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2018-08-07
Il profugo resta anche se spaccia o violenta
Ansa
Negli ultimi cinque anni, il nostro Paese ha accordato a un bel po' di persone una qualche forma di protezione, cioè li ha riconosciuti a vario titolo come profughi. Stando ai dati ufficiali, tuttavia, soltanto il 7% degli stranieri giunti a bordo dei barconi sono effettivamente rifugiati, cioè titolari di protezione internazionale. La maggior parte (il 25% del totale, 28% se guardiamo all'anno in corso) - ormai è noto - ha ottenuto la protezione umanitaria, un particolare tipo di tutela che dovrebbe essere concessa in casi eccezionali, ma di cui si abusa largamente. Esiste, poi, una bella fetta di stranieri (il 15% del totale) che ha ottenuto la protezione sussidiaria. La può ricevere chi «non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio Paese».
È la legge italiana a stabilire chi abbia o meno diritto a tale forma di protezione. Esaminando nel dettaglio i vari articoli, tuttavia, si fanno delle scoperte sorprendenti. Per esempio, si apprende che se un profugo molesta o spaccia, ha comunque diritto a restare nel nostro Paese. Il decreto legislativo 251 del 2007 (modificato nel 2014), all'articolo 16 dettaglia i casi in cui uno straniero debba essere escluso dalla protezione sussidiaria. Ciò può avvenire qualora egli «abbia commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità».
Un altro motivo per giustificare l'esclusione è che l'immigrato «abbia commesso, al di fuori del territorio nazionale, prima di esservi ammesso in qualità di richiedente, un reato grave». Come è facile immaginare, però, non sempre è possibile stabilire chi sia davvero (e da dove arrivi) chi entra nel nostro Paese. Dunque può accadere - ed è accaduto - che entrasse anche chi aveva già commesso reati in patria.
Ma andiamo avanti, perché il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Uno straniero può perdere il diritto alla protezione sussidiaria anche qualora «costituisca un pericolo per la sicurezza dello Stato» o «costituisca un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale».
Ed eccoci al punto. Che cosa dice l'articolo 407 del codice penale? Semplice: fa un elenco di reati piuttosto gravi. Se uno straniero li commette, perde lo status di profugo. Ci sono omicidio, rapina, estorsione, associazione mafiosa, terrorismo eccetera. A un certo punto, si parla anche di altri due tipi di reati piuttosto odiosi, ovvero la violenza sessuale e lo spaccio di droga. Direte: se uno spaccia o molesta sessualmente un'altra persona, dovrebbe perdere immediatamente il diritto alla protezione. E invece no.
Nel caso di «produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti e psicotrope», l'esclusione dalla protezione vale «limitatamente alle ipotesi aggravate». In pratica, se un profugo spaccia droga e viene condannato per questo, ma non si prende l'aggravante, non perde il diritto alla protezione, dunque può tranquillamente restarsene qui. Lo stesso avviene nel caso della «violenza sessuale»: di nuovo, la protezione si perde solo «nelle ipotesi aggravate».
Insomma, per perdere lo status di profugo l'immigrato deve commettere una violenza su un minore di 14 o su una donna in stato di gravidanza. Oppure, deve commettere la violenza utilizzando armi, sostanze alcoliche o stupefacenti, narcotici eccetera. Riassumendo: se la violenza sessuale non è accompagnata da violenze gravi, il migrante resta in Italia. Si tratta di un'assurdità evidente, una sottigliezza che può consentire ai criminali di piantare le tende sul territorio italiano.
È per questo motivo che il Viminale sta lavorando per modificare la norma. Nel decreto sicurezza previsto per settembre, la faccenda delle aggravanti dovrebbe essere cancellata. Sarebbe una conquista di civiltà, che consentirebbe di allontanare dal nostro Paese chi ha commesso reati vergognosi. Non solo: tale modifica consentirebbe di restringere il campo, impedendo che violentatori e spacciatori possano ottenere la protezione sussidiaria.
Sempre a settembre, poi, dovrebbe esserci un'ulteriore novità. Tra le ragioni per l'esclusione dovrebbe entrare anche la resistenza a pubblico ufficiale. Si tratterebbe di un passo avanti non da poco. Permetterebbe, infatti, di negare la protezione a tutti quei simpatici signori che aggrediscono e maltrattato i controlli di treni e autobus che osano chiedere loro il biglietto. Quasi settimanalmente le cronache riportano fatti di questo tipo.
L'ultimo è avvenuto domenica, su un treno che dal Cilento portava a Napoli. All'altezza di Salerno, un uomo di trent'anni, nigeriano e con precedenti penali, ha infierito su un controllore di Trenitalia, colpendolo ai genitali e sputandogli in faccia. Poi, non contento, ha spintonato un agente della Polizia ferroviaria colpevole di avergli chiesto di mostrare il titolo di viaggio. Il nigeriano è stato denunciato per violenza, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Ecco, sarebbe bello se il prossimo viaggio di questo nigeriano fosse quello per ritornare a casa a sua.
Riccardo Torrescura
Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo
L'«emergenza razzismo» non finisce più: nel senso che le redazioni dei tg e dei giornaloni (loro sì, in emergenza) vedono il razzismo dappertutto: dall'ormai leggendaria frittata di Moncalieri fino alla sparatoria del quartiere Vasto a Napoli. L'ultima epic fail l'ha svelata Il Primato nazionale e riguarda Il Mattino di Napoli.
Di che si tratta? Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è da tempo oggetto di contestazioni da parte dell'ala più scatenata della sua tifoseria, che gli rimprovera campagne acquisti troppo risparmiose. La scorsa settimana è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per alcuni tifosi: la famiglia De Laurentiis ha annunciato l'acquisto di un'altra società di calcio, il Bari, e questo (a nostro avviso erroneamente) è stato interpretato da alcuni tifosi napoletani come un segnale di disimpegno e di affetto non esclusivo per i colori azzurri. Morale? Su un muro è comparsa la mega scritta «Via da Napoli», ma - badate bene - con le lettere Adl (iniziali di Aurelio De Laurentiis, appunto) evidenziate in rosso. Quindi, per chiunque segua anche distrattamente le cronache sportive, una maleducata contestazione verso il presidente del Napoli, non altro.
E invece? E invece Il Mattino si è lanciato nella crociata antirazzista: «Una scritta contro gli immigrati comparsa nei pressi della stazione centrale di Napoli». Si aggiunge naturalmente Pierre Pereira, della comunità senegalese di Napoli che parla di «ansia e paura». La sensazione è che ormai, in molti ambienti politici e giornalistici, scattino tre riflessi condizionati, l'uno più paradossale dell'altro.
Il primo è - appunto quello di piegare automaticamente ogni evento di cronaca alla tesi ideologica precostituita: tutto è razzismo. Con la conseguenza grave, peraltro, che, a forza di gridare «al lupo, al lupo», il sistema dei media non sarà più credibile nemmeno quando denuncerà episodi veri di intolleranza e xenofobia.
Il secondo è un calo di attenzione nelle verifiche, che sarebbero sempre indispensabili prima di pubblicare qualcosa. Per carità: tutti sbagliamo (il giusto sbaglia sette volte al giorno, se ricordiamo bene, secondo le Scritture), ma di questi tempi sottovalutare l'implacabile screening realizzato in tempo reale dalla Rete e dai social network significa non capire il rischio di boomerang a cui si può essere esposti. Il terzo è un meccanismo (ormai oliatissimo) di colpevolizzazione dei lettori e dei telespettatori, che la mattina vanno in edicola e la sera guardano il telegiornale essenzialmente per sentirsi spiegare che fanno schifo, che sono xenofobi, intolleranti, eccetera. Un costante processo contro gli italiani, senza neanche uno straccio di difesa d'ufficio.
Si pensi alla copertina de L'Espresso in edicola questa settimana (una famigliola italiana in spiaggia ritratta come membri del Ku Klux Klan), o ai titoloni (Avvenire e non solo) sulle «due Italie»: buonicontro cattivi, accoglienti contro razzisti, civili contro ignoranti. La cosa grave, però, è che la «seconda Italia», quella criminalizzata (spesso fatta da lavoratori del privato, partite Iva, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, liberi professionisti: tutta gente che non vive di risorse pubbliche, ma rischia in proprio) ha lasciato in mano alla «prima Italia» tutta una serie di gangli sensibili (stampa, radio, tv, scuola, università), non di rado finanziando con tasse e sussidi pubblici un'attività «culturale» volta a sancire il primato morale ed etico-politico degli uni sugli altri.
Insomma: alcuni sono costretti a pagare il pulpito dal quale verranno processati e condannati da qualche autoproclamato sommo sacerdote della moralità, della cultura, dell'eleganza, della tolleranza.
Non ci si sorprenda se poi, all'improvviso, i «deplorables» (cioè i pessimi, i deplorabili, i disprezzabili: la parola con cui Hillary Clinton definì gli elettori di Donald Trump) si arrabbiano, e trasformano ogni elezione in un'occasione di vendetta verso un'establishment arrogante, presuntuoso, incapace di ascoltare.
Daniele Capezzone
Rissa alla moschea di Milano tra i «vecchi» e i «nuovi» islamici
Botte da orbi tra musulmani per beghe religiose: tre giorni di scontri tra diverse fazioni di fedeli tengono in scacco un intero quartiere. Succede a Milano in viale Jenner, dove dal lontano 1989 esiste uno dei centri culturali islamici più fervente del nord Italia. Una moschea abusiva a cui nessuno ancora è riuscito a mettere definitivamente il catenaccio.
Già noto per essere stata punto di passaggio di diversi esponenti del terrorismo jihadista, poi al centro delle cronache per sospette attività di reclutamento e per le preghiere in strada dei fedeli, da sempre in balia a periodi alterni di esponenti più o meno radicalizzati, il centro islamico è ora ufficialmente oggetto della discordia tra due correnti di fedeli di Allah. Una più moderata, a quanto pare, e l'altra più vicina al pensiero integralista.
La vicenda in breve è questa: venerdì scorso il direttivo dell'Istituto, ha licenziato quello che per mesi era stato l'imam ufficiale colpevole di aver deviato rispetto alla linea assegnata. Si tratta di Abdel Ghani, quarantasettenne egiziano, che aveva aperto un dialogo con il Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, a cui oggi peraltro aderisce la quasi totalità delle moschee più o meno abusive esistenti in città.
Il Caim a quanto risulta rappresenta una parte del mondo islamico milanese, vicina a correnti musulmane di solida tradizione, di grande potere economico e non esattamente di area moderata.
Per questo la dirigenza di viale Jenner avrebbe allontanato l'imam con un provvedimento ufficiale. Lui però non l'ha presa bene. I primi scontri si erano verificati venerdì scorso, subito dopo l'allontanamento, quando il diretto interessato era rientrato nello stabile adibito abusivamente a luogo di culto, forzando il portone insieme ad un manipolo di fedeli che si erano messi a pregare, infervorati più che mai.
Erano intervenute le forze dell'ordine, la situazione pareva essersi calmata, ma ieri sono di nuovo volati cazzotti.
Mentre all'interno gruppi di musulmani delle due diverse correnti discutevano animatamente, due uomini sono usciti per strada e sono arrivati alle mani, dandosele di santa ragione. Entrambi sono stati portati in ospedale dai soccorritori del 118 chiamati dai residenti, esasperati dalla situazione, che ora rivolgono appelli accorati al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, affinché metta la parola fine ad anni di sofferenze.
La moschea, tra le più attive nel nord Italia si trova in un garage di viale Jenner, arteria della circonvallazione cittadina nella zona nord di Milano. Venne fondata nel1989 e dal 1993 è sotto sorveglianza, per presunti legami dei suoi frequentatori con il mondo dei jihadisti. Dopo l'11 settembre del 2001 il dipartimento del Tesoro statunitense la indicò come uno dei principali crocevia di al Qaeda e pochi anni dopo, per effetto del cosiddetto processo Sfinge, 34 frequentatori vennero arrestati per attività legate al terrorismo (poi in gran parte rilasciati per prescrizione del reato). Da viale Jenner passò anche Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano dalla Cia il 17 febbraio 2003, mentre nel 2007, secondo indagini sui reclutamenti nel mondo musulmano, dopo nove arresti messi a segno grazie alle rivelazioni di un pentito frequentatore del centro, la moschea venne definita «punto di riferimento logistico e funzionale alla rete jihadista».
Altro nome famoso transitato per il centro islamico milanese è quello di Moez Fezzani, terrorista tunisino considerato tra i reclutatori dell'Isis in Italia, che sotto il nome di Abu Nassim, tra il 1997 e il 2001 avrebbe fatto proseliti per una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano.
Circa dieci anni fa a tentare di chiudere il centro ci aveva pensato l'allora ministro Roberto Maroni, tentativo che si era infranto contro un muro di buonismo, guidato nientemeno dalla Curia meneghina che voleva garantire ai fedeli di Allah luoghi di culto in città.
Oggi nel consiglio comunale di Milano siede Abdel Qader, frequentatrice della moschea e a lungo parte del Caim (l'organizzazione per la cui frequentazione è stato licenziato l'imam di viale Jenner).
Eletta alle ultime amministrative nella coalizione di Beppe Sala e balzata alle cronache nazionali per aver tentato di dare lezioni di femminismo a Elisa Isoardi, pubblicando su Instagram un video con il marito intento a stirare e lei comodamente seduta sul divano intenta a leggere un libro, Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il Caim prima di entrare in politica.
La vicenda comunque pare non essere affatto conclusa: l'imam egiziano (che parla solo attraverso un interprete) ha spiegato di non aver alcuna intenzione di mollare la presa. Non solo, secondo quanto avrebbe dichiarato, intende andare avanti nel dialogo con l'area meno moderata, ma avrebbe anche dato appuntamento ai fedeli alla preghiera del 22 agosto, sempre a Milano, per la festa del sacrificio. Una preghiera collettiva che si celebra ogni anno e che, in teoria, dovrebbe riunire, in pace, tutte le comunità milanesi, lacerate da anni di divisioni.
Alessia Pedrielli
Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti
Un tesoretto da mezzo miliardo di euro da investire in sicurezza. Cinquecento milioni da destinare a carabinieri, polizia e vigili del fuoco. È il progetto del Viminale, che annuncia entro la fine dell'anno, nuovi fondi da destinare al popolo dei lavoratori in divisa. Una promessa da mantenere, un tema che in campagna elettorale è stato tra i capisaldi del Carroccio. Un mucchio di denaro che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sa già dove recuperare.
«Entro fine anno vogliamo abbassare la quota giorno per i migranti dai 35 euro alla metà perché si vive bene anche con quello», così il leader della Lega durante un comizio ad Alessandria. La ghigliottina sui costi dei migranti non è una novità per Salvini. Già nelle scorse settimane, il Viminale è stato incaricato di uno studio per ridurre da 35 a 25 euro la quota destinata ad ogni migrante. Ora, secondo l'annuncio del vicepremier, l'obiettivo fissato sarebbe a 17,50 euro. Una cifra, secondo Salvini, con cui le coop riuscirebbero comunque a gestire la permanenza degli stranieri nei centri dedicati. E in effetti, scorrendo gli elenchi delle prefetture, il fantasma della riduzione delle quote sembra non arrestare affatto il sistema affaristico che ruota intorno e richiedenti asilo e clandestini. A Roma, ad esempio, Palazzo Valentini ha pubblicato un bando online per individuare posti letto destinati proprio ai richiedenti asilo. Un bando resosi necessario vista ormai la scarsa offerta e la sempre maggiore domanda. Dopo un primo appalto di dicembre, con il quale si è riuscito ad assegnare pochi posti letto rispetto alle necessità (circa 2.000 su 8.000, ovvero il 30%), l'Ufficio territoriale di governo ci riprova. Un bando che, viste le cifre, non può essere considerato di seconda categoria. L'importo di gara è di circa 71 milioni di euro: 35 euro al giorno (almeno per il momento) per ogni ospite. La scadenza è fissata per il prossimo 5 settembre. La maggior parte dei posti letto vengono ricercati in provincia, nell'hinterland romano. Quelli di Roma Capitale sono circa 1000, ma si tratta di stranieri già presenti sul territorio da ricollocare perché ospitati in strutture temporanee. Tutti gli altri, 4.486, verranno distribuiti nei Comuni della provincia, fatta eccezione per Ariccia, Anticoli Corrado, Castelnuovo di Porto, Roviano e Tolfa.
Se nella Capitale la situazione migranti richiede interventi urgenti per garantire vitto e alloggio agli stranieri, in altre regioni la situazione rivela un quadro ancora più interessante. La prefettura di Agrigento ha infatti completato le procedure di gara individuando 15 società, tra associazioni e cooperative, che dovranno farsi carico, in diverse strutture collocate in vari Comuni della provincia, dell'accoglienza e la gestione dei migranti. In totale i posti a disposizione sono 1.100, per un costo previsto di 28 milioni di euro per 2 anni, ovvero fino al 2020, salvo proroghe. Cinquantasei milioni di euro per un business che sembra non avere mai fine. Malgrado i tagli annunciati.
Giancarlo Palombi
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Tra i migranti che hanno ottenuto l'accoglienza, il 15% gode della protezione sussidiaria. Che non viene tolta nemmeno in caso di condanna per reati sessuali o di droga, a meno che non ci siano aggravanti. Ecco perché il Viminale vuole cambiare la legge.Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo. Su un muro appare un attacco contro Aurelio De Laurentiis. Il Mattino non perde tempo e grida all'emergenza xenofobia.Gli scontri nella moschea di viale Jenner a Milano per il controllo del centro culturale milanese tengono in scacco un intero quartiere. Feriti due egiziani. Le tensioni dopo il licenziamento di un imam radicale che ha occupato la struttura con i suoi seguaci. Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti. L'idea del ministro Matteo Salvini è di portare la quota giornaliera da 35 a 17,50 euro. Ma il business resta.Lo speciale contiene quattro articoliNegli ultimi cinque anni, il nostro Paese ha accordato a un bel po' di persone una qualche forma di protezione, cioè li ha riconosciuti a vario titolo come profughi. Stando ai dati ufficiali, tuttavia, soltanto il 7% degli stranieri giunti a bordo dei barconi sono effettivamente rifugiati, cioè titolari di protezione internazionale. La maggior parte (il 25% del totale, 28% se guardiamo all'anno in corso) - ormai è noto - ha ottenuto la protezione umanitaria, un particolare tipo di tutela che dovrebbe essere concessa in casi eccezionali, ma di cui si abusa largamente. Esiste, poi, una bella fetta di stranieri (il 15% del totale) che ha ottenuto la protezione sussidiaria. La può ricevere chi «non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio Paese». È la legge italiana a stabilire chi abbia o meno diritto a tale forma di protezione. Esaminando nel dettaglio i vari articoli, tuttavia, si fanno delle scoperte sorprendenti. Per esempio, si apprende che se un profugo molesta o spaccia, ha comunque diritto a restare nel nostro Paese. Il decreto legislativo 251 del 2007 (modificato nel 2014), all'articolo 16 dettaglia i casi in cui uno straniero debba essere escluso dalla protezione sussidiaria. Ciò può avvenire qualora egli «abbia commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità».Un altro motivo per giustificare l'esclusione è che l'immigrato «abbia commesso, al di fuori del territorio nazionale, prima di esservi ammesso in qualità di richiedente, un reato grave». Come è facile immaginare, però, non sempre è possibile stabilire chi sia davvero (e da dove arrivi) chi entra nel nostro Paese. Dunque può accadere - ed è accaduto - che entrasse anche chi aveva già commesso reati in patria. Ma andiamo avanti, perché il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Uno straniero può perdere il diritto alla protezione sussidiaria anche qualora «costituisca un pericolo per la sicurezza dello Stato» o «costituisca un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale». Ed eccoci al punto. Che cosa dice l'articolo 407 del codice penale? Semplice: fa un elenco di reati piuttosto gravi. Se uno straniero li commette, perde lo status di profugo. Ci sono omicidio, rapina, estorsione, associazione mafiosa, terrorismo eccetera. A un certo punto, si parla anche di altri due tipi di reati piuttosto odiosi, ovvero la violenza sessuale e lo spaccio di droga. Direte: se uno spaccia o molesta sessualmente un'altra persona, dovrebbe perdere immediatamente il diritto alla protezione. E invece no. Nel caso di «produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti e psicotrope», l'esclusione dalla protezione vale «limitatamente alle ipotesi aggravate». In pratica, se un profugo spaccia droga e viene condannato per questo, ma non si prende l'aggravante, non perde il diritto alla protezione, dunque può tranquillamente restarsene qui. Lo stesso avviene nel caso della «violenza sessuale»: di nuovo, la protezione si perde solo «nelle ipotesi aggravate».Insomma, per perdere lo status di profugo l'immigrato deve commettere una violenza su un minore di 14 o su una donna in stato di gravidanza. Oppure, deve commettere la violenza utilizzando armi, sostanze alcoliche o stupefacenti, narcotici eccetera. Riassumendo: se la violenza sessuale non è accompagnata da violenze gravi, il migrante resta in Italia. Si tratta di un'assurdità evidente, una sottigliezza che può consentire ai criminali di piantare le tende sul territorio italiano. È per questo motivo che il Viminale sta lavorando per modificare la norma. Nel decreto sicurezza previsto per settembre, la faccenda delle aggravanti dovrebbe essere cancellata. Sarebbe una conquista di civiltà, che consentirebbe di allontanare dal nostro Paese chi ha commesso reati vergognosi. Non solo: tale modifica consentirebbe di restringere il campo, impedendo che violentatori e spacciatori possano ottenere la protezione sussidiaria. Sempre a settembre, poi, dovrebbe esserci un'ulteriore novità. Tra le ragioni per l'esclusione dovrebbe entrare anche la resistenza a pubblico ufficiale. Si tratterebbe di un passo avanti non da poco. Permetterebbe, infatti, di negare la protezione a tutti quei simpatici signori che aggrediscono e maltrattato i controlli di treni e autobus che osano chiedere loro il biglietto. Quasi settimanalmente le cronache riportano fatti di questo tipo. L'ultimo è avvenuto domenica, su un treno che dal Cilento portava a Napoli. All'altezza di Salerno, un uomo di trent'anni, nigeriano e con precedenti penali, ha infierito su un controllore di Trenitalia, colpendolo ai genitali e sputandogli in faccia. Poi, non contento, ha spintonato un agente della Polizia ferroviaria colpevole di avergli chiesto di mostrare il titolo di viaggio. Il nigeriano è stato denunciato per violenza, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Ecco, sarebbe bello se il prossimo viaggio di questo nigeriano fosse quello per ritornare a casa a sua. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fake-news-senza-fine-la-scritta-dei-tifosi-a-napoli-diventa-subito-razzismo" data-post-id="2593353555" data-published-at="1768821342" data-use-pagination="False"> Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo L'«emergenza razzismo» non finisce più: nel senso che le redazioni dei tg e dei giornaloni (loro sì, in emergenza) vedono il razzismo dappertutto: dall'ormai leggendaria frittata di Moncalieri fino alla sparatoria del quartiere Vasto a Napoli. L'ultima epic fail l'ha svelata Il Primato nazionale e riguarda Il Mattino di Napoli. Di che si tratta? Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è da tempo oggetto di contestazioni da parte dell'ala più scatenata della sua tifoseria, che gli rimprovera campagne acquisti troppo risparmiose. La scorsa settimana è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per alcuni tifosi: la famiglia De Laurentiis ha annunciato l'acquisto di un'altra società di calcio, il Bari, e questo (a nostro avviso erroneamente) è stato interpretato da alcuni tifosi napoletani come un segnale di disimpegno e di affetto non esclusivo per i colori azzurri. Morale? Su un muro è comparsa la mega scritta «Via da Napoli», ma - badate bene - con le lettere Adl (iniziali di Aurelio De Laurentiis, appunto) evidenziate in rosso. Quindi, per chiunque segua anche distrattamente le cronache sportive, una maleducata contestazione verso il presidente del Napoli, non altro. E invece? E invece Il Mattino si è lanciato nella crociata antirazzista: «Una scritta contro gli immigrati comparsa nei pressi della stazione centrale di Napoli». Si aggiunge naturalmente Pierre Pereira, della comunità senegalese di Napoli che parla di «ansia e paura». La sensazione è che ormai, in molti ambienti politici e giornalistici, scattino tre riflessi condizionati, l'uno più paradossale dell'altro. Il primo è - appunto quello di piegare automaticamente ogni evento di cronaca alla tesi ideologica precostituita: tutto è razzismo. Con la conseguenza grave, peraltro, che, a forza di gridare «al lupo, al lupo», il sistema dei media non sarà più credibile nemmeno quando denuncerà episodi veri di intolleranza e xenofobia. Il secondo è un calo di attenzione nelle verifiche, che sarebbero sempre indispensabili prima di pubblicare qualcosa. Per carità: tutti sbagliamo (il giusto sbaglia sette volte al giorno, se ricordiamo bene, secondo le Scritture), ma di questi tempi sottovalutare l'implacabile screening realizzato in tempo reale dalla Rete e dai social network significa non capire il rischio di boomerang a cui si può essere esposti. Il terzo è un meccanismo (ormai oliatissimo) di colpevolizzazione dei lettori e dei telespettatori, che la mattina vanno in edicola e la sera guardano il telegiornale essenzialmente per sentirsi spiegare che fanno schifo, che sono xenofobi, intolleranti, eccetera. Un costante processo contro gli italiani, senza neanche uno straccio di difesa d'ufficio. Si pensi alla copertina de L'Espresso in edicola questa settimana (una famigliola italiana in spiaggia ritratta come membri del Ku Klux Klan), o ai titoloni (Avvenire e non solo) sulle «due Italie»: buonicontro cattivi, accoglienti contro razzisti, civili contro ignoranti. La cosa grave, però, è che la «seconda Italia», quella criminalizzata (spesso fatta da lavoratori del privato, partite Iva, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, liberi professionisti: tutta gente che non vive di risorse pubbliche, ma rischia in proprio) ha lasciato in mano alla «prima Italia» tutta una serie di gangli sensibili (stampa, radio, tv, scuola, università), non di rado finanziando con tasse e sussidi pubblici un'attività «culturale» volta a sancire il primato morale ed etico-politico degli uni sugli altri. Insomma: alcuni sono costretti a pagare il pulpito dal quale verranno processati e condannati da qualche autoproclamato sommo sacerdote della moralità, della cultura, dell'eleganza, della tolleranza. Non ci si sorprenda se poi, all'improvviso, i «deplorables» (cioè i pessimi, i deplorabili, i disprezzabili: la parola con cui Hillary Clinton definì gli elettori di Donald Trump) si arrabbiano, e trasformano ogni elezione in un'occasione di vendetta verso un'establishment arrogante, presuntuoso, incapace di ascoltare. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rissa-alla-moschea-di-milano-tra-i-vecchi-e-i-nuovi-islamici" data-post-id="2593353555" data-published-at="1768821342" data-use-pagination="False"> Rissa alla moschea di Milano tra i «vecchi» e i «nuovi» islamici Botte da orbi tra musulmani per beghe religiose: tre giorni di scontri tra diverse fazioni di fedeli tengono in scacco un intero quartiere. Succede a Milano in viale Jenner, dove dal lontano 1989 esiste uno dei centri culturali islamici più fervente del nord Italia. Una moschea abusiva a cui nessuno ancora è riuscito a mettere definitivamente il catenaccio. Già noto per essere stata punto di passaggio di diversi esponenti del terrorismo jihadista, poi al centro delle cronache per sospette attività di reclutamento e per le preghiere in strada dei fedeli, da sempre in balia a periodi alterni di esponenti più o meno radicalizzati, il centro islamico è ora ufficialmente oggetto della discordia tra due correnti di fedeli di Allah. Una più moderata, a quanto pare, e l'altra più vicina al pensiero integralista. La vicenda in breve è questa: venerdì scorso il direttivo dell'Istituto, ha licenziato quello che per mesi era stato l'imam ufficiale colpevole di aver deviato rispetto alla linea assegnata. Si tratta di Abdel Ghani, quarantasettenne egiziano, che aveva aperto un dialogo con il Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, a cui oggi peraltro aderisce la quasi totalità delle moschee più o meno abusive esistenti in città. Il Caim a quanto risulta rappresenta una parte del mondo islamico milanese, vicina a correnti musulmane di solida tradizione, di grande potere economico e non esattamente di area moderata. Per questo la dirigenza di viale Jenner avrebbe allontanato l'imam con un provvedimento ufficiale. Lui però non l'ha presa bene. I primi scontri si erano verificati venerdì scorso, subito dopo l'allontanamento, quando il diretto interessato era rientrato nello stabile adibito abusivamente a luogo di culto, forzando il portone insieme ad un manipolo di fedeli che si erano messi a pregare, infervorati più che mai. Erano intervenute le forze dell'ordine, la situazione pareva essersi calmata, ma ieri sono di nuovo volati cazzotti. Mentre all'interno gruppi di musulmani delle due diverse correnti discutevano animatamente, due uomini sono usciti per strada e sono arrivati alle mani, dandosele di santa ragione. Entrambi sono stati portati in ospedale dai soccorritori del 118 chiamati dai residenti, esasperati dalla situazione, che ora rivolgono appelli accorati al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, affinché metta la parola fine ad anni di sofferenze. La moschea, tra le più attive nel nord Italia si trova in un garage di viale Jenner, arteria della circonvallazione cittadina nella zona nord di Milano. Venne fondata nel1989 e dal 1993 è sotto sorveglianza, per presunti legami dei suoi frequentatori con il mondo dei jihadisti. Dopo l'11 settembre del 2001 il dipartimento del Tesoro statunitense la indicò come uno dei principali crocevia di al Qaeda e pochi anni dopo, per effetto del cosiddetto processo Sfinge, 34 frequentatori vennero arrestati per attività legate al terrorismo (poi in gran parte rilasciati per prescrizione del reato). Da viale Jenner passò anche Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano dalla Cia il 17 febbraio 2003, mentre nel 2007, secondo indagini sui reclutamenti nel mondo musulmano, dopo nove arresti messi a segno grazie alle rivelazioni di un pentito frequentatore del centro, la moschea venne definita «punto di riferimento logistico e funzionale alla rete jihadista». Altro nome famoso transitato per il centro islamico milanese è quello di Moez Fezzani, terrorista tunisino considerato tra i reclutatori dell'Isis in Italia, che sotto il nome di Abu Nassim, tra il 1997 e il 2001 avrebbe fatto proseliti per una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano. Circa dieci anni fa a tentare di chiudere il centro ci aveva pensato l'allora ministro Roberto Maroni, tentativo che si era infranto contro un muro di buonismo, guidato nientemeno dalla Curia meneghina che voleva garantire ai fedeli di Allah luoghi di culto in città. Oggi nel consiglio comunale di Milano siede Abdel Qader, frequentatrice della moschea e a lungo parte del Caim (l'organizzazione per la cui frequentazione è stato licenziato l'imam di viale Jenner). Eletta alle ultime amministrative nella coalizione di Beppe Sala e balzata alle cronache nazionali per aver tentato di dare lezioni di femminismo a Elisa Isoardi, pubblicando su Instagram un video con il marito intento a stirare e lei comodamente seduta sul divano intenta a leggere un libro, Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il Caim prima di entrare in politica. La vicenda comunque pare non essere affatto conclusa: l'imam egiziano (che parla solo attraverso un interprete) ha spiegato di non aver alcuna intenzione di mollare la presa. Non solo, secondo quanto avrebbe dichiarato, intende andare avanti nel dialogo con l'area meno moderata, ma avrebbe anche dato appuntamento ai fedeli alla preghiera del 22 agosto, sempre a Milano, per la festa del sacrificio. Una preghiera collettiva che si celebra ogni anno e che, in teoria, dovrebbe riunire, in pace, tutte le comunità milanesi, lacerate da anni di divisioni. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="meno-soldi-agli-immigrati-per-darli-ai-poliziotti" data-post-id="2593353555" data-published-at="1768821342" data-use-pagination="False"> Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti Un tesoretto da mezzo miliardo di euro da investire in sicurezza. Cinquecento milioni da destinare a carabinieri, polizia e vigili del fuoco. È il progetto del Viminale, che annuncia entro la fine dell'anno, nuovi fondi da destinare al popolo dei lavoratori in divisa. Una promessa da mantenere, un tema che in campagna elettorale è stato tra i capisaldi del Carroccio. Un mucchio di denaro che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sa già dove recuperare. «Entro fine anno vogliamo abbassare la quota giorno per i migranti dai 35 euro alla metà perché si vive bene anche con quello», così il leader della Lega durante un comizio ad Alessandria. La ghigliottina sui costi dei migranti non è una novità per Salvini. Già nelle scorse settimane, il Viminale è stato incaricato di uno studio per ridurre da 35 a 25 euro la quota destinata ad ogni migrante. Ora, secondo l'annuncio del vicepremier, l'obiettivo fissato sarebbe a 17,50 euro. Una cifra, secondo Salvini, con cui le coop riuscirebbero comunque a gestire la permanenza degli stranieri nei centri dedicati. E in effetti, scorrendo gli elenchi delle prefetture, il fantasma della riduzione delle quote sembra non arrestare affatto il sistema affaristico che ruota intorno e richiedenti asilo e clandestini. A Roma, ad esempio, Palazzo Valentini ha pubblicato un bando online per individuare posti letto destinati proprio ai richiedenti asilo. Un bando resosi necessario vista ormai la scarsa offerta e la sempre maggiore domanda. Dopo un primo appalto di dicembre, con il quale si è riuscito ad assegnare pochi posti letto rispetto alle necessità (circa 2.000 su 8.000, ovvero il 30%), l'Ufficio territoriale di governo ci riprova. Un bando che, viste le cifre, non può essere considerato di seconda categoria. L'importo di gara è di circa 71 milioni di euro: 35 euro al giorno (almeno per il momento) per ogni ospite. La scadenza è fissata per il prossimo 5 settembre. La maggior parte dei posti letto vengono ricercati in provincia, nell'hinterland romano. Quelli di Roma Capitale sono circa 1000, ma si tratta di stranieri già presenti sul territorio da ricollocare perché ospitati in strutture temporanee. Tutti gli altri, 4.486, verranno distribuiti nei Comuni della provincia, fatta eccezione per Ariccia, Anticoli Corrado, Castelnuovo di Porto, Roviano e Tolfa. Se nella Capitale la situazione migranti richiede interventi urgenti per garantire vitto e alloggio agli stranieri, in altre regioni la situazione rivela un quadro ancora più interessante. La prefettura di Agrigento ha infatti completato le procedure di gara individuando 15 società, tra associazioni e cooperative, che dovranno farsi carico, in diverse strutture collocate in vari Comuni della provincia, dell'accoglienza e la gestione dei migranti. In totale i posti a disposizione sono 1.100, per un costo previsto di 28 milioni di euro per 2 anni, ovvero fino al 2020, salvo proroghe. Cinquantasei milioni di euro per un business che sembra non avere mai fine. Malgrado i tagli annunciati. Giancarlo Palombi
Imagoeconomica
Nelle scorse settimane l’Authority ha inviato una lettera alle organizzazioni sindacali, alle associazioni di imprese, alla presidenza del Consiglio e ai prefetti locali, chiedendo una «tregua sociale», ovvero uno stop delle astensioni dal lavoro nel periodo compreso tra il 4 e il 24 febbraio e tra il 4 e il 17 marzo. Cioè nei giorni in cui si svolgeranno rispettivamente le Olimpiadi e i Giochi paralimpici. A quanto pare la lettera è stata ignorata, i sindacati non hanno risposto. Come riportato dal Fatto, il Garante ha detto che «non sono pervenute manifestazioni di disponibilità o iniziative volte alla sottoscrizione del protocollo».
È evidente che vogliono tenersi le mani libere. L’evento è un’occasione troppo ghiotta per avere i riflettori accesi su qualsiasi tema in nome del quale creare caos. Ma a quanto risulta a La Verità, non sarebbero arrivate risposte nemmeno dalla presidenza del Consiglio e dal ministero dei Trasporti. Un cenno dalle autorità di governo, sulla ragionevolezza di una tregua sociale, potrebbe fare da moral suasion generale e richiamare l’attenzione alla scala delle priorità. In cima c’è il tranquillo svolgimento di un evento che sarà all’attenzione internazionale e convoglierà un flusso importante di turisti nel nostro Paese. Un’operazione di questo genere non è nemmeno nuova. Già nel 2006, in occasione delle Olimpiadi di Torino, il governo Berlusconi raggiunse un accordo con i sindacati per evitare scioperi tra il 31 gennaio e il 23 marzo. Come pure, nell’ambito del Giubileo, c’è stata un’intesa per evitare mobilitazioni sindacali nelle date più importanti dell’evento religioso.
Ora il presidente della Commissione, Paola Bellocci, vorrebbe fare lo stesso per i Giochi Olimpici. In più situazioni il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha rimarcato i disagi causati dalla frequenza ravvicinata degli scioperi e i disagi che creano ai cittadini e ai lavoratori. Una impostazione condivisa dai componenti del Garante, tant’è che la Commissione ha anche sanzionato le sigle che avevano organizzato la mobilitazione del 3 ottobre per Gaza e la Flotilla. La lettera inviata per sollecitare una tregua sociale in occasione delle Olimpiadi invernali si colloca in questo percorso, cioè valutare le priorità e l’impatto che lo stop ai trasporti potrebbe creare allo svolgimento dell’evento sportivo.
L’Authority potrebbe intervenire anche con un suo provvedimento, a prescindere da un’intesa con i sindacati ma al momento questo passo è stato escluso. La Commissione ha sottolineato che continuerà «la propria consueta attività di vigilanza sul rispetto delle norme vigenti in materia di sciopero nei servizi pubblici essenziali durante il periodo interessato».
Intanto, però, l’iniziativa della lettera è stata criticata dal sindacato di base Cub, una delle sigle più attive nella proclamazione degli scioperi che è stata protagonista di diverse mobilitazioni a cavallo tra il 2025 e il 2026 come lo sciopero nazionale di 24 ore, il 9-10 gennaio scorsi, nel settore ferroviario che ha creato notevoli disagi con la cancellazione di oltre il 50% dei treni e il 9 gennaio nel comparto aereo. Inevitabile quindi che si risentisse dell’iniziativa del Garante. «Per la Commissione, ogni occasione è buia per subordinare il diritto dei diritti alle logiche del profitto», ha replicato. Una risposta che la dice lunga sulle sue prossime iniziative.
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Lamberto Frescobaldi (Imagoeconomica)
Come presidente dell’Unione italiana vini ha giudicato positivamente il sì al tratto Mercosur. Per quali ragioni? Non teme che i brasiliani continueranno a farsi il loro Prosecco?
«Il Mercosur è certamente un buon accordo per il vino, raggiunge gli obiettivi di abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie. Il mercato del vino sta affrontando una congiuntura particolarmente delicata. L’apertura di nuovi mercati e la diversificazione delle esportazioni rappresentano non solo una scelta strategica, ma una necessità imprescindibile. Al momento, il 60% dell’export italiano di vino è concentrato su cinque mercati principali. In questo contesto, il Mercosur - per ragioni storiche e identitarie - può costituire un’opportunità significativa per i nostri prodotti. È utile evidenziare che i vini europei destinati al Brasile subiscono attualmente rincari rilevanti, con dazi all’importazione che raggiungono il 27% per i vini fermi e il 35% per gli spumanti.
Per quanto riguarda le indicazioni geografiche, 355 nomi di prodotti alimentari, vini e spiriti europei saranno protetti nel Mercosur e beneficeranno dello stesso livello di protezione oggi previsto nell’Ue. L’uso di un’indicazione geografica per prodotti non originali sarà vietato ed espressioni come “tipo”, “stile”, “imitazione” o simili non saranno consentite. Diverse denominazioni italiane, come Prosecco, Asti, Marsala sono oggi utilizzate in Argentina e Brasile; questo non deve stupirci, gli italiani che si sono trasferiti più di un secolo fa in quei Paesi hanno iniziato a produrre vini “nello stile” dei prodotti della loro terra di origine e con le medesime varietà. Il termine “Prosecco” è oggi utilizzato come varietà in Brasile, uno dei pochi Paesi al mondo dove il nome ancora non gode di una protezione robusta. A conclusione del negoziato, la Commissione ha ottenuto, a nostro avviso, un importante risultato e anche il nome Prosecco sarà protetto in Brasile».
Il mercato del vino in quei Paesi, a reddito assai inferiore rispetto all’Europa, vale mezzo miliardo di cui neppure il 10% è di vino italiano. Come pensate di crescere?
«Se le percentuali di incidenza del vino italiano sono così basse lo si deve proprio al fatto che finora vi sono state barriere commerciali talmente alte da aver scoraggiato la maggior parte delle imprese, soprattutto quelle abituate a produrre e vendere vini di medio e alto livello, che arrivavano sul mercato con prezzi proibitivi per la maggior parte del pubblico. L’eliminazione delle tariffe consentirà a un numero maggiore di aziende italiane di provare ad approcciare questi mercati, allargando sensibilmente la percezione dei vini italiani, oggi confinata a pochi prodotti ultracompetitivi. L’esperienza sudcoreana, con la progressiva eliminazione dei dazi dal 2011, ha consentito a quel Paese di crescere di oltre il 300% in termini di valore alle importazioni nel giro di appena dieci anni, con l’Italia assoluta protagonista. Per quanto riguarda la concorrenza interna, io non ho paura della competizione, quando questa è sana e giocata ad armi pari. Se i vini argentini dimostreranno di essere prodotti apprezzabili dal pubblico italiano, ben venga, vorrà dire che potremo imparare qualcosa di nuovo da loro (le loro varietà - come il Malbec - non sono coltivate qua in Italia). Al di là di tutto, i numeri attuali dell’industria vitivinicola argentina, peraltro focalizzata sul mercato sudamericano e su quello statunitense, non consentiranno mai un’invasione del nostro Paese».
I dazi americani vi stanno facendo ancora perdere mercato?
«Perdiamo noi così come perdono i nostri competitor, Francia in particolare. La mia sensazione è che i dazi, assieme alla svalutazione del dollaro in buona parte generata dalle tariffe, facciano male anche perché si inseriscono in un quadro generale difficile, con i consumi generali di vino - in contrazione da ormai 5 anni - fortemente condizionati dal calo del potere di acquisto, dalla pressione dell’industria delle bevande e da moti salutistici che fanno di un’erba un fascio. Il risultato, almeno per ora, è pesante: nell’anno appena terminato stimiamo un calo del valore dell’export attorno all’8-10%, dopo un primo semestre a +5%. Ma soprattutto, ciò che purtroppo dobbiamo rilevare è che le nostre imprese si stanno facendo in gran parte carico del dazio per non perdere quote di mercato, con i listini in calo di circa il 10%. Una situazione difficilmente sostenibile, che potremmo riuscire a superare solo con un maggior impegno da parte dei nostri partner commerciali statunitensi. In un contesto generale di difficoltà, tutti devono fare la propria parte per un obiettivo comune perché ricordo che per ogni dollaro investito in vino europeo il trade statunitense genera un beneficio di 4,52 dollari. Se il vino non arriva, e non si vende, i primi a primi a pagare dazio sono loro».
C’è un altro mercato potenziale per il vino italiano sempre sottovalutato: la Cina.
«La Cina non ha imposto dazi sul vino recentemente. C’è stata un’indagine su antidumping e sussidi che tuttavia non riguarda il vino, ma solo i distillati. La Cina rimane l’eterna terra promessa, però dobbiamo fare i conti con una realtà di mercato che ha visto le importazioni complessive di vino calare di circa un terzo dal pre Covid al 2024. Purtroppo il 2025 ha confermato la progressiva riduzione degli ordini».
Tornando al Mercosur, se dovesse giudicare con gli occhi di un agricoltore che non fa vino quali sono i punti di maggiore criticità?
«Le preoccupazioni del mondo agricolo europeo, in particolare di alcune filiere, sono legittime: il Brasile in particolare è una superpotenza quando si parla di agricoltura e allevamento. Tuttavia, ritengo che, anche grazie all’importante lavoro svolto dal governo italiano, l’accordo raggiunto a Bruxelles con l’introduzione di un regolamento specifico su importanti clausole di salvaguardia che monitoreranno con attenzione l’impatto sull’agricoltura europea tenga conto di queste preoccupazioni, prevedendo strumenti di intervento a sostegno del comparto».
Lei come moltissimi produttori di vino fa anche olio extravergine di oliva. È preoccupato dall’«invasione» di olio tunisino favorito dall’Ue?
«Questo è un argomento complesso. Ahimè nel nostro Paese non abbiamo avuto una politica di sviluppo di questo magnifico prodotto. Le olivete sono rimaste quelle centenarie, siamo stati sopraffatti dalle paure del cambiamento e quindi l’importazione ha preso il sopravvento. Adesso il mistero dell’Agricoltura ci ha posto attenzione e sono fiducioso che qualcosa cambierà. Dobbiamo ripartire dall’oliveta, come per i vini siamo ripartiti dai vigneti».
Non ama parlare dele sue aziende perché teme la commistione tra Frescobaldi imprenditore e Frescobaldi presidente dell’Uiv, ma visto dalla sua azienda come va il mercato?
«Il mercato non è stato facile per nessuno, Frescobaldi compreso. Dobbiamo trarre insegnamenti da questi momenti difficili per affinare le nostre tecniche per riflettere a cosa fare differentemente, per cambiare».
Lei produce alcuni dei vini più ricercati del mondo, Masseto, Ornellaia, il mercato dei fine wines è fuori dalla crisi? La concorrenza francese è ancora potente?
«La concorrenza anche per i vini più desiderati è molto alta, non possiamo rilassarci e dobbiamo produrre vini sempre migliori. I grandi francesi non dormono sugli allori e anche loro sono sotto pressione. Ho molti amici in Francia e con loro ci scambiamo spesso buone idee. Possiamo crescere entrambi».
Da presidente di Uiv lei si è molto battuto per tenere i vini dealcolati nel perimetro delle cantine e come prodotto agricolo. È soddisfatto del decreto del governo e quale pensa sia il futuro dei vini dealcolati?
«Siamo soddisfatti che, finalmente, il quadro normativo sui vini dealcolati sia stato completato anche in Italia. Sono diverse le imprese del vino italiane che vogliono sviluppare questo business e rispondere alle richieste di alcuni mercati e dei nuovi consumatori. Il vino “no e low alcohol” non sostituisce il vino tradizionale, ma offre un’opportunità in più a un consumatore che, per mille motivi, decide di non voler consumare una bevanda alcolica o voler semplicemente un vino più leggero. Vediamo nei prossimi anni quali saranno le reazioni del mercato, ma certamente mettere le imprese italiane nelle condizioni di competere al pari dei competitor tedeschi, francesi e spagnoli è una buona notizia. L’attacco all’alcol e al vino è un tema pressante, anche se recentemente vi è stata un’importante dichiarazione delle Nazioni Unite che ha ribadito la netta distinzione tra consumo moderato e abuso. Speriamo si continui su questa strada».
Il riconoscimento Unesco per la cucina italiana fa bene al vino?
«È un riconoscimento “alla carriera”, ma con ancora lunghi secoli davanti. E il mondo del vino italiano esulta, perché è parte di essa: in tavola assieme alla cucina italiana c’è anche il “suo” vino. Si tratta inoltre di un risultato politico importante da parte del nostro governo per difendere e promuovere le nostre identità in giro per il mondo dove c’è fame (e sete) di Italia».
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Gianclaudio Torlizzi (Imagoeconomica)
Gianclaudio Torlizzi fondatore di T-Commodity ed esperto di materie prime ed energia. In Groenlandia succede di tutto.
«Con lo scioglimento dei ghiacci, le rotte commerciali artiche diventano importanti, ed offrono un notevole risparmio di giorni di navigazione rispetto alle rotte tradizionali come Suez. Gli Stati Uniti mirano al controllo dei “colli di bottiglia” globali (choke point) e ad estendere la loro influenza sul continente panamericano. Non possono tollerare potenze ostili di Russia e Cina, in quest’area strategica. La disponibilità mineraria delle acque artiche è significativa. Si stima un’importante presenza di minerali, e l’attività di estrazione mineraria sottomarina (il cosiddetto deep sea mining) sarà una tematica cruciale del futuro. Gli Stati Uniti mirano ad assicurarsi queste risorse. Aggiungi che si trova tra Nord America, Europa ed Artico. Può costituire la traiettoria più breve per i missili balistici russi diretti in Usa. Lì c’è la base militare americana di Pituffik con tanto di radar per early warning missilistici. Il cosiddetto Giuk (Greenland, Iceland e Uk) è un choke point navale cruciale per monitorare le navi ed i sottomarini russi e cinesi presenti nel nordatlantico. Trump vuole la Groenlandia ma non ha le risorse per mettere militari là o costruire infrastrutture necessarie. Qui potrebbe entrare in gioco Italia come mediatrice e proporre un accordo. Esiste un problema di comunicazione con ambienti della diplomazia europea con la galassia Maga».
Altro che. Ma dalla sfera di cristallo che hai lasciato nell’altra stanza quale scenario prevedi? Gli Stati Uniti pagheranno un sacco di dollari. Danimarca e Groenlandia litigheranno su quanto spetta a ciascuno?
«Lo scenario più probabile è che la Danimarca mantenga una sovranità formale sul Paese, ma in cambio gli Stati Uniti otterranno la capacità operativa di muoversi. Un’azione di forza americana potrebbe invece destabilizzare ulteriormente una Nato già fragile e alienare l’appoggio degli alleati; mentre in questa fase sarebbe necessario rafforzare l’unità contro l’asse Mosca-Pechino».
A proposito di Russia e Cina, io mi sono fatto questa suggestione. Donald Trump, non essendo riuscito a spezzare l’asse Mosca-Pechino e a ottenere un accordo in Ucraina, ha come piano B quello di smontare il Sud globale pezzo per pezzo, partendo dal Venezuela. Giusto?
«La strategia di “Noxin”, cioè di spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino, non ha avuto successo finora. Washington scommetteva che Mosca, a lungo andare, sarebbe stata fagocitata da Pechino, e che la Cina stesse assecondando e strumentalizzando le velleità neo-imperiali di Putin per concentrare gli sforzi bellici occidentali sull’Ucraina. Tuttavia, non c’è stato l’avvicinamento sperato da parte di Putin. L’azione venezuelana non è tanto una reazione a questo fallimento, quanto un’azione che si sarebbe verificata comunque. Il target è Pechino. La priorità numero uno per gli Stati Uniti è fronteggiare l’ascesa cinese, e il Venezuela, fornitore di petrolio alla Cina, rappresenta il primo segnale della strategia americana di estendere la propria influenza sul continente panamericano in chiave anticinese. Anche l’Iran rientra in questa strategia».
Ci arriviamo. Da consulente del ministero della Difesa, concordi sul fatto che la Cina sia una grande potenza economica che però non regge il confronto militare con gli Stati Uniti?
«Sì, non credo si possa parlare di una totale parità di mezzi. La capacità produttiva cinese, pur avendo superato quella statunitense in alcuni ambiti come quello navale, non è sufficiente a garantire un predominio. Il motivo è semplice. La scarsa esperienza delle forze armate cinesi nei conflitti bellici. La guerra è esperienza, e il fatto che i cinesi non abbiano maturato decenni di esperienza diretta sul campo rende difficile affermare che la loro capacità militare sia sufficiente per battere gli avversari. Prendi l’Ucraina. Oggi ha un’industria all’avanguardia nel comparto droni. Cosa impossibile senza l’esperienza dolorosa dell’invasione russa degli ultimi quattro anni».
Hai evidenziato come gli Stati Uniti stiano costruendo catene del valore «made in Usa» e che il Pentagono acquisisca partecipazioni di minoranza strategica in molte aziende, assicurando loro commesse a prezzi superiori a quelli di mercato per consentire all’industria di rinascere. Ho compreso bene?
«Sì, è corretto. Le materie prime sono una criticità primaria per gli Usa, data la dipendenza della Cina, che controlla oltre il 90% della raffinazione di terre rare. Gli Stati Uniti agiscono su due fronti. Da un lato sul fronte energetico. Cercando di compromettere l’approvvigionamento petrolifero cinese. Vedi appunto Venezuela e Iran. L’obiettivo è indebolire Pechino che da quelle importazioni dipende. Poi ci sono i minerali. Gli Usa stanno creando nuove filiere. Per competere con i prezzi cinesi, il Pentagono entra nel capitale di aziende minerarie locali e garantisce contratti pluriennali con prezzi superiori a quelli di mercato. Questo crea problemi all’Europa, cui gli Usa chiedono un price floor più alto sulle materie prime…».
Un prezzo minimo remunerativo.
«L’Europa resiste, temendo costi maggiori per le manifatture, e non attua politiche di sussidio come gli Usa, che però bilanciano con dazi e mantenimento dei prezzi del petrolio. L’Ue, invece, con il dazio ambientale Cbam non farà che aumentare i prezzi di acciaio e altre materie prime. E questo si che intacca la competitività e genera incertezze legali. Come al solito Bruxelles dimostra una mancanza di visione e di conseguente policy sulle materie prime. E mentre l’Europa si balocca, gli Stati Uniti costruiscono rapidamente una propria filiera mineraria».
Ultimo quadrante. La prospettiva di uno shock in Iran si allontana? Sostieni che il 20% del petrolio cinese proviene da quell’area, però per ora non si intravedono segnali di cambiamento?
«Sì, è corretto. L’Iran è un paese molto più complesso del Venezuela. Gli Stati Uniti si sono fermati anche a causa dell’opposizione di alcuni Paesi arabi, come l’Arabia Saudita, che non sarebbero contenti di un collasso dell’Iran. Perché aumenterebbe l’offerta di petrolio sul mercato, causando un ulteriore calo dei prezzi. Ci sono pressioni cinesi e forse dai paesi del Golfo per evitare un’azione di forza immediata. È un dossier complesso, anche perché non si può escludere una reazione come il blocco dello stretto di Hormuz (dove passa il 20% del petrolio globale). Oppure attacchi missilistici ai Paesi del Golfo. Non sono neppure sicuro che il cambio di regime a Teheran sia l’obiettivo finale di Washington. Il vero scopo è rendere l’Iran il più possibile “allineato”, trasformandolo da alleato strategico di Pechino in un attore più gestibile. In ballo non ci sono solo le forniture di petrolio e la gestione del choke points, ma anche la Via della Seta cinese che rischia di saltare».
Una curiosità. Si favoleggia giustamente delle immense riserve petrolifere del Venezuela ma della sua scarsa produzione. Il petrolio del Venezuela è praticamente bitume vero? Costa poco estrarlo ma tanto lavorarlo, giusto?
«Sì, è un petrolio pesante che può essere raffinato principalmente da Stati Uniti, Cina e India. Costa poco estrarlo, ma la manutenzione degli impianti petroliferi è scarsa dopo l’espropriazione di Chavez, rendendo necessario un revamping generale e generando incertezza sui costi di lavorazione. In quegli impianti servirebbe un energico revamping visto lo stato in cui si trovano».
Tu parli spesso di nuovo paradigma della politica estera americana. Che tradotto significa?
«L’evoluzione dell’economic statecraft a stelle e strisce prevede che il settore privato gestisca estrazione e sicurezza, e il governo incassi il vantaggio geostrategico più una quota dei profitti; mantenendo salve le casse statali e la capacità militare. Questo implica un totale allineamento delle grandi aziende americane alle istanze del governo, indipendentemente dalla presidenza (Trump o altro). Non penso che cambiando le amministrazioni cambi il corso degli eventi. La politica estera americana era già destinata a questo tipo di azione per contrastare il superamento della Cina. Trump o non Trump. Alcuni europei non capiscono che l’approccio precedente, superglobalista, rimpianto da alcuni, ha permesso alla Cina di emergere. Era un modello fallimentare che doveva essere fermato e riformato. Da un lato quindi l’Europa dovrebbe comprendere questo interesse strategico statunitense per la riforma della globalizzazione e aiutare gli americani a contrastare la Cina. Dall’altro va anche detto come l’approccio muscolare di Trump nei confronti dei suoi alleati rischia di avere un effetto controproducente, come è emerso dall’avvicinamento del Canada alla Cina».
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