True
2019-12-21
Il mercato dei clandestini deceduti. Le ’ndrine facevano i soldi con i loculi
Getty Images
I migranti fruttano euro anche da morti. E a fiutare il business è stata, ancora una volta, la 'ndrangheta. Nell'inchiesta ribattezzata Rinascita, che l'altro giorno ha dato una dura sberla alle cosche di Vibo Valentia, con ripercussioni sulla politica regionale che si ipotizza intrecciata con la massoneria, i pm della Procura antimafia di Catanzaro hanno svelato logiche agghiaccianti dietro alla realizzazione dei centri d'accoglienza per immigrati. Dopo aver speculato sull'ospitalità, sui 35 euro a testa, come svelò la precedente indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri sul Cara di Crotone, i picciotti delle cosche calabresi ora si sono buttati sul mercato dei loculi e delle cappelle cimiteriali, truccando le gare d'appalto. Ma anche sulle sepolture, sostiene la Procura, «di immigrati clandestini». E, come al solito, negli intrighi tra malaffare, malavita e immigrazione, c'è finita dentro fino al collo una Onlus. L'associazione Sacra famiglia, governata e presieduta da Orazio Lo Bianco, detto U' Tignusu, il tignoso, che per gli investigatori è appartenente all'omonima consorteria. Tramite un altro indagato, Rosario Pugliese, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Saro Cassarola, uno con la Santa (carica di altissimo rango nella 'ndrangheta), che viene indicato nei documenti investigativi come socio occulto di Lo Bianco nella sua impresa individuale e nella Paradiso Srl. Un nome evocativo per una impresa di pompe funebri.
Lo Bianco è accusato di aver turbato la gara d'appalto per i servizi di sepoltura di 16 salme di migranti: in concorso, tra gli altri, con un pubblico ufficiale del Comune di Vibo Valentia. Impressionanti le intercettazioni raccolte nelle informative degli inquirenti. Due coinvolti discutono animatamente del macabro mercimonio: «No, no: sedici! Sedici morti! Sedici morti erano! Otto te li fai tu e otto me li faccio io! Invece, Manuele, fai una cosa: compra tutte le cose tu, e dividiamo le spese. Io stesso ho comprato le casse, io stesso gli ho pagato...». In un'altra circostanza gli indagati si spartiscono 18 salme arrivate con un viaggio della morte: «Cinque li do a te...», dice tale Orazio, cui replica Leonardo: «Cinque me ne dai… su 18 cinque me ne dai?». E l'altro: «Eh, che cazzo vuoi...». Leonardo è stizzito: «E chi li fa gli altri?». La risposta dà l'idea del commercio immondo ma organizzato in atto: «Non credo che ce li danno tutti a noi...».
I magistrati sono partiti dai trucchetti per trasformare i cadaveri dei clandestini in euro e hanno riassunto in un capo d'imputazione la scoperta, sostenendo che gli indagati «turbavano la gara d'appalto indetta dal Comune di Vibo Valentia per la prestazione dei servizi funerari e di sepoltura di 16 salme di migranti. In particolare, Orazio Lo Bianco, sfruttando la forza di intimidazione derivante dalla propria appartenenza alla locale di 'ndrangheta di Vibo Valentia, impediva a un imprenditore funerario proveniente da Pizzo (Comune vicino a Vibo, ndr) la partecipazione alla gara». L'affare era cosa loro. Segno che attorno alle sepolture, pagate dal Comune, c'è da guadagnare.
E come in tutte le storie di mafia che si rispettino, c'è un collaboratore di giustizia che ha svelato come avveniva lo squallido mercato: un basista della 'ndrangheta, avvalendosi della complicità di uno dei capi custode cimiteriali di Vibo Valentia, chiamato «il becchino», «gestiva le cappelle e i loculi, organizzando un vero e proprio mercato delle stesse». I magistrati, per vederci chiaro, hanno delegato alcuni accertamenti ai carabinieri. E si è scoperto che tramite un'impresa di edilizia artigiana, segnalata dai militari dell'Arma, le persone indagate «ristrutturavano le cappelle e i loculi di defunti di cui non ci sono più familiari superstiti, seppellendo nelle fosse comuni i resti delle ossa, e rivendendo le cappelle al prezzo di 50.000 o 60.000 euro».
Dai loculi assegnati alle salme degli immigrati sbarcati nel porto di Vibo Marina fuoriusciva però cattivo odore, a causa dei lavori di sigillatura eseguiti alla buona. Un aspetto segnalato anche dai cittadini. La sorpresa è saltata fuori durante le riesumazioni: un immigrato della Sierra Leone, deceduto dopo un ricovero in ospedale, non era stato seppellito nel loculo assegnato. E lo stesso era accaduto con il cadavere di una donna incinta, deceduta prima dello sbarco. Uno degli immigrati era stato addirittura seppellito solo con l'involucro di zinco, ovvero senza bara. E, così, dalla tomba fuoriuscivano odori nauseanti. Anche qui le carte riportano intercettazioni repellenti, con gli indagati che si interrogano su come arginare il problema del fetore, in grado di attirare attenzioni sgradite.
Ma questo inquietante capitolo dell'inchiesta non è l'unico dedicato al business calabrese sui migranti. Uno degli indagati eccellenti finito nella rete di Gratteri è Luigi Incarnato, segretario del Psi calabrese, nonché commissario della Sorical, ente a capitale misto pubblico privato che in Calabria gestisce la fornitura idrica, finito ai domiciliari. Leggendo l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Barbarà Saccà si scopre che alla base del provvedimento restrittivo, anche per lui, ci sono questioni legate ai migranti: «Luigi Incarnato, candidato del Partito democratico, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, per ottenere, a proprio vantaggio, il voto elettorale, offriva a Pietro Giamborino e Pino Cuomo (che accettavano l'accordo) la propria disponibilità a favorire (...) la realizzazione, nel Comune di Paola, di un centro di accoglienza straordinario per migranti richiedenti asilo (...)». La mala, insomma, avrebbe orientato i voti che controllava in cambio di un incontro con il sindaco di Paola Roberto Perrotta. Lì la cosca voleva trasformare l'hotel Alahambra, una struttura piazzata davanti al santuario della città di Sant'Antonio, in un centro d'accoglienza temporaneo.
Il sindaco, dopo aver dato la disponibilità a diventare partner del progetto, ha però spiegato che c'era un ostacolo: il Comune aveva già aderito al progetto Sprar e i tempi per candidare una ulteriore struttura erano scaduti. Ma per capire fino in fondo ciò che si è mosso attorno al grande affare dell'accoglienza, è necessario approfondire anche la figura di Giamborino, ex consigliere regionale del Pd (anche lui ai domiciliari). Il politico è considerato come «formalmente affiliato» alla 'ndrangheta. E davanti a lui, alla fine, il sindaco dice: «Fate le vostre brave richieste e partiamo».
La truffa dell’olio bio per lucrare sui profughi
Sulla carta, grazie alla documentazione truccata, l'olio che producevano era extravergine da agricoltura biologica. Ma, hanno scoperto gli investigatori della Guardia di finanza, era ottenuto usando, durante la fase di produzione, agenti chimici. I proventi della frode alimentare venivano poi reimpiegati per un secondo progetto: acquistare immobili all'asta fallimentare per una casa di cura di lusso e per sostenere un centro di accoglienza per migranti sulle colline dell'entroterra cosentino: a Cleto, 1.400 abitanti, proprio di fronte alle isole Eolie.
Franco La Rupa, ex consigliere della regione Calabria del partito di Clemente Mastella (Udeur) ed ex sindaco di Amantea, in provincia di Cosenza, è stato arrestato insieme al figlio Antonio dalla Guardia di Finanza di Cosenza a conclusione di un'indagine coordinata dalla Procura di Paola. I due sono indagati per i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode nell'esercizio del commercio, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, calunnia e tentata estorsione. «Tramite attestazioni mendaci e occultamento delle fatture di acquisto dei prodotti chimici non ammessi che venivano sistematicamente utilizzati nei campi», sostiene l'accusa, «traevano in inganno l'organismo certificatore del ministero delle Politiche agricole e forestali, ottenendo da quest'ultimo il rilascio dell'attestato di operatore agrobiologico». Grazie a quel certificato potevano immettere sul mercato il falso olio biologico, traendone un profitto, hanno stimato i magistrati della Procura di Paola, di 150.000 euro. Oltre che percepire specifici contributi dall'Unione europea e dalla Regione Calabria per un ammontare di circa 114.000 euro. Gli investigatori ritengono di aver accertato che i due abbiano commercializzato nella loro azienda agricola la bellezza di 41.860 chili di olio. I guadagni, secondo l'accusa «ottenuti con una serie di operazioni finanziarie abilmente concepite per nasconderne la provenienza», sono stati poi reimpiegati per l'acquisto di un complesso immobiliare nel comune di Serra d'Aiello, in provincia di Cosenza, attraverso un'asta fallimentare. Lì era stata messa su una lussuosa casa di cura, già sequestrata al 50 per cento nell'ambito di una precedente inchiesta. Le date dei movimenti bancari hanno insospettito gli investigatori. I fondi incamerati dall'azienda agricola nel luglio del 2016 (per una consistente partita di olio venduta a un distributore calabrese) sarebbero quindi stati usati ad agosto per partecipare alla compravendita dell'immobile. L'ipotesi di autoriciclaggio scatta quindi proprio perché «i pagamenti relativi all'operazione commerciale apparivano», sottolinea il gip, «strettamente collegati all'acquisto del compendio immobiliare».
Un bonifico da 10.000 euro, invece, era stato disposto sui conti dell'Associazione Il Sorriso, colpita da una interdittiva antimafia. La causale: «Apporto alla zia». Beneficenza, secondo La Rupa. Ma gli investigatori hanno scoperto che a guidare l'associazione, c'era sua sorella Maria Pia La Rupa. L'indagato, scrivono gli investigatori, «è solito gestire abilmente i propri affari, attribuendo in maniera fittizia la titolarità di imprese e conti correnti bancari ai propri familiari, che utilizza come paravento per le proprie attività». E tra queste c'era il tentativo dell'associazione il Sorriso di stipulare un contratto di erogazione di servizi da erogare a un Centro di accoglienza straordinaria per immigrati, coincidenza, nello stesso comune della provincia di Cosenza in cui si trova l'azienda agricola oggetto dell'inchiesta delle Fiamme gialle. Nel provvedimento del prefetto che mise ko l'associazione, acquisito dal gip e riportato nell'ordinanza d'arresto, si legge della possibilità «di situazioni che evidenziano l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionale le scelte e gli indirizzi» dell'associazione, a causa proprio della riconducibilità a Franco La Rupa.
A lui il prefetto assegnava «la reale regia direzionale» del centro, che, si legge nel documento, «è ragionevole desumere sia stata mascherata a causa dei gravi pregiudizi penali e del livello di compromissione con la criminalità organizzata». La Rupa non compariva, insomma, «per non pregiudicare i rapporti dell'associazione con la pubblica amministrazione, assicurandosi però la presenza di soggetti suoi fiduciari e, soprattutto, dei propri stretti familiari». Tutte le operazioni dai conti correnti, poi, sono riconducibili proprio a lui. Il gip, quindi, a questo punto, non ha più dubbi: le operazioni bancarie avevano un solo scopo, «ostacolare l'individuazione di qualsiasi collegamento tra l'origine del profitto illecito scaturente dalla cessione del falso olio biologico». Nelle carte è finita anche una visita di cortesia a casa di un maresciallo della finanza prima di pasqua. Il sottufficiale ha scritto tutto in una annotazione inviata in Procura e ai suoi superiori: «Franco La Rupa e sua nipote si sono presentati portandomi quattro polli, una bottiglia di grappa, una pastiera e una cassetta di frutta fresca». Così pensava, forse, di farla franca.
Continua a leggereRiduci
Nelle carte dell'inchiesta di Nicola Gratteri l'osceno mercimonio. I clan, in combutta con becchini, tecnici comunali e una Onlus, truccavano le gare per le sepolture e utilizzavano i corpi dei migranti per occupare le cappelle.Un ex consigliere regionale cosentino spacciava come naturale il prodotto di olive coltivate con pesticidi. I soldi ricavati da vendita e incentivi Ue li investiva in attività in mano a dei prestanome. Tra queste, un'associazione che doveva offrire servizi ai migranti.Lo speciale contiene due articoli.I migranti fruttano euro anche da morti. E a fiutare il business è stata, ancora una volta, la 'ndrangheta. Nell'inchiesta ribattezzata Rinascita, che l'altro giorno ha dato una dura sberla alle cosche di Vibo Valentia, con ripercussioni sulla politica regionale che si ipotizza intrecciata con la massoneria, i pm della Procura antimafia di Catanzaro hanno svelato logiche agghiaccianti dietro alla realizzazione dei centri d'accoglienza per immigrati. Dopo aver speculato sull'ospitalità, sui 35 euro a testa, come svelò la precedente indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri sul Cara di Crotone, i picciotti delle cosche calabresi ora si sono buttati sul mercato dei loculi e delle cappelle cimiteriali, truccando le gare d'appalto. Ma anche sulle sepolture, sostiene la Procura, «di immigrati clandestini». E, come al solito, negli intrighi tra malaffare, malavita e immigrazione, c'è finita dentro fino al collo una Onlus. L'associazione Sacra famiglia, governata e presieduta da Orazio Lo Bianco, detto U' Tignusu, il tignoso, che per gli investigatori è appartenente all'omonima consorteria. Tramite un altro indagato, Rosario Pugliese, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Saro Cassarola, uno con la Santa (carica di altissimo rango nella 'ndrangheta), che viene indicato nei documenti investigativi come socio occulto di Lo Bianco nella sua impresa individuale e nella Paradiso Srl. Un nome evocativo per una impresa di pompe funebri.Lo Bianco è accusato di aver turbato la gara d'appalto per i servizi di sepoltura di 16 salme di migranti: in concorso, tra gli altri, con un pubblico ufficiale del Comune di Vibo Valentia. Impressionanti le intercettazioni raccolte nelle informative degli inquirenti. Due coinvolti discutono animatamente del macabro mercimonio: «No, no: sedici! Sedici morti! Sedici morti erano! Otto te li fai tu e otto me li faccio io! Invece, Manuele, fai una cosa: compra tutte le cose tu, e dividiamo le spese. Io stesso ho comprato le casse, io stesso gli ho pagato...». In un'altra circostanza gli indagati si spartiscono 18 salme arrivate con un viaggio della morte: «Cinque li do a te...», dice tale Orazio, cui replica Leonardo: «Cinque me ne dai… su 18 cinque me ne dai?». E l'altro: «Eh, che cazzo vuoi...». Leonardo è stizzito: «E chi li fa gli altri?». La risposta dà l'idea del commercio immondo ma organizzato in atto: «Non credo che ce li danno tutti a noi...».I magistrati sono partiti dai trucchetti per trasformare i cadaveri dei clandestini in euro e hanno riassunto in un capo d'imputazione la scoperta, sostenendo che gli indagati «turbavano la gara d'appalto indetta dal Comune di Vibo Valentia per la prestazione dei servizi funerari e di sepoltura di 16 salme di migranti. In particolare, Orazio Lo Bianco, sfruttando la forza di intimidazione derivante dalla propria appartenenza alla locale di 'ndrangheta di Vibo Valentia, impediva a un imprenditore funerario proveniente da Pizzo (Comune vicino a Vibo, ndr) la partecipazione alla gara». L'affare era cosa loro. Segno che attorno alle sepolture, pagate dal Comune, c'è da guadagnare.E come in tutte le storie di mafia che si rispettino, c'è un collaboratore di giustizia che ha svelato come avveniva lo squallido mercato: un basista della 'ndrangheta, avvalendosi della complicità di uno dei capi custode cimiteriali di Vibo Valentia, chiamato «il becchino», «gestiva le cappelle e i loculi, organizzando un vero e proprio mercato delle stesse». I magistrati, per vederci chiaro, hanno delegato alcuni accertamenti ai carabinieri. E si è scoperto che tramite un'impresa di edilizia artigiana, segnalata dai militari dell'Arma, le persone indagate «ristrutturavano le cappelle e i loculi di defunti di cui non ci sono più familiari superstiti, seppellendo nelle fosse comuni i resti delle ossa, e rivendendo le cappelle al prezzo di 50.000 o 60.000 euro».Dai loculi assegnati alle salme degli immigrati sbarcati nel porto di Vibo Marina fuoriusciva però cattivo odore, a causa dei lavori di sigillatura eseguiti alla buona. Un aspetto segnalato anche dai cittadini. La sorpresa è saltata fuori durante le riesumazioni: un immigrato della Sierra Leone, deceduto dopo un ricovero in ospedale, non era stato seppellito nel loculo assegnato. E lo stesso era accaduto con il cadavere di una donna incinta, deceduta prima dello sbarco. Uno degli immigrati era stato addirittura seppellito solo con l'involucro di zinco, ovvero senza bara. E, così, dalla tomba fuoriuscivano odori nauseanti. Anche qui le carte riportano intercettazioni repellenti, con gli indagati che si interrogano su come arginare il problema del fetore, in grado di attirare attenzioni sgradite. Ma questo inquietante capitolo dell'inchiesta non è l'unico dedicato al business calabrese sui migranti. Uno degli indagati eccellenti finito nella rete di Gratteri è Luigi Incarnato, segretario del Psi calabrese, nonché commissario della Sorical, ente a capitale misto pubblico privato che in Calabria gestisce la fornitura idrica, finito ai domiciliari. Leggendo l'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Barbarà Saccà si scopre che alla base del provvedimento restrittivo, anche per lui, ci sono questioni legate ai migranti: «Luigi Incarnato, candidato del Partito democratico, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, per ottenere, a proprio vantaggio, il voto elettorale, offriva a Pietro Giamborino e Pino Cuomo (che accettavano l'accordo) la propria disponibilità a favorire (...) la realizzazione, nel Comune di Paola, di un centro di accoglienza straordinario per migranti richiedenti asilo (...)». La mala, insomma, avrebbe orientato i voti che controllava in cambio di un incontro con il sindaco di Paola Roberto Perrotta. Lì la cosca voleva trasformare l'hotel Alahambra, una struttura piazzata davanti al santuario della città di Sant'Antonio, in un centro d'accoglienza temporaneo.Il sindaco, dopo aver dato la disponibilità a diventare partner del progetto, ha però spiegato che c'era un ostacolo: il Comune aveva già aderito al progetto Sprar e i tempi per candidare una ulteriore struttura erano scaduti. Ma per capire fino in fondo ciò che si è mosso attorno al grande affare dell'accoglienza, è necessario approfondire anche la figura di Giamborino, ex consigliere regionale del Pd (anche lui ai domiciliari). Il politico è considerato come «formalmente affiliato» alla 'ndrangheta. E davanti a lui, alla fine, il sindaco dice: «Fate le vostre brave richieste e partiamo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mercato-dei-clandestini-deceduti-le-ndrine-facevano-i-soldi-con-i-loculi-2641660801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-truffa-dellolio-bio-per-lucrare-sui-profughi" data-post-id="2641660801" data-published-at="1777629609" data-use-pagination="False"> La truffa dell’olio bio per lucrare sui profughi Sulla carta, grazie alla documentazione truccata, l'olio che producevano era extravergine da agricoltura biologica. Ma, hanno scoperto gli investigatori della Guardia di finanza, era ottenuto usando, durante la fase di produzione, agenti chimici. I proventi della frode alimentare venivano poi reimpiegati per un secondo progetto: acquistare immobili all'asta fallimentare per una casa di cura di lusso e per sostenere un centro di accoglienza per migranti sulle colline dell'entroterra cosentino: a Cleto, 1.400 abitanti, proprio di fronte alle isole Eolie. Franco La Rupa, ex consigliere della regione Calabria del partito di Clemente Mastella (Udeur) ed ex sindaco di Amantea, in provincia di Cosenza, è stato arrestato insieme al figlio Antonio dalla Guardia di Finanza di Cosenza a conclusione di un'indagine coordinata dalla Procura di Paola. I due sono indagati per i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode nell'esercizio del commercio, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, calunnia e tentata estorsione. «Tramite attestazioni mendaci e occultamento delle fatture di acquisto dei prodotti chimici non ammessi che venivano sistematicamente utilizzati nei campi», sostiene l'accusa, «traevano in inganno l'organismo certificatore del ministero delle Politiche agricole e forestali, ottenendo da quest'ultimo il rilascio dell'attestato di operatore agrobiologico». Grazie a quel certificato potevano immettere sul mercato il falso olio biologico, traendone un profitto, hanno stimato i magistrati della Procura di Paola, di 150.000 euro. Oltre che percepire specifici contributi dall'Unione europea e dalla Regione Calabria per un ammontare di circa 114.000 euro. Gli investigatori ritengono di aver accertato che i due abbiano commercializzato nella loro azienda agricola la bellezza di 41.860 chili di olio. I guadagni, secondo l'accusa «ottenuti con una serie di operazioni finanziarie abilmente concepite per nasconderne la provenienza», sono stati poi reimpiegati per l'acquisto di un complesso immobiliare nel comune di Serra d'Aiello, in provincia di Cosenza, attraverso un'asta fallimentare. Lì era stata messa su una lussuosa casa di cura, già sequestrata al 50 per cento nell'ambito di una precedente inchiesta. Le date dei movimenti bancari hanno insospettito gli investigatori. I fondi incamerati dall'azienda agricola nel luglio del 2016 (per una consistente partita di olio venduta a un distributore calabrese) sarebbero quindi stati usati ad agosto per partecipare alla compravendita dell'immobile. L'ipotesi di autoriciclaggio scatta quindi proprio perché «i pagamenti relativi all'operazione commerciale apparivano», sottolinea il gip, «strettamente collegati all'acquisto del compendio immobiliare». Un bonifico da 10.000 euro, invece, era stato disposto sui conti dell'Associazione Il Sorriso, colpita da una interdittiva antimafia. La causale: «Apporto alla zia». Beneficenza, secondo La Rupa. Ma gli investigatori hanno scoperto che a guidare l'associazione, c'era sua sorella Maria Pia La Rupa. L'indagato, scrivono gli investigatori, «è solito gestire abilmente i propri affari, attribuendo in maniera fittizia la titolarità di imprese e conti correnti bancari ai propri familiari, che utilizza come paravento per le proprie attività». E tra queste c'era il tentativo dell'associazione il Sorriso di stipulare un contratto di erogazione di servizi da erogare a un Centro di accoglienza straordinaria per immigrati, coincidenza, nello stesso comune della provincia di Cosenza in cui si trova l'azienda agricola oggetto dell'inchiesta delle Fiamme gialle. Nel provvedimento del prefetto che mise ko l'associazione, acquisito dal gip e riportato nell'ordinanza d'arresto, si legge della possibilità «di situazioni che evidenziano l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionale le scelte e gli indirizzi» dell'associazione, a causa proprio della riconducibilità a Franco La Rupa. A lui il prefetto assegnava «la reale regia direzionale» del centro, che, si legge nel documento, «è ragionevole desumere sia stata mascherata a causa dei gravi pregiudizi penali e del livello di compromissione con la criminalità organizzata». La Rupa non compariva, insomma, «per non pregiudicare i rapporti dell'associazione con la pubblica amministrazione, assicurandosi però la presenza di soggetti suoi fiduciari e, soprattutto, dei propri stretti familiari». Tutte le operazioni dai conti correnti, poi, sono riconducibili proprio a lui. Il gip, quindi, a questo punto, non ha più dubbi: le operazioni bancarie avevano un solo scopo, «ostacolare l'individuazione di qualsiasi collegamento tra l'origine del profitto illecito scaturente dalla cessione del falso olio biologico». Nelle carte è finita anche una visita di cortesia a casa di un maresciallo della finanza prima di pasqua. Il sottufficiale ha scritto tutto in una annotazione inviata in Procura e ai suoi superiori: «Franco La Rupa e sua nipote si sono presentati portandomi quattro polli, una bottiglia di grappa, una pastiera e una cassetta di frutta fresca». Così pensava, forse, di farla franca.
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
Continua a leggereRiduci
Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
Continua a leggereRiduci