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2019-12-21
Il mercato dei clandestini deceduti. Le ’ndrine facevano i soldi con i loculi
Getty Images
I migranti fruttano euro anche da morti. E a fiutare il business è stata, ancora una volta, la 'ndrangheta. Nell'inchiesta ribattezzata Rinascita, che l'altro giorno ha dato una dura sberla alle cosche di Vibo Valentia, con ripercussioni sulla politica regionale che si ipotizza intrecciata con la massoneria, i pm della Procura antimafia di Catanzaro hanno svelato logiche agghiaccianti dietro alla realizzazione dei centri d'accoglienza per immigrati. Dopo aver speculato sull'ospitalità, sui 35 euro a testa, come svelò la precedente indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri sul Cara di Crotone, i picciotti delle cosche calabresi ora si sono buttati sul mercato dei loculi e delle cappelle cimiteriali, truccando le gare d'appalto. Ma anche sulle sepolture, sostiene la Procura, «di immigrati clandestini». E, come al solito, negli intrighi tra malaffare, malavita e immigrazione, c'è finita dentro fino al collo una Onlus. L'associazione Sacra famiglia, governata e presieduta da Orazio Lo Bianco, detto U' Tignusu, il tignoso, che per gli investigatori è appartenente all'omonima consorteria. Tramite un altro indagato, Rosario Pugliese, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Saro Cassarola, uno con la Santa (carica di altissimo rango nella 'ndrangheta), che viene indicato nei documenti investigativi come socio occulto di Lo Bianco nella sua impresa individuale e nella Paradiso Srl. Un nome evocativo per una impresa di pompe funebri.
Lo Bianco è accusato di aver turbato la gara d'appalto per i servizi di sepoltura di 16 salme di migranti: in concorso, tra gli altri, con un pubblico ufficiale del Comune di Vibo Valentia. Impressionanti le intercettazioni raccolte nelle informative degli inquirenti. Due coinvolti discutono animatamente del macabro mercimonio: «No, no: sedici! Sedici morti! Sedici morti erano! Otto te li fai tu e otto me li faccio io! Invece, Manuele, fai una cosa: compra tutte le cose tu, e dividiamo le spese. Io stesso ho comprato le casse, io stesso gli ho pagato...». In un'altra circostanza gli indagati si spartiscono 18 salme arrivate con un viaggio della morte: «Cinque li do a te...», dice tale Orazio, cui replica Leonardo: «Cinque me ne dai… su 18 cinque me ne dai?». E l'altro: «Eh, che cazzo vuoi...». Leonardo è stizzito: «E chi li fa gli altri?». La risposta dà l'idea del commercio immondo ma organizzato in atto: «Non credo che ce li danno tutti a noi...».
I magistrati sono partiti dai trucchetti per trasformare i cadaveri dei clandestini in euro e hanno riassunto in un capo d'imputazione la scoperta, sostenendo che gli indagati «turbavano la gara d'appalto indetta dal Comune di Vibo Valentia per la prestazione dei servizi funerari e di sepoltura di 16 salme di migranti. In particolare, Orazio Lo Bianco, sfruttando la forza di intimidazione derivante dalla propria appartenenza alla locale di 'ndrangheta di Vibo Valentia, impediva a un imprenditore funerario proveniente da Pizzo (Comune vicino a Vibo, ndr) la partecipazione alla gara». L'affare era cosa loro. Segno che attorno alle sepolture, pagate dal Comune, c'è da guadagnare.
E come in tutte le storie di mafia che si rispettino, c'è un collaboratore di giustizia che ha svelato come avveniva lo squallido mercato: un basista della 'ndrangheta, avvalendosi della complicità di uno dei capi custode cimiteriali di Vibo Valentia, chiamato «il becchino», «gestiva le cappelle e i loculi, organizzando un vero e proprio mercato delle stesse». I magistrati, per vederci chiaro, hanno delegato alcuni accertamenti ai carabinieri. E si è scoperto che tramite un'impresa di edilizia artigiana, segnalata dai militari dell'Arma, le persone indagate «ristrutturavano le cappelle e i loculi di defunti di cui non ci sono più familiari superstiti, seppellendo nelle fosse comuni i resti delle ossa, e rivendendo le cappelle al prezzo di 50.000 o 60.000 euro».
Dai loculi assegnati alle salme degli immigrati sbarcati nel porto di Vibo Marina fuoriusciva però cattivo odore, a causa dei lavori di sigillatura eseguiti alla buona. Un aspetto segnalato anche dai cittadini. La sorpresa è saltata fuori durante le riesumazioni: un immigrato della Sierra Leone, deceduto dopo un ricovero in ospedale, non era stato seppellito nel loculo assegnato. E lo stesso era accaduto con il cadavere di una donna incinta, deceduta prima dello sbarco. Uno degli immigrati era stato addirittura seppellito solo con l'involucro di zinco, ovvero senza bara. E, così, dalla tomba fuoriuscivano odori nauseanti. Anche qui le carte riportano intercettazioni repellenti, con gli indagati che si interrogano su come arginare il problema del fetore, in grado di attirare attenzioni sgradite.
Ma questo inquietante capitolo dell'inchiesta non è l'unico dedicato al business calabrese sui migranti. Uno degli indagati eccellenti finito nella rete di Gratteri è Luigi Incarnato, segretario del Psi calabrese, nonché commissario della Sorical, ente a capitale misto pubblico privato che in Calabria gestisce la fornitura idrica, finito ai domiciliari. Leggendo l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Barbarà Saccà si scopre che alla base del provvedimento restrittivo, anche per lui, ci sono questioni legate ai migranti: «Luigi Incarnato, candidato del Partito democratico, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, per ottenere, a proprio vantaggio, il voto elettorale, offriva a Pietro Giamborino e Pino Cuomo (che accettavano l'accordo) la propria disponibilità a favorire (...) la realizzazione, nel Comune di Paola, di un centro di accoglienza straordinario per migranti richiedenti asilo (...)». La mala, insomma, avrebbe orientato i voti che controllava in cambio di un incontro con il sindaco di Paola Roberto Perrotta. Lì la cosca voleva trasformare l'hotel Alahambra, una struttura piazzata davanti al santuario della città di Sant'Antonio, in un centro d'accoglienza temporaneo.
Il sindaco, dopo aver dato la disponibilità a diventare partner del progetto, ha però spiegato che c'era un ostacolo: il Comune aveva già aderito al progetto Sprar e i tempi per candidare una ulteriore struttura erano scaduti. Ma per capire fino in fondo ciò che si è mosso attorno al grande affare dell'accoglienza, è necessario approfondire anche la figura di Giamborino, ex consigliere regionale del Pd (anche lui ai domiciliari). Il politico è considerato come «formalmente affiliato» alla 'ndrangheta. E davanti a lui, alla fine, il sindaco dice: «Fate le vostre brave richieste e partiamo».
La truffa dell’olio bio per lucrare sui profughi
Sulla carta, grazie alla documentazione truccata, l'olio che producevano era extravergine da agricoltura biologica. Ma, hanno scoperto gli investigatori della Guardia di finanza, era ottenuto usando, durante la fase di produzione, agenti chimici. I proventi della frode alimentare venivano poi reimpiegati per un secondo progetto: acquistare immobili all'asta fallimentare per una casa di cura di lusso e per sostenere un centro di accoglienza per migranti sulle colline dell'entroterra cosentino: a Cleto, 1.400 abitanti, proprio di fronte alle isole Eolie.
Franco La Rupa, ex consigliere della regione Calabria del partito di Clemente Mastella (Udeur) ed ex sindaco di Amantea, in provincia di Cosenza, è stato arrestato insieme al figlio Antonio dalla Guardia di Finanza di Cosenza a conclusione di un'indagine coordinata dalla Procura di Paola. I due sono indagati per i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode nell'esercizio del commercio, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, calunnia e tentata estorsione. «Tramite attestazioni mendaci e occultamento delle fatture di acquisto dei prodotti chimici non ammessi che venivano sistematicamente utilizzati nei campi», sostiene l'accusa, «traevano in inganno l'organismo certificatore del ministero delle Politiche agricole e forestali, ottenendo da quest'ultimo il rilascio dell'attestato di operatore agrobiologico». Grazie a quel certificato potevano immettere sul mercato il falso olio biologico, traendone un profitto, hanno stimato i magistrati della Procura di Paola, di 150.000 euro. Oltre che percepire specifici contributi dall'Unione europea e dalla Regione Calabria per un ammontare di circa 114.000 euro. Gli investigatori ritengono di aver accertato che i due abbiano commercializzato nella loro azienda agricola la bellezza di 41.860 chili di olio. I guadagni, secondo l'accusa «ottenuti con una serie di operazioni finanziarie abilmente concepite per nasconderne la provenienza», sono stati poi reimpiegati per l'acquisto di un complesso immobiliare nel comune di Serra d'Aiello, in provincia di Cosenza, attraverso un'asta fallimentare. Lì era stata messa su una lussuosa casa di cura, già sequestrata al 50 per cento nell'ambito di una precedente inchiesta. Le date dei movimenti bancari hanno insospettito gli investigatori. I fondi incamerati dall'azienda agricola nel luglio del 2016 (per una consistente partita di olio venduta a un distributore calabrese) sarebbero quindi stati usati ad agosto per partecipare alla compravendita dell'immobile. L'ipotesi di autoriciclaggio scatta quindi proprio perché «i pagamenti relativi all'operazione commerciale apparivano», sottolinea il gip, «strettamente collegati all'acquisto del compendio immobiliare».
Un bonifico da 10.000 euro, invece, era stato disposto sui conti dell'Associazione Il Sorriso, colpita da una interdittiva antimafia. La causale: «Apporto alla zia». Beneficenza, secondo La Rupa. Ma gli investigatori hanno scoperto che a guidare l'associazione, c'era sua sorella Maria Pia La Rupa. L'indagato, scrivono gli investigatori, «è solito gestire abilmente i propri affari, attribuendo in maniera fittizia la titolarità di imprese e conti correnti bancari ai propri familiari, che utilizza come paravento per le proprie attività». E tra queste c'era il tentativo dell'associazione il Sorriso di stipulare un contratto di erogazione di servizi da erogare a un Centro di accoglienza straordinaria per immigrati, coincidenza, nello stesso comune della provincia di Cosenza in cui si trova l'azienda agricola oggetto dell'inchiesta delle Fiamme gialle. Nel provvedimento del prefetto che mise ko l'associazione, acquisito dal gip e riportato nell'ordinanza d'arresto, si legge della possibilità «di situazioni che evidenziano l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionale le scelte e gli indirizzi» dell'associazione, a causa proprio della riconducibilità a Franco La Rupa.
A lui il prefetto assegnava «la reale regia direzionale» del centro, che, si legge nel documento, «è ragionevole desumere sia stata mascherata a causa dei gravi pregiudizi penali e del livello di compromissione con la criminalità organizzata». La Rupa non compariva, insomma, «per non pregiudicare i rapporti dell'associazione con la pubblica amministrazione, assicurandosi però la presenza di soggetti suoi fiduciari e, soprattutto, dei propri stretti familiari». Tutte le operazioni dai conti correnti, poi, sono riconducibili proprio a lui. Il gip, quindi, a questo punto, non ha più dubbi: le operazioni bancarie avevano un solo scopo, «ostacolare l'individuazione di qualsiasi collegamento tra l'origine del profitto illecito scaturente dalla cessione del falso olio biologico». Nelle carte è finita anche una visita di cortesia a casa di un maresciallo della finanza prima di pasqua. Il sottufficiale ha scritto tutto in una annotazione inviata in Procura e ai suoi superiori: «Franco La Rupa e sua nipote si sono presentati portandomi quattro polli, una bottiglia di grappa, una pastiera e una cassetta di frutta fresca». Così pensava, forse, di farla franca.
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Nelle carte dell'inchiesta di Nicola Gratteri l'osceno mercimonio. I clan, in combutta con becchini, tecnici comunali e una Onlus, truccavano le gare per le sepolture e utilizzavano i corpi dei migranti per occupare le cappelle.Un ex consigliere regionale cosentino spacciava come naturale il prodotto di olive coltivate con pesticidi. I soldi ricavati da vendita e incentivi Ue li investiva in attività in mano a dei prestanome. Tra queste, un'associazione che doveva offrire servizi ai migranti.Lo speciale contiene due articoli.I migranti fruttano euro anche da morti. E a fiutare il business è stata, ancora una volta, la 'ndrangheta. Nell'inchiesta ribattezzata Rinascita, che l'altro giorno ha dato una dura sberla alle cosche di Vibo Valentia, con ripercussioni sulla politica regionale che si ipotizza intrecciata con la massoneria, i pm della Procura antimafia di Catanzaro hanno svelato logiche agghiaccianti dietro alla realizzazione dei centri d'accoglienza per immigrati. Dopo aver speculato sull'ospitalità, sui 35 euro a testa, come svelò la precedente indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri sul Cara di Crotone, i picciotti delle cosche calabresi ora si sono buttati sul mercato dei loculi e delle cappelle cimiteriali, truccando le gare d'appalto. Ma anche sulle sepolture, sostiene la Procura, «di immigrati clandestini». E, come al solito, negli intrighi tra malaffare, malavita e immigrazione, c'è finita dentro fino al collo una Onlus. L'associazione Sacra famiglia, governata e presieduta da Orazio Lo Bianco, detto U' Tignusu, il tignoso, che per gli investigatori è appartenente all'omonima consorteria. Tramite un altro indagato, Rosario Pugliese, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Saro Cassarola, uno con la Santa (carica di altissimo rango nella 'ndrangheta), che viene indicato nei documenti investigativi come socio occulto di Lo Bianco nella sua impresa individuale e nella Paradiso Srl. Un nome evocativo per una impresa di pompe funebri.Lo Bianco è accusato di aver turbato la gara d'appalto per i servizi di sepoltura di 16 salme di migranti: in concorso, tra gli altri, con un pubblico ufficiale del Comune di Vibo Valentia. Impressionanti le intercettazioni raccolte nelle informative degli inquirenti. Due coinvolti discutono animatamente del macabro mercimonio: «No, no: sedici! Sedici morti! Sedici morti erano! Otto te li fai tu e otto me li faccio io! Invece, Manuele, fai una cosa: compra tutte le cose tu, e dividiamo le spese. Io stesso ho comprato le casse, io stesso gli ho pagato...». In un'altra circostanza gli indagati si spartiscono 18 salme arrivate con un viaggio della morte: «Cinque li do a te...», dice tale Orazio, cui replica Leonardo: «Cinque me ne dai… su 18 cinque me ne dai?». E l'altro: «Eh, che cazzo vuoi...». Leonardo è stizzito: «E chi li fa gli altri?». La risposta dà l'idea del commercio immondo ma organizzato in atto: «Non credo che ce li danno tutti a noi...».I magistrati sono partiti dai trucchetti per trasformare i cadaveri dei clandestini in euro e hanno riassunto in un capo d'imputazione la scoperta, sostenendo che gli indagati «turbavano la gara d'appalto indetta dal Comune di Vibo Valentia per la prestazione dei servizi funerari e di sepoltura di 16 salme di migranti. In particolare, Orazio Lo Bianco, sfruttando la forza di intimidazione derivante dalla propria appartenenza alla locale di 'ndrangheta di Vibo Valentia, impediva a un imprenditore funerario proveniente da Pizzo (Comune vicino a Vibo, ndr) la partecipazione alla gara». L'affare era cosa loro. Segno che attorno alle sepolture, pagate dal Comune, c'è da guadagnare.E come in tutte le storie di mafia che si rispettino, c'è un collaboratore di giustizia che ha svelato come avveniva lo squallido mercato: un basista della 'ndrangheta, avvalendosi della complicità di uno dei capi custode cimiteriali di Vibo Valentia, chiamato «il becchino», «gestiva le cappelle e i loculi, organizzando un vero e proprio mercato delle stesse». I magistrati, per vederci chiaro, hanno delegato alcuni accertamenti ai carabinieri. E si è scoperto che tramite un'impresa di edilizia artigiana, segnalata dai militari dell'Arma, le persone indagate «ristrutturavano le cappelle e i loculi di defunti di cui non ci sono più familiari superstiti, seppellendo nelle fosse comuni i resti delle ossa, e rivendendo le cappelle al prezzo di 50.000 o 60.000 euro».Dai loculi assegnati alle salme degli immigrati sbarcati nel porto di Vibo Marina fuoriusciva però cattivo odore, a causa dei lavori di sigillatura eseguiti alla buona. Un aspetto segnalato anche dai cittadini. La sorpresa è saltata fuori durante le riesumazioni: un immigrato della Sierra Leone, deceduto dopo un ricovero in ospedale, non era stato seppellito nel loculo assegnato. E lo stesso era accaduto con il cadavere di una donna incinta, deceduta prima dello sbarco. Uno degli immigrati era stato addirittura seppellito solo con l'involucro di zinco, ovvero senza bara. E, così, dalla tomba fuoriuscivano odori nauseanti. Anche qui le carte riportano intercettazioni repellenti, con gli indagati che si interrogano su come arginare il problema del fetore, in grado di attirare attenzioni sgradite. Ma questo inquietante capitolo dell'inchiesta non è l'unico dedicato al business calabrese sui migranti. Uno degli indagati eccellenti finito nella rete di Gratteri è Luigi Incarnato, segretario del Psi calabrese, nonché commissario della Sorical, ente a capitale misto pubblico privato che in Calabria gestisce la fornitura idrica, finito ai domiciliari. Leggendo l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Barbarà Saccà si scopre che alla base del provvedimento restrittivo, anche per lui, ci sono questioni legate ai migranti: «Luigi Incarnato, candidato del Partito democratico, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, per ottenere, a proprio vantaggio, il voto elettorale, offriva a Pietro Giamborino e Pino Cuomo (che accettavano l'accordo) la propria disponibilità a favorire (...) la realizzazione, nel Comune di Paola, di un centro di accoglienza straordinario per migranti richiedenti asilo (...)». La mala, insomma, avrebbe orientato i voti che controllava in cambio di un incontro con il sindaco di Paola Roberto Perrotta. Lì la cosca voleva trasformare l'hotel Alahambra, una struttura piazzata davanti al santuario della città di Sant'Antonio, in un centro d'accoglienza temporaneo.Il sindaco, dopo aver dato la disponibilità a diventare partner del progetto, ha però spiegato che c'era un ostacolo: il Comune aveva già aderito al progetto Sprar e i tempi per candidare una ulteriore struttura erano scaduti. Ma per capire fino in fondo ciò che si è mosso attorno al grande affare dell'accoglienza, è necessario approfondire anche la figura di Giamborino, ex consigliere regionale del Pd (anche lui ai domiciliari). Il politico è considerato come «formalmente affiliato» alla 'ndrangheta. 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I proventi della frode alimentare venivano poi reimpiegati per un secondo progetto: acquistare immobili all'asta fallimentare per una casa di cura di lusso e per sostenere un centro di accoglienza per migranti sulle colline dell'entroterra cosentino: a Cleto, 1.400 abitanti, proprio di fronte alle isole Eolie. Franco La Rupa, ex consigliere della regione Calabria del partito di Clemente Mastella (Udeur) ed ex sindaco di Amantea, in provincia di Cosenza, è stato arrestato insieme al figlio Antonio dalla Guardia di Finanza di Cosenza a conclusione di un'indagine coordinata dalla Procura di Paola. I due sono indagati per i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode nell'esercizio del commercio, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, calunnia e tentata estorsione. «Tramite attestazioni mendaci e occultamento delle fatture di acquisto dei prodotti chimici non ammessi che venivano sistematicamente utilizzati nei campi», sostiene l'accusa, «traevano in inganno l'organismo certificatore del ministero delle Politiche agricole e forestali, ottenendo da quest'ultimo il rilascio dell'attestato di operatore agrobiologico». Grazie a quel certificato potevano immettere sul mercato il falso olio biologico, traendone un profitto, hanno stimato i magistrati della Procura di Paola, di 150.000 euro. Oltre che percepire specifici contributi dall'Unione europea e dalla Regione Calabria per un ammontare di circa 114.000 euro. Gli investigatori ritengono di aver accertato che i due abbiano commercializzato nella loro azienda agricola la bellezza di 41.860 chili di olio. I guadagni, secondo l'accusa «ottenuti con una serie di operazioni finanziarie abilmente concepite per nasconderne la provenienza», sono stati poi reimpiegati per l'acquisto di un complesso immobiliare nel comune di Serra d'Aiello, in provincia di Cosenza, attraverso un'asta fallimentare. Lì era stata messa su una lussuosa casa di cura, già sequestrata al 50 per cento nell'ambito di una precedente inchiesta. Le date dei movimenti bancari hanno insospettito gli investigatori. I fondi incamerati dall'azienda agricola nel luglio del 2016 (per una consistente partita di olio venduta a un distributore calabrese) sarebbero quindi stati usati ad agosto per partecipare alla compravendita dell'immobile. L'ipotesi di autoriciclaggio scatta quindi proprio perché «i pagamenti relativi all'operazione commerciale apparivano», sottolinea il gip, «strettamente collegati all'acquisto del compendio immobiliare». Un bonifico da 10.000 euro, invece, era stato disposto sui conti dell'Associazione Il Sorriso, colpita da una interdittiva antimafia. La causale: «Apporto alla zia». Beneficenza, secondo La Rupa. Ma gli investigatori hanno scoperto che a guidare l'associazione, c'era sua sorella Maria Pia La Rupa. L'indagato, scrivono gli investigatori, «è solito gestire abilmente i propri affari, attribuendo in maniera fittizia la titolarità di imprese e conti correnti bancari ai propri familiari, che utilizza come paravento per le proprie attività». E tra queste c'era il tentativo dell'associazione il Sorriso di stipulare un contratto di erogazione di servizi da erogare a un Centro di accoglienza straordinaria per immigrati, coincidenza, nello stesso comune della provincia di Cosenza in cui si trova l'azienda agricola oggetto dell'inchiesta delle Fiamme gialle. Nel provvedimento del prefetto che mise ko l'associazione, acquisito dal gip e riportato nell'ordinanza d'arresto, si legge della possibilità «di situazioni che evidenziano l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionale le scelte e gli indirizzi» dell'associazione, a causa proprio della riconducibilità a Franco La Rupa. A lui il prefetto assegnava «la reale regia direzionale» del centro, che, si legge nel documento, «è ragionevole desumere sia stata mascherata a causa dei gravi pregiudizi penali e del livello di compromissione con la criminalità organizzata». La Rupa non compariva, insomma, «per non pregiudicare i rapporti dell'associazione con la pubblica amministrazione, assicurandosi però la presenza di soggetti suoi fiduciari e, soprattutto, dei propri stretti familiari». Tutte le operazioni dai conti correnti, poi, sono riconducibili proprio a lui. Il gip, quindi, a questo punto, non ha più dubbi: le operazioni bancarie avevano un solo scopo, «ostacolare l'individuazione di qualsiasi collegamento tra l'origine del profitto illecito scaturente dalla cessione del falso olio biologico». Nelle carte è finita anche una visita di cortesia a casa di un maresciallo della finanza prima di pasqua. Il sottufficiale ha scritto tutto in una annotazione inviata in Procura e ai suoi superiori: «Franco La Rupa e sua nipote si sono presentati portandomi quattro polli, una bottiglia di grappa, una pastiera e una cassetta di frutta fresca». Così pensava, forse, di farla franca.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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