
Chissà, forse la sovrapposizione tra letteratura e realtà in questo caso è fin troppo facile, ma viene da pensare che la conversione al cattolicesimo di Jon Fosse, scrittore norvegese premio Nobel per la letteratura nel 2023, sia stata un’esperienza molto simile a quella raccontata nella sua novella Un bagliore (pubblicata lo scorso anno da La nave di Teseo). Il protagonista di quella storia è un uomo sostanzialmente depresso - vittima della noia, si definisce - che per sfuggire alla stanchezza di vivere si mette a bordo di un’auto e comincia a guidare. Non sa bene dove andare e a un certo punto si ritrova nel bel mezzo di un bosco. Gli pneumatici affondano nel terreno, l’auto si blocca come è bloccata la sua vita: «Mi sentivo vuoto, come se la noia si fosse trasformata proprio in quello, in un vuoto». Viene assalito dall’angoscia, potremmo dire dal panico, il terrore paralizzante suscitato dall’antico dio Pan che esce dalla sua tana nella foresta. Ed ecco che si manifesta un bagliore. Nel folto del bosco nero una sagoma bianca, splendente, appare. Non si può toccarla, ma la sua presenza suscita una sensazione di benessere, di conforto. Anche quando il bagliore si affievolisce e sembra che l’entità sia sparita, la sua presenza ancora si avverte, rimane. Segue e cura. È in questo modo che Fosse ha incontrato la fede. «Dove la disperazione raggiunge il limite», scrive, «lì c’è Dio». Nel mezzo della foresta oscura, un bagliore.
Lo scrittore racconta questa esperienza in una conversazione con il teologo Eskil Skjeldal che è divenuta un libro: Il mistero della fede (Baldini e Castoldi). È la narrazione di un percorso accidentato, che ha coinvolto la carne e la mente. Nato in una comunità protestante, Fosse ha rifiutato l’ambiente soffocante della religione nazionale. È stato e in parte è ancora un uomo di sinistra, ha frequentato formazioni comuniste. È stato a lungo attratto dallo gnosticismo, cioè dalla possibilità di arrivare al divino per via intellettuale, tramite la conoscenza di cose segrete, e quell’impostazione gli è rimasta: la sua arte e il suo pensiero sono vie per il sacro. Ma per giungere al cattolicesimo gli è servito anche il corpo. Per la precisione il fisico avvelenato dall’alcol che lo scrittore trangugiava in quantità mostruose, e che lo ha quasi ucciso.
Sarebbe stupido, però, ridurre tutto al disagio. Non c’è soltanto la decisione estrema di un uomo sofferente che si ancora al primo appiglio che trova. La conversione è lo sbocco di un percorso consapevole. Fosse - ossessionato dalle parole e maestro nel loro utilizzo - cercava parole di senso e di verità. Scrive infatti: «Per me l’essere umano è spirituale. Sia il linguaggio, sia la letteratura hanno una specie di esistenza spirituale o invisibile. È quella dimensione a conferire loro importanza. C’è una sorta di dimensione religiosa nella mia scrittura o forse, più precisamente, una dimensione mistica. Io sono una persona religiosa». Tra tante parole prive di senso sembra infine averne trovata una di verità.
La scelta di abbracciare il mistero della fede è stato per Fosse anche un atto di coraggio, e di ribellione. Parlando con Skjeldal dice: «Se c’è qualcosa di ribelle nella società norvegese, e non solo lì, pure nell’ambiente intellettuale europeo, è convertirsi alla Chiesa cattolica e dichiararsi cristiano. Sembra che non abbia mai fatto nulla di più ribelle che diventare cattolico. […] Credo che a volte la gente sarebbe rimasta meno sorpresa se avessi dichiarato di venire da un bordello, piuttosto che dalla messa. A quanto pare, sembrano due cose ugualmente imbarazzanti».
Fosse arriva senza tanti fronzoli al nocciolo della questione, ricordando che cosa sia in profondità il cristianesimo: essere nel mondo ma non essere del mondo. Un gesto di ribellione alla vacuità della vita, alla sua vanità. Un rifiuto delle logiche mondane e del pensiero dominante.
«Cresimarmi a cinquantacinque anni è chiaramente una ribellione», spiega, «contro il corpo e la fissazione sul sesso, l’antispiritualismo, contro il materialismo socio-tecnologico positivista. Tutto questo è così norvegese. Non si può aprire un giornale senza trovare qualcosa su allenamento, cibo e corpo. E con l’immagine di qualcosa che somiglia a un essere umano che indossa abiti succinti. È tutto così diverso dalla cultura cattolica dell’Europa centrale, in cui in parte vivo, dove la cultura è caratterizzata dal memento mori, ma anche dal carpe diem. I due concetti sono legati. Si va in montagna principalmente per godere della bellezza della natura, non per rinforzare il proprio corpo. In Norvegia non c’è né l’uno, né l’altro. Né memento mori, né carpe diem. Verrebbe voglia di comportarsi da idioti e urlare che tanto non puoi correre al cielo! Non puoi portarti dietro il corpo! Il tuo corpo marcisce, viene bruciato! Fermati, siediti. Pensa. Rimani in silenzio. Pronuncia una preghiera silenziosa! Siediti, non andare in bicicletta, non correre!».
Coraggio e ribellione, dunque. Conversione come gesto intimo ma forse persino eroico nell’appiattimento generale. Un gesto di estrema umanità in un mondo che si disumanizza e si uniforma. Sembra che la linea politica di Fosse sia sempre questa: dal piccolo si giunge al grande, dall’esperienza personale si arriva all’universale. La sua contestazione del moloch europeo, ad esempio, nasce dal tabacco. Per smettere con le sigarette ha iniziato a usare lo snus, tabacco sfuso da mettere sotto al labbro superiore. Una presa prima di dormire e un’altra al momento di alzarsi. «Sono felice di avere lo snus. Bisogna pur avere qualcosa», racconta. «Oltretutto per me è un buon motivo per essere contrario all’Unione Europea, visto che all’interno della Ue non è permesso venderlo. Mai vista un’ingerenza maggiore su come debba vivere la gente! L’intero progetto della Ue è antieuropeo, l’essenza dell’Europa è la diversità, in tutti i sensi, mentre la Ue rappresenta, se non proprio l’uniformità, sicuramente l’omologazione, dove qualcuno che rappresenta un’autorità centrale decide che la gente non può usare lo snus. È scandaloso. L’omologazione, che sia dettata dal potere del denaro, da decisioni politiche o dalla burocrazia, mi ripugna profondamente. Io sono un grande sostenitore dell’Europa ed è proprio per questo che sono contro la Ue».
Lo stesso rifiuto dell’omologazione spinge Fosse a opporsi all’acculturazione. «Ritengo che la Norvegia debba legarsi più strettamente alla cultura europea, perché la nostra è una cultura europea e non anglo-americana», spiega. «Pertanto, credo che tutti i bambini e i giovani norvegesi dovrebbero imparare il tedesco come seconda lingua straniera. Il tedesco è vicino al norvegese e, anche se non si apprende molto attraverso l’istruzione generale, si riesce comunque a entrarci dentro abbastanza bene, dato che le due lingue sono così simili. […] Il tedesco è stata la lingua che ha collegato la Norvegia all’Europa. L’inglese, no. L’Inghilterra e gli Stati Uniti non appartengono all’Europa, né nell’immagine che hanno di sé, né nella realtà. L’innamoramento norvegese per l’inglese non è ricambiato: dubito che si possa scendere più in basso, dichiarando indirettamente la propria mediocrità, quando ci si professa “big in Norway”».
L’ostilità nei confronti di una Ue fatta «di burocrati, il cui scopo è la gestione e il controllo dei dettagli» è la stessa che Fosse prova nei confronti del mondo piatto che trascura lo spirito. La conversione diviene allora una forma di lotta, una buona battaglia. Una lotta per la vita che diviene necessaria quando si giunge al culmine della disperazione.






