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2019-12-13
Il Pd incorona Bibbiano: «Il migliore sistema di gestione minori in Italia»
Ansa
Per convincerci che fosse vero abbiamo dovuto riascoltare l'audio più volte. Non ci volevamo credere. Eppure è accaduto davvero. Durante un'audizione della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza il Partito democratico è riuscito ad affermare che il sistema Bibbiano è un'eccellenza nazionale per quanto riguarda la gestione dei minori. Precisiamo: una dichiarazione di questo tipo non sarebbe affatto una novità se fosse stata pronunciata nel 2016 o ancora nel 2018, anni in cui gli amici democratici amavano vantarsi delle conquiste bibbianesi nel sociale. Il punto è che le frasi a cui facciamo riferimento sono di mercoledì 11 dicembre 2019, tre giorni fa.
Vediamo di spiegare. La Commissione infanzia, nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle forme di violenza fra i minori e ai danni di bambini e adolescenti, ha convocato in audizione i rappresentanti del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia (il celebre Cismai). Il senatore leghista Simone Pillon ha rivolto alcune domande piuttosto puntuali agli esponenti del Cismai, chiedendo conto in particolare dei loro rapporti con il centro Hansel e Gretel di Cladio Foti. Il Cismai non ha inteso dissociarsi o criticare l'operato del terapeuta torinese, nonostante sia stato sospeso per 6 mesi dall'attività per intervento di un giudice e nonostante un altro giudice abbia avanzato seri dubbi sulla scientificità dei suoi metodi. La cosa di per sé è inquietante, anche perché il Cismai riunisce una marea di associazioni che si occupano di minori, e continua a collaborare con l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. Dunque ci si aspetterebbe che, per lo meno, prendesse le distanze da Foti e soci.
Ma ancora più raggelante è quanto accaduto poco prima che i rappresentanti del Cismai rispondessero a Pillon. Ci riferiamo all'intervento di Paolo Siani, capogruppo Pd in Commissione infanzia. Le sue dichiarazioni sono allucinanti, e le riportiamo parola per parola: «Non esiste un sistema Bibbiano. Non esiste. Esiste solo sui giornali», attacca rivolto a Pillon. «Sta indagando la magistratura. Abbiamo saputo che quello che è stato detto all'inizio non è vero, non è tutto vero. Ci sono pochi casi, pochi casi, da valutare e sono, dai dati che leggiamo non sui giornali ma su riviste serie, sono in quantità minore rispetto ai casi di tutta Italia. Non c'è un caso Bibbiano, non c'è un bubbone, non tocca a noi stabilire se c'è un caso Bibbiano ma tocca alla magistratura. Non tocca a noi in questa commissione creare una informazione errata e dare quindi l'impressione che ci sia già stata una decisione finale né tocca a noi criminalizzare il miglior sistema di sostegno all'infanzia che c'è a Reggio Emilia e in Emilia Romagna».
Che ci siano pochi casi di affidi in Emilia Romagna, e in particolare nella provincia di Reggio Emilia è semplicemente falso. L'Emilia Romagna ha un tasso di affidi di circa il 3%, dunque nella media nazionale, ma nella provincia reggiana si arriva al 5,2%. E i bibbianesi dichiararono - nel 2016 - un tasso del 7,5 per mille. Su un centinaio di segnalazioni avanzate dai servizi bibbianesi al Tribunale dei minori di Bologna, solo 15 si sono tradotte in affidi. In tutti questi casi i bambini sono stati - purtroppo dopo parecchio tempo - rimandati a casa. Dunque nessuno di questi piccoli avrebbe dovuto essere tolto ai genitori. Segno che un «sistema Bibbiano» esiste eccome. È falso pure che la magistratura non si sia pronunciata, come sostiene Siani, poiché ben due giudici si sono espressi su Claudio Foti, proibendogli per 6 mesi di condurre terapie sui minori. Il deputato Pd, tuttavia, è talmente fiero della sua mistificazione da averla ripetuta pari pari (solo con una lievissima correzione di tiro) in un comunicato stampa. Nel testo ribadisce: «Non spetta a noi criminalizzare in maniera strumentale il miglior sistema di sostegno dell'infanzia esistente nel Paese e, cioè, quello che abbiamo a Reggio Emilia e in Emilia Romagna».
Tutto chiaro: Bibbiano non esiste, e il sistema reggiano di gestione minori è il migliore della regione, anzi il migliore di tutta Italia. Un sistema dove i bambini venivano tolti ingiustamente alle famiglie e affidati a coppie arcobaleno che li maltrattavano. Un sistema che si era abbandonato totalmente nelle abili mani di Claudio Foti, uno che esercitava ingiustificate pressioni sui bimbi perché raccontassero abusi mai subiti.
Finora il Pd si era limitato a insabbiare, a sminuire, a mistificare. Le ha provate tutte: ha cercato di impedire le presentazioni del libro sullo scandalo affidi, ha minacciato azioni legali. I suoi esponenti hanno fatto gli smargiassi in lungo e in largo pretendendo assurde scuse, e ovviamente hanno taciuto ogni volta che i magistrati li smentivano. Ora fanno di più: celebrano «il miglior sistema di sostegno ai minori in Italia». Vadano a dirlo ai genitori a cui hanno ingiustamente strappato i figli, e ascoltino la risposta.
«Il caos affidi? Era già nei dati sull’Emilia usciti nel 2016»
Che qualcosa non andasse, a Bibbiano e dintorni, era già chiaro molto prima che l'inchiesta «Angeli e demoni» deflagrasse. A sostenerlo è Vittorio Carlo Vezzetti, stimato medico pediatra, membro del Comitato scientifico dell'International Council on Shared Parenting and European Platform for Joint Custody e presidente dell'associazione «Figli per sempre». Nel 2012, Vezzetti pubblicò sulla Rivista della società italiana di pediatria preventiva e sociale una ricerca statistica sui minori fuori famiglia in Italia. Dal suo studio emergevano «importanti criticità tra cui le incredibili e logicamente inspiegabili differenze di tassi per quanto riguarda l'invio di minori fuori famiglia tra Regione e Regione (e sicuramente anche all'interno della stessa Regione anche se non dimostrabili per la carenza di dati). Segnalavo in particolare», dice Vezzetti, «che, di fronte a un tasso medio nazionale di minori fuori famiglia all'epoca del 3 per mille, emergevano alcune criticità molto serie, dimostrate con calcolo statistico, in Trentino e Liguria (oltre il 5 per mille), meritevoli di attenzione e indagine».
Per via della sua ricerca, Vezzetti fu audito, martedì 19 aprile 2016, dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, e in quella sede espresse tutte le sue perplessità.
«La mia analisi era su base statistica», racconta. «Come facciamo a dire se c'è emergenza affidamenti o no? Dobbiamo fare un confronto con i dati di altri Paesi. A livello nazionale risultava che l'Italia rientrava perfettamente nella media europea. Il problema erano le differenze, assolutamente inspiegabili, tra una Regione e l'altra». Tali differenze, secondo lo studioso, si dovevano al fatto che «si erano evidentemente create nelle varie Regioni scuole di pensiero svincolate da ogni forma di controllo».
Insomma, il guaio stava nella difformità di giudizio. Intere zone d'Italia avevano un tasso di allontanamenti di minori superiore al 5 per mille. «Tre mesi dopo la mia audizione sono stati sentiti gli assistenti sociali e il sindaco di Bibbiano», continua Vezzetti. «Presentarono una realtà in cui il tasso di allontanamento di minori - stando ai dati da loro forniti - era almeno del 7,5 per mille. Stavano parlando soltanto dei minori abusati...».
Nessuno però si è allarmato. Anzi, in commissione Vanna Iori del Pd si profuse in elogi per il gruppo bibbianese: «Volevo solo ringraziare», spiegò. «E dire che il motivo per cui ho proposto questa audizione è che per la prima volta abbiamo non solo la denuncia di un fenomeno, ma anche un tentativo di risposta. Tengo a sottolinearlo, perché di auditi che ci hanno sottoposto problemi ne abbiamo avuti altri; di risposte vere, concrete, che hanno dato dei risultati non ne abbiamo avute, quindi grazie davvero».
Non solo, dunque, il problema fu ignorato, ma addirittura Bibbiano fu presentato come un esempio. Il problema con le percentuali, non a caso, non è ancora risolto. Basta dare uno sguardo ai dati presentati dalla Commissione regionale sui fatti di Bibbiano messa in piedi dall'Emilia Romagna. Secondo la Commissione, il dato regionale (relativo al 2017) è in linea con la media italiana: 2,7 per mille. Ma se andiamo a vedere i dati provincia per provincia scopriamo che a Reggio Emilia si arriva al 5,2 per mille.
«O nella zona di Reggio Emilia sono tutti orchi, stupratori e abusanti», dice Vezzetti, «oppure significa che da quelle parti è stato utilizzato un differente criterio di valutazione. Quando vediamo che a Ferrara il dato è 1,6 per mille e a Reggio Emilia è oltre il 5 significa che bisogna come minimo riflettere. Io sono medico, e se prescrivo il triplo di antibiotici rispetto all'anno prima l'Asl mi chiama e mi chiede perché. Ma a Bibbiano nessuno ha chiamato. Sono andati avanti con percentuali triple rispetto ad altre province e nessuno si è mai chiesto come fosse possibile. C'è stata una totale omissione di vigilanza mentre con una banale valutazione statistica si poteva capire che un problema c'era eccome».
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In Commissione infanzia, l'incredibile intervento del deputato dem Paolo Siani: «Non esiste un caso emiliano, i bimbi tolti ai genitori erano pochissimi. Così si vuole criminalizzare un'eccellenza nazionale».«Il caos affidi? Era già nei dati sull'Emilia usciti nel 2016». Il pediatra Vittorio Carlo Vezzetti: «Denunciai stranezze e anomalie. Ma nessuno ha approfondito».Lo speciale comprende due articoli.Per convincerci che fosse vero abbiamo dovuto riascoltare l'audio più volte. Non ci volevamo credere. Eppure è accaduto davvero. Durante un'audizione della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza il Partito democratico è riuscito ad affermare che il sistema Bibbiano è un'eccellenza nazionale per quanto riguarda la gestione dei minori. Precisiamo: una dichiarazione di questo tipo non sarebbe affatto una novità se fosse stata pronunciata nel 2016 o ancora nel 2018, anni in cui gli amici democratici amavano vantarsi delle conquiste bibbianesi nel sociale. Il punto è che le frasi a cui facciamo riferimento sono di mercoledì 11 dicembre 2019, tre giorni fa. Vediamo di spiegare. La Commissione infanzia, nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle forme di violenza fra i minori e ai danni di bambini e adolescenti, ha convocato in audizione i rappresentanti del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia (il celebre Cismai). Il senatore leghista Simone Pillon ha rivolto alcune domande piuttosto puntuali agli esponenti del Cismai, chiedendo conto in particolare dei loro rapporti con il centro Hansel e Gretel di Cladio Foti. Il Cismai non ha inteso dissociarsi o criticare l'operato del terapeuta torinese, nonostante sia stato sospeso per 6 mesi dall'attività per intervento di un giudice e nonostante un altro giudice abbia avanzato seri dubbi sulla scientificità dei suoi metodi. La cosa di per sé è inquietante, anche perché il Cismai riunisce una marea di associazioni che si occupano di minori, e continua a collaborare con l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. Dunque ci si aspetterebbe che, per lo meno, prendesse le distanze da Foti e soci. Ma ancora più raggelante è quanto accaduto poco prima che i rappresentanti del Cismai rispondessero a Pillon. Ci riferiamo all'intervento di Paolo Siani, capogruppo Pd in Commissione infanzia. Le sue dichiarazioni sono allucinanti, e le riportiamo parola per parola: «Non esiste un sistema Bibbiano. Non esiste. Esiste solo sui giornali», attacca rivolto a Pillon. «Sta indagando la magistratura. Abbiamo saputo che quello che è stato detto all'inizio non è vero, non è tutto vero. Ci sono pochi casi, pochi casi, da valutare e sono, dai dati che leggiamo non sui giornali ma su riviste serie, sono in quantità minore rispetto ai casi di tutta Italia. Non c'è un caso Bibbiano, non c'è un bubbone, non tocca a noi stabilire se c'è un caso Bibbiano ma tocca alla magistratura. Non tocca a noi in questa commissione creare una informazione errata e dare quindi l'impressione che ci sia già stata una decisione finale né tocca a noi criminalizzare il miglior sistema di sostegno all'infanzia che c'è a Reggio Emilia e in Emilia Romagna». Che ci siano pochi casi di affidi in Emilia Romagna, e in particolare nella provincia di Reggio Emilia è semplicemente falso. L'Emilia Romagna ha un tasso di affidi di circa il 3%, dunque nella media nazionale, ma nella provincia reggiana si arriva al 5,2%. E i bibbianesi dichiararono - nel 2016 - un tasso del 7,5 per mille. Su un centinaio di segnalazioni avanzate dai servizi bibbianesi al Tribunale dei minori di Bologna, solo 15 si sono tradotte in affidi. In tutti questi casi i bambini sono stati - purtroppo dopo parecchio tempo - rimandati a casa. Dunque nessuno di questi piccoli avrebbe dovuto essere tolto ai genitori. Segno che un «sistema Bibbiano» esiste eccome. È falso pure che la magistratura non si sia pronunciata, come sostiene Siani, poiché ben due giudici si sono espressi su Claudio Foti, proibendogli per 6 mesi di condurre terapie sui minori. Il deputato Pd, tuttavia, è talmente fiero della sua mistificazione da averla ripetuta pari pari (solo con una lievissima correzione di tiro) in un comunicato stampa. Nel testo ribadisce: «Non spetta a noi criminalizzare in maniera strumentale il miglior sistema di sostegno dell'infanzia esistente nel Paese e, cioè, quello che abbiamo a Reggio Emilia e in Emilia Romagna».Tutto chiaro: Bibbiano non esiste, e il sistema reggiano di gestione minori è il migliore della regione, anzi il migliore di tutta Italia. Un sistema dove i bambini venivano tolti ingiustamente alle famiglie e affidati a coppie arcobaleno che li maltrattavano. Un sistema che si era abbandonato totalmente nelle abili mani di Claudio Foti, uno che esercitava ingiustificate pressioni sui bimbi perché raccontassero abusi mai subiti. Finora il Pd si era limitato a insabbiare, a sminuire, a mistificare. Le ha provate tutte: ha cercato di impedire le presentazioni del libro sullo scandalo affidi, ha minacciato azioni legali. I suoi esponenti hanno fatto gli smargiassi in lungo e in largo pretendendo assurde scuse, e ovviamente hanno taciuto ogni volta che i magistrati li smentivano. Ora fanno di più: celebrano «il miglior sistema di sostegno ai minori in Italia». 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Nel 2012, Vezzetti pubblicò sulla Rivista della società italiana di pediatria preventiva e sociale una ricerca statistica sui minori fuori famiglia in Italia. Dal suo studio emergevano «importanti criticità tra cui le incredibili e logicamente inspiegabili differenze di tassi per quanto riguarda l'invio di minori fuori famiglia tra Regione e Regione (e sicuramente anche all'interno della stessa Regione anche se non dimostrabili per la carenza di dati). Segnalavo in particolare», dice Vezzetti, «che, di fronte a un tasso medio nazionale di minori fuori famiglia all'epoca del 3 per mille, emergevano alcune criticità molto serie, dimostrate con calcolo statistico, in Trentino e Liguria (oltre il 5 per mille), meritevoli di attenzione e indagine». Per via della sua ricerca, Vezzetti fu audito, martedì 19 aprile 2016, dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, e in quella sede espresse tutte le sue perplessità. «La mia analisi era su base statistica», racconta. «Come facciamo a dire se c'è emergenza affidamenti o no? Dobbiamo fare un confronto con i dati di altri Paesi. A livello nazionale risultava che l'Italia rientrava perfettamente nella media europea. Il problema erano le differenze, assolutamente inspiegabili, tra una Regione e l'altra». Tali differenze, secondo lo studioso, si dovevano al fatto che «si erano evidentemente create nelle varie Regioni scuole di pensiero svincolate da ogni forma di controllo». Insomma, il guaio stava nella difformità di giudizio. Intere zone d'Italia avevano un tasso di allontanamenti di minori superiore al 5 per mille. «Tre mesi dopo la mia audizione sono stati sentiti gli assistenti sociali e il sindaco di Bibbiano», continua Vezzetti. «Presentarono una realtà in cui il tasso di allontanamento di minori - stando ai dati da loro forniti - era almeno del 7,5 per mille. Stavano parlando soltanto dei minori abusati...». Nessuno però si è allarmato. Anzi, in commissione Vanna Iori del Pd si profuse in elogi per il gruppo bibbianese: «Volevo solo ringraziare», spiegò. «E dire che il motivo per cui ho proposto questa audizione è che per la prima volta abbiamo non solo la denuncia di un fenomeno, ma anche un tentativo di risposta. Tengo a sottolinearlo, perché di auditi che ci hanno sottoposto problemi ne abbiamo avuti altri; di risposte vere, concrete, che hanno dato dei risultati non ne abbiamo avute, quindi grazie davvero». Non solo, dunque, il problema fu ignorato, ma addirittura Bibbiano fu presentato come un esempio. Il problema con le percentuali, non a caso, non è ancora risolto. Basta dare uno sguardo ai dati presentati dalla Commissione regionale sui fatti di Bibbiano messa in piedi dall'Emilia Romagna. Secondo la Commissione, il dato regionale (relativo al 2017) è in linea con la media italiana: 2,7 per mille. Ma se andiamo a vedere i dati provincia per provincia scopriamo che a Reggio Emilia si arriva al 5,2 per mille. «O nella zona di Reggio Emilia sono tutti orchi, stupratori e abusanti», dice Vezzetti, «oppure significa che da quelle parti è stato utilizzato un differente criterio di valutazione. Quando vediamo che a Ferrara il dato è 1,6 per mille e a Reggio Emilia è oltre il 5 significa che bisogna come minimo riflettere. Io sono medico, e se prescrivo il triplo di antibiotici rispetto all'anno prima l'Asl mi chiama e mi chiede perché. Ma a Bibbiano nessuno ha chiamato. Sono andati avanti con percentuali triple rispetto ad altre province e nessuno si è mai chiesto come fosse possibile. C'è stata una totale omissione di vigilanza mentre con una banale valutazione statistica si poteva capire che un problema c'era eccome».
Ecco #DimmiLaVerità del 7 gennaio 2026. Il nostro Alessandro Rico commenta l'emergenza sicurezza: omicidi e delitti in serie ma non si riesce a mettere un argine.
In questa puntata di Segreti smontiamo uno dei miti più duri a morire sul delitto di Garlasco: il presunto movente legato al computer di Alberto Stasi. Le nuove analisi chiariscono cosa fece davvero Chiara Poggi in quei minuti chiave e fanno crollare una narrazione che per anni ha orientato opinione pubblica e processo.
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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