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2024-12-02
Il pediatra non basta più. Neo genitori assediati da esperti, app e algoritmi
iStock
Un esercito di esperti ha soppiantato balie e tate. A supportare neogenitori confusi, alle prese con il bebè, c’è un moltiplicarsi di specialisti (più o meno qualificati) raggiungibili online in community, app, podcast e tutorial. Su web e social, a disposizione di mamme e papà inesperti e ansiosi, alle prese con il neonato - il primo e spesso anche l’ultimo o l’unica - si offrono i servizi più disparati. Alla distanza di un clic è un pullulare di specialisti, pronti a risolvere ogni dubbio prima, durante e dopo l’arrivo di un erede - fino alla sua maggiore età - e, addirittura, app per co-genitori, cioè mamme e papà che stanno insieme, senza essere una coppia, ma solo per fare un figlio. Accanto a ginecologi e sessuologi - che entrano in gioco, prodighi di consigli, ben prima del concepimento - non possono mancare ostetriche, puericultrici specializzate in allattamento, pedagogisti clinici, l’osteopata per la gravidanza e quello pediatrico, ovviamente psicologi per ogni evenienza, personal trainer per tornare in forma dopo il parto o per l’allenamento funzionale e, chiaramente, il nutrizionista.
Altro che la tata, il pediatra o le nonne del piccolo o della neonata: oggi è l’algoritmo a fornire suggerimenti in post e video dedicati a temi specifici, oppure in portali come parentsmile. La piattaforma, fondata da una mamma sulla base della sua esperienza, per esempio, «offre servizi medici, formativo-educativi, assistenziali e per il fitness, il tutto in un unico hub». I servizi, si legge nel sito, «sono prenotabili h24, 7/7, 365 giorni l’anno, con conferma immediata ed erogati esclusivamente da professionisti altamente qualificati con titoli legalmente riconosciuti», per i quali sono disponibili le tariffe, tendenzialmente orarie, che vanno dai 50-60 euro a 100, se vengono a domicilio. Difficile fare un censimento, le community si creano attorno a genitori, specialisti, associazioni e possono essere indipendenti o sponsorizzati da marchi di prodotti per l’infanzia.
È il caso del Pampers Village, progetto lanciato nel 2021, con articoli e podcast per dare consigli, rispondere dubbi e condividere storie, sviluppato insieme a Heart4Children, un’associazione di promozione sociale, con il contributo di Mind4Children, spin-off dell’Università di Padova.
«Le community online, sia indipendenti, sia sponsorizzate dai brand, funzionano come canali di passaparola digitale e soddisfano bisogni tipici dei neogenitori», spiega Fulvio Fortezza, professore associato di Marketing al Dipartimento di Economia e management dell’Università di Ferrara. «Oltre offrire consigli, aiutano a creare un senso di appartenenza, diventando veri e propri spazi di mutuo sostegno. I forum nati in modo indipendente vengono spesso affiancati da spazi creati e moderati dalle aziende che organizzano eventi e forniscono contenuti utili, integrando suggerimenti con l’offerta dei loro prodotti. Più che di una manipolazione», osserva l’esperto, «si tratta di un’operazione che risponde a un’esigenza reale, di consumatori più ansiosi, meno sicuri» e attenti a «evitare errori».
Il marketing, quindi, fa solo il suo mestiere in una società «in cui molti riferimenti familiari e sociali tradizionali sono scomparsi o si sono indeboliti», argomenta Fortezza. «Una volta il sapere su come crescere i figli veniva trasmesso dai familiari o dai vicini di casa. Oggi si cerca sostegno su Google, blog, app e community online. Il web ha portato a una trasformazione: non c’è più il consiglio del genitore o della nonna, ma quello di altri genitori o di esperti attraverso le community online. Di fronte a questa autonomia, i brand trovano terreno fertile per inserirsi e proporsi».
Del resto, la depressione perinatale, secondo l’Istituto superiore di sanità, colpisce circa il 10-20% delle donne e il 2-10% degli uomini. Allo stesso modo, la percentuale di ansia nel periodo perinatale varia dall’11 al 25% per le donne e dall’8 al 20% per gli uomini. I genitori spesso percepiscono anche uno stress legato al ruolo, che viene definito parenting stress, che porta a percepire il bambino come particolarmente richiedente e difficile da accudire. Così, quasi sei neogenitori su dieci dichiarano il desiderio di avere un supporto psicologico - anche se poi dolo il 4% segue il percorso con un professionista - come rivela un’indagine diffusa in queste settimane da Nestlé e sviluppata in Italia insieme a Unobravo. Certo, la survey rivela anche il dato incoraggiante che 8 intervistati su 10 rifarebbe la scelta di mettere al mondo un figlio ed evidenzia un maggiore coinvolgimento del padre nel prendersi cura del piccolo, ma non aiutano le pressioni e le aspettative sociali e familiari dichiarate dal 40%. Inoltre, un recente studio della Ohio State University segnala che il 62% dei genitori, a causa della nuova responsabilità, si sente estremamente stanco e quasi il 40% ritiene di non avere un adeguato supporto nel suo ruolo. «Questo è collegato alla trasformazione della società», rimarca il professore. «Prima il concetto di famiglia era diverso», si era di più, più vicini «e presenti». Oggi è tutto più frammentato, «sono saltati i legami, cresce il numero dei single e dei single di ritorno», e «il web è pervasivo: viene interrogato su tutto» e offre di tutto.
Accanto all’osteopata, che dovrebbe essere interrogato per valutare eventuali squilibri o possibili tensioni che si possono essere verificate nel piccolo nel corso del parto o nell’allattamento, non mancano la puericultrice e il nutrizionista, prodigo di consigli per la dieta migliore per questa funzione. Per interpretare poi il significato del pianto e capire se si tratti di fame, stanchezza o fastidio, viene in aiuto una app, a dare il verdetto. Se poi si ha un animale domestico, c’è lo psicologo con tutta una serie di accorgimenti per evitare che si ingelosisca con l’arrivo del bimbo o della bimba.
A tale proposito, parallelamente, «sta crescendo il mercato legato agli animali domestici», riflette Fortezza. Diversi studi evidenziano che per i pet «si sviluppa un grado di attaccamento equiparabile a quello che si sviluppa verso un figlio o una figlia. Questo affetto porta all’acquisto di prodotti specifici e di qualità per gli animali, tanto che, in alcuni supermercati, i reparti dedicati agli amici a quattro zampe sono paragonabili, in dimensioni, a quelli dei prodotti per l’infanzia. È ormai comune vedere che le spese per il pet care siano considerevoli, con una gamma merceologica in costante espansione: cibo, accessori e altri servizi».
Guardando al futuro, è probabile che il fenomeno dell’informazione digitale e dei servizi per i genitori «raggiunga la maturità, ma si assisterà a nuove evoluzioni nelle necessità di consumo, a supporto di altre categorie di utenti. Stiamo assistendo a un cambiamento sociale che riguarda anche le famiglie, sempre più fluide e monocomponenti. Il mercato», conclude, «dovrà quindi prepararsi a rispondere a queste nuove esigenze, spostando l’attenzione e creando nuovi prodotti e servizi per i diversi tipi di nuclei familiari», con meno bimbi e più animali.
«Avere un bambino in età adulta moltiplica le aspettative e l’ansia»
Sono saltati i riferimenti sociali, il modello di famiglia è cambiato nel giro di qualche decennio. Anche la scelta di essere genitori è sempre meno contemplata all’interno di una realtà matrimoniale, di un impegno, di un desiderio di stabilità. Il mondo è più complesso e, così, anche la dimensione affettiva e relazionale. I genitori si trovano immersi in una realtà social dove non mancano esperti di ogni cosa pronti a dispensare consigli. Le soluzioni a tutte le domande si trovano nel giro di qualche secondo, ma regna anche una pressione di perfezionismo patinato a cui è difficile sottrarsi, specie quando l’arrivo di un bebè rende naturalmente più vulnerabili e incerti. I figli, però «non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di autenticità», avverte David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi.
Quali difficoltà si trovano ad affrontare oggi i neogenitori ?
«Molteplici e interdipendenti. C’è, innanzitutto, un tema sociale: negli ultimi anni, è diventato quasi obbligatorio per entrambi i genitori lavorare. Questo ha ridotto la presenza costante di almeno un genitore nel crescere i figli. Poi, c’è la questione dei servizi: in Italia, purtroppo, non brilliamo in termini di supporto alla genitorialità. In assenza dei nonni, spesso è davvero complicato riuscire a conciliare tutto».
Certo, mancano asili nido, scuole a tempo pieno, politiche che vengano incontro alle esigenze familiari con un equilibrio tra vita professionale e familiare. Ma c’è anche dell’altro?
«Sì, c’è un aspetto psicologico importante. Oggi i genitori sentono una forte pressione a essere perfetti, e questo crea molte ansie. Viviamo in una cultura che, negli anni, ha alimentato questa idea di genitore perfetto, ma io credo che i figli abbiano più bisogno di genitori autentici che perfetti. Servono genitori in grado di mettersi in gioco, di essere sé stessi. I bambini non cercano la perfezione, ma un riferimento, autenticità».
Nella concretezza, quali altre sfide devono affrontare mamme e papà con l’arrivo di un figlio o una figlia?
«Sicuramente quella di trovare un equilibrio tra la dimensione affettiva e il dare delle regole. Negli anni passati si tendeva a dare regole in modo eccessivo. Oggi, invece, sembra quasi che si abbia paura di farlo. Ma i ragazzi hanno bisogno di entrambe le cose: hanno bisogno di affetto e di regole, e di avere accanto un genitore che sia un punto di riferimento adulto, non solo un amico. Viviamo una crisi del modello adulto. Mentre fino a qualche decina d’anni fa la transizione all’età adulta era più netta, oggi abbiamo persone di 30, 40, perfino 50 anni che non si sentono ancora completamente adulti. Non è un giudizio, è una realtà che vediamo sempre di più. Quindi sì, anche prima di diventare genitori, servirebbe una riflessione sulla maturità e sulla responsabilità, perché essere genitore richiede di assumere un ruolo adulto».
Parlando di contesto sociale, oggi le soluzioni sembrano più facili da raggiungere: una ricerca su web e si trova la risposta. Quali sono i risvolti nel confronto con i figli?
«Noi viviamo in un mondo apparentemente semplice e comodo, ma in realtà è molto complesso e da molti punti di vista. Rispetto al passato, c’è un flusso continuo di informazioni: i social media, il web. Siamo immersi in un contesto pieno di stimoli e pressioni. In passato, l’infanzia era più semplice anche nelle dinamiche sociali: giocavamo per strada, avevamo meno distrazioni. Oggi invece tutto è più complesso, e questo si riflette anche nel disorientamento sul ruolo del genitore».
Invece di tanti esperti, i genitori potrebbero beneficiare di un altro tipo di supporto?
«Sì, come psicologi crediamo sarebbe utile una sorta di scuola per genitori, ma non per insegnare una performance genitoriale. Servirebbe per aiutare a riscoprire l’autenticità e la naturalezza di questo ruolo. Non si tratta di imparare a essere genitori perfetti, ma di recuperare un equilibrio, di affrontare la genitorialità con consapevolezza, responsabilità, ma anche con più semplicità e più naturalezza. Oggi, diventando genitori a un’età più adulta, ci sono tantissime aspettative sui figli, si moltiplicano così le ansie e i dubbi che si cercano di arginare interrogando i social, invece che attingendo dal proprio vissuto e dai propri genitori».
È quindi una questione anagrafica?
«Un tempo si diventava genitori intono ai 20 anni, non con meno incertezze, ma con più capacità di mettersi in gioco, con semplicità, da adulti responsabili e non ossessionati dalla perfezione».
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Un tempo c’erano i consigli della nonna e un’unica figura medica di riferimento. Oggi abbondano gli specialisti, dall’osteopata alla puericultrice al nutrizionista... Ma sono davvero tutti necessari?Il presidente dell’Ordine degli psicologi David Lazzari: «Mamme e papà sono ossessionati dalla perfezione. Hanno paura a dare regole e per ogni dubbio interrogano il Web. Un tempo ci si metteva in gioco più facilmente».Lo speciale contiene due articoliUn esercito di esperti ha soppiantato balie e tate. A supportare neogenitori confusi, alle prese con il bebè, c’è un moltiplicarsi di specialisti (più o meno qualificati) raggiungibili online in community, app, podcast e tutorial. Su web e social, a disposizione di mamme e papà inesperti e ansiosi, alle prese con il neonato - il primo e spesso anche l’ultimo o l’unica - si offrono i servizi più disparati. Alla distanza di un clic è un pullulare di specialisti, pronti a risolvere ogni dubbio prima, durante e dopo l’arrivo di un erede - fino alla sua maggiore età - e, addirittura, app per co-genitori, cioè mamme e papà che stanno insieme, senza essere una coppia, ma solo per fare un figlio. Accanto a ginecologi e sessuologi - che entrano in gioco, prodighi di consigli, ben prima del concepimento - non possono mancare ostetriche, puericultrici specializzate in allattamento, pedagogisti clinici, l’osteopata per la gravidanza e quello pediatrico, ovviamente psicologi per ogni evenienza, personal trainer per tornare in forma dopo il parto o per l’allenamento funzionale e, chiaramente, il nutrizionista. Altro che la tata, il pediatra o le nonne del piccolo o della neonata: oggi è l’algoritmo a fornire suggerimenti in post e video dedicati a temi specifici, oppure in portali come parentsmile. La piattaforma, fondata da una mamma sulla base della sua esperienza, per esempio, «offre servizi medici, formativo-educativi, assistenziali e per il fitness, il tutto in un unico hub». I servizi, si legge nel sito, «sono prenotabili h24, 7/7, 365 giorni l’anno, con conferma immediata ed erogati esclusivamente da professionisti altamente qualificati con titoli legalmente riconosciuti», per i quali sono disponibili le tariffe, tendenzialmente orarie, che vanno dai 50-60 euro a 100, se vengono a domicilio. Difficile fare un censimento, le community si creano attorno a genitori, specialisti, associazioni e possono essere indipendenti o sponsorizzati da marchi di prodotti per l’infanzia. È il caso del Pampers Village, progetto lanciato nel 2021, con articoli e podcast per dare consigli, rispondere dubbi e condividere storie, sviluppato insieme a Heart4Children, un’associazione di promozione sociale, con il contributo di Mind4Children, spin-off dell’Università di Padova. «Le community online, sia indipendenti, sia sponsorizzate dai brand, funzionano come canali di passaparola digitale e soddisfano bisogni tipici dei neogenitori», spiega Fulvio Fortezza, professore associato di Marketing al Dipartimento di Economia e management dell’Università di Ferrara. «Oltre offrire consigli, aiutano a creare un senso di appartenenza, diventando veri e propri spazi di mutuo sostegno. I forum nati in modo indipendente vengono spesso affiancati da spazi creati e moderati dalle aziende che organizzano eventi e forniscono contenuti utili, integrando suggerimenti con l’offerta dei loro prodotti. Più che di una manipolazione», osserva l’esperto, «si tratta di un’operazione che risponde a un’esigenza reale, di consumatori più ansiosi, meno sicuri» e attenti a «evitare errori». Il marketing, quindi, fa solo il suo mestiere in una società «in cui molti riferimenti familiari e sociali tradizionali sono scomparsi o si sono indeboliti», argomenta Fortezza. «Una volta il sapere su come crescere i figli veniva trasmesso dai familiari o dai vicini di casa. Oggi si cerca sostegno su Google, blog, app e community online. Il web ha portato a una trasformazione: non c’è più il consiglio del genitore o della nonna, ma quello di altri genitori o di esperti attraverso le community online. Di fronte a questa autonomia, i brand trovano terreno fertile per inserirsi e proporsi». Del resto, la depressione perinatale, secondo l’Istituto superiore di sanità, colpisce circa il 10-20% delle donne e il 2-10% degli uomini. Allo stesso modo, la percentuale di ansia nel periodo perinatale varia dall’11 al 25% per le donne e dall’8 al 20% per gli uomini. I genitori spesso percepiscono anche uno stress legato al ruolo, che viene definito parenting stress, che porta a percepire il bambino come particolarmente richiedente e difficile da accudire. Così, quasi sei neogenitori su dieci dichiarano il desiderio di avere un supporto psicologico - anche se poi dolo il 4% segue il percorso con un professionista - come rivela un’indagine diffusa in queste settimane da Nestlé e sviluppata in Italia insieme a Unobravo. Certo, la survey rivela anche il dato incoraggiante che 8 intervistati su 10 rifarebbe la scelta di mettere al mondo un figlio ed evidenzia un maggiore coinvolgimento del padre nel prendersi cura del piccolo, ma non aiutano le pressioni e le aspettative sociali e familiari dichiarate dal 40%. Inoltre, un recente studio della Ohio State University segnala che il 62% dei genitori, a causa della nuova responsabilità, si sente estremamente stanco e quasi il 40% ritiene di non avere un adeguato supporto nel suo ruolo. «Questo è collegato alla trasformazione della società», rimarca il professore. «Prima il concetto di famiglia era diverso», si era di più, più vicini «e presenti». Oggi è tutto più frammentato, «sono saltati i legami, cresce il numero dei single e dei single di ritorno», e «il web è pervasivo: viene interrogato su tutto» e offre di tutto. Accanto all’osteopata, che dovrebbe essere interrogato per valutare eventuali squilibri o possibili tensioni che si possono essere verificate nel piccolo nel corso del parto o nell’allattamento, non mancano la puericultrice e il nutrizionista, prodigo di consigli per la dieta migliore per questa funzione. Per interpretare poi il significato del pianto e capire se si tratti di fame, stanchezza o fastidio, viene in aiuto una app, a dare il verdetto. Se poi si ha un animale domestico, c’è lo psicologo con tutta una serie di accorgimenti per evitare che si ingelosisca con l’arrivo del bimbo o della bimba. A tale proposito, parallelamente, «sta crescendo il mercato legato agli animali domestici», riflette Fortezza. Diversi studi evidenziano che per i pet «si sviluppa un grado di attaccamento equiparabile a quello che si sviluppa verso un figlio o una figlia. Questo affetto porta all’acquisto di prodotti specifici e di qualità per gli animali, tanto che, in alcuni supermercati, i reparti dedicati agli amici a quattro zampe sono paragonabili, in dimensioni, a quelli dei prodotti per l’infanzia. È ormai comune vedere che le spese per il pet care siano considerevoli, con una gamma merceologica in costante espansione: cibo, accessori e altri servizi». Guardando al futuro, è probabile che il fenomeno dell’informazione digitale e dei servizi per i genitori «raggiunga la maturità, ma si assisterà a nuove evoluzioni nelle necessità di consumo, a supporto di altre categorie di utenti. Stiamo assistendo a un cambiamento sociale che riguarda anche le famiglie, sempre più fluide e monocomponenti. 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Il mondo è più complesso e, così, anche la dimensione affettiva e relazionale. I genitori si trovano immersi in una realtà social dove non mancano esperti di ogni cosa pronti a dispensare consigli. Le soluzioni a tutte le domande si trovano nel giro di qualche secondo, ma regna anche una pressione di perfezionismo patinato a cui è difficile sottrarsi, specie quando l’arrivo di un bebè rende naturalmente più vulnerabili e incerti. I figli, però «non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di autenticità», avverte David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi. Quali difficoltà si trovano ad affrontare oggi i neogenitori ? «Molteplici e interdipendenti. C’è, innanzitutto, un tema sociale: negli ultimi anni, è diventato quasi obbligatorio per entrambi i genitori lavorare. Questo ha ridotto la presenza costante di almeno un genitore nel crescere i figli. Poi, c’è la questione dei servizi: in Italia, purtroppo, non brilliamo in termini di supporto alla genitorialità. In assenza dei nonni, spesso è davvero complicato riuscire a conciliare tutto». Certo, mancano asili nido, scuole a tempo pieno, politiche che vengano incontro alle esigenze familiari con un equilibrio tra vita professionale e familiare. Ma c’è anche dell’altro? «Sì, c’è un aspetto psicologico importante. Oggi i genitori sentono una forte pressione a essere perfetti, e questo crea molte ansie. Viviamo in una cultura che, negli anni, ha alimentato questa idea di genitore perfetto, ma io credo che i figli abbiano più bisogno di genitori autentici che perfetti. Servono genitori in grado di mettersi in gioco, di essere sé stessi. I bambini non cercano la perfezione, ma un riferimento, autenticità». Nella concretezza, quali altre sfide devono affrontare mamme e papà con l’arrivo di un figlio o una figlia? «Sicuramente quella di trovare un equilibrio tra la dimensione affettiva e il dare delle regole. Negli anni passati si tendeva a dare regole in modo eccessivo. Oggi, invece, sembra quasi che si abbia paura di farlo. Ma i ragazzi hanno bisogno di entrambe le cose: hanno bisogno di affetto e di regole, e di avere accanto un genitore che sia un punto di riferimento adulto, non solo un amico. Viviamo una crisi del modello adulto. Mentre fino a qualche decina d’anni fa la transizione all’età adulta era più netta, oggi abbiamo persone di 30, 40, perfino 50 anni che non si sentono ancora completamente adulti. Non è un giudizio, è una realtà che vediamo sempre di più. Quindi sì, anche prima di diventare genitori, servirebbe una riflessione sulla maturità e sulla responsabilità, perché essere genitore richiede di assumere un ruolo adulto». Parlando di contesto sociale, oggi le soluzioni sembrano più facili da raggiungere: una ricerca su web e si trova la risposta. Quali sono i risvolti nel confronto con i figli? «Noi viviamo in un mondo apparentemente semplice e comodo, ma in realtà è molto complesso e da molti punti di vista. Rispetto al passato, c’è un flusso continuo di informazioni: i social media, il web. Siamo immersi in un contesto pieno di stimoli e pressioni. In passato, l’infanzia era più semplice anche nelle dinamiche sociali: giocavamo per strada, avevamo meno distrazioni. Oggi invece tutto è più complesso, e questo si riflette anche nel disorientamento sul ruolo del genitore». Invece di tanti esperti, i genitori potrebbero beneficiare di un altro tipo di supporto? «Sì, come psicologi crediamo sarebbe utile una sorta di scuola per genitori, ma non per insegnare una performance genitoriale. Servirebbe per aiutare a riscoprire l’autenticità e la naturalezza di questo ruolo. Non si tratta di imparare a essere genitori perfetti, ma di recuperare un equilibrio, di affrontare la genitorialità con consapevolezza, responsabilità, ma anche con più semplicità e più naturalezza. Oggi, diventando genitori a un’età più adulta, ci sono tantissime aspettative sui figli, si moltiplicano così le ansie e i dubbi che si cercano di arginare interrogando i social, invece che attingendo dal proprio vissuto e dai propri genitori». È quindi una questione anagrafica? «Un tempo si diventava genitori intono ai 20 anni, non con meno incertezze, ma con più capacità di mettersi in gioco, con semplicità, da adulti responsabili e non ossessionati dalla perfezione».
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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