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2019-12-13
Il Pd incorona Bibbiano: «Il migliore sistema di gestione minori in Italia»
Ansa
Per convincerci che fosse vero abbiamo dovuto riascoltare l'audio più volte. Non ci volevamo credere. Eppure è accaduto davvero. Durante un'audizione della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza il Partito democratico è riuscito ad affermare che il sistema Bibbiano è un'eccellenza nazionale per quanto riguarda la gestione dei minori. Precisiamo: una dichiarazione di questo tipo non sarebbe affatto una novità se fosse stata pronunciata nel 2016 o ancora nel 2018, anni in cui gli amici democratici amavano vantarsi delle conquiste bibbianesi nel sociale. Il punto è che le frasi a cui facciamo riferimento sono di mercoledì 11 dicembre 2019, tre giorni fa.
Vediamo di spiegare. La Commissione infanzia, nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle forme di violenza fra i minori e ai danni di bambini e adolescenti, ha convocato in audizione i rappresentanti del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia (il celebre Cismai). Il senatore leghista Simone Pillon ha rivolto alcune domande piuttosto puntuali agli esponenti del Cismai, chiedendo conto in particolare dei loro rapporti con il centro Hansel e Gretel di Cladio Foti. Il Cismai non ha inteso dissociarsi o criticare l'operato del terapeuta torinese, nonostante sia stato sospeso per 6 mesi dall'attività per intervento di un giudice e nonostante un altro giudice abbia avanzato seri dubbi sulla scientificità dei suoi metodi. La cosa di per sé è inquietante, anche perché il Cismai riunisce una marea di associazioni che si occupano di minori, e continua a collaborare con l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. Dunque ci si aspetterebbe che, per lo meno, prendesse le distanze da Foti e soci.
Ma ancora più raggelante è quanto accaduto poco prima che i rappresentanti del Cismai rispondessero a Pillon. Ci riferiamo all'intervento di Paolo Siani, capogruppo Pd in Commissione infanzia. Le sue dichiarazioni sono allucinanti, e le riportiamo parola per parola: «Non esiste un sistema Bibbiano. Non esiste. Esiste solo sui giornali», attacca rivolto a Pillon. «Sta indagando la magistratura. Abbiamo saputo che quello che è stato detto all'inizio non è vero, non è tutto vero. Ci sono pochi casi, pochi casi, da valutare e sono, dai dati che leggiamo non sui giornali ma su riviste serie, sono in quantità minore rispetto ai casi di tutta Italia. Non c'è un caso Bibbiano, non c'è un bubbone, non tocca a noi stabilire se c'è un caso Bibbiano ma tocca alla magistratura. Non tocca a noi in questa commissione creare una informazione errata e dare quindi l'impressione che ci sia già stata una decisione finale né tocca a noi criminalizzare il miglior sistema di sostegno all'infanzia che c'è a Reggio Emilia e in Emilia Romagna».
Che ci siano pochi casi di affidi in Emilia Romagna, e in particolare nella provincia di Reggio Emilia è semplicemente falso. L'Emilia Romagna ha un tasso di affidi di circa il 3%, dunque nella media nazionale, ma nella provincia reggiana si arriva al 5,2%. E i bibbianesi dichiararono - nel 2016 - un tasso del 7,5 per mille. Su un centinaio di segnalazioni avanzate dai servizi bibbianesi al Tribunale dei minori di Bologna, solo 15 si sono tradotte in affidi. In tutti questi casi i bambini sono stati - purtroppo dopo parecchio tempo - rimandati a casa. Dunque nessuno di questi piccoli avrebbe dovuto essere tolto ai genitori. Segno che un «sistema Bibbiano» esiste eccome. È falso pure che la magistratura non si sia pronunciata, come sostiene Siani, poiché ben due giudici si sono espressi su Claudio Foti, proibendogli per 6 mesi di condurre terapie sui minori. Il deputato Pd, tuttavia, è talmente fiero della sua mistificazione da averla ripetuta pari pari (solo con una lievissima correzione di tiro) in un comunicato stampa. Nel testo ribadisce: «Non spetta a noi criminalizzare in maniera strumentale il miglior sistema di sostegno dell'infanzia esistente nel Paese e, cioè, quello che abbiamo a Reggio Emilia e in Emilia Romagna».
Tutto chiaro: Bibbiano non esiste, e il sistema reggiano di gestione minori è il migliore della regione, anzi il migliore di tutta Italia. Un sistema dove i bambini venivano tolti ingiustamente alle famiglie e affidati a coppie arcobaleno che li maltrattavano. Un sistema che si era abbandonato totalmente nelle abili mani di Claudio Foti, uno che esercitava ingiustificate pressioni sui bimbi perché raccontassero abusi mai subiti.
Finora il Pd si era limitato a insabbiare, a sminuire, a mistificare. Le ha provate tutte: ha cercato di impedire le presentazioni del libro sullo scandalo affidi, ha minacciato azioni legali. I suoi esponenti hanno fatto gli smargiassi in lungo e in largo pretendendo assurde scuse, e ovviamente hanno taciuto ogni volta che i magistrati li smentivano. Ora fanno di più: celebrano «il miglior sistema di sostegno ai minori in Italia». Vadano a dirlo ai genitori a cui hanno ingiustamente strappato i figli, e ascoltino la risposta.
«Il caos affidi? Era già nei dati sull’Emilia usciti nel 2016»
Che qualcosa non andasse, a Bibbiano e dintorni, era già chiaro molto prima che l'inchiesta «Angeli e demoni» deflagrasse. A sostenerlo è Vittorio Carlo Vezzetti, stimato medico pediatra, membro del Comitato scientifico dell'International Council on Shared Parenting and European Platform for Joint Custody e presidente dell'associazione «Figli per sempre». Nel 2012, Vezzetti pubblicò sulla Rivista della società italiana di pediatria preventiva e sociale una ricerca statistica sui minori fuori famiglia in Italia. Dal suo studio emergevano «importanti criticità tra cui le incredibili e logicamente inspiegabili differenze di tassi per quanto riguarda l'invio di minori fuori famiglia tra Regione e Regione (e sicuramente anche all'interno della stessa Regione anche se non dimostrabili per la carenza di dati). Segnalavo in particolare», dice Vezzetti, «che, di fronte a un tasso medio nazionale di minori fuori famiglia all'epoca del 3 per mille, emergevano alcune criticità molto serie, dimostrate con calcolo statistico, in Trentino e Liguria (oltre il 5 per mille), meritevoli di attenzione e indagine».
Per via della sua ricerca, Vezzetti fu audito, martedì 19 aprile 2016, dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, e in quella sede espresse tutte le sue perplessità.
«La mia analisi era su base statistica», racconta. «Come facciamo a dire se c'è emergenza affidamenti o no? Dobbiamo fare un confronto con i dati di altri Paesi. A livello nazionale risultava che l'Italia rientrava perfettamente nella media europea. Il problema erano le differenze, assolutamente inspiegabili, tra una Regione e l'altra». Tali differenze, secondo lo studioso, si dovevano al fatto che «si erano evidentemente create nelle varie Regioni scuole di pensiero svincolate da ogni forma di controllo».
Insomma, il guaio stava nella difformità di giudizio. Intere zone d'Italia avevano un tasso di allontanamenti di minori superiore al 5 per mille. «Tre mesi dopo la mia audizione sono stati sentiti gli assistenti sociali e il sindaco di Bibbiano», continua Vezzetti. «Presentarono una realtà in cui il tasso di allontanamento di minori - stando ai dati da loro forniti - era almeno del 7,5 per mille. Stavano parlando soltanto dei minori abusati...».
Nessuno però si è allarmato. Anzi, in commissione Vanna Iori del Pd si profuse in elogi per il gruppo bibbianese: «Volevo solo ringraziare», spiegò. «E dire che il motivo per cui ho proposto questa audizione è che per la prima volta abbiamo non solo la denuncia di un fenomeno, ma anche un tentativo di risposta. Tengo a sottolinearlo, perché di auditi che ci hanno sottoposto problemi ne abbiamo avuti altri; di risposte vere, concrete, che hanno dato dei risultati non ne abbiamo avute, quindi grazie davvero».
Non solo, dunque, il problema fu ignorato, ma addirittura Bibbiano fu presentato come un esempio. Il problema con le percentuali, non a caso, non è ancora risolto. Basta dare uno sguardo ai dati presentati dalla Commissione regionale sui fatti di Bibbiano messa in piedi dall'Emilia Romagna. Secondo la Commissione, il dato regionale (relativo al 2017) è in linea con la media italiana: 2,7 per mille. Ma se andiamo a vedere i dati provincia per provincia scopriamo che a Reggio Emilia si arriva al 5,2 per mille.
«O nella zona di Reggio Emilia sono tutti orchi, stupratori e abusanti», dice Vezzetti, «oppure significa che da quelle parti è stato utilizzato un differente criterio di valutazione. Quando vediamo che a Ferrara il dato è 1,6 per mille e a Reggio Emilia è oltre il 5 significa che bisogna come minimo riflettere. Io sono medico, e se prescrivo il triplo di antibiotici rispetto all'anno prima l'Asl mi chiama e mi chiede perché. Ma a Bibbiano nessuno ha chiamato. Sono andati avanti con percentuali triple rispetto ad altre province e nessuno si è mai chiesto come fosse possibile. C'è stata una totale omissione di vigilanza mentre con una banale valutazione statistica si poteva capire che un problema c'era eccome».
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In Commissione infanzia, l'incredibile intervento del deputato dem Paolo Siani: «Non esiste un caso emiliano, i bimbi tolti ai genitori erano pochissimi. Così si vuole criminalizzare un'eccellenza nazionale».«Il caos affidi? Era già nei dati sull'Emilia usciti nel 2016». Il pediatra Vittorio Carlo Vezzetti: «Denunciai stranezze e anomalie. Ma nessuno ha approfondito».Lo speciale comprende due articoli.Per convincerci che fosse vero abbiamo dovuto riascoltare l'audio più volte. Non ci volevamo credere. Eppure è accaduto davvero. Durante un'audizione della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza il Partito democratico è riuscito ad affermare che il sistema Bibbiano è un'eccellenza nazionale per quanto riguarda la gestione dei minori. Precisiamo: una dichiarazione di questo tipo non sarebbe affatto una novità se fosse stata pronunciata nel 2016 o ancora nel 2018, anni in cui gli amici democratici amavano vantarsi delle conquiste bibbianesi nel sociale. Il punto è che le frasi a cui facciamo riferimento sono di mercoledì 11 dicembre 2019, tre giorni fa. Vediamo di spiegare. La Commissione infanzia, nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle forme di violenza fra i minori e ai danni di bambini e adolescenti, ha convocato in audizione i rappresentanti del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia (il celebre Cismai). Il senatore leghista Simone Pillon ha rivolto alcune domande piuttosto puntuali agli esponenti del Cismai, chiedendo conto in particolare dei loro rapporti con il centro Hansel e Gretel di Cladio Foti. Il Cismai non ha inteso dissociarsi o criticare l'operato del terapeuta torinese, nonostante sia stato sospeso per 6 mesi dall'attività per intervento di un giudice e nonostante un altro giudice abbia avanzato seri dubbi sulla scientificità dei suoi metodi. La cosa di per sé è inquietante, anche perché il Cismai riunisce una marea di associazioni che si occupano di minori, e continua a collaborare con l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. Dunque ci si aspetterebbe che, per lo meno, prendesse le distanze da Foti e soci. Ma ancora più raggelante è quanto accaduto poco prima che i rappresentanti del Cismai rispondessero a Pillon. Ci riferiamo all'intervento di Paolo Siani, capogruppo Pd in Commissione infanzia. Le sue dichiarazioni sono allucinanti, e le riportiamo parola per parola: «Non esiste un sistema Bibbiano. Non esiste. Esiste solo sui giornali», attacca rivolto a Pillon. «Sta indagando la magistratura. Abbiamo saputo che quello che è stato detto all'inizio non è vero, non è tutto vero. Ci sono pochi casi, pochi casi, da valutare e sono, dai dati che leggiamo non sui giornali ma su riviste serie, sono in quantità minore rispetto ai casi di tutta Italia. Non c'è un caso Bibbiano, non c'è un bubbone, non tocca a noi stabilire se c'è un caso Bibbiano ma tocca alla magistratura. Non tocca a noi in questa commissione creare una informazione errata e dare quindi l'impressione che ci sia già stata una decisione finale né tocca a noi criminalizzare il miglior sistema di sostegno all'infanzia che c'è a Reggio Emilia e in Emilia Romagna». Che ci siano pochi casi di affidi in Emilia Romagna, e in particolare nella provincia di Reggio Emilia è semplicemente falso. L'Emilia Romagna ha un tasso di affidi di circa il 3%, dunque nella media nazionale, ma nella provincia reggiana si arriva al 5,2%. E i bibbianesi dichiararono - nel 2016 - un tasso del 7,5 per mille. Su un centinaio di segnalazioni avanzate dai servizi bibbianesi al Tribunale dei minori di Bologna, solo 15 si sono tradotte in affidi. In tutti questi casi i bambini sono stati - purtroppo dopo parecchio tempo - rimandati a casa. Dunque nessuno di questi piccoli avrebbe dovuto essere tolto ai genitori. Segno che un «sistema Bibbiano» esiste eccome. È falso pure che la magistratura non si sia pronunciata, come sostiene Siani, poiché ben due giudici si sono espressi su Claudio Foti, proibendogli per 6 mesi di condurre terapie sui minori. Il deputato Pd, tuttavia, è talmente fiero della sua mistificazione da averla ripetuta pari pari (solo con una lievissima correzione di tiro) in un comunicato stampa. Nel testo ribadisce: «Non spetta a noi criminalizzare in maniera strumentale il miglior sistema di sostegno dell'infanzia esistente nel Paese e, cioè, quello che abbiamo a Reggio Emilia e in Emilia Romagna».Tutto chiaro: Bibbiano non esiste, e il sistema reggiano di gestione minori è il migliore della regione, anzi il migliore di tutta Italia. Un sistema dove i bambini venivano tolti ingiustamente alle famiglie e affidati a coppie arcobaleno che li maltrattavano. Un sistema che si era abbandonato totalmente nelle abili mani di Claudio Foti, uno che esercitava ingiustificate pressioni sui bimbi perché raccontassero abusi mai subiti. Finora il Pd si era limitato a insabbiare, a sminuire, a mistificare. Le ha provate tutte: ha cercato di impedire le presentazioni del libro sullo scandalo affidi, ha minacciato azioni legali. I suoi esponenti hanno fatto gli smargiassi in lungo e in largo pretendendo assurde scuse, e ovviamente hanno taciuto ogni volta che i magistrati li smentivano. Ora fanno di più: celebrano «il miglior sistema di sostegno ai minori in Italia». 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Nel 2012, Vezzetti pubblicò sulla Rivista della società italiana di pediatria preventiva e sociale una ricerca statistica sui minori fuori famiglia in Italia. Dal suo studio emergevano «importanti criticità tra cui le incredibili e logicamente inspiegabili differenze di tassi per quanto riguarda l'invio di minori fuori famiglia tra Regione e Regione (e sicuramente anche all'interno della stessa Regione anche se non dimostrabili per la carenza di dati). Segnalavo in particolare», dice Vezzetti, «che, di fronte a un tasso medio nazionale di minori fuori famiglia all'epoca del 3 per mille, emergevano alcune criticità molto serie, dimostrate con calcolo statistico, in Trentino e Liguria (oltre il 5 per mille), meritevoli di attenzione e indagine». Per via della sua ricerca, Vezzetti fu audito, martedì 19 aprile 2016, dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, e in quella sede espresse tutte le sue perplessità. «La mia analisi era su base statistica», racconta. «Come facciamo a dire se c'è emergenza affidamenti o no? Dobbiamo fare un confronto con i dati di altri Paesi. A livello nazionale risultava che l'Italia rientrava perfettamente nella media europea. Il problema erano le differenze, assolutamente inspiegabili, tra una Regione e l'altra». Tali differenze, secondo lo studioso, si dovevano al fatto che «si erano evidentemente create nelle varie Regioni scuole di pensiero svincolate da ogni forma di controllo». Insomma, il guaio stava nella difformità di giudizio. Intere zone d'Italia avevano un tasso di allontanamenti di minori superiore al 5 per mille. «Tre mesi dopo la mia audizione sono stati sentiti gli assistenti sociali e il sindaco di Bibbiano», continua Vezzetti. «Presentarono una realtà in cui il tasso di allontanamento di minori - stando ai dati da loro forniti - era almeno del 7,5 per mille. Stavano parlando soltanto dei minori abusati...». Nessuno però si è allarmato. Anzi, in commissione Vanna Iori del Pd si profuse in elogi per il gruppo bibbianese: «Volevo solo ringraziare», spiegò. «E dire che il motivo per cui ho proposto questa audizione è che per la prima volta abbiamo non solo la denuncia di un fenomeno, ma anche un tentativo di risposta. Tengo a sottolinearlo, perché di auditi che ci hanno sottoposto problemi ne abbiamo avuti altri; di risposte vere, concrete, che hanno dato dei risultati non ne abbiamo avute, quindi grazie davvero». Non solo, dunque, il problema fu ignorato, ma addirittura Bibbiano fu presentato come un esempio. Il problema con le percentuali, non a caso, non è ancora risolto. Basta dare uno sguardo ai dati presentati dalla Commissione regionale sui fatti di Bibbiano messa in piedi dall'Emilia Romagna. Secondo la Commissione, il dato regionale (relativo al 2017) è in linea con la media italiana: 2,7 per mille. Ma se andiamo a vedere i dati provincia per provincia scopriamo che a Reggio Emilia si arriva al 5,2 per mille. «O nella zona di Reggio Emilia sono tutti orchi, stupratori e abusanti», dice Vezzetti, «oppure significa che da quelle parti è stato utilizzato un differente criterio di valutazione. Quando vediamo che a Ferrara il dato è 1,6 per mille e a Reggio Emilia è oltre il 5 significa che bisogna come minimo riflettere. Io sono medico, e se prescrivo il triplo di antibiotici rispetto all'anno prima l'Asl mi chiama e mi chiede perché. Ma a Bibbiano nessuno ha chiamato. Sono andati avanti con percentuali triple rispetto ad altre province e nessuno si è mai chiesto come fosse possibile. C'è stata una totale omissione di vigilanza mentre con una banale valutazione statistica si poteva capire che un problema c'era eccome».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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