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2018-06-05
Il Papa non dà la comunione ai protestanti
ANSA
«Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer.
«Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo».
Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca».
Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper.
Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia.
A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti».
Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano.
Lorenzo Bertocchi
I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica
Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente.
Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di
Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico.
Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli.
Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione (
Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile.
La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi!
E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì
Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia.
Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi?
Fabrizio Cannone
aticano.
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Il prefetto della Dottrina della fede stoppa «con l'esplicito consenso del Pontefice» la proposta votata dai vescovi tedeschi Niente eucaristia ai coniugi delle chiese riformate. «Non corriamo in avanti», ha detto Papa Bergoglio ricevendo i luterani.La lezione di Karol Wojtyla sui limiti delle democrazie liberali è più attuale che mai. Tre spunti utili per il nuovo governo. «Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer. «Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo». Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca». Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper. Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia. A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti». Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-non-da-la-comunione-ai-protestanti-2575172629.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-valori-dei-cattolici-possono-tornare-nellagenda-politica" data-post-id="2575172629" data-published-at="1780733832" data-use-pagination="False"> I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente. Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico. Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli. Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione ( Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile. La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi! E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia. Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi? Fabrizio Cannone aticano.
iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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