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2018-08-07
Il profugo resta anche se spaccia o violenta
Ansa
Negli ultimi cinque anni, il nostro Paese ha accordato a un bel po' di persone una qualche forma di protezione, cioè li ha riconosciuti a vario titolo come profughi. Stando ai dati ufficiali, tuttavia, soltanto il 7% degli stranieri giunti a bordo dei barconi sono effettivamente rifugiati, cioè titolari di protezione internazionale. La maggior parte (il 25% del totale, 28% se guardiamo all'anno in corso) - ormai è noto - ha ottenuto la protezione umanitaria, un particolare tipo di tutela che dovrebbe essere concessa in casi eccezionali, ma di cui si abusa largamente. Esiste, poi, una bella fetta di stranieri (il 15% del totale) che ha ottenuto la protezione sussidiaria. La può ricevere chi «non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio Paese».
È la legge italiana a stabilire chi abbia o meno diritto a tale forma di protezione. Esaminando nel dettaglio i vari articoli, tuttavia, si fanno delle scoperte sorprendenti. Per esempio, si apprende che se un profugo molesta o spaccia, ha comunque diritto a restare nel nostro Paese. Il decreto legislativo 251 del 2007 (modificato nel 2014), all'articolo 16 dettaglia i casi in cui uno straniero debba essere escluso dalla protezione sussidiaria. Ciò può avvenire qualora egli «abbia commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità».
Un altro motivo per giustificare l'esclusione è che l'immigrato «abbia commesso, al di fuori del territorio nazionale, prima di esservi ammesso in qualità di richiedente, un reato grave». Come è facile immaginare, però, non sempre è possibile stabilire chi sia davvero (e da dove arrivi) chi entra nel nostro Paese. Dunque può accadere - ed è accaduto - che entrasse anche chi aveva già commesso reati in patria.
Ma andiamo avanti, perché il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Uno straniero può perdere il diritto alla protezione sussidiaria anche qualora «costituisca un pericolo per la sicurezza dello Stato» o «costituisca un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale».
Ed eccoci al punto. Che cosa dice l'articolo 407 del codice penale? Semplice: fa un elenco di reati piuttosto gravi. Se uno straniero li commette, perde lo status di profugo. Ci sono omicidio, rapina, estorsione, associazione mafiosa, terrorismo eccetera. A un certo punto, si parla anche di altri due tipi di reati piuttosto odiosi, ovvero la violenza sessuale e lo spaccio di droga. Direte: se uno spaccia o molesta sessualmente un'altra persona, dovrebbe perdere immediatamente il diritto alla protezione. E invece no.
Nel caso di «produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti e psicotrope», l'esclusione dalla protezione vale «limitatamente alle ipotesi aggravate». In pratica, se un profugo spaccia droga e viene condannato per questo, ma non si prende l'aggravante, non perde il diritto alla protezione, dunque può tranquillamente restarsene qui. Lo stesso avviene nel caso della «violenza sessuale»: di nuovo, la protezione si perde solo «nelle ipotesi aggravate».
Insomma, per perdere lo status di profugo l'immigrato deve commettere una violenza su un minore di 14 o su una donna in stato di gravidanza. Oppure, deve commettere la violenza utilizzando armi, sostanze alcoliche o stupefacenti, narcotici eccetera. Riassumendo: se la violenza sessuale non è accompagnata da violenze gravi, il migrante resta in Italia. Si tratta di un'assurdità evidente, una sottigliezza che può consentire ai criminali di piantare le tende sul territorio italiano.
È per questo motivo che il Viminale sta lavorando per modificare la norma. Nel decreto sicurezza previsto per settembre, la faccenda delle aggravanti dovrebbe essere cancellata. Sarebbe una conquista di civiltà, che consentirebbe di allontanare dal nostro Paese chi ha commesso reati vergognosi. Non solo: tale modifica consentirebbe di restringere il campo, impedendo che violentatori e spacciatori possano ottenere la protezione sussidiaria.
Sempre a settembre, poi, dovrebbe esserci un'ulteriore novità. Tra le ragioni per l'esclusione dovrebbe entrare anche la resistenza a pubblico ufficiale. Si tratterebbe di un passo avanti non da poco. Permetterebbe, infatti, di negare la protezione a tutti quei simpatici signori che aggrediscono e maltrattato i controlli di treni e autobus che osano chiedere loro il biglietto. Quasi settimanalmente le cronache riportano fatti di questo tipo.
L'ultimo è avvenuto domenica, su un treno che dal Cilento portava a Napoli. All'altezza di Salerno, un uomo di trent'anni, nigeriano e con precedenti penali, ha infierito su un controllore di Trenitalia, colpendolo ai genitali e sputandogli in faccia. Poi, non contento, ha spintonato un agente della Polizia ferroviaria colpevole di avergli chiesto di mostrare il titolo di viaggio. Il nigeriano è stato denunciato per violenza, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Ecco, sarebbe bello se il prossimo viaggio di questo nigeriano fosse quello per ritornare a casa a sua.
Riccardo Torrescura
Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo
L'«emergenza razzismo» non finisce più: nel senso che le redazioni dei tg e dei giornaloni (loro sì, in emergenza) vedono il razzismo dappertutto: dall'ormai leggendaria frittata di Moncalieri fino alla sparatoria del quartiere Vasto a Napoli. L'ultima epic fail l'ha svelata Il Primato nazionale e riguarda Il Mattino di Napoli.
Di che si tratta? Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è da tempo oggetto di contestazioni da parte dell'ala più scatenata della sua tifoseria, che gli rimprovera campagne acquisti troppo risparmiose. La scorsa settimana è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per alcuni tifosi: la famiglia De Laurentiis ha annunciato l'acquisto di un'altra società di calcio, il Bari, e questo (a nostro avviso erroneamente) è stato interpretato da alcuni tifosi napoletani come un segnale di disimpegno e di affetto non esclusivo per i colori azzurri. Morale? Su un muro è comparsa la mega scritta «Via da Napoli», ma - badate bene - con le lettere Adl (iniziali di Aurelio De Laurentiis, appunto) evidenziate in rosso. Quindi, per chiunque segua anche distrattamente le cronache sportive, una maleducata contestazione verso il presidente del Napoli, non altro.
E invece? E invece Il Mattino si è lanciato nella crociata antirazzista: «Una scritta contro gli immigrati comparsa nei pressi della stazione centrale di Napoli». Si aggiunge naturalmente Pierre Pereira, della comunità senegalese di Napoli che parla di «ansia e paura». La sensazione è che ormai, in molti ambienti politici e giornalistici, scattino tre riflessi condizionati, l'uno più paradossale dell'altro.
Il primo è - appunto quello di piegare automaticamente ogni evento di cronaca alla tesi ideologica precostituita: tutto è razzismo. Con la conseguenza grave, peraltro, che, a forza di gridare «al lupo, al lupo», il sistema dei media non sarà più credibile nemmeno quando denuncerà episodi veri di intolleranza e xenofobia.
Il secondo è un calo di attenzione nelle verifiche, che sarebbero sempre indispensabili prima di pubblicare qualcosa. Per carità: tutti sbagliamo (il giusto sbaglia sette volte al giorno, se ricordiamo bene, secondo le Scritture), ma di questi tempi sottovalutare l'implacabile screening realizzato in tempo reale dalla Rete e dai social network significa non capire il rischio di boomerang a cui si può essere esposti. Il terzo è un meccanismo (ormai oliatissimo) di colpevolizzazione dei lettori e dei telespettatori, che la mattina vanno in edicola e la sera guardano il telegiornale essenzialmente per sentirsi spiegare che fanno schifo, che sono xenofobi, intolleranti, eccetera. Un costante processo contro gli italiani, senza neanche uno straccio di difesa d'ufficio.
Si pensi alla copertina de L'Espresso in edicola questa settimana (una famigliola italiana in spiaggia ritratta come membri del Ku Klux Klan), o ai titoloni (Avvenire e non solo) sulle «due Italie»: buonicontro cattivi, accoglienti contro razzisti, civili contro ignoranti. La cosa grave, però, è che la «seconda Italia», quella criminalizzata (spesso fatta da lavoratori del privato, partite Iva, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, liberi professionisti: tutta gente che non vive di risorse pubbliche, ma rischia in proprio) ha lasciato in mano alla «prima Italia» tutta una serie di gangli sensibili (stampa, radio, tv, scuola, università), non di rado finanziando con tasse e sussidi pubblici un'attività «culturale» volta a sancire il primato morale ed etico-politico degli uni sugli altri.
Insomma: alcuni sono costretti a pagare il pulpito dal quale verranno processati e condannati da qualche autoproclamato sommo sacerdote della moralità, della cultura, dell'eleganza, della tolleranza.
Non ci si sorprenda se poi, all'improvviso, i «deplorables» (cioè i pessimi, i deplorabili, i disprezzabili: la parola con cui Hillary Clinton definì gli elettori di Donald Trump) si arrabbiano, e trasformano ogni elezione in un'occasione di vendetta verso un'establishment arrogante, presuntuoso, incapace di ascoltare.
Daniele Capezzone
Rissa alla moschea di Milano tra i «vecchi» e i «nuovi» islamici
Botte da orbi tra musulmani per beghe religiose: tre giorni di scontri tra diverse fazioni di fedeli tengono in scacco un intero quartiere. Succede a Milano in viale Jenner, dove dal lontano 1989 esiste uno dei centri culturali islamici più fervente del nord Italia. Una moschea abusiva a cui nessuno ancora è riuscito a mettere definitivamente il catenaccio.
Già noto per essere stata punto di passaggio di diversi esponenti del terrorismo jihadista, poi al centro delle cronache per sospette attività di reclutamento e per le preghiere in strada dei fedeli, da sempre in balia a periodi alterni di esponenti più o meno radicalizzati, il centro islamico è ora ufficialmente oggetto della discordia tra due correnti di fedeli di Allah. Una più moderata, a quanto pare, e l'altra più vicina al pensiero integralista.
La vicenda in breve è questa: venerdì scorso il direttivo dell'Istituto, ha licenziato quello che per mesi era stato l'imam ufficiale colpevole di aver deviato rispetto alla linea assegnata. Si tratta di Abdel Ghani, quarantasettenne egiziano, che aveva aperto un dialogo con il Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, a cui oggi peraltro aderisce la quasi totalità delle moschee più o meno abusive esistenti in città.
Il Caim a quanto risulta rappresenta una parte del mondo islamico milanese, vicina a correnti musulmane di solida tradizione, di grande potere economico e non esattamente di area moderata.
Per questo la dirigenza di viale Jenner avrebbe allontanato l'imam con un provvedimento ufficiale. Lui però non l'ha presa bene. I primi scontri si erano verificati venerdì scorso, subito dopo l'allontanamento, quando il diretto interessato era rientrato nello stabile adibito abusivamente a luogo di culto, forzando il portone insieme ad un manipolo di fedeli che si erano messi a pregare, infervorati più che mai.
Erano intervenute le forze dell'ordine, la situazione pareva essersi calmata, ma ieri sono di nuovo volati cazzotti.
Mentre all'interno gruppi di musulmani delle due diverse correnti discutevano animatamente, due uomini sono usciti per strada e sono arrivati alle mani, dandosele di santa ragione. Entrambi sono stati portati in ospedale dai soccorritori del 118 chiamati dai residenti, esasperati dalla situazione, che ora rivolgono appelli accorati al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, affinché metta la parola fine ad anni di sofferenze.
La moschea, tra le più attive nel nord Italia si trova in un garage di viale Jenner, arteria della circonvallazione cittadina nella zona nord di Milano. Venne fondata nel1989 e dal 1993 è sotto sorveglianza, per presunti legami dei suoi frequentatori con il mondo dei jihadisti. Dopo l'11 settembre del 2001 il dipartimento del Tesoro statunitense la indicò come uno dei principali crocevia di al Qaeda e pochi anni dopo, per effetto del cosiddetto processo Sfinge, 34 frequentatori vennero arrestati per attività legate al terrorismo (poi in gran parte rilasciati per prescrizione del reato). Da viale Jenner passò anche Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano dalla Cia il 17 febbraio 2003, mentre nel 2007, secondo indagini sui reclutamenti nel mondo musulmano, dopo nove arresti messi a segno grazie alle rivelazioni di un pentito frequentatore del centro, la moschea venne definita «punto di riferimento logistico e funzionale alla rete jihadista».
Altro nome famoso transitato per il centro islamico milanese è quello di Moez Fezzani, terrorista tunisino considerato tra i reclutatori dell'Isis in Italia, che sotto il nome di Abu Nassim, tra il 1997 e il 2001 avrebbe fatto proseliti per una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano.
Circa dieci anni fa a tentare di chiudere il centro ci aveva pensato l'allora ministro Roberto Maroni, tentativo che si era infranto contro un muro di buonismo, guidato nientemeno dalla Curia meneghina che voleva garantire ai fedeli di Allah luoghi di culto in città.
Oggi nel consiglio comunale di Milano siede Abdel Qader, frequentatrice della moschea e a lungo parte del Caim (l'organizzazione per la cui frequentazione è stato licenziato l'imam di viale Jenner).
Eletta alle ultime amministrative nella coalizione di Beppe Sala e balzata alle cronache nazionali per aver tentato di dare lezioni di femminismo a Elisa Isoardi, pubblicando su Instagram un video con il marito intento a stirare e lei comodamente seduta sul divano intenta a leggere un libro, Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il Caim prima di entrare in politica.
La vicenda comunque pare non essere affatto conclusa: l'imam egiziano (che parla solo attraverso un interprete) ha spiegato di non aver alcuna intenzione di mollare la presa. Non solo, secondo quanto avrebbe dichiarato, intende andare avanti nel dialogo con l'area meno moderata, ma avrebbe anche dato appuntamento ai fedeli alla preghiera del 22 agosto, sempre a Milano, per la festa del sacrificio. Una preghiera collettiva che si celebra ogni anno e che, in teoria, dovrebbe riunire, in pace, tutte le comunità milanesi, lacerate da anni di divisioni.
Alessia Pedrielli
Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti
Un tesoretto da mezzo miliardo di euro da investire in sicurezza. Cinquecento milioni da destinare a carabinieri, polizia e vigili del fuoco. È il progetto del Viminale, che annuncia entro la fine dell'anno, nuovi fondi da destinare al popolo dei lavoratori in divisa. Una promessa da mantenere, un tema che in campagna elettorale è stato tra i capisaldi del Carroccio. Un mucchio di denaro che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sa già dove recuperare.
«Entro fine anno vogliamo abbassare la quota giorno per i migranti dai 35 euro alla metà perché si vive bene anche con quello», così il leader della Lega durante un comizio ad Alessandria. La ghigliottina sui costi dei migranti non è una novità per Salvini. Già nelle scorse settimane, il Viminale è stato incaricato di uno studio per ridurre da 35 a 25 euro la quota destinata ad ogni migrante. Ora, secondo l'annuncio del vicepremier, l'obiettivo fissato sarebbe a 17,50 euro. Una cifra, secondo Salvini, con cui le coop riuscirebbero comunque a gestire la permanenza degli stranieri nei centri dedicati. E in effetti, scorrendo gli elenchi delle prefetture, il fantasma della riduzione delle quote sembra non arrestare affatto il sistema affaristico che ruota intorno e richiedenti asilo e clandestini. A Roma, ad esempio, Palazzo Valentini ha pubblicato un bando online per individuare posti letto destinati proprio ai richiedenti asilo. Un bando resosi necessario vista ormai la scarsa offerta e la sempre maggiore domanda. Dopo un primo appalto di dicembre, con il quale si è riuscito ad assegnare pochi posti letto rispetto alle necessità (circa 2.000 su 8.000, ovvero il 30%), l'Ufficio territoriale di governo ci riprova. Un bando che, viste le cifre, non può essere considerato di seconda categoria. L'importo di gara è di circa 71 milioni di euro: 35 euro al giorno (almeno per il momento) per ogni ospite. La scadenza è fissata per il prossimo 5 settembre. La maggior parte dei posti letto vengono ricercati in provincia, nell'hinterland romano. Quelli di Roma Capitale sono circa 1000, ma si tratta di stranieri già presenti sul territorio da ricollocare perché ospitati in strutture temporanee. Tutti gli altri, 4.486, verranno distribuiti nei Comuni della provincia, fatta eccezione per Ariccia, Anticoli Corrado, Castelnuovo di Porto, Roviano e Tolfa.
Se nella Capitale la situazione migranti richiede interventi urgenti per garantire vitto e alloggio agli stranieri, in altre regioni la situazione rivela un quadro ancora più interessante. La prefettura di Agrigento ha infatti completato le procedure di gara individuando 15 società, tra associazioni e cooperative, che dovranno farsi carico, in diverse strutture collocate in vari Comuni della provincia, dell'accoglienza e la gestione dei migranti. In totale i posti a disposizione sono 1.100, per un costo previsto di 28 milioni di euro per 2 anni, ovvero fino al 2020, salvo proroghe. Cinquantasei milioni di euro per un business che sembra non avere mai fine. Malgrado i tagli annunciati.
Giancarlo Palombi
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Tra i migranti che hanno ottenuto l'accoglienza, il 15% gode della protezione sussidiaria. Che non viene tolta nemmeno in caso di condanna per reati sessuali o di droga, a meno che non ci siano aggravanti. Ecco perché il Viminale vuole cambiare la legge.Fake news senza fine. La scritta dei tifosi a Napoli diventa subito razzismo. Su un muro appare un attacco contro Aurelio De Laurentiis. Il Mattino non perde tempo e grida all'emergenza xenofobia.Gli scontri nella moschea di viale Jenner a Milano per il controllo del centro culturale milanese tengono in scacco un intero quartiere. Feriti due egiziani. Le tensioni dopo il licenziamento di un imam radicale che ha occupato la struttura con i suoi seguaci. Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti. L'idea del ministro Matteo Salvini è di portare la quota giornaliera da 35 a 17,50 euro. Ma il business resta.Lo speciale contiene quattro articoliNegli ultimi cinque anni, il nostro Paese ha accordato a un bel po' di persone una qualche forma di protezione, cioè li ha riconosciuti a vario titolo come profughi. Stando ai dati ufficiali, tuttavia, soltanto il 7% degli stranieri giunti a bordo dei barconi sono effettivamente rifugiati, cioè titolari di protezione internazionale. La maggior parte (il 25% del totale, 28% se guardiamo all'anno in corso) - ormai è noto - ha ottenuto la protezione umanitaria, un particolare tipo di tutela che dovrebbe essere concessa in casi eccezionali, ma di cui si abusa largamente. Esiste, poi, una bella fetta di stranieri (il 15% del totale) che ha ottenuto la protezione sussidiaria. La può ricevere chi «non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio Paese». È la legge italiana a stabilire chi abbia o meno diritto a tale forma di protezione. Esaminando nel dettaglio i vari articoli, tuttavia, si fanno delle scoperte sorprendenti. Per esempio, si apprende che se un profugo molesta o spaccia, ha comunque diritto a restare nel nostro Paese. Il decreto legislativo 251 del 2007 (modificato nel 2014), all'articolo 16 dettaglia i casi in cui uno straniero debba essere escluso dalla protezione sussidiaria. Ciò può avvenire qualora egli «abbia commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità».Un altro motivo per giustificare l'esclusione è che l'immigrato «abbia commesso, al di fuori del territorio nazionale, prima di esservi ammesso in qualità di richiedente, un reato grave». Come è facile immaginare, però, non sempre è possibile stabilire chi sia davvero (e da dove arrivi) chi entra nel nostro Paese. Dunque può accadere - ed è accaduto - che entrasse anche chi aveva già commesso reati in patria. Ma andiamo avanti, perché il bello (si fa per dire) deve ancora venire. Uno straniero può perdere il diritto alla protezione sussidiaria anche qualora «costituisca un pericolo per la sicurezza dello Stato» o «costituisca un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per i reati previsti dall'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale». Ed eccoci al punto. Che cosa dice l'articolo 407 del codice penale? Semplice: fa un elenco di reati piuttosto gravi. Se uno straniero li commette, perde lo status di profugo. Ci sono omicidio, rapina, estorsione, associazione mafiosa, terrorismo eccetera. A un certo punto, si parla anche di altri due tipi di reati piuttosto odiosi, ovvero la violenza sessuale e lo spaccio di droga. Direte: se uno spaccia o molesta sessualmente un'altra persona, dovrebbe perdere immediatamente il diritto alla protezione. E invece no. Nel caso di «produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti e psicotrope», l'esclusione dalla protezione vale «limitatamente alle ipotesi aggravate». In pratica, se un profugo spaccia droga e viene condannato per questo, ma non si prende l'aggravante, non perde il diritto alla protezione, dunque può tranquillamente restarsene qui. Lo stesso avviene nel caso della «violenza sessuale»: di nuovo, la protezione si perde solo «nelle ipotesi aggravate».Insomma, per perdere lo status di profugo l'immigrato deve commettere una violenza su un minore di 14 o su una donna in stato di gravidanza. Oppure, deve commettere la violenza utilizzando armi, sostanze alcoliche o stupefacenti, narcotici eccetera. Riassumendo: se la violenza sessuale non è accompagnata da violenze gravi, il migrante resta in Italia. Si tratta di un'assurdità evidente, una sottigliezza che può consentire ai criminali di piantare le tende sul territorio italiano. È per questo motivo che il Viminale sta lavorando per modificare la norma. Nel decreto sicurezza previsto per settembre, la faccenda delle aggravanti dovrebbe essere cancellata. Sarebbe una conquista di civiltà, che consentirebbe di allontanare dal nostro Paese chi ha commesso reati vergognosi. Non solo: tale modifica consentirebbe di restringere il campo, impedendo che violentatori e spacciatori possano ottenere la protezione sussidiaria. Sempre a settembre, poi, dovrebbe esserci un'ulteriore novità. Tra le ragioni per l'esclusione dovrebbe entrare anche la resistenza a pubblico ufficiale. Si tratterebbe di un passo avanti non da poco. Permetterebbe, infatti, di negare la protezione a tutti quei simpatici signori che aggrediscono e maltrattato i controlli di treni e autobus che osano chiedere loro il biglietto. Quasi settimanalmente le cronache riportano fatti di questo tipo. L'ultimo è avvenuto domenica, su un treno che dal Cilento portava a Napoli. All'altezza di Salerno, un uomo di trent'anni, nigeriano e con precedenti penali, ha infierito su un controllore di Trenitalia, colpendolo ai genitali e sputandogli in faccia. Poi, non contento, ha spintonato un agente della Polizia ferroviaria colpevole di avergli chiesto di mostrare il titolo di viaggio. 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L'ultima epic fail l'ha svelata Il Primato nazionale e riguarda Il Mattino di Napoli. Di che si tratta? Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è da tempo oggetto di contestazioni da parte dell'ala più scatenata della sua tifoseria, che gli rimprovera campagne acquisti troppo risparmiose. La scorsa settimana è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per alcuni tifosi: la famiglia De Laurentiis ha annunciato l'acquisto di un'altra società di calcio, il Bari, e questo (a nostro avviso erroneamente) è stato interpretato da alcuni tifosi napoletani come un segnale di disimpegno e di affetto non esclusivo per i colori azzurri. Morale? Su un muro è comparsa la mega scritta «Via da Napoli», ma - badate bene - con le lettere Adl (iniziali di Aurelio De Laurentiis, appunto) evidenziate in rosso. Quindi, per chiunque segua anche distrattamente le cronache sportive, una maleducata contestazione verso il presidente del Napoli, non altro. E invece? E invece Il Mattino si è lanciato nella crociata antirazzista: «Una scritta contro gli immigrati comparsa nei pressi della stazione centrale di Napoli». Si aggiunge naturalmente Pierre Pereira, della comunità senegalese di Napoli che parla di «ansia e paura». La sensazione è che ormai, in molti ambienti politici e giornalistici, scattino tre riflessi condizionati, l'uno più paradossale dell'altro. Il primo è - appunto quello di piegare automaticamente ogni evento di cronaca alla tesi ideologica precostituita: tutto è razzismo. Con la conseguenza grave, peraltro, che, a forza di gridare «al lupo, al lupo», il sistema dei media non sarà più credibile nemmeno quando denuncerà episodi veri di intolleranza e xenofobia. Il secondo è un calo di attenzione nelle verifiche, che sarebbero sempre indispensabili prima di pubblicare qualcosa. Per carità: tutti sbagliamo (il giusto sbaglia sette volte al giorno, se ricordiamo bene, secondo le Scritture), ma di questi tempi sottovalutare l'implacabile screening realizzato in tempo reale dalla Rete e dai social network significa non capire il rischio di boomerang a cui si può essere esposti. Il terzo è un meccanismo (ormai oliatissimo) di colpevolizzazione dei lettori e dei telespettatori, che la mattina vanno in edicola e la sera guardano il telegiornale essenzialmente per sentirsi spiegare che fanno schifo, che sono xenofobi, intolleranti, eccetera. Un costante processo contro gli italiani, senza neanche uno straccio di difesa d'ufficio. Si pensi alla copertina de L'Espresso in edicola questa settimana (una famigliola italiana in spiaggia ritratta come membri del Ku Klux Klan), o ai titoloni (Avvenire e non solo) sulle «due Italie»: buonicontro cattivi, accoglienti contro razzisti, civili contro ignoranti. La cosa grave, però, è che la «seconda Italia», quella criminalizzata (spesso fatta da lavoratori del privato, partite Iva, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, liberi professionisti: tutta gente che non vive di risorse pubbliche, ma rischia in proprio) ha lasciato in mano alla «prima Italia» tutta una serie di gangli sensibili (stampa, radio, tv, scuola, università), non di rado finanziando con tasse e sussidi pubblici un'attività «culturale» volta a sancire il primato morale ed etico-politico degli uni sugli altri. Insomma: alcuni sono costretti a pagare il pulpito dal quale verranno processati e condannati da qualche autoproclamato sommo sacerdote della moralità, della cultura, dell'eleganza, della tolleranza. Non ci si sorprenda se poi, all'improvviso, i «deplorables» (cioè i pessimi, i deplorabili, i disprezzabili: la parola con cui Hillary Clinton definì gli elettori di Donald Trump) si arrabbiano, e trasformano ogni elezione in un'occasione di vendetta verso un'establishment arrogante, presuntuoso, incapace di ascoltare. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rissa-alla-moschea-di-milano-tra-i-vecchi-e-i-nuovi-islamici" data-post-id="2593353555" data-published-at="1767929666" data-use-pagination="False"> Rissa alla moschea di Milano tra i «vecchi» e i «nuovi» islamici Botte da orbi tra musulmani per beghe religiose: tre giorni di scontri tra diverse fazioni di fedeli tengono in scacco un intero quartiere. Succede a Milano in viale Jenner, dove dal lontano 1989 esiste uno dei centri culturali islamici più fervente del nord Italia. Una moschea abusiva a cui nessuno ancora è riuscito a mettere definitivamente il catenaccio. Già noto per essere stata punto di passaggio di diversi esponenti del terrorismo jihadista, poi al centro delle cronache per sospette attività di reclutamento e per le preghiere in strada dei fedeli, da sempre in balia a periodi alterni di esponenti più o meno radicalizzati, il centro islamico è ora ufficialmente oggetto della discordia tra due correnti di fedeli di Allah. Una più moderata, a quanto pare, e l'altra più vicina al pensiero integralista. La vicenda in breve è questa: venerdì scorso il direttivo dell'Istituto, ha licenziato quello che per mesi era stato l'imam ufficiale colpevole di aver deviato rispetto alla linea assegnata. Si tratta di Abdel Ghani, quarantasettenne egiziano, che aveva aperto un dialogo con il Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, a cui oggi peraltro aderisce la quasi totalità delle moschee più o meno abusive esistenti in città. Il Caim a quanto risulta rappresenta una parte del mondo islamico milanese, vicina a correnti musulmane di solida tradizione, di grande potere economico e non esattamente di area moderata. Per questo la dirigenza di viale Jenner avrebbe allontanato l'imam con un provvedimento ufficiale. Lui però non l'ha presa bene. I primi scontri si erano verificati venerdì scorso, subito dopo l'allontanamento, quando il diretto interessato era rientrato nello stabile adibito abusivamente a luogo di culto, forzando il portone insieme ad un manipolo di fedeli che si erano messi a pregare, infervorati più che mai. Erano intervenute le forze dell'ordine, la situazione pareva essersi calmata, ma ieri sono di nuovo volati cazzotti. Mentre all'interno gruppi di musulmani delle due diverse correnti discutevano animatamente, due uomini sono usciti per strada e sono arrivati alle mani, dandosele di santa ragione. Entrambi sono stati portati in ospedale dai soccorritori del 118 chiamati dai residenti, esasperati dalla situazione, che ora rivolgono appelli accorati al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, affinché metta la parola fine ad anni di sofferenze. La moschea, tra le più attive nel nord Italia si trova in un garage di viale Jenner, arteria della circonvallazione cittadina nella zona nord di Milano. Venne fondata nel1989 e dal 1993 è sotto sorveglianza, per presunti legami dei suoi frequentatori con il mondo dei jihadisti. Dopo l'11 settembre del 2001 il dipartimento del Tesoro statunitense la indicò come uno dei principali crocevia di al Qaeda e pochi anni dopo, per effetto del cosiddetto processo Sfinge, 34 frequentatori vennero arrestati per attività legate al terrorismo (poi in gran parte rilasciati per prescrizione del reato). Da viale Jenner passò anche Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano dalla Cia il 17 febbraio 2003, mentre nel 2007, secondo indagini sui reclutamenti nel mondo musulmano, dopo nove arresti messi a segno grazie alle rivelazioni di un pentito frequentatore del centro, la moschea venne definita «punto di riferimento logistico e funzionale alla rete jihadista». Altro nome famoso transitato per il centro islamico milanese è quello di Moez Fezzani, terrorista tunisino considerato tra i reclutatori dell'Isis in Italia, che sotto il nome di Abu Nassim, tra il 1997 e il 2001 avrebbe fatto proseliti per una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano. Circa dieci anni fa a tentare di chiudere il centro ci aveva pensato l'allora ministro Roberto Maroni, tentativo che si era infranto contro un muro di buonismo, guidato nientemeno dalla Curia meneghina che voleva garantire ai fedeli di Allah luoghi di culto in città. Oggi nel consiglio comunale di Milano siede Abdel Qader, frequentatrice della moschea e a lungo parte del Caim (l'organizzazione per la cui frequentazione è stato licenziato l'imam di viale Jenner). Eletta alle ultime amministrative nella coalizione di Beppe Sala e balzata alle cronache nazionali per aver tentato di dare lezioni di femminismo a Elisa Isoardi, pubblicando su Instagram un video con il marito intento a stirare e lei comodamente seduta sul divano intenta a leggere un libro, Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il Caim prima di entrare in politica. La vicenda comunque pare non essere affatto conclusa: l'imam egiziano (che parla solo attraverso un interprete) ha spiegato di non aver alcuna intenzione di mollare la presa. Non solo, secondo quanto avrebbe dichiarato, intende andare avanti nel dialogo con l'area meno moderata, ma avrebbe anche dato appuntamento ai fedeli alla preghiera del 22 agosto, sempre a Milano, per la festa del sacrificio. Una preghiera collettiva che si celebra ogni anno e che, in teoria, dovrebbe riunire, in pace, tutte le comunità milanesi, lacerate da anni di divisioni. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-profugo-resta-anche-se-spaccia-o-violenta-2593353555.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="meno-soldi-agli-immigrati-per-darli-ai-poliziotti" data-post-id="2593353555" data-published-at="1767929666" data-use-pagination="False"> Meno soldi agli immigrati per darli ai poliziotti Un tesoretto da mezzo miliardo di euro da investire in sicurezza. Cinquecento milioni da destinare a carabinieri, polizia e vigili del fuoco. È il progetto del Viminale, che annuncia entro la fine dell'anno, nuovi fondi da destinare al popolo dei lavoratori in divisa. Una promessa da mantenere, un tema che in campagna elettorale è stato tra i capisaldi del Carroccio. Un mucchio di denaro che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sa già dove recuperare. «Entro fine anno vogliamo abbassare la quota giorno per i migranti dai 35 euro alla metà perché si vive bene anche con quello», così il leader della Lega durante un comizio ad Alessandria. La ghigliottina sui costi dei migranti non è una novità per Salvini. Già nelle scorse settimane, il Viminale è stato incaricato di uno studio per ridurre da 35 a 25 euro la quota destinata ad ogni migrante. Ora, secondo l'annuncio del vicepremier, l'obiettivo fissato sarebbe a 17,50 euro. Una cifra, secondo Salvini, con cui le coop riuscirebbero comunque a gestire la permanenza degli stranieri nei centri dedicati. E in effetti, scorrendo gli elenchi delle prefetture, il fantasma della riduzione delle quote sembra non arrestare affatto il sistema affaristico che ruota intorno e richiedenti asilo e clandestini. A Roma, ad esempio, Palazzo Valentini ha pubblicato un bando online per individuare posti letto destinati proprio ai richiedenti asilo. Un bando resosi necessario vista ormai la scarsa offerta e la sempre maggiore domanda. Dopo un primo appalto di dicembre, con il quale si è riuscito ad assegnare pochi posti letto rispetto alle necessità (circa 2.000 su 8.000, ovvero il 30%), l'Ufficio territoriale di governo ci riprova. Un bando che, viste le cifre, non può essere considerato di seconda categoria. L'importo di gara è di circa 71 milioni di euro: 35 euro al giorno (almeno per il momento) per ogni ospite. La scadenza è fissata per il prossimo 5 settembre. La maggior parte dei posti letto vengono ricercati in provincia, nell'hinterland romano. Quelli di Roma Capitale sono circa 1000, ma si tratta di stranieri già presenti sul territorio da ricollocare perché ospitati in strutture temporanee. Tutti gli altri, 4.486, verranno distribuiti nei Comuni della provincia, fatta eccezione per Ariccia, Anticoli Corrado, Castelnuovo di Porto, Roviano e Tolfa. Se nella Capitale la situazione migranti richiede interventi urgenti per garantire vitto e alloggio agli stranieri, in altre regioni la situazione rivela un quadro ancora più interessante. La prefettura di Agrigento ha infatti completato le procedure di gara individuando 15 società, tra associazioni e cooperative, che dovranno farsi carico, in diverse strutture collocate in vari Comuni della provincia, dell'accoglienza e la gestione dei migranti. In totale i posti a disposizione sono 1.100, per un costo previsto di 28 milioni di euro per 2 anni, ovvero fino al 2020, salvo proroghe. Cinquantasei milioni di euro per un business che sembra non avere mai fine. Malgrado i tagli annunciati. Giancarlo Palombi
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».