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2019-11-12
«Ecco gli 007 italiani coinvolti nel Russiagate»
Da alcuni giorni, negli ambienti che contano, circola una domanda: chi è quell'importante 007 che a fine ottobre 2017 avrebbe contattato il presidente della Link campus university, Vincenzo Scotti, per raccomandarsi che il «professor» Joseph Mifsud, uno dei testimoni chiave del Russiagate, «sparisse»? Un'indicazione che sarebbe arrivata dopo che il docente maltese aveva rilasciato un'intervista a Repubblica, evidentemente non gradita dai suoi referenti o superiori, a cui era seguito un suo trasferimento forzato a Matelica, in provincia di Macerata.
Sabato, l'avvocato Stephan Claus Roh, difensore dello stesso Mifsud, con La Verità, aveva realizzato questo identikit: «Un capo dei servizi segreti italiani». Nelle scorse ore Roh ha aggiunto il nome che gli avrebbero fatto «fonti della Link»: Alberto Manenti, l'ex direttore dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna, l'uomo voluto da Matteo Renzi ai vertici del nostro controspionaggio. Oggi Manenti, generale dell'esercito in pensione, è un autorevole interlocutore dell'attuale governo sulla questione libica, ma anche un ascoltato esperto delle principali agenzie d'intelligence straniere (per esempio ha incontrato recentemente il direttore della Cia, Gina Haspel). Ma sentiamo Roh: «Il secondo uomo si chiama Manenti, me lo hanno detto fonti interne alla Link, ma io non ho prove». Poi ripete il nome: «Manenti, Manenti». Perché secondo uomo? «Per Mifsud era il secondo in gerarchia dei servizi segreti». In realtà qualcosa non torna, visto che all'epoca Manenti era il numero uno dell'Aise, a meno che non si voglia indicare come suo superiore il capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, la struttura del governo italiano che coordina i servizi segreti.
Chiediamo al legale: Mifsud è stato prelevato dal «secondo uomo» il giorno dopo che aveva parlato con Repubblica? «Esattamente. E spedito con una macchina direttamente a Matelica. Non è neppure potuto passare da casa, non ha potuto portare via i suoi effetti personali, è stato spedito lì e basta». Lo 007 era con lui in auto? «No, ma lo ha salutato».
Manenti con La Verità decide di riderci sopra: «Roh ha detto questo? Allora lo denunciamo, ah, ah. Vede la mia reazione? State attenti a non cascare in questo tranello perché chiaramente denuncerei tutti». Ma lei Mifsud lo ha mai incontrato? «La mia risposta è quella che le ho dato. Lei sa che ho preso l'impegno di non rilasciare nessun tipo di intervista per almeno un anno (dopo l'addio all'Aise, ndr), quindi io ricomincerò a parlare da gennaio. Per questo non vorrei rispondere a questa domanda, ma penso di averlo già fatto con quello che ho detto prima». Manenti, prima di chiudere la telefonata, ci rimugina un po': «Mi sembra strano che quel signore dica questa cosa». Gli facciamo notare che addirittura, secondo Roh, sarebbe stato presente al momento del trasferimento di Mifsud a Matelica: «Pensi che io non ho mai frequentato quell'ambiente, mai». Cioè quello della Link? «Mai. Completamente fuori dal mio campo». Quindi lei non andava in quell'università? «Assolutamente no». Dunque non conosceva Mifsud? «Mi pare evidente che non conoscessi nulla». Resta un mistero il motivo per cui «fonti della Link» avrebbero dovuto fare il nome di Manenti. Una vendetta contro un dirigente dei servizi che non aveva mai frequentato l'università? Oppure è Roh che ha voluto buttare quel nome nel calderone mediatico per rendere credibile l'ipotesi di un complotto anti Trump ordito da apparati democratici americani in combutta con il governo Renzi?
È evidente che intorno al Russiagate si stia combattendo una guerra fatta anche di veline e dossier e che l'epicentro di questo scontro sia Roma. Qui Mifsud aveva il suo ufficio quando, il giorno di Halloween del 2017, è sparito nel nulla. Ma in questo clima di veleni, fonti di intelligence, ci segnalano una pista complementare a quella italiana, che chiameremo «malese»: «L'intero Russiagate doveva basarsi su documenti falsificati e informazioni mistificate» è l'incipit della nostra gola profonda, secondo cui le autorità statunitensi nel 2016 avrebbero «saggiato» il governo italiano «sulla possibilità di coinvolgere i nostri servizi segreti in un'operazione di mistificazione per coprire Hillary Clinton e colpire, se ci fosse stata la necessità, Donald Trump, visto che indagini interne dell'amministrazione Usa avevano già compreso il rischio che il tycoon potesse rappresentare una sorpresa elettorale». Il piano doveva essere realizzato utilizzando «documenti falsi fatti circolare da canali malesi e maltesi fino all'Italia». Va bene Malta, ma, sorpresi, abbiamo chiesto alla fonte a quali canali malesi facesse riferimento, ma il nostro interlocutore non ha voluto aggiungere altro. E allora abbiamo iniziato a scavare da soli. E un collegamento lo abbiamo trovato.
Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, il ruolo principale di Mifsud alla Link (almeno ufficialmente) era quello di procacciatore di investitori per l'ateneo romano. Secondo quanto dichiarato da Roh alla Verità, dietro al «successo» rappresentato dall'accordo tra la Link e la Essam & Dalal Obaid foundation (Edof), il braccio culturale al servizio dell'omonima famiglia saudita, ci sarebbe proprio il suo assistito. Stando alla ricostruzione dell'avvocato tedesco, Mifsud sarebbe riuscito a convincere la Edof (e dunque gli Obaid) a finanziare il War and peace center, uno dei tanti centri di ricerca in seno alla Link. «Un accordo che prevedeva un finanziamento di 750.000 euro in tre anni, 250.000 all'anno, che servivano a pagare sei persone e tutte le spese», hanno spiegato dalla Lcu.
Ma che cosa c'entra la Malesia con questo affare, direte voi? L'accordo tra la Edof e la Link sarebbe «saltato», ha spiegato Pasquale Russo, direttore generale dell'ateneo, all'Adnkrons, per via dello scoppio di un grosso scandalo finanziario. Un oscuro affare che ha visto coinvolti il fondo malese 1Malaysia development berhad (1Mdb) e la Petrosaudi, azienda guidata da Tarek Obaid. Quest'ultimo fa parte del board della Edof in qualità di fondatore. Partito per finanziare opere pubbliche nello Stato del Sudest asiatico, 1Mdb si è trasformato in un pozzo senza fondo che ha causato la sparizione di 3 miliardi di dollari e le dimissioni del primo ministro malese Najib Razak. Nel 2009 la Petrosaudi aveva costituito una joint venture proprio con questo fondo e, notizia di una settimana fa, l'Alta corte malese ha stabilito che «molti dei soldi raccolti da 1Mdb» sarebbero «stati pompati nella Petrosaudi» anziché essere destinati a progetti di sviluppo.
Nel carteggio tra Roh e la dirigenza della Link citato ieri dalla Verità, l'avvocato di Mifsud chiede conto della provenienza dei fondi della Edof: «Sembrerebbe che questi finanziamenti abbiano origine dalla 1Mdb. Per favore spiegate», scriveva il 6 giugno 2019 a Vanna Fadini (amministratore della Gem srl, società di gestione della Link) e a Russo. Più avanti sarà ancora più esplicito: «Quei soldi sono forse un compenso per il coinvolgimento nel Russiagate?». Soldi dalla Malesia per inquinare la politica americana, passando attraverso un professore maltese residente a Roma. Un'ipotesi suggestiva, ma, ovviamente, tutta da verificare.
Il Copasir vuole conoscere la versione di Carta
Dopo aver ascoltato il premier, Giuseppe Conte (23 ottobre), il direttore del Dis, Gennaro Vecchione (il 29), e quello dell'Aisi, Mario Parente (6 novembre), il Copasir è pronto a sentire sul caso Russiagate - in cui è coinvolto il professore Joseph Mifsud - il numero uno dell'Aise, Luciano Carta. L'audizione è prevista per il 19, ma già domani il presidente, Raffaele Volpi, durante le comunicazioni a palazzo San Macuto, potrebbe fornire nuovi dettagli su come sta andando avanti l'indagine sui rapporti tra i nostri servizi segreti e quelli Usa. Al vaglio ci sono anche le rivelazioni che Stephan Roh, avvocato di Mifsud, sta facendo alla Verità. È probabile quindi che potrebbero esserci in calendario nuove audizioni dopo quella di Carta, che divenne numero due dell'Aise nel gennaio del 2017, durante il governo di Paolo Gentiloni.
Il caso non è ancora chiuso insomma. Di sicuro fino adesso sia Conte, sia Vecchione sia Parente hanno tenuto la stessa linea. E al contrario di quello che ha sostenuto il ministro di giustizia Usa, William Barr («Il procuratore John Durham ritiene che in Italia ci siano informazioni utili sul caso»), tutti e tre hanno ribadito di fronte alla commissione parlamentare che la nostra intelligence è del tutto estranea al Russiagate. Non solo. Secondo la versione ufficiale infatti, gli incontri di Barr in agosto sia con Vecchione (il 15) sia con Carta e Parente, avrebbero escluso un coinvolgimento del nostro Paese in quello che negli Usa sostengono sia stato un complotto contro il presidente, Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton. Mifsud avrebbe partecipato all'operazione e sarebbe stato poi consigliato dai nostri 007 di scomparire. Durante l'ultima audizione, Parente avrebbe anche detto che non ci sarebbero state notizie sul professore maltese legato alla Link university di Roma, anche perché i nostri 007 non lo avrebbero considerato di interesse. La considerazione è di certo particolare. Anche perché Mifsud, oltre a essere vicino a un ateneo legato a doppio filo con la nostra intelligence, è ricercato in mezzo mondo dopo essere svanito nel nulla.
Per di più, secondo il dossier dell'ex direttore dell'Fbi James Comey, il professore sarebbe una spia russa. Possibile che i nostri servizi non abbiano fatto approfondimenti su una potenziale spia sul nostro territorio nazionale? Di sicuro si sarebbe trattato di un agente segreto non banale, anche perché frequentava mezza classe politica e dirigenti di spessore della nostra intelligence. Inoltre, a quanto risulta alla Verità, Mifsud è consigliere di amministrazione della Biomas di Siracusa, una società che si occupa di industria alimentare e farmaceutica. Tra gli azionisti dell'azienda con il 6%, compare Marie Therese Triganza, maltese, il cui nome risulta titolare di svariate società offshore sull'isola, già toccata dallo scandalo Paradise paper, cioè i conti dello studio legale Appleby alle Bermuda.
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L'avvocato del professore maltese scomparso dichiara: «Fonti della Link mi hanno detto che a mettere il mio cliente sull'auto per Matelica è stato il capo dei servizi». Ma il generale smentisce tutto: «Non ho mai messo piede in quell'ateneo. Querelo».Tra una settimana il Copasir sentirà la versione dei nostri responsabili della sicurezza.Lo speciale contiene due articoli.Da alcuni giorni, negli ambienti che contano, circola una domanda: chi è quell'importante 007 che a fine ottobre 2017 avrebbe contattato il presidente della Link campus university, Vincenzo Scotti, per raccomandarsi che il «professor» Joseph Mifsud, uno dei testimoni chiave del Russiagate, «sparisse»? Un'indicazione che sarebbe arrivata dopo che il docente maltese aveva rilasciato un'intervista a Repubblica, evidentemente non gradita dai suoi referenti o superiori, a cui era seguito un suo trasferimento forzato a Matelica, in provincia di Macerata. Sabato, l'avvocato Stephan Claus Roh, difensore dello stesso Mifsud, con La Verità, aveva realizzato questo identikit: «Un capo dei servizi segreti italiani». Nelle scorse ore Roh ha aggiunto il nome che gli avrebbero fatto «fonti della Link»: Alberto Manenti, l'ex direttore dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna, l'uomo voluto da Matteo Renzi ai vertici del nostro controspionaggio. Oggi Manenti, generale dell'esercito in pensione, è un autorevole interlocutore dell'attuale governo sulla questione libica, ma anche un ascoltato esperto delle principali agenzie d'intelligence straniere (per esempio ha incontrato recentemente il direttore della Cia, Gina Haspel). Ma sentiamo Roh: «Il secondo uomo si chiama Manenti, me lo hanno detto fonti interne alla Link, ma io non ho prove». Poi ripete il nome: «Manenti, Manenti». Perché secondo uomo? «Per Mifsud era il secondo in gerarchia dei servizi segreti». In realtà qualcosa non torna, visto che all'epoca Manenti era il numero uno dell'Aise, a meno che non si voglia indicare come suo superiore il capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, la struttura del governo italiano che coordina i servizi segreti.Chiediamo al legale: Mifsud è stato prelevato dal «secondo uomo» il giorno dopo che aveva parlato con Repubblica? «Esattamente. E spedito con una macchina direttamente a Matelica. Non è neppure potuto passare da casa, non ha potuto portare via i suoi effetti personali, è stato spedito lì e basta». Lo 007 era con lui in auto? «No, ma lo ha salutato». Manenti con La Verità decide di riderci sopra: «Roh ha detto questo? Allora lo denunciamo, ah, ah. Vede la mia reazione? State attenti a non cascare in questo tranello perché chiaramente denuncerei tutti». Ma lei Mifsud lo ha mai incontrato? «La mia risposta è quella che le ho dato. Lei sa che ho preso l'impegno di non rilasciare nessun tipo di intervista per almeno un anno (dopo l'addio all'Aise, ndr), quindi io ricomincerò a parlare da gennaio. Per questo non vorrei rispondere a questa domanda, ma penso di averlo già fatto con quello che ho detto prima». Manenti, prima di chiudere la telefonata, ci rimugina un po': «Mi sembra strano che quel signore dica questa cosa». Gli facciamo notare che addirittura, secondo Roh, sarebbe stato presente al momento del trasferimento di Mifsud a Matelica: «Pensi che io non ho mai frequentato quell'ambiente, mai». Cioè quello della Link? «Mai. Completamente fuori dal mio campo». Quindi lei non andava in quell'università? «Assolutamente no». Dunque non conosceva Mifsud? «Mi pare evidente che non conoscessi nulla». Resta un mistero il motivo per cui «fonti della Link» avrebbero dovuto fare il nome di Manenti. Una vendetta contro un dirigente dei servizi che non aveva mai frequentato l'università? Oppure è Roh che ha voluto buttare quel nome nel calderone mediatico per rendere credibile l'ipotesi di un complotto anti Trump ordito da apparati democratici americani in combutta con il governo Renzi?È evidente che intorno al Russiagate si stia combattendo una guerra fatta anche di veline e dossier e che l'epicentro di questo scontro sia Roma. Qui Mifsud aveva il suo ufficio quando, il giorno di Halloween del 2017, è sparito nel nulla. Ma in questo clima di veleni, fonti di intelligence, ci segnalano una pista complementare a quella italiana, che chiameremo «malese»: «L'intero Russiagate doveva basarsi su documenti falsificati e informazioni mistificate» è l'incipit della nostra gola profonda, secondo cui le autorità statunitensi nel 2016 avrebbero «saggiato» il governo italiano «sulla possibilità di coinvolgere i nostri servizi segreti in un'operazione di mistificazione per coprire Hillary Clinton e colpire, se ci fosse stata la necessità, Donald Trump, visto che indagini interne dell'amministrazione Usa avevano già compreso il rischio che il tycoon potesse rappresentare una sorpresa elettorale». Il piano doveva essere realizzato utilizzando «documenti falsi fatti circolare da canali malesi e maltesi fino all'Italia». Va bene Malta, ma, sorpresi, abbiamo chiesto alla fonte a quali canali malesi facesse riferimento, ma il nostro interlocutore non ha voluto aggiungere altro. E allora abbiamo iniziato a scavare da soli. E un collegamento lo abbiamo trovato. Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, il ruolo principale di Mifsud alla Link (almeno ufficialmente) era quello di procacciatore di investitori per l'ateneo romano. Secondo quanto dichiarato da Roh alla Verità, dietro al «successo» rappresentato dall'accordo tra la Link e la Essam & Dalal Obaid foundation (Edof), il braccio culturale al servizio dell'omonima famiglia saudita, ci sarebbe proprio il suo assistito. Stando alla ricostruzione dell'avvocato tedesco, Mifsud sarebbe riuscito a convincere la Edof (e dunque gli Obaid) a finanziare il War and peace center, uno dei tanti centri di ricerca in seno alla Link. «Un accordo che prevedeva un finanziamento di 750.000 euro in tre anni, 250.000 all'anno, che servivano a pagare sei persone e tutte le spese», hanno spiegato dalla Lcu.Ma che cosa c'entra la Malesia con questo affare, direte voi? L'accordo tra la Edof e la Link sarebbe «saltato», ha spiegato Pasquale Russo, direttore generale dell'ateneo, all'Adnkrons, per via dello scoppio di un grosso scandalo finanziario. Un oscuro affare che ha visto coinvolti il fondo malese 1Malaysia development berhad (1Mdb) e la Petrosaudi, azienda guidata da Tarek Obaid. Quest'ultimo fa parte del board della Edof in qualità di fondatore. Partito per finanziare opere pubbliche nello Stato del Sudest asiatico, 1Mdb si è trasformato in un pozzo senza fondo che ha causato la sparizione di 3 miliardi di dollari e le dimissioni del primo ministro malese Najib Razak. Nel 2009 la Petrosaudi aveva costituito una joint venture proprio con questo fondo e, notizia di una settimana fa, l'Alta corte malese ha stabilito che «molti dei soldi raccolti da 1Mdb» sarebbero «stati pompati nella Petrosaudi» anziché essere destinati a progetti di sviluppo.Nel carteggio tra Roh e la dirigenza della Link citato ieri dalla Verità, l'avvocato di Mifsud chiede conto della provenienza dei fondi della Edof: «Sembrerebbe che questi finanziamenti abbiano origine dalla 1Mdb. Per favore spiegate», scriveva il 6 giugno 2019 a Vanna Fadini (amministratore della Gem srl, società di gestione della Link) e a Russo. Più avanti sarà ancora più esplicito: «Quei soldi sono forse un compenso per il coinvolgimento nel Russiagate?». Soldi dalla Malesia per inquinare la politica americana, passando attraverso un professore maltese residente a Roma. Un'ipotesi suggestiva, ma, ovviamente, tutta da verificare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-legale-di-mifsud-i-nostri-007-spedirono-il-docente-a-matelica-2641311248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-copasir-vuole-conoscere-la-versione-di-carta" data-post-id="2641311248" data-published-at="1767540441" data-use-pagination="False"> Il Copasir vuole conoscere la versione di Carta Dopo aver ascoltato il premier, Giuseppe Conte (23 ottobre), il direttore del Dis, Gennaro Vecchione (il 29), e quello dell'Aisi, Mario Parente (6 novembre), il Copasir è pronto a sentire sul caso Russiagate - in cui è coinvolto il professore Joseph Mifsud - il numero uno dell'Aise, Luciano Carta. L'audizione è prevista per il 19, ma già domani il presidente, Raffaele Volpi, durante le comunicazioni a palazzo San Macuto, potrebbe fornire nuovi dettagli su come sta andando avanti l'indagine sui rapporti tra i nostri servizi segreti e quelli Usa. Al vaglio ci sono anche le rivelazioni che Stephan Roh, avvocato di Mifsud, sta facendo alla Verità. È probabile quindi che potrebbero esserci in calendario nuove audizioni dopo quella di Carta, che divenne numero due dell'Aise nel gennaio del 2017, durante il governo di Paolo Gentiloni. Il caso non è ancora chiuso insomma. Di sicuro fino adesso sia Conte, sia Vecchione sia Parente hanno tenuto la stessa linea. E al contrario di quello che ha sostenuto il ministro di giustizia Usa, William Barr («Il procuratore John Durham ritiene che in Italia ci siano informazioni utili sul caso»), tutti e tre hanno ribadito di fronte alla commissione parlamentare che la nostra intelligence è del tutto estranea al Russiagate. Non solo. Secondo la versione ufficiale infatti, gli incontri di Barr in agosto sia con Vecchione (il 15) sia con Carta e Parente, avrebbero escluso un coinvolgimento del nostro Paese in quello che negli Usa sostengono sia stato un complotto contro il presidente, Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton. Mifsud avrebbe partecipato all'operazione e sarebbe stato poi consigliato dai nostri 007 di scomparire. Durante l'ultima audizione, Parente avrebbe anche detto che non ci sarebbero state notizie sul professore maltese legato alla Link university di Roma, anche perché i nostri 007 non lo avrebbero considerato di interesse. La considerazione è di certo particolare. Anche perché Mifsud, oltre a essere vicino a un ateneo legato a doppio filo con la nostra intelligence, è ricercato in mezzo mondo dopo essere svanito nel nulla. Per di più, secondo il dossier dell'ex direttore dell'Fbi James Comey, il professore sarebbe una spia russa. Possibile che i nostri servizi non abbiano fatto approfondimenti su una potenziale spia sul nostro territorio nazionale? Di sicuro si sarebbe trattato di un agente segreto non banale, anche perché frequentava mezza classe politica e dirigenti di spessore della nostra intelligence. Inoltre, a quanto risulta alla Verità, Mifsud è consigliere di amministrazione della Biomas di Siracusa, una società che si occupa di industria alimentare e farmaceutica. Tra gli azionisti dell'azienda con il 6%, compare Marie Therese Triganza, maltese, il cui nome risulta titolare di svariate società offshore sull'isola, già toccata dallo scandalo Paradise paper, cioè i conti dello studio legale Appleby alle Bermuda.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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