Il premier è un mago degli affari (propri)

L’altro giorno Carlo De Benedetti ha concesso un’intervista al Corriere della Sera per pubblicizzare Domani, quotidiano da lui fondato che sarebbe stato meglio chiamare Ieri, non solo perché molti articoli cominciano facendo riferimento al giorno precedente, ma perché tutto sembra ricordare il passato, anzi l’Ottocento. Non è però del giornale dell’Ingegnere e dei suoi affari di carta che voglio parlare, ma del giudizio su Giuseppe Conte che il noto finanziere con simpatie di sinistra getta lì alla fine del colloquio con Aldo Cazzullo.

Richiesto di un parere sul presidente del Consiglio, Cdb lo liquida così: «È un personaggio casuale: un avvocato che passava di lì. Un primo ministro che non si è mai preparato a fare non dico il primo ministro, ma almeno il politico. Si è trovato di fronte un problema enorme di cui non c’era esperienza: una pandemia, una piaga universale. L’ha gestita bene, con provvedimenti non facili da prendere». Dunque, secondo De Benedetti, un uomo che è bene ricordarlo ama intrattenere rapporti con la politica, soprattutto di sinistra (ricordate le colazioni con Matteo Renzi, dalle quali usciva telefonando al suo broker per parlare della riforma delle banche popolari?), Giuseppi ha gestito bene l’emergenza dovuta al coronavirus. Forse per l’età, ma più probabilmente per calcolo, l’Ingegnere dimentica quello che è successo nei mesi della pandemia, in particolare ciò che è emerso nelle ultime settimane, con la desecretazione dei verbali del Comitato tecnico-scientifico. Sarà dunque bene ripercorrere alcune tappe dei mesi passati, quelli in cui l’epidemia ha colpito duro.

Come è noto, lo stato di emergenza venne dichiarato alla fine di gennaio, ma all’epoca il premier assicurava gli italiani che non c’era nulla da temere, perché il coronavirus non sarebbe arrivato da noi. In realtà, già l’11 febbraio, cioè una decina di giorni prima che si scoprisse il paziente zero, il governo era in possesso di studi che prevedevano scenari terrificanti, ossia con decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di contagiati. Tuttavia scelse di non dire nulla, ma anzi di regalare tonnellate di dispositivi sanitari alla Cina, per dimostrare la propria vicinanza ai dirigenti di Pechino. Di lì a pochi giorni gli italiani avrebbero avuto drammaticamente bisogno delle mascherine per proteggersi dal virus, ma i dispositivi di cui sarebbe stato giusto fare scorta a tempo debito, magari anche producendoli, non si riuscirono a trovare, in quanto gli ultimi in magazzino avevano preso la via della Cina.

Tralascio l’esitazione che spinse Giuseppe Conte a istituire con ritardo la zona rossa di Alzano e Nembro, i due paesi della Bergamasca in cui il Covid-19 colpì duro. Ed evito di citare perfino le giravolte della Protezione civile sulle misure da prendere: tutti quanti credo ricordino quando il commissario Angelo Borrelli, rispondendo a un’ordinanza della Lombardia, disse che lui la mascherina non l’indossava. Per non dire poi di quanto fu criticato Attilio Fontana, governatore della Regione con il maggior numero di contagi (e ahinoi di morti) si presentò di fronte alle telecamere con naso e bocca coperti dal filtro che avremmo presto imparato a conoscere e sopportare. Su di lui piovvero critiche in quantità, perché secondo molti con quelle immagini, che fecero il giro del mondo, avrebbe danneggiato l’Italia. E Conte dov’era e che cosa faceva? Invece di prendere in mano la situazione, di indicare agli italiani le cose necessarie da fare, il presidente del Consiglio se ne stava rintanato e spaventato a Palazzo Chigi. Lo ha svelato proprio il Corriere della Sera dell’altro ieri, in una pagina diversa rispetto a quella in cui ha pubblicato l’intervista a Carlo De Benedetti. Francesco Verderami ha raccontato infatti di come Conte lavori solo per Conte, badando esclusivamente al proprio interesse. E a riprova di ciò, ha citato l’aneddoto di quando, nei giorni caldi dell’epidemia, Attilio Fontana gli chiese di dare un segnale alla regione più colpita, con una visita. La risposta, riportata fra virgolette, fu la seguente: «Vediamo, sai, se poi mi ammalo, come si fa?».

Come è noto il presidente del Consiglio girò al largo da Milano e dintorni, ma questo non gli impedì di criticare i medici in prima linea di Codogno, accusandoli di non essere stati in grado di circoscrivere la malattia e di non aver applicato i protocolli. Nel più puro stile Conte, dopo essersela data a gambe, ritardando i provvedimenti necessari e affidando la responsabilità di reperire i dispositivi necessari a collaboratori che non erano all’altezza (il caos sulle mascherine e sui banchi né è la prova), Conte scarica le proprie colpe su altri. Perché, come scrive giustamente Verderami, ciò che interessa al premier è solo il suo futuro, ovvero la perpetrazione del suo potere. Sì, l’avvocato di Volturara Appula sarà anche un personaggio casuale, come dice l’editore di un Domani che pare ieri, ma ha imparato subito alla perfezione come difendere la poltrona. Non era preparato a fare il primo ministro e forse, come dice De Benedetti, neppure il politico, ma oggi, proprio come il politico più consumato, sa che cosa bisogna fare per non perdere il potere. Perché, come diceva Giulio Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha e lui, Conte, preferisce che a essere logorati siano gli altri, ossia Salvini, Zingaretti, Di Maio, Renzi eccetera. E pazienza se nel frattempo si logora anche l’Italia, con il Pil che va giù e i disoccupati che aumentano. Questo è solo un effetto collaterale.

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