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2019-08-27
Il nuovo capo dell’Unar amico di Spadafora: «Più azioni per gay e rom»
Ansa
Può persino darsi che, a un certo punto, ci tocchi di rimpiangere Luigi Manconi. L'ex senatore del Partito democratico, trombato dal suo schieramento, fu riciclato da Paolo Gentiloni come coordinatore dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) il 24 marzo del 2018. Non fu proprio una splendida notizia per chi si aspettava una personalità meno connotata ideologicamente: Manconi, per tutta la durata del suo incarico, non ha perso occasione per alimentare lo psicodramma sul razzismo e sull'Italia trasformata dai populisti in un Paese di feroci intolleranti.
L'ex senatore, tuttavia, si concentrava per lo più sui migranti e sulle minoranze etniche. Le sue tirate risultavano irritanti (e spesso pure offensive nei confronti della maggioranza degli italiani), ma alla fine si scioglievano nel minestrone antisalviniano.
Il nuovo capo dell'Unar, invece, appare decisamente più battagliero e, se possibile, ancora più connotato ideologicamente. Per altro con una tintarella arcobaleno che davvero non fa ben sperare. Il nuovo coordinatore è stato nominato circa due mesi fa, ma finora è rimasto piuttosto defilato. Si chiama Triantafillos Loukarelis, è nato nel 1971 e ha un curriculum più che rispettabile: laurea in Scienze politiche poi vari corsi di specializzazione.
La cosa più interessante, tuttavia, è l'ambiente politico da cui proviene. Il nostro, infatti, è un fedelissimo di Vincenzo Spadafora. Esatto, proprio il sottosegretario grillino impegnato a fare da pontiere con il Pd, già molto legato ad Angelo Balducci, quello della cricca degli appalti (roba che ai pentastellati dovrebbe fare venire la pelle d'oca).
Spadafora, infatti, ha esultato sui social per la «promozione» dell'amico: «Sono felice della nomina di Triantafillos Loukarelis a direttore dell'Unar», ha scritto su Facebook. «Conosco la sua brillante storia professionale e il suo impegno culturale sul tema dei diritti. Sono convinto che farà un ottimo lavoro, con la passione e le capacità che ha sempre dimostrato, insieme a tutta la squadra dell'Ufficio, in un momento storico in cui l'Unar deve ancor più rappresentare un punto fermo indispensabile e imparziale contro ogni tipo di discriminazione».
Certo che Spadafora conosce la storia professionale di Loukarelis: hanno lavorato fianco a fianco per anni. Fino all'altro giorno, infatti, Triantafillos (detto Trianda) è stato capo della segreteria tecnica del sottosegretario pentastellato. I due, però, hanno operato assieme anche in un'altra occasione, cioè quando Spadafora era Garante nazionale per l'infanzia, tra il 2013 e il 2015. Ancora prima, poi, tra il 2008 e il 2013, Loukarelis è stato all'Unicef, sempre appresso al suo sodale.
Tutto considerato, sembra quasi che la nomina di Loukarelis all'Unar sia una specie di anticipazione del «governo di Bibbiano» di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi. Dopo tutto c'era anche lui all'autorità Garante dell'infanzia quando a Spadafora fu segnalato pubblicamente che qualcosa, nel sistema degli affidi, decisamente non andava...
Ma c'è di più. Il nuovo capo dell'Unar ha appena rilasciato una bella intervista al sito Gaynews.it, da cui si capisce perfettamente quale sia il suo orientamento politico. Non che ci fossero dubbi: Spadafora è uno dei massimi esponenti dell'ideologia Lgbt in Italia, il suo braccio destro non poteva certo essere da meno.
«Svolgeremo il nostro lavoro senza timidezze e con grande determinazione, per contribuire a unire e non dividere la società, come purtroppo sembra andare di moda oggi», promette Loukarelis al sito arcobaleno. Poi aggiunge: «Ovviamente non mancheremo di richiamare alle proprie responsabilità chi alimenta climi di odio e compie gesti discriminatori». Abbiamo già capito dove vuole andare a parare: preparatevi a sentire fior di sermoni sull'omofobia imperante e sulle discriminazioni onnipresenti.
Loukarelis non si nasconde, anzi: «L'Unar ha il dovere di contrastare le discriminazioni ovunque esse si manifestino», spiega. «L'omotransfobia purtroppo è presente nella nostra società: ci troviamo quindi quotidianamente di fronte a casi di discriminazioni dovute all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Ma certo: l'Italia è un Paese omofobo, dunque bisogna correre ai ripari.
Ovviamente, non poteva mancare l'attacco ai pericolosi sovranisti, quelli che vogliono riportare il Paese al Medioevo. «Certi ambienti conservatori concepiscono i diritti civili alla stregua di una coperta corta, che va tirata da una parte o dall'altra per non scoprire una parte del corpo», dice Loukarelis a Gaynews.it. «In realtà, la nostra società merita di avere una coperta che protegge tutto il corpo della nostra democrazia senza creare divisioni e discriminazioni». Certo: bisogna che nessuno sia discriminato, a parte chi non condivide l'ideologia Lgbt, ovviamente.
L'obiettivo numero uno del nuovo capo dell'Unar, in sostanza, sembra essere la promozione delle istanze arcobaleno: «Entro un mese o poco più bandiremo e realizzeremo numerose attività a favore delle comunità Lgbt e rom sinti e caminanti», racconta. «In particolare, per le persone Lgbti abbiamo in cantiere azioni per favorire l'inclusione negli ambiti del lavoro, della salute, della sicurezza e del trattamento carcerario, della formazione del personale della pubblica amministrazione e diverse azioni sulla comunicazione. Inoltre», continua Loukarelis, «stiamo partecipando ai tavoli per la nuova Programmazione comunitaria 2021–2027 per tentare di incrementare ulteriormente le risorse a disposizione per aggiungere nuove attività che riteniamo prioritarie, come, per esempio, la creazione di centri antiviolenza dove ragazze e ragazzi Lgbti possano essere ospitati e protetti».
Ci si poteva aspettare che all'Unar, dopo anni di dominio ideologico a senso unico, ci fosse finalmente un cambiamento. Invece ci ritroviamo un campione del pensiero arcobaleno che già affila il coltello. Davvero: viene quasi da rimpiangere lo sfiancante Manconi.
A Mantova il Pd mobilita la Digos per eliminare gli adesivi su Bibbiano
Grillini perdonati. Anzi no. Sulle trattative per il governo giallorosso continua a pendere una spada di Damocle chiamata Bibbiano. Se la quadra politica all'accordo di governo verrà trovata, ci vorrà poco a far finire la querelle sotto al tappetto in nome della santa poltrona, ovviamente. Ma come? Attraverso quali passaggi? Si potrà semplicemente fare finta di niente?
I dem, a riguardo, stanno letteralmente impazzendo. Parlando con il Foglio, il segretario del Pd di Bibbiano, Stefano Marazzi, ha chiarito di essere disposto, seppur con qualche mal di pancia, a far finta che le accuse grilline ai dem non siano mai esistite: «Oggi rimango in posizione dubitativa. La pancia mi direbbe una cosa e la testa mi impone di non escludere nessuna ipotesi. Ma rimango fortemente in dubbio», ha dichiarato, confessando di aver trovato la sua «fortemente segnata». Ma, ha spiegato «non credo che continuando ad alimentare uno scontro facciamo il bene del Paese».
Le chiacchiere, si sa, le porta via il vento. Ma le querele? Dopo la prima ondata di sdegno suscitata dall'inchiesta Angeli e demoni, molti puntarono il dito contro il Pd, che rispose chiudendosi a riccio, negando ogni addebito e minacciando denunce a tappeto. Cominciando da Luigi Di Maio, che sul tema fu durissimo, inaugurando l'espressione «partito di Bibbiano» e concedendosi anche qualche semplificazione di troppo, per la verità. Ora che dem e pentastellati stanno per diventare alleati, tutto è perdonato?
Non esattamente. Stefano Vaccari, responsabile organizzativo del Pd nazionale, è stato molto netto alla festa dell'Unità di Ravenna: «Ritirare le querele ai 5 stelle? Prima è necessario che chiedano scusa. Ma sarà il segretario Zingaretti a decidere cosa fare», riporta La Gazzetta di Reggio. Non è la prima volta che emerge il tema delle scuse. Il 18 agosto scorso, l'europarlamentare democratico Pierfrancesco Majorino aveva twittato: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei».
Stessa linea di Vaccari: «Quelle frasi su Bibbiano sono state dette e scritte appena qualche settimana fa. E anche se politicamente si tratta di un'altra epoca, personalmente non vedo ragioni per ritirare le querele». Insomma, l'idea di uscire dal cono d'ombra di Bibbiano per via giudiziaria non tramonta. Anzi, tocca punte di umorismo involontario, come è accaduto a Mantova, dove il sindaco ha mobilitato persino la Digos, chiedendo indagini stile Csi, per far luce sugli adesivi comparsi in città che chiedono «Parlateci di Bibbiano». Il primo cittadino mantovano, il piddino Mattia Palazzi, si è sfogato sulla sua pagina Facebook, lanciando una fatwa con la scusa della lotta al degrado: «Qualche cretino ha pensato bene di imbrattare diverse parti di piazza Virgiliana e del centro con questi adesivi. Di Bibbiano parleranno le indagini che sono in corso. Intanto qui, che siamo a Mantova, ho chiesto alla polizia locale di verificare le telecamere per beccarli e sanzionarli per bene. Stiamo spendendo milioni per rendere più bella e pulita la città. I responsabili pagheranno tutti i costi per ripulire».
Una reazione un po' scomposta, per chi amministra un Comune che, il 28 maggio 2018, diede il suo patrocinio alla conferenza «AffidarSi: uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», fra i cui relatori figuravano Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali dell'Unione Val d'Enza, e Fadia Bassmaji, promotrice progetto AffidarSi, entrambe indagate nell'inchiesta Angeli e demoni. Un incontro di cui, effettivamente, qualcuno dovrebbe trovare il tempo di parlarci.
La coop umbra dei minorenni nei guai per truffa e frode
«Per giorni tutti si sono battuti il petto, riempiti la bocca di belle parole su quanto accaduto a Bibbiano. Ma ora?» Fatica a contenere la rabbia e la delusione, Loredana Greco, delegata per il Lazio e l'Umbria dell'associazione Colibrì, che da anni si occupa di affidi e strutture di accoglienza per minori. «L'eventualità di un nuovo governo targato Pd ci spaventa: abbiamo visto tutti come hanno gestito gli affidi nelle regioni che hanno governato in questi anni. Controlli inesistenti, eccessiva leggerezza: Bibbiano è una sgradevolissima situazione, ma ci sono molte, troppe storie simili sparse in tutta Italia».
Storie di controlli mancati, connivenze, truffe. Come quella in cui sono coinvolti i due titolari della cooperativa sociale Piccolo Carro", da anni gerente di cinque strutture residenziali per minori nelle province di Perugia e Assisi, imputati per truffa e frode nelle pubbliche forniture. Secondo i pubblici ministeri De Ficchy e Adragna, che ne hanno chiesto il rinvio a giudizio, Cristina Aristei e Pietro Salerno, rispettivamente presidente e vice-presidente della Cooperativa, avrebbero per anni accolto minori provenienti da tutta Italia e fornito loro assistenza socio-sanitaria pur non avendo alcuna autorizzazione a farlo. Come si legge negli atti della Procura di Perugia, gli unici servizi che le strutture del Piccolo Carro avrebbero potuto fornire sono quelli socio-educativi, per i quali avevano le necessarie autorizzazioni comunali. Dai sopralluoghi svolti dall'Azienda sanitaria locale e dai Nas è emerso invece che «nelle strutture venivano erogate con continuità, verso ospiti minorenni, prestazioni di tipo socio/sanitario, per mezzo di una organizzazione propria, interna alla cooperativa stessa, composta da infermieri, medici, psichiatri, che non solo provvedevano alla somministrazione di importanti terapie farmacologiche, ma assumevano anche autonome decisioni in ordine alla prosecuzione, alla modifica o alla interruzione delle stesse».
Per i gip, che hanno disposto il sequestro preventivo dei beni della coop per oltre 6 milioni di euro, «i gestori della cooperativa hanno maliziosamente taciuto agli interlocutori di non avere titolo ad accogliere minorenni con problematiche di tipo socio/sanitario ed hanno piuttosto enfatizzato la valenza terapeutica delle proprie competenze e del relativo supporto organizzativo facendo leva su referenze di provenienza apparentemente istituzionale». Valutazione confermata anche dal Tribunale del riesame, per cui «gli enti collocanti, vuoi per negligenza, vuoi per risolvere concretamente situazioni oggettivamente problematiche concernenti la collocazione di minori in condizioni di vita critiche, non approfondivano particolarmente la questione della regolarità amministrativa delle strutture». Il provvedimento di sequestro è stato poi annullato dalla seconda sezione della Corte di cassazione, ma il dubbio rimane: come è possibile che una coop abbia continuato a fornire in assoluta libertà i suoi servizi senza che nessuno, né in tribunale né nelle aziende sanitarie, si sia premurato di effettuare un controllo, anche minimo, sulle autorizzazioni?
Di confusione, nel sistema umbro, deve essercene stata parecchia, se è vero che i titolari del Piccolo Carro si sono sempre difesi dalle accuse mostrando una nota regionale in cui si specifica che la cooperativa è «soggetto titolare e gestore di comunità educativa a valenza terapeutica». Peccato che il dirigente regionale che ha firmato l'atto, pur riconoscendo la propria firma, ne ha disconosciuto la paternità: «Le iniziali in calce alla nota sono le mie, ma ritengo che non sia stata redatta da me, anche perché non avevo le competenze per scrivere un simile contenuto», ha spiegato. E anche la dipendente regionale, indicata come possibile redattrice del documento, si è smarcata: «Non esiste in Umbria una comunità socio-educativa a valenza terapeutica giuridicamente normata e autorizzata». Insomma, un documento fantasma, di cui non si conoscono né l'autore né la provenienza. Si conosce invece il giudizio che della vicenda forniscono i giudici del Tribunale di Perugia: «È certo che la Piccolo Carro non ha mai conseguito e neppure richiesto l'autorizzazione all'esercizio di attività sanitaria o sociosanitaria [...] e, tanto meno, ha mai ottenuto l'accreditamento istituzionale in tale ambito».
Eppure, nonostante l'assenza di autorizzazioni e la natura quasi caritatevole ostentata nel sito dalla cooperativa, queste attività hanno permesso di accumulare ingenti profitti: si parla di circa 5 milioni di euro di fatturato l'anno, grazie alle ricchissime rette. Ciascun minore veniva ospitato nelle strutture umbre a 400 euro al giorno, più del doppio rispetto a quanto avrebbero dovuto incassare.
«Ci aspettiamo un rinvio a giudizio per Salerno e Aristei», dice Loredana Greco, pensando al 12 settembre, giorno in cui il giudice per l'udienza preliminare dovrà decidere sulla richiesta della Procura. «Se fosse accertata la colpevolezza, queste persone non dovrebbero più lavorare con i minori».
Continua a leggereRiduci
Il sostituto di Luigi Manconi è un campione della cultura Lgbt. Sodale del sottosegretario grillino, già promette numerosi progetti a senso unico.Intanto il partito si divide: il responsabile dem della cittadina simbolo degli abusi invita a perdonare i grillini in nome «del bene del Paese». Ma Stefano Vaccari avverte: «Non ritiriamo le querele».Il Piccolo carro operava a Perugia e Assisi, con fatturati da 5 milioni di euro l'anno grazie a rette fino a 400 euro. Il 12 settembre i fondatori andranno davanti al giudice.Lo speciale contiene tre articoli Può persino darsi che, a un certo punto, ci tocchi di rimpiangere Luigi Manconi. L'ex senatore del Partito democratico, trombato dal suo schieramento, fu riciclato da Paolo Gentiloni come coordinatore dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) il 24 marzo del 2018. Non fu proprio una splendida notizia per chi si aspettava una personalità meno connotata ideologicamente: Manconi, per tutta la durata del suo incarico, non ha perso occasione per alimentare lo psicodramma sul razzismo e sull'Italia trasformata dai populisti in un Paese di feroci intolleranti. L'ex senatore, tuttavia, si concentrava per lo più sui migranti e sulle minoranze etniche. Le sue tirate risultavano irritanti (e spesso pure offensive nei confronti della maggioranza degli italiani), ma alla fine si scioglievano nel minestrone antisalviniano. Il nuovo capo dell'Unar, invece, appare decisamente più battagliero e, se possibile, ancora più connotato ideologicamente. Per altro con una tintarella arcobaleno che davvero non fa ben sperare. Il nuovo coordinatore è stato nominato circa due mesi fa, ma finora è rimasto piuttosto defilato. Si chiama Triantafillos Loukarelis, è nato nel 1971 e ha un curriculum più che rispettabile: laurea in Scienze politiche poi vari corsi di specializzazione. La cosa più interessante, tuttavia, è l'ambiente politico da cui proviene. Il nostro, infatti, è un fedelissimo di Vincenzo Spadafora. Esatto, proprio il sottosegretario grillino impegnato a fare da pontiere con il Pd, già molto legato ad Angelo Balducci, quello della cricca degli appalti (roba che ai pentastellati dovrebbe fare venire la pelle d'oca). Spadafora, infatti, ha esultato sui social per la «promozione» dell'amico: «Sono felice della nomina di Triantafillos Loukarelis a direttore dell'Unar», ha scritto su Facebook. «Conosco la sua brillante storia professionale e il suo impegno culturale sul tema dei diritti. Sono convinto che farà un ottimo lavoro, con la passione e le capacità che ha sempre dimostrato, insieme a tutta la squadra dell'Ufficio, in un momento storico in cui l'Unar deve ancor più rappresentare un punto fermo indispensabile e imparziale contro ogni tipo di discriminazione». Certo che Spadafora conosce la storia professionale di Loukarelis: hanno lavorato fianco a fianco per anni. Fino all'altro giorno, infatti, Triantafillos (detto Trianda) è stato capo della segreteria tecnica del sottosegretario pentastellato. I due, però, hanno operato assieme anche in un'altra occasione, cioè quando Spadafora era Garante nazionale per l'infanzia, tra il 2013 e il 2015. Ancora prima, poi, tra il 2008 e il 2013, Loukarelis è stato all'Unicef, sempre appresso al suo sodale. Tutto considerato, sembra quasi che la nomina di Loukarelis all'Unar sia una specie di anticipazione del «governo di Bibbiano» di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi. Dopo tutto c'era anche lui all'autorità Garante dell'infanzia quando a Spadafora fu segnalato pubblicamente che qualcosa, nel sistema degli affidi, decisamente non andava... Ma c'è di più. Il nuovo capo dell'Unar ha appena rilasciato una bella intervista al sito Gaynews.it, da cui si capisce perfettamente quale sia il suo orientamento politico. Non che ci fossero dubbi: Spadafora è uno dei massimi esponenti dell'ideologia Lgbt in Italia, il suo braccio destro non poteva certo essere da meno. «Svolgeremo il nostro lavoro senza timidezze e con grande determinazione, per contribuire a unire e non dividere la società, come purtroppo sembra andare di moda oggi», promette Loukarelis al sito arcobaleno. Poi aggiunge: «Ovviamente non mancheremo di richiamare alle proprie responsabilità chi alimenta climi di odio e compie gesti discriminatori». Abbiamo già capito dove vuole andare a parare: preparatevi a sentire fior di sermoni sull'omofobia imperante e sulle discriminazioni onnipresenti. Loukarelis non si nasconde, anzi: «L'Unar ha il dovere di contrastare le discriminazioni ovunque esse si manifestino», spiega. «L'omotransfobia purtroppo è presente nella nostra società: ci troviamo quindi quotidianamente di fronte a casi di discriminazioni dovute all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Ma certo: l'Italia è un Paese omofobo, dunque bisogna correre ai ripari. Ovviamente, non poteva mancare l'attacco ai pericolosi sovranisti, quelli che vogliono riportare il Paese al Medioevo. «Certi ambienti conservatori concepiscono i diritti civili alla stregua di una coperta corta, che va tirata da una parte o dall'altra per non scoprire una parte del corpo», dice Loukarelis a Gaynews.it. «In realtà, la nostra società merita di avere una coperta che protegge tutto il corpo della nostra democrazia senza creare divisioni e discriminazioni». Certo: bisogna che nessuno sia discriminato, a parte chi non condivide l'ideologia Lgbt, ovviamente. L'obiettivo numero uno del nuovo capo dell'Unar, in sostanza, sembra essere la promozione delle istanze arcobaleno: «Entro un mese o poco più bandiremo e realizzeremo numerose attività a favore delle comunità Lgbt e rom sinti e caminanti», racconta. «In particolare, per le persone Lgbti abbiamo in cantiere azioni per favorire l'inclusione negli ambiti del lavoro, della salute, della sicurezza e del trattamento carcerario, della formazione del personale della pubblica amministrazione e diverse azioni sulla comunicazione. Inoltre», continua Loukarelis, «stiamo partecipando ai tavoli per la nuova Programmazione comunitaria 2021–2027 per tentare di incrementare ulteriormente le risorse a disposizione per aggiungere nuove attività che riteniamo prioritarie, come, per esempio, la creazione di centri antiviolenza dove ragazze e ragazzi Lgbti possano essere ospitati e protetti». Ci si poteva aspettare che all'Unar, dopo anni di dominio ideologico a senso unico, ci fosse finalmente un cambiamento. Invece ci ritroviamo un campione del pensiero arcobaleno che già affila il coltello. Davvero: viene quasi da rimpiangere lo sfiancante Manconi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-capo-dellunar-amico-di-spadafora-piu-azioni-per-gay-e-rom-2640043796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-mantova-il-pd-mobilita-la-digos-per-eliminare-gli-adesivi-su-bibbiano" data-post-id="2640043796" data-published-at="1780666842" data-use-pagination="False"> A Mantova il Pd mobilita la Digos per eliminare gli adesivi su Bibbiano Grillini perdonati. Anzi no. Sulle trattative per il governo giallorosso continua a pendere una spada di Damocle chiamata Bibbiano. Se la quadra politica all'accordo di governo verrà trovata, ci vorrà poco a far finire la querelle sotto al tappetto in nome della santa poltrona, ovviamente. Ma come? Attraverso quali passaggi? Si potrà semplicemente fare finta di niente? I dem, a riguardo, stanno letteralmente impazzendo. Parlando con il Foglio, il segretario del Pd di Bibbiano, Stefano Marazzi, ha chiarito di essere disposto, seppur con qualche mal di pancia, a far finta che le accuse grilline ai dem non siano mai esistite: «Oggi rimango in posizione dubitativa. La pancia mi direbbe una cosa e la testa mi impone di non escludere nessuna ipotesi. Ma rimango fortemente in dubbio», ha dichiarato, confessando di aver trovato la sua «fortemente segnata». Ma, ha spiegato «non credo che continuando ad alimentare uno scontro facciamo il bene del Paese». Le chiacchiere, si sa, le porta via il vento. Ma le querele? Dopo la prima ondata di sdegno suscitata dall'inchiesta Angeli e demoni, molti puntarono il dito contro il Pd, che rispose chiudendosi a riccio, negando ogni addebito e minacciando denunce a tappeto. Cominciando da Luigi Di Maio, che sul tema fu durissimo, inaugurando l'espressione «partito di Bibbiano» e concedendosi anche qualche semplificazione di troppo, per la verità. Ora che dem e pentastellati stanno per diventare alleati, tutto è perdonato? Non esattamente. Stefano Vaccari, responsabile organizzativo del Pd nazionale, è stato molto netto alla festa dell'Unità di Ravenna: «Ritirare le querele ai 5 stelle? Prima è necessario che chiedano scusa. Ma sarà il segretario Zingaretti a decidere cosa fare», riporta La Gazzetta di Reggio. Non è la prima volta che emerge il tema delle scuse. Il 18 agosto scorso, l'europarlamentare democratico Pierfrancesco Majorino aveva twittato: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». Stessa linea di Vaccari: «Quelle frasi su Bibbiano sono state dette e scritte appena qualche settimana fa. E anche se politicamente si tratta di un'altra epoca, personalmente non vedo ragioni per ritirare le querele». Insomma, l'idea di uscire dal cono d'ombra di Bibbiano per via giudiziaria non tramonta. Anzi, tocca punte di umorismo involontario, come è accaduto a Mantova, dove il sindaco ha mobilitato persino la Digos, chiedendo indagini stile Csi, per far luce sugli adesivi comparsi in città che chiedono «Parlateci di Bibbiano». Il primo cittadino mantovano, il piddino Mattia Palazzi, si è sfogato sulla sua pagina Facebook, lanciando una fatwa con la scusa della lotta al degrado: «Qualche cretino ha pensato bene di imbrattare diverse parti di piazza Virgiliana e del centro con questi adesivi. Di Bibbiano parleranno le indagini che sono in corso. Intanto qui, che siamo a Mantova, ho chiesto alla polizia locale di verificare le telecamere per beccarli e sanzionarli per bene. Stiamo spendendo milioni per rendere più bella e pulita la città. I responsabili pagheranno tutti i costi per ripulire». Una reazione un po' scomposta, per chi amministra un Comune che, il 28 maggio 2018, diede il suo patrocinio alla conferenza «AffidarSi: uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», fra i cui relatori figuravano Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali dell'Unione Val d'Enza, e Fadia Bassmaji, promotrice progetto AffidarSi, entrambe indagate nell'inchiesta Angeli e demoni. Un incontro di cui, effettivamente, qualcuno dovrebbe trovare il tempo di parlarci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-capo-dellunar-amico-di-spadafora-piu-azioni-per-gay-e-rom-2640043796.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-coop-umbra-dei-minorenni-nei-guai-per-truffa-e-frode" data-post-id="2640043796" data-published-at="1780666842" data-use-pagination="False"> La coop umbra dei minorenni nei guai per truffa e frode «Per giorni tutti si sono battuti il petto, riempiti la bocca di belle parole su quanto accaduto a Bibbiano. Ma ora?» Fatica a contenere la rabbia e la delusione, Loredana Greco, delegata per il Lazio e l'Umbria dell'associazione Colibrì, che da anni si occupa di affidi e strutture di accoglienza per minori. «L'eventualità di un nuovo governo targato Pd ci spaventa: abbiamo visto tutti come hanno gestito gli affidi nelle regioni che hanno governato in questi anni. Controlli inesistenti, eccessiva leggerezza: Bibbiano è una sgradevolissima situazione, ma ci sono molte, troppe storie simili sparse in tutta Italia». Storie di controlli mancati, connivenze, truffe. Come quella in cui sono coinvolti i due titolari della cooperativa sociale Piccolo Carro", da anni gerente di cinque strutture residenziali per minori nelle province di Perugia e Assisi, imputati per truffa e frode nelle pubbliche forniture. Secondo i pubblici ministeri De Ficchy e Adragna, che ne hanno chiesto il rinvio a giudizio, Cristina Aristei e Pietro Salerno, rispettivamente presidente e vice-presidente della Cooperativa, avrebbero per anni accolto minori provenienti da tutta Italia e fornito loro assistenza socio-sanitaria pur non avendo alcuna autorizzazione a farlo. Come si legge negli atti della Procura di Perugia, gli unici servizi che le strutture del Piccolo Carro avrebbero potuto fornire sono quelli socio-educativi, per i quali avevano le necessarie autorizzazioni comunali. Dai sopralluoghi svolti dall'Azienda sanitaria locale e dai Nas è emerso invece che «nelle strutture venivano erogate con continuità, verso ospiti minorenni, prestazioni di tipo socio/sanitario, per mezzo di una organizzazione propria, interna alla cooperativa stessa, composta da infermieri, medici, psichiatri, che non solo provvedevano alla somministrazione di importanti terapie farmacologiche, ma assumevano anche autonome decisioni in ordine alla prosecuzione, alla modifica o alla interruzione delle stesse». Per i gip, che hanno disposto il sequestro preventivo dei beni della coop per oltre 6 milioni di euro, «i gestori della cooperativa hanno maliziosamente taciuto agli interlocutori di non avere titolo ad accogliere minorenni con problematiche di tipo socio/sanitario ed hanno piuttosto enfatizzato la valenza terapeutica delle proprie competenze e del relativo supporto organizzativo facendo leva su referenze di provenienza apparentemente istituzionale». Valutazione confermata anche dal Tribunale del riesame, per cui «gli enti collocanti, vuoi per negligenza, vuoi per risolvere concretamente situazioni oggettivamente problematiche concernenti la collocazione di minori in condizioni di vita critiche, non approfondivano particolarmente la questione della regolarità amministrativa delle strutture». Il provvedimento di sequestro è stato poi annullato dalla seconda sezione della Corte di cassazione, ma il dubbio rimane: come è possibile che una coop abbia continuato a fornire in assoluta libertà i suoi servizi senza che nessuno, né in tribunale né nelle aziende sanitarie, si sia premurato di effettuare un controllo, anche minimo, sulle autorizzazioni? Di confusione, nel sistema umbro, deve essercene stata parecchia, se è vero che i titolari del Piccolo Carro si sono sempre difesi dalle accuse mostrando una nota regionale in cui si specifica che la cooperativa è «soggetto titolare e gestore di comunità educativa a valenza terapeutica». Peccato che il dirigente regionale che ha firmato l'atto, pur riconoscendo la propria firma, ne ha disconosciuto la paternità: «Le iniziali in calce alla nota sono le mie, ma ritengo che non sia stata redatta da me, anche perché non avevo le competenze per scrivere un simile contenuto», ha spiegato. E anche la dipendente regionale, indicata come possibile redattrice del documento, si è smarcata: «Non esiste in Umbria una comunità socio-educativa a valenza terapeutica giuridicamente normata e autorizzata». Insomma, un documento fantasma, di cui non si conoscono né l'autore né la provenienza. Si conosce invece il giudizio che della vicenda forniscono i giudici del Tribunale di Perugia: «È certo che la Piccolo Carro non ha mai conseguito e neppure richiesto l'autorizzazione all'esercizio di attività sanitaria o sociosanitaria [...] e, tanto meno, ha mai ottenuto l'accreditamento istituzionale in tale ambito». Eppure, nonostante l'assenza di autorizzazioni e la natura quasi caritatevole ostentata nel sito dalla cooperativa, queste attività hanno permesso di accumulare ingenti profitti: si parla di circa 5 milioni di euro di fatturato l'anno, grazie alle ricchissime rette. Ciascun minore veniva ospitato nelle strutture umbre a 400 euro al giorno, più del doppio rispetto a quanto avrebbero dovuto incassare. «Ci aspettiamo un rinvio a giudizio per Salerno e Aristei», dice Loredana Greco, pensando al 12 settembre, giorno in cui il giudice per l'udienza preliminare dovrà decidere sulla richiesta della Procura. «Se fosse accertata la colpevolezza, queste persone non dovrebbero più lavorare con i minori».
Donald Trump (Ansa)
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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Ansa
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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