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2018-06-05
Il Papa non dà la comunione ai protestanti
ANSA
«Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer.
«Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo».
Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca».
Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper.
Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia.
A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti».
Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano.
Lorenzo Bertocchi
I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica
Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente.
Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di
Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico.
Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli.
Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione (
Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile.
La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi!
E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì
Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia.
Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi?
Fabrizio Cannone
aticano.
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Il prefetto della Dottrina della fede stoppa «con l'esplicito consenso del Pontefice» la proposta votata dai vescovi tedeschi Niente eucaristia ai coniugi delle chiese riformate. «Non corriamo in avanti», ha detto Papa Bergoglio ricevendo i luterani.La lezione di Karol Wojtyla sui limiti delle democrazie liberali è più attuale che mai. Tre spunti utili per il nuovo governo. «Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer. «Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo». Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca». Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper. Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia. A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti». Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-non-da-la-comunione-ai-protestanti-2575172629.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-valori-dei-cattolici-possono-tornare-nellagenda-politica" data-post-id="2575172629" data-published-at="1781758201" data-use-pagination="False"> I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente. Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico. Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli. Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione ( Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile. La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi! E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia. Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi? Fabrizio Cannone aticano.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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