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2020-05-25
Il lato oscuro del De Luca show
Vincenzo De Luca (Francesco Pecoraro/Getty Images)
È diventato la star del lockdown, il re dei social, lo sceriffo difensore degli interessi della Campania che quando meno te lo aspetti irrompe su Facebook, minacciando di intervenire con il lanciafiamme contro una festa di laurea che viola i divieti, di chiudere le frontiere a una «minacciosa» calata di lombardi infetti o ridicolizzando certi «vecchi cinghialoni» che fanno footing in mezzo alle famiglie. È il quotidiano show di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania. L'ultima trovata è il no secco all'accordo tra Stato e Regioni sulla libera circolazione sul territorio nazionale dal 3 giugno. Al grido di «non passa lo straniero untore», il governatore Pd ha puntato i piedi, deciso a far di testa sua. Il che vuol dire poter decidere anche l'ultimo giorno utile. Un piglio che comincia a infastidire anche il suo partito, poco tollerante verso certi protagonismi. Ma De Luca ha davanti l'orizzonte elettorale e tanta cortina fumogena serve a nascondere le magagne della sua legislatura e quelle emerse durante l'emergenza Covid.
Innanzitutto, serve a far dimenticare che a fine febbraio, mentre al Nord scoppiava la pandemia, lui esortava a non fare dell'allarmismo perché, disse, il coronavirus semmai «accompagna i novantaquattrenni, già malati, nell'ultimo viaggio». Salvo ricredersi di lì a breve, sposando in pieno la linea salviniana della chiusura totale. Il virus ha trovato il governo regionale totalmente impreparato, con un numero limitatissimo di posti letto in terapia intensiva, 335, che hanno reso la Regione ultima in Italia in relazione alla popolazione. Eppure, nei cinque anni di amministrazione, De Luca ha annunciato più volte, senza mai realizzarlo, il raddoppio dei posti letto. Dieci giorni fa ne ha promessi addirittura 800 entro l'autunno.
Un cronico ritardo sottolineato più volte, già prima del Covid, dall'opposizione. La consigliera regionale di Forza Italia Maria Grazia Di Scala, a gennaio, aveva invitato il governatore «a farsi un giro per gli ospedali» così da rendersi conto dell'effettivo adempimento dei Lea (i livelli essenziali di assistenza). «La Campania è l'unica regione d'Italia, con la Calabria, a registrare lo status di inadempienza», tuonavano gli azzurri in risposta alle sventolate di ottimismo del governatore. Il piano di rientro dal deficit da 9 miliardi, ultimato da De Luca, si è rivelato un capestro per il sistema sanitario campano. Ospedali chiusi, letti insufficienti, blocco del turn over, liste d'attesa infinite, reparti fatiscenti, condizioni igieniche da terzo mondo come testimoniano le immagini delle invasioni di formiche al San Giovanni Bosco di Napoli, dove a gennaio 2019 è anche crollato il soffitto della sala parto. Per non parlare dei cedimenti dell'ospedale Incurabili nel centro storico di Napoli. I tagli draconiani alla spesa si sono rovesciati sui malati peggiorando la qualità dell'assistenza. A febbraio 2017 la Campania aveva ricevuto fondi per effettuare lavori di ristrutturazione della rete ospedaliera ma, come denunciato dai 5 stelle, «le risorse non sono state utilizzate».
I malati preferiscono farsi curare al Nord. Nel 2018 la spesa sostenuta per la mobilità sanitaria in Campania è stata di 425.965.000 euro.
Non c'è da stupirsi se la Regione risulta ultima per tamponi in Italia, con un cambio di atteggiamento sui test rapidi sierologici bollati prima come «idiozia» per poi annunciarne un'applicazione di massa, inutile dirlo, mai realizzarla. «De Luca ha parlato di 300.000 test sierologici ma al momento non esiste un piano regionale specifico né ci sono fondi previsti in bilancio», afferma Nicola Molteni, coordinatore della Lega in Campania. «Piuttosto che preoccuparsi dell'approvvigionamento delle mascherine e di calmierarne i prezzi, De Luca ne ha inviate 2 per famiglia, sufficienti per pochi giorni, non conformi alle norme in quanto prive della certificazione CE, ma con il simbolo della Regione, quasi come un volantino elettorale». Molteni sottolinea anche l'altra grande operazione di spreco di denaro pubblico, ovvero «l'acquisto dei moduli di prefabbricato per i reparti Covid: spesi 15 milioni di fondi pubblici per presidi che non sono mai entrati in funzione e che ora giacciono fuori dagli ospedali. Su questa vicenda è in corso un'inchiesta condotta dai pm della Procura di Napoli Giuseppe Lucantonio e Mariella Di Mauro.
Ultimo caso è la gestione dei bandi Soresa, la società regionale per gli acquisti in sanità, finita sotto inchiesta della Procura per una gara con la quale è stato affidato a un laboratorio privato di Casalnuovo, in provincia di Napoli, il compito di processare i tamponi. L'accertamento è partito dopo gli esposti di altre imprese del settore poiché i tempi indicati dalla Regione per rispondere al bando sono risultati inferiori a 11 ore. Su quest'ultima vicenda pende anche un giudizio davanti al Tar».
La linea della chiusura senza se e senza ma, imposta da De Luca anche in contrasto con il governo, sta causando gravi contraccolpi all'economia della Regione. Nel frattempo, il governatore ha «mitragliato» la popolazione con un numero di ordinanze (48) e di chiarimenti (26) che non ha uguali in Italia, aumentando la confusione di famiglie e imprese. De Luca ha annunciato un piano economico-sociale di 900 milioni di euro, ma si tratta di «un riallineamento dei fondi regionali dirottati da altre voci di bilancio e rispalmati dai circa 1,4 miliardi di euro di fondi europei assegnati alla Campania per il periodo 2014-2020 e non spesi», fa notare Molteni. Il leghista indica altri casi di fondi già previsti e dirottati: «Il contributo una tantum destinato a professionisti e autonomi (una platea di 80.000 persone che nel 2019 ha avuto un reddito inferiore a 35.000 euro e per la quale il piano regionale prevede 80 milioni di bonus) altro non è che la misura annunciata dal governo con il decreto Cura Italia. Le risorse pari a 10.387.720 euro destinati alle fasce più deboli sono previste nel Fondo povertà nazionale e quindi già assegnate agli ambiti sociali di zona. Il bonus destinato ai soggetti con disabilità (oltre 30,5 milioni di euro) è già ricompreso nella programmazione Por-Fse 2014-2020 e riallineato allo stato emergenziale».
Non pago della polemica costante, De Luca si è scatenato pure contro il ministro Giuseppe Provenzano, suo collega di partito, per i fondi destinati al Mezzogiorno. «Alla Campania è stato accordato appena un terzo delle somme previste dal vuoto programma economico del governatore», afferma Molteni. «Le altre risorse sono vincolate e per ora ferme perché la Regione non ha ancora inviato al ministero le relazioni tecniche».
«Regione chiusa così i turisti stanno lontani»
«De Luca sta uccidendo il turismo. Abbiamo 75 alberghi di cui 7 extra lusso, che sono un richiamo a livello internazionale senza eguali, e un centinaio di ristoranti, ma sono tutti fermi, appesi alle decisioni del nostro governatore. Non si sa se il 3 giugno aprirà i confini della Campania. Intanto milioni vanno in fumo, per non parlare dei posti di lavoro stagionali persi». È un fiume in piena Michele De Lucia, sindaco di Positano. Il Comune, 4.000 abitanti, è la perla della Costiera amalfitana che tutto il mondo ci invidia. «Il lockdown è finito ma la normalità è ancora lontana. Tante attività hanno deciso di rinviare l'apertura perché mancano i turisti e accendere le luci ha un costo che è difficile coprire con gli incassi». A marzo, spiega De Lucia, «gli alberghi avevano tutto prenotato fino a novembre. La stagione dura a lungo. Con il Covid sono arrivate, a valanga, le disdette e ora con l'incertezza sull'apertura delle frontiere regionali stiamo subendo un danno economico incalcolabile. Tutto questo non ha senso»».
Positano come vive le decisioni di De Luca?
«Non è possibile ricominciare se il governatore parla di confini ancora chiusi. È assurdo non aprire neanche verso regioni che contano meno contagi della nostra. Non si può arrivare a ridosso della data fissata dal governo senza poter programmare. De Luca non può attendere il 2 giugno per dirci se possiamo accogliere i turisti italiani e stranieri. E magari addirittura allungare ancora la chiusura. Nel frattempo che facciamo? Gli alberghi devono continuare a respingere le prenotazioni? Chi si sposta dall'estero ma anche dall'Italia programma in anticipo, non decide all'ultimo momento».
Quant'è il giro d'affari del turismo a Positano?
«Abbiamo avuto tre anni favolosi. Nel 2019 oltre l'80% delle presenze è stata di stranieri e il 90% delle stanze sono state occupate da marzo a novembre. Quest'anno, prima della pandemia, gli alberghi avevano il tutto esaurito per la stagione estiva. Soltanto di tassa di soggiorno, l'anno scorso, abbiamo incassato 2 milioni di euro. E Positano conta 4.000 abitanti. Per l'accesso nell'area Ztl sono stati versati nelle casse comunali oltre 600.000 euro. Qui ci sono camere da oltre 5.000 euro a notte, contese dal jet set internazionale. Poi c'è il business dei matrimoni. L'anno scorso ne abbiamo avuti 100 soltanto di stranieri. Per ogni cerimonia vengono versati al Comune da 800 a 1.500 euro. Un paio di star americane avevano prenotato per celebrare le nozze a Positano ma hanno dovuto disdire. Per non parlare di ciò che si muove attorno a questi eventi, con ristoranti, catering, musica, fotografi, alberghi. Il 2019 è stato eccezionale, solo dal mare sono venuti 2 milioni di turisti con oltre 3.500 presenze al giorno. Tutti eravamo pronti per un altro anno di forte crescita. Poi la doccia fredda del virus. Ma i danni li fa anche il terrorismo mediatico».
Avete stimato a quanto ammontano i danni per le casse del Comune?
«Il Comune avrà circa 4 milioni di euro di mancati incassi. Ma la cifra è destinata ad aumentare se De Luca non apre».
E se il governatore dovesse prolungare lo stop, quali saranno le perdite per il vostro turismo?
«Difficile stimarle ma di sicuro ingenti. Alcuni alberghi l'anno scorso hanno fatturato anche 15 milioni di euro. Siamo un Comune piccolo ma con grandi interessi economici. Un albergatore mi diceva che una coppia aveva prenotato un soggiorno dal 4 all'11 giugno ma dopo aver sentito che De Luca forse non apre i confini, ha chiamato chiedendo di annullare. L'esercente ha tentato di convincerli sospendendo la penale in caso di disdetta all'ultimo momento, ma non so se attenderanno le decisioni del governatore. Casi come questo sono sempre più frequenti con l'avvicinarsi dell'estate. Gli albergatori ricevono tante chiamate dall'estero di persone che vorrebbero fissare un soggiorno anche perché qui non ci sono stati casi di contagio, ma chiedono certezze e nessuno di noi può darle. Le prenotazioni, anche se in forma ridotta, continuano ad arrivare. Vogliamo ripartire, abbiamo tutte le condizioni di sicurezza».
«È stato soltanto capace di tagliare»
«De Luca ha intensificato lo smantellamento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata. Se la Campania avesse avuto i numeri del contagio della Lombardia, sarebbe stata un'ecatombe. La pandemia ha colto la Regione totalmente impreparata. In cinque anni, tagli e depotenziamento della struttura ospedaliera hanno devastato la nostra sanità. Quando De Luca dice che nessuno dovrebbe recarsi al Nord per curarsi, perché la nostra sanità è la migliore in Italia, dimentica qualcosa ». Difficile arginare l'attacco di Valeria Ciarambino, battagliera capogruppo del M5s alla Regione Campania.
Cosa dimentica De Luca?
«Si parte dai tempi biblici delle liste d'attesa. Per una mammografia bisogna pazientare anche un anno e per interventi urologici e oculistici fino a tre anni. Per non parlare della chirurgia oncologica. I dati Agenas dicono che siamo primi in Italia per mortalità evitabile, per quella tumorale e materna. Manca una rete materna infantile, ictus e trauma. Siamo ultimi in Europa per aspettativa di vita, 7 anni più bassa. Questo è il frutto di un'opera scientifica di smantellamento della struttura ospedaliera».
De Luca ha spesso accusato il governo di non inviare i dispositivi di protezione in Campania. La Regione non doveva essere pronta per l'emergenza a prescindere dall'intervento di Roma?
«Proprio così. Secondo quanto stabilito dal Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale approvato nel 2006 dalla conferenza Stato-Regioni e, nel caso della Campania, in base a una delibera regionale del 2009, De Luca aveva l'obbligo di attuare una serie di iniziative di prevenzione e contenimento di una possibile emergenza fin dalla notizia di diffusione del Covid in Cina, cioè da dicembre 2019, un mese prima che il governo dichiarasse lo stato di emergenza e due mesi prima che il virus arrivasse in Campania. Se fosse intervenuto nei tempi indicati dalla delibera, sarebbe stato più semplice reperire i dispositivi. Ma De Luca ha fatto lo scaricabarile sul governo».
Quali erano le competenze della Regione?
«Da dicembre, nello stato di pre allerta, spettava alla Regione e non al governo adottare misure per limitare la trasmissione del contagio in scuole, case di riposo, uffici. Se si fosse provveduto in tempo a effettuare una ricognizione dei posti di terapia intensiva, avremmo saputo con mesi di anticipo che erano la metà di quelli necessari in condizioni normali e si poteva provvedere a crearne un numero adeguato in previsione dell'emergenza. De Luca per cinque anni è stato presidente di Regione e assessore alla sanità; in più, negli ultimi tre anni, commissario alla sanità, quindi plenipotenziario. In base al decreto ministeriale 70 in Campania avremmo dovuto avere circa 620 posti letto di terapia intensiva in condizioni normali. Con il Covid dovevano essere aumentati del 50% per la terapia intensiva e del 100% per la terapia subintensiva. Invece quando è scoppiata l'emergenza in Campania, c'erano solo 335 posti di terapia intensiva. È stato lui stesso a dichiarare questa cifra. In cinque anni De Luca ha attivato la metà dei posti di terapia intensiva che servivano in condizioni di normalità. Con i numeri della Lombardia, qui ci sarebbe stata un'ecatombe».
Di qui la rincorsa a mettere una toppa con gli ospedali prefabbricati?
«Esatto. Non potendo fare in 15 giorni ciò che non ha fatto in 5 anni, si è inventato una gara lampo da 18 milioni di euro per comprare tre ospedali prefabbricati da mettere a Napoli, Salerno e Caserta per incrementare i posti letto di terapia intensiva».
Non c'erano alternative?
«Certo. Noi dei 5 stelle gli abbiamo detto che queste risorse potevano essere utilizzate per migliorare le condizioni degli ospedali depotenziati nel tempo, come quelli di Agropoli e di San Gennaro, provvisti ancora di reparti per i casi gravi e di tutta l'impiantistica. Inoltre si poteva utilizzare il secondo policlinico di Napoli la cui struttura consente l'isolamento. De Luca ci ha risposto che siccome eravamo a fine febbraio, non c'erano i tempi per sistemare le strutture ospedaliere esistenti. Per fare presto i prefabbricati erano la soluzione ideale».
E si è fatto davvero presto?
«La consegna in piena operatività del modulo di Ponticelli a Napoli è avvenuta il 4 maggio, cioè quando i posti di terapia intensiva, grazie a Dio, non servivano più. Ora nel prefabbricato ci sono 5 pazienti di cui uno asintomatico. Se i moduli sono vuoti io sono ben felice. Ma è stato uno spreco di denaro pubblico che poteva migliorare la rete ospedaliera del territorio».
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Aveva il record negativo di letti in terapia intensiva. Ha promesso di raddoppiarli e non l'ha fatto. Spende oltre 400 milioni per chi si cura al Nord. Ha regalato mascherine senza omologazione.«Regione chiusa così i turisti stanno lontani». Il sindaco di Positano Michele De Lucia: «Il governatore non fa altro che alimentare l'incertezza».«È stato soltanto capace di tagliare». La capogruppo dei 5 stelle in Regione Valeria Ciarambino: «Per tre anni è stato commissario alla sanità e ci ritroviamo con liste d'attesa eterne e l'aspettativa di vita più bassa d'Europa. Uno spreco gli ospedali prefabbricati anti Covid».Lo speciale contiene tre articoli. È diventato la star del lockdown, il re dei social, lo sceriffo difensore degli interessi della Campania che quando meno te lo aspetti irrompe su Facebook, minacciando di intervenire con il lanciafiamme contro una festa di laurea che viola i divieti, di chiudere le frontiere a una «minacciosa» calata di lombardi infetti o ridicolizzando certi «vecchi cinghialoni» che fanno footing in mezzo alle famiglie. È il quotidiano show di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania. L'ultima trovata è il no secco all'accordo tra Stato e Regioni sulla libera circolazione sul territorio nazionale dal 3 giugno. Al grido di «non passa lo straniero untore», il governatore Pd ha puntato i piedi, deciso a far di testa sua. Il che vuol dire poter decidere anche l'ultimo giorno utile. Un piglio che comincia a infastidire anche il suo partito, poco tollerante verso certi protagonismi. Ma De Luca ha davanti l'orizzonte elettorale e tanta cortina fumogena serve a nascondere le magagne della sua legislatura e quelle emerse durante l'emergenza Covid. Innanzitutto, serve a far dimenticare che a fine febbraio, mentre al Nord scoppiava la pandemia, lui esortava a non fare dell'allarmismo perché, disse, il coronavirus semmai «accompagna i novantaquattrenni, già malati, nell'ultimo viaggio». Salvo ricredersi di lì a breve, sposando in pieno la linea salviniana della chiusura totale. Il virus ha trovato il governo regionale totalmente impreparato, con un numero limitatissimo di posti letto in terapia intensiva, 335, che hanno reso la Regione ultima in Italia in relazione alla popolazione. Eppure, nei cinque anni di amministrazione, De Luca ha annunciato più volte, senza mai realizzarlo, il raddoppio dei posti letto. Dieci giorni fa ne ha promessi addirittura 800 entro l'autunno.Un cronico ritardo sottolineato più volte, già prima del Covid, dall'opposizione. La consigliera regionale di Forza Italia Maria Grazia Di Scala, a gennaio, aveva invitato il governatore «a farsi un giro per gli ospedali» così da rendersi conto dell'effettivo adempimento dei Lea (i livelli essenziali di assistenza). «La Campania è l'unica regione d'Italia, con la Calabria, a registrare lo status di inadempienza», tuonavano gli azzurri in risposta alle sventolate di ottimismo del governatore. Il piano di rientro dal deficit da 9 miliardi, ultimato da De Luca, si è rivelato un capestro per il sistema sanitario campano. Ospedali chiusi, letti insufficienti, blocco del turn over, liste d'attesa infinite, reparti fatiscenti, condizioni igieniche da terzo mondo come testimoniano le immagini delle invasioni di formiche al San Giovanni Bosco di Napoli, dove a gennaio 2019 è anche crollato il soffitto della sala parto. Per non parlare dei cedimenti dell'ospedale Incurabili nel centro storico di Napoli. I tagli draconiani alla spesa si sono rovesciati sui malati peggiorando la qualità dell'assistenza. A febbraio 2017 la Campania aveva ricevuto fondi per effettuare lavori di ristrutturazione della rete ospedaliera ma, come denunciato dai 5 stelle, «le risorse non sono state utilizzate». I malati preferiscono farsi curare al Nord. Nel 2018 la spesa sostenuta per la mobilità sanitaria in Campania è stata di 425.965.000 euro.Non c'è da stupirsi se la Regione risulta ultima per tamponi in Italia, con un cambio di atteggiamento sui test rapidi sierologici bollati prima come «idiozia» per poi annunciarne un'applicazione di massa, inutile dirlo, mai realizzarla. «De Luca ha parlato di 300.000 test sierologici ma al momento non esiste un piano regionale specifico né ci sono fondi previsti in bilancio», afferma Nicola Molteni, coordinatore della Lega in Campania. «Piuttosto che preoccuparsi dell'approvvigionamento delle mascherine e di calmierarne i prezzi, De Luca ne ha inviate 2 per famiglia, sufficienti per pochi giorni, non conformi alle norme in quanto prive della certificazione CE, ma con il simbolo della Regione, quasi come un volantino elettorale». Molteni sottolinea anche l'altra grande operazione di spreco di denaro pubblico, ovvero «l'acquisto dei moduli di prefabbricato per i reparti Covid: spesi 15 milioni di fondi pubblici per presidi che non sono mai entrati in funzione e che ora giacciono fuori dagli ospedali. Su questa vicenda è in corso un'inchiesta condotta dai pm della Procura di Napoli Giuseppe Lucantonio e Mariella Di Mauro.Ultimo caso è la gestione dei bandi Soresa, la società regionale per gli acquisti in sanità, finita sotto inchiesta della Procura per una gara con la quale è stato affidato a un laboratorio privato di Casalnuovo, in provincia di Napoli, il compito di processare i tamponi. L'accertamento è partito dopo gli esposti di altre imprese del settore poiché i tempi indicati dalla Regione per rispondere al bando sono risultati inferiori a 11 ore. Su quest'ultima vicenda pende anche un giudizio davanti al Tar».La linea della chiusura senza se e senza ma, imposta da De Luca anche in contrasto con il governo, sta causando gravi contraccolpi all'economia della Regione. Nel frattempo, il governatore ha «mitragliato» la popolazione con un numero di ordinanze (48) e di chiarimenti (26) che non ha uguali in Italia, aumentando la confusione di famiglie e imprese. De Luca ha annunciato un piano economico-sociale di 900 milioni di euro, ma si tratta di «un riallineamento dei fondi regionali dirottati da altre voci di bilancio e rispalmati dai circa 1,4 miliardi di euro di fondi europei assegnati alla Campania per il periodo 2014-2020 e non spesi», fa notare Molteni. Il leghista indica altri casi di fondi già previsti e dirottati: «Il contributo una tantum destinato a professionisti e autonomi (una platea di 80.000 persone che nel 2019 ha avuto un reddito inferiore a 35.000 euro e per la quale il piano regionale prevede 80 milioni di bonus) altro non è che la misura annunciata dal governo con il decreto Cura Italia. Le risorse pari a 10.387.720 euro destinati alle fasce più deboli sono previste nel Fondo povertà nazionale e quindi già assegnate agli ambiti sociali di zona. Il bonus destinato ai soggetti con disabilità (oltre 30,5 milioni di euro) è già ricompreso nella programmazione Por-Fse 2014-2020 e riallineato allo stato emergenziale». Non pago della polemica costante, De Luca si è scatenato pure contro il ministro Giuseppe Provenzano, suo collega di partito, per i fondi destinati al Mezzogiorno. «Alla Campania è stato accordato appena un terzo delle somme previste dal vuoto programma economico del governatore», afferma Molteni. «Le altre risorse sono vincolate e per ora ferme perché la Regione non ha ancora inviato al ministero le relazioni tecniche».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-lato-oscuro-del-de-luca-show-2646076504.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="regione-chiusa-cosi-i-turisti-stanno-lontani" data-post-id="2646076504" data-published-at="1590349281" data-use-pagination="False"> «Regione chiusa così i turisti stanno lontani» «De Luca sta uccidendo il turismo. 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Tutto questo non ha senso»». Positano come vive le decisioni di De Luca? «Non è possibile ricominciare se il governatore parla di confini ancora chiusi. È assurdo non aprire neanche verso regioni che contano meno contagi della nostra. Non si può arrivare a ridosso della data fissata dal governo senza poter programmare. De Luca non può attendere il 2 giugno per dirci se possiamo accogliere i turisti italiani e stranieri. E magari addirittura allungare ancora la chiusura. Nel frattempo che facciamo? Gli alberghi devono continuare a respingere le prenotazioni? Chi si sposta dall'estero ma anche dall'Italia programma in anticipo, non decide all'ultimo momento». Quant'è il giro d'affari del turismo a Positano? «Abbiamo avuto tre anni favolosi. Nel 2019 oltre l'80% delle presenze è stata di stranieri e il 90% delle stanze sono state occupate da marzo a novembre. Quest'anno, prima della pandemia, gli alberghi avevano il tutto esaurito per la stagione estiva. Soltanto di tassa di soggiorno, l'anno scorso, abbiamo incassato 2 milioni di euro. E Positano conta 4.000 abitanti. Per l'accesso nell'area Ztl sono stati versati nelle casse comunali oltre 600.000 euro. Qui ci sono camere da oltre 5.000 euro a notte, contese dal jet set internazionale. Poi c'è il business dei matrimoni. L'anno scorso ne abbiamo avuti 100 soltanto di stranieri. Per ogni cerimonia vengono versati al Comune da 800 a 1.500 euro. Un paio di star americane avevano prenotato per celebrare le nozze a Positano ma hanno dovuto disdire. Per non parlare di ciò che si muove attorno a questi eventi, con ristoranti, catering, musica, fotografi, alberghi. Il 2019 è stato eccezionale, solo dal mare sono venuti 2 milioni di turisti con oltre 3.500 presenze al giorno. Tutti eravamo pronti per un altro anno di forte crescita. Poi la doccia fredda del virus. Ma i danni li fa anche il terrorismo mediatico». Avete stimato a quanto ammontano i danni per le casse del Comune? «Il Comune avrà circa 4 milioni di euro di mancati incassi. Ma la cifra è destinata ad aumentare se De Luca non apre». E se il governatore dovesse prolungare lo stop, quali saranno le perdite per il vostro turismo? «Difficile stimarle ma di sicuro ingenti. Alcuni alberghi l'anno scorso hanno fatturato anche 15 milioni di euro. Siamo un Comune piccolo ma con grandi interessi economici. Un albergatore mi diceva che una coppia aveva prenotato un soggiorno dal 4 all'11 giugno ma dopo aver sentito che De Luca forse non apre i confini, ha chiamato chiedendo di annullare. L'esercente ha tentato di convincerli sospendendo la penale in caso di disdetta all'ultimo momento, ma non so se attenderanno le decisioni del governatore. Casi come questo sono sempre più frequenti con l'avvicinarsi dell'estate. Gli albergatori ricevono tante chiamate dall'estero di persone che vorrebbero fissare un soggiorno anche perché qui non ci sono stati casi di contagio, ma chiedono certezze e nessuno di noi può darle. Le prenotazioni, anche se in forma ridotta, continuano ad arrivare. Vogliamo ripartire, abbiamo tutte le condizioni di sicurezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-lato-oscuro-del-de-luca-show-2646076504.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-stato-soltanto-capace-di-tagliare" data-post-id="2646076504" data-published-at="1590349281" data-use-pagination="False"> «È stato soltanto capace di tagliare» «De Luca ha intensificato lo smantellamento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata. Se la Campania avesse avuto i numeri del contagio della Lombardia, sarebbe stata un'ecatombe. La pandemia ha colto la Regione totalmente impreparata. In cinque anni, tagli e depotenziamento della struttura ospedaliera hanno devastato la nostra sanità. Quando De Luca dice che nessuno dovrebbe recarsi al Nord per curarsi, perché la nostra sanità è la migliore in Italia, dimentica qualcosa ». Difficile arginare l'attacco di Valeria Ciarambino, battagliera capogruppo del M5s alla Regione Campania. Cosa dimentica De Luca? «Si parte dai tempi biblici delle liste d'attesa. Per una mammografia bisogna pazientare anche un anno e per interventi urologici e oculistici fino a tre anni. Per non parlare della chirurgia oncologica. I dati Agenas dicono che siamo primi in Italia per mortalità evitabile, per quella tumorale e materna. Manca una rete materna infantile, ictus e trauma. Siamo ultimi in Europa per aspettativa di vita, 7 anni più bassa. Questo è il frutto di un'opera scientifica di smantellamento della struttura ospedaliera». De Luca ha spesso accusato il governo di non inviare i dispositivi di protezione in Campania. La Regione non doveva essere pronta per l'emergenza a prescindere dall'intervento di Roma? «Proprio così. Secondo quanto stabilito dal Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale approvato nel 2006 dalla conferenza Stato-Regioni e, nel caso della Campania, in base a una delibera regionale del 2009, De Luca aveva l'obbligo di attuare una serie di iniziative di prevenzione e contenimento di una possibile emergenza fin dalla notizia di diffusione del Covid in Cina, cioè da dicembre 2019, un mese prima che il governo dichiarasse lo stato di emergenza e due mesi prima che il virus arrivasse in Campania. Se fosse intervenuto nei tempi indicati dalla delibera, sarebbe stato più semplice reperire i dispositivi. Ma De Luca ha fatto lo scaricabarile sul governo». Quali erano le competenze della Regione? «Da dicembre, nello stato di pre allerta, spettava alla Regione e non al governo adottare misure per limitare la trasmissione del contagio in scuole, case di riposo, uffici. Se si fosse provveduto in tempo a effettuare una ricognizione dei posti di terapia intensiva, avremmo saputo con mesi di anticipo che erano la metà di quelli necessari in condizioni normali e si poteva provvedere a crearne un numero adeguato in previsione dell'emergenza. De Luca per cinque anni è stato presidente di Regione e assessore alla sanità; in più, negli ultimi tre anni, commissario alla sanità, quindi plenipotenziario. In base al decreto ministeriale 70 in Campania avremmo dovuto avere circa 620 posti letto di terapia intensiva in condizioni normali. Con il Covid dovevano essere aumentati del 50% per la terapia intensiva e del 100% per la terapia subintensiva. Invece quando è scoppiata l'emergenza in Campania, c'erano solo 335 posti di terapia intensiva. È stato lui stesso a dichiarare questa cifra. In cinque anni De Luca ha attivato la metà dei posti di terapia intensiva che servivano in condizioni di normalità. Con i numeri della Lombardia, qui ci sarebbe stata un'ecatombe». Di qui la rincorsa a mettere una toppa con gli ospedali prefabbricati? «Esatto. Non potendo fare in 15 giorni ciò che non ha fatto in 5 anni, si è inventato una gara lampo da 18 milioni di euro per comprare tre ospedali prefabbricati da mettere a Napoli, Salerno e Caserta per incrementare i posti letto di terapia intensiva». Non c'erano alternative? «Certo. Noi dei 5 stelle gli abbiamo detto che queste risorse potevano essere utilizzate per migliorare le condizioni degli ospedali depotenziati nel tempo, come quelli di Agropoli e di San Gennaro, provvisti ancora di reparti per i casi gravi e di tutta l'impiantistica. Inoltre si poteva utilizzare il secondo policlinico di Napoli la cui struttura consente l'isolamento. De Luca ci ha risposto che siccome eravamo a fine febbraio, non c'erano i tempi per sistemare le strutture ospedaliere esistenti. Per fare presto i prefabbricati erano la soluzione ideale». E si è fatto davvero presto? «La consegna in piena operatività del modulo di Ponticelli a Napoli è avvenuta il 4 maggio, cioè quando i posti di terapia intensiva, grazie a Dio, non servivano più. Ora nel prefabbricato ci sono 5 pazienti di cui uno asintomatico. Se i moduli sono vuoti io sono ben felice. Ma è stato uno spreco di denaro pubblico che poteva migliorare la rete ospedaliera del territorio».
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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