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2019-02-10
Il manifesto della fede del cardinale Müller per bacchettare il Papa
Ansa
Nominato da papa Benedetto XVI a prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il ruolo che lo stesso Joseph Ratzinger ha occupato per circa 25 anni, il cardinale Gerhard Müller ha diffuso l'8 febbraio, in sette lingue, un «manifesto della fede» con il chiaro intento di mettere i puntini sulle «i». Lo fa da prefetto emerito, visto che papa Francesco lo ha sollevato dall'incarico nell'estate del 2017, allo scadere preciso del mandato quinquennale quando il cardinale non aveva ancora compiuto 70 anni.
Müller scrive che «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica» lo hanno «invitato a dare pubblica testimonianza verso la verità della rivelazione», perché c'è «sempre più diffusa confusione nell'insegnamento della fede». Papa Francesco non è mai nominato, ma è chiaro che viene chiamato in causa: la sua reiterata enfasi su accompagnamento e discernimento, secondo molti osservatori, mette in secondo piano il giusto rapporto tra dottrina e pastorale, tra verità e misericordia. Perché come disse nel 2014 il compianto cardinale Carlo Caffarra, una delle quattro porpore che poi presentò a Francesco i dubia su un capitolo dell'esortazione Amoris laetitia, quando si parla di prassi si può anche dire che non si tocca la dottrina, «ma lo si fa».
Le citazioni del manifesto di Müller, che è una specie di sintesi estrema dell'abc cattolico, sono prese da due libri: il Vangelo e il Catechismo, i capisaldi della fede. L'interpretazione data da molti media è la solita: il manifesto sarebbe l'ennesimo attacco dell'ala conservatrice a Francesco, mostrando così ancora una volta, al di là della scelta fatta dal cardinale, che della dottrina si finisce per dare una lettura essenzialmente politica.
Invece, il deposito della fede, dice Müller citando san Paolo, è qualcosa che viene trasmesso così come è stato ricevuto, seppur in un contesto di sviluppo che però ha i suoi criteri per essere valutato.
Tra l'altro, come si legge nel manifesto, «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e predomina un senso di essa quasi esclusivamente esperienziale. Che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sia «l'unico mediatore tra Dio e gli uomini» non è proprio un fattore secondario, scrive Müller.
È recente la polemica sollevata da una frase scritta nel Documento sulla fratellenza umana che papa Francesco ha cofirmato ad Abu Dhabi con il grande imam di Al Azhar Ahmad Al Tayebb. C'è, infatti, un passaggio che sembra dire che in qualche modo le diverse religioni siano volute da Dio, un concetto di indifferentismo che non ha ragioni valide. Müller sembra rispondere a questa polemica: «La differenza delle tre persone nell'unità divina segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell'immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni». Non si tratta qui di fondamentalismo, ma di fare chiarezza e non confondere i piani del giusto dialogo interculturale con quello del sincretismo religioso.
Il cardinale Müller ricorda che «Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica» e che «la Chiesa non è un'associazione creata dall'uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento». È in questo contesto che l'insegnamento della Chiesa non è questione da sottoporre alla moda del tempo, sia essa filosofica o teologica, ma, dice il porporato tedesco, «compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di “salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti" affinché possa “professare senza errore l'autentica fede"».
Il riferimento all'impossibilità di ricevere l'eucaristia (per i fedeli, lo ricordiamo, è il corpo di Cristo) qualora ci si trovi in uno stato di peccato grave, permette al cardinale di fare un elenco che rimanda ad alcuni temi di forte discussione aperti da processi avviati dal Papa. «Dalla logica interna del sacramento (della confessione, ndr) si capisce», scrive Müller, «che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa eucaristia fruttuosamente». Ogni riferimento alla battaglia ecclesiale sull'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati e la questione dell'intercomunione con i luterani, entrambi processi avviati da Francesco, non è puramente casuale.
«La legge morale», scrive ancora Müller anche a proposito della formazione della coscienza, «non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata». Il manifesto è una breve ed essenziale sintesi delle cose da credere, senza le quali resta una fede fai da te, un supermarket religioso che è anch'esso segno dei tempi. «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno», avverte l'ex prefetto della dottrina della fede, arrivando a dire che «ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero “una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia della verità". È l'inganno dell'Anticristo (…)».
«Molti si chiedono oggi», conclude Müller, «per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio». E cita il vangelo di san Marco: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso».
Intanto Bergoglio riceve in Vaticano le Ong e le pasionarie pro invasione
Il dogma della Infallibilità del Papa, come fu stabilito nel 1870, dopo lunghissime discussioni del Concilio Vaticano Primo (il Pontefice era Pio IX), con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus, vale solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi». Dunque, il Santo Padre non è infallibile quando, come ad esempio ha fatto ieri Papa Francesco, fa sapere, attraverso una nota ufficiale, di avere «incontrato in Vaticano, in forma privata, il sindaco di Madrid, Manuela Carmena, e quello di Barcellona, Ada Colau, con il fondatore di Open Arms, Oscar Camps. Durante il cordiale colloquio», informa la nota, «si è parlato in particolare del tema dell'accoglienza dei migranti».
L'incontro è avvenuto l'altra sera, poche ore prima che ieri il Viminale rendesse noti i dati sugli sbarchi di immigrati in Italia in questo primo scorcio del 2019: -95,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il gesto del Papa, è evidente, rappresenta una spinta al ritorno in mare delle navi delle Ong, quelle stesse navi che, sostando di fronte alle coste della Libia, rappresentano un incentivo al traffico di esseri umani.
La Open Arms, in particolare, è bloccata nel porto di Barcellona dallo scorso 14 gennaio. Chi impedisce alla imbarcazione di ripartire e dirigersi verso la Libia? La «spectre» sovranista? No: a fermare la nave Open Arms, battente bandiera spagnola, che fa capo alla Ong Proactiva Open Arms, spagnola anch'essa, è stato quel gran pezzo di progressista di Pedro Sanchez, il premier spagnolo socialista idolo della sinistra planetaria. È stato il governo di Madrid, infatti, attraverso la Capitaneria di porto di Barcellona, a bloccare la nave poiché «viola le norme internazionali in materia di salvataggio in mare».
Poche settimane prima, il 28 dicembre scorso, dalla Open Arms erano sbarcati ad Algeciras, in Andalusia, 311 immigrati, caricati a bordo di fronte alle coste libiche. Malta e l'Italia avevano detto «no» allo sbarco, e la Open Arms se ne era andata in Spagna. Dopo aver sbarcato i 311 immigrati, concluso il cambio di equipaggio e il rifornimento, la nave era pronta a riprendere il largo, ma il governo del compagno Sanchez ha intimato lo stop.
Facile immaginare che la partecipazione del sindaco di Barcellona, Ada Colau, e di quello di Madrid, Manuela Carmena, all'incontro «privato» tra Papa Bergoglio e Oscar Camps sia servita per serrare i ranghi: da settimane la Ong sta mettendo sotto pressione il governo spagnolo, con petizioni e manifestazioni, per far sì che la Open Arms possa tornare di fronte alle coste libiche. Per ora, nulla da fare: Sanchez sarà pure socialista, ma fesso no, e ha capito bene che con la nuova politica sull'immigrazione messa in atto dall'Italia, ogni nuovo «carico» di immigrati finirebbe in Spagna. Fatto sta che poche ore dopo l'incontro con il Papa, i sindaci di Barcellona e Madrid, insieme ai colleghi di Saragozza Valencia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Bologna e Latina, al termine di un incontro in un albergo romano al quale hanno partecipato anche i rappresentanti delle Ong Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno diffuso un documento di sostegno alle Ong, che etichetta la chiusura dei porti di Italia e Libia alle navi come «esempio pratico del naufragio dell'Europa».
Intanto, quello che è certo è che la svolta impressa dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sull'immigrazione, sta dando i suoi frutti. Parlano i numeri, quelli ufficiali: dal primo gennaio 2019 ad oggi le persone sbarcate in Italia sono state 202, rispetto alle 4.731 dello stesso periodo dell'anno scorso, con una diminuzione del 95,7%. In particolare, sottolinea il Viminale, in Sardegna non si sono registrati sbarchi in questo scorcio di anno: nello stesso periodo del 2018 erano sbarcate 114 persone; in Calabria il calo è stato dell'82%, con 53 arrivi quest'anno rispetto ai 296 dell'anno scorso; in Sicilia, infine, il calo è stato del 96,5%: 149 arrivi in questo primo periodo del 2019 contro i 4.321 dello stesso periodo del 2018. Il dato da tenere ben presente è il rapporto sbarchi/rimpatri, che finalmente segna una inversione di tendenza: sempre secondo i dati ufficiali forniti dal ministero dell'Interno, infatti, a fronte di 202 sbarchi registrati dall'inizio del 2019 a ieri mattina, sono stati effettuati 629 rimpatri di cui 595 forzati e 34 volontari assistiti. Dunque, le espulsioni sono state il triplo dei nuovi arrivi.
Non è un mistero per nessuno che l'assenza delle navi delle Ong dal mediterraneo scoraggia i trafficanti di uomini a organizzare nuove partenze di carrette del mare dalle coste della Libia. Meno partenze significa meno naufragi, meno naufragi significa meno morti, senza contare che diminuiscono gli incassi delle bande di mafiosi africani che gestiscono questo business di morte e riciclano i proventi nel traffico di droga e armi.
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Il prefetto emerito diffonde un testo che fissa i punti cruciali della dottrina: «C'è sempre più confusione, troppi vescovi preferiscono agire da politici».Francesco incontra le prime cittadine ideologizzate di Madrid (Manuela Carmena) e Barcellona (Ada Colau) con il leader di Open Arms, Oscar Camps. Nel frattempo, però, le partenze calano e con esse anche i naufragi.Lo speciale contiene due articoli.Nominato da papa Benedetto XVI a prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il ruolo che lo stesso Joseph Ratzinger ha occupato per circa 25 anni, il cardinale Gerhard Müller ha diffuso l'8 febbraio, in sette lingue, un «manifesto della fede» con il chiaro intento di mettere i puntini sulle «i». Lo fa da prefetto emerito, visto che papa Francesco lo ha sollevato dall'incarico nell'estate del 2017, allo scadere preciso del mandato quinquennale quando il cardinale non aveva ancora compiuto 70 anni. Müller scrive che «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica» lo hanno «invitato a dare pubblica testimonianza verso la verità della rivelazione», perché c'è «sempre più diffusa confusione nell'insegnamento della fede». Papa Francesco non è mai nominato, ma è chiaro che viene chiamato in causa: la sua reiterata enfasi su accompagnamento e discernimento, secondo molti osservatori, mette in secondo piano il giusto rapporto tra dottrina e pastorale, tra verità e misericordia. Perché come disse nel 2014 il compianto cardinale Carlo Caffarra, una delle quattro porpore che poi presentò a Francesco i dubia su un capitolo dell'esortazione Amoris laetitia, quando si parla di prassi si può anche dire che non si tocca la dottrina, «ma lo si fa».Le citazioni del manifesto di Müller, che è una specie di sintesi estrema dell'abc cattolico, sono prese da due libri: il Vangelo e il Catechismo, i capisaldi della fede. L'interpretazione data da molti media è la solita: il manifesto sarebbe l'ennesimo attacco dell'ala conservatrice a Francesco, mostrando così ancora una volta, al di là della scelta fatta dal cardinale, che della dottrina si finisce per dare una lettura essenzialmente politica. Invece, il deposito della fede, dice Müller citando san Paolo, è qualcosa che viene trasmesso così come è stato ricevuto, seppur in un contesto di sviluppo che però ha i suoi criteri per essere valutato.Tra l'altro, come si legge nel manifesto, «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e predomina un senso di essa quasi esclusivamente esperienziale. Che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sia «l'unico mediatore tra Dio e gli uomini» non è proprio un fattore secondario, scrive Müller. È recente la polemica sollevata da una frase scritta nel Documento sulla fratellenza umana che papa Francesco ha cofirmato ad Abu Dhabi con il grande imam di Al Azhar Ahmad Al Tayebb. C'è, infatti, un passaggio che sembra dire che in qualche modo le diverse religioni siano volute da Dio, un concetto di indifferentismo che non ha ragioni valide. Müller sembra rispondere a questa polemica: «La differenza delle tre persone nell'unità divina segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell'immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni». Non si tratta qui di fondamentalismo, ma di fare chiarezza e non confondere i piani del giusto dialogo interculturale con quello del sincretismo religioso.Il cardinale Müller ricorda che «Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica» e che «la Chiesa non è un'associazione creata dall'uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento». È in questo contesto che l'insegnamento della Chiesa non è questione da sottoporre alla moda del tempo, sia essa filosofica o teologica, ma, dice il porporato tedesco, «compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di “salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti" affinché possa “professare senza errore l'autentica fede"».Il riferimento all'impossibilità di ricevere l'eucaristia (per i fedeli, lo ricordiamo, è il corpo di Cristo) qualora ci si trovi in uno stato di peccato grave, permette al cardinale di fare un elenco che rimanda ad alcuni temi di forte discussione aperti da processi avviati dal Papa. «Dalla logica interna del sacramento (della confessione, ndr) si capisce», scrive Müller, «che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa eucaristia fruttuosamente». Ogni riferimento alla battaglia ecclesiale sull'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati e la questione dell'intercomunione con i luterani, entrambi processi avviati da Francesco, non è puramente casuale.«La legge morale», scrive ancora Müller anche a proposito della formazione della coscienza, «non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata». Il manifesto è una breve ed essenziale sintesi delle cose da credere, senza le quali resta una fede fai da te, un supermarket religioso che è anch'esso segno dei tempi. «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno», avverte l'ex prefetto della dottrina della fede, arrivando a dire che «ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero “una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia della verità". È l'inganno dell'Anticristo (…)».«Molti si chiedono oggi», conclude Müller, «per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio». E cita il vangelo di san Marco: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-manifesto-della-fede-del-cardinale-muller-per-bacchettare-il-papa-2628488484.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-bergoglio-riceve-in-vaticano-le-ong-e-le-pasionarie-pro-invasione" data-post-id="2628488484" data-published-at="1775738839" data-use-pagination="False"> Intanto Bergoglio riceve in Vaticano le Ong e le pasionarie pro invasione Il dogma della Infallibilità del Papa, come fu stabilito nel 1870, dopo lunghissime discussioni del Concilio Vaticano Primo (il Pontefice era Pio IX), con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus, vale solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi». Dunque, il Santo Padre non è infallibile quando, come ad esempio ha fatto ieri Papa Francesco, fa sapere, attraverso una nota ufficiale, di avere «incontrato in Vaticano, in forma privata, il sindaco di Madrid, Manuela Carmena, e quello di Barcellona, Ada Colau, con il fondatore di Open Arms, Oscar Camps. Durante il cordiale colloquio», informa la nota, «si è parlato in particolare del tema dell'accoglienza dei migranti». L'incontro è avvenuto l'altra sera, poche ore prima che ieri il Viminale rendesse noti i dati sugli sbarchi di immigrati in Italia in questo primo scorcio del 2019: -95,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il gesto del Papa, è evidente, rappresenta una spinta al ritorno in mare delle navi delle Ong, quelle stesse navi che, sostando di fronte alle coste della Libia, rappresentano un incentivo al traffico di esseri umani. La Open Arms, in particolare, è bloccata nel porto di Barcellona dallo scorso 14 gennaio. Chi impedisce alla imbarcazione di ripartire e dirigersi verso la Libia? La «spectre» sovranista? No: a fermare la nave Open Arms, battente bandiera spagnola, che fa capo alla Ong Proactiva Open Arms, spagnola anch'essa, è stato quel gran pezzo di progressista di Pedro Sanchez, il premier spagnolo socialista idolo della sinistra planetaria. È stato il governo di Madrid, infatti, attraverso la Capitaneria di porto di Barcellona, a bloccare la nave poiché «viola le norme internazionali in materia di salvataggio in mare». Poche settimane prima, il 28 dicembre scorso, dalla Open Arms erano sbarcati ad Algeciras, in Andalusia, 311 immigrati, caricati a bordo di fronte alle coste libiche. Malta e l'Italia avevano detto «no» allo sbarco, e la Open Arms se ne era andata in Spagna. Dopo aver sbarcato i 311 immigrati, concluso il cambio di equipaggio e il rifornimento, la nave era pronta a riprendere il largo, ma il governo del compagno Sanchez ha intimato lo stop. Facile immaginare che la partecipazione del sindaco di Barcellona, Ada Colau, e di quello di Madrid, Manuela Carmena, all'incontro «privato» tra Papa Bergoglio e Oscar Camps sia servita per serrare i ranghi: da settimane la Ong sta mettendo sotto pressione il governo spagnolo, con petizioni e manifestazioni, per far sì che la Open Arms possa tornare di fronte alle coste libiche. Per ora, nulla da fare: Sanchez sarà pure socialista, ma fesso no, e ha capito bene che con la nuova politica sull'immigrazione messa in atto dall'Italia, ogni nuovo «carico» di immigrati finirebbe in Spagna. Fatto sta che poche ore dopo l'incontro con il Papa, i sindaci di Barcellona e Madrid, insieme ai colleghi di Saragozza Valencia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Bologna e Latina, al termine di un incontro in un albergo romano al quale hanno partecipato anche i rappresentanti delle Ong Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno diffuso un documento di sostegno alle Ong, che etichetta la chiusura dei porti di Italia e Libia alle navi come «esempio pratico del naufragio dell'Europa». Intanto, quello che è certo è che la svolta impressa dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sull'immigrazione, sta dando i suoi frutti. Parlano i numeri, quelli ufficiali: dal primo gennaio 2019 ad oggi le persone sbarcate in Italia sono state 202, rispetto alle 4.731 dello stesso periodo dell'anno scorso, con una diminuzione del 95,7%. In particolare, sottolinea il Viminale, in Sardegna non si sono registrati sbarchi in questo scorcio di anno: nello stesso periodo del 2018 erano sbarcate 114 persone; in Calabria il calo è stato dell'82%, con 53 arrivi quest'anno rispetto ai 296 dell'anno scorso; in Sicilia, infine, il calo è stato del 96,5%: 149 arrivi in questo primo periodo del 2019 contro i 4.321 dello stesso periodo del 2018. Il dato da tenere ben presente è il rapporto sbarchi/rimpatri, che finalmente segna una inversione di tendenza: sempre secondo i dati ufficiali forniti dal ministero dell'Interno, infatti, a fronte di 202 sbarchi registrati dall'inizio del 2019 a ieri mattina, sono stati effettuati 629 rimpatri di cui 595 forzati e 34 volontari assistiti. Dunque, le espulsioni sono state il triplo dei nuovi arrivi. Non è un mistero per nessuno che l'assenza delle navi delle Ong dal mediterraneo scoraggia i trafficanti di uomini a organizzare nuove partenze di carrette del mare dalle coste della Libia. Meno partenze significa meno naufragi, meno naufragi significa meno morti, senza contare che diminuiscono gli incassi delle bande di mafiosi africani che gestiscono questo business di morte e riciclano i proventi nel traffico di droga e armi.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il messaggio di fondo è netto: il governo non è in ritirata, non pensa a rimpasti, non valuta dimissioni e intende arrivare fino alla fine della legislatura. Meloni liquida come «alchimie di palazzo» le ricostruzioni sulle conseguenze del voto referendario e rivendica una linea di continuità: «Non c’è alcuna ripartenza da fare», perché il governo «non si è mai fermato», e non servono nuove linee programmatiche, dal momento che «le nostre linee programmatiche sono da sempre scritte nel programma di governo». Quanto alle ipotesi di crisi, la chiusura è perentoria: «Ci siamo presi l’impegno di governare questa Nazione per cinque anni, ed è esattamente quello che faremo». E ancora: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo». Poi conferma la squadra di governo, dopo le voci di queste ultime settimane su un possibile rimpasto (, tra le crisi di Forza Italia e gli attacchi delle opposizioni al ministero dell'Interno Matteo Piantedosi: «Voglio ringraziare tutti i membri del Governo che hanno lavorato, e lavorano, senza sosta per costruire risultati concreti, a partire dai miei due Vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che sono orgogliosa di avere al mio fianco». «Non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto», scandisce Meloni, liquidando come «alchimie di palazzo» le letture che, dopo il referendum e dopo le uscite dal governo di alcuni ministri e sottosegretari, descrivono un esecutivo in fase di riassetto.
E sulle dimissioni dei giorni scorsi, da Andre Delmastro a Daniela Santanchè, rivendica una scelta politica precisa: «Ho chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo che pure, nell’esercizio delle loro deleghe, avevano lavorato bene», perché «abbiamo voluto ancora una volta anteporre l’interesse della Nazione a quello di partito»
La sconfitta sulla riforma della giustizia viene così rovesciata in un argomento politico: occasione persa, certo, ma non fine del cantiere. La premier parla del «rammarico di aver perso un’occasione storica di modernizzare l’Italia», ma insiste che «la riforma della giustizia rimane una necessità» e che sarebbe un errore storico abbandonarla. «I problemi sul tappeto rimangono», osserva, e il compito della politica resta quello di trovare «soluzioni concrete, coraggiose, efficaci», non «contro la magistratura», ma «a favore di una magistratura libera dai condizionamenti politici e ideologici».
Da qui parte una seconda operazione: trasformare una difesa in una sfida. Meloni chiama le opposizioni a misurarsi «sulla politica, sulla vera politica», e soprattutto «nel merito». Merito, nella sua impostazione, significa crisi internazionale, energia, competitività, Europa, sicurezza, immigrazione, lavoro. «Parliamo delle soluzioni, vediamo chi ne ha», scandisce, nel tentativo di spostare il baricentro del dibattito dall’usura politica interna a uno scenario più ampio, dove Palazzo Chigi può rivendicare iniziativa e centralità.
Il capitolo internazionale occupa infatti una parte decisiva del discorso. La presidente del Consiglio ribadisce la collocazione atlantica dell’Italia, ma respinge la lettura di una sua subalternità a Donald Trump. Lo fa anche in modo polemico, evocando «l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al Presidente americano Trump» o quello, dice, «ancora più scontato» secondo cui «la Meloni scelga tra Trump e l’Europa». La sua risposta è una formula che punta a tenere insieme fedeltà e autonomia: «Siamo testardamente occidentali», perché «solo se l’Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo».
In questa chiave cita i dazi, l’Afghanistan, la Groenlandia, l’Ucraina e soprattutto l’Iran, sottolineando che l’Italia non ha condiviso né partecipato all’operazione militare. «Come abbiamo fatto con la guerra in Iran», dice, «un’operazione militare che l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato». E sulla vicenda di Sigonella rivendica che l’Italia si è attenuta «scrupolosamente alla lettera dei trattati e degli accordi» con gli Stati Uniti, circostanza che, a suo dire, «fa giustizia della solita propaganda a buon mercato».
Meloni prova così a costruire una postura precisa: da un lato l’Europa deve rafforzarsi, diventare più pragmatica, meno ideologica, più autonoma sul piano strategico e della difesa; dall’altro, l’Occidente non può permettersi una rottura tra le due sponde dell’Atlantico. «Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione, l’Occidente è destinato alla paralisi», avverte. E aggiunge: «Continuo a credere nella necessità di lavorare per garantire l’unità dell’Occidente».
Ma se la politica estera serve a rivendicare statura, la politica economica serve a difendere il bilancio interno del governo. Meloni insiste sugli interventi per contenere il costo dell’energia e dei carburanti e presenta la diplomazia energetica come una necessità nazionale, non come «turismo diplomatico». «È preciso dovere del Presidente del Consiglio fare tutto il possibile per assicurare alle imprese e ai cittadini energia sufficiente e a prezzi il più possibile contenuti», afferma. E rivendica anche il taglio di 25 centesimi al litro su diesel e benzina, prorogato fino al 1° maggio: «Una scelta che rivendico».
Sul piano interno la premier passa in rassegna i risultati che considera identitari: conti pubblici in ordine, ritorno dell’avanzo primario, aumento degli investimenti esteri, crescita dell’export, rafforzamento dell’occupazione stabile, riduzione del precariato, salari in ripresa, calo del rischio di povertà. Qui il bersaglio polemico è soprattutto il Pd e la sua segretaria. Da giorni, osserva Meloni, Elly Schlein sostiene che con il centrodestra sia aumentata la precarietà. Ma per la premier «questa è, banalmente, una menzogna, verificabile». E insiste: «La verità è che, da quando si è insediato questo governo, è aumentato il lavoro stabile ed è diminuito il precariato». Fino alla stoccata politica: «La sinistra lo rivendicava, ma la destra lo ha fatto».
Il discorso si allarga poi ai prossimi dossier: lavoro povero, liste d’attesa, Piano Casa. Sul lavoro annuncia nuove misure «in vista della Festa dei Lavoratori» per rafforzare i diritti dei più fragili attraverso la contrattazione collettiva. Sulla casa, tema che definisce «particolarmente a cuore», promette un piano «robusto, strutturale» capace di mettere a disposizione «oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni».
Tuttavia, il passaggio più politico e più duro arriva quando il discorso tocca il tema mafia. Qui Meloni abbandona per qualche minuto il registro istituzionale e sceglie quello dello scontro frontale. Definisce «surreali» i teoremi costruiti su una sua presunta vicinanza alla criminalità organizzata e accusa l’opposizione di aver tirato in ballo perfino «un padre, morto peraltro, che non vedo da quando avevo undici anni». È uno dei punti emotivamente più marcati dell’intervento, nel quale la premier alza il tono: «Non accetto, non accetto, non accetto che i miei sacrifici possano essere usati per gli interessi di quelli che combatto dal 19 luglio del 1992, e non accetto lezioni su questo tema».
La controffensiva si muove su due livelli. Il primo è simbolico: Meloni rilancia la proposta di togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi, citando la legge a prima firma di Chiara Colosimo. Il secondo è quello dei numeri e della legislazione: ergastolo ostativo «messo in sicurezza», carcere duro salvato, oltre 130 latitanti catturati, più di 300 maxioperazioni, migliaia di arresti, 7,2 miliardi di beni sottratti alla criminalità, oltre 18 mila beni confiscati e restituiti alla collettività. La tesi è semplice e rivendicata senza sfumature: «Sui rapporti tra questo Governo e la criminalità organizzata parlano i fatti».
C’è poi un rovesciamento politico non secondario. Meloni dice di non voler interferire nel lavoro della Commissione Antimafia, ma chiede che si occupi dei tentativi di infiltrazione mafiosa nei partiti politici, «Fratelli d’Italia compreso». Un modo per mostrarsi non sulla difensiva, ma all’attacco; non chiusa nella smentita, ma pronta a rilanciare una verifica generale sul sistema politico. E subito dopo arriva la rivendicazione più personale: «Combatto la mafia fin da ragazzina, e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro, senza se e senza ma».
La linea è precisa: «A chi ci guarda con scetticismo risponderemo con i fatti. A chi spera nel nostro fallimento, risponderemo con la determinazione. A chi getta fango, risponderemo con l’orgoglio». Nessun passo indietro, nessuna fuga, nessuna resa alla polemica. E soprattutto nessuna disponibilità a lasciare che il terreno dello scontro sia scelto dagli altri.
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