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2019-06-18
Il Pd si brucia anche in Sardegna. Cagliari e Alghero al centrodestra
Ansa
Dalla Sardegna un'altra sberla per il Pd. E la conferma del risultato delle regionali dello scorso 24 febbraio, quando Christian Solinas (centrodestra) è diventato presidente. Infatti, nelle elezioni amministrative di domenica il centrodestra ha conquistato al primo turno Cagliari e Alghero, strappando entrambe al centrosinistra. Paolo Truzzu, consigliere regionale di Fdi (e Sentinella in piedi), sostenuto dalla Lega e dall'intero centrodestra, oltre che dal Partito sardo d'azione e da diverse liste civiche, è il nuovo sindaco di Cagliari, dopo otto anni di sinistra, con il 50,25% delle preferenze mentre la rivale, Francesca Ghirra, assessore uscente di centrosinistra, si è fermata al 47,5%. «Chiederemo il riconteggio», ha detto, «ci sono 80 voti per il ballottaggio. Serve prudenza per valutare cosa succederà nei prossimi giorni: ci sono 1.300 schede nulle e oltre 20 contestate». Il candidato di Verdes, Angelo Cremone, ha riportato il 2,10% e la Ghirra, nell'ipotesi di un ballottaggio, non ha escluso accordi.
«A Cagliari risultato senza precedenti: Fratelli d'Italia raggiunge il 12%», ha commentato la leader Giorgia Meloni. Se il risultato di Truzzu, storico esponente di Fdi, dovesse essere confermato, sarebbe il più importante tra i 28 Comuni sardi chiamati al voto, dove si è registrata un'affluenza del 55,33%, in calo circa 8 punti rispetto al 63,1% della precedente tornata.
Il centrodestra ha vinto al primo turno anche ad Alghero, dove Mario Conoci, candidato del Partito sardo d'azione appoggiato dalla Lega, con il 53% dei voti ha sconfitto il sindaco uscente, Mario Bruno, del centrosinistra (31,9%), mentre il candidato del M5s, Roberto Ferrara, si è fermato al 14,97%.
Si andrà invece al ballottaggio il 30 giugno a Sassari: davanti c'è il centrosinistra, con il magistrato Mariano Brianda al 33,7%, seguito dall'ex primo cittadino di An, Nanni Campus (30,8%), alla guida di tre liste civiche, seguono Mariolino Andria per il centrodestra (16,3%) e Maurilio Murru del M5s (14,3%).
A parte l'incognita Sassari, il Pd deve registrare ancora una sonora sconfitta. «I risultati non sono incoraggianti, dobbiamo riflettere», ha ammesso ieri il segretario, Nicola Zingaretti, consapevole del fallimento del test di Cagliari: alle europee del 26 maggio il Pd era risultato primo partito con il 30,99%, in controtendenza rispetto al resto della Sardegna che aveva visto il Carroccio in testa alla classifica delle preferenze. Domenica invece è stato il centrodestra a trazione salviniana a ottenere il risultato migliore. La coalizione di centrodestra, con Lega e Partito sardo d'azione, ha confermato la sua forza mentre per il M5s c'è stata una nuova battuta d'arresto e sfiducia e, a guardare il voto di Cagliari, dove il Movimento non si è presentato, la conferma che i grillini poi restano a casa e non scelgono tra sinistra e destra.
E da ieri la Sardegna ha anche il suo primo sindaco leghista: è Titino Cau, eletto a Illorai (Sassari), 830 abitanti, nella Barbagia: una sola lista che ha superato il quorum del 50% (63%), 444 voti.
Nella provincia sassarese, Fabrizio Demelas è il nuovo primo cittadino di Sorso con il 41%. A Golfo Aranci prende il 58% il vicesindaco uscente Mario Mulas (Cd-Civica). La stessa lista con Antonio Capula vince anche a Castelsardo mentre a Putifigari ottiene il quorum l'unico candidato, Giacomo Contini. Nel Cagliaritano, a Sinnai, vince il centrosinistra con Tarcisio Anedda. A Monserrato si andrà al ballottaggio tra l'ex sindaco, Tomaso Locci, sostenuto da tre liste civiche, e Valentina Picciau, all'inseguimento, appoggiata dal Pd e da due civiche.
Eletti i sindaci dei quattro paesi della provincia di Oristano. A Bosa è sindaco Pier Franco Casula, a Magomadas Emanuele Cauli, a Sini il sindaco eletto è Biagino Atzori mentre a Sorradile passa Pietro Arca. In Provincia di Nuoro a Onani è stata eletta Clara Michelangeli, a Ortueri Francesco Carta, a Sarule conquista il municipio Paolo Ledda, a Tortolì è stato eletto Massimo Cannas e a Villagrande Strisaili il sindaco è Alessio Seoni.
Nella provincia Sud Sardegna sono stati eletti nove sindaci. A Calasetta, nell'isola di Sant'Antioco, per la prima volta una donna sindaco, Claudia Mura; a Esterzili passa Renato Melis, che con un'unica lista in campo doveva solo superare il quorum, così come a Genoni, dove vince Gianluca Serra. Paola Casula è il nuovo sindaco di Guasila mentre Enrico Cocco è il nuovo sindaco di Samatzai. Secondo mandato per Carlo Tomasi a San Gavino Monreale, a Sant'Anna Arresi vince Anna Maria Teresa Diana, Pantaleo Tolloru a Serrenti e Gianluca Dessì a Villasimius.
Giorgia mette la freccia e supera Fi
Mentre il fondatore, Silvio Berlusconi, e l'ex delfino, Giovanni Toti, si accapigliano attorno alle vestigia, da Cagliari arriva una folata di maestrale sul centrodestra. Nel capoluogo sardo Fratelli d'Italia elegge un suo uomo, Paolo Truzzu, e sfiora il 12 per cento, doppiando sia Lega che forzisti. Ora si frega le mani, pregustando il sorpasso sugli azzurri: avvitati tra lotte intestine, imminenti scissioni ed elettori disillusi. Le urne isolane, per il Cavaliere, sono solo l'ultimo campanello d'allarme. Il partito guidato da Giorgia Meloni adesso potrebbe davvero diventare la seconda gamba della coalizione.
Era nell'aria, del resto. Dopo anni vissuti danzando attorno all'esistenziale soglia del 4 per cento, da mesi il vento è cambiato. Lo scorso febbraio, Marco Marsilio viene eletto governatore in Abruzzo e Fratelli d'Italia supera il 6 per cento. Anche le successive regionali, in Basilicata e Sardegna, confermano la crescita. Sancita dal 6,7 per cento ottenuto alle europee. E ratificata dall'elezione di due sindaci di qualche peso: a Piombino, roccaforte rossa, e ad Ascoli.
Eppure quella di Giorgia Meloni appariva, fino a qualche tempo fa, una lunga traversata nel deserto. Tutto comincia nel 2009, quando il Pdl a matrice berlusconiana fagocita Alleanza nazionale. Creando dissidi e dissapori. Il «che fai mi cacci?» dell'allora leader Gianfranco Fini, e i suoi seguenti inciampi, sembrano sancire la fine degli orgogliosi eredi del Movimento sociale di Giorgio Almirante.
Alla fine del 2012 nasce però Fratelli d'Italia. Alla guida c'è un triumvirato. Dentro c'è una vecchia volpe della politica, come Ignazio La Russa. E poi ci sono «il gigante e la bambina»: Guido Crosetto e, appunto, Giorgia Meloni. Attorno a loro si radunano tanti ex dirigenti di Azione Giovani, il movimento dei virgulti di Alleanza nazionale: giovani combattivi, legati al territorio, con buon seguito. Oggi sono i fedelissimi della leader. Sono Carlo Fidanza, appena eletto europarlamentare, responsabile degli enti locali del partito. Andrea Delmastro, presidente della giunta per le autorizzazioni. Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera. E, a capo dell'organizzazione, Giovanni Donzelli. Che, laconicamente, spiega: «Gli elettori apprezzano la nostra coerenza. Non ci siamo mai alleati, né con il Pd né con i 5 stelle, e abbiamo una linea politica chiara». Sovranista. «Certo, ma con una particolare attenzione all'Italia che produce». Insomma: Dio, patria, famiglia. E portafogli. L'obiettivo, adesso, è recuperare i consensi di Alleanza nazionale. I sondaggi interni confermano che il 70 per cento dei vecchi elettori è stato riacciuffato. Ovviamente, però, si pesca anche dal bacino forzista. Da mesi, è in corso una discreta campagna acquisti fra gli azzurri, per cercare di allargare base e consenso elettorale.
Le prove generali sono state le recenti europee. L'ex governatore berlusconiano, Raffaele Fitto, viene eletto al Sud con più di 83.000 voti. Meno brillante il risultato nel Nordest di Elisabetta Gardini. Che però porta in dote l'ambito voto cattolico. Così come Federica Picchi Roncali, in lista nel Centro Italia. Mentre, nel Meridione, ha abbondantemente pescato tra pensionati e dipendenti Denis Nesci, presidente del patronato Epas, raccogliendo più di 50 mila preferenze.
Eppure «la signora Meloni», come la chiama il Cavaliere malcelando stizza, pare non volersi accontentare: «Lavoro per costruire il centrodestra del futuro» rilancia. «E Fratelli d'Italia, già un anno fa, ha lanciato un appello per aprire i propri confini». Tra gli aderenti c'era il governatore siciliano, Nello Musumeci, con cui intanto i rapporti si sono raffreddati. E poi l'attivissimo Toti, che però vorrebbe prima annettere le truppe dei berlusconiani delusi. Ma la faida tra gli azzurri continua e il presidente ligure temporeggia. Mentre Fratelli d'Italia, compatta come una falange, aumenta voti e attrae a sua volta disillusi. Così Giorgia rischia di ballare da sola. Una sorte che, adesso, le sembra più luminosa che mai.
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Ennesimo ceffone per i dem, che perdono le loro roccaforti. E provano a contestare il risultato del capoluogo chiedendo il riconteggio. Sassari al ballottaggio. La Lega conquista il primo Comune isolano della sua storia.Exploit di Fratelli d'Italia ai danni degli azzurri. Sfiorando il 12 per cento si propone come seconda gamba della coalizione. Mentre prosegue la rissa tra Silvio Berlusconi e Giovanni Toti.Lo speciale contiene due articoliDalla Sardegna un'altra sberla per il Pd. E la conferma del risultato delle regionali dello scorso 24 febbraio, quando Christian Solinas (centrodestra) è diventato presidente. Infatti, nelle elezioni amministrative di domenica il centrodestra ha conquistato al primo turno Cagliari e Alghero, strappando entrambe al centrosinistra. Paolo Truzzu, consigliere regionale di Fdi (e Sentinella in piedi), sostenuto dalla Lega e dall'intero centrodestra, oltre che dal Partito sardo d'azione e da diverse liste civiche, è il nuovo sindaco di Cagliari, dopo otto anni di sinistra, con il 50,25% delle preferenze mentre la rivale, Francesca Ghirra, assessore uscente di centrosinistra, si è fermata al 47,5%. «Chiederemo il riconteggio», ha detto, «ci sono 80 voti per il ballottaggio. Serve prudenza per valutare cosa succederà nei prossimi giorni: ci sono 1.300 schede nulle e oltre 20 contestate». Il candidato di Verdes, Angelo Cremone, ha riportato il 2,10% e la Ghirra, nell'ipotesi di un ballottaggio, non ha escluso accordi. «A Cagliari risultato senza precedenti: Fratelli d'Italia raggiunge il 12%», ha commentato la leader Giorgia Meloni. Se il risultato di Truzzu, storico esponente di Fdi, dovesse essere confermato, sarebbe il più importante tra i 28 Comuni sardi chiamati al voto, dove si è registrata un'affluenza del 55,33%, in calo circa 8 punti rispetto al 63,1% della precedente tornata.Il centrodestra ha vinto al primo turno anche ad Alghero, dove Mario Conoci, candidato del Partito sardo d'azione appoggiato dalla Lega, con il 53% dei voti ha sconfitto il sindaco uscente, Mario Bruno, del centrosinistra (31,9%), mentre il candidato del M5s, Roberto Ferrara, si è fermato al 14,97%. Si andrà invece al ballottaggio il 30 giugno a Sassari: davanti c'è il centrosinistra, con il magistrato Mariano Brianda al 33,7%, seguito dall'ex primo cittadino di An, Nanni Campus (30,8%), alla guida di tre liste civiche, seguono Mariolino Andria per il centrodestra (16,3%) e Maurilio Murru del M5s (14,3%).A parte l'incognita Sassari, il Pd deve registrare ancora una sonora sconfitta. «I risultati non sono incoraggianti, dobbiamo riflettere», ha ammesso ieri il segretario, Nicola Zingaretti, consapevole del fallimento del test di Cagliari: alle europee del 26 maggio il Pd era risultato primo partito con il 30,99%, in controtendenza rispetto al resto della Sardegna che aveva visto il Carroccio in testa alla classifica delle preferenze. Domenica invece è stato il centrodestra a trazione salviniana a ottenere il risultato migliore. La coalizione di centrodestra, con Lega e Partito sardo d'azione, ha confermato la sua forza mentre per il M5s c'è stata una nuova battuta d'arresto e sfiducia e, a guardare il voto di Cagliari, dove il Movimento non si è presentato, la conferma che i grillini poi restano a casa e non scelgono tra sinistra e destra.E da ieri la Sardegna ha anche il suo primo sindaco leghista: è Titino Cau, eletto a Illorai (Sassari), 830 abitanti, nella Barbagia: una sola lista che ha superato il quorum del 50% (63%), 444 voti. Nella provincia sassarese, Fabrizio Demelas è il nuovo primo cittadino di Sorso con il 41%. A Golfo Aranci prende il 58% il vicesindaco uscente Mario Mulas (Cd-Civica). La stessa lista con Antonio Capula vince anche a Castelsardo mentre a Putifigari ottiene il quorum l'unico candidato, Giacomo Contini. Nel Cagliaritano, a Sinnai, vince il centrosinistra con Tarcisio Anedda. A Monserrato si andrà al ballottaggio tra l'ex sindaco, Tomaso Locci, sostenuto da tre liste civiche, e Valentina Picciau, all'inseguimento, appoggiata dal Pd e da due civiche.Eletti i sindaci dei quattro paesi della provincia di Oristano. A Bosa è sindaco Pier Franco Casula, a Magomadas Emanuele Cauli, a Sini il sindaco eletto è Biagino Atzori mentre a Sorradile passa Pietro Arca. In Provincia di Nuoro a Onani è stata eletta Clara Michelangeli, a Ortueri Francesco Carta, a Sarule conquista il municipio Paolo Ledda, a Tortolì è stato eletto Massimo Cannas e a Villagrande Strisaili il sindaco è Alessio Seoni.Nella provincia Sud Sardegna sono stati eletti nove sindaci. A Calasetta, nell'isola di Sant'Antioco, per la prima volta una donna sindaco, Claudia Mura; a Esterzili passa Renato Melis, che con un'unica lista in campo doveva solo superare il quorum, così come a Genoni, dove vince Gianluca Serra. Paola Casula è il nuovo sindaco di Guasila mentre Enrico Cocco è il nuovo sindaco di Samatzai. Secondo mandato per Carlo Tomasi a San Gavino Monreale, a Sant'Anna Arresi vince Anna Maria Teresa Diana, Pantaleo Tolloru a Serrenti e Gianluca Dessì a Villasimius.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-si-brucia-anche-in-sardegna-cagliari-e-alghero-al-centrodestra-2638894652.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giorgia-mette-la-freccia-e-supera-fi" data-post-id="2638894652" data-published-at="1770796713" data-use-pagination="False"> Giorgia mette la freccia e supera Fi Mentre il fondatore, Silvio Berlusconi, e l'ex delfino, Giovanni Toti, si accapigliano attorno alle vestigia, da Cagliari arriva una folata di maestrale sul centrodestra. Nel capoluogo sardo Fratelli d'Italia elegge un suo uomo, Paolo Truzzu, e sfiora il 12 per cento, doppiando sia Lega che forzisti. Ora si frega le mani, pregustando il sorpasso sugli azzurri: avvitati tra lotte intestine, imminenti scissioni ed elettori disillusi. Le urne isolane, per il Cavaliere, sono solo l'ultimo campanello d'allarme. Il partito guidato da Giorgia Meloni adesso potrebbe davvero diventare la seconda gamba della coalizione. Era nell'aria, del resto. Dopo anni vissuti danzando attorno all'esistenziale soglia del 4 per cento, da mesi il vento è cambiato. Lo scorso febbraio, Marco Marsilio viene eletto governatore in Abruzzo e Fratelli d'Italia supera il 6 per cento. Anche le successive regionali, in Basilicata e Sardegna, confermano la crescita. Sancita dal 6,7 per cento ottenuto alle europee. E ratificata dall'elezione di due sindaci di qualche peso: a Piombino, roccaforte rossa, e ad Ascoli. Eppure quella di Giorgia Meloni appariva, fino a qualche tempo fa, una lunga traversata nel deserto. Tutto comincia nel 2009, quando il Pdl a matrice berlusconiana fagocita Alleanza nazionale. Creando dissidi e dissapori. Il «che fai mi cacci?» dell'allora leader Gianfranco Fini, e i suoi seguenti inciampi, sembrano sancire la fine degli orgogliosi eredi del Movimento sociale di Giorgio Almirante. Alla fine del 2012 nasce però Fratelli d'Italia. Alla guida c'è un triumvirato. Dentro c'è una vecchia volpe della politica, come Ignazio La Russa. E poi ci sono «il gigante e la bambina»: Guido Crosetto e, appunto, Giorgia Meloni. Attorno a loro si radunano tanti ex dirigenti di Azione Giovani, il movimento dei virgulti di Alleanza nazionale: giovani combattivi, legati al territorio, con buon seguito. Oggi sono i fedelissimi della leader. Sono Carlo Fidanza, appena eletto europarlamentare, responsabile degli enti locali del partito. Andrea Delmastro, presidente della giunta per le autorizzazioni. Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera. E, a capo dell'organizzazione, Giovanni Donzelli. Che, laconicamente, spiega: «Gli elettori apprezzano la nostra coerenza. Non ci siamo mai alleati, né con il Pd né con i 5 stelle, e abbiamo una linea politica chiara». Sovranista. «Certo, ma con una particolare attenzione all'Italia che produce». Insomma: Dio, patria, famiglia. E portafogli. L'obiettivo, adesso, è recuperare i consensi di Alleanza nazionale. I sondaggi interni confermano che il 70 per cento dei vecchi elettori è stato riacciuffato. Ovviamente, però, si pesca anche dal bacino forzista. Da mesi, è in corso una discreta campagna acquisti fra gli azzurri, per cercare di allargare base e consenso elettorale. Le prove generali sono state le recenti europee. L'ex governatore berlusconiano, Raffaele Fitto, viene eletto al Sud con più di 83.000 voti. Meno brillante il risultato nel Nordest di Elisabetta Gardini. Che però porta in dote l'ambito voto cattolico. Così come Federica Picchi Roncali, in lista nel Centro Italia. Mentre, nel Meridione, ha abbondantemente pescato tra pensionati e dipendenti Denis Nesci, presidente del patronato Epas, raccogliendo più di 50 mila preferenze. Eppure «la signora Meloni», come la chiama il Cavaliere malcelando stizza, pare non volersi accontentare: «Lavoro per costruire il centrodestra del futuro» rilancia. «E Fratelli d'Italia, già un anno fa, ha lanciato un appello per aprire i propri confini». Tra gli aderenti c'era il governatore siciliano, Nello Musumeci, con cui intanto i rapporti si sono raffreddati. E poi l'attivissimo Toti, che però vorrebbe prima annettere le truppe dei berlusconiani delusi. Ma la faida tra gli azzurri continua e il presidente ligure temporeggia. Mentre Fratelli d'Italia, compatta come una falange, aumenta voti e attrae a sua volta disillusi. Così Giorgia rischia di ballare da sola. Una sorte che, adesso, le sembra più luminosa che mai.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 febbraio con Carlo Cambi
Sul decreto per inviare nuovi aiuti militari all’Ucraina il governo pone, per la prima volta, la fiducia. Il motivo? Capire fino a che punto è disposto a spingersi Futuro nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, contrario all’invio a Kiev di nuove armi, che annovera tra le sue fila tre deputati: Edoardo Ziello e Rossano Sasso, fuoriusciti dalla Lega, e Emanuele Pozzolo, ex Fdi. L’annuncio della questione di fiducia è stato dato ieri mattina a Montecitorio dal ministro della Difesa Guido Crosetto: «La questione di fiducia», ha detto Crosetto, «obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire, su un tema politico così rilevante, che continuano ad appoggiare il governo. È un atto che dà ancora più forza. Non è un modo per scappare da una crisi interna». La chiama per il voto di fiducia è in programma oggi a partire dalle 13 e 30, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 11 e 50. La tesi dell’opposizione, e pure di Fn, è che la questione di fiducia serva a evitare la discussione degli emendamenti che chiedono lo stop agli aiuti militari a Kiev presentati dagli stessi vannacciani, dal M5s e da Avs, ma è una tesi che non convince più di tanto: mentre infatti pentastellati e sinistra voteranno tranquillamente contro la fiducia, adesso sono i tre moschettieri del generale a dover decidere cosa fare: astenersi o votare contro, infatti, significa uscire dalla maggioranza, e a quel punto chi sa se mai più potranno essere accolti nel centrodestra. Non a caso, prendono tempo: «Cosa voteremo domani (oggi, ndr) in Aula? È oggetto di decisione del nostro capo, il generale Vannacci, che ho avuto modo di sentire e che mi ha confermato che sarà lui sostanzialmente a darci una indicazione prima della chiama nominale». «Siamo in una fase di valutazione tra la nostra componente parlamentare e il presidente del partito, Vannacci», conferma Rossano Sasso, «e domani (oggi, ndr), prima di arrivare in Aula per la famosa chiama, ve lo faremo sapere».
Vi faremo sapere: le acrobazie dialettiche dei neo futuristi nazionalisti stridono un po’ coi modi spicci e franchi di Vannacci, ma l’effetto sorpresa può anche essere un modo per conquistare le prime pagine dei giornali di oggi. In termini numerici, se i tre dovessero uscire dalla maggioranza, i problemi per il centrodestra ci sarebbero ma non gravissimi; dal punto di vista politico, però, si sancirebbe quella spaccatura a destra che è stata un po’ l’incubo nascosto della coalizione di governo, perché Futuro nazionale, con le mani libere, potrebbe intercettare un po’ di elettori delusi dalla postura totalmente filo Ucraina e assai filo Ue del governo guidato da Giorgia Meloni. Vannacci però sa bene che il prezzo da pagare per la rottura sarebbe alto: a quel punto soprattutto la Lega, bersaglio degli attacchi di Fn, avrebbe tutte le ragioni per mettere il veto a qualsiasi futura alleanza con gli scissionisti, che ieri, attorniati da tante telecamere come non era loro mai accaduto, hanno srotolato pure il canonico striscione: «Stop soldi per Zelensky, più sicurezza per gli italiani». C’è anche qualche osservatore assai fantasioso che ipotizza che la nascita di Fn serva invece a tenere gli scontenti di destra nell’alveo di un partito che sarà comunque nel centrodestra alle prossime politiche del 2027: scenario totalmente da escludere se non fossimo in Italia, Paese dei dietrofront politici per antonomasia. «Noi siamo interlocutori del centrodestra», argomenta un assai cauto Sasso, «e faremo di tutto per non far vincere Schlein, Fratoianni e Conte».
«Cosa faranno i deputati di Vannacci? Non lo so, dai frutti li riconosceremo, come dice il Vangelo», risponde a precisa domanda Crosetto, citando l’apostolo Matteo. La parabola in questione recita così: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci». Pecore o lupi rapaci, i vannacciani? Oggi sapremo. Ciò che invece già sappiamo è che a sinistra c’è poco da gioire per le tensioni nella maggioranza: in politica estera, come noto e sancito ancora una volta dagli emendamenti presentati, M5s e Avs sono contrari all’invio di altre armi in Ucraina, mentre il Pd è favorevole. Come di consueto, a spargere sale sulle ferite dem è la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ormai leader di fatto dell’opposizione interna alla segretaria Elly Schlein: «M5s, Avs e i deputati di Futuro nazionale», scrive la Picierno sui social, «hanno presentato una serie di emendamenti per cancellare la proroga dell’invio di aiuti militari all’Ucraina. L’ennesima pagina vergognosa e preoccupante per il nostro Paese. Possibile che un pezzo del campo largo abbia le stesse posizioni di Vannacci?». È evidente che l’ala picierniana del partito si prepara a rinnovare il veto del 2022 a un’alleanza col M5s. I titoli dei giornali di oggi saranno sulla spaccatura nel centrodestra, ma la voragine che divide il campo avversario è assai più pericolosa.
Ucraina nell’Ue, Bruxelles cerca scorciatoie per aggirare i veti
Bruxelles sta cercando degli escamotage per far sì che l’Ucraina aderisca all’Unione europea già il prossimo anno, pur senza aver completato le riforme necessarie.
Nella convinzione che la procedura accelerata sia urgente, alcuni funzionari e diplomatici europei hanno rivelato a Politico che una delle opzioni sul tavolo è il cosiddetto «allargamento inverso»: prima si aderisce e successivamente si inseriscono man mano gli obblighi e i diritti. A parlare di questo modello inedito lo scorso venerdì, secondo un diplomatico, sarebbe stata la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Questa mossa senza precedenti prenderebbe in considerazione alcune fasi. Da una parte, l’attenzione di Bruxelles è rivolta alla preparazione dell’Ucraina e quindi al lavoro che deve svolgere sui cluster negoziali. Dall’altra parte, si starebbero discutendo le modalità con cui rendere più snello il procedimento di adesione all’Ue e quindi la nuova idea dell’«allargamento inverso». Ma con l’opposizione del premier ungherese, Viktor Orbán, all’adesione di Kiev, il piano di Bruxelles includerebbe le opzioni con cui aggirare il suo veto, analizzando diversi scenari. Gli occhi dell’Ue sono infatti puntati sulle prossime elezioni in Ungheria, che si terranno ad aprile: se Orbán dovesse perderle, la speranza è che il suo rivale, il leader del partito di opposizione Tisza, Peter Magyar, abbia un atteggiamento diverso. Ma qualora Orbán venisse confermato premier, il piano B di Bruxelles si appoggerebbe sul presidente americano, Donald Trump: visto che l’adesione dell’Ucraina è inclusa nei 20 punti del piano di pace, l’aspettativa è che il tycoon eserciti il suo ascendente sul leader ungherese, facendogli cambiare idea. E se anche quest’opzione dovesse fallire, l’ultima spiaggia di Bruxelles si chiama articolo 7 del Trattato Ue: è lo strumento con cui si sospendono i diritti di uno Stato membro, incluso quello di voto.
Di certo le visioni di Bruxelles non intralciano l’appoggio di Washington a Orbán, anche in vista delle elezioni: nei prossimi giorni il segretario di Stato americano, Marco Rubio, sarà proprio in Ungheria per «rafforzare gli interessi bilaterali e regionali comuni».
Non è invece ancora chiaro quando si terranno i prossimi trilaterali tra gli Stati Uniti, la Russia e l’Ucraina. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il prossimo round di colloqui si svolgerà a breve, ma «non ci sono ancora date specifiche». Che ci sia «ancora molta strada da fare» per arrivare a un accordo ne è convinto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. In un’intervista rilasciata a Ntv, ha infatti sottolineato: «Non dobbiamo lasciarci andare a una percezione entusiastica di ciò che sta accadendo, cioè che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia messo in riga gli europei e Volodymyr Zelensky pretendendo che obbediscano». Tra l’altro, il viceministro della diplomazia russa, Alexander Grushko, ha ricordato che l’accordo di pace, oltre a dover «tenere conto degli interessi di sicurezza dell’Ucraina», deve anche garantire quelli «della Russia».
Nel frattempo prosegue l’attività del presidente francese, Emmanuel Macron, per aprire un canale di comunicazione con Mosca, senza «delegare» Washington, visto che «la Russia si trova alle nostre porte». Sempre specificando che lo zar russo Vladimir Putin «non vuole la pace», Macron ha dichiarato che il dialogo con Putin deve essere «ben organizzato con gli europei», ma deve anche avvenire senza «troppi interlocutori, con un mandato preciso e una rappresentanza semplice». Dall’altra parte il Cremlino, tramite Peskov, ha confermato che ci sono stati dei primi «contatti» con Parigi e che «ciò, se desiderato e necessario, aiuterà a stabilire rapidamente un dialogo al massimo livello».
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Elly Schlein (Ansa)
Elly Schlein, nel rintuzzare le critiche della sparuta componente riformista in merito al referendum sulla giustizia e sui temi internazionali, ha solennemente chiosato, forte del risultato numerico, che il Pd ha solo una linea. Tanto tuonò che non piovve: la promessa battaglia dei riformisti, capeggiati da Pina Picierno, si è rivelata solo un malinconico dissenso, nella solita litania tipica di questi incontri del Pd.
Diversi osservatori si sono soffermati su questo aspetto, perdendo di vista il vuoto pneumatico di prospettiva politica della relazione del segretario e la buona dose di autoreferenzialità del dibattito interno. Le uniche cose che tengono assieme l’attuale gruppo dirigente del Pd sono le critiche verso le politiche del governo Meloni e la campagna referendaria per il No alla riforma della giustizia, aspetto nel quale ormai il merito ha da tempo lasciato il posto alla volontà di usare la clava referendaria per assestare un colpo al governo di centrodestra. Su tutte le altre tematiche, il nulla: le questioni del posizionamento internazionale e del futuro del cosiddetto «campo largo» che sono strettamente interconnesse, sono state rimandate, e non sembra esserci la consapevolezza del fatto che presto i nodi arriveranno al pettine.
Di fatto la linea di politica estera è la proiezione della politica nazionale e quella che viene proposta oggi dalla sinistra italiana è una coalizione posticcia e fragile, poco utile agli italiani e inadatta nel momento in cui bisognerà operare scelte politiche chiare e nette per la nostra sicurezza e per il nostro futuro. Una comune visione sulla politica estera è indispensabile per essere credibili nei confronti degli altri Paesi, per guadagnare fiducia e prestigio nelle Istituzioni internazionali, Unione europea in testa.
Ma tra Pd e Movimento 5 stelle il confronto vede più differenze sostanziali che punti di visione comune. Del resto una coalizione politica e di governo non può essere gestita come una assemblea studentesca, come la immagina Elly Schlein. Bypassare le contraddizioni interne nascondendole dietro agli attacchi rivolti agli avversari e nemici è troppo facile. Questi temi sono fastidiosi, sia per la sinistra che per il Pd e perciò la polvere viene nascosta sotto il tappeto: oggettivamente non una grande strategia.
Il Pd non è in grado di immaginare un discorso radicalmente nuovo, da sviluppare guardando alla realtà per arrivare a una nuova idea di Italia e di Europa capace di «far pace» con l’Occidente. La destra non solo è più avanti, ma è anche oggettivamente favorita in un Paese che nutre serie preoccupazioni come il nostro, perché sembra aver compreso l’urgenza di rivisitare il vecchio ordine mondiale.
La direzione di qualche giorno fa ha reso evidente invece che, dopo qualche anno della sua ascesa al potere, il gruppo dirigente del principale partito della sinistra italiana si è rivelato un re nudo, privo di un’analisi realistica del mondo, amante di declamazioni retoriche che si rivolgono moralisticamente solo a una parte della società italiana, dimenticando il resto.
Il discorso e lo spirito identitario da cui questo gruppo è animato, incarnato dalla scommessa sul risveglio di un presunto «popolo di sinistra», indica l’incapacità di leggere un Paese segnato negli ultimi anni da bruschi spostamenti elettorali e quindi da un’estrema mobilità, legata ai grandi cambiamenti in corso. Soprattutto quel discorso e quello spirito, rivolti al passato, impediscono di immaginare un futuro che solo un’apertura razionalmente guidata potrebbe «pensare». Il suo profilo non è quindi all’altezza della drammaticità della situazione ed esso è anche, e inaspettatamente, poco energico. Se la destra non inciampa da sola è difficile, nelle condizioni attuali, immaginare che la sinistra possa svolgere un ruolo da protagonista nel prossimo futuro.
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