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2018-06-05
Il Papa non dà la comunione ai protestanti
ANSA
«Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer.
«Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo».
Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca».
Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper.
Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia.
A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti».
Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano.
Lorenzo Bertocchi
I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica
Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente.
Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di
Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico.
Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli.
Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione (
Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile.
La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi!
E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì
Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia.
Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi?
Fabrizio Cannone
aticano.
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Il prefetto della Dottrina della fede stoppa «con l'esplicito consenso del Pontefice» la proposta votata dai vescovi tedeschi Niente eucaristia ai coniugi delle chiese riformate. «Non corriamo in avanti», ha detto Papa Bergoglio ricevendo i luterani.La lezione di Karol Wojtyla sui limiti delle democrazie liberali è più attuale che mai. Tre spunti utili per il nuovo governo. «Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato». Più che una frenata è uno stop vero e proprio quello che è arrivato ieri al cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, con una lettera firmata dal prefetto dell'ex Sant'Uffizio, monsignor Ladaria Ferrer. «Con l'esplicito consenso del Papa», Ladaria ha fatto pervenire ai vescovi della Germania una lettera in tedesco datata 25 maggio, dopo averne discusso il giorno prima la stesura definitiva con Francesco. Il caso riguarda il documento che la Conferenza episcopale tedesca aveva approvato a maggioranza lo scorso febbraio a proposito dell'accesso all'eucaristia, in certi casi, per i coniugi protestanti di fedeli cattolici. In gergo tecnico si parla di intercomunione, un argomento affrontato in modo talmente controverso che il 22 marzo sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, avevano scritto al Vaticano per manifestare il loro dissenso dai confratelli. Il 3 maggio erano stati convocati a Roma sia il cardinale Marx che Woelki e altri prelati dei rispettivi «partiti», ma sembrava che il Papa volesse non rispondere ai dubia tedeschi e lasciare che se la sbrigassero da soli in Germania. Un atteggiamento che ha sollevato dure critiche da parte di alcuni cardinali come Walter Brandmüller, l'ex prefetto alla Dottrina della fede Gerhard Müller e il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, che dalla sua Olanda si è espresso con molta franchezza. «La prassi della Chiesa cattolica, fondata sulla sua fede», ha dichiarato Eijk, «non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza episcopale vota in favore di questo». Inaspettatamente ora anche papa Bergoglio ora sembra essersene convinto. E il primo a doversi dichiarare «sorpreso» di questo è il destinatario della missiva, Marx, il quale in una nota diffusa ieri pomeriggio ha detto di sentire «ulteriore bisogno di discussione all'interno della Conferenza episcopale tedesca». Certo, Ladaria e il Papa dicono di apprezzare gli sforzi ecumenici e li incoraggiano, ma nella sostanza «la questione dell'ammissione alla comunione di cristiani evangelici in matrimoni interconfessionali è un tema che tocca la fede della Chiesa e ha una rilevanza per la Chiesa universale». E quindi, come avevano evidenziato i sette vescovi tedeschi dissidenti, non può essere risolta a geometria variabile dalle singole conferenze episcopali, come invece volevano il cardinale Marx e il cardinale teologo Walter Kasper. Il documento tedesco di fatto apriva alla intercomunione, rinviando a una interpretazione discutibile del concetto di «grave necessità» presente nel codice di diritto canonico al canone 844. Infatti, il punto 3 della lettera di Ladaria rileva: «Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull'esistenza di una “grave necessità incombente"». Insomma, la questione va risolta al centro e non in periferia. A motivare lo stop all'intercomunione c'è anche «una grande preoccupazione che nella Conferenza episcopale tedesca resti vivo lo spirito della collegialità episcopale». È chiaro, infatti, che il dissenso intorno a questa proposta ha sollevato forti malumori anche oltre i confini della Germania. È il caso del cardinale Eijk, del vescovo canadese Terrence Prendergast o del vescovo americano Charles Chaput di Philadelpia. «La proposta tedesca», ha scritto Chaput sulla rivista First things, «tronca il legame vitale tra la comunione e la confessione sacramentale» perché «non implica che i coniugi protestanti debbano andare a confessare i peccati gravi come preludio alla comunione». Un passo verso la «protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti». Sbaglia chi pensa che questa battaglia intorno alla comunione sia «una sciocchezza», ha tuonato il cardinale Woelki durante le recenti celebrazioni del Corpus Domini a Colonia. «Riguarda la vita e la morte. Riguarda la morte e la resurrezione. Riguarda la vita eterna, riguarda Cristo. Riguarda la Sua Chiesa e di conseguenza riguarda la sua essenza. E questo è il motivo per cui noi dobbiamo combattere per essa, e trovare la via giusta. Non semplicemente una via qualsiasi, ma la via del Signore». Anche il Papa deve essersi reso conto che l'intercomunione alla tedesca rappresenta un rischio enorme per l'unità della Chiesa e forse è meglio non farsi prendere dalla «foga di correre in avanti», come ha detto proprio ieri mattina alla delegazione della Chiesa luterana ricevuta in Vaticano. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-non-da-la-comunione-ai-protestanti-2575172629.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-valori-dei-cattolici-possono-tornare-nellagenda-politica" data-post-id="2575172629" data-published-at="1780939596" data-use-pagination="False"> I valori dei cattolici possono tornare nell’agenda politica Finalmente ci siamo. L'Italia ha un nuovo governo che oggi dovrebbe ottenere la fiducia in Senato. Il risultato delle urne non è certo un dogma assoluto, né tantomeno il sistema democratico-parlamentare è l'unica forma di governo possibile e legittima sia, malgrado si sia diffusa universalmente dopo la Seconda guerra mondiale. Anzi, diventa sempre più inevitabile sottolineare le criticità e i pericoli delle democrazie contemporanea, i cui unici valori fondativi sembrano condurre al discutibilissimo assioma per cui maggioranza uguale verità. Sembra però che il nuovo governo comunichi la volontà di servire il popolo e non di servirsi di esso come è capitato negli anni recenti, con governi tutti più o meno pilotati dall'alto, per lo più dall'Unione europea. D'altra parte, non è totalmente vero che il magistero recente della Chiesa abbia accettato senza problematizarla la logica del sistema democratico-popolare recente. Tra le critiche più taglienti alla logica che sembra presiedere al sistema democratico attuale, vi sono le osservazioni di Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. Scrive il santo e pontefice: «Una delle caratteristiche proprie degli attuali attentati alla vita umana consiste nella tendenza a esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini (…). Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini». Crediamo che il Papa polacco qui abbia posto le basi per una critica di fondo dell'attuale sistema democratico, che si fonda sul più contraddittorio dei relativismi etico. Quindi, cosa chiede l'Italia cattolica, residuale quanto si vuole, al novello governo Conte-Salvini-Di Maio? Essenzialmente tre cose. Una è la fine del laicismo di Stato. Da troppo tempo la politica italiana ha favorito l'estromissione del cristianesimo dalla sua cultura pubblica e sociale. La sinistra, erede del comunismo ateo e il mondo dei media, figlio del libertarismo più immorale, si sono alleati in un patto laico di esproprio della tradizione cristiana, su cui però la nostra identità storica si fonda. La politica che i (veri) cattolici italiani si attendono dal nuovo esecutivo è una politica di rispetto, tutela e promozione delle radici cristiane. E visto che queste radici non sono qualcosa di astratto, è bene promuoverle in concreto. Iniziando per esempio con il favorire, o almeno non vietare, le recite di Natale e i presepi nelle scuole, i crocifissi nelle aule pubbliche, fino magari a una possibile limitazione dell'anticlericalismo in tv e negli spettacoli. Dare a Dio non significa togliere agli uomini, ma proprio l'opposto, come insegna la storia dell'Occidente. Cancellare i falsi diritti, come l'inaudito eppur rivendicato, diritto alla bestemmia, significa promuovere i veri diritti. Ma promuovere i veri diritti (il diritto al lavoro, alla sicurezza, all'educazione dei minori e non alla loro depravazione), implica che i doveri siano anteposti ai diritti, come spiega bene il massimo filosofo cattolico tedesco in una recente pubblicazione ( Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Secondo Spaemann, che rifiuta categoricamente l'aborto e l'eutanasia, la politica deve fondarsi sul riconoscimento della differenza assiologica tra qualcuno e qualcosa: e questo concetto è ciò che chiamiamo la dignità umana. Ma senza religiosità e al di fuori dell'etica naturale, questo concetto è incomprensibile. La seconda richiesta è la difesa della famiglia naturale. Dal 1968 al 2018 tutte le politiche che sono state fatte in Italia hanno bersagliato la famiglia. A livello economico, a livello giuridico, a livello psicologico perfino. Così, il giovane ha imparato la lezione e ne ha concluso logicamente: allora meglio non sposarsi! E come dargli torto? Tutte le leggi, le norme e i regolamenti degli ultimi decenni hanno avuto per effetto il calo drastico e irreversibile dei matrimoni, l'aumento spettacolare dei divorzi e delle separazioni, con oceani di dolore sottaciuti e negati dai negazionisti di professione. E anche un calo, forse unico in Europa, della fecondità e della percentuale di figli per donna. Urge correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Aiutare la famiglia stabile, e non qualunque apparente famiglia fondata sul sentimento transitorio e su amori deboli, come li definì Benedetto XVI. La famiglia italiana, la famiglia di tradizione cristiana deve essere sostenuta (anche a livello materiale), promossa nelle istanze che contano. Il suo ruolo educativo deve essere riconosciuto come primario rispetto a tutte le altre agenzie educative, inclusa la scuola o la parrocchia. Terza richiesta, la sicurezza sociale, specie nel contrasto all'immigrazione di massa. Non c'è pace, non c'è vivibilità sociale, né serenità senza la sicurezza delle strade e del domicilio. Dovrebbe essere la cosa più banale di questo mondo, ma le forze di sinistra hanno detto che la sicurezza è un tema di destra e così lo hanno più o meno demonizzato. Bisognerebbe accettare di andare in giro sapendo che il borseggio, il furto o lo stupro siano cose normali in questo nostro Paese laico e moderno… Ma che laicità e modernità sono quelle che ci fa accettare la violenza come necessità dei tempi? Fabrizio Cannone aticano.
«Dino Zoff - Volevo solo fare bene il mio lavoro» (RaiPlay)
Mercoledì 10 giugno su Rai 1 la docufiction Volevo solo fare bene il mio lavoro ripercorre la vita di Dino Zoff, dall’infanzia in Friuli al Mondiale del 1982. Il ritratto di un portiere diventato simbolo di affidabilità e sobrietà nel calcio italiano.
Non solo un portiere leggendario, ma una figura diventata nel tempo sinonimo di affidabilità, rigore e sobrietà. Il racconto televisivo attraversa le tappe della sua storia: dall’infanzia in Friuli ai campi di provincia, fino all’ascesa ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. La narrazione segue il percorso umano e sportivo di Zoff, il portiere che ha difeso la porta della Nazionale e i sogni di un intero Paese. Campione d’Europa nel 1968 e, soprattutto, capitano dell’Italia campione del mondo nel 1982, resta ancora oggi una delle icone più riconoscibili del calcio azzurro.
La docufiction si sviluppa come un viaggio nella memoria collettiva italiana, intrecciando imprese sportive ed emozioni personali. Attraverso immagini d’archivio, fotografie private, materiali inediti e testimonianze, emerge il ritratto di un uomo capace di incarnare disciplina e umanità, sempre lontano dai clamori ma centrale nella storia sportiva del Paese. Non mancano i momenti entrati nell’immaginario collettivo: dal trionfo mondiale del 1982 al celebre abbraccio con Enzo Bearzot, simbolo di un gruppo diventato leggenda. A ricostruire quella stagione e il percorso di Zoff sono le voci di compagni, avversari e protagonisti della cultura italiana: Francesco De Gregori, José Altafini, Fabio Capello, Maurizio De Giovanni, Michel Platini, Alessandro Del Piero, Bruno Conti, Marco Tardelli, Luca Marchegiani, Sandro Veronesi, Neri Marcorè e Cinzia Bearzot.
La produzione è firmata da Tunnel Produzioni, con la regia di Giovanni Filippetto, con il regista che ha curato anche i testi insime a Umberto Marino, Anna Boiardi e Antonio Azzalini.
Dietro il racconto della docufiction c’è una carriera che, più che un’ascesa spettacolare, somiglia a una costruzione lenta e inesorabile. Dino Zoff viene dai campi del Friuli, da un calcio che non aveva ancora miti consolidati e che chiedeva soprattutto affidabilità, resistenza, continuità. Non è mai stato un portiere «di effetto», e forse proprio per questo è diventato un punto fermo. La sua storia passa da Udinese e Mantova, fino alla Juventus, dove entra in un mondo che non ammette distrazioni e dove la solidità, più delle parate spettacolari, diventa una forma di leadership. Con la Nazionale attraversa stagioni diverse senza mai perdere il posto né la misura. Il titolo europeo del 1968 è il primo approdo, ma è il Mundial del 1982 a fissarne l’immagine nella memoria collettiva: a 40 anni, da capitano, alza la Coppa del Mondo in Spagna e chiude una delle carriere più longeve mai viste a quei livelli.
Anche il dopo non è una rottura, ma una prosecuzione naturale. Tornato in panchina, guida ancora Juventus e Nazionale, portando con sé lo stesso modo di stare nel calcio: sobrio, essenziale, quasi refrattario alle mode.
Ed è forse qui che la sua figura trova una coerenza rara. Come quando, nel 200, dopo il secondo posto agli Europei di Belgio e Olanda, dove condusse l'Italia a un passo dal trionfo, beffata prima dal pareggio di Wiltord nei minuti di recupero e poi dal golden gol di Trezeguet ai tempi supplementari, decise di dimettersi in seguito alle dure critiche di Silvio Berlusconi. Perché Zoff non ha mai cercato interpretazioni diverse di sé stesso: ha fatto un lavoro, con continuità assoluta, fino a farlo coincidere con un’idea di serietà che nel calcio moderno appare sempre più distante.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 giugno 2026. L'economista Antonio Maria Rinaldi spiega i motivi della sua adesione al partito di Vannacci.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.