Il predellino di Conte è un club di padel: «Un nuovo partito? Il progetto c’è»
  • L’ex premier si dà allo sport e critica il padre del M5s: «Svolta autarchica». Poi annuncia: «Sento il sostegno dei cittadini»
  • Enrico Letta sparisce e Roberto Gualtieri esprime solidarietà a Giuseppi. Carlo Calenda sfotte i dem

Lo speciale contiene due articoli

Più Wimbledon che Volturara Appula. Un Giuseppe Conte in versione tennistica è stato intercettato ieri da telecamere e microfoni davanti casa sua: auto scura, due uomini di servizio che premurosamente aprono e chiudono la portiera della macchina, e lui (incredibilmente, in una giornata che tutti avrebbero immaginato per lui di lavoro intensissimo) pronto per scendere in campo. Nel senso del campo da tennis, però: doppio borsone griffatissimo, pantaloncino scuro, maglietta bianca aderente (che evidenzia una certa pinguedine: chissà se questo girovita importante avrà deluso le leggendarie «bimbe di Conte»), e perfino una surreale fascetta antisudore al polso. Roba forte, una specie di sfida foggiana all’outfit tecnico di Rafa Nadal. In realtà, poi è venuto fuori che Conte gioca a padel, una specie di minitennis amato in particolare da vipponi ed ex calciatori.

Sta di fatto che, prima di rispondere alle domande, Conte accusa un istante di esitazione. Forse per pesare le parole, forse (in un sussulto di consapevolezza) per un lieve imbarazzo nel mostrarsi così: l’immagine di uno che va al circolo sportivo con quelle che sembrano una scorta e un’auto blu non è esattamente in linea con anni di prediche anti Casta, e meno che mai con il tentativo di accreditarsi come difensore dei più deboli. Sui social, infatti, è un pandemonio, tra attacchi virulenti e sarcasmo a fiumi verso il look dell'(ex) avvocato del popolo.

Dopo di che, Conte consegna due messaggi espliciti e uno implicito. Da un lato, alla domanda «andiamo avanti?», risponde con un assertivo: «Mai indietro». Poi, commenta la sfuriata del giorno prima di Beppe Grillo: «Ci sono rimasto male, ma non tanto e solo per me. Questa svolta autarchica, credo sia una mortificazione per un’intera comunità che io ho conosciuto bene e apprezzato di ragazze, ragazzi, persone adulte che hanno creduto in certi ideali. È una grande mortificazione per tutti loro». Occhio alla coniugazione dei verbi, messaggio implicito ma eloquente: Conte parla al passato prossimo («ho conosciuto, ho apprezzato»), consegnando al passato il suo rapporto con il Movimento. Resta invece misterioso l’uso dell’aggettivo «autarchico»: davvero non si comprende il senso dell’osservazione di Conte.

La realtà è che i congiurati anti Grillo hanno due strade. La prima, più banale, è quella di formare gruppi autonomi, svuotando la rappresentanza parlamentare del M5s: al Senato (dove il Movimento ha ora 75 eletti) Conte potrebbe quasi fare il pieno (supportato da Vito Crimi, Ettore Licheri, Paola Taverna e Stefano Patuanelli), mentre alla Camera (dove i pentastellati sono 162) è difficile immaginare che si sposti con lui più di un deputato su tre. In questo caso, ci sarebbe tuttavia un problema procedurale di non facile soluzione: serve un simbolo, e i contiani non sanno a che santo votarsi. Al momento, pare improbabile un accordo per l’uso del gabbiano dipietrista dell’Italia dei valori, così come non si possono essere date per scontate deroghe da parte delle presidenze di Camera e Senato.

La seconda via, più in salita ma ancora più eccitante per chi vorrebbe trascinare Grillo nella polvere, è quella di sfilare la giostra al giostraio, facendo leva sull’articolo 8 dello statuto. Questa norma spiega come si fa a sfiduciare il garante: «Il garante resta in carica a tempo indeterminato e può essere revocato, in ogni tempo, su proposta del comitato di garanzia, a maggioranza assoluta dei propri componenti e ratificata da una consultazione in Rete degli iscritti, purché renda parte alla votazione la maggioranza assoluta degli iscritti».

Il secondo passaggio (convincere la maggioranza assoluta degli iscritti a partecipare al voto) potrebbe essere proibitivo, ma il primo, quello per innescare il maxireferendum, è tutt’altro che impossibile. Il comitato di garanzia è infatti formato da tre membri (Crimi, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri). Gli ultimi due già stanno con Conte, mentre il primo ha fatto intravvedere ieri le sue dimissioni.

In ogni caso, ieri sera alla Camera si è svolta l’ennesima riunione sfogatoio, tra deputati impauriti e componenti balcanizzate. L’incontro è stato incendiato da una dichiarazione rilasciata da Conte verso le 20: «Un altro partito? Vedo tanto sostegno dai cittadini: il progetto messo in campo non lo voglio tenere nel cassetto». Poi, per evitare equivoci, ha voluto ribadire: «Non può essere la contrarietà di Grillo a fermare la mia proposta politica». Una specie di chiamata finale alle armi, il segnale della volontà di strappare.

E dalla sua posizione ormai esterna, si è rifatto vivo, tramite la testata Tpi, Alessandro Di Battista, per chiedere che si voti non su organigrammi e statuti, ma sulla permanenza o meno nel governo guidato da Mario Draghi. La prosa del Che Guevara di Roma Nord è fiammeggiante, come pure il suo attacco alla linea attuale del Movimento: «È l’ancien régime che brinda lasciando al popoluccio distratto dagli Europei soltanto rabbia e briciole. È la restaurazione tornata, inaspettatamente, dopo il trionfo del più grande movimento anti establishment dell’Occidente».

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