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2019-02-10
Il manifesto della fede del cardinale Müller per bacchettare il Papa
Ansa
Nominato da papa Benedetto XVI a prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il ruolo che lo stesso Joseph Ratzinger ha occupato per circa 25 anni, il cardinale Gerhard Müller ha diffuso l'8 febbraio, in sette lingue, un «manifesto della fede» con il chiaro intento di mettere i puntini sulle «i». Lo fa da prefetto emerito, visto che papa Francesco lo ha sollevato dall'incarico nell'estate del 2017, allo scadere preciso del mandato quinquennale quando il cardinale non aveva ancora compiuto 70 anni.
Müller scrive che «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica» lo hanno «invitato a dare pubblica testimonianza verso la verità della rivelazione», perché c'è «sempre più diffusa confusione nell'insegnamento della fede». Papa Francesco non è mai nominato, ma è chiaro che viene chiamato in causa: la sua reiterata enfasi su accompagnamento e discernimento, secondo molti osservatori, mette in secondo piano il giusto rapporto tra dottrina e pastorale, tra verità e misericordia. Perché come disse nel 2014 il compianto cardinale Carlo Caffarra, una delle quattro porpore che poi presentò a Francesco i dubia su un capitolo dell'esortazione Amoris laetitia, quando si parla di prassi si può anche dire che non si tocca la dottrina, «ma lo si fa».
Le citazioni del manifesto di Müller, che è una specie di sintesi estrema dell'abc cattolico, sono prese da due libri: il Vangelo e il Catechismo, i capisaldi della fede. L'interpretazione data da molti media è la solita: il manifesto sarebbe l'ennesimo attacco dell'ala conservatrice a Francesco, mostrando così ancora una volta, al di là della scelta fatta dal cardinale, che della dottrina si finisce per dare una lettura essenzialmente politica.
Invece, il deposito della fede, dice Müller citando san Paolo, è qualcosa che viene trasmesso così come è stato ricevuto, seppur in un contesto di sviluppo che però ha i suoi criteri per essere valutato.
Tra l'altro, come si legge nel manifesto, «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e predomina un senso di essa quasi esclusivamente esperienziale. Che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sia «l'unico mediatore tra Dio e gli uomini» non è proprio un fattore secondario, scrive Müller.
È recente la polemica sollevata da una frase scritta nel Documento sulla fratellenza umana che papa Francesco ha cofirmato ad Abu Dhabi con il grande imam di Al Azhar Ahmad Al Tayebb. C'è, infatti, un passaggio che sembra dire che in qualche modo le diverse religioni siano volute da Dio, un concetto di indifferentismo che non ha ragioni valide. Müller sembra rispondere a questa polemica: «La differenza delle tre persone nell'unità divina segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell'immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni». Non si tratta qui di fondamentalismo, ma di fare chiarezza e non confondere i piani del giusto dialogo interculturale con quello del sincretismo religioso.
Il cardinale Müller ricorda che «Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica» e che «la Chiesa non è un'associazione creata dall'uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento». È in questo contesto che l'insegnamento della Chiesa non è questione da sottoporre alla moda del tempo, sia essa filosofica o teologica, ma, dice il porporato tedesco, «compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di “salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti" affinché possa “professare senza errore l'autentica fede"».
Il riferimento all'impossibilità di ricevere l'eucaristia (per i fedeli, lo ricordiamo, è il corpo di Cristo) qualora ci si trovi in uno stato di peccato grave, permette al cardinale di fare un elenco che rimanda ad alcuni temi di forte discussione aperti da processi avviati dal Papa. «Dalla logica interna del sacramento (della confessione, ndr) si capisce», scrive Müller, «che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa eucaristia fruttuosamente». Ogni riferimento alla battaglia ecclesiale sull'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati e la questione dell'intercomunione con i luterani, entrambi processi avviati da Francesco, non è puramente casuale.
«La legge morale», scrive ancora Müller anche a proposito della formazione della coscienza, «non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata». Il manifesto è una breve ed essenziale sintesi delle cose da credere, senza le quali resta una fede fai da te, un supermarket religioso che è anch'esso segno dei tempi. «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno», avverte l'ex prefetto della dottrina della fede, arrivando a dire che «ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero “una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia della verità". È l'inganno dell'Anticristo (…)».
«Molti si chiedono oggi», conclude Müller, «per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio». E cita il vangelo di san Marco: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso».
Intanto Bergoglio riceve in Vaticano le Ong e le pasionarie pro invasione
Il dogma della Infallibilità del Papa, come fu stabilito nel 1870, dopo lunghissime discussioni del Concilio Vaticano Primo (il Pontefice era Pio IX), con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus, vale solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi». Dunque, il Santo Padre non è infallibile quando, come ad esempio ha fatto ieri Papa Francesco, fa sapere, attraverso una nota ufficiale, di avere «incontrato in Vaticano, in forma privata, il sindaco di Madrid, Manuela Carmena, e quello di Barcellona, Ada Colau, con il fondatore di Open Arms, Oscar Camps. Durante il cordiale colloquio», informa la nota, «si è parlato in particolare del tema dell'accoglienza dei migranti».
L'incontro è avvenuto l'altra sera, poche ore prima che ieri il Viminale rendesse noti i dati sugli sbarchi di immigrati in Italia in questo primo scorcio del 2019: -95,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il gesto del Papa, è evidente, rappresenta una spinta al ritorno in mare delle navi delle Ong, quelle stesse navi che, sostando di fronte alle coste della Libia, rappresentano un incentivo al traffico di esseri umani.
La Open Arms, in particolare, è bloccata nel porto di Barcellona dallo scorso 14 gennaio. Chi impedisce alla imbarcazione di ripartire e dirigersi verso la Libia? La «spectre» sovranista? No: a fermare la nave Open Arms, battente bandiera spagnola, che fa capo alla Ong Proactiva Open Arms, spagnola anch'essa, è stato quel gran pezzo di progressista di Pedro Sanchez, il premier spagnolo socialista idolo della sinistra planetaria. È stato il governo di Madrid, infatti, attraverso la Capitaneria di porto di Barcellona, a bloccare la nave poiché «viola le norme internazionali in materia di salvataggio in mare».
Poche settimane prima, il 28 dicembre scorso, dalla Open Arms erano sbarcati ad Algeciras, in Andalusia, 311 immigrati, caricati a bordo di fronte alle coste libiche. Malta e l'Italia avevano detto «no» allo sbarco, e la Open Arms se ne era andata in Spagna. Dopo aver sbarcato i 311 immigrati, concluso il cambio di equipaggio e il rifornimento, la nave era pronta a riprendere il largo, ma il governo del compagno Sanchez ha intimato lo stop.
Facile immaginare che la partecipazione del sindaco di Barcellona, Ada Colau, e di quello di Madrid, Manuela Carmena, all'incontro «privato» tra Papa Bergoglio e Oscar Camps sia servita per serrare i ranghi: da settimane la Ong sta mettendo sotto pressione il governo spagnolo, con petizioni e manifestazioni, per far sì che la Open Arms possa tornare di fronte alle coste libiche. Per ora, nulla da fare: Sanchez sarà pure socialista, ma fesso no, e ha capito bene che con la nuova politica sull'immigrazione messa in atto dall'Italia, ogni nuovo «carico» di immigrati finirebbe in Spagna. Fatto sta che poche ore dopo l'incontro con il Papa, i sindaci di Barcellona e Madrid, insieme ai colleghi di Saragozza Valencia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Bologna e Latina, al termine di un incontro in un albergo romano al quale hanno partecipato anche i rappresentanti delle Ong Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno diffuso un documento di sostegno alle Ong, che etichetta la chiusura dei porti di Italia e Libia alle navi come «esempio pratico del naufragio dell'Europa».
Intanto, quello che è certo è che la svolta impressa dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sull'immigrazione, sta dando i suoi frutti. Parlano i numeri, quelli ufficiali: dal primo gennaio 2019 ad oggi le persone sbarcate in Italia sono state 202, rispetto alle 4.731 dello stesso periodo dell'anno scorso, con una diminuzione del 95,7%. In particolare, sottolinea il Viminale, in Sardegna non si sono registrati sbarchi in questo scorcio di anno: nello stesso periodo del 2018 erano sbarcate 114 persone; in Calabria il calo è stato dell'82%, con 53 arrivi quest'anno rispetto ai 296 dell'anno scorso; in Sicilia, infine, il calo è stato del 96,5%: 149 arrivi in questo primo periodo del 2019 contro i 4.321 dello stesso periodo del 2018. Il dato da tenere ben presente è il rapporto sbarchi/rimpatri, che finalmente segna una inversione di tendenza: sempre secondo i dati ufficiali forniti dal ministero dell'Interno, infatti, a fronte di 202 sbarchi registrati dall'inizio del 2019 a ieri mattina, sono stati effettuati 629 rimpatri di cui 595 forzati e 34 volontari assistiti. Dunque, le espulsioni sono state il triplo dei nuovi arrivi.
Non è un mistero per nessuno che l'assenza delle navi delle Ong dal mediterraneo scoraggia i trafficanti di uomini a organizzare nuove partenze di carrette del mare dalle coste della Libia. Meno partenze significa meno naufragi, meno naufragi significa meno morti, senza contare che diminuiscono gli incassi delle bande di mafiosi africani che gestiscono questo business di morte e riciclano i proventi nel traffico di droga e armi.
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Il prefetto emerito diffonde un testo che fissa i punti cruciali della dottrina: «C'è sempre più confusione, troppi vescovi preferiscono agire da politici».Francesco incontra le prime cittadine ideologizzate di Madrid (Manuela Carmena) e Barcellona (Ada Colau) con il leader di Open Arms, Oscar Camps. Nel frattempo, però, le partenze calano e con esse anche i naufragi.Lo speciale contiene due articoli.Nominato da papa Benedetto XVI a prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il ruolo che lo stesso Joseph Ratzinger ha occupato per circa 25 anni, il cardinale Gerhard Müller ha diffuso l'8 febbraio, in sette lingue, un «manifesto della fede» con il chiaro intento di mettere i puntini sulle «i». Lo fa da prefetto emerito, visto che papa Francesco lo ha sollevato dall'incarico nell'estate del 2017, allo scadere preciso del mandato quinquennale quando il cardinale non aveva ancora compiuto 70 anni. Müller scrive che «molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica» lo hanno «invitato a dare pubblica testimonianza verso la verità della rivelazione», perché c'è «sempre più diffusa confusione nell'insegnamento della fede». Papa Francesco non è mai nominato, ma è chiaro che viene chiamato in causa: la sua reiterata enfasi su accompagnamento e discernimento, secondo molti osservatori, mette in secondo piano il giusto rapporto tra dottrina e pastorale, tra verità e misericordia. Perché come disse nel 2014 il compianto cardinale Carlo Caffarra, una delle quattro porpore che poi presentò a Francesco i dubia su un capitolo dell'esortazione Amoris laetitia, quando si parla di prassi si può anche dire che non si tocca la dottrina, «ma lo si fa».Le citazioni del manifesto di Müller, che è una specie di sintesi estrema dell'abc cattolico, sono prese da due libri: il Vangelo e il Catechismo, i capisaldi della fede. L'interpretazione data da molti media è la solita: il manifesto sarebbe l'ennesimo attacco dell'ala conservatrice a Francesco, mostrando così ancora una volta, al di là della scelta fatta dal cardinale, che della dottrina si finisce per dare una lettura essenzialmente politica. Invece, il deposito della fede, dice Müller citando san Paolo, è qualcosa che viene trasmesso così come è stato ricevuto, seppur in un contesto di sviluppo che però ha i suoi criteri per essere valutato.Tra l'altro, come si legge nel manifesto, «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e predomina un senso di essa quasi esclusivamente esperienziale. Che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sia «l'unico mediatore tra Dio e gli uomini» non è proprio un fattore secondario, scrive Müller. È recente la polemica sollevata da una frase scritta nel Documento sulla fratellenza umana che papa Francesco ha cofirmato ad Abu Dhabi con il grande imam di Al Azhar Ahmad Al Tayebb. C'è, infatti, un passaggio che sembra dire che in qualche modo le diverse religioni siano volute da Dio, un concetto di indifferentismo che non ha ragioni valide. Müller sembra rispondere a questa polemica: «La differenza delle tre persone nell'unità divina segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell'immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni». Non si tratta qui di fondamentalismo, ma di fare chiarezza e non confondere i piani del giusto dialogo interculturale con quello del sincretismo religioso.Il cardinale Müller ricorda che «Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica» e che «la Chiesa non è un'associazione creata dall'uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento». È in questo contesto che l'insegnamento della Chiesa non è questione da sottoporre alla moda del tempo, sia essa filosofica o teologica, ma, dice il porporato tedesco, «compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di “salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti" affinché possa “professare senza errore l'autentica fede"».Il riferimento all'impossibilità di ricevere l'eucaristia (per i fedeli, lo ricordiamo, è il corpo di Cristo) qualora ci si trovi in uno stato di peccato grave, permette al cardinale di fare un elenco che rimanda ad alcuni temi di forte discussione aperti da processi avviati dal Papa. «Dalla logica interna del sacramento (della confessione, ndr) si capisce», scrive Müller, «che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa eucaristia fruttuosamente». Ogni riferimento alla battaglia ecclesiale sull'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati e la questione dell'intercomunione con i luterani, entrambi processi avviati da Francesco, non è puramente casuale.«La legge morale», scrive ancora Müller anche a proposito della formazione della coscienza, «non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata». Il manifesto è una breve ed essenziale sintesi delle cose da credere, senza le quali resta una fede fai da te, un supermarket religioso che è anch'esso segno dei tempi. «Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno», avverte l'ex prefetto della dottrina della fede, arrivando a dire che «ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero “una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia della verità". È l'inganno dell'Anticristo (…)».«Molti si chiedono oggi», conclude Müller, «per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio». E cita il vangelo di san Marco: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-manifesto-della-fede-del-cardinale-muller-per-bacchettare-il-papa-2628488484.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-bergoglio-riceve-in-vaticano-le-ong-e-le-pasionarie-pro-invasione" data-post-id="2628488484" data-published-at="1782486852" data-use-pagination="False"> Intanto Bergoglio riceve in Vaticano le Ong e le pasionarie pro invasione Il dogma della Infallibilità del Papa, come fu stabilito nel 1870, dopo lunghissime discussioni del Concilio Vaticano Primo (il Pontefice era Pio IX), con la costituzione dogmatica Pastor Aeternus, vale solo «quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi». Dunque, il Santo Padre non è infallibile quando, come ad esempio ha fatto ieri Papa Francesco, fa sapere, attraverso una nota ufficiale, di avere «incontrato in Vaticano, in forma privata, il sindaco di Madrid, Manuela Carmena, e quello di Barcellona, Ada Colau, con il fondatore di Open Arms, Oscar Camps. Durante il cordiale colloquio», informa la nota, «si è parlato in particolare del tema dell'accoglienza dei migranti». L'incontro è avvenuto l'altra sera, poche ore prima che ieri il Viminale rendesse noti i dati sugli sbarchi di immigrati in Italia in questo primo scorcio del 2019: -95,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il gesto del Papa, è evidente, rappresenta una spinta al ritorno in mare delle navi delle Ong, quelle stesse navi che, sostando di fronte alle coste della Libia, rappresentano un incentivo al traffico di esseri umani. La Open Arms, in particolare, è bloccata nel porto di Barcellona dallo scorso 14 gennaio. Chi impedisce alla imbarcazione di ripartire e dirigersi verso la Libia? La «spectre» sovranista? No: a fermare la nave Open Arms, battente bandiera spagnola, che fa capo alla Ong Proactiva Open Arms, spagnola anch'essa, è stato quel gran pezzo di progressista di Pedro Sanchez, il premier spagnolo socialista idolo della sinistra planetaria. È stato il governo di Madrid, infatti, attraverso la Capitaneria di porto di Barcellona, a bloccare la nave poiché «viola le norme internazionali in materia di salvataggio in mare». Poche settimane prima, il 28 dicembre scorso, dalla Open Arms erano sbarcati ad Algeciras, in Andalusia, 311 immigrati, caricati a bordo di fronte alle coste libiche. Malta e l'Italia avevano detto «no» allo sbarco, e la Open Arms se ne era andata in Spagna. Dopo aver sbarcato i 311 immigrati, concluso il cambio di equipaggio e il rifornimento, la nave era pronta a riprendere il largo, ma il governo del compagno Sanchez ha intimato lo stop. Facile immaginare che la partecipazione del sindaco di Barcellona, Ada Colau, e di quello di Madrid, Manuela Carmena, all'incontro «privato» tra Papa Bergoglio e Oscar Camps sia servita per serrare i ranghi: da settimane la Ong sta mettendo sotto pressione il governo spagnolo, con petizioni e manifestazioni, per far sì che la Open Arms possa tornare di fronte alle coste libiche. Per ora, nulla da fare: Sanchez sarà pure socialista, ma fesso no, e ha capito bene che con la nuova politica sull'immigrazione messa in atto dall'Italia, ogni nuovo «carico» di immigrati finirebbe in Spagna. Fatto sta che poche ore dopo l'incontro con il Papa, i sindaci di Barcellona e Madrid, insieme ai colleghi di Saragozza Valencia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Bologna e Latina, al termine di un incontro in un albergo romano al quale hanno partecipato anche i rappresentanti delle Ong Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno diffuso un documento di sostegno alle Ong, che etichetta la chiusura dei porti di Italia e Libia alle navi come «esempio pratico del naufragio dell'Europa». Intanto, quello che è certo è che la svolta impressa dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sull'immigrazione, sta dando i suoi frutti. Parlano i numeri, quelli ufficiali: dal primo gennaio 2019 ad oggi le persone sbarcate in Italia sono state 202, rispetto alle 4.731 dello stesso periodo dell'anno scorso, con una diminuzione del 95,7%. In particolare, sottolinea il Viminale, in Sardegna non si sono registrati sbarchi in questo scorcio di anno: nello stesso periodo del 2018 erano sbarcate 114 persone; in Calabria il calo è stato dell'82%, con 53 arrivi quest'anno rispetto ai 296 dell'anno scorso; in Sicilia, infine, il calo è stato del 96,5%: 149 arrivi in questo primo periodo del 2019 contro i 4.321 dello stesso periodo del 2018. Il dato da tenere ben presente è il rapporto sbarchi/rimpatri, che finalmente segna una inversione di tendenza: sempre secondo i dati ufficiali forniti dal ministero dell'Interno, infatti, a fronte di 202 sbarchi registrati dall'inizio del 2019 a ieri mattina, sono stati effettuati 629 rimpatri di cui 595 forzati e 34 volontari assistiti. Dunque, le espulsioni sono state il triplo dei nuovi arrivi. Non è un mistero per nessuno che l'assenza delle navi delle Ong dal mediterraneo scoraggia i trafficanti di uomini a organizzare nuove partenze di carrette del mare dalle coste della Libia. Meno partenze significa meno naufragi, meno naufragi significa meno morti, senza contare che diminuiscono gli incassi delle bande di mafiosi africani che gestiscono questo business di morte e riciclano i proventi nel traffico di droga e armi.
Alessia Pifferi (Ansa)
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
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Vladimir Putin (Ansa)
Il nuovo assegno staccato da Bruxelles è stato sancito ieri al vertice sulla Ricostruzione apertosi a Danzica, in Polonia. Nel quadro della Ukraine recovery conference, la Commissione europea ha annunciato una prima tranche da 3,2 miliardi come Macro-financial assistance, in sostanza un puntello per tenere in piedi lo Stato ucraino, altrimenti in bancarotta. Poi, entro pochi giorni, verranno versati altri 6 miliardi destinati alla produzione bellica, specialmente quella dei droni, l’arma su cui Kiev punta il tutto per tutto. Il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spiegato: «Dall’inizio della guerra, l’Ue ha fornito 200 miliardi di euro in sostegno economico, finanziario e militare. E con il prestito di sostegno all’Ucraina, forniremo ulteriori 90 miliardi nei prossimi due anni». La Von der Leyen ha confermato che l’Ue sfrutterà l’esperienza ucraina per gli stessi programmi di riarmo europei: «L’esperienza dell’Ucraina sul campo di battaglia non ha eguali. Le sue aziende della Difesa sono tra le più innovative. Stanno sviluppando e producendo capacità all’avanguardia, dai droni intercettori ai sistemi di disturbo. Droni progettati in Ucraina vengono prodotti in Germania. Il carburante per i missili Flamingo ucraini sarà presto prodotto in Danimarca. Abbiamo bisogno di ingegno e innovazione ucraini e capacità e know-how industriale europei».
All’orizzonte c’è l’adesione di Kiev all’Unione, ma è lecito chiedersi se Bruxelles non si stia sobbarcando rischi eccessivi, con un impegno finanziario colossale, in un Paese in guerra permanente e così indebitato che in caso, eventuale, di sconfitta o collasso, rischierebbe di tornare nella sfera russa. Perciò la guerra d’Ucraina è sostenuta dall’Ue, che non può permettersi la sconfitta di un così importante creditore. Un portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che si esaminano i programmi d’armamenti ucraini da sostenere: «Stiamo esaminando i programmi di produzione, quindi l’Ucraina può analizzare la situazione sul campo e identificare i prodotti di cui ha bisogno, poi deve comunicarcelo sotto forma di programma di produzione. Per ora, abbiamo ricevuto due programmi. Il primo, sui droni, è già stato approvato e abbiamo appena ricevuto il secondo, in fase di valutazione». Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ne ha parlato con la Von der Leyen, ma solo per telefono. Infatti ha disertato Danzica, facendosi sostituire dalla premier ucraina Yulia Svyrydenko per le tensioni fra Ucraina e Polonia causate dall’intitolazione, da parte ucraina, di un reparto militare alla vecchia Upa filonazista, a cui Varsavia ha reagito ritirando un’onorificenza concessa a Zelensky. A Danzica il premier polacco Donald Tusk ha cercato di smorzare, esortando entrambe le nazioni al «rispetto reciproco della storia». Ma a dividere Kiev e Varsavia, sottobanco, ci sono anche le storiche rivendicazioni sulla regione ucraina di Leopoli (Lvov), che fu parte della Polonia per secoli.
Zelensky ha annunciato nuovi successi nella campagna di attacco con droni alle infrastrutture petrolifere russe. Il servizio segreto ucraino, che dirige i raid di droni, ha incendiato il deposito petrolifero Poltavska, nella regione di Krasnodar, a 300 km dal fronte, e colpito due raffinerie a Ufa, la Bashneft-Ufaneftekhim e la Bashneft-Novoyl, a 1.500 km dal fronte, sebbene i russi ribattano d’aver «respinto l’attacco». Il presidente francese Emmanuel Macron ha, invece, svelato solo ieri che la Marina francese ha abbordato e fermato «martedì al largo della Sicilia» la petroliera Deliver, battente bandiera del Camerun ma reputata inquadrata nella «flotta ombra russa» per aggirare le sanzioni. L’ambasciata russa a Parigi ha protestato: «Non vi sono russi nell’equipaggio della nave. È un atto di pirateria». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lanciato l’ennesimo appello alla Russia affinché «congeli la linea del fronte» come condizione di negoziato, ma la prosecuzione delle operazioni dimostra che il Cremlino ritiene più vantaggioso mantenere la pressione militare.
L’esercito ucraino ha rivendicato ieri la riconquista della penisola di Kinburn, nella regione di Mykolaiv, avamposto da cui i russi si sono ritirati dopo attacchi alle loro linee logistiche, ma pare un successo marginale. L’istituto americano Isw conferma che i soldati russi «espandono le loro aree di infiltrazione» in settori del fronte presso Slovyansk, una delle chiavi di volta della catena di città-fortezze ucraine del fronte Est. Attacchi aerei russi hanno distrutto treni a Sumy e a Zaporizhzhia, dove è morto un macchinista. Combattimenti urbani continuano per il controllo di Kostantnyvka, da cui i russi potrebbero risalire verso Druzhkivka e Kramatorsk. Lì, secondo la Tass, truppe russe del 1194° reggimento hanno osservato la presenza di «mercenari polacchi e varie donne soldato tra le fila ucraine».
Arruolato con l’inganno dagli ucraini sarebbe, invece, un brasiliano di 23 anni, Herik Ferreira Soares, fatto prigioniero dai russi e la cui vicenda è stata denunciata ieri dal ministero degli Esteri di Mosca e dalla locale ambasciata brasiliana. Soares avrebbe detto in un filmato: «Mi hanno mentito, sono stato attirato con una falsa promessa di lavoro. Brasiliani, non accettate offerte di reclutamento legate ai conflitti armati. I soldi non valgono il rischio».
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