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2019-11-12
«Ecco gli 007 italiani coinvolti nel Russiagate»
Da alcuni giorni, negli ambienti che contano, circola una domanda: chi è quell'importante 007 che a fine ottobre 2017 avrebbe contattato il presidente della Link campus university, Vincenzo Scotti, per raccomandarsi che il «professor» Joseph Mifsud, uno dei testimoni chiave del Russiagate, «sparisse»? Un'indicazione che sarebbe arrivata dopo che il docente maltese aveva rilasciato un'intervista a Repubblica, evidentemente non gradita dai suoi referenti o superiori, a cui era seguito un suo trasferimento forzato a Matelica, in provincia di Macerata.
Sabato, l'avvocato Stephan Claus Roh, difensore dello stesso Mifsud, con La Verità, aveva realizzato questo identikit: «Un capo dei servizi segreti italiani». Nelle scorse ore Roh ha aggiunto il nome che gli avrebbero fatto «fonti della Link»: Alberto Manenti, l'ex direttore dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna, l'uomo voluto da Matteo Renzi ai vertici del nostro controspionaggio. Oggi Manenti, generale dell'esercito in pensione, è un autorevole interlocutore dell'attuale governo sulla questione libica, ma anche un ascoltato esperto delle principali agenzie d'intelligence straniere (per esempio ha incontrato recentemente il direttore della Cia, Gina Haspel). Ma sentiamo Roh: «Il secondo uomo si chiama Manenti, me lo hanno detto fonti interne alla Link, ma io non ho prove». Poi ripete il nome: «Manenti, Manenti». Perché secondo uomo? «Per Mifsud era il secondo in gerarchia dei servizi segreti». In realtà qualcosa non torna, visto che all'epoca Manenti era il numero uno dell'Aise, a meno che non si voglia indicare come suo superiore il capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, la struttura del governo italiano che coordina i servizi segreti.
Chiediamo al legale: Mifsud è stato prelevato dal «secondo uomo» il giorno dopo che aveva parlato con Repubblica? «Esattamente. E spedito con una macchina direttamente a Matelica. Non è neppure potuto passare da casa, non ha potuto portare via i suoi effetti personali, è stato spedito lì e basta». Lo 007 era con lui in auto? «No, ma lo ha salutato».
Manenti con La Verità decide di riderci sopra: «Roh ha detto questo? Allora lo denunciamo, ah, ah. Vede la mia reazione? State attenti a non cascare in questo tranello perché chiaramente denuncerei tutti». Ma lei Mifsud lo ha mai incontrato? «La mia risposta è quella che le ho dato. Lei sa che ho preso l'impegno di non rilasciare nessun tipo di intervista per almeno un anno (dopo l'addio all'Aise, ndr), quindi io ricomincerò a parlare da gennaio. Per questo non vorrei rispondere a questa domanda, ma penso di averlo già fatto con quello che ho detto prima». Manenti, prima di chiudere la telefonata, ci rimugina un po': «Mi sembra strano che quel signore dica questa cosa». Gli facciamo notare che addirittura, secondo Roh, sarebbe stato presente al momento del trasferimento di Mifsud a Matelica: «Pensi che io non ho mai frequentato quell'ambiente, mai». Cioè quello della Link? «Mai. Completamente fuori dal mio campo». Quindi lei non andava in quell'università? «Assolutamente no». Dunque non conosceva Mifsud? «Mi pare evidente che non conoscessi nulla». Resta un mistero il motivo per cui «fonti della Link» avrebbero dovuto fare il nome di Manenti. Una vendetta contro un dirigente dei servizi che non aveva mai frequentato l'università? Oppure è Roh che ha voluto buttare quel nome nel calderone mediatico per rendere credibile l'ipotesi di un complotto anti Trump ordito da apparati democratici americani in combutta con il governo Renzi?
È evidente che intorno al Russiagate si stia combattendo una guerra fatta anche di veline e dossier e che l'epicentro di questo scontro sia Roma. Qui Mifsud aveva il suo ufficio quando, il giorno di Halloween del 2017, è sparito nel nulla. Ma in questo clima di veleni, fonti di intelligence, ci segnalano una pista complementare a quella italiana, che chiameremo «malese»: «L'intero Russiagate doveva basarsi su documenti falsificati e informazioni mistificate» è l'incipit della nostra gola profonda, secondo cui le autorità statunitensi nel 2016 avrebbero «saggiato» il governo italiano «sulla possibilità di coinvolgere i nostri servizi segreti in un'operazione di mistificazione per coprire Hillary Clinton e colpire, se ci fosse stata la necessità, Donald Trump, visto che indagini interne dell'amministrazione Usa avevano già compreso il rischio che il tycoon potesse rappresentare una sorpresa elettorale». Il piano doveva essere realizzato utilizzando «documenti falsi fatti circolare da canali malesi e maltesi fino all'Italia». Va bene Malta, ma, sorpresi, abbiamo chiesto alla fonte a quali canali malesi facesse riferimento, ma il nostro interlocutore non ha voluto aggiungere altro. E allora abbiamo iniziato a scavare da soli. E un collegamento lo abbiamo trovato.
Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, il ruolo principale di Mifsud alla Link (almeno ufficialmente) era quello di procacciatore di investitori per l'ateneo romano. Secondo quanto dichiarato da Roh alla Verità, dietro al «successo» rappresentato dall'accordo tra la Link e la Essam & Dalal Obaid foundation (Edof), il braccio culturale al servizio dell'omonima famiglia saudita, ci sarebbe proprio il suo assistito. Stando alla ricostruzione dell'avvocato tedesco, Mifsud sarebbe riuscito a convincere la Edof (e dunque gli Obaid) a finanziare il War and peace center, uno dei tanti centri di ricerca in seno alla Link. «Un accordo che prevedeva un finanziamento di 750.000 euro in tre anni, 250.000 all'anno, che servivano a pagare sei persone e tutte le spese», hanno spiegato dalla Lcu.
Ma che cosa c'entra la Malesia con questo affare, direte voi? L'accordo tra la Edof e la Link sarebbe «saltato», ha spiegato Pasquale Russo, direttore generale dell'ateneo, all'Adnkrons, per via dello scoppio di un grosso scandalo finanziario. Un oscuro affare che ha visto coinvolti il fondo malese 1Malaysia development berhad (1Mdb) e la Petrosaudi, azienda guidata da Tarek Obaid. Quest'ultimo fa parte del board della Edof in qualità di fondatore. Partito per finanziare opere pubbliche nello Stato del Sudest asiatico, 1Mdb si è trasformato in un pozzo senza fondo che ha causato la sparizione di 3 miliardi di dollari e le dimissioni del primo ministro malese Najib Razak. Nel 2009 la Petrosaudi aveva costituito una joint venture proprio con questo fondo e, notizia di una settimana fa, l'Alta corte malese ha stabilito che «molti dei soldi raccolti da 1Mdb» sarebbero «stati pompati nella Petrosaudi» anziché essere destinati a progetti di sviluppo.
Nel carteggio tra Roh e la dirigenza della Link citato ieri dalla Verità, l'avvocato di Mifsud chiede conto della provenienza dei fondi della Edof: «Sembrerebbe che questi finanziamenti abbiano origine dalla 1Mdb. Per favore spiegate», scriveva il 6 giugno 2019 a Vanna Fadini (amministratore della Gem srl, società di gestione della Link) e a Russo. Più avanti sarà ancora più esplicito: «Quei soldi sono forse un compenso per il coinvolgimento nel Russiagate?». Soldi dalla Malesia per inquinare la politica americana, passando attraverso un professore maltese residente a Roma. Un'ipotesi suggestiva, ma, ovviamente, tutta da verificare.
Il Copasir vuole conoscere la versione di Carta
Dopo aver ascoltato il premier, Giuseppe Conte (23 ottobre), il direttore del Dis, Gennaro Vecchione (il 29), e quello dell'Aisi, Mario Parente (6 novembre), il Copasir è pronto a sentire sul caso Russiagate - in cui è coinvolto il professore Joseph Mifsud - il numero uno dell'Aise, Luciano Carta. L'audizione è prevista per il 19, ma già domani il presidente, Raffaele Volpi, durante le comunicazioni a palazzo San Macuto, potrebbe fornire nuovi dettagli su come sta andando avanti l'indagine sui rapporti tra i nostri servizi segreti e quelli Usa. Al vaglio ci sono anche le rivelazioni che Stephan Roh, avvocato di Mifsud, sta facendo alla Verità. È probabile quindi che potrebbero esserci in calendario nuove audizioni dopo quella di Carta, che divenne numero due dell'Aise nel gennaio del 2017, durante il governo di Paolo Gentiloni.
Il caso non è ancora chiuso insomma. Di sicuro fino adesso sia Conte, sia Vecchione sia Parente hanno tenuto la stessa linea. E al contrario di quello che ha sostenuto il ministro di giustizia Usa, William Barr («Il procuratore John Durham ritiene che in Italia ci siano informazioni utili sul caso»), tutti e tre hanno ribadito di fronte alla commissione parlamentare che la nostra intelligence è del tutto estranea al Russiagate. Non solo. Secondo la versione ufficiale infatti, gli incontri di Barr in agosto sia con Vecchione (il 15) sia con Carta e Parente, avrebbero escluso un coinvolgimento del nostro Paese in quello che negli Usa sostengono sia stato un complotto contro il presidente, Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton. Mifsud avrebbe partecipato all'operazione e sarebbe stato poi consigliato dai nostri 007 di scomparire. Durante l'ultima audizione, Parente avrebbe anche detto che non ci sarebbero state notizie sul professore maltese legato alla Link university di Roma, anche perché i nostri 007 non lo avrebbero considerato di interesse. La considerazione è di certo particolare. Anche perché Mifsud, oltre a essere vicino a un ateneo legato a doppio filo con la nostra intelligence, è ricercato in mezzo mondo dopo essere svanito nel nulla.
Per di più, secondo il dossier dell'ex direttore dell'Fbi James Comey, il professore sarebbe una spia russa. Possibile che i nostri servizi non abbiano fatto approfondimenti su una potenziale spia sul nostro territorio nazionale? Di sicuro si sarebbe trattato di un agente segreto non banale, anche perché frequentava mezza classe politica e dirigenti di spessore della nostra intelligence. Inoltre, a quanto risulta alla Verità, Mifsud è consigliere di amministrazione della Biomas di Siracusa, una società che si occupa di industria alimentare e farmaceutica. Tra gli azionisti dell'azienda con il 6%, compare Marie Therese Triganza, maltese, il cui nome risulta titolare di svariate società offshore sull'isola, già toccata dallo scandalo Paradise paper, cioè i conti dello studio legale Appleby alle Bermuda.
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L'avvocato del professore maltese scomparso dichiara: «Fonti della Link mi hanno detto che a mettere il mio cliente sull'auto per Matelica è stato il capo dei servizi». Ma il generale smentisce tutto: «Non ho mai messo piede in quell'ateneo. Querelo».Tra una settimana il Copasir sentirà la versione dei nostri responsabili della sicurezza.Lo speciale contiene due articoli.Da alcuni giorni, negli ambienti che contano, circola una domanda: chi è quell'importante 007 che a fine ottobre 2017 avrebbe contattato il presidente della Link campus university, Vincenzo Scotti, per raccomandarsi che il «professor» Joseph Mifsud, uno dei testimoni chiave del Russiagate, «sparisse»? Un'indicazione che sarebbe arrivata dopo che il docente maltese aveva rilasciato un'intervista a Repubblica, evidentemente non gradita dai suoi referenti o superiori, a cui era seguito un suo trasferimento forzato a Matelica, in provincia di Macerata. Sabato, l'avvocato Stephan Claus Roh, difensore dello stesso Mifsud, con La Verità, aveva realizzato questo identikit: «Un capo dei servizi segreti italiani». Nelle scorse ore Roh ha aggiunto il nome che gli avrebbero fatto «fonti della Link»: Alberto Manenti, l'ex direttore dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna, l'uomo voluto da Matteo Renzi ai vertici del nostro controspionaggio. Oggi Manenti, generale dell'esercito in pensione, è un autorevole interlocutore dell'attuale governo sulla questione libica, ma anche un ascoltato esperto delle principali agenzie d'intelligence straniere (per esempio ha incontrato recentemente il direttore della Cia, Gina Haspel). Ma sentiamo Roh: «Il secondo uomo si chiama Manenti, me lo hanno detto fonti interne alla Link, ma io non ho prove». Poi ripete il nome: «Manenti, Manenti». Perché secondo uomo? «Per Mifsud era il secondo in gerarchia dei servizi segreti». In realtà qualcosa non torna, visto che all'epoca Manenti era il numero uno dell'Aise, a meno che non si voglia indicare come suo superiore il capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, la struttura del governo italiano che coordina i servizi segreti.Chiediamo al legale: Mifsud è stato prelevato dal «secondo uomo» il giorno dopo che aveva parlato con Repubblica? «Esattamente. E spedito con una macchina direttamente a Matelica. Non è neppure potuto passare da casa, non ha potuto portare via i suoi effetti personali, è stato spedito lì e basta». Lo 007 era con lui in auto? «No, ma lo ha salutato». Manenti con La Verità decide di riderci sopra: «Roh ha detto questo? Allora lo denunciamo, ah, ah. Vede la mia reazione? State attenti a non cascare in questo tranello perché chiaramente denuncerei tutti». Ma lei Mifsud lo ha mai incontrato? «La mia risposta è quella che le ho dato. Lei sa che ho preso l'impegno di non rilasciare nessun tipo di intervista per almeno un anno (dopo l'addio all'Aise, ndr), quindi io ricomincerò a parlare da gennaio. Per questo non vorrei rispondere a questa domanda, ma penso di averlo già fatto con quello che ho detto prima». Manenti, prima di chiudere la telefonata, ci rimugina un po': «Mi sembra strano che quel signore dica questa cosa». Gli facciamo notare che addirittura, secondo Roh, sarebbe stato presente al momento del trasferimento di Mifsud a Matelica: «Pensi che io non ho mai frequentato quell'ambiente, mai». Cioè quello della Link? «Mai. Completamente fuori dal mio campo». Quindi lei non andava in quell'università? «Assolutamente no». Dunque non conosceva Mifsud? «Mi pare evidente che non conoscessi nulla». Resta un mistero il motivo per cui «fonti della Link» avrebbero dovuto fare il nome di Manenti. Una vendetta contro un dirigente dei servizi che non aveva mai frequentato l'università? Oppure è Roh che ha voluto buttare quel nome nel calderone mediatico per rendere credibile l'ipotesi di un complotto anti Trump ordito da apparati democratici americani in combutta con il governo Renzi?È evidente che intorno al Russiagate si stia combattendo una guerra fatta anche di veline e dossier e che l'epicentro di questo scontro sia Roma. Qui Mifsud aveva il suo ufficio quando, il giorno di Halloween del 2017, è sparito nel nulla. Ma in questo clima di veleni, fonti di intelligence, ci segnalano una pista complementare a quella italiana, che chiameremo «malese»: «L'intero Russiagate doveva basarsi su documenti falsificati e informazioni mistificate» è l'incipit della nostra gola profonda, secondo cui le autorità statunitensi nel 2016 avrebbero «saggiato» il governo italiano «sulla possibilità di coinvolgere i nostri servizi segreti in un'operazione di mistificazione per coprire Hillary Clinton e colpire, se ci fosse stata la necessità, Donald Trump, visto che indagini interne dell'amministrazione Usa avevano già compreso il rischio che il tycoon potesse rappresentare una sorpresa elettorale». Il piano doveva essere realizzato utilizzando «documenti falsi fatti circolare da canali malesi e maltesi fino all'Italia». Va bene Malta, ma, sorpresi, abbiamo chiesto alla fonte a quali canali malesi facesse riferimento, ma il nostro interlocutore non ha voluto aggiungere altro. E allora abbiamo iniziato a scavare da soli. E un collegamento lo abbiamo trovato. Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, il ruolo principale di Mifsud alla Link (almeno ufficialmente) era quello di procacciatore di investitori per l'ateneo romano. Secondo quanto dichiarato da Roh alla Verità, dietro al «successo» rappresentato dall'accordo tra la Link e la Essam & Dalal Obaid foundation (Edof), il braccio culturale al servizio dell'omonima famiglia saudita, ci sarebbe proprio il suo assistito. Stando alla ricostruzione dell'avvocato tedesco, Mifsud sarebbe riuscito a convincere la Edof (e dunque gli Obaid) a finanziare il War and peace center, uno dei tanti centri di ricerca in seno alla Link. «Un accordo che prevedeva un finanziamento di 750.000 euro in tre anni, 250.000 all'anno, che servivano a pagare sei persone e tutte le spese», hanno spiegato dalla Lcu.Ma che cosa c'entra la Malesia con questo affare, direte voi? L'accordo tra la Edof e la Link sarebbe «saltato», ha spiegato Pasquale Russo, direttore generale dell'ateneo, all'Adnkrons, per via dello scoppio di un grosso scandalo finanziario. Un oscuro affare che ha visto coinvolti il fondo malese 1Malaysia development berhad (1Mdb) e la Petrosaudi, azienda guidata da Tarek Obaid. Quest'ultimo fa parte del board della Edof in qualità di fondatore. Partito per finanziare opere pubbliche nello Stato del Sudest asiatico, 1Mdb si è trasformato in un pozzo senza fondo che ha causato la sparizione di 3 miliardi di dollari e le dimissioni del primo ministro malese Najib Razak. Nel 2009 la Petrosaudi aveva costituito una joint venture proprio con questo fondo e, notizia di una settimana fa, l'Alta corte malese ha stabilito che «molti dei soldi raccolti da 1Mdb» sarebbero «stati pompati nella Petrosaudi» anziché essere destinati a progetti di sviluppo.Nel carteggio tra Roh e la dirigenza della Link citato ieri dalla Verità, l'avvocato di Mifsud chiede conto della provenienza dei fondi della Edof: «Sembrerebbe che questi finanziamenti abbiano origine dalla 1Mdb. Per favore spiegate», scriveva il 6 giugno 2019 a Vanna Fadini (amministratore della Gem srl, società di gestione della Link) e a Russo. Più avanti sarà ancora più esplicito: «Quei soldi sono forse un compenso per il coinvolgimento nel Russiagate?». Soldi dalla Malesia per inquinare la politica americana, passando attraverso un professore maltese residente a Roma. Un'ipotesi suggestiva, ma, ovviamente, tutta da verificare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-legale-di-mifsud-i-nostri-007-spedirono-il-docente-a-matelica-2641311248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-vuole-conoscere-la-versione-di-carta" data-post-id="2641311248" data-published-at="1775460135" data-use-pagination="False"> Il Copasir vuole conoscere la versione di Carta Dopo aver ascoltato il premier, Giuseppe Conte (23 ottobre), il direttore del Dis, Gennaro Vecchione (il 29), e quello dell'Aisi, Mario Parente (6 novembre), il Copasir è pronto a sentire sul caso Russiagate - in cui è coinvolto il professore Joseph Mifsud - il numero uno dell'Aise, Luciano Carta. L'audizione è prevista per il 19, ma già domani il presidente, Raffaele Volpi, durante le comunicazioni a palazzo San Macuto, potrebbe fornire nuovi dettagli su come sta andando avanti l'indagine sui rapporti tra i nostri servizi segreti e quelli Usa. Al vaglio ci sono anche le rivelazioni che Stephan Roh, avvocato di Mifsud, sta facendo alla Verità. È probabile quindi che potrebbero esserci in calendario nuove audizioni dopo quella di Carta, che divenne numero due dell'Aise nel gennaio del 2017, durante il governo di Paolo Gentiloni. Il caso non è ancora chiuso insomma. Di sicuro fino adesso sia Conte, sia Vecchione sia Parente hanno tenuto la stessa linea. E al contrario di quello che ha sostenuto il ministro di giustizia Usa, William Barr («Il procuratore John Durham ritiene che in Italia ci siano informazioni utili sul caso»), tutti e tre hanno ribadito di fronte alla commissione parlamentare che la nostra intelligence è del tutto estranea al Russiagate. Non solo. Secondo la versione ufficiale infatti, gli incontri di Barr in agosto sia con Vecchione (il 15) sia con Carta e Parente, avrebbero escluso un coinvolgimento del nostro Paese in quello che negli Usa sostengono sia stato un complotto contro il presidente, Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton. Mifsud avrebbe partecipato all'operazione e sarebbe stato poi consigliato dai nostri 007 di scomparire. Durante l'ultima audizione, Parente avrebbe anche detto che non ci sarebbero state notizie sul professore maltese legato alla Link university di Roma, anche perché i nostri 007 non lo avrebbero considerato di interesse. La considerazione è di certo particolare. Anche perché Mifsud, oltre a essere vicino a un ateneo legato a doppio filo con la nostra intelligence, è ricercato in mezzo mondo dopo essere svanito nel nulla. Per di più, secondo il dossier dell'ex direttore dell'Fbi James Comey, il professore sarebbe una spia russa. Possibile che i nostri servizi non abbiano fatto approfondimenti su una potenziale spia sul nostro territorio nazionale? Di sicuro si sarebbe trattato di un agente segreto non banale, anche perché frequentava mezza classe politica e dirigenti di spessore della nostra intelligence. Inoltre, a quanto risulta alla Verità, Mifsud è consigliere di amministrazione della Biomas di Siracusa, una società che si occupa di industria alimentare e farmaceutica. Tra gli azionisti dell'azienda con il 6%, compare Marie Therese Triganza, maltese, il cui nome risulta titolare di svariate società offshore sull'isola, già toccata dallo scandalo Paradise paper, cioè i conti dello studio legale Appleby alle Bermuda.
Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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