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2018-08-07
Il profugo resta anche se spaccia o violenta
Ansa
Negli ultimi cinque anni, il nostro Paese ha accordato a un bel po' di persone una qualche forma di protezione, cioè li ha riconosciuti a vario titolo come profughi. Stando ai dati ufficiali, tuttavia, soltanto il 7% degli stranieri giunti a bordo dei barconi sono effettivamente rifugiati, cioè titolari di protezione internazionale. La maggior parte (il 25% del totale, 28% se guardiamo all'anno in corso) - ormai è noto - ha ottenuto la protezione umanitaria, un particolare tipo di tutela che dovrebbe essere concessa in casi eccezionali, ma di cui si abusa largamente. Esiste, poi, una bella fetta di stranieri (il 15% del totale) che ha ottenuto la protezione sussidiaria. La può ricevere chi «non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio Paese».
È la legge italiana a stabilire chi abbia o meno diritto a tale forma di protezione. Esaminando nel dettaglio i vari articoli, tuttavia, si fanno delle scoperte sorprendenti. Per esempio, si apprende che se un profugo molesta o spaccia, ha comunque diritto a restare nel nostro Paese. Il decreto legislativo 251 del 2007 (modificato nel 2014), all'articolo 16 dettaglia i casi in cui uno straniero debba essere escluso dalla protezione sussidiaria. Ciò può avvenire qualora egli «abbia commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità».
Un altro motivo per giustificare l'esclusione è che l'immigrato «abbia commesso, al di fuori del territorio nazionale, prima di esservi ammesso in qualità di richiedente, un reato grave». Come è facile immaginare, però, non sempre è possibile stabilire chi sia davvero (e da dove arrivi) chi entra nel nostro Paese. Dunque può accadere - ed è accaduto - che entrasse anche chi aveva già commesso reati in patria.
Ma andiamo avanti, perché il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Uno straniero può perdere il diritto alla protezione sussidiaria anche qualora «costituisca un pericolo per la sicurezza dello Stato» o «costituisca un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale».
Ed eccoci al punto. Che cosa dice l'articolo 407 del codice penale? Semplice: fa un elenco di reati piuttosto gravi. Se uno straniero li commette, perde lo status di profugo. Ci sono omicidio, rapina, estorsione, associazione mafiosa, terrorismo eccetera. A un certo punto, si parla anche di altri due tipi di reati piuttosto odiosi, ovvero la violenza sessuale e lo spaccio di droga. Direte: se uno spaccia o molesta sessualmente un'altra persona, dovrebbe perdere immediatamente il diritto alla protezione. E invece no.
Nel caso di «produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti e psicotrope», l'esclusione dalla protezione vale «limitatamente alle ipotesi aggravate». In pratica, se un profugo spaccia droga e viene condannato per questo, ma non si prende l'aggravante, non perde il diritto alla protezione, dunque può tranquillamente restarsene qui. Lo stesso avviene nel caso della «violenza sessuale»: di nuovo, la protezione si perde solo «nelle ipotesi aggravate».
Insomma, per perdere lo status di profugo l'immigrato deve commettere una violenza su un minore di 14 o su una donna in stato di gravidanza. Oppure, deve commettere la violenza utilizzando armi, sostanze alcoliche o stupefacenti, narcotici eccetera. Riassumendo: se la violenza sessuale non è accompagnata da violenze gravi, il migrante resta in Italia. Si tratta di un'assurdità evidente, una sottigliezza che può consentire ai criminali di piantare le tende sul territorio italiano.
È per questo motivo che il Viminale sta lavorando per modificare la norma. Nel decreto sicurezza previsto per settembre, la faccenda delle aggravanti dovrebbe essere cancellata. Sarebbe una conquista di civiltà, che consentirebbe di allontanare dal nostro Paese chi ha commesso reati vergognosi. Non solo: tale modifica consentirebbe di restringere il campo, impedendo che violentatori e spacciatori possano ottenere la protezione sussidiaria.
Sempre a settembre, poi, dovrebbe esserci un'ulteriore novità. Tra le ragioni per l'esclusione dovrebbe entrare anche la resistenza a pubblico ufficiale. Si tratterebbe di un passo avanti non da poco. Permetterebbe, infatti, di negare la protezione a tutti quei simpatici signori che aggrediscono e maltrattato i controlli di treni e autobus che osano chiedere loro il biglietto. Quasi settimanalmente le cronache riportano fatti di questo tipo.
L'ultimo è avvenuto domenica, su un treno che dal Cilento portava a Napoli. All'altezza di Salerno, un uomo di trent'anni, nigeriano e con precedenti penali, ha infierito su un controllore di Trenitalia, colpendolo ai genitali e sputandogli in faccia. Poi, non contento, ha spintonato un agente della Polizia ferroviaria colpevole di avergli chiesto di mostrare il titolo di viaggio. Il nigeriano è stato denunciato per violenza, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Ecco, sarebbe bello se il prossimo viaggio di questo nigeriano fosse quello per ritornare a casa a sua.
Riccardo Torrescura
Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo
L'«emergenza razzismo» non finisce più: nel senso che le redazioni dei tg e dei giornaloni (loro sì, in emergenza) vedono il razzismo dappertutto: dall'ormai leggendaria frittata di Moncalieri fino alla sparatoria del quartiere Vasto a Napoli. L'ultima epic fail l'ha svelata Il Primato nazionale e riguarda Il Mattino di Napoli.
Di che si tratta? Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è da tempo oggetto di contestazioni da parte dell'ala più scatenata della sua tifoseria, che gli rimprovera campagne acquisti troppo risparmiose. La scorsa settimana è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per alcuni tifosi: la famiglia De Laurentiis ha annunciato l'acquisto di un'altra società di calcio, il Bari, e questo (a nostro avviso erroneamente) è stato interpretato da alcuni tifosi napoletani come un segnale di disimpegno e di affetto non esclusivo per i colori azzurri. Morale? Su un muro è comparsa la mega scritta «Via da Napoli», ma - badate bene - con le lettere Adl (iniziali di Aurelio De Laurentiis, appunto) evidenziate in rosso. Quindi, per chiunque segua anche distrattamente le cronache sportive, una maleducata contestazione verso il presidente del Napoli, non altro.
E invece? E invece Il Mattino si è lanciato nella crociata antirazzista: «Una scritta contro gli immigrati comparsa nei pressi della stazione centrale di Napoli». Si aggiunge naturalmente Pierre Pereira, della comunità senegalese di Napoli che parla di «ansia e paura». La sensazione è che ormai, in molti ambienti politici e giornalistici, scattino tre riflessi condizionati, l'uno più paradossale dell'altro.
Il primo è - appunto quello di piegare automaticamente ogni evento di cronaca alla tesi ideologica precostituita: tutto è razzismo. Con la conseguenza grave, peraltro, che, a forza di gridare «al lupo, al lupo», il sistema dei media non sarà più credibile nemmeno quando denuncerà episodi veri di intolleranza e xenofobia.
Il secondo è un calo di attenzione nelle verifiche, che sarebbero sempre indispensabili prima di pubblicare qualcosa. Per carità: tutti sbagliamo (il giusto sbaglia sette volte al giorno, se ricordiamo bene, secondo le Scritture), ma di questi tempi sottovalutare l'implacabile screening realizzato in tempo reale dalla Rete e dai social network significa non capire il rischio di boomerang a cui si può essere esposti. Il terzo è un meccanismo (ormai oliatissimo) di colpevolizzazione dei lettori e dei telespettatori, che la mattina vanno in edicola e la sera guardano il telegiornale essenzialmente per sentirsi spiegare che fanno schifo, che sono xenofobi, intolleranti, eccetera. Un costante processo contro gli italiani, senza neanche uno straccio di difesa d'ufficio.
Si pensi alla copertina de L'Espresso in edicola questa settimana (una famigliola italiana in spiaggia ritratta come membri del Ku Klux Klan), o ai titoloni (Avvenire e non solo) sulle «due Italie»: buonicontro cattivi, accoglienti contro razzisti, civili contro ignoranti. La cosa grave, però, è che la «seconda Italia», quella criminalizzata (spesso fatta da lavoratori del privato, partite Iva, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, liberi professionisti: tutta gente che non vive di risorse pubbliche, ma rischia in proprio) ha lasciato in mano alla «prima Italia» tutta una serie di gangli sensibili (stampa, radio, tv, scuola, università), non di rado finanziando con tasse e sussidi pubblici un'attività «culturale» volta a sancire il primato morale ed etico-politico degli uni sugli altri.
Insomma: alcuni sono costretti a pagare il pulpito dal quale verranno processati e condannati da qualche autoproclamato sommo sacerdote della moralità, della cultura, dell'eleganza, della tolleranza.
Non ci si sorprenda se poi, all'improvviso, i «deplorables» (cioè i pessimi, i deplorabili, i disprezzabili: la parola con cui Hillary Clinton definì gli elettori di Donald Trump) si arrabbiano, e trasformano ogni elezione in un'occasione di vendetta verso un'establishment arrogante, presuntuoso, incapace di ascoltare.
Daniele Capezzone
Rissa alla moschea di Milano tra i «vecchi» e i «nuovi» islamici
Botte da orbi tra musulmani per beghe religiose: tre giorni di scontri tra diverse fazioni di fedeli tengono in scacco un intero quartiere. Succede a Milano in viale Jenner, dove dal lontano 1989 esiste uno dei centri culturali islamici più fervente del nord Italia. Una moschea abusiva a cui nessuno ancora è riuscito a mettere definitivamente il catenaccio.
Già noto per essere stata punto di passaggio di diversi esponenti del terrorismo jihadista, poi al centro delle cronache per sospette attività di reclutamento e per le preghiere in strada dei fedeli, da sempre in balia a periodi alterni di esponenti più o meno radicalizzati, il centro islamico è ora ufficialmente oggetto della discordia tra due correnti di fedeli di Allah. Una più moderata, a quanto pare, e l'altra più vicina al pensiero integralista.
La vicenda in breve è questa: venerdì scorso il direttivo dell'Istituto, ha licenziato quello che per mesi era stato l'imam ufficiale colpevole di aver deviato rispetto alla linea assegnata. Si tratta di Abdel Ghani, quarantasettenne egiziano, che aveva aperto un dialogo con il Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, a cui oggi peraltro aderisce la quasi totalità delle moschee più o meno abusive esistenti in città.
Il Caim a quanto risulta rappresenta una parte del mondo islamico milanese, vicina a correnti musulmane di solida tradizione, di grande potere economico e non esattamente di area moderata.
Per questo la dirigenza di viale Jenner avrebbe allontanato l'imam con un provvedimento ufficiale. Lui però non l'ha presa bene. I primi scontri si erano verificati venerdì scorso, subito dopo l'allontanamento, quando il diretto interessato era rientrato nello stabile adibito abusivamente a luogo di culto, forzando il portone insieme ad un manipolo di fedeli che si erano messi a pregare, infervorati più che mai.
Erano intervenute le forze dell'ordine, la situazione pareva essersi calmata, ma ieri sono di nuovo volati cazzotti.
Mentre all'interno gruppi di musulmani delle due diverse correnti discutevano animatamente, due uomini sono usciti per strada e sono arrivati alle mani, dandosele di santa ragione. Entrambi sono stati portati in ospedale dai soccorritori del 118 chiamati dai residenti, esasperati dalla situazione, che ora rivolgono appelli accorati al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, affinché metta la parola fine ad anni di sofferenze.
La moschea, tra le più attive nel nord Italia si trova in un garage di viale Jenner, arteria della circonvallazione cittadina nella zona nord di Milano. Venne fondata nel1989 e dal 1993 è sotto sorveglianza, per presunti legami dei suoi frequentatori con il mondo dei jihadisti. Dopo l'11 settembre del 2001 il dipartimento del Tesoro statunitense la indicò come uno dei principali crocevia di al Qaeda e pochi anni dopo, per effetto del cosiddetto processo Sfinge, 34 frequentatori vennero arrestati per attività legate al terrorismo (poi in gran parte rilasciati per prescrizione del reato). Da viale Jenner passò anche Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano dalla Cia il 17 febbraio 2003, mentre nel 2007, secondo indagini sui reclutamenti nel mondo musulmano, dopo nove arresti messi a segno grazie alle rivelazioni di un pentito frequentatore del centro, la moschea venne definita «punto di riferimento logistico e funzionale alla rete jihadista».
Altro nome famoso transitato per il centro islamico milanese è quello di Moez Fezzani, terrorista tunisino considerato tra i reclutatori dell'Isis in Italia, che sotto il nome di Abu Nassim, tra il 1997 e il 2001 avrebbe fatto proseliti per una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano.
Circa dieci anni fa a tentare di chiudere il centro ci aveva pensato l'allora ministro Roberto Maroni, tentativo che si era infranto contro un muro di buonismo, guidato nientemeno dalla Curia meneghina che voleva garantire ai fedeli di Allah luoghi di culto in città.
Oggi nel consiglio comunale di Milano siede Abdel Qader, frequentatrice della moschea e a lungo parte del Caim (l'organizzazione per la cui frequentazione è stato licenziato l'imam di viale Jenner).
Eletta alle ultime amministrative nella coalizione di Beppe Sala e balzata alle cronache nazionali per aver tentato di dare lezioni di femminismo a Elisa Isoardi, pubblicando su Instagram un video con il marito intento a stirare e lei comodamente seduta sul divano intenta a leggere un libro, Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il Caim prima di entrare in politica.
La vicenda comunque pare non essere affatto conclusa: l'imam egiziano (che parla solo attraverso un interprete) ha spiegato di non aver alcuna intenzione di mollare la presa. Non solo, secondo quanto avrebbe dichiarato, intende andare avanti nel dialogo con l'area meno moderata, ma avrebbe anche dato appuntamento ai fedeli alla preghiera del 22 agosto, sempre a Milano, per la festa del sacrificio. Una preghiera collettiva che si celebra ogni anno e che, in teoria, dovrebbe riunire, in pace, tutte le comunità milanesi, lacerate da anni di divisioni.
Alessia Pedrielli
Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti
Un tesoretto da mezzo miliardo di euro da investire in sicurezza. Cinquecento milioni da destinare a carabinieri, polizia e vigili del fuoco. È il progetto del Viminale, che annuncia entro la fine dell'anno, nuovi fondi da destinare al popolo dei lavoratori in divisa. Una promessa da mantenere, un tema che in campagna elettorale è stato tra i capisaldi del Carroccio. Un mucchio di denaro che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sa già dove recuperare.
«Entro fine anno vogliamo abbassare la quota giorno per i migranti dai 35 euro alla metà perché si vive bene anche con quello», così il leader della Lega durante un comizio ad Alessandria. La ghigliottina sui costi dei migranti non è una novità per Salvini. Già nelle scorse settimane, il Viminale è stato incaricato di uno studio per ridurre da 35 a 25 euro la quota destinata ad ogni migrante. Ora, secondo l'annuncio del vicepremier, l'obiettivo fissato sarebbe a 17,50 euro. Una cifra, secondo Salvini, con cui le coop riuscirebbero comunque a gestire la permanenza degli stranieri nei centri dedicati. E in effetti, scorrendo gli elenchi delle prefetture, il fantasma della riduzione delle quote sembra non arrestare affatto il sistema affaristico che ruota intorno e richiedenti asilo e clandestini. A Roma, ad esempio, Palazzo Valentini ha pubblicato un bando online per individuare posti letto destinati proprio ai richiedenti asilo. Un bando resosi necessario vista ormai la scarsa offerta e la sempre maggiore domanda. Dopo un primo appalto di dicembre, con il quale si è riuscito ad assegnare pochi posti letto rispetto alle necessità (circa 2.000 su 8.000, ovvero il 30%), l'Ufficio territoriale di governo ci riprova. Un bando che, viste le cifre, non può essere considerato di seconda categoria. L'importo di gara è di circa 71 milioni di euro: 35 euro al giorno (almeno per il momento) per ogni ospite. La scadenza è fissata per il prossimo 5 settembre. La maggior parte dei posti letto vengono ricercati in provincia, nell'hinterland romano. Quelli di Roma Capitale sono circa 1000, ma si tratta di stranieri già presenti sul territorio da ricollocare perché ospitati in strutture temporanee. Tutti gli altri, 4.486, verranno distribuiti nei Comuni della provincia, fatta eccezione per Ariccia, Anticoli Corrado, Castelnuovo di Porto, Roviano e Tolfa.
Se nella Capitale la situazione migranti richiede interventi urgenti per garantire vitto e alloggio agli stranieri, in altre regioni la situazione rivela un quadro ancora più interessante. La prefettura di Agrigento ha infatti completato le procedure di gara individuando 15 società, tra associazioni e cooperative, che dovranno farsi carico, in diverse strutture collocate in vari Comuni della provincia, dell'accoglienza e la gestione dei migranti. In totale i posti a disposizione sono 1.100, per un costo previsto di 28 milioni di euro per 2 anni, ovvero fino al 2020, salvo proroghe. Cinquantasei milioni di euro per un business che sembra non avere mai fine. Malgrado i tagli annunciati.
Giancarlo Palombi
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Tra i migranti che hanno ottenuto l'accoglienza, il 15% gode della protezione sussidiaria. Che non viene tolta nemmeno in caso di condanna per reati sessuali o di droga, a meno che non ci siano aggravanti. Ecco perché il Viminale vuole cambiare la legge.Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo. Su un muro appare un attacco contro Aurelio De Laurentiis. Il Mattino non perde tempo e grida all'emergenza xenofobia.Gli scontri nella moschea di viale Jenner a Milano per il controllo del centro culturale milanese tengono in scacco un intero quartiere. Feriti due egiziani. Le tensioni dopo il licenziamento di un imam radicale che ha occupato la struttura con i suoi seguaci. Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti. L'idea del ministro Matteo Salvini è di portare la quota giornaliera da 35 a 17,50 euro. Ma il business resta.Lo speciale contiene quattro articoliNegli ultimi cinque anni, il nostro Paese ha accordato a un bel po' di persone una qualche forma di protezione, cioè li ha riconosciuti a vario titolo come profughi. Stando ai dati ufficiali, tuttavia, soltanto il 7% degli stranieri giunti a bordo dei barconi sono effettivamente rifugiati, cioè titolari di protezione internazionale. La maggior parte (il 25% del totale, 28% se guardiamo all'anno in corso) - ormai è noto - ha ottenuto la protezione umanitaria, un particolare tipo di tutela che dovrebbe essere concessa in casi eccezionali, ma di cui si abusa largamente. Esiste, poi, una bella fetta di stranieri (il 15% del totale) che ha ottenuto la protezione sussidiaria. La può ricevere chi «non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio Paese». È la legge italiana a stabilire chi abbia o meno diritto a tale forma di protezione. Esaminando nel dettaglio i vari articoli, tuttavia, si fanno delle scoperte sorprendenti. Per esempio, si apprende che se un profugo molesta o spaccia, ha comunque diritto a restare nel nostro Paese. Il decreto legislativo 251 del 2007 (modificato nel 2014), all'articolo 16 dettaglia i casi in cui uno straniero debba essere escluso dalla protezione sussidiaria. Ciò può avvenire qualora egli «abbia commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità».Un altro motivo per giustificare l'esclusione è che l'immigrato «abbia commesso, al di fuori del territorio nazionale, prima di esservi ammesso in qualità di richiedente, un reato grave». Come è facile immaginare, però, non sempre è possibile stabilire chi sia davvero (e da dove arrivi) chi entra nel nostro Paese. Dunque può accadere - ed è accaduto - che entrasse anche chi aveva già commesso reati in patria. Ma andiamo avanti, perché il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Uno straniero può perdere il diritto alla protezione sussidiaria anche qualora «costituisca un pericolo per la sicurezza dello Stato» o «costituisca un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale». Ed eccoci al punto. Che cosa dice l'articolo 407 del codice penale? Semplice: fa un elenco di reati piuttosto gravi. Se uno straniero li commette, perde lo status di profugo. Ci sono omicidio, rapina, estorsione, associazione mafiosa, terrorismo eccetera. A un certo punto, si parla anche di altri due tipi di reati piuttosto odiosi, ovvero la violenza sessuale e lo spaccio di droga. Direte: se uno spaccia o molesta sessualmente un'altra persona, dovrebbe perdere immediatamente il diritto alla protezione. E invece no. Nel caso di «produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti e psicotrope», l'esclusione dalla protezione vale «limitatamente alle ipotesi aggravate». In pratica, se un profugo spaccia droga e viene condannato per questo, ma non si prende l'aggravante, non perde il diritto alla protezione, dunque può tranquillamente restarsene qui. Lo stesso avviene nel caso della «violenza sessuale»: di nuovo, la protezione si perde solo «nelle ipotesi aggravate».Insomma, per perdere lo status di profugo l'immigrato deve commettere una violenza su un minore di 14 o su una donna in stato di gravidanza. Oppure, deve commettere la violenza utilizzando armi, sostanze alcoliche o stupefacenti, narcotici eccetera. Riassumendo: se la violenza sessuale non è accompagnata da violenze gravi, il migrante resta in Italia. Si tratta di un'assurdità evidente, una sottigliezza che può consentire ai criminali di piantare le tende sul territorio italiano. È per questo motivo che il Viminale sta lavorando per modificare la norma. Nel decreto sicurezza previsto per settembre, la faccenda delle aggravanti dovrebbe essere cancellata. Sarebbe una conquista di civiltà, che consentirebbe di allontanare dal nostro Paese chi ha commesso reati vergognosi. Non solo: tale modifica consentirebbe di restringere il campo, impedendo che violentatori e spacciatori possano ottenere la protezione sussidiaria. Sempre a settembre, poi, dovrebbe esserci un'ulteriore novità. Tra le ragioni per l'esclusione dovrebbe entrare anche la resistenza a pubblico ufficiale. Si tratterebbe di un passo avanti non da poco. Permetterebbe, infatti, di negare la protezione a tutti quei simpatici signori che aggrediscono e maltrattato i controlli di treni e autobus che osano chiedere loro il biglietto. Quasi settimanalmente le cronache riportano fatti di questo tipo. L'ultimo è avvenuto domenica, su un treno che dal Cilento portava a Napoli. All'altezza di Salerno, un uomo di trent'anni, nigeriano e con precedenti penali, ha infierito su un controllore di Trenitalia, colpendolo ai genitali e sputandogli in faccia. Poi, non contento, ha spintonato un agente della Polizia ferroviaria colpevole di avergli chiesto di mostrare il titolo di viaggio. Il nigeriano è stato denunciato per violenza, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Ecco, sarebbe bello se il prossimo viaggio di questo nigeriano fosse quello per ritornare a casa a sua. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fake-news-senza-fine-la-scritta-dei-tifosi-a-napoli-diventa-subito-razzismo" data-post-id="2593353555" data-published-at="1781316960" data-use-pagination="False"> Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo L'«emergenza razzismo» non finisce più: nel senso che le redazioni dei tg e dei giornaloni (loro sì, in emergenza) vedono il razzismo dappertutto: dall'ormai leggendaria frittata di Moncalieri fino alla sparatoria del quartiere Vasto a Napoli. L'ultima epic fail l'ha svelata Il Primato nazionale e riguarda Il Mattino di Napoli. Di che si tratta? Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è da tempo oggetto di contestazioni da parte dell'ala più scatenata della sua tifoseria, che gli rimprovera campagne acquisti troppo risparmiose. La scorsa settimana è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per alcuni tifosi: la famiglia De Laurentiis ha annunciato l'acquisto di un'altra società di calcio, il Bari, e questo (a nostro avviso erroneamente) è stato interpretato da alcuni tifosi napoletani come un segnale di disimpegno e di affetto non esclusivo per i colori azzurri. Morale? Su un muro è comparsa la mega scritta «Via da Napoli», ma - badate bene - con le lettere Adl (iniziali di Aurelio De Laurentiis, appunto) evidenziate in rosso. Quindi, per chiunque segua anche distrattamente le cronache sportive, una maleducata contestazione verso il presidente del Napoli, non altro. E invece? E invece Il Mattino si è lanciato nella crociata antirazzista: «Una scritta contro gli immigrati comparsa nei pressi della stazione centrale di Napoli». Si aggiunge naturalmente Pierre Pereira, della comunità senegalese di Napoli che parla di «ansia e paura». La sensazione è che ormai, in molti ambienti politici e giornalistici, scattino tre riflessi condizionati, l'uno più paradossale dell'altro. Il primo è - appunto quello di piegare automaticamente ogni evento di cronaca alla tesi ideologica precostituita: tutto è razzismo. Con la conseguenza grave, peraltro, che, a forza di gridare «al lupo, al lupo», il sistema dei media non sarà più credibile nemmeno quando denuncerà episodi veri di intolleranza e xenofobia. Il secondo è un calo di attenzione nelle verifiche, che sarebbero sempre indispensabili prima di pubblicare qualcosa. Per carità: tutti sbagliamo (il giusto sbaglia sette volte al giorno, se ricordiamo bene, secondo le Scritture), ma di questi tempi sottovalutare l'implacabile screening realizzato in tempo reale dalla Rete e dai social network significa non capire il rischio di boomerang a cui si può essere esposti. Il terzo è un meccanismo (ormai oliatissimo) di colpevolizzazione dei lettori e dei telespettatori, che la mattina vanno in edicola e la sera guardano il telegiornale essenzialmente per sentirsi spiegare che fanno schifo, che sono xenofobi, intolleranti, eccetera. Un costante processo contro gli italiani, senza neanche uno straccio di difesa d'ufficio. Si pensi alla copertina de L'Espresso in edicola questa settimana (una famigliola italiana in spiaggia ritratta come membri del Ku Klux Klan), o ai titoloni (Avvenire e non solo) sulle «due Italie»: buonicontro cattivi, accoglienti contro razzisti, civili contro ignoranti. La cosa grave, però, è che la «seconda Italia», quella criminalizzata (spesso fatta da lavoratori del privato, partite Iva, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, liberi professionisti: tutta gente che non vive di risorse pubbliche, ma rischia in proprio) ha lasciato in mano alla «prima Italia» tutta una serie di gangli sensibili (stampa, radio, tv, scuola, università), non di rado finanziando con tasse e sussidi pubblici un'attività «culturale» volta a sancire il primato morale ed etico-politico degli uni sugli altri. Insomma: alcuni sono costretti a pagare il pulpito dal quale verranno processati e condannati da qualche autoproclamato sommo sacerdote della moralità, della cultura, dell'eleganza, della tolleranza. Non ci si sorprenda se poi, all'improvviso, i «deplorables» (cioè i pessimi, i deplorabili, i disprezzabili: la parola con cui Hillary Clinton definì gli elettori di Donald Trump) si arrabbiano, e trasformano ogni elezione in un'occasione di vendetta verso un'establishment arrogante, presuntuoso, incapace di ascoltare. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rissa-alla-moschea-di-milano-tra-i-vecchi-e-i-nuovi-islamici" data-post-id="2593353555" data-published-at="1781316960" data-use-pagination="False"> Rissa alla moschea di Milano tra i «vecchi» e i «nuovi» islamici Botte da orbi tra musulmani per beghe religiose: tre giorni di scontri tra diverse fazioni di fedeli tengono in scacco un intero quartiere. Succede a Milano in viale Jenner, dove dal lontano 1989 esiste uno dei centri culturali islamici più fervente del nord Italia. Una moschea abusiva a cui nessuno ancora è riuscito a mettere definitivamente il catenaccio. Già noto per essere stata punto di passaggio di diversi esponenti del terrorismo jihadista, poi al centro delle cronache per sospette attività di reclutamento e per le preghiere in strada dei fedeli, da sempre in balia a periodi alterni di esponenti più o meno radicalizzati, il centro islamico è ora ufficialmente oggetto della discordia tra due correnti di fedeli di Allah. Una più moderata, a quanto pare, e l'altra più vicina al pensiero integralista. La vicenda in breve è questa: venerdì scorso il direttivo dell'Istituto, ha licenziato quello che per mesi era stato l'imam ufficiale colpevole di aver deviato rispetto alla linea assegnata. Si tratta di Abdel Ghani, quarantasettenne egiziano, che aveva aperto un dialogo con il Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, a cui oggi peraltro aderisce la quasi totalità delle moschee più o meno abusive esistenti in città. Il Caim a quanto risulta rappresenta una parte del mondo islamico milanese, vicina a correnti musulmane di solida tradizione, di grande potere economico e non esattamente di area moderata. Per questo la dirigenza di viale Jenner avrebbe allontanato l'imam con un provvedimento ufficiale. Lui però non l'ha presa bene. I primi scontri si erano verificati venerdì scorso, subito dopo l'allontanamento, quando il diretto interessato era rientrato nello stabile adibito abusivamente a luogo di culto, forzando il portone insieme ad un manipolo di fedeli che si erano messi a pregare, infervorati più che mai. Erano intervenute le forze dell'ordine, la situazione pareva essersi calmata, ma ieri sono di nuovo volati cazzotti. Mentre all'interno gruppi di musulmani delle due diverse correnti discutevano animatamente, due uomini sono usciti per strada e sono arrivati alle mani, dandosele di santa ragione. Entrambi sono stati portati in ospedale dai soccorritori del 118 chiamati dai residenti, esasperati dalla situazione, che ora rivolgono appelli accorati al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, affinché metta la parola fine ad anni di sofferenze. La moschea, tra le più attive nel nord Italia si trova in un garage di viale Jenner, arteria della circonvallazione cittadina nella zona nord di Milano. Venne fondata nel1989 e dal 1993 è sotto sorveglianza, per presunti legami dei suoi frequentatori con il mondo dei jihadisti. Dopo l'11 settembre del 2001 il dipartimento del Tesoro statunitense la indicò come uno dei principali crocevia di al Qaeda e pochi anni dopo, per effetto del cosiddetto processo Sfinge, 34 frequentatori vennero arrestati per attività legate al terrorismo (poi in gran parte rilasciati per prescrizione del reato). Da viale Jenner passò anche Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano dalla Cia il 17 febbraio 2003, mentre nel 2007, secondo indagini sui reclutamenti nel mondo musulmano, dopo nove arresti messi a segno grazie alle rivelazioni di un pentito frequentatore del centro, la moschea venne definita «punto di riferimento logistico e funzionale alla rete jihadista». Altro nome famoso transitato per il centro islamico milanese è quello di Moez Fezzani, terrorista tunisino considerato tra i reclutatori dell'Isis in Italia, che sotto il nome di Abu Nassim, tra il 1997 e il 2001 avrebbe fatto proseliti per una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano. Circa dieci anni fa a tentare di chiudere il centro ci aveva pensato l'allora ministro Roberto Maroni, tentativo che si era infranto contro un muro di buonismo, guidato nientemeno dalla Curia meneghina che voleva garantire ai fedeli di Allah luoghi di culto in città. Oggi nel consiglio comunale di Milano siede Abdel Qader, frequentatrice della moschea e a lungo parte del Caim (l'organizzazione per la cui frequentazione è stato licenziato l'imam di viale Jenner). Eletta alle ultime amministrative nella coalizione di Beppe Sala e balzata alle cronache nazionali per aver tentato di dare lezioni di femminismo a Elisa Isoardi, pubblicando su Instagram un video con il marito intento a stirare e lei comodamente seduta sul divano intenta a leggere un libro, Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il Caim prima di entrare in politica. La vicenda comunque pare non essere affatto conclusa: l'imam egiziano (che parla solo attraverso un interprete) ha spiegato di non aver alcuna intenzione di mollare la presa. Non solo, secondo quanto avrebbe dichiarato, intende andare avanti nel dialogo con l'area meno moderata, ma avrebbe anche dato appuntamento ai fedeli alla preghiera del 22 agosto, sempre a Milano, per la festa del sacrificio. Una preghiera collettiva che si celebra ogni anno e che, in teoria, dovrebbe riunire, in pace, tutte le comunità milanesi, lacerate da anni di divisioni. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="meno-soldi-agli-immigrati-per-darli-ai-poliziotti" data-post-id="2593353555" data-published-at="1781316960" data-use-pagination="False"> Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti Un tesoretto da mezzo miliardo di euro da investire in sicurezza. Cinquecento milioni da destinare a carabinieri, polizia e vigili del fuoco. È il progetto del Viminale, che annuncia entro la fine dell'anno, nuovi fondi da destinare al popolo dei lavoratori in divisa. Una promessa da mantenere, un tema che in campagna elettorale è stato tra i capisaldi del Carroccio. Un mucchio di denaro che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sa già dove recuperare. «Entro fine anno vogliamo abbassare la quota giorno per i migranti dai 35 euro alla metà perché si vive bene anche con quello», così il leader della Lega durante un comizio ad Alessandria. La ghigliottina sui costi dei migranti non è una novità per Salvini. Già nelle scorse settimane, il Viminale è stato incaricato di uno studio per ridurre da 35 a 25 euro la quota destinata ad ogni migrante. Ora, secondo l'annuncio del vicepremier, l'obiettivo fissato sarebbe a 17,50 euro. Una cifra, secondo Salvini, con cui le coop riuscirebbero comunque a gestire la permanenza degli stranieri nei centri dedicati. E in effetti, scorrendo gli elenchi delle prefetture, il fantasma della riduzione delle quote sembra non arrestare affatto il sistema affaristico che ruota intorno e richiedenti asilo e clandestini. A Roma, ad esempio, Palazzo Valentini ha pubblicato un bando online per individuare posti letto destinati proprio ai richiedenti asilo. Un bando resosi necessario vista ormai la scarsa offerta e la sempre maggiore domanda. Dopo un primo appalto di dicembre, con il quale si è riuscito ad assegnare pochi posti letto rispetto alle necessità (circa 2.000 su 8.000, ovvero il 30%), l'Ufficio territoriale di governo ci riprova. Un bando che, viste le cifre, non può essere considerato di seconda categoria. L'importo di gara è di circa 71 milioni di euro: 35 euro al giorno (almeno per il momento) per ogni ospite. La scadenza è fissata per il prossimo 5 settembre. La maggior parte dei posti letto vengono ricercati in provincia, nell'hinterland romano. Quelli di Roma Capitale sono circa 1000, ma si tratta di stranieri già presenti sul territorio da ricollocare perché ospitati in strutture temporanee. Tutti gli altri, 4.486, verranno distribuiti nei Comuni della provincia, fatta eccezione per Ariccia, Anticoli Corrado, Castelnuovo di Porto, Roviano e Tolfa. Se nella Capitale la situazione migranti richiede interventi urgenti per garantire vitto e alloggio agli stranieri, in altre regioni la situazione rivela un quadro ancora più interessante. La prefettura di Agrigento ha infatti completato le procedure di gara individuando 15 società, tra associazioni e cooperative, che dovranno farsi carico, in diverse strutture collocate in vari Comuni della provincia, dell'accoglienza e la gestione dei migranti. In totale i posti a disposizione sono 1.100, per un costo previsto di 28 milioni di euro per 2 anni, ovvero fino al 2020, salvo proroghe. Cinquantasei milioni di euro per un business che sembra non avere mai fine. Malgrado i tagli annunciati. Giancarlo Palombi
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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