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2019-12-21
Il mercato dei clandestini deceduti. Le ’ndrine facevano i soldi con i loculi
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I migranti fruttano euro anche da morti. E a fiutare il business è stata, ancora una volta, la 'ndrangheta. Nell'inchiesta ribattezzata Rinascita, che l'altro giorno ha dato una dura sberla alle cosche di Vibo Valentia, con ripercussioni sulla politica regionale che si ipotizza intrecciata con la massoneria, i pm della Procura antimafia di Catanzaro hanno svelato logiche agghiaccianti dietro alla realizzazione dei centri d'accoglienza per immigrati. Dopo aver speculato sull'ospitalità, sui 35 euro a testa, come svelò la precedente indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri sul Cara di Crotone, i picciotti delle cosche calabresi ora si sono buttati sul mercato dei loculi e delle cappelle cimiteriali, truccando le gare d'appalto. Ma anche sulle sepolture, sostiene la Procura, «di immigrati clandestini». E, come al solito, negli intrighi tra malaffare, malavita e immigrazione, c'è finita dentro fino al collo una Onlus. L'associazione Sacra famiglia, governata e presieduta da Orazio Lo Bianco, detto U' Tignusu, il tignoso, che per gli investigatori è appartenente all'omonima consorteria. Tramite un altro indagato, Rosario Pugliese, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Saro Cassarola, uno con la Santa (carica di altissimo rango nella 'ndrangheta), che viene indicato nei documenti investigativi come socio occulto di Lo Bianco nella sua impresa individuale e nella Paradiso Srl. Un nome evocativo per una impresa di pompe funebri.
Lo Bianco è accusato di aver turbato la gara d'appalto per i servizi di sepoltura di 16 salme di migranti: in concorso, tra gli altri, con un pubblico ufficiale del Comune di Vibo Valentia. Impressionanti le intercettazioni raccolte nelle informative degli inquirenti. Due coinvolti discutono animatamente del macabro mercimonio: «No, no: sedici! Sedici morti! Sedici morti erano! Otto te li fai tu e otto me li faccio io! Invece, Manuele, fai una cosa: compra tutte le cose tu, e dividiamo le spese. Io stesso ho comprato le casse, io stesso gli ho pagato...». In un'altra circostanza gli indagati si spartiscono 18 salme arrivate con un viaggio della morte: «Cinque li do a te...», dice tale Orazio, cui replica Leonardo: «Cinque me ne dai… su 18 cinque me ne dai?». E l'altro: «Eh, che cazzo vuoi...». Leonardo è stizzito: «E chi li fa gli altri?». La risposta dà l'idea del commercio immondo ma organizzato in atto: «Non credo che ce li danno tutti a noi...».
I magistrati sono partiti dai trucchetti per trasformare i cadaveri dei clandestini in euro e hanno riassunto in un capo d'imputazione la scoperta, sostenendo che gli indagati «turbavano la gara d'appalto indetta dal Comune di Vibo Valentia per la prestazione dei servizi funerari e di sepoltura di 16 salme di migranti. In particolare, Orazio Lo Bianco, sfruttando la forza di intimidazione derivante dalla propria appartenenza alla locale di 'ndrangheta di Vibo Valentia, impediva a un imprenditore funerario proveniente da Pizzo (Comune vicino a Vibo, ndr) la partecipazione alla gara». L'affare era cosa loro. Segno che attorno alle sepolture, pagate dal Comune, c'è da guadagnare.
E come in tutte le storie di mafia che si rispettino, c'è un collaboratore di giustizia che ha svelato come avveniva lo squallido mercato: un basista della 'ndrangheta, avvalendosi della complicità di uno dei capi custode cimiteriali di Vibo Valentia, chiamato «il becchino», «gestiva le cappelle e i loculi, organizzando un vero e proprio mercato delle stesse». I magistrati, per vederci chiaro, hanno delegato alcuni accertamenti ai carabinieri. E si è scoperto che tramite un'impresa di edilizia artigiana, segnalata dai militari dell'Arma, le persone indagate «ristrutturavano le cappelle e i loculi di defunti di cui non ci sono più familiari superstiti, seppellendo nelle fosse comuni i resti delle ossa, e rivendendo le cappelle al prezzo di 50.000 o 60.000 euro».
Dai loculi assegnati alle salme degli immigrati sbarcati nel porto di Vibo Marina fuoriusciva però cattivo odore, a causa dei lavori di sigillatura eseguiti alla buona. Un aspetto segnalato anche dai cittadini. La sorpresa è saltata fuori durante le riesumazioni: un immigrato della Sierra Leone, deceduto dopo un ricovero in ospedale, non era stato seppellito nel loculo assegnato. E lo stesso era accaduto con il cadavere di una donna incinta, deceduta prima dello sbarco. Uno degli immigrati era stato addirittura seppellito solo con l'involucro di zinco, ovvero senza bara. E, così, dalla tomba fuoriuscivano odori nauseanti. Anche qui le carte riportano intercettazioni repellenti, con gli indagati che si interrogano su come arginare il problema del fetore, in grado di attirare attenzioni sgradite.
Ma questo inquietante capitolo dell'inchiesta non è l'unico dedicato al business calabrese sui migranti. Uno degli indagati eccellenti finito nella rete di Gratteri è Luigi Incarnato, segretario del Psi calabrese, nonché commissario della Sorical, ente a capitale misto pubblico privato che in Calabria gestisce la fornitura idrica, finito ai domiciliari. Leggendo l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Barbarà Saccà si scopre che alla base del provvedimento restrittivo, anche per lui, ci sono questioni legate ai migranti: «Luigi Incarnato, candidato del Partito democratico, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, per ottenere, a proprio vantaggio, il voto elettorale, offriva a Pietro Giamborino e Pino Cuomo (che accettavano l'accordo) la propria disponibilità a favorire (...) la realizzazione, nel Comune di Paola, di un centro di accoglienza straordinario per migranti richiedenti asilo (...)». La mala, insomma, avrebbe orientato i voti che controllava in cambio di un incontro con il sindaco di Paola Roberto Perrotta. Lì la cosca voleva trasformare l'hotel Alahambra, una struttura piazzata davanti al santuario della città di Sant'Antonio, in un centro d'accoglienza temporaneo.
Il sindaco, dopo aver dato la disponibilità a diventare partner del progetto, ha però spiegato che c'era un ostacolo: il Comune aveva già aderito al progetto Sprar e i tempi per candidare una ulteriore struttura erano scaduti. Ma per capire fino in fondo ciò che si è mosso attorno al grande affare dell'accoglienza, è necessario approfondire anche la figura di Giamborino, ex consigliere regionale del Pd (anche lui ai domiciliari). Il politico è considerato come «formalmente affiliato» alla 'ndrangheta. E davanti a lui, alla fine, il sindaco dice: «Fate le vostre brave richieste e partiamo».
La truffa dell’olio bio per lucrare sui profughi
Sulla carta, grazie alla documentazione truccata, l'olio che producevano era extravergine da agricoltura biologica. Ma, hanno scoperto gli investigatori della Guardia di finanza, era ottenuto usando, durante la fase di produzione, agenti chimici. I proventi della frode alimentare venivano poi reimpiegati per un secondo progetto: acquistare immobili all'asta fallimentare per una casa di cura di lusso e per sostenere un centro di accoglienza per migranti sulle colline dell'entroterra cosentino: a Cleto, 1.400 abitanti, proprio di fronte alle isole Eolie.
Franco La Rupa, ex consigliere della regione Calabria del partito di Clemente Mastella (Udeur) ed ex sindaco di Amantea, in provincia di Cosenza, è stato arrestato insieme al figlio Antonio dalla Guardia di Finanza di Cosenza a conclusione di un'indagine coordinata dalla Procura di Paola. I due sono indagati per i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode nell'esercizio del commercio, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, calunnia e tentata estorsione. «Tramite attestazioni mendaci e occultamento delle fatture di acquisto dei prodotti chimici non ammessi che venivano sistematicamente utilizzati nei campi», sostiene l'accusa, «traevano in inganno l'organismo certificatore del ministero delle Politiche agricole e forestali, ottenendo da quest'ultimo il rilascio dell'attestato di operatore agrobiologico». Grazie a quel certificato potevano immettere sul mercato il falso olio biologico, traendone un profitto, hanno stimato i magistrati della Procura di Paola, di 150.000 euro. Oltre che percepire specifici contributi dall'Unione europea e dalla Regione Calabria per un ammontare di circa 114.000 euro. Gli investigatori ritengono di aver accertato che i due abbiano commercializzato nella loro azienda agricola la bellezza di 41.860 chili di olio. I guadagni, secondo l'accusa «ottenuti con una serie di operazioni finanziarie abilmente concepite per nasconderne la provenienza», sono stati poi reimpiegati per l'acquisto di un complesso immobiliare nel comune di Serra d'Aiello, in provincia di Cosenza, attraverso un'asta fallimentare. Lì era stata messa su una lussuosa casa di cura, già sequestrata al 50 per cento nell'ambito di una precedente inchiesta. Le date dei movimenti bancari hanno insospettito gli investigatori. I fondi incamerati dall'azienda agricola nel luglio del 2016 (per una consistente partita di olio venduta a un distributore calabrese) sarebbero quindi stati usati ad agosto per partecipare alla compravendita dell'immobile. L'ipotesi di autoriciclaggio scatta quindi proprio perché «i pagamenti relativi all'operazione commerciale apparivano», sottolinea il gip, «strettamente collegati all'acquisto del compendio immobiliare».
Un bonifico da 10.000 euro, invece, era stato disposto sui conti dell'Associazione Il Sorriso, colpita da una interdittiva antimafia. La causale: «Apporto alla zia». Beneficenza, secondo La Rupa. Ma gli investigatori hanno scoperto che a guidare l'associazione, c'era sua sorella Maria Pia La Rupa. L'indagato, scrivono gli investigatori, «è solito gestire abilmente i propri affari, attribuendo in maniera fittizia la titolarità di imprese e conti correnti bancari ai propri familiari, che utilizza come paravento per le proprie attività». E tra queste c'era il tentativo dell'associazione il Sorriso di stipulare un contratto di erogazione di servizi da erogare a un Centro di accoglienza straordinaria per immigrati, coincidenza, nello stesso comune della provincia di Cosenza in cui si trova l'azienda agricola oggetto dell'inchiesta delle Fiamme gialle. Nel provvedimento del prefetto che mise ko l'associazione, acquisito dal gip e riportato nell'ordinanza d'arresto, si legge della possibilità «di situazioni che evidenziano l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionale le scelte e gli indirizzi» dell'associazione, a causa proprio della riconducibilità a Franco La Rupa.
A lui il prefetto assegnava «la reale regia direzionale» del centro, che, si legge nel documento, «è ragionevole desumere sia stata mascherata a causa dei gravi pregiudizi penali e del livello di compromissione con la criminalità organizzata». La Rupa non compariva, insomma, «per non pregiudicare i rapporti dell'associazione con la pubblica amministrazione, assicurandosi però la presenza di soggetti suoi fiduciari e, soprattutto, dei propri stretti familiari». Tutte le operazioni dai conti correnti, poi, sono riconducibili proprio a lui. Il gip, quindi, a questo punto, non ha più dubbi: le operazioni bancarie avevano un solo scopo, «ostacolare l'individuazione di qualsiasi collegamento tra l'origine del profitto illecito scaturente dalla cessione del falso olio biologico». Nelle carte è finita anche una visita di cortesia a casa di un maresciallo della finanza prima di pasqua. Il sottufficiale ha scritto tutto in una annotazione inviata in Procura e ai suoi superiori: «Franco La Rupa e sua nipote si sono presentati portandomi quattro polli, una bottiglia di grappa, una pastiera e una cassetta di frutta fresca». Così pensava, forse, di farla franca.
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Nelle carte dell'inchiesta di Nicola Gratteri l'osceno mercimonio. I clan, in combutta con becchini, tecnici comunali e una Onlus, truccavano le gare per le sepolture e utilizzavano i corpi dei migranti per occupare le cappelle.Un ex consigliere regionale cosentino spacciava come naturale il prodotto di olive coltivate con pesticidi. I soldi ricavati da vendita e incentivi Ue li investiva in attività in mano a dei prestanome. Tra queste, un'associazione che doveva offrire servizi ai migranti.Lo speciale contiene due articoli.I migranti fruttano euro anche da morti. E a fiutare il business è stata, ancora una volta, la 'ndrangheta. Nell'inchiesta ribattezzata Rinascita, che l'altro giorno ha dato una dura sberla alle cosche di Vibo Valentia, con ripercussioni sulla politica regionale che si ipotizza intrecciata con la massoneria, i pm della Procura antimafia di Catanzaro hanno svelato logiche agghiaccianti dietro alla realizzazione dei centri d'accoglienza per immigrati. Dopo aver speculato sull'ospitalità, sui 35 euro a testa, come svelò la precedente indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri sul Cara di Crotone, i picciotti delle cosche calabresi ora si sono buttati sul mercato dei loculi e delle cappelle cimiteriali, truccando le gare d'appalto. Ma anche sulle sepolture, sostiene la Procura, «di immigrati clandestini». E, come al solito, negli intrighi tra malaffare, malavita e immigrazione, c'è finita dentro fino al collo una Onlus. L'associazione Sacra famiglia, governata e presieduta da Orazio Lo Bianco, detto U' Tignusu, il tignoso, che per gli investigatori è appartenente all'omonima consorteria. Tramite un altro indagato, Rosario Pugliese, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Saro Cassarola, uno con la Santa (carica di altissimo rango nella 'ndrangheta), che viene indicato nei documenti investigativi come socio occulto di Lo Bianco nella sua impresa individuale e nella Paradiso Srl. Un nome evocativo per una impresa di pompe funebri.Lo Bianco è accusato di aver turbato la gara d'appalto per i servizi di sepoltura di 16 salme di migranti: in concorso, tra gli altri, con un pubblico ufficiale del Comune di Vibo Valentia. Impressionanti le intercettazioni raccolte nelle informative degli inquirenti. Due coinvolti discutono animatamente del macabro mercimonio: «No, no: sedici! Sedici morti! Sedici morti erano! Otto te li fai tu e otto me li faccio io! Invece, Manuele, fai una cosa: compra tutte le cose tu, e dividiamo le spese. Io stesso ho comprato le casse, io stesso gli ho pagato...». In un'altra circostanza gli indagati si spartiscono 18 salme arrivate con un viaggio della morte: «Cinque li do a te...», dice tale Orazio, cui replica Leonardo: «Cinque me ne dai… su 18 cinque me ne dai?». E l'altro: «Eh, che cazzo vuoi...». Leonardo è stizzito: «E chi li fa gli altri?». La risposta dà l'idea del commercio immondo ma organizzato in atto: «Non credo che ce li danno tutti a noi...».I magistrati sono partiti dai trucchetti per trasformare i cadaveri dei clandestini in euro e hanno riassunto in un capo d'imputazione la scoperta, sostenendo che gli indagati «turbavano la gara d'appalto indetta dal Comune di Vibo Valentia per la prestazione dei servizi funerari e di sepoltura di 16 salme di migranti. In particolare, Orazio Lo Bianco, sfruttando la forza di intimidazione derivante dalla propria appartenenza alla locale di 'ndrangheta di Vibo Valentia, impediva a un imprenditore funerario proveniente da Pizzo (Comune vicino a Vibo, ndr) la partecipazione alla gara». L'affare era cosa loro. Segno che attorno alle sepolture, pagate dal Comune, c'è da guadagnare.E come in tutte le storie di mafia che si rispettino, c'è un collaboratore di giustizia che ha svelato come avveniva lo squallido mercato: un basista della 'ndrangheta, avvalendosi della complicità di uno dei capi custode cimiteriali di Vibo Valentia, chiamato «il becchino», «gestiva le cappelle e i loculi, organizzando un vero e proprio mercato delle stesse». I magistrati, per vederci chiaro, hanno delegato alcuni accertamenti ai carabinieri. E si è scoperto che tramite un'impresa di edilizia artigiana, segnalata dai militari dell'Arma, le persone indagate «ristrutturavano le cappelle e i loculi di defunti di cui non ci sono più familiari superstiti, seppellendo nelle fosse comuni i resti delle ossa, e rivendendo le cappelle al prezzo di 50.000 o 60.000 euro».Dai loculi assegnati alle salme degli immigrati sbarcati nel porto di Vibo Marina fuoriusciva però cattivo odore, a causa dei lavori di sigillatura eseguiti alla buona. Un aspetto segnalato anche dai cittadini. La sorpresa è saltata fuori durante le riesumazioni: un immigrato della Sierra Leone, deceduto dopo un ricovero in ospedale, non era stato seppellito nel loculo assegnato. E lo stesso era accaduto con il cadavere di una donna incinta, deceduta prima dello sbarco. Uno degli immigrati era stato addirittura seppellito solo con l'involucro di zinco, ovvero senza bara. E, così, dalla tomba fuoriuscivano odori nauseanti. Anche qui le carte riportano intercettazioni repellenti, con gli indagati che si interrogano su come arginare il problema del fetore, in grado di attirare attenzioni sgradite. Ma questo inquietante capitolo dell'inchiesta non è l'unico dedicato al business calabrese sui migranti. Uno degli indagati eccellenti finito nella rete di Gratteri è Luigi Incarnato, segretario del Psi calabrese, nonché commissario della Sorical, ente a capitale misto pubblico privato che in Calabria gestisce la fornitura idrica, finito ai domiciliari. Leggendo l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Barbarà Saccà si scopre che alla base del provvedimento restrittivo, anche per lui, ci sono questioni legate ai migranti: «Luigi Incarnato, candidato del Partito democratico, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, per ottenere, a proprio vantaggio, il voto elettorale, offriva a Pietro Giamborino e Pino Cuomo (che accettavano l'accordo) la propria disponibilità a favorire (...) la realizzazione, nel Comune di Paola, di un centro di accoglienza straordinario per migranti richiedenti asilo (...)». La mala, insomma, avrebbe orientato i voti che controllava in cambio di un incontro con il sindaco di Paola Roberto Perrotta. Lì la cosca voleva trasformare l'hotel Alahambra, una struttura piazzata davanti al santuario della città di Sant'Antonio, in un centro d'accoglienza temporaneo.Il sindaco, dopo aver dato la disponibilità a diventare partner del progetto, ha però spiegato che c'era un ostacolo: il Comune aveva già aderito al progetto Sprar e i tempi per candidare una ulteriore struttura erano scaduti. Ma per capire fino in fondo ciò che si è mosso attorno al grande affare dell'accoglienza, è necessario approfondire anche la figura di Giamborino, ex consigliere regionale del Pd (anche lui ai domiciliari). Il politico è considerato come «formalmente affiliato» alla 'ndrangheta. 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I proventi della frode alimentare venivano poi reimpiegati per un secondo progetto: acquistare immobili all'asta fallimentare per una casa di cura di lusso e per sostenere un centro di accoglienza per migranti sulle colline dell'entroterra cosentino: a Cleto, 1.400 abitanti, proprio di fronte alle isole Eolie. Franco La Rupa, ex consigliere della regione Calabria del partito di Clemente Mastella (Udeur) ed ex sindaco di Amantea, in provincia di Cosenza, è stato arrestato insieme al figlio Antonio dalla Guardia di Finanza di Cosenza a conclusione di un'indagine coordinata dalla Procura di Paola. I due sono indagati per i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode nell'esercizio del commercio, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, calunnia e tentata estorsione. «Tramite attestazioni mendaci e occultamento delle fatture di acquisto dei prodotti chimici non ammessi che venivano sistematicamente utilizzati nei campi», sostiene l'accusa, «traevano in inganno l'organismo certificatore del ministero delle Politiche agricole e forestali, ottenendo da quest'ultimo il rilascio dell'attestato di operatore agrobiologico». Grazie a quel certificato potevano immettere sul mercato il falso olio biologico, traendone un profitto, hanno stimato i magistrati della Procura di Paola, di 150.000 euro. Oltre che percepire specifici contributi dall'Unione europea e dalla Regione Calabria per un ammontare di circa 114.000 euro. Gli investigatori ritengono di aver accertato che i due abbiano commercializzato nella loro azienda agricola la bellezza di 41.860 chili di olio. I guadagni, secondo l'accusa «ottenuti con una serie di operazioni finanziarie abilmente concepite per nasconderne la provenienza», sono stati poi reimpiegati per l'acquisto di un complesso immobiliare nel comune di Serra d'Aiello, in provincia di Cosenza, attraverso un'asta fallimentare. Lì era stata messa su una lussuosa casa di cura, già sequestrata al 50 per cento nell'ambito di una precedente inchiesta. Le date dei movimenti bancari hanno insospettito gli investigatori. I fondi incamerati dall'azienda agricola nel luglio del 2016 (per una consistente partita di olio venduta a un distributore calabrese) sarebbero quindi stati usati ad agosto per partecipare alla compravendita dell'immobile. L'ipotesi di autoriciclaggio scatta quindi proprio perché «i pagamenti relativi all'operazione commerciale apparivano», sottolinea il gip, «strettamente collegati all'acquisto del compendio immobiliare». Un bonifico da 10.000 euro, invece, era stato disposto sui conti dell'Associazione Il Sorriso, colpita da una interdittiva antimafia. La causale: «Apporto alla zia». Beneficenza, secondo La Rupa. Ma gli investigatori hanno scoperto che a guidare l'associazione, c'era sua sorella Maria Pia La Rupa. L'indagato, scrivono gli investigatori, «è solito gestire abilmente i propri affari, attribuendo in maniera fittizia la titolarità di imprese e conti correnti bancari ai propri familiari, che utilizza come paravento per le proprie attività». E tra queste c'era il tentativo dell'associazione il Sorriso di stipulare un contratto di erogazione di servizi da erogare a un Centro di accoglienza straordinaria per immigrati, coincidenza, nello stesso comune della provincia di Cosenza in cui si trova l'azienda agricola oggetto dell'inchiesta delle Fiamme gialle. Nel provvedimento del prefetto che mise ko l'associazione, acquisito dal gip e riportato nell'ordinanza d'arresto, si legge della possibilità «di situazioni che evidenziano l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionale le scelte e gli indirizzi» dell'associazione, a causa proprio della riconducibilità a Franco La Rupa. A lui il prefetto assegnava «la reale regia direzionale» del centro, che, si legge nel documento, «è ragionevole desumere sia stata mascherata a causa dei gravi pregiudizi penali e del livello di compromissione con la criminalità organizzata». La Rupa non compariva, insomma, «per non pregiudicare i rapporti dell'associazione con la pubblica amministrazione, assicurandosi però la presenza di soggetti suoi fiduciari e, soprattutto, dei propri stretti familiari». Tutte le operazioni dai conti correnti, poi, sono riconducibili proprio a lui. Il gip, quindi, a questo punto, non ha più dubbi: le operazioni bancarie avevano un solo scopo, «ostacolare l'individuazione di qualsiasi collegamento tra l'origine del profitto illecito scaturente dalla cessione del falso olio biologico». Nelle carte è finita anche una visita di cortesia a casa di un maresciallo della finanza prima di pasqua. Il sottufficiale ha scritto tutto in una annotazione inviata in Procura e ai suoi superiori: «Franco La Rupa e sua nipote si sono presentati portandomi quattro polli, una bottiglia di grappa, una pastiera e una cassetta di frutta fresca». Così pensava, forse, di farla franca.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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