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2019-11-22
Il Pd ricorre al Tar e prova a stoppare l’indagine di Ferrara sulla sorte dei bimbi
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Come sia andata a finire l'indagine della Regione Emilia Romagna sugli affidi è ormai noto: è stata sepolta sotto metri di terra. Un paio di giorni fa, tutto soddisfatto, il presidente Giuseppe Boschini (ovviamente del Partito democratico) ha annunciato che i lavori d'inchiesta si sono conclusi e il risultato è che nella Regione non c'è niente che non vada. «La magistratura», ha detto Boschini, «accerti e punisca con la massima severità se sono stati commessi reati individuali. Il sistema regionale è migliorabile, ma di qualità», ha aggiunto. Insomma, in Emilia non c'è alcun «allarme sociale diffuso sul tema». Tutto come previsto: la commissione era presieduta dal Pd e aveva un 5 stelle come vice, era scritto che finisse con una cortina fumogena. Come, del resto, era facile immaginare che tendesse all'insabbiamento anche la commissione tecnica che la Regione ha messo in piedi in parallelo. Era formata quasi esclusivamente da esperti che lavorano o hanno lavorato con la Regione medesima: davvero qualcuno poteva pensare che scovassero qualche magagna? Il Partito democratico e le istituzioni emiliane hanno potuto dormire sonni tranquilli: controllori e controllati non avevano motivo per confliggere o danneggiarsi.
Quando però le commissioni di indagine non sono a trazione democratica, beh, allora in quel caso cominciano a sorgere i problemi. In questo senso è emblematico - e anche piuttosto inquietante - il caso di Ferrara. La città, da non molto tempo, ha un sindaco di destra, Alan Fabbri. Una decina di giorni fa, su impulso sovranista, il Consiglio comunale ha approvato l'istituzione di una commissione di inchiesta locale sul sistema di gestione dei minori. Va dato atto alla giunta destrorsa di aver tenuto bassi i toni: «Con il via libera del Consiglio comunale nella nostra città prende vita una Commissione di indagine sulla gestione dei minori allontanati», ha dichiarato l'assessore alle Politiche sociali, Cristina Coletti. Che a scanso di equivoci ha aggiunto: «Sia chiaro: non si tratta di una caccia ai colpevoli ma, come avevamo annunciato in passato, della volontà di approfondire, spinti da un doveroso impegno di trasparenza nei confronti delle famiglie, utenti di un servizio delicatissimo, soprattutto dopo i dubbi sollevati sull'intero sistema dalle inchieste nazionali ancora in corso».
Non sembrano le frasi di chi voglia mettere in piedi una caccia alle streghe con tanto di forconi. Eppure il Partito democratico non è per niente contento. Tanto che ha deciso di presentare un ricorso al Tar per chiedere che la delibera che istituisce la commissione sia dichiarata illegittima.
Le motivazioni a sostegno del ricorso sono per lo più di natura tecnica, ma i consiglieri dem insistono in particolare su un punto, quello riguardante il numero di piddini all'interno della commissione. Invece di avere in commissione un esponente per ogni gruppo politico vorrebbero che ogni partito avesse una rappresentanza proporzionale. In sostanza temono di non avere il controllo della commissione, dunque stanno brigando perché sia bloccata.
Il tutto è reso ancora più grottesco dal fatto che, in consiglio comunale, il Pd si è ben guardato dal votare contro l'istituzione della commissione. Ha scelto una più prudente astensione, onde evitare la figura di chi boicotta una indagine sulla sorte dei bambini.
Perché il punto è questo. Scopo della commissione è quello di verificare se la macchina degli affidi funzioni bene. Per quale motivo, allora, il Pd intende fermarla addirittura ricorrendo al Tar? Stando alle dichiarazioni dei vertici regionali emiliani, tutto funziona perfettamente da quelle parti. E allora di che cosa ha paura il Pd? Forse teme che esca qualche magagna. Oppure vuole solo tenere la linea consueta: nel dubbio, insabbia.
Gli avvocati contro i giudici minorili
Ci sono procedure di sospensione della potestà genitoriale, o addirittura di adottabilità di un bambino, «in cui da oltre un anno non vengono fissate le udienze istruttorie, nonostante i solleciti svolti anche su istanza del tutore del minore». C'è perfino «il sistematico mancato reperimento dei fascicoli in cancelleria e negli uffici dei magistrati». Ma c'è anche «lo smarrimento dei fascicoli», che agli avvocati spesso impone di ricostruire le pratiche a loro spese. Per non parlare della cancelleria, evidentemente inadeguata, dove la regola sono «insostenibili code d'accesso a uffici presidiati da volontari, a volte impreparati».
È davvero lungo, e a tratti imbarazzante, l'elenco di «criticità e disservizi» lamentati dall'Ordine degli avvocati di Reggio Emilia nei confronti del Tribunale per i minorenni di Bologna: per intenderci l'ufficio che ha giurisdizione su tutta l'Emilia Romagna, Bibbiano compresa.
Nemmeno una settimana fa, interrogato dalla Commissione regionale d'inchiesta sugli affidi minorili, il presidente di quel Tribunale, Giuseppe Spadaro, dichiarava che «il sistema emiliano è tra i migliori in Italia, e funziona bene». Oggi, invece, gli avvocati reggiani sparano una bordata di critiche proprio al suo ufficio, e lo fanno in una lettera formale inviata non soltanto a Spadaro, ma anche al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al Consiglio superiore della magistratura, al Consiglio nazionale forense e al presidente della stessa Commissione d'inchiesta regionale, il pd Giuseppe Boschini.
Gli avvocati reggiani sostengono che le inadempienze, da parte del Tribunale minorile di Bologna «comportano non soltanto disagi per i legali, ma anche e soprattutto una lesione dei diritti processuali e sostanziali delle parti e dei minori coinvolti, che invece debbono essere garantiti anche dai magistrati». Gli avvocati lamentano di non ottenere la comunicazione di provvedimenti emessi dal Tribunale; segnalano «il sistematico mancato inserimento nei fascicoli di memorie, documenti e relazioni dei Servizi sociali»; sostengono addirittura che il presidente Spadaro e i suoi giudici non rispondano alle istanze presentate loro.
Un quadro preoccupante, insomma, che viene rappresentato al ministro Bonafede proprio mentre i suoi ispettori avviano l'indagine amministrativa sul Tribunale minorile di Bologna. Il guardasigilli, infatti, ha chiesto al suo ispettorato di «accertare possibili anomalie nell'attività svolta da quel Tribunale», così come «gli eventuali rapporti, anche extraprofessionali, tra giudici e operatori che potrebbero aver determinato situazioni d'incompatibilità».
Ora sui giudici guidati da Spadaro si allunga anche l'ombra della segnalazione degli avvocati reggiani. La loro presidente, Celestina Tinelli, aggiunge alla Verità quella che ritiene un'altra grave falla, relativa al gratuito patrocinio. Questo istituto permette alle persone non abbienti di chiedere e ottenere la nomina di un avvocato a spese dello Stato. È una garanzia spesso fondamentale, in questo campo: tra i dieci casi di allontanamenti dei bambini di Bibbiano finiti la scorsa estate sotto la lente della Procura di Reggio Emilia, per esempio, molti riguardavano famiglie povere, o genitori immigrati con scarsi mezzi. «Nei decreti del Tribunale dei minori», dice l'avvocato Tinelli, «si legge che le famiglie indigenti hanno diritto alla difesa legale a spese dello Stato. Ma a noi risulta che i giudici di Bologna non rispondano nemmeno alle istanze che ricevono».
La presidente dell'Ordine, che è stata anche al Csm, aggiunge sconsolate considerazioni sulla giustizia minorile in genere: «In questo settore», sostiene, «non ci sono né giusto processo né procedure certe. Gli avvocati spesso non possono nemmeno partecipare alle udienze. Gli assistenti sociali dovrebbero aiutare le famiglie ma poi le inquisiscono, nemmeno fossero agenti di polizia giudiziaria; e sono insieme pubblici ministeri, giudici, tutori del minore e della famiglia». La conclusione è amara: «La giustizia sarà anche uguale per tutti», mormora l'avvocato Tinelli, «ma di certo non lo è per i bambini».
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Nervosismo dem sulla gestione dei minori. Eppure si affannano a dire che in regione non c'è «allarme sociale diffuso sul tema».Gli avvocati contro i giudici minorili. I legali reggiani stilano un lungo elenco di «criticità e disservizi» nei confronti del tribunale per i più piccoli di Bologna. «Una lesione dei diritti processuali e sostanziali». Lo speciale comprende due articoli.Come sia andata a finire l'indagine della Regione Emilia Romagna sugli affidi è ormai noto: è stata sepolta sotto metri di terra. Un paio di giorni fa, tutto soddisfatto, il presidente Giuseppe Boschini (ovviamente del Partito democratico) ha annunciato che i lavori d'inchiesta si sono conclusi e il risultato è che nella Regione non c'è niente che non vada. «La magistratura», ha detto Boschini, «accerti e punisca con la massima severità se sono stati commessi reati individuali. Il sistema regionale è migliorabile, ma di qualità», ha aggiunto. Insomma, in Emilia non c'è alcun «allarme sociale diffuso sul tema». Tutto come previsto: la commissione era presieduta dal Pd e aveva un 5 stelle come vice, era scritto che finisse con una cortina fumogena. Come, del resto, era facile immaginare che tendesse all'insabbiamento anche la commissione tecnica che la Regione ha messo in piedi in parallelo. Era formata quasi esclusivamente da esperti che lavorano o hanno lavorato con la Regione medesima: davvero qualcuno poteva pensare che scovassero qualche magagna? Il Partito democratico e le istituzioni emiliane hanno potuto dormire sonni tranquilli: controllori e controllati non avevano motivo per confliggere o danneggiarsi. Quando però le commissioni di indagine non sono a trazione democratica, beh, allora in quel caso cominciano a sorgere i problemi. In questo senso è emblematico - e anche piuttosto inquietante - il caso di Ferrara. La città, da non molto tempo, ha un sindaco di destra, Alan Fabbri. Una decina di giorni fa, su impulso sovranista, il Consiglio comunale ha approvato l'istituzione di una commissione di inchiesta locale sul sistema di gestione dei minori. Va dato atto alla giunta destrorsa di aver tenuto bassi i toni: «Con il via libera del Consiglio comunale nella nostra città prende vita una Commissione di indagine sulla gestione dei minori allontanati», ha dichiarato l'assessore alle Politiche sociali, Cristina Coletti. Che a scanso di equivoci ha aggiunto: «Sia chiaro: non si tratta di una caccia ai colpevoli ma, come avevamo annunciato in passato, della volontà di approfondire, spinti da un doveroso impegno di trasparenza nei confronti delle famiglie, utenti di un servizio delicatissimo, soprattutto dopo i dubbi sollevati sull'intero sistema dalle inchieste nazionali ancora in corso». Non sembrano le frasi di chi voglia mettere in piedi una caccia alle streghe con tanto di forconi. Eppure il Partito democratico non è per niente contento. Tanto che ha deciso di presentare un ricorso al Tar per chiedere che la delibera che istituisce la commissione sia dichiarata illegittima. Le motivazioni a sostegno del ricorso sono per lo più di natura tecnica, ma i consiglieri dem insistono in particolare su un punto, quello riguardante il numero di piddini all'interno della commissione. Invece di avere in commissione un esponente per ogni gruppo politico vorrebbero che ogni partito avesse una rappresentanza proporzionale. In sostanza temono di non avere il controllo della commissione, dunque stanno brigando perché sia bloccata. Il tutto è reso ancora più grottesco dal fatto che, in consiglio comunale, il Pd si è ben guardato dal votare contro l'istituzione della commissione. Ha scelto una più prudente astensione, onde evitare la figura di chi boicotta una indagine sulla sorte dei bambini. Perché il punto è questo. Scopo della commissione è quello di verificare se la macchina degli affidi funzioni bene. Per quale motivo, allora, il Pd intende fermarla addirittura ricorrendo al Tar? Stando alle dichiarazioni dei vertici regionali emiliani, tutto funziona perfettamente da quelle parti. E allora di che cosa ha paura il Pd? Forse teme che esca qualche magagna. Oppure vuole solo tenere la linea consueta: nel dubbio, insabbia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-ricorre-al-tar-e-prova-a-stoppare-lindagine-di-ferrara-sulla-sorte-dei-bimbi-2641424203.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-avvocati-contro-i-giudici-minorili" data-post-id="2641424203" data-published-at="1772054076" data-use-pagination="False"> Gli avvocati contro i giudici minorili Ci sono procedure di sospensione della potestà genitoriale, o addirittura di adottabilità di un bambino, «in cui da oltre un anno non vengono fissate le udienze istruttorie, nonostante i solleciti svolti anche su istanza del tutore del minore». C'è perfino «il sistematico mancato reperimento dei fascicoli in cancelleria e negli uffici dei magistrati». Ma c'è anche «lo smarrimento dei fascicoli», che agli avvocati spesso impone di ricostruire le pratiche a loro spese. Per non parlare della cancelleria, evidentemente inadeguata, dove la regola sono «insostenibili code d'accesso a uffici presidiati da volontari, a volte impreparati». È davvero lungo, e a tratti imbarazzante, l'elenco di «criticità e disservizi» lamentati dall'Ordine degli avvocati di Reggio Emilia nei confronti del Tribunale per i minorenni di Bologna: per intenderci l'ufficio che ha giurisdizione su tutta l'Emilia Romagna, Bibbiano compresa. Nemmeno una settimana fa, interrogato dalla Commissione regionale d'inchiesta sugli affidi minorili, il presidente di quel Tribunale, Giuseppe Spadaro, dichiarava che «il sistema emiliano è tra i migliori in Italia, e funziona bene». Oggi, invece, gli avvocati reggiani sparano una bordata di critiche proprio al suo ufficio, e lo fanno in una lettera formale inviata non soltanto a Spadaro, ma anche al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al Consiglio superiore della magistratura, al Consiglio nazionale forense e al presidente della stessa Commissione d'inchiesta regionale, il pd Giuseppe Boschini. Gli avvocati reggiani sostengono che le inadempienze, da parte del Tribunale minorile di Bologna «comportano non soltanto disagi per i legali, ma anche e soprattutto una lesione dei diritti processuali e sostanziali delle parti e dei minori coinvolti, che invece debbono essere garantiti anche dai magistrati». Gli avvocati lamentano di non ottenere la comunicazione di provvedimenti emessi dal Tribunale; segnalano «il sistematico mancato inserimento nei fascicoli di memorie, documenti e relazioni dei Servizi sociali»; sostengono addirittura che il presidente Spadaro e i suoi giudici non rispondano alle istanze presentate loro. Un quadro preoccupante, insomma, che viene rappresentato al ministro Bonafede proprio mentre i suoi ispettori avviano l'indagine amministrativa sul Tribunale minorile di Bologna. Il guardasigilli, infatti, ha chiesto al suo ispettorato di «accertare possibili anomalie nell'attività svolta da quel Tribunale», così come «gli eventuali rapporti, anche extraprofessionali, tra giudici e operatori che potrebbero aver determinato situazioni d'incompatibilità». Ora sui giudici guidati da Spadaro si allunga anche l'ombra della segnalazione degli avvocati reggiani. La loro presidente, Celestina Tinelli, aggiunge alla Verità quella che ritiene un'altra grave falla, relativa al gratuito patrocinio. Questo istituto permette alle persone non abbienti di chiedere e ottenere la nomina di un avvocato a spese dello Stato. È una garanzia spesso fondamentale, in questo campo: tra i dieci casi di allontanamenti dei bambini di Bibbiano finiti la scorsa estate sotto la lente della Procura di Reggio Emilia, per esempio, molti riguardavano famiglie povere, o genitori immigrati con scarsi mezzi. «Nei decreti del Tribunale dei minori», dice l'avvocato Tinelli, «si legge che le famiglie indigenti hanno diritto alla difesa legale a spese dello Stato. Ma a noi risulta che i giudici di Bologna non rispondano nemmeno alle istanze che ricevono». La presidente dell'Ordine, che è stata anche al Csm, aggiunge sconsolate considerazioni sulla giustizia minorile in genere: «In questo settore», sostiene, «non ci sono né giusto processo né procedure certe. Gli avvocati spesso non possono nemmeno partecipare alle udienze. Gli assistenti sociali dovrebbero aiutare le famiglie ma poi le inquisiscono, nemmeno fossero agenti di polizia giudiziaria; e sono insieme pubblici ministeri, giudici, tutori del minore e della famiglia». La conclusione è amara: «La giustizia sarà anche uguale per tutti», mormora l'avvocato Tinelli, «ma di certo non lo è per i bambini».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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