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2019-11-12
«Ecco gli 007 italiani coinvolti nel Russiagate»
Da alcuni giorni, negli ambienti che contano, circola una domanda: chi è quell'importante 007 che a fine ottobre 2017 avrebbe contattato il presidente della Link campus university, Vincenzo Scotti, per raccomandarsi che il «professor» Joseph Mifsud, uno dei testimoni chiave del Russiagate, «sparisse»? Un'indicazione che sarebbe arrivata dopo che il docente maltese aveva rilasciato un'intervista a Repubblica, evidentemente non gradita dai suoi referenti o superiori, a cui era seguito un suo trasferimento forzato a Matelica, in provincia di Macerata.
Sabato, l'avvocato Stephan Claus Roh, difensore dello stesso Mifsud, con La Verità, aveva realizzato questo identikit: «Un capo dei servizi segreti italiani». Nelle scorse ore Roh ha aggiunto il nome che gli avrebbero fatto «fonti della Link»: Alberto Manenti, l'ex direttore dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna, l'uomo voluto da Matteo Renzi ai vertici del nostro controspionaggio. Oggi Manenti, generale dell'esercito in pensione, è un autorevole interlocutore dell'attuale governo sulla questione libica, ma anche un ascoltato esperto delle principali agenzie d'intelligence straniere (per esempio ha incontrato recentemente il direttore della Cia, Gina Haspel). Ma sentiamo Roh: «Il secondo uomo si chiama Manenti, me lo hanno detto fonti interne alla Link, ma io non ho prove». Poi ripete il nome: «Manenti, Manenti». Perché secondo uomo? «Per Mifsud era il secondo in gerarchia dei servizi segreti». In realtà qualcosa non torna, visto che all'epoca Manenti era il numero uno dell'Aise, a meno che non si voglia indicare come suo superiore il capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, la struttura del governo italiano che coordina i servizi segreti.
Chiediamo al legale: Mifsud è stato prelevato dal «secondo uomo» il giorno dopo che aveva parlato con Repubblica? «Esattamente. E spedito con una macchina direttamente a Matelica. Non è neppure potuto passare da casa, non ha potuto portare via i suoi effetti personali, è stato spedito lì e basta». Lo 007 era con lui in auto? «No, ma lo ha salutato».
Manenti con La Verità decide di riderci sopra: «Roh ha detto questo? Allora lo denunciamo, ah, ah. Vede la mia reazione? State attenti a non cascare in questo tranello perché chiaramente denuncerei tutti». Ma lei Mifsud lo ha mai incontrato? «La mia risposta è quella che le ho dato. Lei sa che ho preso l'impegno di non rilasciare nessun tipo di intervista per almeno un anno (dopo l'addio all'Aise, ndr), quindi io ricomincerò a parlare da gennaio. Per questo non vorrei rispondere a questa domanda, ma penso di averlo già fatto con quello che ho detto prima». Manenti, prima di chiudere la telefonata, ci rimugina un po': «Mi sembra strano che quel signore dica questa cosa». Gli facciamo notare che addirittura, secondo Roh, sarebbe stato presente al momento del trasferimento di Mifsud a Matelica: «Pensi che io non ho mai frequentato quell'ambiente, mai». Cioè quello della Link? «Mai. Completamente fuori dal mio campo». Quindi lei non andava in quell'università? «Assolutamente no». Dunque non conosceva Mifsud? «Mi pare evidente che non conoscessi nulla». Resta un mistero il motivo per cui «fonti della Link» avrebbero dovuto fare il nome di Manenti. Una vendetta contro un dirigente dei servizi che non aveva mai frequentato l'università? Oppure è Roh che ha voluto buttare quel nome nel calderone mediatico per rendere credibile l'ipotesi di un complotto anti Trump ordito da apparati democratici americani in combutta con il governo Renzi?
È evidente che intorno al Russiagate si stia combattendo una guerra fatta anche di veline e dossier e che l'epicentro di questo scontro sia Roma. Qui Mifsud aveva il suo ufficio quando, il giorno di Halloween del 2017, è sparito nel nulla. Ma in questo clima di veleni, fonti di intelligence, ci segnalano una pista complementare a quella italiana, che chiameremo «malese»: «L'intero Russiagate doveva basarsi su documenti falsificati e informazioni mistificate» è l'incipit della nostra gola profonda, secondo cui le autorità statunitensi nel 2016 avrebbero «saggiato» il governo italiano «sulla possibilità di coinvolgere i nostri servizi segreti in un'operazione di mistificazione per coprire Hillary Clinton e colpire, se ci fosse stata la necessità, Donald Trump, visto che indagini interne dell'amministrazione Usa avevano già compreso il rischio che il tycoon potesse rappresentare una sorpresa elettorale». Il piano doveva essere realizzato utilizzando «documenti falsi fatti circolare da canali malesi e maltesi fino all'Italia». Va bene Malta, ma, sorpresi, abbiamo chiesto alla fonte a quali canali malesi facesse riferimento, ma il nostro interlocutore non ha voluto aggiungere altro. E allora abbiamo iniziato a scavare da soli. E un collegamento lo abbiamo trovato.
Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, il ruolo principale di Mifsud alla Link (almeno ufficialmente) era quello di procacciatore di investitori per l'ateneo romano. Secondo quanto dichiarato da Roh alla Verità, dietro al «successo» rappresentato dall'accordo tra la Link e la Essam & Dalal Obaid foundation (Edof), il braccio culturale al servizio dell'omonima famiglia saudita, ci sarebbe proprio il suo assistito. Stando alla ricostruzione dell'avvocato tedesco, Mifsud sarebbe riuscito a convincere la Edof (e dunque gli Obaid) a finanziare il War and peace center, uno dei tanti centri di ricerca in seno alla Link. «Un accordo che prevedeva un finanziamento di 750.000 euro in tre anni, 250.000 all'anno, che servivano a pagare sei persone e tutte le spese», hanno spiegato dalla Lcu.
Ma che cosa c'entra la Malesia con questo affare, direte voi? L'accordo tra la Edof e la Link sarebbe «saltato», ha spiegato Pasquale Russo, direttore generale dell'ateneo, all'Adnkrons, per via dello scoppio di un grosso scandalo finanziario. Un oscuro affare che ha visto coinvolti il fondo malese 1Malaysia development berhad (1Mdb) e la Petrosaudi, azienda guidata da Tarek Obaid. Quest'ultimo fa parte del board della Edof in qualità di fondatore. Partito per finanziare opere pubbliche nello Stato del Sudest asiatico, 1Mdb si è trasformato in un pozzo senza fondo che ha causato la sparizione di 3 miliardi di dollari e le dimissioni del primo ministro malese Najib Razak. Nel 2009 la Petrosaudi aveva costituito una joint venture proprio con questo fondo e, notizia di una settimana fa, l'Alta corte malese ha stabilito che «molti dei soldi raccolti da 1Mdb» sarebbero «stati pompati nella Petrosaudi» anziché essere destinati a progetti di sviluppo.
Nel carteggio tra Roh e la dirigenza della Link citato ieri dalla Verità, l'avvocato di Mifsud chiede conto della provenienza dei fondi della Edof: «Sembrerebbe che questi finanziamenti abbiano origine dalla 1Mdb. Per favore spiegate», scriveva il 6 giugno 2019 a Vanna Fadini (amministratore della Gem srl, società di gestione della Link) e a Russo. Più avanti sarà ancora più esplicito: «Quei soldi sono forse un compenso per il coinvolgimento nel Russiagate?». Soldi dalla Malesia per inquinare la politica americana, passando attraverso un professore maltese residente a Roma. Un'ipotesi suggestiva, ma, ovviamente, tutta da verificare.
Il Copasir vuole conoscere la versione di Carta
Dopo aver ascoltato il premier, Giuseppe Conte (23 ottobre), il direttore del Dis, Gennaro Vecchione (il 29), e quello dell'Aisi, Mario Parente (6 novembre), il Copasir è pronto a sentire sul caso Russiagate - in cui è coinvolto il professore Joseph Mifsud - il numero uno dell'Aise, Luciano Carta. L'audizione è prevista per il 19, ma già domani il presidente, Raffaele Volpi, durante le comunicazioni a palazzo San Macuto, potrebbe fornire nuovi dettagli su come sta andando avanti l'indagine sui rapporti tra i nostri servizi segreti e quelli Usa. Al vaglio ci sono anche le rivelazioni che Stephan Roh, avvocato di Mifsud, sta facendo alla Verità. È probabile quindi che potrebbero esserci in calendario nuove audizioni dopo quella di Carta, che divenne numero due dell'Aise nel gennaio del 2017, durante il governo di Paolo Gentiloni.
Il caso non è ancora chiuso insomma. Di sicuro fino adesso sia Conte, sia Vecchione sia Parente hanno tenuto la stessa linea. E al contrario di quello che ha sostenuto il ministro di giustizia Usa, William Barr («Il procuratore John Durham ritiene che in Italia ci siano informazioni utili sul caso»), tutti e tre hanno ribadito di fronte alla commissione parlamentare che la nostra intelligence è del tutto estranea al Russiagate. Non solo. Secondo la versione ufficiale infatti, gli incontri di Barr in agosto sia con Vecchione (il 15) sia con Carta e Parente, avrebbero escluso un coinvolgimento del nostro Paese in quello che negli Usa sostengono sia stato un complotto contro il presidente, Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton. Mifsud avrebbe partecipato all'operazione e sarebbe stato poi consigliato dai nostri 007 di scomparire. Durante l'ultima audizione, Parente avrebbe anche detto che non ci sarebbero state notizie sul professore maltese legato alla Link university di Roma, anche perché i nostri 007 non lo avrebbero considerato di interesse. La considerazione è di certo particolare. Anche perché Mifsud, oltre a essere vicino a un ateneo legato a doppio filo con la nostra intelligence, è ricercato in mezzo mondo dopo essere svanito nel nulla.
Per di più, secondo il dossier dell'ex direttore dell'Fbi James Comey, il professore sarebbe una spia russa. Possibile che i nostri servizi non abbiano fatto approfondimenti su una potenziale spia sul nostro territorio nazionale? Di sicuro si sarebbe trattato di un agente segreto non banale, anche perché frequentava mezza classe politica e dirigenti di spessore della nostra intelligence. Inoltre, a quanto risulta alla Verità, Mifsud è consigliere di amministrazione della Biomas di Siracusa, una società che si occupa di industria alimentare e farmaceutica. Tra gli azionisti dell'azienda con il 6%, compare Marie Therese Triganza, maltese, il cui nome risulta titolare di svariate società offshore sull'isola, già toccata dallo scandalo Paradise paper, cioè i conti dello studio legale Appleby alle Bermuda.
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L'avvocato del professore maltese scomparso dichiara: «Fonti della Link mi hanno detto che a mettere il mio cliente sull'auto per Matelica è stato il capo dei servizi». Ma il generale smentisce tutto: «Non ho mai messo piede in quell'ateneo. Querelo».Tra una settimana il Copasir sentirà la versione dei nostri responsabili della sicurezza.Lo speciale contiene due articoli.Da alcuni giorni, negli ambienti che contano, circola una domanda: chi è quell'importante 007 che a fine ottobre 2017 avrebbe contattato il presidente della Link campus university, Vincenzo Scotti, per raccomandarsi che il «professor» Joseph Mifsud, uno dei testimoni chiave del Russiagate, «sparisse»? Un'indicazione che sarebbe arrivata dopo che il docente maltese aveva rilasciato un'intervista a Repubblica, evidentemente non gradita dai suoi referenti o superiori, a cui era seguito un suo trasferimento forzato a Matelica, in provincia di Macerata. Sabato, l'avvocato Stephan Claus Roh, difensore dello stesso Mifsud, con La Verità, aveva realizzato questo identikit: «Un capo dei servizi segreti italiani». Nelle scorse ore Roh ha aggiunto il nome che gli avrebbero fatto «fonti della Link»: Alberto Manenti, l'ex direttore dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna, l'uomo voluto da Matteo Renzi ai vertici del nostro controspionaggio. Oggi Manenti, generale dell'esercito in pensione, è un autorevole interlocutore dell'attuale governo sulla questione libica, ma anche un ascoltato esperto delle principali agenzie d'intelligence straniere (per esempio ha incontrato recentemente il direttore della Cia, Gina Haspel). Ma sentiamo Roh: «Il secondo uomo si chiama Manenti, me lo hanno detto fonti interne alla Link, ma io non ho prove». Poi ripete il nome: «Manenti, Manenti». Perché secondo uomo? «Per Mifsud era il secondo in gerarchia dei servizi segreti». In realtà qualcosa non torna, visto che all'epoca Manenti era il numero uno dell'Aise, a meno che non si voglia indicare come suo superiore il capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, la struttura del governo italiano che coordina i servizi segreti.Chiediamo al legale: Mifsud è stato prelevato dal «secondo uomo» il giorno dopo che aveva parlato con Repubblica? «Esattamente. E spedito con una macchina direttamente a Matelica. Non è neppure potuto passare da casa, non ha potuto portare via i suoi effetti personali, è stato spedito lì e basta». Lo 007 era con lui in auto? «No, ma lo ha salutato». Manenti con La Verità decide di riderci sopra: «Roh ha detto questo? Allora lo denunciamo, ah, ah. Vede la mia reazione? State attenti a non cascare in questo tranello perché chiaramente denuncerei tutti». Ma lei Mifsud lo ha mai incontrato? «La mia risposta è quella che le ho dato. Lei sa che ho preso l'impegno di non rilasciare nessun tipo di intervista per almeno un anno (dopo l'addio all'Aise, ndr), quindi io ricomincerò a parlare da gennaio. Per questo non vorrei rispondere a questa domanda, ma penso di averlo già fatto con quello che ho detto prima». Manenti, prima di chiudere la telefonata, ci rimugina un po': «Mi sembra strano che quel signore dica questa cosa». Gli facciamo notare che addirittura, secondo Roh, sarebbe stato presente al momento del trasferimento di Mifsud a Matelica: «Pensi che io non ho mai frequentato quell'ambiente, mai». Cioè quello della Link? «Mai. Completamente fuori dal mio campo». Quindi lei non andava in quell'università? «Assolutamente no». Dunque non conosceva Mifsud? «Mi pare evidente che non conoscessi nulla». Resta un mistero il motivo per cui «fonti della Link» avrebbero dovuto fare il nome di Manenti. Una vendetta contro un dirigente dei servizi che non aveva mai frequentato l'università? Oppure è Roh che ha voluto buttare quel nome nel calderone mediatico per rendere credibile l'ipotesi di un complotto anti Trump ordito da apparati democratici americani in combutta con il governo Renzi?È evidente che intorno al Russiagate si stia combattendo una guerra fatta anche di veline e dossier e che l'epicentro di questo scontro sia Roma. Qui Mifsud aveva il suo ufficio quando, il giorno di Halloween del 2017, è sparito nel nulla. Ma in questo clima di veleni, fonti di intelligence, ci segnalano una pista complementare a quella italiana, che chiameremo «malese»: «L'intero Russiagate doveva basarsi su documenti falsificati e informazioni mistificate» è l'incipit della nostra gola profonda, secondo cui le autorità statunitensi nel 2016 avrebbero «saggiato» il governo italiano «sulla possibilità di coinvolgere i nostri servizi segreti in un'operazione di mistificazione per coprire Hillary Clinton e colpire, se ci fosse stata la necessità, Donald Trump, visto che indagini interne dell'amministrazione Usa avevano già compreso il rischio che il tycoon potesse rappresentare una sorpresa elettorale». Il piano doveva essere realizzato utilizzando «documenti falsi fatti circolare da canali malesi e maltesi fino all'Italia». Va bene Malta, ma, sorpresi, abbiamo chiesto alla fonte a quali canali malesi facesse riferimento, ma il nostro interlocutore non ha voluto aggiungere altro. E allora abbiamo iniziato a scavare da soli. E un collegamento lo abbiamo trovato. Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, il ruolo principale di Mifsud alla Link (almeno ufficialmente) era quello di procacciatore di investitori per l'ateneo romano. Secondo quanto dichiarato da Roh alla Verità, dietro al «successo» rappresentato dall'accordo tra la Link e la Essam & Dalal Obaid foundation (Edof), il braccio culturale al servizio dell'omonima famiglia saudita, ci sarebbe proprio il suo assistito. Stando alla ricostruzione dell'avvocato tedesco, Mifsud sarebbe riuscito a convincere la Edof (e dunque gli Obaid) a finanziare il War and peace center, uno dei tanti centri di ricerca in seno alla Link. «Un accordo che prevedeva un finanziamento di 750.000 euro in tre anni, 250.000 all'anno, che servivano a pagare sei persone e tutte le spese», hanno spiegato dalla Lcu.Ma che cosa c'entra la Malesia con questo affare, direte voi? L'accordo tra la Edof e la Link sarebbe «saltato», ha spiegato Pasquale Russo, direttore generale dell'ateneo, all'Adnkrons, per via dello scoppio di un grosso scandalo finanziario. Un oscuro affare che ha visto coinvolti il fondo malese 1Malaysia development berhad (1Mdb) e la Petrosaudi, azienda guidata da Tarek Obaid. Quest'ultimo fa parte del board della Edof in qualità di fondatore. Partito per finanziare opere pubbliche nello Stato del Sudest asiatico, 1Mdb si è trasformato in un pozzo senza fondo che ha causato la sparizione di 3 miliardi di dollari e le dimissioni del primo ministro malese Najib Razak. Nel 2009 la Petrosaudi aveva costituito una joint venture proprio con questo fondo e, notizia di una settimana fa, l'Alta corte malese ha stabilito che «molti dei soldi raccolti da 1Mdb» sarebbero «stati pompati nella Petrosaudi» anziché essere destinati a progetti di sviluppo.Nel carteggio tra Roh e la dirigenza della Link citato ieri dalla Verità, l'avvocato di Mifsud chiede conto della provenienza dei fondi della Edof: «Sembrerebbe che questi finanziamenti abbiano origine dalla 1Mdb. Per favore spiegate», scriveva il 6 giugno 2019 a Vanna Fadini (amministratore della Gem srl, società di gestione della Link) e a Russo. Più avanti sarà ancora più esplicito: «Quei soldi sono forse un compenso per il coinvolgimento nel Russiagate?». Soldi dalla Malesia per inquinare la politica americana, passando attraverso un professore maltese residente a Roma. Un'ipotesi suggestiva, ma, ovviamente, tutta da verificare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-legale-di-mifsud-i-nostri-007-spedirono-il-docente-a-matelica-2641311248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-vuole-conoscere-la-versione-di-carta" data-post-id="2641311248" data-published-at="1776189988" data-use-pagination="False"> Il Copasir vuole conoscere la versione di Carta Dopo aver ascoltato il premier, Giuseppe Conte (23 ottobre), il direttore del Dis, Gennaro Vecchione (il 29), e quello dell'Aisi, Mario Parente (6 novembre), il Copasir è pronto a sentire sul caso Russiagate - in cui è coinvolto il professore Joseph Mifsud - il numero uno dell'Aise, Luciano Carta. L'audizione è prevista per il 19, ma già domani il presidente, Raffaele Volpi, durante le comunicazioni a palazzo San Macuto, potrebbe fornire nuovi dettagli su come sta andando avanti l'indagine sui rapporti tra i nostri servizi segreti e quelli Usa. Al vaglio ci sono anche le rivelazioni che Stephan Roh, avvocato di Mifsud, sta facendo alla Verità. È probabile quindi che potrebbero esserci in calendario nuove audizioni dopo quella di Carta, che divenne numero due dell'Aise nel gennaio del 2017, durante il governo di Paolo Gentiloni. Il caso non è ancora chiuso insomma. Di sicuro fino adesso sia Conte, sia Vecchione sia Parente hanno tenuto la stessa linea. E al contrario di quello che ha sostenuto il ministro di giustizia Usa, William Barr («Il procuratore John Durham ritiene che in Italia ci siano informazioni utili sul caso»), tutti e tre hanno ribadito di fronte alla commissione parlamentare che la nostra intelligence è del tutto estranea al Russiagate. Non solo. Secondo la versione ufficiale infatti, gli incontri di Barr in agosto sia con Vecchione (il 15) sia con Carta e Parente, avrebbero escluso un coinvolgimento del nostro Paese in quello che negli Usa sostengono sia stato un complotto contro il presidente, Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton. Mifsud avrebbe partecipato all'operazione e sarebbe stato poi consigliato dai nostri 007 di scomparire. Durante l'ultima audizione, Parente avrebbe anche detto che non ci sarebbero state notizie sul professore maltese legato alla Link university di Roma, anche perché i nostri 007 non lo avrebbero considerato di interesse. La considerazione è di certo particolare. Anche perché Mifsud, oltre a essere vicino a un ateneo legato a doppio filo con la nostra intelligence, è ricercato in mezzo mondo dopo essere svanito nel nulla. Per di più, secondo il dossier dell'ex direttore dell'Fbi James Comey, il professore sarebbe una spia russa. Possibile che i nostri servizi non abbiano fatto approfondimenti su una potenziale spia sul nostro territorio nazionale? Di sicuro si sarebbe trattato di un agente segreto non banale, anche perché frequentava mezza classe politica e dirigenti di spessore della nostra intelligence. Inoltre, a quanto risulta alla Verità, Mifsud è consigliere di amministrazione della Biomas di Siracusa, una società che si occupa di industria alimentare e farmaceutica. Tra gli azionisti dell'azienda con il 6%, compare Marie Therese Triganza, maltese, il cui nome risulta titolare di svariate società offshore sull'isola, già toccata dallo scandalo Paradise paper, cioè i conti dello studio legale Appleby alle Bermuda.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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