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2024-12-02
Il pediatra non basta più. Neo genitori assediati da esperti, app e algoritmi
iStock
Un esercito di esperti ha soppiantato balie e tate. A supportare neogenitori confusi, alle prese con il bebè, c’è un moltiplicarsi di specialisti (più o meno qualificati) raggiungibili online in community, app, podcast e tutorial. Su web e social, a disposizione di mamme e papà inesperti e ansiosi, alle prese con il neonato - il primo e spesso anche l’ultimo o l’unica - si offrono i servizi più disparati. Alla distanza di un clic è un pullulare di specialisti, pronti a risolvere ogni dubbio prima, durante e dopo l’arrivo di un erede - fino alla sua maggiore età - e, addirittura, app per co-genitori, cioè mamme e papà che stanno insieme, senza essere una coppia, ma solo per fare un figlio. Accanto a ginecologi e sessuologi - che entrano in gioco, prodighi di consigli, ben prima del concepimento - non possono mancare ostetriche, puericultrici specializzate in allattamento, pedagogisti clinici, l’osteopata per la gravidanza e quello pediatrico, ovviamente psicologi per ogni evenienza, personal trainer per tornare in forma dopo il parto o per l’allenamento funzionale e, chiaramente, il nutrizionista.
Altro che la tata, il pediatra o le nonne del piccolo o della neonata: oggi è l’algoritmo a fornire suggerimenti in post e video dedicati a temi specifici, oppure in portali come parentsmile. La piattaforma, fondata da una mamma sulla base della sua esperienza, per esempio, «offre servizi medici, formativo-educativi, assistenziali e per il fitness, il tutto in un unico hub». I servizi, si legge nel sito, «sono prenotabili h24, 7/7, 365 giorni l’anno, con conferma immediata ed erogati esclusivamente da professionisti altamente qualificati con titoli legalmente riconosciuti», per i quali sono disponibili le tariffe, tendenzialmente orarie, che vanno dai 50-60 euro a 100, se vengono a domicilio. Difficile fare un censimento, le community si creano attorno a genitori, specialisti, associazioni e possono essere indipendenti o sponsorizzati da marchi di prodotti per l’infanzia.
È il caso del Pampers Village, progetto lanciato nel 2021, con articoli e podcast per dare consigli, rispondere dubbi e condividere storie, sviluppato insieme a Heart4Children, un’associazione di promozione sociale, con il contributo di Mind4Children, spin-off dell’Università di Padova.
«Le community online, sia indipendenti, sia sponsorizzate dai brand, funzionano come canali di passaparola digitale e soddisfano bisogni tipici dei neogenitori», spiega Fulvio Fortezza, professore associato di Marketing al Dipartimento di Economia e management dell’Università di Ferrara. «Oltre offrire consigli, aiutano a creare un senso di appartenenza, diventando veri e propri spazi di mutuo sostegno. I forum nati in modo indipendente vengono spesso affiancati da spazi creati e moderati dalle aziende che organizzano eventi e forniscono contenuti utili, integrando suggerimenti con l’offerta dei loro prodotti. Più che di una manipolazione», osserva l’esperto, «si tratta di un’operazione che risponde a un’esigenza reale, di consumatori più ansiosi, meno sicuri» e attenti a «evitare errori».
Il marketing, quindi, fa solo il suo mestiere in una società «in cui molti riferimenti familiari e sociali tradizionali sono scomparsi o si sono indeboliti», argomenta Fortezza. «Una volta il sapere su come crescere i figli veniva trasmesso dai familiari o dai vicini di casa. Oggi si cerca sostegno su Google, blog, app e community online. Il web ha portato a una trasformazione: non c’è più il consiglio del genitore o della nonna, ma quello di altri genitori o di esperti attraverso le community online. Di fronte a questa autonomia, i brand trovano terreno fertile per inserirsi e proporsi».
Del resto, la depressione perinatale, secondo l’Istituto superiore di sanità, colpisce circa il 10-20% delle donne e il 2-10% degli uomini. Allo stesso modo, la percentuale di ansia nel periodo perinatale varia dall’11 al 25% per le donne e dall’8 al 20% per gli uomini. I genitori spesso percepiscono anche uno stress legato al ruolo, che viene definito parenting stress, che porta a percepire il bambino come particolarmente richiedente e difficile da accudire. Così, quasi sei neogenitori su dieci dichiarano il desiderio di avere un supporto psicologico - anche se poi dolo il 4% segue il percorso con un professionista - come rivela un’indagine diffusa in queste settimane da Nestlé e sviluppata in Italia insieme a Unobravo. Certo, la survey rivela anche il dato incoraggiante che 8 intervistati su 10 rifarebbe la scelta di mettere al mondo un figlio ed evidenzia un maggiore coinvolgimento del padre nel prendersi cura del piccolo, ma non aiutano le pressioni e le aspettative sociali e familiari dichiarate dal 40%. Inoltre, un recente studio della Ohio State University segnala che il 62% dei genitori, a causa della nuova responsabilità, si sente estremamente stanco e quasi il 40% ritiene di non avere un adeguato supporto nel suo ruolo. «Questo è collegato alla trasformazione della società», rimarca il professore. «Prima il concetto di famiglia era diverso», si era di più, più vicini «e presenti». Oggi è tutto più frammentato, «sono saltati i legami, cresce il numero dei single e dei single di ritorno», e «il web è pervasivo: viene interrogato su tutto» e offre di tutto.
Accanto all’osteopata, che dovrebbe essere interrogato per valutare eventuali squilibri o possibili tensioni che si possono essere verificate nel piccolo nel corso del parto o nell’allattamento, non mancano la puericultrice e il nutrizionista, prodigo di consigli per la dieta migliore per questa funzione. Per interpretare poi il significato del pianto e capire se si tratti di fame, stanchezza o fastidio, viene in aiuto una app, a dare il verdetto. Se poi si ha un animale domestico, c’è lo psicologo con tutta una serie di accorgimenti per evitare che si ingelosisca con l’arrivo del bimbo o della bimba.
A tale proposito, parallelamente, «sta crescendo il mercato legato agli animali domestici», riflette Fortezza. Diversi studi evidenziano che per i pet «si sviluppa un grado di attaccamento equiparabile a quello che si sviluppa verso un figlio o una figlia. Questo affetto porta all’acquisto di prodotti specifici e di qualità per gli animali, tanto che, in alcuni supermercati, i reparti dedicati agli amici a quattro zampe sono paragonabili, in dimensioni, a quelli dei prodotti per l’infanzia. È ormai comune vedere che le spese per il pet care siano considerevoli, con una gamma merceologica in costante espansione: cibo, accessori e altri servizi».
Guardando al futuro, è probabile che il fenomeno dell’informazione digitale e dei servizi per i genitori «raggiunga la maturità, ma si assisterà a nuove evoluzioni nelle necessità di consumo, a supporto di altre categorie di utenti. Stiamo assistendo a un cambiamento sociale che riguarda anche le famiglie, sempre più fluide e monocomponenti. Il mercato», conclude, «dovrà quindi prepararsi a rispondere a queste nuove esigenze, spostando l’attenzione e creando nuovi prodotti e servizi per i diversi tipi di nuclei familiari», con meno bimbi e più animali.
«Avere un bambino in età adulta moltiplica le aspettative e l’ansia»
Sono saltati i riferimenti sociali, il modello di famiglia è cambiato nel giro di qualche decennio. Anche la scelta di essere genitori è sempre meno contemplata all’interno di una realtà matrimoniale, di un impegno, di un desiderio di stabilità. Il mondo è più complesso e, così, anche la dimensione affettiva e relazionale. I genitori si trovano immersi in una realtà social dove non mancano esperti di ogni cosa pronti a dispensare consigli. Le soluzioni a tutte le domande si trovano nel giro di qualche secondo, ma regna anche una pressione di perfezionismo patinato a cui è difficile sottrarsi, specie quando l’arrivo di un bebè rende naturalmente più vulnerabili e incerti. I figli, però «non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di autenticità», avverte David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi.
Quali difficoltà si trovano ad affrontare oggi i neogenitori ?
«Molteplici e interdipendenti. C’è, innanzitutto, un tema sociale: negli ultimi anni, è diventato quasi obbligatorio per entrambi i genitori lavorare. Questo ha ridotto la presenza costante di almeno un genitore nel crescere i figli. Poi, c’è la questione dei servizi: in Italia, purtroppo, non brilliamo in termini di supporto alla genitorialità. In assenza dei nonni, spesso è davvero complicato riuscire a conciliare tutto».
Certo, mancano asili nido, scuole a tempo pieno, politiche che vengano incontro alle esigenze familiari con un equilibrio tra vita professionale e familiare. Ma c’è anche dell’altro?
«Sì, c’è un aspetto psicologico importante. Oggi i genitori sentono una forte pressione a essere perfetti, e questo crea molte ansie. Viviamo in una cultura che, negli anni, ha alimentato questa idea di genitore perfetto, ma io credo che i figli abbiano più bisogno di genitori autentici che perfetti. Servono genitori in grado di mettersi in gioco, di essere sé stessi. I bambini non cercano la perfezione, ma un riferimento, autenticità».
Nella concretezza, quali altre sfide devono affrontare mamme e papà con l’arrivo di un figlio o una figlia?
«Sicuramente quella di trovare un equilibrio tra la dimensione affettiva e il dare delle regole. Negli anni passati si tendeva a dare regole in modo eccessivo. Oggi, invece, sembra quasi che si abbia paura di farlo. Ma i ragazzi hanno bisogno di entrambe le cose: hanno bisogno di affetto e di regole, e di avere accanto un genitore che sia un punto di riferimento adulto, non solo un amico. Viviamo una crisi del modello adulto. Mentre fino a qualche decina d’anni fa la transizione all’età adulta era più netta, oggi abbiamo persone di 30, 40, perfino 50 anni che non si sentono ancora completamente adulti. Non è un giudizio, è una realtà che vediamo sempre di più. Quindi sì, anche prima di diventare genitori, servirebbe una riflessione sulla maturità e sulla responsabilità, perché essere genitore richiede di assumere un ruolo adulto».
Parlando di contesto sociale, oggi le soluzioni sembrano più facili da raggiungere: una ricerca su web e si trova la risposta. Quali sono i risvolti nel confronto con i figli?
«Noi viviamo in un mondo apparentemente semplice e comodo, ma in realtà è molto complesso e da molti punti di vista. Rispetto al passato, c’è un flusso continuo di informazioni: i social media, il web. Siamo immersi in un contesto pieno di stimoli e pressioni. In passato, l’infanzia era più semplice anche nelle dinamiche sociali: giocavamo per strada, avevamo meno distrazioni. Oggi invece tutto è più complesso, e questo si riflette anche nel disorientamento sul ruolo del genitore».
Invece di tanti esperti, i genitori potrebbero beneficiare di un altro tipo di supporto?
«Sì, come psicologi crediamo sarebbe utile una sorta di scuola per genitori, ma non per insegnare una performance genitoriale. Servirebbe per aiutare a riscoprire l’autenticità e la naturalezza di questo ruolo. Non si tratta di imparare a essere genitori perfetti, ma di recuperare un equilibrio, di affrontare la genitorialità con consapevolezza, responsabilità, ma anche con più semplicità e più naturalezza. Oggi, diventando genitori a un’età più adulta, ci sono tantissime aspettative sui figli, si moltiplicano così le ansie e i dubbi che si cercano di arginare interrogando i social, invece che attingendo dal proprio vissuto e dai propri genitori».
È quindi una questione anagrafica?
«Un tempo si diventava genitori intono ai 20 anni, non con meno incertezze, ma con più capacità di mettersi in gioco, con semplicità, da adulti responsabili e non ossessionati dalla perfezione».
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Un tempo c’erano i consigli della nonna e un’unica figura medica di riferimento. Oggi abbondano gli specialisti, dall’osteopata alla puericultrice al nutrizionista... Ma sono davvero tutti necessari?Il presidente dell’Ordine degli psicologi David Lazzari: «Mamme e papà sono ossessionati dalla perfezione. Hanno paura a dare regole e per ogni dubbio interrogano il Web. Un tempo ci si metteva in gioco più facilmente».Lo speciale contiene due articoliUn esercito di esperti ha soppiantato balie e tate. A supportare neogenitori confusi, alle prese con il bebè, c’è un moltiplicarsi di specialisti (più o meno qualificati) raggiungibili online in community, app, podcast e tutorial. Su web e social, a disposizione di mamme e papà inesperti e ansiosi, alle prese con il neonato - il primo e spesso anche l’ultimo o l’unica - si offrono i servizi più disparati. Alla distanza di un clic è un pullulare di specialisti, pronti a risolvere ogni dubbio prima, durante e dopo l’arrivo di un erede - fino alla sua maggiore età - e, addirittura, app per co-genitori, cioè mamme e papà che stanno insieme, senza essere una coppia, ma solo per fare un figlio. Accanto a ginecologi e sessuologi - che entrano in gioco, prodighi di consigli, ben prima del concepimento - non possono mancare ostetriche, puericultrici specializzate in allattamento, pedagogisti clinici, l’osteopata per la gravidanza e quello pediatrico, ovviamente psicologi per ogni evenienza, personal trainer per tornare in forma dopo il parto o per l’allenamento funzionale e, chiaramente, il nutrizionista. Altro che la tata, il pediatra o le nonne del piccolo o della neonata: oggi è l’algoritmo a fornire suggerimenti in post e video dedicati a temi specifici, oppure in portali come parentsmile. La piattaforma, fondata da una mamma sulla base della sua esperienza, per esempio, «offre servizi medici, formativo-educativi, assistenziali e per il fitness, il tutto in un unico hub». I servizi, si legge nel sito, «sono prenotabili h24, 7/7, 365 giorni l’anno, con conferma immediata ed erogati esclusivamente da professionisti altamente qualificati con titoli legalmente riconosciuti», per i quali sono disponibili le tariffe, tendenzialmente orarie, che vanno dai 50-60 euro a 100, se vengono a domicilio. Difficile fare un censimento, le community si creano attorno a genitori, specialisti, associazioni e possono essere indipendenti o sponsorizzati da marchi di prodotti per l’infanzia. È il caso del Pampers Village, progetto lanciato nel 2021, con articoli e podcast per dare consigli, rispondere dubbi e condividere storie, sviluppato insieme a Heart4Children, un’associazione di promozione sociale, con il contributo di Mind4Children, spin-off dell’Università di Padova. «Le community online, sia indipendenti, sia sponsorizzate dai brand, funzionano come canali di passaparola digitale e soddisfano bisogni tipici dei neogenitori», spiega Fulvio Fortezza, professore associato di Marketing al Dipartimento di Economia e management dell’Università di Ferrara. «Oltre offrire consigli, aiutano a creare un senso di appartenenza, diventando veri e propri spazi di mutuo sostegno. I forum nati in modo indipendente vengono spesso affiancati da spazi creati e moderati dalle aziende che organizzano eventi e forniscono contenuti utili, integrando suggerimenti con l’offerta dei loro prodotti. Più che di una manipolazione», osserva l’esperto, «si tratta di un’operazione che risponde a un’esigenza reale, di consumatori più ansiosi, meno sicuri» e attenti a «evitare errori». Il marketing, quindi, fa solo il suo mestiere in una società «in cui molti riferimenti familiari e sociali tradizionali sono scomparsi o si sono indeboliti», argomenta Fortezza. «Una volta il sapere su come crescere i figli veniva trasmesso dai familiari o dai vicini di casa. Oggi si cerca sostegno su Google, blog, app e community online. Il web ha portato a una trasformazione: non c’è più il consiglio del genitore o della nonna, ma quello di altri genitori o di esperti attraverso le community online. Di fronte a questa autonomia, i brand trovano terreno fertile per inserirsi e proporsi». Del resto, la depressione perinatale, secondo l’Istituto superiore di sanità, colpisce circa il 10-20% delle donne e il 2-10% degli uomini. Allo stesso modo, la percentuale di ansia nel periodo perinatale varia dall’11 al 25% per le donne e dall’8 al 20% per gli uomini. I genitori spesso percepiscono anche uno stress legato al ruolo, che viene definito parenting stress, che porta a percepire il bambino come particolarmente richiedente e difficile da accudire. Così, quasi sei neogenitori su dieci dichiarano il desiderio di avere un supporto psicologico - anche se poi dolo il 4% segue il percorso con un professionista - come rivela un’indagine diffusa in queste settimane da Nestlé e sviluppata in Italia insieme a Unobravo. Certo, la survey rivela anche il dato incoraggiante che 8 intervistati su 10 rifarebbe la scelta di mettere al mondo un figlio ed evidenzia un maggiore coinvolgimento del padre nel prendersi cura del piccolo, ma non aiutano le pressioni e le aspettative sociali e familiari dichiarate dal 40%. Inoltre, un recente studio della Ohio State University segnala che il 62% dei genitori, a causa della nuova responsabilità, si sente estremamente stanco e quasi il 40% ritiene di non avere un adeguato supporto nel suo ruolo. «Questo è collegato alla trasformazione della società», rimarca il professore. «Prima il concetto di famiglia era diverso», si era di più, più vicini «e presenti». Oggi è tutto più frammentato, «sono saltati i legami, cresce il numero dei single e dei single di ritorno», e «il web è pervasivo: viene interrogato su tutto» e offre di tutto. Accanto all’osteopata, che dovrebbe essere interrogato per valutare eventuali squilibri o possibili tensioni che si possono essere verificate nel piccolo nel corso del parto o nell’allattamento, non mancano la puericultrice e il nutrizionista, prodigo di consigli per la dieta migliore per questa funzione. Per interpretare poi il significato del pianto e capire se si tratti di fame, stanchezza o fastidio, viene in aiuto una app, a dare il verdetto. Se poi si ha un animale domestico, c’è lo psicologo con tutta una serie di accorgimenti per evitare che si ingelosisca con l’arrivo del bimbo o della bimba. A tale proposito, parallelamente, «sta crescendo il mercato legato agli animali domestici», riflette Fortezza. Diversi studi evidenziano che per i pet «si sviluppa un grado di attaccamento equiparabile a quello che si sviluppa verso un figlio o una figlia. Questo affetto porta all’acquisto di prodotti specifici e di qualità per gli animali, tanto che, in alcuni supermercati, i reparti dedicati agli amici a quattro zampe sono paragonabili, in dimensioni, a quelli dei prodotti per l’infanzia. È ormai comune vedere che le spese per il pet care siano considerevoli, con una gamma merceologica in costante espansione: cibo, accessori e altri servizi». Guardando al futuro, è probabile che il fenomeno dell’informazione digitale e dei servizi per i genitori «raggiunga la maturità, ma si assisterà a nuove evoluzioni nelle necessità di consumo, a supporto di altre categorie di utenti. Stiamo assistendo a un cambiamento sociale che riguarda anche le famiglie, sempre più fluide e monocomponenti. 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Il mondo è più complesso e, così, anche la dimensione affettiva e relazionale. I genitori si trovano immersi in una realtà social dove non mancano esperti di ogni cosa pronti a dispensare consigli. Le soluzioni a tutte le domande si trovano nel giro di qualche secondo, ma regna anche una pressione di perfezionismo patinato a cui è difficile sottrarsi, specie quando l’arrivo di un bebè rende naturalmente più vulnerabili e incerti. I figli, però «non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di autenticità», avverte David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi. Quali difficoltà si trovano ad affrontare oggi i neogenitori ? «Molteplici e interdipendenti. C’è, innanzitutto, un tema sociale: negli ultimi anni, è diventato quasi obbligatorio per entrambi i genitori lavorare. Questo ha ridotto la presenza costante di almeno un genitore nel crescere i figli. Poi, c’è la questione dei servizi: in Italia, purtroppo, non brilliamo in termini di supporto alla genitorialità. In assenza dei nonni, spesso è davvero complicato riuscire a conciliare tutto». Certo, mancano asili nido, scuole a tempo pieno, politiche che vengano incontro alle esigenze familiari con un equilibrio tra vita professionale e familiare. Ma c’è anche dell’altro? «Sì, c’è un aspetto psicologico importante. Oggi i genitori sentono una forte pressione a essere perfetti, e questo crea molte ansie. Viviamo in una cultura che, negli anni, ha alimentato questa idea di genitore perfetto, ma io credo che i figli abbiano più bisogno di genitori autentici che perfetti. Servono genitori in grado di mettersi in gioco, di essere sé stessi. I bambini non cercano la perfezione, ma un riferimento, autenticità». Nella concretezza, quali altre sfide devono affrontare mamme e papà con l’arrivo di un figlio o una figlia? «Sicuramente quella di trovare un equilibrio tra la dimensione affettiva e il dare delle regole. Negli anni passati si tendeva a dare regole in modo eccessivo. Oggi, invece, sembra quasi che si abbia paura di farlo. Ma i ragazzi hanno bisogno di entrambe le cose: hanno bisogno di affetto e di regole, e di avere accanto un genitore che sia un punto di riferimento adulto, non solo un amico. Viviamo una crisi del modello adulto. Mentre fino a qualche decina d’anni fa la transizione all’età adulta era più netta, oggi abbiamo persone di 30, 40, perfino 50 anni che non si sentono ancora completamente adulti. Non è un giudizio, è una realtà che vediamo sempre di più. Quindi sì, anche prima di diventare genitori, servirebbe una riflessione sulla maturità e sulla responsabilità, perché essere genitore richiede di assumere un ruolo adulto». Parlando di contesto sociale, oggi le soluzioni sembrano più facili da raggiungere: una ricerca su web e si trova la risposta. Quali sono i risvolti nel confronto con i figli? «Noi viviamo in un mondo apparentemente semplice e comodo, ma in realtà è molto complesso e da molti punti di vista. Rispetto al passato, c’è un flusso continuo di informazioni: i social media, il web. Siamo immersi in un contesto pieno di stimoli e pressioni. In passato, l’infanzia era più semplice anche nelle dinamiche sociali: giocavamo per strada, avevamo meno distrazioni. Oggi invece tutto è più complesso, e questo si riflette anche nel disorientamento sul ruolo del genitore». Invece di tanti esperti, i genitori potrebbero beneficiare di un altro tipo di supporto? «Sì, come psicologi crediamo sarebbe utile una sorta di scuola per genitori, ma non per insegnare una performance genitoriale. Servirebbe per aiutare a riscoprire l’autenticità e la naturalezza di questo ruolo. Non si tratta di imparare a essere genitori perfetti, ma di recuperare un equilibrio, di affrontare la genitorialità con consapevolezza, responsabilità, ma anche con più semplicità e più naturalezza. Oggi, diventando genitori a un’età più adulta, ci sono tantissime aspettative sui figli, si moltiplicano così le ansie e i dubbi che si cercano di arginare interrogando i social, invece che attingendo dal proprio vissuto e dai propri genitori». È quindi una questione anagrafica? «Un tempo si diventava genitori intono ai 20 anni, non con meno incertezze, ma con più capacità di mettersi in gioco, con semplicità, da adulti responsabili e non ossessionati dalla perfezione».
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L’ayatollah ha inoltre bollato le proteste come frutto di una «cospirazione americana». «L’obiettivo dell’America è quello di inghiottire l’Iran», ha proseguito. «Per grazia di Dio, la nazione iraniana deve spezzare la schiena dei sediziosi, proprio come ha spezzato la schiena della sedizione», ha continuato Khamenei. Non solo. Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha anche platealmente smentito Trump, il quale, nei giorni scorsi, aveva affermato che il regime khomeinista aveva annullato alcune centinaia di esecuzioni. «Dovrebbe farsi gli affari suoi», ha affermato Salehi, riferendosi al presidente americano, per poi promettere una risposta «decisa» della magistratura iraniana contro i manifestanti.
Dopo queste dichiarazioni, Trump ha rilasciato a Politico un commento lapidario. «È tempo di cercare una nuova leadership in Iran», ha dichiarato. Poi, riferendosi a Khamenei, ha aggiunto: «Questo è un uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese come si deve e smettere di uccidere. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua pessima leadership». Particolarmente duro si è mostrato anche il Dipartimento di Stato americano che, in un post sul suo account X in lingua farsi, ha affermato: «Abbiamo ricevuto notizie secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica islamica attaccasse gli asset americani, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente». Insomma, se negli ultimi giorni la tensione sembrava essersi parzialmente smorzata, è chiaro che ieri le fibrillazioni tra Washington e Teheran sono tornate a salire. Sotto questo aspetto, le parole di Khamenei e di Salehi hanno notevolmente gettato benzina sul fuoco. Non dimentichiamo infatti che, venerdì, Trump aveva lasciato intendere di aver cancellato (o comunque rimandato) l’attacco militare proprio in conseguenza dell’annullamento di 800 esecuzioni da parte del regime. Non solo. Nei giorni scorsi, il presidente americano aveva espresso più volte scetticismo verso l’ipotesi che il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, potesse guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran, lasciando così intendere di non essere troppo convinto di un regime change in piena regola. Certo, la Casa Bianca non aveva rinunciato a esercitare pressione sul governo iraniano tra nuove sanzioni e spostamento della portaerei Lincoln verso il Mediterraneo. Tuttavia, tra giovedì e venerdì, Trump era sembrato meno propenso a ricorrere all’opzione bellica. Dall’altra parte, non è un mistero che, già a partire dallo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si fosse mosso diplomaticamente per cercare di scongiurare un’operazione militare da parte di Washington. Una serie di manovre, quelle di Araghchi, che rischiano di essere state affossate dalle recenti parole di Khamenei e Salehi.
Il regime khomeinista, che potrebbe tenere bloccato internet fino a fine marzo, è del resto internamente spaccato. Delle divisioni erano già emerse a giugno, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. In quell’occasione, si registrò un contrasto tra la linea maggiormente diplomatica dello stesso Araghchi e quella più battagliera dei pasdaran. È dunque probabile che oggi si stiano ripresentando delle dinamiche simili in seno al regime. E adesso, le dure parole di Khamenei hanno portato Trump a propendere per un regime change. Un regime change che, qualora dovesse essere attuato, sarebbe tuttavia più simile alla «soluzione venezuelana», che a quella «afgana» o «irachena». Il presidente americano potrebbe, in altre parole, colpire il vertice del regime e scegliere poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Se questa è la linea che Trump intende seguire, è chiaro che a rischiare di più sarebbero Khamenei, il suo entourage e i capi dei pasdaran. La rivista specializzata 19FortyFive ha definito questa strategia «coercizione senza proprietà». Come ha fatto in Venezuela, Trump, anche in Iran, non procederebbe a un regime change completo né tantomeno a un’operazione di nation building: due politiche, queste, rispetto a cui l’attuale presidente americano si è sempre mostrato scettico, considerandole rischiose, costose e foriere di instabilità. La soluzione migliore, per lui, sarebbe quella di «domare» il regime avversario (magari epurandone gli esponenti più problematici), per riorientare la sua politica estera, evitando al contempo che gli Usa restino impelagati in un pantano. È così che sta spingendo oggi il governo chavista «de-madurizzato» lontano dalla Cina. Ed è così che potrebbe presto fare con il governo iraniano. Non a caso, ieri il presidente americano ha appuntato i suoi strali soprattutto contro Khamenei, definendolo un «uomo malato». Chi ha orecchie per intendere...
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La villetta di Lonate Pozzolo, nel varesotto, dove il 14 gennaio, Adamo Massa, 37 anni, pregiudicato, è stato ucciso nel corso di una rapina dal poprietario di casa, Jonathan Rivolta (Ansa)
Diverso il discorso se e maneggiare la lama è un maranza marocchino di 19 anni come Zouhair Atif, il ragazzo che ha infilzato a morte, a scuola, il diciottenne Abanoub Youssef, egiziano. Ecco, in questo caso i toni sono molto diversi. Orde di psicologi sono pronte a intervenire per sostenere che le coltellate siano il prodotto del «disagio giovanile» che va combattuto non con nuove leggi sulle armi da taglio o con multe. No, dice l’esperto Matteo Lancini sulla Stampa, «non serve repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione». Interessante: bisognerebbe illustrare questi concetti a una banda di maranza e osservarne la reazione, sarebbe un esperimento istruttivo.
«La morte di Abanoub Youssef, lo studente di 18 anni accoltellato all’interno dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, ci lascia sgomenti e profondamente addolorati», dice Sandro Ruotolo del Pd. «Si muore e si uccide a 18, 19, 15, 16 anni. È il segno di un tempo attraversato dall’odio e dalla violenza, sempre più normalizzati, come se fossero inevitabili. Avanza una cultura del fai-da-te: armi che circolano con facilità, solitudini che si radicalizzano, modelli violenti che diventano linguaggio quotidiano. Ma non basta rispondere solo con la repressione. Punire senza prevenire non cura, non ricostruisce, non salva». Vero, bisognerebbe prevenire. Ad esempio evitando che certi soggetti entrassero in Italia o cacciandoli quando arrivano. Ma questo tipo di prevenzione alle anime belle non interessa.
Dunque sì, come vedete le armi producono effetti diversi a seconda di chi le usa. Se le sventola il marocchino per colpire, povero lui figlio della mancata integrazione. Se l’arma la utilizza invece il carabiniere Emanuele Marroccella per difendere un collega aggredito, sé stesso e la collettività, non si fanno tante chiacchiere: lo si punisce con tre anni di galera e un risarcimento monstre da versare alla famiglia del criminale che ha ucciso. Perché su Marroccella non si fanno tanti psicologismi? E se le multe e la repressione non servono, perché i sinceri progressisti non si indignano per la pena che gli è piovuta addosso? «La via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti. Chi sbaglia non deve semplicemente pagare. Deve poter cambiare», dice ancora Sandro Ruotolo. Eppure Marroccella paga, deve sborsare e zitto.
Si svela qui quale sia il reale pensiero della sinistra occidentale sulle armi. Esse vanno osteggiate e proibite e demonizzate quando sono utilizzate per difendersi e fare valere i propri diritti. Cioè quando servono a difendere una sovranità, quella dell’individuo su sé stesso e i propri beni. Che le armi siano utili a questo fine lo insegna la tradizione libertaria americana: un cittadino deve poter portare pistole o altro perché ha il diritto di tutelare la proprietà e, eventualmente, di rivoltarsi contro il governo che lo opprime. Nella tradizione progressista e oppressiva europea, invece, l’arma va tolta al cittadino proprio per le stesse ragioni: egli deve restare imbelle, non può opporsi ai governanti e ai malviventi che questi governanti lasciano liberi per strada. Analogo discorso vale per gli Stati: se questi si armano per rivendicare la sovranità militare, che è parte della loro libertà e tutela il diritto di esistere, ecco che i progressisti si oppongono e strepitano. Ma se il riarmo serve ad arricchire qualche grande azienda, magari tedesca o americana, allora va tutto bene. Le armi diventano indispensabili se a gestirle sono le burocrazie europee, magari con la scusa di rivolgerle contro Vladimir Putin (cosa che tutti sanno essere falsa).
Questo è il nodo: i progressisti devono poter gestire lo spazio e le proprietà. Hanno deciso che una marea di stranieri deve entrare nel territorio europeo e opporsi non si può, nemmeno con un decreto sicurezza. Hanno deciso che il singolo cittadino deve essere in balia delle decisioni dei vari apparati di controllo senza possibilità di difesa e opposizione. Hanno deciso che il denaro pubblico deve essere utilizzato per finanziare un certo tipo di industria militare e certi precisi interessi geopolitici. La verità è semplice: il modello progressista non è nemico della violenza in generale, ma solo di quella che non giova ai suoi scopi.
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La vittima, originaria di Fayyum, vicino Al Cairo, viveva alla Spezia con la famiglia da anni. Mentre l’adolescente lottava tra la vita e la morte in un letto di ospedale, Atif spiegava ai poliziotti il perché di quella furia omicida. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo aver inviato alla vittima un messaggio minaccioso («Domani ti sistemo io»), l’arrestato avrebbe affrontato Abanoub prima nel bagno della scuola durante la ricreazione e poi nel corridoio, dove lo ha colpito con un coltello da cucina portato da casa. Il giovane marocchino avrebbe sferrato un solo colpo letale che ha ferito la vittima al fegato, al diaframma e al polmone. A quel punto un docente della scuola, che ha assistito alla scena, si è fiondato sul ragazzo e lo ha disarmato in attesa dell’arrivo della polizia. Gli agenti lo hanno poi trovato seduto su una sedia e lo hanno arrestato. Su di lui pende l’accusa di omicidio, ma gli elementi investigativi raccolti fino ad ora (in particolare il messaggio e il coltello portato da casa), porterebbero anche alla contestazione della premeditazione.
La vittima è stata trasportata d’urgenza in ospedale in condizioni disperate: ha superato un primo intervento durante il quale è andato in arresto cardiaco più volte, ma poco prima delle 20 di venerdì il suo cuore ha smesso di battere. Da quel momento in poi, i riflettori si sono accesi su La Spezia, dove i sentimenti di dolore si mescolano alla rabbia e allo shock. I familiari della vittima e anche qualche studente, da ieri, ripetono che non era la prima volta che Atif portava il coltello a scuola. Il giovane marocchino è entrato in carcere di notte e da allora è recluso nella prima sezione del carcere, camera 1, in isolamento giudiziario. Ma per lui è stata disposta la «massima sorveglianza» con controlli ogni quindici minuti. All’Istituto «Einaudi-Chiodo» sono tutti sotto shock ed esprimono «il più profondo e sentito cordoglio alla famiglia della vittima del grave episodio di violenza». Intanto, l’Ufficio scolastico regionale della Liguria, su impulso del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, ha già conferito l’incarico per un’ispezione nella scuola teatro della tragedia.
Momenti di tensione si sono vissuti ieri anche davanti all’obitorio di La Spezia, dove un fotografo e alcuni giornalisti televisivi, compresa la troupe del Tg3, sono stati aggrediti e inseguiti dalla famiglia del giovane ucciso. L’Associazione ligure dei giornalisti, l’Ordine dei giornalisti della Liguria e il Gruppo cronisti liguri, in una nota, hanno stigmatizzato quanto accaduto nonostante la «comprensione per un dolore così forte»: «Un fotografo è stato aggredito verbalmente e inseguito all’esterno dell’obitorio nel tentativo, da parte di diverse persone, di sottrargli la macchina fotografica». Stessa aggressione ai giornalisti del Tg3 e ad altri cronisti ai quali hanno «spaccato il microfono».
Il sindaco di La Spezia, Pierluigi Peracchini, ha reso noto che oggi sarà convocato un incontro in Prefettura con il ministro Valditara «per capire come gestire questa situazione in vista della riapertura della scuola lunedì». Intanto, la Comunità islamica di La Spezia, «in segno di lutto», ha invitato «la comunità marocchina alla preghiera».
Ma la violenza tra giovanissimi non si arresta: quattro ragazzi, di cui tre minorenni, sono stati denunciati per aver preso a colpi di accetta un sedicenne nei pressi della stazione ferroviaria di Bastia Umbra, nel Perugino. Mentre ieri sera, i carabinieri hanno fermato un diciassettenne di Sora, nel Frusinate, per aver accoltellato un coetaneo all’esterno della scuola che frequenta. Il giovane fermato ha poi consegnato ai militari il coltello a serramanico con cui ha aggredito il liceale.
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