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2021-10-26
Il foglio verde ha fatto già cilecca ma i suoi talebani ne chiedono di più
Ansa
A furia di celebrare «La Scienza» si è ottenuto un fantastico risultato: dopo la matematica, anche la logica è ridotta al grado di opinione. Il ragionamento che comincia a serpeggiare fra i talebani del vaccino è il seguente: «Aumentano i contagi, segno evidente che serve il green pass». Cristallino: il green pass è in vigore, ma i contagi salgono lo stesso, quindi serve più green pass. Non fa una piega… Nel mondo reale, dati alla mano, le cose stanno più o meno così. Abbiamo adottato la misura restrittiva più pesante del mondo, eppure i contagi ugualmente non si fermano. Il bollettino di ieri mostra che i nuovi casi sono 2.535 contro i 3.725 rilevati il giorno precedente (poiché veniamo dal fine settimana, però, i tamponi sono stati 222.385 contro i 403.715 di 24 ore prima). Il tasso di positività è giunto all'1,1% (+ 0,2%). Sono aumentati i ricoveri nei reparti «non critici» (106 in più, ma, di nuovo, parliamo di un dato domenicale, che potrebbe ragionevolmente sgonfiarsi nei prossimi giorni). Infine, i morti sono più o meno stabili (30 contro i 24 del giorno prima). Per farla breve: la situazione è sotto controllo, però i contagi sono in lieve crescita.
Ovviamente, c'è chi sostiene che ciò dipenda dalla presenza di non vaccinati. Piccolo problema: i contagi avvengono anche nelle Rsa - dove operatori e ospiti sono tutti vaccinati - e pure tra il personale sanitario. Insomma, il green pass - come ampiamente prevedibile - non blocca la circolazione del virus. Il quale, probabilmente, continuerebbe a circolare anche se chiudessimo in casa tutti i no vax o se si raggiungesse il 100% di popolazione inoculata (cosa che molti esperti, negli ultimi mesi, hanno ripetuto).
Tanto basterebbe a dimostrare l'inutilità del lasciapassare. Qualcuno, tuttavia, è pronto a gridare che «se non avessimo il green pass i contagi sarebbero molti di più». Ma davvero? E su quali basi? L'unico metro di paragone che abbiamo sono gli altri Stati Ue, i quali però presentano situazioni differenti. In Spagna ad esempio, in assenza di restrizioni, ci sono molti meno contagi che nel Regno Unito. Vogliamo utilizzare i britannici come riferimento? Bene, allora utilizziamoli per tutto, non solo per il numero dei contagi.
Detto questo, sarebbe anche ora di ribadire che il numero dei positivi è un falso problema. Se questi aumentano ma il numero di decessi rimane sotto controllo, il dato dei ricoveri non cresce esponenzialmente e il sistema sanitario non è sotto pressione, significa che il problema è risolto. In teoria, coloro che considerano il vaccino «la soluzione al guaio Covid» (e non sono pochi), dovrebbero concordare: se tanti si contagiano ma pochi muoiono, abbiamo vinto. Purtroppo, la mente prigioniera della aberrante logica pseudo sanitaria rifiuta di accettare tale prospettiva. Da un lato i talebani parlano solo del vaccino, lo presentano come se fosse un rimedio sciamanico e non tollerano che si parli di cure. Dall'altro, però, sostengono che non basti decongestionare gli ospedali: bisogna fermare la circolazione del virus. La quale circolazione, però, non si ferma con il green pass. Capite bene che è un circolo vizioso capace di condurre alla follia anche i santi: proseguendo lungo questa strada, dall'emergenza non si uscirà mai. Se, come tanti dicono, i contagi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane, rischiamo di perdere la libertà, non di ritrovarla.
Una via di uscita razionale potrebbe essere la seguente: smetterla di creare allarme sui contagi e concentrarsi su chi si ammala gravemente e muore, magari investendo ancora di più sulle cure, sia quelle ospedaliere (ad esempio i monoclonali) sia quelle domiciliari precoci (ad esempio il protocollo di Remuzzi). Questa prospettiva diventa ancora più sensata se si prendono in considerazione i numerosi dati sull'efficacia dei vaccini. Sul tema ci sono indicazioni a volte contrastanti, ma pare di capire che, nell'arco di qualche mese, la protezione vada scemando. Manco a dirlo, i talebani hanno la risposta pronta: «Bisogna fare subito la terza dose e inoculare anche i bambini!». Di fronte ad affermazioni simili, viene da chiedersi: fino a quando? Quanti richiami dovremo imporre? Abbiamo qualche certezza sull'efficacia? E sulle eventuali controindicazioni? Anche se tollerassimo di sottoporci a mille iniezioni, finché non accetteremo l'idea che le persone vanno curate (come previsto dalla Costituzione) continueranno a esserci morti.
In ogni caso, se l'efficacia del vaccino cala, quella del green pass è del tutto inesistente: non protegge dal contagio né lo ferma; non aiuta il tracciamento, anzi forse lo danneggia. Soprattutto, non serve allo scopo per cui è stato creato, cioè dare forte impulso alla campagna vaccinale.
Persino il Corriere della Sera domenica ha dovuto ammettere che, dopo un «rimbalzo di prime somministrazioni a ridosso del 15 ottobre», ora «il pass non spinge più le prime dosi». A scorrere i numeri, sembra che la violenta imposizione del lasciapassare abbia danneggiato la campagna vaccinale. Se si dovesse estendere a tutta la popolazione la terza dose, quanti saranno disponibili a sottoporsi al richiamo? E se, come alcuni suggeriscono, si arrivasse all'obbligo di inoculazione, non si tratterebbe forse di un clamoroso fallimento della carta verde?
Se qualcuno fornisse risposte sensate a queste domande, saremmo pronti a ricrederci. Ma per ora la risposta è una sola: «Più green pass! Più vaccino!». Così la logica e l'intelligenza si spengono, in compenso il virus rimane lì.
L'antifascista Sala vuole i manganelli. «La polizia carichi i no green pass»
La storia ha senso dell'umorismo. Te ne accorgi quando Beppe Sala, quello che voleva la professione di fede antifascista da ogni aspirante sindaco di Milano, si mette a invocare i manganelli contro i no pass. Rei di aver congestionato, per 14 sabati consecutivi, il centro del capoluogo lombardo - ma come? Non erano una sparuta e imbelle minoranza?
Ieri, a L'aria che tira, il primo cittadino meneghino ha lamentato che i manifestanti «non rispettano la regola d'ingaggio basilare, che è: si concorda il percorso. A questo punto diventano incontrollabili». E allora, «la polizia può fare una sola cosa: può caricarli». Peccato solo che quel tozzo di pane del prefetto, «lo capisco, non intende farlo». In un batter d'occhio, il sindaco «buono» getta la maschera: con i nemici, è lecito menar le mani e i bastoni. Randellate, ma arcobaleno. D'altronde, per citare un suo slogan invecchiato presto e male, «Milano non si ferma». E il passato della metropoli offre spunti pregevoli, quanto a repressioni: era stato Giuliano Cazzola, ad esempio, a ricordare il metodo Bava Beccaris. E pensare che, nel 2017, Sala se la prese con la Questura per un blitz in Stazione Centrale contro i clandestini, non concordato con l'amministrazione. Con quelli, guai a usare il pugno duro.
Nel frattempo, le penne a rimorchio di Palazzo Chigi insistono con la demonizzazione di chi si oppone al super green pass. Ieri, sulla Stampa e su Repubblica, campeggiava l'«inchiesta sui “neonazi"», pizzicati proprio a Milano. E mescolati con l'ex Br Paolo Maurizio Ferrari. Di più: «La protesta potrebbe saldarsi con quella no global», mentre «la galassia anarcoinsurrezionalista, scavalcata dai neofascisti, cerca visibilità» (Il Messaggero).
Nel dubbio su chi sia più spaventoso, si fa un cocktail «rossobruno» di tutti i Babau. Ormai, siamo oltre la semplice «onda nera».
Nondimeno, il fronte delle piazze tiene botta. I portuali di Trieste hanno chiesto ai lavoratori «un altro sacrificio» e hanno indetto una mobilitazione per domani: un corteo - pacifico, raccomandano - fino all'Oleodotto Transalpino. E i loro colleghi di Genova, che ieri sono tornati a manifestare, hanno colto un punto politico sottile e arguto: invocando tamponi gratis per tutti, vaccinati inclusi, hanno rivendicato lo stesso privilegio che Mario Draghi riserva a sé stesso.
Quando il premier introdusse il primo decreto sul lasciapassare verde, infatti, alcuni notarono la stridente contraddizione: l'ex banchiere pontificava sul fatto che la card offrirebbe «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose», solo che al contempo imponeva ai giornalisti, radunati per la conferenza stampa, anche se inoculati con la doppia dose, un test negativo. Stessa precauzione che si continua a prendere negli ospedali. E allora, perché agli altri lavoratori dovrebbe bastare l'assicurazione fragile, se non farlocca, derivante dall'uso di farmaci che non hanno potere sterilizzante?
All'alba di ieri, circa 200 camalli della città della Lanterna, aderenti al sindacato Usb, hanno interdetto il varco di San Benigno ai mezzi pesanti, e chiuso il passaggio Albertazzi al traffico in entrata. Josè Nivoi, dirigente Usb, ha insistito sui test gratuiti per chiunque acceda allo scalo, «camionisti compresi». Il coordinatore regionale del sindacato, Maurizio Rimassa, ha tuonato: «Il green pass, così com'è concepito, è discriminatorio e divisivo, ma la nostra è una battaglia rivolta contro l'insieme delle politiche del governo Draghi». Posizioni dure ma ragionevoli, lontane da derive no vax: «Consideriamo il vaccino», ha anzi ribadito Rimassa, «una misura fondamentale per la lotta alla pandemia». Tendano le orecchie quelle tv che, sulla scorta di Draghi, per l'accesso ai salottini catodici, dai quali gli opinionisti sparano a zero sul popolaccio complottista, prescrivono tamponi negativi universali. Che strano: proprio i pasdaran dei vaccini, a stringere, di questi vaccini sembrano non fidarsi per niente.
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Vaccini «bucati», casi su: anziché dedurne che il certificato è inutile, ci raccontano che senza saremmo messi molto peggio.Indetto un nuovo corteo a Trieste. I camalli di Genova: «Test gratis pure ai vaccinati».Lo speciale contiene due articoli. A furia di celebrare «La Scienza» si è ottenuto un fantastico risultato: dopo la matematica, anche la logica è ridotta al grado di opinione. Il ragionamento che comincia a serpeggiare fra i talebani del vaccino è il seguente: «Aumentano i contagi, segno evidente che serve il green pass». Cristallino: il green pass è in vigore, ma i contagi salgono lo stesso, quindi serve più green pass. Non fa una piega… Nel mondo reale, dati alla mano, le cose stanno più o meno così. Abbiamo adottato la misura restrittiva più pesante del mondo, eppure i contagi ugualmente non si fermano. Il bollettino di ieri mostra che i nuovi casi sono 2.535 contro i 3.725 rilevati il giorno precedente (poiché veniamo dal fine settimana, però, i tamponi sono stati 222.385 contro i 403.715 di 24 ore prima). Il tasso di positività è giunto all'1,1% (+ 0,2%). Sono aumentati i ricoveri nei reparti «non critici» (106 in più, ma, di nuovo, parliamo di un dato domenicale, che potrebbe ragionevolmente sgonfiarsi nei prossimi giorni). Infine, i morti sono più o meno stabili (30 contro i 24 del giorno prima). Per farla breve: la situazione è sotto controllo, però i contagi sono in lieve crescita. Ovviamente, c'è chi sostiene che ciò dipenda dalla presenza di non vaccinati. Piccolo problema: i contagi avvengono anche nelle Rsa - dove operatori e ospiti sono tutti vaccinati - e pure tra il personale sanitario. Insomma, il green pass - come ampiamente prevedibile - non blocca la circolazione del virus. Il quale, probabilmente, continuerebbe a circolare anche se chiudessimo in casa tutti i no vax o se si raggiungesse il 100% di popolazione inoculata (cosa che molti esperti, negli ultimi mesi, hanno ripetuto). Tanto basterebbe a dimostrare l'inutilità del lasciapassare. Qualcuno, tuttavia, è pronto a gridare che «se non avessimo il green pass i contagi sarebbero molti di più». Ma davvero? E su quali basi? L'unico metro di paragone che abbiamo sono gli altri Stati Ue, i quali però presentano situazioni differenti. In Spagna ad esempio, in assenza di restrizioni, ci sono molti meno contagi che nel Regno Unito. Vogliamo utilizzare i britannici come riferimento? Bene, allora utilizziamoli per tutto, non solo per il numero dei contagi. Detto questo, sarebbe anche ora di ribadire che il numero dei positivi è un falso problema. Se questi aumentano ma il numero di decessi rimane sotto controllo, il dato dei ricoveri non cresce esponenzialmente e il sistema sanitario non è sotto pressione, significa che il problema è risolto. In teoria, coloro che considerano il vaccino «la soluzione al guaio Covid» (e non sono pochi), dovrebbero concordare: se tanti si contagiano ma pochi muoiono, abbiamo vinto. Purtroppo, la mente prigioniera della aberrante logica pseudo sanitaria rifiuta di accettare tale prospettiva. Da un lato i talebani parlano solo del vaccino, lo presentano come se fosse un rimedio sciamanico e non tollerano che si parli di cure. Dall'altro, però, sostengono che non basti decongestionare gli ospedali: bisogna fermare la circolazione del virus. La quale circolazione, però, non si ferma con il green pass. Capite bene che è un circolo vizioso capace di condurre alla follia anche i santi: proseguendo lungo questa strada, dall'emergenza non si uscirà mai. Se, come tanti dicono, i contagi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane, rischiamo di perdere la libertà, non di ritrovarla. Una via di uscita razionale potrebbe essere la seguente: smetterla di creare allarme sui contagi e concentrarsi su chi si ammala gravemente e muore, magari investendo ancora di più sulle cure, sia quelle ospedaliere (ad esempio i monoclonali) sia quelle domiciliari precoci (ad esempio il protocollo di Remuzzi). Questa prospettiva diventa ancora più sensata se si prendono in considerazione i numerosi dati sull'efficacia dei vaccini. Sul tema ci sono indicazioni a volte contrastanti, ma pare di capire che, nell'arco di qualche mese, la protezione vada scemando. Manco a dirlo, i talebani hanno la risposta pronta: «Bisogna fare subito la terza dose e inoculare anche i bambini!». Di fronte ad affermazioni simili, viene da chiedersi: fino a quando? Quanti richiami dovremo imporre? Abbiamo qualche certezza sull'efficacia? E sulle eventuali controindicazioni? Anche se tollerassimo di sottoporci a mille iniezioni, finché non accetteremo l'idea che le persone vanno curate (come previsto dalla Costituzione) continueranno a esserci morti. In ogni caso, se l'efficacia del vaccino cala, quella del green pass è del tutto inesistente: non protegge dal contagio né lo ferma; non aiuta il tracciamento, anzi forse lo danneggia. Soprattutto, non serve allo scopo per cui è stato creato, cioè dare forte impulso alla campagna vaccinale. Persino il Corriere della Sera domenica ha dovuto ammettere che, dopo un «rimbalzo di prime somministrazioni a ridosso del 15 ottobre», ora «il pass non spinge più le prime dosi». A scorrere i numeri, sembra che la violenta imposizione del lasciapassare abbia danneggiato la campagna vaccinale. Se si dovesse estendere a tutta la popolazione la terza dose, quanti saranno disponibili a sottoporsi al richiamo? E se, come alcuni suggeriscono, si arrivasse all'obbligo di inoculazione, non si tratterebbe forse di un clamoroso fallimento della carta verde? Se qualcuno fornisse risposte sensate a queste domande, saremmo pronti a ricrederci. Ma per ora la risposta è una sola: «Più green pass! Più vaccino!». Così la logica e l'intelligenza si spengono, in compenso il virus rimane lì. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-foglio-verde-ha-fatto-gia-cilecca-ma-i-suoi-talebani-ne-chiedono-di-piu-2655365810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-antifascista-sala-vuole-i-manganelli-la-polizia-carichi-i-no-green-pass" data-post-id="2655365810" data-published-at="1635187818" data-use-pagination="False"> L'antifascista Sala vuole i manganelli. «La polizia carichi i no green pass» La storia ha senso dell'umorismo. Te ne accorgi quando Beppe Sala, quello che voleva la professione di fede antifascista da ogni aspirante sindaco di Milano, si mette a invocare i manganelli contro i no pass. Rei di aver congestionato, per 14 sabati consecutivi, il centro del capoluogo lombardo - ma come? Non erano una sparuta e imbelle minoranza? Ieri, a L'aria che tira, il primo cittadino meneghino ha lamentato che i manifestanti «non rispettano la regola d'ingaggio basilare, che è: si concorda il percorso. A questo punto diventano incontrollabili». E allora, «la polizia può fare una sola cosa: può caricarli». Peccato solo che quel tozzo di pane del prefetto, «lo capisco, non intende farlo». In un batter d'occhio, il sindaco «buono» getta la maschera: con i nemici, è lecito menar le mani e i bastoni. Randellate, ma arcobaleno. D'altronde, per citare un suo slogan invecchiato presto e male, «Milano non si ferma». E il passato della metropoli offre spunti pregevoli, quanto a repressioni: era stato Giuliano Cazzola, ad esempio, a ricordare il metodo Bava Beccaris. E pensare che, nel 2017, Sala se la prese con la Questura per un blitz in Stazione Centrale contro i clandestini, non concordato con l'amministrazione. Con quelli, guai a usare il pugno duro. Nel frattempo, le penne a rimorchio di Palazzo Chigi insistono con la demonizzazione di chi si oppone al super green pass. Ieri, sulla Stampa e su Repubblica, campeggiava l'«inchiesta sui “neonazi"», pizzicati proprio a Milano. E mescolati con l'ex Br Paolo Maurizio Ferrari. Di più: «La protesta potrebbe saldarsi con quella no global», mentre «la galassia anarcoinsurrezionalista, scavalcata dai neofascisti, cerca visibilità» (Il Messaggero). Nel dubbio su chi sia più spaventoso, si fa un cocktail «rossobruno» di tutti i Babau. Ormai, siamo oltre la semplice «onda nera». Nondimeno, il fronte delle piazze tiene botta. I portuali di Trieste hanno chiesto ai lavoratori «un altro sacrificio» e hanno indetto una mobilitazione per domani: un corteo - pacifico, raccomandano - fino all'Oleodotto Transalpino. E i loro colleghi di Genova, che ieri sono tornati a manifestare, hanno colto un punto politico sottile e arguto: invocando tamponi gratis per tutti, vaccinati inclusi, hanno rivendicato lo stesso privilegio che Mario Draghi riserva a sé stesso. Quando il premier introdusse il primo decreto sul lasciapassare verde, infatti, alcuni notarono la stridente contraddizione: l'ex banchiere pontificava sul fatto che la card offrirebbe «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose», solo che al contempo imponeva ai giornalisti, radunati per la conferenza stampa, anche se inoculati con la doppia dose, un test negativo. Stessa precauzione che si continua a prendere negli ospedali. E allora, perché agli altri lavoratori dovrebbe bastare l'assicurazione fragile, se non farlocca, derivante dall'uso di farmaci che non hanno potere sterilizzante? All'alba di ieri, circa 200 camalli della città della Lanterna, aderenti al sindacato Usb, hanno interdetto il varco di San Benigno ai mezzi pesanti, e chiuso il passaggio Albertazzi al traffico in entrata. Josè Nivoi, dirigente Usb, ha insistito sui test gratuiti per chiunque acceda allo scalo, «camionisti compresi». Il coordinatore regionale del sindacato, Maurizio Rimassa, ha tuonato: «Il green pass, così com'è concepito, è discriminatorio e divisivo, ma la nostra è una battaglia rivolta contro l'insieme delle politiche del governo Draghi». Posizioni dure ma ragionevoli, lontane da derive no vax: «Consideriamo il vaccino», ha anzi ribadito Rimassa, «una misura fondamentale per la lotta alla pandemia». Tendano le orecchie quelle tv che, sulla scorta di Draghi, per l'accesso ai salottini catodici, dai quali gli opinionisti sparano a zero sul popolaccio complottista, prescrivono tamponi negativi universali. Che strano: proprio i pasdaran dei vaccini, a stringere, di questi vaccini sembrano non fidarsi per niente.
Ansa
Tutto avviene in un lasso di tempo brevissimo: solo 20 secondi da quando l’Iryo è deragliato e ha occupato il binario opposto. Troppo poco tempo perché entrasse in azione il sistema di sicurezza: lo stesso macchinista dell’Alvia, che nell’incidente ha perso la vita dopo essere sbalzato a decine di metri dal convoglio, non ha avuto tempo di frenare.
Il bilancio è «ancora provvisorio» ha precisato il ministro dei Trasporti Oscar Puente: «È stato un caos totale. È stato terribile. Siamo stati sbalzati in aria» il racconto di Rocìo Flores, 30 anni, una delle sopravvissute che in questo momento si trova ricoverata a Cordova. «Sono sotto osservazione a causa dei colpi alla testa e del vomito. Le mie costole non sono rotte, solo dislocate. I medici mi hanno fatto un primo controllo in reparto e poi mi hanno mandata in ospedale. Sono piena di dolori e lividi».
«Il treno ha iniziato a frenare all’improvviso e alcuni sedili sono stati scaraventati via. Ho pensato di morire» racconta un’altra passeggera e El Mundo. «Tutto è stato molto veloce e caotico, le valigie hanno iniziato a cadere e quando siamo riusciti a scendere dai vagoni ci siamo trovati di fronte a una situazione catastrofica», ha raccontato alla agenzia Efe uno dei feriti. E ancora un’altra superstite: «Li vedevo morire e non potevo fare nulla». E poi: «Siamo stati sbalzati in aria, c’erano corpi dappertutto. Ho pensato di morire».
Molte delle vittime sono irriconoscibili, per questo il lavoro della Guardia Civil si è concentrato «sull’identificare le vittime dell’incidente e sul lavoro che sta realizzando la criminalistica di Madrid, specializzata nella raccolta di campioni, impronte e Dna. Abbiamo aperto cinque punti per poter assistere e raccogliere informazioni di queste vittime, cinque punti affinché possano accedere i familiari diretti delle vittime: si trovano a Madrid, a Siviglia, Cordova, Huelva e Malaga». Alcuni corpi sono stati trovati a centinaia di distanza, come fosse stata un’esplosione. «Quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime», ha detto il presidente della regione dell’Andalusia Juanma Moreno.
Le prime ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente hanno escluso immediatamente l’errore umano, mentre a chi indaga è risultato presto evidente un giunto rotto sui binari. I tecnici presenti sul posto, che hanno analizzato le rotaie, hanno individuato una certa usura nella giunzione tra le sezioni della rotaia, nota come piastra di giunzione, il che, secondo loro, dimostra che il guasto era presente da tempo. Gli investigatori hanno scoperto che il giunto difettoso creava uno spazio tra le sezioni della rotaia che si allargava man mano che i treni continuavano a viaggiare sui binari. Ma c’è di più perché il sindacato spagnolo dei macchinisti aveva segnalato anomalie sui binari proprio in quel tratto di ferrovia lo scorso agosto mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiamenti.
Anche i passeggeri diretti alla stessa stazione che avevano percorso il tratto prima del deragliamento avevano già notato ore prima «problemi» lungo il tragitto.
Jonathan Gomez, direttore dell’ufficio per il Turismo del comune di Malaga, intervistato dal giornale on line Diario Sur, ha detto: «quando avevamo già superato Cordoba, nella zona in cui si è verificata la tragedia, abbiamo sentito il treno sobbalzare così tanto che il mio portatile, su cui stavo lavorando, è caduto dal tavolino. Probabilmente c’era già qualcosa che non andava nei binari che ha causato quel movimento».
Papa Leone XIV si è detto «profondamente addolorato nell’apprendere la tragica notizia dell’incidente ferroviario di Adamuz», e ha offerto «preghiere per il riposo eterno dei defunti». Leone «estende inoltre le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei defunti, insieme alle sue parole di conforto, alla sua sincera preoccupazione e ai suoi auguri per la pronta guarigione dei feriti e incoraggia le squadre di soccorso a perseverare nei loro sforzi di soccorso e assistenza». Il primo ministro Pedro Sánchez, che ha promesso una «indagine trasparente», ha deciso di annullare la sua partecipazione al Forum Economico di Davos sospendendo tutti gli impegni ufficiali per seguire da vicino la situazione ed esprimendo «profondo dolore» e vicinanza alle famiglie delle vittime. Anche la Corona spagnola ha inviato messaggi di solidarietà.
«Ho appena parlato con Sánchez per esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e ai loro cari. L’Europa è vicina alla Spagna in questo tragico momento e condivide il vostro dolore» ha detto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen aggiungendo: «Le bandiere della Commissione europea saranno a mezz’asta».
«Con grande tristezza apprendo dell’incidente ferroviario» ha scritto Giorgia Meloni sui social. «L’Italia è vicina al dolore della Spagna per questa tragedia. I nostri pensieri vanno alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie».
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Elio Ciol, Giovani a San Daniele del Friuli, 1957 © Elio Ciol
Autore di immagini profonde e suggestive, che invitano a riflettere sulla bellezza e la spiritualità della vita quotidiana, Eio Ciol è sicuramente fra i più noti ed importanti fotografi contemporanei. Friulano di Casarsa della Delizia, 96 anni portati con la forza e il vigore tipici della sua terra, punto di partenza della sua poetica sono proprio le sue origini, quell’entroterra friulano che comincia a immortalare sin dagli inizi della sua carriera e che ritornerà sempre, come tema ricorrente, negli oltre settantacinque anni della sua lunga e proficua attività. Anche durante il periodo Neorealista degli anni Cinquanta, quando Ciol il Neorealismo lo interpreta «a modo suo», in una maniera assolutamente originale, scegliendo di mettere a centro dei suoi lavori non l’impegno politico, ma il reale in tutte le sue declinazioni: la natura, le architetture, il paesaggio, ma soprattutto l’uomo colto nella normalità della vita quotidiana, più « banale» che eccezionale, ma non per questo meno interessante.
La maestria di Ciol sta proprio in questo, nel saper dare alle immagini una profondità contemplativa e spirituale che nobilita paesaggi, luoghi e persone, regalando dignità alla povertà di contadini, bambini e anziani, sempre rappresentati con delicatezza e rispetto. La sua fotografia è fatta di piccoli gesti, sguardi e silenzi, proprio come ricorda i titolo della bella mostra allestita al Museo Diocesano di Milano, un’importante retrospettiva di oltre 100 immagini che regalano al visitatore una panoramica completa della poetica e dello stile di Ciol, caratterizzato non solo da una grande attenzione al dettaglio e da una profonda sensibilità, ma anche da una continua ricerca di nuove tecniche e sperimentazioni: particolarmente caro a Ciol fotografare in bianco e nero con una pellicola all’infrarosso, per restituire all’occhio di chi guarda una realtà che ha del magico, dell'onirico, con una vegetazione che diventa completamente bianca e i cieli sereni completamenti neri.
La Mostra
Curato dal figlio Stefano Ciol, che ha raccolto l’eredità artistica del celebre genitore, il percorso espositivo si articola in undici sezioni (chiamati più poeticamente «tempi ») che spaziano dalle foto neorealiste degli anni ’50 alle immagini della tragedia del Vajont, di cui Elio Ciol, profondamente turbato dalla catastrofe, racconta un dolore composto e profondamente umano, senza alcuna esibizione cronachistica. Molto interessante «Il tempo delle amicizie » , dove spiccano i ritratti di Pier Paolo Pasolini, di Padre David Maria Turoldo, sacerdote scomodo e poeta della condizione umana, e dell’ artista statunitense William G. Congdon , legato a Ciol da una lunga e profonda amicizia. Fotografo «della spiritualità», molto profondo è il legame che Elio Ciol ha con Assisi, la sua Betlemme, il luogo in cui l‘artista è tornato più e più volte per fotografare l’arte sacra, rimanendo profondamente affascinato dallo spirito del posto e da quell’ inscindibile identità di arte, uomo, natura, che sono poi tra i capisaldi della sua fotografia: ad Assisi, intrisa di spirito francescano come l’anima di Ciol, è dedicato «Il tempo del sacro» ,mentre a chiudere la mostra è «Il tempo della contemplazione » dove a catturare il visitatore sono i luoghi dell’infanzia e i paesaggi, che il fotografo contempla con meraviglia e gratitudine, in quanto parte del Creato «Il paesaggio è per me un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io»
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Valentino Garavani durante una sfilata nel 1991 (Getty Images)
Addio a Valentino, l’ultimo imperatore della moda. Dopo di lui, il diluvio. Con la morte di Valentino Garavani, scomparso ieri a Roma all’età di 93 anni, si chiude definitivamente un’epoca. Non soltanto quella dell’alta moda italiana, ma quella di una visione assoluta della bellezza, intesa come disciplina, ossessione e destino. Valentino non è stato semplicemente uno stilista: è stato il couturier per eccellenza, l’ultimo imperatore di un regno fatto di eleganza, rigore e incanto.
«Valentino Garavani si è spento oggi presso la sua residenza romana, circondato dai suoi cari», ha annunciato la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, sotto il segno del Toro, Valentino Ludovico Clemente Garavani scopre prestissimo la sua vocazione. È il cinema, prima ancora della moda, a chiamarlo: le dive hollywoodiane, le donne sofisticate, gli abiti luminosi e i gioielli che riempiono lo schermo. «Mia sorella mi portava al cinema e io sognavo donne bellissime, estremamente eleganti», raccontava. «In quel periodo decisi che avrei fatto questo: rendere belle le donne». Un sogno coltivato con ostinazione e trasformato in destino. Studia figurino a Milano, poi vola a Parigi, dove frequenta l’École de la Chambre Syndicale de la Couture e lavora negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche. Apprende il rigore francese, la costruzione impeccabile, la disciplina dell’haute couture. Ma la sua sensibilità resta profondamente italiana. Alla fine degli anni Cinquanta rientra a Roma, dove si forma accanto a Emilio Schuberth e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire una propria maison. Il ritorno nella Capitale segna l’inizio del mito. Nel 1959 apre l’atelier in via dei Condotti; nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, di visione e di destino. È l’inizio di una storia che unisce amore, creatività e impresa, una simbiosi rara e irripetibile. Giammetti discreto, riservato, lontano dai riflettori, è stato l’architettura silenziosa dell’impero Valentino, il suo equilibrio. Valentino era l’estro e l’assoluto; Giammetti la misura e la protezione. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma un mondo. «Io mi occupo solo della bellezza», amava dire Valentino, «Giancarlo pensa a tutto il resto». Insieme costruiscono un impero che attraversa decenni e rivoluzioni culturali senza mai rinunciare a un’idea precisa di eleganza. Nel 1962 arriva la consacrazione: la sfilata alla Sala Bianca di Pitti a Firenze è un trionfo. Vogue Francia gli dedica due pagine, segno inequivocabile dell’ingresso nel pantheon dei grandi. È l’inizio di un’ascesa inarrestabile, accompagnata da una firma cromatica destinata a diventare leggenda: il rosso Valentino, tonalità intensa e vibrante che non è solo un colore, ma un manifesto estetico diventato la sua cifra stilistica.
Negli anni Valentino veste il potere e il sogno. Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Farah Diba, Nancy Reagan. Jackie Bouvier sceglie un suo abito per sposare Aristotele Onassis, spalancandogli definitivamente le porte degli Stati Uniti. «Ho sempre desiderato rendere belle le donne», ripeteva. E lo faceva con una devozione quasi ossessiva, chiedendo alle sue première di smontare e rimontare un abito fino a quando non fosse perfetto. «Un vestito può tormentarmi la notte», confessava. «Se non è giusto, non è giusto». Negli anni Settanta, mentre Roma era attraversata dalla paura degli anni di piombo, dagli attentati e da una tensione che sembrava non dare tregua, Valentino continuava a muoversi in una dimensione altra. Il suo non era disinteresse né provocazione, ma una sorta di ostinata fedeltà alla bellezza. In una città segnata dall’ideologia e dalla violenza, lui difendeva il lusso, l’eleganza, la grazia come valori assoluti, quasi un atto di resistenza estetica. La moda, per Valentino, non era evasione ma disciplina, un ordine da preservare contro il disordine del tempo. Anche quando tutto intorno sembrava crollare, il suo mondo restava intatto, impermeabile, guidato da un’unica legge: la perfezione. Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, Valentino disegnò un abito chiamato «Peace Dress», bianco con la parola «Pace» scritta in 14 lingue, come messaggio di speranza e di pace internazionale - un gesto simbolico che fu riconosciuto anche con un premio - «Man of fashion and peace» - dal Parlamento europeo.
Otto star saliranno sul palco degli Oscar indossando una sua creazione. Le supermodelle - da Claudia Schiffer a Cindy Crawford, da Naomi Campbell in poi - sfileranno per lui. Time lo definisce «the victorious», il vittorioso. Valentino diventa «larger than life», sovrano assoluto di una moda che non insegue le tendenze ma le trascende. Nel corso della carriera riceve tutti i massimi riconoscimenti: il Premio Neiman Marcus (considerato il Nobel della moda), il Leone d’Oro alla carriera, la Legion d’Onore francese, le più alte onorificenze italiane. Ma uno dei tributi più simbolici arriva dalla sua città natale: Voghera gli dedica il Teatro Valentino Garavani, suggellando il legame tra il ragazzo che sognava il cinema e l’uomo che ha trasformato la moda in spettacolo e memoria collettiva. Nel 2008 annuncia il ritiro dalle passerelle con una sfilata memorabile al Musée Rodin di Parigi. Un addio solenne e teatrale. Ma Valentino non smette mai davvero di esserlo. Anche lontano dalle scene, resta custode inflessibile di un’idea di bellezza che non ammette compromessi. Roma rimane il suo centro gravitazionale: via Condotti, piazza Mignanelli, la Dolce Vita che lo aveva visto nascere come personaggio pubblico. Anche oggi che il brand appartiene a un grande gruppo internazionale, la città eterna resta il cuore simbolico della maison.
Valentino ha vissuto come ha creato: senza mezze misure. I viaggi, gli yacht, i cani inseparabili, le amicizie illustri. Ma dietro lo sfarzo c’era una disciplina ferrea, una dedizione assoluta all’haute couture. «La moda non è solo vestire», diceva, «è un modo di essere, di guardare il mondo». Con la scomparsa dello stilista, Giancarlo Giammetti resta l’ultimo testimone di una storia irripetibile: una storia d’amore e di moda che ha attraversato il tempo senza mai piegarsi. Non esiste un Valentino dopo Valentino. Con lui se ne va l’ultima vera icona di una moda intesa come impero personale e visione assoluta. Resta il rosso, restano le linee perfette, resta un’idea di bellezza che non chiede permesso. E che difficilmente tornerà.
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La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
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