True
2020-05-25
Il lato oscuro del De Luca show
Vincenzo De Luca (Francesco Pecoraro/Getty Images)
È diventato la star del lockdown, il re dei social, lo sceriffo difensore degli interessi della Campania che quando meno te lo aspetti irrompe su Facebook, minacciando di intervenire con il lanciafiamme contro una festa di laurea che viola i divieti, di chiudere le frontiere a una «minacciosa» calata di lombardi infetti o ridicolizzando certi «vecchi cinghialoni» che fanno footing in mezzo alle famiglie. È il quotidiano show di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania. L'ultima trovata è il no secco all'accordo tra Stato e Regioni sulla libera circolazione sul territorio nazionale dal 3 giugno. Al grido di «non passa lo straniero untore», il governatore Pd ha puntato i piedi, deciso a far di testa sua. Il che vuol dire poter decidere anche l'ultimo giorno utile. Un piglio che comincia a infastidire anche il suo partito, poco tollerante verso certi protagonismi. Ma De Luca ha davanti l'orizzonte elettorale e tanta cortina fumogena serve a nascondere le magagne della sua legislatura e quelle emerse durante l'emergenza Covid.
Innanzitutto, serve a far dimenticare che a fine febbraio, mentre al Nord scoppiava la pandemia, lui esortava a non fare dell'allarmismo perché, disse, il coronavirus semmai «accompagna i novantaquattrenni, già malati, nell'ultimo viaggio». Salvo ricredersi di lì a breve, sposando in pieno la linea salviniana della chiusura totale. Il virus ha trovato il governo regionale totalmente impreparato, con un numero limitatissimo di posti letto in terapia intensiva, 335, che hanno reso la Regione ultima in Italia in relazione alla popolazione. Eppure, nei cinque anni di amministrazione, De Luca ha annunciato più volte, senza mai realizzarlo, il raddoppio dei posti letto. Dieci giorni fa ne ha promessi addirittura 800 entro l'autunno.
Un cronico ritardo sottolineato più volte, già prima del Covid, dall'opposizione. La consigliera regionale di Forza Italia Maria Grazia Di Scala, a gennaio, aveva invitato il governatore «a farsi un giro per gli ospedali» così da rendersi conto dell'effettivo adempimento dei Lea (i livelli essenziali di assistenza). «La Campania è l'unica regione d'Italia, con la Calabria, a registrare lo status di inadempienza», tuonavano gli azzurri in risposta alle sventolate di ottimismo del governatore. Il piano di rientro dal deficit da 9 miliardi, ultimato da De Luca, si è rivelato un capestro per il sistema sanitario campano. Ospedali chiusi, letti insufficienti, blocco del turn over, liste d'attesa infinite, reparti fatiscenti, condizioni igieniche da terzo mondo come testimoniano le immagini delle invasioni di formiche al San Giovanni Bosco di Napoli, dove a gennaio 2019 è anche crollato il soffitto della sala parto. Per non parlare dei cedimenti dell'ospedale Incurabili nel centro storico di Napoli. I tagli draconiani alla spesa si sono rovesciati sui malati peggiorando la qualità dell'assistenza. A febbraio 2017 la Campania aveva ricevuto fondi per effettuare lavori di ristrutturazione della rete ospedaliera ma, come denunciato dai 5 stelle, «le risorse non sono state utilizzate».
I malati preferiscono farsi curare al Nord. Nel 2018 la spesa sostenuta per la mobilità sanitaria in Campania è stata di 425.965.000 euro.
Non c'è da stupirsi se la Regione risulta ultima per tamponi in Italia, con un cambio di atteggiamento sui test rapidi sierologici bollati prima come «idiozia» per poi annunciarne un'applicazione di massa, inutile dirlo, mai realizzarla. «De Luca ha parlato di 300.000 test sierologici ma al momento non esiste un piano regionale specifico né ci sono fondi previsti in bilancio», afferma Nicola Molteni, coordinatore della Lega in Campania. «Piuttosto che preoccuparsi dell'approvvigionamento delle mascherine e di calmierarne i prezzi, De Luca ne ha inviate 2 per famiglia, sufficienti per pochi giorni, non conformi alle norme in quanto prive della certificazione CE, ma con il simbolo della Regione, quasi come un volantino elettorale». Molteni sottolinea anche l'altra grande operazione di spreco di denaro pubblico, ovvero «l'acquisto dei moduli di prefabbricato per i reparti Covid: spesi 15 milioni di fondi pubblici per presidi che non sono mai entrati in funzione e che ora giacciono fuori dagli ospedali. Su questa vicenda è in corso un'inchiesta condotta dai pm della Procura di Napoli Giuseppe Lucantonio e Mariella Di Mauro.
Ultimo caso è la gestione dei bandi Soresa, la società regionale per gli acquisti in sanità, finita sotto inchiesta della Procura per una gara con la quale è stato affidato a un laboratorio privato di Casalnuovo, in provincia di Napoli, il compito di processare i tamponi. L'accertamento è partito dopo gli esposti di altre imprese del settore poiché i tempi indicati dalla Regione per rispondere al bando sono risultati inferiori a 11 ore. Su quest'ultima vicenda pende anche un giudizio davanti al Tar».
La linea della chiusura senza se e senza ma, imposta da De Luca anche in contrasto con il governo, sta causando gravi contraccolpi all'economia della Regione. Nel frattempo, il governatore ha «mitragliato» la popolazione con un numero di ordinanze (48) e di chiarimenti (26) che non ha uguali in Italia, aumentando la confusione di famiglie e imprese. De Luca ha annunciato un piano economico-sociale di 900 milioni di euro, ma si tratta di «un riallineamento dei fondi regionali dirottati da altre voci di bilancio e rispalmati dai circa 1,4 miliardi di euro di fondi europei assegnati alla Campania per il periodo 2014-2020 e non spesi», fa notare Molteni. Il leghista indica altri casi di fondi già previsti e dirottati: «Il contributo una tantum destinato a professionisti e autonomi (una platea di 80.000 persone che nel 2019 ha avuto un reddito inferiore a 35.000 euro e per la quale il piano regionale prevede 80 milioni di bonus) altro non è che la misura annunciata dal governo con il decreto Cura Italia. Le risorse pari a 10.387.720 euro destinati alle fasce più deboli sono previste nel Fondo povertà nazionale e quindi già assegnate agli ambiti sociali di zona. Il bonus destinato ai soggetti con disabilità (oltre 30,5 milioni di euro) è già ricompreso nella programmazione Por-Fse 2014-2020 e riallineato allo stato emergenziale».
Non pago della polemica costante, De Luca si è scatenato pure contro il ministro Giuseppe Provenzano, suo collega di partito, per i fondi destinati al Mezzogiorno. «Alla Campania è stato accordato appena un terzo delle somme previste dal vuoto programma economico del governatore», afferma Molteni. «Le altre risorse sono vincolate e per ora ferme perché la Regione non ha ancora inviato al ministero le relazioni tecniche».
«Regione chiusa così i turisti stanno lontani»
«De Luca sta uccidendo il turismo. Abbiamo 75 alberghi di cui 7 extra lusso, che sono un richiamo a livello internazionale senza eguali, e un centinaio di ristoranti, ma sono tutti fermi, appesi alle decisioni del nostro governatore. Non si sa se il 3 giugno aprirà i confini della Campania. Intanto milioni vanno in fumo, per non parlare dei posti di lavoro stagionali persi». È un fiume in piena Michele De Lucia, sindaco di Positano. Il Comune, 4.000 abitanti, è la perla della Costiera amalfitana che tutto il mondo ci invidia. «Il lockdown è finito ma la normalità è ancora lontana. Tante attività hanno deciso di rinviare l'apertura perché mancano i turisti e accendere le luci ha un costo che è difficile coprire con gli incassi». A marzo, spiega De Lucia, «gli alberghi avevano tutto prenotato fino a novembre. La stagione dura a lungo. Con il Covid sono arrivate, a valanga, le disdette e ora con l'incertezza sull'apertura delle frontiere regionali stiamo subendo un danno economico incalcolabile. Tutto questo non ha senso»».
Positano come vive le decisioni di De Luca?
«Non è possibile ricominciare se il governatore parla di confini ancora chiusi. È assurdo non aprire neanche verso regioni che contano meno contagi della nostra. Non si può arrivare a ridosso della data fissata dal governo senza poter programmare. De Luca non può attendere il 2 giugno per dirci se possiamo accogliere i turisti italiani e stranieri. E magari addirittura allungare ancora la chiusura. Nel frattempo che facciamo? Gli alberghi devono continuare a respingere le prenotazioni? Chi si sposta dall'estero ma anche dall'Italia programma in anticipo, non decide all'ultimo momento».
Quant'è il giro d'affari del turismo a Positano?
«Abbiamo avuto tre anni favolosi. Nel 2019 oltre l'80% delle presenze è stata di stranieri e il 90% delle stanze sono state occupate da marzo a novembre. Quest'anno, prima della pandemia, gli alberghi avevano il tutto esaurito per la stagione estiva. Soltanto di tassa di soggiorno, l'anno scorso, abbiamo incassato 2 milioni di euro. E Positano conta 4.000 abitanti. Per l'accesso nell'area Ztl sono stati versati nelle casse comunali oltre 600.000 euro. Qui ci sono camere da oltre 5.000 euro a notte, contese dal jet set internazionale. Poi c'è il business dei matrimoni. L'anno scorso ne abbiamo avuti 100 soltanto di stranieri. Per ogni cerimonia vengono versati al Comune da 800 a 1.500 euro. Un paio di star americane avevano prenotato per celebrare le nozze a Positano ma hanno dovuto disdire. Per non parlare di ciò che si muove attorno a questi eventi, con ristoranti, catering, musica, fotografi, alberghi. Il 2019 è stato eccezionale, solo dal mare sono venuti 2 milioni di turisti con oltre 3.500 presenze al giorno. Tutti eravamo pronti per un altro anno di forte crescita. Poi la doccia fredda del virus. Ma i danni li fa anche il terrorismo mediatico».
Avete stimato a quanto ammontano i danni per le casse del Comune?
«Il Comune avrà circa 4 milioni di euro di mancati incassi. Ma la cifra è destinata ad aumentare se De Luca non apre».
E se il governatore dovesse prolungare lo stop, quali saranno le perdite per il vostro turismo?
«Difficile stimarle ma di sicuro ingenti. Alcuni alberghi l'anno scorso hanno fatturato anche 15 milioni di euro. Siamo un Comune piccolo ma con grandi interessi economici. Un albergatore mi diceva che una coppia aveva prenotato un soggiorno dal 4 all'11 giugno ma dopo aver sentito che De Luca forse non apre i confini, ha chiamato chiedendo di annullare. L'esercente ha tentato di convincerli sospendendo la penale in caso di disdetta all'ultimo momento, ma non so se attenderanno le decisioni del governatore. Casi come questo sono sempre più frequenti con l'avvicinarsi dell'estate. Gli albergatori ricevono tante chiamate dall'estero di persone che vorrebbero fissare un soggiorno anche perché qui non ci sono stati casi di contagio, ma chiedono certezze e nessuno di noi può darle. Le prenotazioni, anche se in forma ridotta, continuano ad arrivare. Vogliamo ripartire, abbiamo tutte le condizioni di sicurezza».
«È stato soltanto capace di tagliare»
«De Luca ha intensificato lo smantellamento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata. Se la Campania avesse avuto i numeri del contagio della Lombardia, sarebbe stata un'ecatombe. La pandemia ha colto la Regione totalmente impreparata. In cinque anni, tagli e depotenziamento della struttura ospedaliera hanno devastato la nostra sanità. Quando De Luca dice che nessuno dovrebbe recarsi al Nord per curarsi, perché la nostra sanità è la migliore in Italia, dimentica qualcosa ». Difficile arginare l'attacco di Valeria Ciarambino, battagliera capogruppo del M5s alla Regione Campania.
Cosa dimentica De Luca?
«Si parte dai tempi biblici delle liste d'attesa. Per una mammografia bisogna pazientare anche un anno e per interventi urologici e oculistici fino a tre anni. Per non parlare della chirurgia oncologica. I dati Agenas dicono che siamo primi in Italia per mortalità evitabile, per quella tumorale e materna. Manca una rete materna infantile, ictus e trauma. Siamo ultimi in Europa per aspettativa di vita, 7 anni più bassa. Questo è il frutto di un'opera scientifica di smantellamento della struttura ospedaliera».
De Luca ha spesso accusato il governo di non inviare i dispositivi di protezione in Campania. La Regione non doveva essere pronta per l'emergenza a prescindere dall'intervento di Roma?
«Proprio così. Secondo quanto stabilito dal Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale approvato nel 2006 dalla conferenza Stato-Regioni e, nel caso della Campania, in base a una delibera regionale del 2009, De Luca aveva l'obbligo di attuare una serie di iniziative di prevenzione e contenimento di una possibile emergenza fin dalla notizia di diffusione del Covid in Cina, cioè da dicembre 2019, un mese prima che il governo dichiarasse lo stato di emergenza e due mesi prima che il virus arrivasse in Campania. Se fosse intervenuto nei tempi indicati dalla delibera, sarebbe stato più semplice reperire i dispositivi. Ma De Luca ha fatto lo scaricabarile sul governo».
Quali erano le competenze della Regione?
«Da dicembre, nello stato di pre allerta, spettava alla Regione e non al governo adottare misure per limitare la trasmissione del contagio in scuole, case di riposo, uffici. Se si fosse provveduto in tempo a effettuare una ricognizione dei posti di terapia intensiva, avremmo saputo con mesi di anticipo che erano la metà di quelli necessari in condizioni normali e si poteva provvedere a crearne un numero adeguato in previsione dell'emergenza. De Luca per cinque anni è stato presidente di Regione e assessore alla sanità; in più, negli ultimi tre anni, commissario alla sanità, quindi plenipotenziario. In base al decreto ministeriale 70 in Campania avremmo dovuto avere circa 620 posti letto di terapia intensiva in condizioni normali. Con il Covid dovevano essere aumentati del 50% per la terapia intensiva e del 100% per la terapia subintensiva. Invece quando è scoppiata l'emergenza in Campania, c'erano solo 335 posti di terapia intensiva. È stato lui stesso a dichiarare questa cifra. In cinque anni De Luca ha attivato la metà dei posti di terapia intensiva che servivano in condizioni di normalità. Con i numeri della Lombardia, qui ci sarebbe stata un'ecatombe».
Di qui la rincorsa a mettere una toppa con gli ospedali prefabbricati?
«Esatto. Non potendo fare in 15 giorni ciò che non ha fatto in 5 anni, si è inventato una gara lampo da 18 milioni di euro per comprare tre ospedali prefabbricati da mettere a Napoli, Salerno e Caserta per incrementare i posti letto di terapia intensiva».
Non c'erano alternative?
«Certo. Noi dei 5 stelle gli abbiamo detto che queste risorse potevano essere utilizzate per migliorare le condizioni degli ospedali depotenziati nel tempo, come quelli di Agropoli e di San Gennaro, provvisti ancora di reparti per i casi gravi e di tutta l'impiantistica. Inoltre si poteva utilizzare il secondo policlinico di Napoli la cui struttura consente l'isolamento. De Luca ci ha risposto che siccome eravamo a fine febbraio, non c'erano i tempi per sistemare le strutture ospedaliere esistenti. Per fare presto i prefabbricati erano la soluzione ideale».
E si è fatto davvero presto?
«La consegna in piena operatività del modulo di Ponticelli a Napoli è avvenuta il 4 maggio, cioè quando i posti di terapia intensiva, grazie a Dio, non servivano più. Ora nel prefabbricato ci sono 5 pazienti di cui uno asintomatico. Se i moduli sono vuoti io sono ben felice. Ma è stato uno spreco di denaro pubblico che poteva migliorare la rete ospedaliera del territorio».
Continua a leggereRiduci
Aveva il record negativo di letti in terapia intensiva. Ha promesso di raddoppiarli e non l'ha fatto. Spende oltre 400 milioni per chi si cura al Nord. Ha regalato mascherine senza omologazione.«Regione chiusa così i turisti stanno lontani». Il sindaco di Positano Michele De Lucia: «Il governatore non fa altro che alimentare l'incertezza».«È stato soltanto capace di tagliare». La capogruppo dei 5 stelle in Regione Valeria Ciarambino: «Per tre anni è stato commissario alla sanità e ci ritroviamo con liste d'attesa eterne e l'aspettativa di vita più bassa d'Europa. Uno spreco gli ospedali prefabbricati anti Covid».Lo speciale contiene tre articoli. È diventato la star del lockdown, il re dei social, lo sceriffo difensore degli interessi della Campania che quando meno te lo aspetti irrompe su Facebook, minacciando di intervenire con il lanciafiamme contro una festa di laurea che viola i divieti, di chiudere le frontiere a una «minacciosa» calata di lombardi infetti o ridicolizzando certi «vecchi cinghialoni» che fanno footing in mezzo alle famiglie. È il quotidiano show di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania. L'ultima trovata è il no secco all'accordo tra Stato e Regioni sulla libera circolazione sul territorio nazionale dal 3 giugno. Al grido di «non passa lo straniero untore», il governatore Pd ha puntato i piedi, deciso a far di testa sua. Il che vuol dire poter decidere anche l'ultimo giorno utile. Un piglio che comincia a infastidire anche il suo partito, poco tollerante verso certi protagonismi. Ma De Luca ha davanti l'orizzonte elettorale e tanta cortina fumogena serve a nascondere le magagne della sua legislatura e quelle emerse durante l'emergenza Covid. Innanzitutto, serve a far dimenticare che a fine febbraio, mentre al Nord scoppiava la pandemia, lui esortava a non fare dell'allarmismo perché, disse, il coronavirus semmai «accompagna i novantaquattrenni, già malati, nell'ultimo viaggio». Salvo ricredersi di lì a breve, sposando in pieno la linea salviniana della chiusura totale. Il virus ha trovato il governo regionale totalmente impreparato, con un numero limitatissimo di posti letto in terapia intensiva, 335, che hanno reso la Regione ultima in Italia in relazione alla popolazione. Eppure, nei cinque anni di amministrazione, De Luca ha annunciato più volte, senza mai realizzarlo, il raddoppio dei posti letto. Dieci giorni fa ne ha promessi addirittura 800 entro l'autunno.Un cronico ritardo sottolineato più volte, già prima del Covid, dall'opposizione. La consigliera regionale di Forza Italia Maria Grazia Di Scala, a gennaio, aveva invitato il governatore «a farsi un giro per gli ospedali» così da rendersi conto dell'effettivo adempimento dei Lea (i livelli essenziali di assistenza). «La Campania è l'unica regione d'Italia, con la Calabria, a registrare lo status di inadempienza», tuonavano gli azzurri in risposta alle sventolate di ottimismo del governatore. Il piano di rientro dal deficit da 9 miliardi, ultimato da De Luca, si è rivelato un capestro per il sistema sanitario campano. Ospedali chiusi, letti insufficienti, blocco del turn over, liste d'attesa infinite, reparti fatiscenti, condizioni igieniche da terzo mondo come testimoniano le immagini delle invasioni di formiche al San Giovanni Bosco di Napoli, dove a gennaio 2019 è anche crollato il soffitto della sala parto. Per non parlare dei cedimenti dell'ospedale Incurabili nel centro storico di Napoli. I tagli draconiani alla spesa si sono rovesciati sui malati peggiorando la qualità dell'assistenza. A febbraio 2017 la Campania aveva ricevuto fondi per effettuare lavori di ristrutturazione della rete ospedaliera ma, come denunciato dai 5 stelle, «le risorse non sono state utilizzate». I malati preferiscono farsi curare al Nord. Nel 2018 la spesa sostenuta per la mobilità sanitaria in Campania è stata di 425.965.000 euro.Non c'è da stupirsi se la Regione risulta ultima per tamponi in Italia, con un cambio di atteggiamento sui test rapidi sierologici bollati prima come «idiozia» per poi annunciarne un'applicazione di massa, inutile dirlo, mai realizzarla. «De Luca ha parlato di 300.000 test sierologici ma al momento non esiste un piano regionale specifico né ci sono fondi previsti in bilancio», afferma Nicola Molteni, coordinatore della Lega in Campania. «Piuttosto che preoccuparsi dell'approvvigionamento delle mascherine e di calmierarne i prezzi, De Luca ne ha inviate 2 per famiglia, sufficienti per pochi giorni, non conformi alle norme in quanto prive della certificazione CE, ma con il simbolo della Regione, quasi come un volantino elettorale». Molteni sottolinea anche l'altra grande operazione di spreco di denaro pubblico, ovvero «l'acquisto dei moduli di prefabbricato per i reparti Covid: spesi 15 milioni di fondi pubblici per presidi che non sono mai entrati in funzione e che ora giacciono fuori dagli ospedali. Su questa vicenda è in corso un'inchiesta condotta dai pm della Procura di Napoli Giuseppe Lucantonio e Mariella Di Mauro.Ultimo caso è la gestione dei bandi Soresa, la società regionale per gli acquisti in sanità, finita sotto inchiesta della Procura per una gara con la quale è stato affidato a un laboratorio privato di Casalnuovo, in provincia di Napoli, il compito di processare i tamponi. L'accertamento è partito dopo gli esposti di altre imprese del settore poiché i tempi indicati dalla Regione per rispondere al bando sono risultati inferiori a 11 ore. Su quest'ultima vicenda pende anche un giudizio davanti al Tar».La linea della chiusura senza se e senza ma, imposta da De Luca anche in contrasto con il governo, sta causando gravi contraccolpi all'economia della Regione. Nel frattempo, il governatore ha «mitragliato» la popolazione con un numero di ordinanze (48) e di chiarimenti (26) che non ha uguali in Italia, aumentando la confusione di famiglie e imprese. De Luca ha annunciato un piano economico-sociale di 900 milioni di euro, ma si tratta di «un riallineamento dei fondi regionali dirottati da altre voci di bilancio e rispalmati dai circa 1,4 miliardi di euro di fondi europei assegnati alla Campania per il periodo 2014-2020 e non spesi», fa notare Molteni. Il leghista indica altri casi di fondi già previsti e dirottati: «Il contributo una tantum destinato a professionisti e autonomi (una platea di 80.000 persone che nel 2019 ha avuto un reddito inferiore a 35.000 euro e per la quale il piano regionale prevede 80 milioni di bonus) altro non è che la misura annunciata dal governo con il decreto Cura Italia. Le risorse pari a 10.387.720 euro destinati alle fasce più deboli sono previste nel Fondo povertà nazionale e quindi già assegnate agli ambiti sociali di zona. Il bonus destinato ai soggetti con disabilità (oltre 30,5 milioni di euro) è già ricompreso nella programmazione Por-Fse 2014-2020 e riallineato allo stato emergenziale». Non pago della polemica costante, De Luca si è scatenato pure contro il ministro Giuseppe Provenzano, suo collega di partito, per i fondi destinati al Mezzogiorno. «Alla Campania è stato accordato appena un terzo delle somme previste dal vuoto programma economico del governatore», afferma Molteni. «Le altre risorse sono vincolate e per ora ferme perché la Regione non ha ancora inviato al ministero le relazioni tecniche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-lato-oscuro-del-de-luca-show-2646076504.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="regione-chiusa-cosi-i-turisti-stanno-lontani" data-post-id="2646076504" data-published-at="1590349281" data-use-pagination="False"> «Regione chiusa così i turisti stanno lontani» «De Luca sta uccidendo il turismo. Abbiamo 75 alberghi di cui 7 extra lusso, che sono un richiamo a livello internazionale senza eguali, e un centinaio di ristoranti, ma sono tutti fermi, appesi alle decisioni del nostro governatore. Non si sa se il 3 giugno aprirà i confini della Campania. Intanto milioni vanno in fumo, per non parlare dei posti di lavoro stagionali persi». È un fiume in piena Michele De Lucia, sindaco di Positano. Il Comune, 4.000 abitanti, è la perla della Costiera amalfitana che tutto il mondo ci invidia. «Il lockdown è finito ma la normalità è ancora lontana. Tante attività hanno deciso di rinviare l'apertura perché mancano i turisti e accendere le luci ha un costo che è difficile coprire con gli incassi». A marzo, spiega De Lucia, «gli alberghi avevano tutto prenotato fino a novembre. La stagione dura a lungo. Con il Covid sono arrivate, a valanga, le disdette e ora con l'incertezza sull'apertura delle frontiere regionali stiamo subendo un danno economico incalcolabile. Tutto questo non ha senso»». Positano come vive le decisioni di De Luca? «Non è possibile ricominciare se il governatore parla di confini ancora chiusi. È assurdo non aprire neanche verso regioni che contano meno contagi della nostra. Non si può arrivare a ridosso della data fissata dal governo senza poter programmare. De Luca non può attendere il 2 giugno per dirci se possiamo accogliere i turisti italiani e stranieri. E magari addirittura allungare ancora la chiusura. Nel frattempo che facciamo? Gli alberghi devono continuare a respingere le prenotazioni? Chi si sposta dall'estero ma anche dall'Italia programma in anticipo, non decide all'ultimo momento». Quant'è il giro d'affari del turismo a Positano? «Abbiamo avuto tre anni favolosi. Nel 2019 oltre l'80% delle presenze è stata di stranieri e il 90% delle stanze sono state occupate da marzo a novembre. Quest'anno, prima della pandemia, gli alberghi avevano il tutto esaurito per la stagione estiva. Soltanto di tassa di soggiorno, l'anno scorso, abbiamo incassato 2 milioni di euro. E Positano conta 4.000 abitanti. Per l'accesso nell'area Ztl sono stati versati nelle casse comunali oltre 600.000 euro. Qui ci sono camere da oltre 5.000 euro a notte, contese dal jet set internazionale. Poi c'è il business dei matrimoni. L'anno scorso ne abbiamo avuti 100 soltanto di stranieri. Per ogni cerimonia vengono versati al Comune da 800 a 1.500 euro. Un paio di star americane avevano prenotato per celebrare le nozze a Positano ma hanno dovuto disdire. Per non parlare di ciò che si muove attorno a questi eventi, con ristoranti, catering, musica, fotografi, alberghi. Il 2019 è stato eccezionale, solo dal mare sono venuti 2 milioni di turisti con oltre 3.500 presenze al giorno. Tutti eravamo pronti per un altro anno di forte crescita. Poi la doccia fredda del virus. Ma i danni li fa anche il terrorismo mediatico». Avete stimato a quanto ammontano i danni per le casse del Comune? «Il Comune avrà circa 4 milioni di euro di mancati incassi. Ma la cifra è destinata ad aumentare se De Luca non apre». E se il governatore dovesse prolungare lo stop, quali saranno le perdite per il vostro turismo? «Difficile stimarle ma di sicuro ingenti. Alcuni alberghi l'anno scorso hanno fatturato anche 15 milioni di euro. Siamo un Comune piccolo ma con grandi interessi economici. Un albergatore mi diceva che una coppia aveva prenotato un soggiorno dal 4 all'11 giugno ma dopo aver sentito che De Luca forse non apre i confini, ha chiamato chiedendo di annullare. L'esercente ha tentato di convincerli sospendendo la penale in caso di disdetta all'ultimo momento, ma non so se attenderanno le decisioni del governatore. Casi come questo sono sempre più frequenti con l'avvicinarsi dell'estate. Gli albergatori ricevono tante chiamate dall'estero di persone che vorrebbero fissare un soggiorno anche perché qui non ci sono stati casi di contagio, ma chiedono certezze e nessuno di noi può darle. Le prenotazioni, anche se in forma ridotta, continuano ad arrivare. Vogliamo ripartire, abbiamo tutte le condizioni di sicurezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-lato-oscuro-del-de-luca-show-2646076504.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-stato-soltanto-capace-di-tagliare" data-post-id="2646076504" data-published-at="1590349281" data-use-pagination="False"> «È stato soltanto capace di tagliare» «De Luca ha intensificato lo smantellamento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata. Se la Campania avesse avuto i numeri del contagio della Lombardia, sarebbe stata un'ecatombe. La pandemia ha colto la Regione totalmente impreparata. In cinque anni, tagli e depotenziamento della struttura ospedaliera hanno devastato la nostra sanità. Quando De Luca dice che nessuno dovrebbe recarsi al Nord per curarsi, perché la nostra sanità è la migliore in Italia, dimentica qualcosa ». Difficile arginare l'attacco di Valeria Ciarambino, battagliera capogruppo del M5s alla Regione Campania. Cosa dimentica De Luca? «Si parte dai tempi biblici delle liste d'attesa. Per una mammografia bisogna pazientare anche un anno e per interventi urologici e oculistici fino a tre anni. Per non parlare della chirurgia oncologica. I dati Agenas dicono che siamo primi in Italia per mortalità evitabile, per quella tumorale e materna. Manca una rete materna infantile, ictus e trauma. Siamo ultimi in Europa per aspettativa di vita, 7 anni più bassa. Questo è il frutto di un'opera scientifica di smantellamento della struttura ospedaliera». De Luca ha spesso accusato il governo di non inviare i dispositivi di protezione in Campania. La Regione non doveva essere pronta per l'emergenza a prescindere dall'intervento di Roma? «Proprio così. Secondo quanto stabilito dal Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale approvato nel 2006 dalla conferenza Stato-Regioni e, nel caso della Campania, in base a una delibera regionale del 2009, De Luca aveva l'obbligo di attuare una serie di iniziative di prevenzione e contenimento di una possibile emergenza fin dalla notizia di diffusione del Covid in Cina, cioè da dicembre 2019, un mese prima che il governo dichiarasse lo stato di emergenza e due mesi prima che il virus arrivasse in Campania. Se fosse intervenuto nei tempi indicati dalla delibera, sarebbe stato più semplice reperire i dispositivi. Ma De Luca ha fatto lo scaricabarile sul governo». Quali erano le competenze della Regione? «Da dicembre, nello stato di pre allerta, spettava alla Regione e non al governo adottare misure per limitare la trasmissione del contagio in scuole, case di riposo, uffici. Se si fosse provveduto in tempo a effettuare una ricognizione dei posti di terapia intensiva, avremmo saputo con mesi di anticipo che erano la metà di quelli necessari in condizioni normali e si poteva provvedere a crearne un numero adeguato in previsione dell'emergenza. De Luca per cinque anni è stato presidente di Regione e assessore alla sanità; in più, negli ultimi tre anni, commissario alla sanità, quindi plenipotenziario. In base al decreto ministeriale 70 in Campania avremmo dovuto avere circa 620 posti letto di terapia intensiva in condizioni normali. Con il Covid dovevano essere aumentati del 50% per la terapia intensiva e del 100% per la terapia subintensiva. Invece quando è scoppiata l'emergenza in Campania, c'erano solo 335 posti di terapia intensiva. È stato lui stesso a dichiarare questa cifra. In cinque anni De Luca ha attivato la metà dei posti di terapia intensiva che servivano in condizioni di normalità. Con i numeri della Lombardia, qui ci sarebbe stata un'ecatombe». Di qui la rincorsa a mettere una toppa con gli ospedali prefabbricati? «Esatto. Non potendo fare in 15 giorni ciò che non ha fatto in 5 anni, si è inventato una gara lampo da 18 milioni di euro per comprare tre ospedali prefabbricati da mettere a Napoli, Salerno e Caserta per incrementare i posti letto di terapia intensiva». Non c'erano alternative? «Certo. Noi dei 5 stelle gli abbiamo detto che queste risorse potevano essere utilizzate per migliorare le condizioni degli ospedali depotenziati nel tempo, come quelli di Agropoli e di San Gennaro, provvisti ancora di reparti per i casi gravi e di tutta l'impiantistica. Inoltre si poteva utilizzare il secondo policlinico di Napoli la cui struttura consente l'isolamento. De Luca ci ha risposto che siccome eravamo a fine febbraio, non c'erano i tempi per sistemare le strutture ospedaliere esistenti. Per fare presto i prefabbricati erano la soluzione ideale». E si è fatto davvero presto? «La consegna in piena operatività del modulo di Ponticelli a Napoli è avvenuta il 4 maggio, cioè quando i posti di terapia intensiva, grazie a Dio, non servivano più. Ora nel prefabbricato ci sono 5 pazienti di cui uno asintomatico. Se i moduli sono vuoti io sono ben felice. Ma è stato uno spreco di denaro pubblico che poteva migliorare la rete ospedaliera del territorio».
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Continua a leggereRiduci