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2019-08-27
Il nuovo capo dell’Unar amico di Spadafora: «Più azioni per gay e rom»
Ansa
Può persino darsi che, a un certo punto, ci tocchi di rimpiangere Luigi Manconi. L'ex senatore del Partito democratico, trombato dal suo schieramento, fu riciclato da Paolo Gentiloni come coordinatore dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) il 24 marzo del 2018. Non fu proprio una splendida notizia per chi si aspettava una personalità meno connotata ideologicamente: Manconi, per tutta la durata del suo incarico, non ha perso occasione per alimentare lo psicodramma sul razzismo e sull'Italia trasformata dai populisti in un Paese di feroci intolleranti.
L'ex senatore, tuttavia, si concentrava per lo più sui migranti e sulle minoranze etniche. Le sue tirate risultavano irritanti (e spesso pure offensive nei confronti della maggioranza degli italiani), ma alla fine si scioglievano nel minestrone antisalviniano.
Il nuovo capo dell'Unar, invece, appare decisamente più battagliero e, se possibile, ancora più connotato ideologicamente. Per altro con una tintarella arcobaleno che davvero non fa ben sperare. Il nuovo coordinatore è stato nominato circa due mesi fa, ma finora è rimasto piuttosto defilato. Si chiama Triantafillos Loukarelis, è nato nel 1971 e ha un curriculum più che rispettabile: laurea in Scienze politiche poi vari corsi di specializzazione.
La cosa più interessante, tuttavia, è l'ambiente politico da cui proviene. Il nostro, infatti, è un fedelissimo di Vincenzo Spadafora. Esatto, proprio il sottosegretario grillino impegnato a fare da pontiere con il Pd, già molto legato ad Angelo Balducci, quello della cricca degli appalti (roba che ai pentastellati dovrebbe fare venire la pelle d'oca).
Spadafora, infatti, ha esultato sui social per la «promozione» dell'amico: «Sono felice della nomina di Triantafillos Loukarelis a direttore dell'Unar», ha scritto su Facebook. «Conosco la sua brillante storia professionale e il suo impegno culturale sul tema dei diritti. Sono convinto che farà un ottimo lavoro, con la passione e le capacità che ha sempre dimostrato, insieme a tutta la squadra dell'Ufficio, in un momento storico in cui l'Unar deve ancor più rappresentare un punto fermo indispensabile e imparziale contro ogni tipo di discriminazione».
Certo che Spadafora conosce la storia professionale di Loukarelis: hanno lavorato fianco a fianco per anni. Fino all'altro giorno, infatti, Triantafillos (detto Trianda) è stato capo della segreteria tecnica del sottosegretario pentastellato. I due, però, hanno operato assieme anche in un'altra occasione, cioè quando Spadafora era Garante nazionale per l'infanzia, tra il 2013 e il 2015. Ancora prima, poi, tra il 2008 e il 2013, Loukarelis è stato all'Unicef, sempre appresso al suo sodale.
Tutto considerato, sembra quasi che la nomina di Loukarelis all'Unar sia una specie di anticipazione del «governo di Bibbiano» di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi. Dopo tutto c'era anche lui all'autorità Garante dell'infanzia quando a Spadafora fu segnalato pubblicamente che qualcosa, nel sistema degli affidi, decisamente non andava...
Ma c'è di più. Il nuovo capo dell'Unar ha appena rilasciato una bella intervista al sito Gaynews.it, da cui si capisce perfettamente quale sia il suo orientamento politico. Non che ci fossero dubbi: Spadafora è uno dei massimi esponenti dell'ideologia Lgbt in Italia, il suo braccio destro non poteva certo essere da meno.
«Svolgeremo il nostro lavoro senza timidezze e con grande determinazione, per contribuire a unire e non dividere la società, come purtroppo sembra andare di moda oggi», promette Loukarelis al sito arcobaleno. Poi aggiunge: «Ovviamente non mancheremo di richiamare alle proprie responsabilità chi alimenta climi di odio e compie gesti discriminatori». Abbiamo già capito dove vuole andare a parare: preparatevi a sentire fior di sermoni sull'omofobia imperante e sulle discriminazioni onnipresenti.
Loukarelis non si nasconde, anzi: «L'Unar ha il dovere di contrastare le discriminazioni ovunque esse si manifestino», spiega. «L'omotransfobia purtroppo è presente nella nostra società: ci troviamo quindi quotidianamente di fronte a casi di discriminazioni dovute all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Ma certo: l'Italia è un Paese omofobo, dunque bisogna correre ai ripari.
Ovviamente, non poteva mancare l'attacco ai pericolosi sovranisti, quelli che vogliono riportare il Paese al Medioevo. «Certi ambienti conservatori concepiscono i diritti civili alla stregua di una coperta corta, che va tirata da una parte o dall'altra per non scoprire una parte del corpo», dice Loukarelis a Gaynews.it. «In realtà, la nostra società merita di avere una coperta che protegge tutto il corpo della nostra democrazia senza creare divisioni e discriminazioni». Certo: bisogna che nessuno sia discriminato, a parte chi non condivide l'ideologia Lgbt, ovviamente.
L'obiettivo numero uno del nuovo capo dell'Unar, in sostanza, sembra essere la promozione delle istanze arcobaleno: «Entro un mese o poco più bandiremo e realizzeremo numerose attività a favore delle comunità Lgbt e rom sinti e caminanti», racconta. «In particolare, per le persone Lgbti abbiamo in cantiere azioni per favorire l'inclusione negli ambiti del lavoro, della salute, della sicurezza e del trattamento carcerario, della formazione del personale della pubblica amministrazione e diverse azioni sulla comunicazione. Inoltre», continua Loukarelis, «stiamo partecipando ai tavoli per la nuova Programmazione comunitaria 2021–2027 per tentare di incrementare ulteriormente le risorse a disposizione per aggiungere nuove attività che riteniamo prioritarie, come, per esempio, la creazione di centri antiviolenza dove ragazze e ragazzi Lgbti possano essere ospitati e protetti».
Ci si poteva aspettare che all'Unar, dopo anni di dominio ideologico a senso unico, ci fosse finalmente un cambiamento. Invece ci ritroviamo un campione del pensiero arcobaleno che già affila il coltello. Davvero: viene quasi da rimpiangere lo sfiancante Manconi.
A Mantova il Pd mobilita la Digos per eliminare gli adesivi su Bibbiano
Grillini perdonati. Anzi no. Sulle trattative per il governo giallorosso continua a pendere una spada di Damocle chiamata Bibbiano. Se la quadra politica all'accordo di governo verrà trovata, ci vorrà poco a far finire la querelle sotto al tappetto in nome della santa poltrona, ovviamente. Ma come? Attraverso quali passaggi? Si potrà semplicemente fare finta di niente?
I dem, a riguardo, stanno letteralmente impazzendo. Parlando con il Foglio, il segretario del Pd di Bibbiano, Stefano Marazzi, ha chiarito di essere disposto, seppur con qualche mal di pancia, a far finta che le accuse grilline ai dem non siano mai esistite: «Oggi rimango in posizione dubitativa. La pancia mi direbbe una cosa e la testa mi impone di non escludere nessuna ipotesi. Ma rimango fortemente in dubbio», ha dichiarato, confessando di aver trovato la sua «fortemente segnata». Ma, ha spiegato «non credo che continuando ad alimentare uno scontro facciamo il bene del Paese».
Le chiacchiere, si sa, le porta via il vento. Ma le querele? Dopo la prima ondata di sdegno suscitata dall'inchiesta Angeli e demoni, molti puntarono il dito contro il Pd, che rispose chiudendosi a riccio, negando ogni addebito e minacciando denunce a tappeto. Cominciando da Luigi Di Maio, che sul tema fu durissimo, inaugurando l'espressione «partito di Bibbiano» e concedendosi anche qualche semplificazione di troppo, per la verità. Ora che dem e pentastellati stanno per diventare alleati, tutto è perdonato?
Non esattamente. Stefano Vaccari, responsabile organizzativo del Pd nazionale, è stato molto netto alla festa dell'Unità di Ravenna: «Ritirare le querele ai 5 stelle? Prima è necessario che chiedano scusa. Ma sarà il segretario Zingaretti a decidere cosa fare», riporta La Gazzetta di Reggio. Non è la prima volta che emerge il tema delle scuse. Il 18 agosto scorso, l'europarlamentare democratico Pierfrancesco Majorino aveva twittato: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei».
Stessa linea di Vaccari: «Quelle frasi su Bibbiano sono state dette e scritte appena qualche settimana fa. E anche se politicamente si tratta di un'altra epoca, personalmente non vedo ragioni per ritirare le querele». Insomma, l'idea di uscire dal cono d'ombra di Bibbiano per via giudiziaria non tramonta. Anzi, tocca punte di umorismo involontario, come è accaduto a Mantova, dove il sindaco ha mobilitato persino la Digos, chiedendo indagini stile Csi, per far luce sugli adesivi comparsi in città che chiedono «Parlateci di Bibbiano». Il primo cittadino mantovano, il piddino Mattia Palazzi, si è sfogato sulla sua pagina Facebook, lanciando una fatwa con la scusa della lotta al degrado: «Qualche cretino ha pensato bene di imbrattare diverse parti di piazza Virgiliana e del centro con questi adesivi. Di Bibbiano parleranno le indagini che sono in corso. Intanto qui, che siamo a Mantova, ho chiesto alla polizia locale di verificare le telecamere per beccarli e sanzionarli per bene. Stiamo spendendo milioni per rendere più bella e pulita la città. I responsabili pagheranno tutti i costi per ripulire».
Una reazione un po' scomposta, per chi amministra un Comune che, il 28 maggio 2018, diede il suo patrocinio alla conferenza «AffidarSi: uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», fra i cui relatori figuravano Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali dell'Unione Val d'Enza, e Fadia Bassmaji, promotrice progetto AffidarSi, entrambe indagate nell'inchiesta Angeli e demoni. Un incontro di cui, effettivamente, qualcuno dovrebbe trovare il tempo di parlarci.
La coop umbra dei minorenni nei guai per truffa e frode
«Per giorni tutti si sono battuti il petto, riempiti la bocca di belle parole su quanto accaduto a Bibbiano. Ma ora?» Fatica a contenere la rabbia e la delusione, Loredana Greco, delegata per il Lazio e l'Umbria dell'associazione Colibrì, che da anni si occupa di affidi e strutture di accoglienza per minori. «L'eventualità di un nuovo governo targato Pd ci spaventa: abbiamo visto tutti come hanno gestito gli affidi nelle regioni che hanno governato in questi anni. Controlli inesistenti, eccessiva leggerezza: Bibbiano è una sgradevolissima situazione, ma ci sono molte, troppe storie simili sparse in tutta Italia».
Storie di controlli mancati, connivenze, truffe. Come quella in cui sono coinvolti i due titolari della cooperativa sociale Piccolo Carro", da anni gerente di cinque strutture residenziali per minori nelle province di Perugia e Assisi, imputati per truffa e frode nelle pubbliche forniture. Secondo i pubblici ministeri De Ficchy e Adragna, che ne hanno chiesto il rinvio a giudizio, Cristina Aristei e Pietro Salerno, rispettivamente presidente e vice-presidente della Cooperativa, avrebbero per anni accolto minori provenienti da tutta Italia e fornito loro assistenza socio-sanitaria pur non avendo alcuna autorizzazione a farlo. Come si legge negli atti della Procura di Perugia, gli unici servizi che le strutture del Piccolo Carro avrebbero potuto fornire sono quelli socio-educativi, per i quali avevano le necessarie autorizzazioni comunali. Dai sopralluoghi svolti dall'Azienda sanitaria locale e dai Nas è emerso invece che «nelle strutture venivano erogate con continuità, verso ospiti minorenni, prestazioni di tipo socio/sanitario, per mezzo di una organizzazione propria, interna alla cooperativa stessa, composta da infermieri, medici, psichiatri, che non solo provvedevano alla somministrazione di importanti terapie farmacologiche, ma assumevano anche autonome decisioni in ordine alla prosecuzione, alla modifica o alla interruzione delle stesse».
Per i gip, che hanno disposto il sequestro preventivo dei beni della coop per oltre 6 milioni di euro, «i gestori della cooperativa hanno maliziosamente taciuto agli interlocutori di non avere titolo ad accogliere minorenni con problematiche di tipo socio/sanitario ed hanno piuttosto enfatizzato la valenza terapeutica delle proprie competenze e del relativo supporto organizzativo facendo leva su referenze di provenienza apparentemente istituzionale». Valutazione confermata anche dal Tribunale del riesame, per cui «gli enti collocanti, vuoi per negligenza, vuoi per risolvere concretamente situazioni oggettivamente problematiche concernenti la collocazione di minori in condizioni di vita critiche, non approfondivano particolarmente la questione della regolarità amministrativa delle strutture». Il provvedimento di sequestro è stato poi annullato dalla seconda sezione della Corte di cassazione, ma il dubbio rimane: come è possibile che una coop abbia continuato a fornire in assoluta libertà i suoi servizi senza che nessuno, né in tribunale né nelle aziende sanitarie, si sia premurato di effettuare un controllo, anche minimo, sulle autorizzazioni?
Di confusione, nel sistema umbro, deve essercene stata parecchia, se è vero che i titolari del Piccolo Carro si sono sempre difesi dalle accuse mostrando una nota regionale in cui si specifica che la cooperativa è «soggetto titolare e gestore di comunità educativa a valenza terapeutica». Peccato che il dirigente regionale che ha firmato l'atto, pur riconoscendo la propria firma, ne ha disconosciuto la paternità: «Le iniziali in calce alla nota sono le mie, ma ritengo che non sia stata redatta da me, anche perché non avevo le competenze per scrivere un simile contenuto», ha spiegato. E anche la dipendente regionale, indicata come possibile redattrice del documento, si è smarcata: «Non esiste in Umbria una comunità socio-educativa a valenza terapeutica giuridicamente normata e autorizzata». Insomma, un documento fantasma, di cui non si conoscono né l'autore né la provenienza. Si conosce invece il giudizio che della vicenda forniscono i giudici del Tribunale di Perugia: «È certo che la Piccolo Carro non ha mai conseguito e neppure richiesto l'autorizzazione all'esercizio di attività sanitaria o sociosanitaria [...] e, tanto meno, ha mai ottenuto l'accreditamento istituzionale in tale ambito».
Eppure, nonostante l'assenza di autorizzazioni e la natura quasi caritatevole ostentata nel sito dalla cooperativa, queste attività hanno permesso di accumulare ingenti profitti: si parla di circa 5 milioni di euro di fatturato l'anno, grazie alle ricchissime rette. Ciascun minore veniva ospitato nelle strutture umbre a 400 euro al giorno, più del doppio rispetto a quanto avrebbero dovuto incassare.
«Ci aspettiamo un rinvio a giudizio per Salerno e Aristei», dice Loredana Greco, pensando al 12 settembre, giorno in cui il giudice per l'udienza preliminare dovrà decidere sulla richiesta della Procura. «Se fosse accertata la colpevolezza, queste persone non dovrebbero più lavorare con i minori».
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Il sostituto di Luigi Manconi è un campione della cultura Lgbt. Sodale del sottosegretario grillino, già promette numerosi progetti a senso unico.Intanto il partito si divide: il responsabile dem della cittadina simbolo degli abusi invita a perdonare i grillini in nome «del bene del Paese». Ma Stefano Vaccari avverte: «Non ritiriamo le querele».Il Piccolo carro operava a Perugia e Assisi, con fatturati da 5 milioni di euro l'anno grazie a rette fino a 400 euro. Il 12 settembre i fondatori andranno davanti al giudice.Lo speciale contiene tre articoli Può persino darsi che, a un certo punto, ci tocchi di rimpiangere Luigi Manconi. L'ex senatore del Partito democratico, trombato dal suo schieramento, fu riciclato da Paolo Gentiloni come coordinatore dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) il 24 marzo del 2018. Non fu proprio una splendida notizia per chi si aspettava una personalità meno connotata ideologicamente: Manconi, per tutta la durata del suo incarico, non ha perso occasione per alimentare lo psicodramma sul razzismo e sull'Italia trasformata dai populisti in un Paese di feroci intolleranti. L'ex senatore, tuttavia, si concentrava per lo più sui migranti e sulle minoranze etniche. Le sue tirate risultavano irritanti (e spesso pure offensive nei confronti della maggioranza degli italiani), ma alla fine si scioglievano nel minestrone antisalviniano. Il nuovo capo dell'Unar, invece, appare decisamente più battagliero e, se possibile, ancora più connotato ideologicamente. Per altro con una tintarella arcobaleno che davvero non fa ben sperare. Il nuovo coordinatore è stato nominato circa due mesi fa, ma finora è rimasto piuttosto defilato. Si chiama Triantafillos Loukarelis, è nato nel 1971 e ha un curriculum più che rispettabile: laurea in Scienze politiche poi vari corsi di specializzazione. La cosa più interessante, tuttavia, è l'ambiente politico da cui proviene. Il nostro, infatti, è un fedelissimo di Vincenzo Spadafora. Esatto, proprio il sottosegretario grillino impegnato a fare da pontiere con il Pd, già molto legato ad Angelo Balducci, quello della cricca degli appalti (roba che ai pentastellati dovrebbe fare venire la pelle d'oca). Spadafora, infatti, ha esultato sui social per la «promozione» dell'amico: «Sono felice della nomina di Triantafillos Loukarelis a direttore dell'Unar», ha scritto su Facebook. «Conosco la sua brillante storia professionale e il suo impegno culturale sul tema dei diritti. Sono convinto che farà un ottimo lavoro, con la passione e le capacità che ha sempre dimostrato, insieme a tutta la squadra dell'Ufficio, in un momento storico in cui l'Unar deve ancor più rappresentare un punto fermo indispensabile e imparziale contro ogni tipo di discriminazione». Certo che Spadafora conosce la storia professionale di Loukarelis: hanno lavorato fianco a fianco per anni. Fino all'altro giorno, infatti, Triantafillos (detto Trianda) è stato capo della segreteria tecnica del sottosegretario pentastellato. I due, però, hanno operato assieme anche in un'altra occasione, cioè quando Spadafora era Garante nazionale per l'infanzia, tra il 2013 e il 2015. Ancora prima, poi, tra il 2008 e il 2013, Loukarelis è stato all'Unicef, sempre appresso al suo sodale. Tutto considerato, sembra quasi che la nomina di Loukarelis all'Unar sia una specie di anticipazione del «governo di Bibbiano» di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi. Dopo tutto c'era anche lui all'autorità Garante dell'infanzia quando a Spadafora fu segnalato pubblicamente che qualcosa, nel sistema degli affidi, decisamente non andava... Ma c'è di più. Il nuovo capo dell'Unar ha appena rilasciato una bella intervista al sito Gaynews.it, da cui si capisce perfettamente quale sia il suo orientamento politico. Non che ci fossero dubbi: Spadafora è uno dei massimi esponenti dell'ideologia Lgbt in Italia, il suo braccio destro non poteva certo essere da meno. «Svolgeremo il nostro lavoro senza timidezze e con grande determinazione, per contribuire a unire e non dividere la società, come purtroppo sembra andare di moda oggi», promette Loukarelis al sito arcobaleno. Poi aggiunge: «Ovviamente non mancheremo di richiamare alle proprie responsabilità chi alimenta climi di odio e compie gesti discriminatori». Abbiamo già capito dove vuole andare a parare: preparatevi a sentire fior di sermoni sull'omofobia imperante e sulle discriminazioni onnipresenti. Loukarelis non si nasconde, anzi: «L'Unar ha il dovere di contrastare le discriminazioni ovunque esse si manifestino», spiega. «L'omotransfobia purtroppo è presente nella nostra società: ci troviamo quindi quotidianamente di fronte a casi di discriminazioni dovute all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Ma certo: l'Italia è un Paese omofobo, dunque bisogna correre ai ripari. Ovviamente, non poteva mancare l'attacco ai pericolosi sovranisti, quelli che vogliono riportare il Paese al Medioevo. «Certi ambienti conservatori concepiscono i diritti civili alla stregua di una coperta corta, che va tirata da una parte o dall'altra per non scoprire una parte del corpo», dice Loukarelis a Gaynews.it. «In realtà, la nostra società merita di avere una coperta che protegge tutto il corpo della nostra democrazia senza creare divisioni e discriminazioni». Certo: bisogna che nessuno sia discriminato, a parte chi non condivide l'ideologia Lgbt, ovviamente. L'obiettivo numero uno del nuovo capo dell'Unar, in sostanza, sembra essere la promozione delle istanze arcobaleno: «Entro un mese o poco più bandiremo e realizzeremo numerose attività a favore delle comunità Lgbt e rom sinti e caminanti», racconta. «In particolare, per le persone Lgbti abbiamo in cantiere azioni per favorire l'inclusione negli ambiti del lavoro, della salute, della sicurezza e del trattamento carcerario, della formazione del personale della pubblica amministrazione e diverse azioni sulla comunicazione. Inoltre», continua Loukarelis, «stiamo partecipando ai tavoli per la nuova Programmazione comunitaria 2021–2027 per tentare di incrementare ulteriormente le risorse a disposizione per aggiungere nuove attività che riteniamo prioritarie, come, per esempio, la creazione di centri antiviolenza dove ragazze e ragazzi Lgbti possano essere ospitati e protetti». Ci si poteva aspettare che all'Unar, dopo anni di dominio ideologico a senso unico, ci fosse finalmente un cambiamento. Invece ci ritroviamo un campione del pensiero arcobaleno che già affila il coltello. Davvero: viene quasi da rimpiangere lo sfiancante Manconi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-capo-dellunar-amico-di-spadafora-piu-azioni-per-gay-e-rom-2640043796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-mantova-il-pd-mobilita-la-digos-per-eliminare-gli-adesivi-su-bibbiano" data-post-id="2640043796" data-published-at="1771736506" data-use-pagination="False"> A Mantova il Pd mobilita la Digos per eliminare gli adesivi su Bibbiano Grillini perdonati. Anzi no. Sulle trattative per il governo giallorosso continua a pendere una spada di Damocle chiamata Bibbiano. Se la quadra politica all'accordo di governo verrà trovata, ci vorrà poco a far finire la querelle sotto al tappetto in nome della santa poltrona, ovviamente. Ma come? Attraverso quali passaggi? Si potrà semplicemente fare finta di niente? I dem, a riguardo, stanno letteralmente impazzendo. Parlando con il Foglio, il segretario del Pd di Bibbiano, Stefano Marazzi, ha chiarito di essere disposto, seppur con qualche mal di pancia, a far finta che le accuse grilline ai dem non siano mai esistite: «Oggi rimango in posizione dubitativa. La pancia mi direbbe una cosa e la testa mi impone di non escludere nessuna ipotesi. Ma rimango fortemente in dubbio», ha dichiarato, confessando di aver trovato la sua «fortemente segnata». Ma, ha spiegato «non credo che continuando ad alimentare uno scontro facciamo il bene del Paese». Le chiacchiere, si sa, le porta via il vento. Ma le querele? Dopo la prima ondata di sdegno suscitata dall'inchiesta Angeli e demoni, molti puntarono il dito contro il Pd, che rispose chiudendosi a riccio, negando ogni addebito e minacciando denunce a tappeto. Cominciando da Luigi Di Maio, che sul tema fu durissimo, inaugurando l'espressione «partito di Bibbiano» e concedendosi anche qualche semplificazione di troppo, per la verità. Ora che dem e pentastellati stanno per diventare alleati, tutto è perdonato? Non esattamente. Stefano Vaccari, responsabile organizzativo del Pd nazionale, è stato molto netto alla festa dell'Unità di Ravenna: «Ritirare le querele ai 5 stelle? Prima è necessario che chiedano scusa. Ma sarà il segretario Zingaretti a decidere cosa fare», riporta La Gazzetta di Reggio. Non è la prima volta che emerge il tema delle scuse. Il 18 agosto scorso, l'europarlamentare democratico Pierfrancesco Majorino aveva twittato: «E comunque nella trattativa con i 5 stelle 'na parolina di scuse su Bibbiano la pretenderei». Stessa linea di Vaccari: «Quelle frasi su Bibbiano sono state dette e scritte appena qualche settimana fa. E anche se politicamente si tratta di un'altra epoca, personalmente non vedo ragioni per ritirare le querele». Insomma, l'idea di uscire dal cono d'ombra di Bibbiano per via giudiziaria non tramonta. Anzi, tocca punte di umorismo involontario, come è accaduto a Mantova, dove il sindaco ha mobilitato persino la Digos, chiedendo indagini stile Csi, per far luce sugli adesivi comparsi in città che chiedono «Parlateci di Bibbiano». Il primo cittadino mantovano, il piddino Mattia Palazzi, si è sfogato sulla sua pagina Facebook, lanciando una fatwa con la scusa della lotta al degrado: «Qualche cretino ha pensato bene di imbrattare diverse parti di piazza Virgiliana e del centro con questi adesivi. Di Bibbiano parleranno le indagini che sono in corso. Intanto qui, che siamo a Mantova, ho chiesto alla polizia locale di verificare le telecamere per beccarli e sanzionarli per bene. Stiamo spendendo milioni per rendere più bella e pulita la città. I responsabili pagheranno tutti i costi per ripulire». Una reazione un po' scomposta, per chi amministra un Comune che, il 28 maggio 2018, diede il suo patrocinio alla conferenza «AffidarSi: uno sguardo accogliente verso l'affido Lgbt», fra i cui relatori figuravano Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali dell'Unione Val d'Enza, e Fadia Bassmaji, promotrice progetto AffidarSi, entrambe indagate nell'inchiesta Angeli e demoni. Un incontro di cui, effettivamente, qualcuno dovrebbe trovare il tempo di parlarci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-capo-dellunar-amico-di-spadafora-piu-azioni-per-gay-e-rom-2640043796.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-coop-umbra-dei-minorenni-nei-guai-per-truffa-e-frode" data-post-id="2640043796" data-published-at="1771736506" data-use-pagination="False"> La coop umbra dei minorenni nei guai per truffa e frode «Per giorni tutti si sono battuti il petto, riempiti la bocca di belle parole su quanto accaduto a Bibbiano. Ma ora?» Fatica a contenere la rabbia e la delusione, Loredana Greco, delegata per il Lazio e l'Umbria dell'associazione Colibrì, che da anni si occupa di affidi e strutture di accoglienza per minori. «L'eventualità di un nuovo governo targato Pd ci spaventa: abbiamo visto tutti come hanno gestito gli affidi nelle regioni che hanno governato in questi anni. Controlli inesistenti, eccessiva leggerezza: Bibbiano è una sgradevolissima situazione, ma ci sono molte, troppe storie simili sparse in tutta Italia». Storie di controlli mancati, connivenze, truffe. Come quella in cui sono coinvolti i due titolari della cooperativa sociale Piccolo Carro", da anni gerente di cinque strutture residenziali per minori nelle province di Perugia e Assisi, imputati per truffa e frode nelle pubbliche forniture. Secondo i pubblici ministeri De Ficchy e Adragna, che ne hanno chiesto il rinvio a giudizio, Cristina Aristei e Pietro Salerno, rispettivamente presidente e vice-presidente della Cooperativa, avrebbero per anni accolto minori provenienti da tutta Italia e fornito loro assistenza socio-sanitaria pur non avendo alcuna autorizzazione a farlo. Come si legge negli atti della Procura di Perugia, gli unici servizi che le strutture del Piccolo Carro avrebbero potuto fornire sono quelli socio-educativi, per i quali avevano le necessarie autorizzazioni comunali. Dai sopralluoghi svolti dall'Azienda sanitaria locale e dai Nas è emerso invece che «nelle strutture venivano erogate con continuità, verso ospiti minorenni, prestazioni di tipo socio/sanitario, per mezzo di una organizzazione propria, interna alla cooperativa stessa, composta da infermieri, medici, psichiatri, che non solo provvedevano alla somministrazione di importanti terapie farmacologiche, ma assumevano anche autonome decisioni in ordine alla prosecuzione, alla modifica o alla interruzione delle stesse». Per i gip, che hanno disposto il sequestro preventivo dei beni della coop per oltre 6 milioni di euro, «i gestori della cooperativa hanno maliziosamente taciuto agli interlocutori di non avere titolo ad accogliere minorenni con problematiche di tipo socio/sanitario ed hanno piuttosto enfatizzato la valenza terapeutica delle proprie competenze e del relativo supporto organizzativo facendo leva su referenze di provenienza apparentemente istituzionale». Valutazione confermata anche dal Tribunale del riesame, per cui «gli enti collocanti, vuoi per negligenza, vuoi per risolvere concretamente situazioni oggettivamente problematiche concernenti la collocazione di minori in condizioni di vita critiche, non approfondivano particolarmente la questione della regolarità amministrativa delle strutture». Il provvedimento di sequestro è stato poi annullato dalla seconda sezione della Corte di cassazione, ma il dubbio rimane: come è possibile che una coop abbia continuato a fornire in assoluta libertà i suoi servizi senza che nessuno, né in tribunale né nelle aziende sanitarie, si sia premurato di effettuare un controllo, anche minimo, sulle autorizzazioni? Di confusione, nel sistema umbro, deve essercene stata parecchia, se è vero che i titolari del Piccolo Carro si sono sempre difesi dalle accuse mostrando una nota regionale in cui si specifica che la cooperativa è «soggetto titolare e gestore di comunità educativa a valenza terapeutica». Peccato che il dirigente regionale che ha firmato l'atto, pur riconoscendo la propria firma, ne ha disconosciuto la paternità: «Le iniziali in calce alla nota sono le mie, ma ritengo che non sia stata redatta da me, anche perché non avevo le competenze per scrivere un simile contenuto», ha spiegato. E anche la dipendente regionale, indicata come possibile redattrice del documento, si è smarcata: «Non esiste in Umbria una comunità socio-educativa a valenza terapeutica giuridicamente normata e autorizzata». Insomma, un documento fantasma, di cui non si conoscono né l'autore né la provenienza. Si conosce invece il giudizio che della vicenda forniscono i giudici del Tribunale di Perugia: «È certo che la Piccolo Carro non ha mai conseguito e neppure richiesto l'autorizzazione all'esercizio di attività sanitaria o sociosanitaria [...] e, tanto meno, ha mai ottenuto l'accreditamento istituzionale in tale ambito». Eppure, nonostante l'assenza di autorizzazioni e la natura quasi caritatevole ostentata nel sito dalla cooperativa, queste attività hanno permesso di accumulare ingenti profitti: si parla di circa 5 milioni di euro di fatturato l'anno, grazie alle ricchissime rette. Ciascun minore veniva ospitato nelle strutture umbre a 400 euro al giorno, più del doppio rispetto a quanto avrebbero dovuto incassare. «Ci aspettiamo un rinvio a giudizio per Salerno e Aristei», dice Loredana Greco, pensando al 12 settembre, giorno in cui il giudice per l'udienza preliminare dovrà decidere sulla richiesta della Procura. «Se fosse accertata la colpevolezza, queste persone non dovrebbero più lavorare con i minori».
Ansa
Qualche giorno fa, mamma Catherine è stata sottoposta a test psicologici che prevedevano qualcosa come 570 quesiti e non ha retto. «Le condizioni psicologiche sono state valutate incompatibili con l’ampia batteria di test a cui Catherine si sottoporrà in momenti diversi», ha detto al quotidiano il Centro Martina Aiello, consulente di parte.
Ed è proprio riguardo ai test che emerge l’elemento interessante cui si accennava in precedenza. La psichiatra Simona Ceccoli ha scelto come ausiliaria una giovane collega, classe 1995 e iscritta all’albo non molti anni fa, nel 2022. È stata lei, settimane fa, a dichiarare a Repubblica che «non è pensabile un periodo inferiore ai quattro mesi» per lo svolgimento della perizia famigliare e a ribadire: «Stiamo agendo per il bene dei piccoli». Soprattutto, a quanto risulta, è lei a occuparsi dei test, a somministrarli, a elaborarli e a consegnare il risultato alla consulente d’ufficio.
Può senz’altro darsi che questa giovane professionista sia davvero in gamba nonostante la ancora scarsa esperienza. Di sicuro, però, prima di assumere incarichi così importanti e delicati, dovrebbe assicurarsi di mantenere un tono leggermente diverso, almeno in ciò che scrive pubblicamente. La dottoressa in questione, infatti, come quasi tutti i professionisti, ha un profilo Facebook in cui pubblica materiale inerente alla sua attività. Tra i vari post che contiene ce ne sono vari sulla famiglia del bosco. E non sono proprio tenerissimi.
Il 30 novembre scorso, per dire, ha condiviso un articolo decisamente ruvido della pagina Abolizione del suffragio universale che parlava della casa gentilmente offerta ai Trevallion da un imprenditore locale. «La fiaba esotica della famiglia nel bosco è finita così: con un casolare gratis, immerso nel verde, offerto come se fosse un premio a chi chiedeva 150.000 euro ai servizi sociali per poter accertare lo stato di salute dei figli tramite analisi del sangue», si legge nel testo. «Giorni e giorni di speciali, interviste, servizi strappalacrime. Sembrava quasi che l’Italia avesse trovato i suoi nuovi eroi nazionali: due adulti benestanti che, per scelta, hanno deciso di far vivere i bambini senza riscaldamento, senza condizioni igieniche e senza scuola. E guai a dirlo: eri subito il nemico della libertà, il paladino del sistema, quello che vuole ingabbiare la natura. Poi arriva la parte surreale. La gara di solidarietà. Con gente che fatica a mettere la benzina in macchina, file alle mense, famiglie che dormono in auto, per questa coppia anglo-australiana, ben più attrezzata di tanti italiani, spunta dal nulla un casolare gratis. Con pozzo, panorama bucolico e perfino gli attrezzi antichi “che a Nathan piacciono moltissimo”. Lei incantata dai camini, lui in estasi perché può filare la lana come nel 1800». La dottoressa pubblica il testo integrale e commenta in maiuscolo: «Sante parole».
Già questo basterebbe a suscitare qualche perplessità. È opportuno che una psicologa che condivide pubblicamente queste opinioni sia chiamata a svolgere test sulla famiglia nel bosco? Se il futuro dei Trevallion dipende da quelle valutazioni psicologiche, non sarebbe meglio affidarle a chi non appare prevenuto? Ma non è tutto, di post ce ne sono anche altri. Il 26 novembre la dottoressa aveva pubblicato online l’ordinanza del tribunale sulla famiglia.
Nello stesso giorno, ha condiviso un post di Guido Saraceni, filosofo del diritto, ancora una volta particolarmente duro con i Trevallion. «Chiunque tra voi avesse scritto sulla propria bacheca “ha ragione Salvini: non si possono sequestrare i pampini, i magistrati e gli assistenti sociali non devono rompere le scatole!!!!” o altre corbellerie simili, è pregato di recarsi urgentemente in segreteria studenti per firmare il modulo 49M e chiedere di essere immediatamente trasferito al corso di studi in fenomenologia applicata delle sagre paesane - italiane ed estere», ha scritto il professore in questione. «Gli articoli 15 e 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia stabiliscono chiaramente il diritto dei bambini ad avere una vita sociale con i propri pari. Prima di sparare giudizi sul lavoro di magistrati e assistenti sociali bisognerebbe aver letto bene tutte le carte ed assicurarsi di possedere un minimo di competenza giuridica o psicologica in materia. Il tribunale e gli assistenti sociali stanno portando avanti, da mesi, un delicatissimo e prezioso compito. Lasciateli lavorare in pace. Cialtroni». E ancora: «Manifesto la massima solidarietà alla dottoressa Angrisano per gli indecorosi attacchi personali che sta subendo in questi giorni e vi avverto: non combatto battaglie di intelligenza con persone palesemente disarmate. Detto ciò, vi faccio i miei migliori auguri per l’esame di storia critica delle sfide birra, salsiccia e fagioli, fondamentale obbligatorio del I anno, 9 cfu. Cialtroni». A corredo del commento, il filosofo in questione allegava una foto dei Trevallion con l’aggiunta dei volti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Di nuovo: si suppone che i professionisti incaricati di svolgere una perizia siano imparziali. Dunque ci si aspetterebbe che non pubblicassero o condividessero articoli in cui si sbeffeggia la famiglia nel bosco e si accusa di cialtroneria chi la difende. Un consulente tecnico dovrebbe appunto fare il tecnico: se ha delle opinioni le dovrebbe tenere per sé.
Il fatto è che dalla perizia psicologica e dai vari test dipende il futuro della famiglia Trevallion. Che è chiamata ad affrontare un percorso non facile e non dovrebbe in ogni caso essere circondata da persone ostili. Le istituzioni dovrebbero sostenere la famiglia, non metterla alla gogna o rieducarla. Ergo non sembra affatto appropriato che, tra chi è chiamato a valutare questi genitori, vi sia una esperta che condivide commenti feroci sul loro conto. Per altro, il 23 novembre questa esperta ha condiviso il seguente post: «E sulla famiglia del bosco cos’hai da dire? Più o meno quello che diceva Wittgenstein. “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”». Ecco: tacere sarebbe stato consigliabile.
Non vogliamo, sia chiaro, attaccare questo o quel professionista. Ci limitiamo a notare che, in casi molto delicati che riguardano la vita delle famiglie e dei bambini, si dovrebbe procedere con grande cautela ed enorme sensibilità. Leggere quei commenti online fa sorgere troppe domande, non soltanto sull’atteggiamento di questa dottoressa ma pure sul pensiero della psichiatra Ceccoli che l’ha scelta come ausiliaria. Anche lei condivide queste posizioni? Ed è possibile che nessuno, fra i vari curatori e tutori dei bambini, abbia fatto una minima ricerca per informarsi sugli psicologi chiamati a svolgere la perizia? Riguardo ai Trevallion, le cose che non tornano cominciano a essere tante. Vengono diffusi i messaggi privati di mamma Catherine, si continua a dipingerla come una figura ostile, vengono rivelati ai giornali particolari sui bambini, sulla loro istruzione e sul numero di volte in cui si cambiano i vestiti. E ora questo. Siamo sicuri che così si faccia il «superiore interesse del minore» previsto dalla legge?
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Leone XIV (Ansa)
La proposta prevede l’istituzione di un fondo comune europeo per finanziare il viaggio verso Paesi europei con legislazioni molto permissive sull’aborto, di donne provenienti da Paesi con legislazioni più restrittive. Una sorta di «aborto libero, sicuro e garantito» ove la scelta della donna è un imperativo assoluto che annulla totalmente il diritto alla vita del bambino. Del bimbo nemmeno l’ombra, nemmeno un timido accenno: il bambino non esiste, è solo uno scarto di materiale biologico, indegno di ogni considerazione. Inutile perdere tempo su temi di pura e semplice umanità: ciò che conta è la dittatura della scelta e dello Stato che legalizza, scegliendo di non fare nulla - proprio nulla - per salvare anche una sola di queste povere creature. Anzi, il contrario, istituzionalizzando percorsi che rendano massimamente facile l’eliminazione della piccola vita. Proprio all’opposto di quella clausola che, visto come stanno andando le cose da decenni, non possiamo che definire «ipocrita», secondo la quale si devono «rimuovere le cause della scelta abortiva», come prevede in Italia la stessa legge 194. Tornando all’Europa, ora la palla è nelle mani dei commissari che, di fatto, hanno la responsabilità di decidere se l’aborto fa parte dei «diritti umani universali» da sostenere e difendere oppure è una drammatica vicenda che si ha l’obbligo morale di prevenire ed evitare. Aiutare ad abortire o aiutare a vivere: questo è il dilemma umano, etico, civile, sociale, culturale su cui giocare la credibilità di quella Europa che i «padri fondatori» vollero costruire al fine di evitare morti e guerre.
Riecheggiano le parole di papa Leone XIV durante l’incontro con i conservatori e riformisti del Parlamento europeo»: «Penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti donati da Dio e la dignità inerente di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale. [...] L’identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane [...] un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea» (10 dicembre 2025). Sperare che queste parole vengano accolte è doveroso e legittimo anche se, purtroppo, le scelte dell’Europarlamento stanno andando nella direzione opposta.
Ascoltando i recenti discorsi del presidente Ursula von der Leyen, della Commissaria agli Esteri, Kaja Kallas, del presidente del Consiglio europeo, António Costa, a proposito del contenzioso Usa-Europa, continuano a echeggiare frasi del tipo «l’Europa deve essere fedele ai suoi valori fondanti». È, dunque, spontaneo chiedersi «Quali valori?», considerato che tutto ciò che fa riferimento a Dio, al Vangelo, al cristianesimo è negato, vietato, censurato. Non si può e non se ne deve neppure parlare. Il laicismo condito di intolleranza anticristiana è pensiero unico che guida ogni scelta, dichiarazione, risoluzione. Gli esempi si sprecano. Le Associazioni delle famiglie cattoliche europee (Fafce) sono escluse da qualsiasi finanziamento; sei progetti presentati in difesa della famiglia e dei minori sono stati bocciati perché la famiglia naturale, uomo e donna, mamma, papà e figli è contraria ai principi europei di uguaglianza in quanto non rispetta la parità di genere; il riconoscimento del matrimonio egualitario, fra persone dello stesso sesso, è obbligatorio per tutti gli Stati membri; la legittimità dell’utero in affitto; la richiesta del riconoscimento di personalità giuridica del concepito, sostenuta da quasi due milioni di firme di cittadini europei (campagna «One of us», 2014) neppure discussa in Parlamento. E che dire della Cedu (Corte europea diritti dell’uomo) che continua a esercitare pressioni sui sistemi giuridici nazionali in tema di diritto di famiglia (vedi Dichiarazione degli episcopati dell’Unione europea, Comece, 9 dicembre 2025)?
Ritorna, dunque, la domanda: quali valori, quali diritti fondano, oggi, la nostra Europa? Il «diritto di aborto»? il «diritto di suicidio assistito/eutanasia? Il «diritto di scegliere il sesso»? Il «diritto al figlio» come e quando si vuole? Il diritto di sopprimere down e «non perfetti» nell’utero materno? È innegabile che, nell’attuale scenario geopolitico, l’Europa abbia scarsa voce in capitolo e la ragioni che si possono addurre sono numerose e diverse, ma la perdita delle comuni radici cristiane - e gli esempi elencati sono soltanto la punta dell’iceberg - sta alla base di questa dolorosa inconsistenza, politica e culturale. L’Europa, immemore della sua storia e orfana dei grandi valori che l’hanno fondata, appare sempre più come una terra desolata, soprattutto sul piano spirituale e culturale. Torna alla mente il libro di Thomas Eliot La terra desolata, ove «l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo, nessun suono le acque», metafora del deserto di valori spirituali in cui sta vivendo l’Europa dei nostri giorni.
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Ansa
Scavando nella tragedia di William Shakespeare, nella musica di Giuseppe Verdi e nel libretto di Francesco Maria Piave a che conclusione è arrivata? Chi è Macbeth?
«Un eroe cavaliere che crede di poter aspirare a qualcosa che il destino non gli ha dato in dote. Macbeth non sarà mai Re Artù, è un Lancillotto, ma sceglie di essere un eroe al contrario condannando sé stesso all’assassinio di un sovrano, Duncan, che fondamentalmente ama».
Il generale valoroso che torna dalla battaglia e decide di ascoltare le ingannevoli profezie delle streghe è artefice del suo destino?
«È cosciente e quindi imperdonabile. Non è Riccardo III o Iago, personaggi che agiscono senza scrupoli e si compiacciono della loro negatività. Alla base è buono ma per “eccesso di fiducia”, come spiega Shakespeare, uccide solo per sete di potere e se ne rende conto. È un uomo che resterà chiuso all’interno della propria coscienza sporca. Proverà continuamente a lavarla, senza riuscirci, prigioniero del pensiero fisso di aver compiuto un assassinio. In questi anni di ricerca mi è tornato in mente il finale de La conscience di Victor Hugo: “L’œil était dans la tombe et regardait Caïn”. “L’occhio era nella tomba e guardava Caino”».
Il cavaliere che per indossare la corona fa scorrere il sangue di un re, dell’amico Banco e ordina di sterminare la famiglia del rivale Macduff somiglia al figlio fratricida di Adamo ed Eva?
«Nel momento in cui uccide Abele, Caino cerca di sfuggire Dio, ma l’occhio del Signore, attraverso quello della vittima, gli resterà dentro per sempre. In questo senso Macbeth è Caino: anche lui uccide il suo Dio. Vedrete infatti l’occhio tornare continuamente sulla scena».
Ma cosa rappresenta veramente?
«Il passaggio tra la realtà e il mondo del sogno, tra visibile e invisibile. È su quella soglia che il dramma si svolge. Ci parla di un uomo che ha perso il sonno per sempre e finisce in una spirale di morte, quasi un suicidio programmato».
È solo il primo atto. Il protagonista ha appena dato inizio alla sua catena di delitti, ma già intuisce la rovina: «Tutto è finito».
«Una frase potentissima. Da quel momento Macbeth non sarà più lui, ma solo il fantoccio di un re. Quel duetto con la Lady è uno dei momenti nei quali Verdi è più potente di Shakespeare».
È lei ad avere il comando?
«Ha la materia delle streghe, come se fosse una di loro. Regge il peso della colpa, soverchiando le leggi della giustizia divina e trascinando il marito verso gli inferi. Anche se lei, grazie alla follia, riuscirà a scappare da quella gabbia che descrivevo prima, insieme al marito forma una coppia infertile di luce e generatrice di morte».
Chi sono le streghe? Agenti del male o demoni della mente?
«Il mormorio gracchiante della nostra coscienza nel momento in cui siamo chiamati a una scelta che ci definirà. Non sono il male, sono al limite tra il buono e il cattivo. La decisione spetta a noi. “Fair is foul, and foul is fair”, sussurrano all’inizio della tragedia del Bardo. “Il bello è brutto e il brutto è bello”. Parole che si confondono e che fanno pensare al capolavoro di Akira Kurosawa (Il trono di sangue, ndr) dove Macbeth e Banco, all’inizio di tutto, si perdono in una foresta che ride. In questo c’è un elemento di modernità».
Cosa intende?
«La confusione che regna, il brutto che sembra bello, il capovolgimento dei valori».
Per questo ha scelto un’ambientazione fuori dal tempo?
«In parte sì, la storia di un uomo che perde sé stesso vale ieri, oggi e domani. Ma serviva un legame con il mondo di Macbeth, vissuto quando la battaglia era sporcizia, peso delle armature e sangue per chi la conduceva. Non come quella di oggi che si fa con i droni. Qui è l’antitesi shakespeariana a essere attuale: anche la guerra che sembra vinta ti sporca e quindi è persa».
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