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2019-02-10
Il manifesto della fede del cardinale Müller per bacchettare il Papa
Ansa
Nominato da papa Benedetto XVI a prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il ruolo che lo stesso Joseph Ratzinger ha occupato per circa 25 anni, il cardinale Gerhard Müller ha diffuso l'8 febbraio, in sette lingue, un «manifesto della fede» con il chiaro intento di mettere i puntini sulle «i». Lo fa da prefetto emerito, visto che papa Francesco lo ha sollevato dall'incarico nell'estate del 2017, allo scadere preciso del mandato quinquennale quando il cardinale non aveva ancora compiuto 70 anni.
Müller scrive che «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica» lo hanno «invitato a dare pubblica testimonianza verso la verità della rivelazione», perché c'è «sempre più diffusa confusione nell'insegnamento della fede». Papa Francesco non è mai nominato, ma è chiaro che viene chiamato in causa: la sua reiterata enfasi su accompagnamento e discernimento, secondo molti osservatori, mette in secondo piano il giusto rapporto tra dottrina e pastorale, tra verità e misericordia. Perché come disse nel 2014 il compianto cardinale Carlo Caffarra, una delle quattro porpore che poi presentò a Francesco i dubia su un capitolo dell'esortazione Amoris laetitia, quando si parla di prassi si può anche dire che non si tocca la dottrina, «ma lo si fa».
Le citazioni del manifesto di Müller, che è una specie di sintesi estrema dell'abc cattolico, sono prese da due libri: il Vangelo e il Catechismo, i capisaldi della fede. L'interpretazione data da molti media è la solita: il manifesto sarebbe l'ennesimo attacco dell'ala conservatrice a Francesco, mostrando così ancora una volta, al di là della scelta fatta dal cardinale, che della dottrina si finisce per dare una lettura essenzialmente politica.
Invece, il deposito della fede, dice Müller citando san Paolo, è qualcosa che viene trasmesso così come è stato ricevuto, seppur in un contesto di sviluppo che però ha i suoi criteri per essere valutato.
Tra l'altro, come si legge nel manifesto, «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e predomina un senso di essa quasi esclusivamente esperienziale. Che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sia «l'unico mediatore tra Dio e gli uomini» non è proprio un fattore secondario, scrive Müller.
È recente la polemica sollevata da una frase scritta nel Documento sulla fratellenza umana che papa Francesco ha cofirmato ad Abu Dhabi con il grande imam di Al Azhar Ahmad Al Tayebb. C'è, infatti, un passaggio che sembra dire che in qualche modo le diverse religioni siano volute da Dio, un concetto di indifferentismo che non ha ragioni valide. Müller sembra rispondere a questa polemica: «La differenza delle tre persone nell'unità divina segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell'immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni». Non si tratta qui di fondamentalismo, ma di fare chiarezza e non confondere i piani del giusto dialogo interculturale con quello del sincretismo religioso.
Il cardinale Müller ricorda che «Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica» e che «la Chiesa non è un'associazione creata dall'uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento». È in questo contesto che l'insegnamento della Chiesa non è questione da sottoporre alla moda del tempo, sia essa filosofica o teologica, ma, dice il porporato tedesco, «compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di “salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti" affinché possa “professare senza errore l'autentica fede"».
Il riferimento all'impossibilità di ricevere l'eucaristia (per i fedeli, lo ricordiamo, è il corpo di Cristo) qualora ci si trovi in uno stato di peccato grave, permette al cardinale di fare un elenco che rimanda ad alcuni temi di forte discussione aperti da processi avviati dal Papa. «Dalla logica interna del sacramento (della confessione, ndr) si capisce», scrive Müller, «che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa eucaristia fruttuosamente». Ogni riferimento alla battaglia ecclesiale sull'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati e la questione dell'intercomunione con i luterani, entrambi processi avviati da Francesco, non è puramente casuale.
«La legge morale», scrive ancora Müller anche a proposito della formazione della coscienza, «non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata». Il manifesto è una breve ed essenziale sintesi delle cose da credere, senza le quali resta una fede fai da te, un supermarket religioso che è anch'esso segno dei tempi. «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno», avverte l'ex prefetto della dottrina della fede, arrivando a dire che «ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero “una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia della verità". È l'inganno dell'Anticristo (…)».
«Molti si chiedono oggi», conclude Müller, «per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio». E cita il vangelo di san Marco: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso».
Intanto Bergoglio riceve in Vaticano le Ong e le pasionarie pro invasione
Il dogma della Infallibilità del Papa, come fu stabilito nel 1870, dopo lunghissime discussioni del Concilio Vaticano Primo (il Pontefice era Pio IX), con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus, vale solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi». Dunque, il Santo Padre non è infallibile quando, come ad esempio ha fatto ieri Papa Francesco, fa sapere, attraverso una nota ufficiale, di avere «incontrato in Vaticano, in forma privata, il sindaco di Madrid, Manuela Carmena, e quello di Barcellona, Ada Colau, con il fondatore di Open Arms, Oscar Camps. Durante il cordiale colloquio», informa la nota, «si è parlato in particolare del tema dell'accoglienza dei migranti».
L'incontro è avvenuto l'altra sera, poche ore prima che ieri il Viminale rendesse noti i dati sugli sbarchi di immigrati in Italia in questo primo scorcio del 2019: -95,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il gesto del Papa, è evidente, rappresenta una spinta al ritorno in mare delle navi delle Ong, quelle stesse navi che, sostando di fronte alle coste della Libia, rappresentano un incentivo al traffico di esseri umani.
La Open Arms, in particolare, è bloccata nel porto di Barcellona dallo scorso 14 gennaio. Chi impedisce alla imbarcazione di ripartire e dirigersi verso la Libia? La «spectre» sovranista? No: a fermare la nave Open Arms, battente bandiera spagnola, che fa capo alla Ong Proactiva Open Arms, spagnola anch'essa, è stato quel gran pezzo di progressista di Pedro Sanchez, il premier spagnolo socialista idolo della sinistra planetaria. È stato il governo di Madrid, infatti, attraverso la Capitaneria di porto di Barcellona, a bloccare la nave poiché «viola le norme internazionali in materia di salvataggio in mare».
Poche settimane prima, il 28 dicembre scorso, dalla Open Arms erano sbarcati ad Algeciras, in Andalusia, 311 immigrati, caricati a bordo di fronte alle coste libiche. Malta e l'Italia avevano detto «no» allo sbarco, e la Open Arms se ne era andata in Spagna. Dopo aver sbarcato i 311 immigrati, concluso il cambio di equipaggio e il rifornimento, la nave era pronta a riprendere il largo, ma il governo del compagno Sanchez ha intimato lo stop.
Facile immaginare che la partecipazione del sindaco di Barcellona, Ada Colau, e di quello di Madrid, Manuela Carmena, all'incontro «privato» tra Papa Bergoglio e Oscar Camps sia servita per serrare i ranghi: da settimane la Ong sta mettendo sotto pressione il governo spagnolo, con petizioni e manifestazioni, per far sì che la Open Arms possa tornare di fronte alle coste libiche. Per ora, nulla da fare: Sanchez sarà pure socialista, ma fesso no, e ha capito bene che con la nuova politica sull'immigrazione messa in atto dall'Italia, ogni nuovo «carico» di immigrati finirebbe in Spagna. Fatto sta che poche ore dopo l'incontro con il Papa, i sindaci di Barcellona e Madrid, insieme ai colleghi di Saragozza Valencia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Bologna e Latina, al termine di un incontro in un albergo romano al quale hanno partecipato anche i rappresentanti delle Ong Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno diffuso un documento di sostegno alle Ong, che etichetta la chiusura dei porti di Italia e Libia alle navi come «esempio pratico del naufragio dell'Europa».
Intanto, quello che è certo è che la svolta impressa dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sull'immigrazione, sta dando i suoi frutti. Parlano i numeri, quelli ufficiali: dal primo gennaio 2019 ad oggi le persone sbarcate in Italia sono state 202, rispetto alle 4.731 dello stesso periodo dell'anno scorso, con una diminuzione del 95,7%. In particolare, sottolinea il Viminale, in Sardegna non si sono registrati sbarchi in questo scorcio di anno: nello stesso periodo del 2018 erano sbarcate 114 persone; in Calabria il calo è stato dell'82%, con 53 arrivi quest'anno rispetto ai 296 dell'anno scorso; in Sicilia, infine, il calo è stato del 96,5%: 149 arrivi in questo primo periodo del 2019 contro i 4.321 dello stesso periodo del 2018. Il dato da tenere ben presente è il rapporto sbarchi/rimpatri, che finalmente segna una inversione di tendenza: sempre secondo i dati ufficiali forniti dal ministero dell'Interno, infatti, a fronte di 202 sbarchi registrati dall'inizio del 2019 a ieri mattina, sono stati effettuati 629 rimpatri di cui 595 forzati e 34 volontari assistiti. Dunque, le espulsioni sono state il triplo dei nuovi arrivi.
Non è un mistero per nessuno che l'assenza delle navi delle Ong dal mediterraneo scoraggia i trafficanti di uomini a organizzare nuove partenze di carrette del mare dalle coste della Libia. Meno partenze significa meno naufragi, meno naufragi significa meno morti, senza contare che diminuiscono gli incassi delle bande di mafiosi africani che gestiscono questo business di morte e riciclano i proventi nel traffico di droga e armi.
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Il prefetto emerito diffonde un testo che fissa i punti cruciali della dottrina: «C'è sempre più confusione, troppi vescovi preferiscono agire da politici».Francesco incontra le prime cittadine ideologizzate di Madrid (Manuela Carmena) e Barcellona (Ada Colau) con il leader di Open Arms, Oscar Camps. Nel frattempo, però, le partenze calano e con esse anche i naufragi.Lo speciale contiene due articoli.Nominato da papa Benedetto XVI a prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il ruolo che lo stesso Joseph Ratzinger ha occupato per circa 25 anni, il cardinale Gerhard Müller ha diffuso l'8 febbraio, in sette lingue, un «manifesto della fede» con il chiaro intento di mettere i puntini sulle «i». Lo fa da prefetto emerito, visto che papa Francesco lo ha sollevato dall'incarico nell'estate del 2017, allo scadere preciso del mandato quinquennale quando il cardinale non aveva ancora compiuto 70 anni. Müller scrive che «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica» lo hanno «invitato a dare pubblica testimonianza verso la verità della rivelazione», perché c'è «sempre più diffusa confusione nell'insegnamento della fede». Papa Francesco non è mai nominato, ma è chiaro che viene chiamato in causa: la sua reiterata enfasi su accompagnamento e discernimento, secondo molti osservatori, mette in secondo piano il giusto rapporto tra dottrina e pastorale, tra verità e misericordia. Perché come disse nel 2014 il compianto cardinale Carlo Caffarra, una delle quattro porpore che poi presentò a Francesco i dubia su un capitolo dell'esortazione Amoris laetitia, quando si parla di prassi si può anche dire che non si tocca la dottrina, «ma lo si fa».Le citazioni del manifesto di Müller, che è una specie di sintesi estrema dell'abc cattolico, sono prese da due libri: il Vangelo e il Catechismo, i capisaldi della fede. L'interpretazione data da molti media è la solita: il manifesto sarebbe l'ennesimo attacco dell'ala conservatrice a Francesco, mostrando così ancora una volta, al di là della scelta fatta dal cardinale, che della dottrina si finisce per dare una lettura essenzialmente politica. Invece, il deposito della fede, dice Müller citando san Paolo, è qualcosa che viene trasmesso così come è stato ricevuto, seppur in un contesto di sviluppo che però ha i suoi criteri per essere valutato.Tra l'altro, come si legge nel manifesto, «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e predomina un senso di essa quasi esclusivamente esperienziale. Che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sia «l'unico mediatore tra Dio e gli uomini» non è proprio un fattore secondario, scrive Müller. È recente la polemica sollevata da una frase scritta nel Documento sulla fratellenza umana che papa Francesco ha cofirmato ad Abu Dhabi con il grande imam di Al Azhar Ahmad Al Tayebb. C'è, infatti, un passaggio che sembra dire che in qualche modo le diverse religioni siano volute da Dio, un concetto di indifferentismo che non ha ragioni valide. Müller sembra rispondere a questa polemica: «La differenza delle tre persone nell'unità divina segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell'immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni». Non si tratta qui di fondamentalismo, ma di fare chiarezza e non confondere i piani del giusto dialogo interculturale con quello del sincretismo religioso.Il cardinale Müller ricorda che «Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica» e che «la Chiesa non è un'associazione creata dall'uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento». È in questo contesto che l'insegnamento della Chiesa non è questione da sottoporre alla moda del tempo, sia essa filosofica o teologica, ma, dice il porporato tedesco, «compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di “salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti" affinché possa “professare senza errore l'autentica fede"».Il riferimento all'impossibilità di ricevere l'eucaristia (per i fedeli, lo ricordiamo, è il corpo di Cristo) qualora ci si trovi in uno stato di peccato grave, permette al cardinale di fare un elenco che rimanda ad alcuni temi di forte discussione aperti da processi avviati dal Papa. «Dalla logica interna del sacramento (della confessione, ndr) si capisce», scrive Müller, «che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa eucaristia fruttuosamente». Ogni riferimento alla battaglia ecclesiale sull'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati e la questione dell'intercomunione con i luterani, entrambi processi avviati da Francesco, non è puramente casuale.«La legge morale», scrive ancora Müller anche a proposito della formazione della coscienza, «non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata». Il manifesto è una breve ed essenziale sintesi delle cose da credere, senza le quali resta una fede fai da te, un supermarket religioso che è anch'esso segno dei tempi. «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno», avverte l'ex prefetto della dottrina della fede, arrivando a dire che «ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero “una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia della verità". È l'inganno dell'Anticristo (…)».«Molti si chiedono oggi», conclude Müller, «per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio». E cita il vangelo di san Marco: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-manifesto-della-fede-del-cardinale-muller-per-bacchettare-il-papa-2628488484.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-bergoglio-riceve-in-vaticano-le-ong-e-le-pasionarie-pro-invasione" data-post-id="2628488484" data-published-at="1780760170" data-use-pagination="False"> Intanto Bergoglio riceve in Vaticano le Ong e le pasionarie pro invasione Il dogma della Infallibilità del Papa, come fu stabilito nel 1870, dopo lunghissime discussioni del Concilio Vaticano Primo (il Pontefice era Pio IX), con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus, vale solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi». Dunque, il Santo Padre non è infallibile quando, come ad esempio ha fatto ieri Papa Francesco, fa sapere, attraverso una nota ufficiale, di avere «incontrato in Vaticano, in forma privata, il sindaco di Madrid, Manuela Carmena, e quello di Barcellona, Ada Colau, con il fondatore di Open Arms, Oscar Camps. Durante il cordiale colloquio», informa la nota, «si è parlato in particolare del tema dell'accoglienza dei migranti». L'incontro è avvenuto l'altra sera, poche ore prima che ieri il Viminale rendesse noti i dati sugli sbarchi di immigrati in Italia in questo primo scorcio del 2019: -95,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il gesto del Papa, è evidente, rappresenta una spinta al ritorno in mare delle navi delle Ong, quelle stesse navi che, sostando di fronte alle coste della Libia, rappresentano un incentivo al traffico di esseri umani. La Open Arms, in particolare, è bloccata nel porto di Barcellona dallo scorso 14 gennaio. Chi impedisce alla imbarcazione di ripartire e dirigersi verso la Libia? La «spectre» sovranista? No: a fermare la nave Open Arms, battente bandiera spagnola, che fa capo alla Ong Proactiva Open Arms, spagnola anch'essa, è stato quel gran pezzo di progressista di Pedro Sanchez, il premier spagnolo socialista idolo della sinistra planetaria. È stato il governo di Madrid, infatti, attraverso la Capitaneria di porto di Barcellona, a bloccare la nave poiché «viola le norme internazionali in materia di salvataggio in mare». Poche settimane prima, il 28 dicembre scorso, dalla Open Arms erano sbarcati ad Algeciras, in Andalusia, 311 immigrati, caricati a bordo di fronte alle coste libiche. Malta e l'Italia avevano detto «no» allo sbarco, e la Open Arms se ne era andata in Spagna. Dopo aver sbarcato i 311 immigrati, concluso il cambio di equipaggio e il rifornimento, la nave era pronta a riprendere il largo, ma il governo del compagno Sanchez ha intimato lo stop. Facile immaginare che la partecipazione del sindaco di Barcellona, Ada Colau, e di quello di Madrid, Manuela Carmena, all'incontro «privato» tra Papa Bergoglio e Oscar Camps sia servita per serrare i ranghi: da settimane la Ong sta mettendo sotto pressione il governo spagnolo, con petizioni e manifestazioni, per far sì che la Open Arms possa tornare di fronte alle coste libiche. Per ora, nulla da fare: Sanchez sarà pure socialista, ma fesso no, e ha capito bene che con la nuova politica sull'immigrazione messa in atto dall'Italia, ogni nuovo «carico» di immigrati finirebbe in Spagna. Fatto sta che poche ore dopo l'incontro con il Papa, i sindaci di Barcellona e Madrid, insieme ai colleghi di Saragozza Valencia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Bologna e Latina, al termine di un incontro in un albergo romano al quale hanno partecipato anche i rappresentanti delle Ong Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno diffuso un documento di sostegno alle Ong, che etichetta la chiusura dei porti di Italia e Libia alle navi come «esempio pratico del naufragio dell'Europa». Intanto, quello che è certo è che la svolta impressa dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sull'immigrazione, sta dando i suoi frutti. Parlano i numeri, quelli ufficiali: dal primo gennaio 2019 ad oggi le persone sbarcate in Italia sono state 202, rispetto alle 4.731 dello stesso periodo dell'anno scorso, con una diminuzione del 95,7%. In particolare, sottolinea il Viminale, in Sardegna non si sono registrati sbarchi in questo scorcio di anno: nello stesso periodo del 2018 erano sbarcate 114 persone; in Calabria il calo è stato dell'82%, con 53 arrivi quest'anno rispetto ai 296 dell'anno scorso; in Sicilia, infine, il calo è stato del 96,5%: 149 arrivi in questo primo periodo del 2019 contro i 4.321 dello stesso periodo del 2018. Il dato da tenere ben presente è il rapporto sbarchi/rimpatri, che finalmente segna una inversione di tendenza: sempre secondo i dati ufficiali forniti dal ministero dell'Interno, infatti, a fronte di 202 sbarchi registrati dall'inizio del 2019 a ieri mattina, sono stati effettuati 629 rimpatri di cui 595 forzati e 34 volontari assistiti. Dunque, le espulsioni sono state il triplo dei nuovi arrivi. Non è un mistero per nessuno che l'assenza delle navi delle Ong dal mediterraneo scoraggia i trafficanti di uomini a organizzare nuove partenze di carrette del mare dalle coste della Libia. Meno partenze significa meno naufragi, meno naufragi significa meno morti, senza contare che diminuiscono gli incassi delle bande di mafiosi africani che gestiscono questo business di morte e riciclano i proventi nel traffico di droga e armi.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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