per far emergere quel potenziale che Forza Italia ha, ben superiore alle percentuali che i sondaggi ci attribuiscono. L’obiettivo del 20% è quello del nostro segretario ed è il nostro traguardo».
Allarghiamo il discorso al centrodestra, parliamo della scelta del generale Vannacci: non ci dica che da ministro di Forza Italia non si intromette nelle beghe della Lega.
«No, ma le dico che quella di centrodestra è una coalizione fondata su valori, principi e idee condivise. Ci sono posizioni che l’eurodeputato Vannacci non condivide, per esempio il dovere di aiutare un popolo come quello ucraino aggredito e invaso. Vannacci ha posizioni filo-Putin? Non sono quelle del centrodestra di governo, mi pare evidente che non ne voglia più far parte».
Eppure Matteo Renzi, nell’attesa di capire se voterà Sì o No al referendum, vi fa sapere che l’affaire Vannacci poterà alla vittoria del centrosinistra. Profetico?
«Vede, Renzi è camaleontico, c’è stato un tempo nel quale ha governato con le idee, oggi segue la linea di quelli che aveva guidato, i compagni del Pd: per loro si vince mettendo insieme il maggior numero di pezzi possibili, raccattando voti un po’ dove capita. Questo ha due conseguenze. La prima: quando vincevano non riuscivano a governare, perché si spaccavano subito su tutto, in un batter d’occhio. Seconda conseguenza: gli elettori lo hanno capito e allora votano il centrodestra».
Abbiamo parlato di Renzi, tocca parlare anche di Carlo Calenda e del flirt con voi di Forza Italia. Come finirà?
«Come finirà lo deciderà Calenda e noi del partito. Quello che penso di lui credo di averlo già detto l’estate scorsa: Calenda ha molte idee che condivide con Forza Italia, credo sia un eccellente punto di partenza. Personalmente lo stimo. Altri in Forza Italia non la pensano così? Bene, sono anche loro esponenti e militanti che vogliono solo il bene del partito, Forza Italia ama il confronto e arriverà una sintesi condivisa».
Un’ultima cosa, non ha scampo: cosa vede nel futuro di Paolo Zangrillo?
«Ho giurato davanti al presidente della Repubblica di svolgere il mio ruolo di ministro nell’interesse esclusivo della nazione, e ciò che insieme alla mia squadra stiamo facendo mi dà molta soddisfazione, spero la dia anche ai nostri utenti, cittadini e imprese, altrimenti avrei fallito. Io arrivo dal privato, dove il futuro di ciascuno non è disegnato solo dalle aspettative individuali, ma si deve coniugare con le caratteristiche che gli altri ti riconoscono. Se ci sarà la possibilità di coniugare le due cose, evviva, possiamo essere tutti utili. Questo vale anche in politica».
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Shabana Mahmood, ministro degli interni britannico (Ansa)
Namibia, Angola e Congo accettano migliaia di rimpatri dopo le minacce del governo laburista di togliere i visti, pur di rimandare indietro i condannati. E la linea dura è quella della titolare dell’Interno, Shabana Mahmood.
Di solito, non appena si accenna a un discorso sulla remigrazione, vengono immediatamente avanzate due obiezioni. La prima è che si tratti di una pratica disumana basata sulle «deportazioni» e degna di un regime nazista. La seconda è che, al netto delle condanne morali, sia impossibile da realizzare. Ebbene, quanto accade nel Regno Unito smentisce entrambe le affermazioni.
La notizia è che il ministro degli Interni britannico Shabana Mahmood ha deciso qualche tempo fa di negare i visti d’ingresso ai ministri, ai diplomatici e ai turisti di alcune nazioni, per la precisione, Repubblica Democratica del Congo, Namibia e Angola. Soprattutto il Congo aveva rifiutato il rimpatrio dei suoi cittadini che avessero commesso reati sul territorio inglese, così il governo ha cancellato i visti per i suoi diplomatici e ministri e ha impedito ai suoi cittadini di accedere rapidamente al Regno Unito, compresi i cosiddetti Vip. In buona sostanza, per gli onesti cittadini congolesi entrare in Inghilterra è diventato un incubo, con conseguenze sugli affari e la vita privata. Risultato: dopo questa cura le tre nazioni hanno acconsentito a riprendersi circa 4.000 criminali condannati. Tra questi ci sono assassini e stupratori. Oltre ad essi, saranno rimpatriati anche numerosi migranti irregolari. Visto il successo dell’operazione, ora la minaccia di restrizioni verrà allargata a India, Pakistan, Nigeria, Bangladesh, Somalia, Egitto e Gabon, che si sono dimostrati poco disponibili ad accettare i rimpatri. Giova ricordare che il governo del Regno Unito è guidati dai laburisti di Keir Starmer e che la responsabile degli Affari interni è la succitata Shabana Mahmood, che ha - come si dice nel mondo anglosassone in modo politicamente corretto - un background migratorio.
Costei ha deciso di imitare i provvedimenti di restrizione ai visti applicati da Donald Trump a una quarantina di nazioni. «Il mio messaggio è chiaro», ha detto il ministro. «Se i governi stranieri si rifiutano di accettare il ritorno dei loro cittadini, ne subiranno le conseguenze. I migranti illegali e i criminali pericolosi saranno ora allontanati e rimpatriati in Angola, Namibia e Repubblica Democratica del Congo. Farò tutto il necessario per ripristinare l’ordine e il controllo ai nostri confini».
Un discorso che dalle nostre parti starebbe bene in bocca a un esponente della destra, e che probabilmente le formazioni di sinistra attaccherebbero blaterando di razzismo e propaganda autoritaria. Ora, se a attuare le espulsioni è un ministro di origini straniere di un governo progressista, è evidente che i rimpatri di massa non sono affatto una misura nazista, ma un atto di buonsenso. Non solo se riguardano i criminali, ma anche se toccano gli stranieri irregolari.
A quanto risulta, da quando i laburisti sono al governo, hanno espulso circa 60.000 persone. Un bel punto di partenza per la remigrazione. Di questi, il 32 per cento sono criminali e il 45 per cento immigrati irregolari. Secondo Mahmood, questo è solo l’inizio. Si smentisce così la presunta verità secondo cui la remigrazione sarebbe impossibile: i rimpatri, quando si usano maniere decise, diventano possibili, basta volerlo e avere il coraggio di fare ogni tanto la voce grossa. Certo, il percorso remigratorio prevede anche altre fasi, l’espulsione è solo una prima parte. Ma è anche la più complicata, e se si riesce a mettere in pratica e si mostra che l’atteggiamento delle autorità è cambiato, allora diviene più semplice anche tutto il resto, a partire dall’organizzazione di rimpatri volontari, che del resto sono praticati e incentivati anche in Italia (se ne contano alcune centinaia ogni anno, per altro ben retribuiti).
Comunque sia, il punto è comprendere che la remigrazione non ha nulla di disumano e violento. Al contrario è un atto umanitario e di giustizia. Allontanare omicidi e stupratori (che per altro sono presenti in gran numero nelle nazioni occidentali) significa rendere migliore la vita delle persone oneste e civili. Rimpatriare i clandestini significa invece togliere molte persone dall’illegalità, evitare che possono essere esposte alle lusinghe e ai ricatti della criminalità organizzata o sfruttate da questo o quel padrone disonesto. In più, si costringono le nazioni africane ad assumersi la responsabilità dei loro cittadini, cosa che finora hanno rifiutato di fare, come se la faccenda non le riguardasse. La remigrazione non è impossibile: bisogna soltanto avere il coraggio di realizzarla, demolendo pregiudizi e mistificazioni che finora hanno inquinato il dibattito sull’immigrazione. Se la sinistra caccia criminali e irregolari a migliaia, persino la destra ci può riuscire.
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Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Finito il primo round di colloqui in Oman. Teheran: «Iniziati bene». Ma gli Stati Uniti annunciano ulteriori multe sul greggio e invitano gli americani a lasciare il Paese sciita.
È una distensione assai traballante - e a tratti contraddittoria - quella in corso tra Washington e Teheran. Ieri, a Muscat, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, hanno tenuto dei colloqui indiretti con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
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