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2018-06-05
Il Papa non dà la comunione ai protestanti
ANSA
«Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer.
«Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo».
Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca».
Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper.
Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia.
A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti».
Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano.
Lorenzo Bertocchi
I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica
Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente.
Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di
Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico.
Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli.
Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione (
Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile.
La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi!
E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì
Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia.
Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi?
Fabrizio Cannone
aticano.
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Il prefetto della Dottrina della fede stoppa «con l'esplicito consenso del Pontefice» la proposta votata dai vescovi tedeschi Niente eucaristia ai coniugi delle chiese riformate. «Non corriamo in avanti», ha detto Papa Bergoglio ricevendo i luterani.La lezione di Karol Wojtyla sui limiti delle democrazie liberali è più attuale che mai. Tre spunti utili per il nuovo governo. «Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer. «Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo». Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca». Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper. Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia. A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti». Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-non-da-la-comunione-ai-protestanti-2575172629.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-valori-dei-cattolici-possono-tornare-nellagenda-politica" data-post-id="2575172629" data-published-at="1773829864" data-use-pagination="False"> I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente. Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico. Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli. Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione ( Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile. La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi! E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia. Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi? Fabrizio Cannone aticano.
Il punto è che il mercato, soprattutto in Europa, ha abbandonato qualsiasi velleità di tagli per il 2026 e in poco più di due settimana ha subito oscillazioni abbastanza marcate sugli indici di riferimento che servono a fissare il costo, per esempio, dei mutui immobiliari.
Tanto per capirsi. Il 27 febbraio (il giorno prima dell’attacco di Usa e Israele all’Iran), l’Euribor a 3 mesi (il riferimento per i variabili) era al 2,01%, mentre ieri prezzava il 2,16%. Così come l’Eurirs a 20 anni (il riferimento per i tassi fissi) è passato dal 3% al 3,18%. Insomma l’Euribor è cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. Cosa vuol dire tutto questo per l’italiano medio che chiede soldi in prestito alla banca per comprare casa? Qual è l’aggravio del conflitto iniziato a fine febbraio nel Golfo?
«Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
Finita qui? Se ci basiamo sulle indicazioni dei future sull’Euribor la giostra è appena iniziata. La curva evidenzia un rialzo dei tassi della Banca centrale europea dal 2 al 2,25% già a partire dal mese di maggio e prevede un’ ulteriore risalita fino al 2,47% per dicembre. Insomma, sono in ballo un paio di aumenti da qui alla fine dell’anno.
In soldoni? «È bene ricordare», continua Bertolino, «che parliamo di aspettative su un mercato che è estremamente volatile e influenzato dal rullo ininterrotto di notizie di cronaca che arrivano dal Golfo Persico. Anche perché ultimamente la Lagarde si muove sempre in relazioni a dati consolidati sull’andamento dei prezzi di medio e lungo periodo. Quindi escluderei un rialzo già domani e resterei cauto anche sulla possibilità di aumenti nella riunione successiva della Bce».
In un contesto così variabile ci sono banche che hanno portato sul mercato (in realtà già prima dell’inizio della guerra) prodotti innovativi che assicurano una sorta di mutuo a tasso fisso garantito. Come funziona il meccanismo? «Alcuni istituti hanno costituito dei “fondi interni” per garantire tassi fissi bloccati purché la stipula del mutuo avvenga entro l’estate. Tu avvii l’istruttoria con un tasso definito e poi anche se il costo del denaro dovesse salire hai tempo fino all’estate per stipulare un contratto definitivo agli stessi tassi dell’istruttoria». Al momento ci sono Credit Agricole che lascia invariati i tassi fino al 30 di settembre (avvio istruttoria entro il 15 maggio), Bper che dà tempo per l’istruttoria fino alla fine di marzo e per la stipula entro fine maggio (anche se i termini potrebbero essere prorogati) e Banco Bpm che lascia i tassi invariati fino al 30 giugno per le istruttorie sottoscritte entro il 15 aprile. E le novità potrebbero non essere finite qui. Perché è quando la geopolitica sembra impazzita che gli altri attori del mercato hanno il dovere di usare tutte le leve a loro disposizione per «tranquillizzare» investitori e risparmiatori. Sperando che si rinsavisca il prima possibile.
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(Imagoeconomica)
La direzione politica è chiara: la Commissione, ammette la necessità di rendere più credibile e gestibile la transizione ecologica nei settori industriali sotto pressione, ma non intende fare marcia indietro. «L’Ets resta uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale», ha detto a chiare lettere la Von der Leyen che concede al massimo che sia «adattato alle nuove realtà». Il presidente promette un mix di flessibilità e di sostegni alle industrie ad alta intensità energetica. Riconosce che, dall’inizio del conflitto in Iran, «l’Europa ha già speso ulteriori 6 miliardi di euro per le importazioni di combustibili fossili» e «un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas dalla regione del Golfo potrebbe avere un impatto significativo sulla nostra economia», ma l’Ets è un totem intoccabile.
«Il sistema deve essere mantenuto e sarà mantenuto», tuttavia «sono possibili e necessari degli aggiustamenti», ha detto in una nota l’eurodeputato Peter Liese, portavoce per la politica climatica del Ppe, indicando che «la Germania può svolgere un importante ruolo di mediazione». «La cosa più importante è che anche dopo il 2039 siano ancora disponibili quote sufficienti: è assolutamente irrealistico pensare che nei settori interessati - dall’acciaio al cemento, al trasporto aereo - a partire dal 2039 non ci saranno più emissioni». Liese esorta un «approccio più moderato» sul sistema di assegnazione gratuita delle quote e una revisione della riserva di stabilità del mercato per disporre di un maggior numero di quote. «La cancellazione delle quote deve essere interrotta al più presto. Mi aspetto che la Commissione presenti la proposta già prima di luglio e chiedo che il Parlamento la approvi con procedura d’urgenza», commenta Liese.
Un alto funzionario Ue ha detto che la maggioranza dei 27 Paesi dell’Unione ritiene «indispensabile» il sistema di scambio delle quote di emissione, «non solo per la transizione ma perché è stato importante per le strategie degli investimenti».
Una maggioranza che, però, dovrà vedersela con l’opposizione di nove Paesi, un terzo dei membri della Ue, tra i quali Italia, Romania e Polonia, intenzionati a proporre «iniziative comuni» per affrontare la questione dell’incidenza dell’Ets sulla produzione di energia. Questi Paesi ieri si sono riuniti a margine del Consiglio Ambiente a Bruxelles per verificare la possibilità di coordinare una linea comune a fronte della «diffusa preoccupazione» per l’impatto del sistema delle quote di CO2 sulla produzione termoelettrica e sull’industria. Se questi nove Paesi dovessero votare insieme nel Consiglio, formerebbero una minoranza di blocco, impedendo la formazione di una maggioranza qualificata.
Intanto infuria la speculazione sui prezzi della benzina. Con il petrolio ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile e l’incertezza sui tempi della risoluzione della guerra in Iran, la corsa al ritocco dei listini dei carburanti è quotidiana. Per un pieno si possono pagare anche 30 euro in più se si sceglie il distributore sbagliato. Nella stessa città, a poca distanza, ci sono differenze importanti. A Roma ieri una pompa indicava 1,57 euro il litro e un’altra a distanza di una manciata di chilometri 2,25 euro. Situazione simile a Milano con 50 centesimi di differenza tra due pompe a due chilometri una dall’altra.
Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha esortato Bruxelles a mettere un tetto al prezzo del gas ad Amsterdam (la borsa di riferimento dell’Europa). Poi ha auspicato che si possano «trovare con i Paesi europei delle soluzioni che allevino l’aumento dei prezzi, che a volte non ha significato. Perché ora non c’è il blocco del petrolio, ci sono tutte le riserve del mese scorso. Dovrebbero iniziare ad aumentare i prezzi, semmai, all’inizio del mese successivo, se non arriva il petrolio».
Il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, durante il Tavolo Pmi, ha parlato dei provvedimenti che il governo si appresta a realizzare per fronteggiare le conseguenze della guerra nel Golfo. A cominciare da misure mirate nei confronti dell’autotrasporto, per evitare che l’aumento del carburante possa attivare una spirale inflativa, e delle imprese manifatturiere ed esportatrici. L’area del Golfo rappresenta un importante mercato per il made in Italy, come dimostra la crescita dell’export nel 2025, che in alcuni di quei Paesi ha superato anche il 30%. Urso ha sottolineato che «tutto dipenderà dalla durata e dall’estensione del conflitto, che allo stato attuale nessuno può prevedere, con conseguenze economiche che potrebbero aggravarsi nel tempo».
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