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2021-10-26
Il foglio verde ha fatto già cilecca ma i suoi talebani ne chiedono di più
Ansa
A furia di celebrare «La Scienza» si è ottenuto un fantastico risultato: dopo la matematica, anche la logica è ridotta al grado di opinione. Il ragionamento che comincia a serpeggiare fra i talebani del vaccino è il seguente: «Aumentano i contagi, segno evidente che serve il green pass». Cristallino: il green pass è in vigore, ma i contagi salgono lo stesso, quindi serve più green pass. Non fa una piega… Nel mondo reale, dati alla mano, le cose stanno più o meno così. Abbiamo adottato la misura restrittiva più pesante del mondo, eppure i contagi ugualmente non si fermano. Il bollettino di ieri mostra che i nuovi casi sono 2.535 contro i 3.725 rilevati il giorno precedente (poiché veniamo dal fine settimana, però, i tamponi sono stati 222.385 contro i 403.715 di 24 ore prima). Il tasso di positività è giunto all'1,1% (+ 0,2%). Sono aumentati i ricoveri nei reparti «non critici» (106 in più, ma, di nuovo, parliamo di un dato domenicale, che potrebbe ragionevolmente sgonfiarsi nei prossimi giorni). Infine, i morti sono più o meno stabili (30 contro i 24 del giorno prima). Per farla breve: la situazione è sotto controllo, però i contagi sono in lieve crescita.
Ovviamente, c'è chi sostiene che ciò dipenda dalla presenza di non vaccinati. Piccolo problema: i contagi avvengono anche nelle Rsa - dove operatori e ospiti sono tutti vaccinati - e pure tra il personale sanitario. Insomma, il green pass - come ampiamente prevedibile - non blocca la circolazione del virus. Il quale, probabilmente, continuerebbe a circolare anche se chiudessimo in casa tutti i no vax o se si raggiungesse il 100% di popolazione inoculata (cosa che molti esperti, negli ultimi mesi, hanno ripetuto).
Tanto basterebbe a dimostrare l'inutilità del lasciapassare. Qualcuno, tuttavia, è pronto a gridare che «se non avessimo il green pass i contagi sarebbero molti di più». Ma davvero? E su quali basi? L'unico metro di paragone che abbiamo sono gli altri Stati Ue, i quali però presentano situazioni differenti. In Spagna ad esempio, in assenza di restrizioni, ci sono molti meno contagi che nel Regno Unito. Vogliamo utilizzare i britannici come riferimento? Bene, allora utilizziamoli per tutto, non solo per il numero dei contagi.
Detto questo, sarebbe anche ora di ribadire che il numero dei positivi è un falso problema. Se questi aumentano ma il numero di decessi rimane sotto controllo, il dato dei ricoveri non cresce esponenzialmente e il sistema sanitario non è sotto pressione, significa che il problema è risolto. In teoria, coloro che considerano il vaccino «la soluzione al guaio Covid» (e non sono pochi), dovrebbero concordare: se tanti si contagiano ma pochi muoiono, abbiamo vinto. Purtroppo, la mente prigioniera della aberrante logica pseudo sanitaria rifiuta di accettare tale prospettiva. Da un lato i talebani parlano solo del vaccino, lo presentano come se fosse un rimedio sciamanico e non tollerano che si parli di cure. Dall'altro, però, sostengono che non basti decongestionare gli ospedali: bisogna fermare la circolazione del virus. La quale circolazione, però, non si ferma con il green pass. Capite bene che è un circolo vizioso capace di condurre alla follia anche i santi: proseguendo lungo questa strada, dall'emergenza non si uscirà mai. Se, come tanti dicono, i contagi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane, rischiamo di perdere la libertà, non di ritrovarla.
Una via di uscita razionale potrebbe essere la seguente: smetterla di creare allarme sui contagi e concentrarsi su chi si ammala gravemente e muore, magari investendo ancora di più sulle cure, sia quelle ospedaliere (ad esempio i monoclonali) sia quelle domiciliari precoci (ad esempio il protocollo di Remuzzi). Questa prospettiva diventa ancora più sensata se si prendono in considerazione i numerosi dati sull'efficacia dei vaccini. Sul tema ci sono indicazioni a volte contrastanti, ma pare di capire che, nell'arco di qualche mese, la protezione vada scemando. Manco a dirlo, i talebani hanno la risposta pronta: «Bisogna fare subito la terza dose e inoculare anche i bambini!». Di fronte ad affermazioni simili, viene da chiedersi: fino a quando? Quanti richiami dovremo imporre? Abbiamo qualche certezza sull'efficacia? E sulle eventuali controindicazioni? Anche se tollerassimo di sottoporci a mille iniezioni, finché non accetteremo l'idea che le persone vanno curate (come previsto dalla Costituzione) continueranno a esserci morti.
In ogni caso, se l'efficacia del vaccino cala, quella del green pass è del tutto inesistente: non protegge dal contagio né lo ferma; non aiuta il tracciamento, anzi forse lo danneggia. Soprattutto, non serve allo scopo per cui è stato creato, cioè dare forte impulso alla campagna vaccinale.
Persino il Corriere della Sera domenica ha dovuto ammettere che, dopo un «rimbalzo di prime somministrazioni a ridosso del 15 ottobre», ora «il pass non spinge più le prime dosi». A scorrere i numeri, sembra che la violenta imposizione del lasciapassare abbia danneggiato la campagna vaccinale. Se si dovesse estendere a tutta la popolazione la terza dose, quanti saranno disponibili a sottoporsi al richiamo? E se, come alcuni suggeriscono, si arrivasse all'obbligo di inoculazione, non si tratterebbe forse di un clamoroso fallimento della carta verde?
Se qualcuno fornisse risposte sensate a queste domande, saremmo pronti a ricrederci. Ma per ora la risposta è una sola: «Più green pass! Più vaccino!». Così la logica e l'intelligenza si spengono, in compenso il virus rimane lì.
L'antifascista Sala vuole i manganelli. «La polizia carichi i no green pass»
La storia ha senso dell'umorismo. Te ne accorgi quando Beppe Sala, quello che voleva la professione di fede antifascista da ogni aspirante sindaco di Milano, si mette a invocare i manganelli contro i no pass. Rei di aver congestionato, per 14 sabati consecutivi, il centro del capoluogo lombardo - ma come? Non erano una sparuta e imbelle minoranza?
Ieri, a L'aria che tira, il primo cittadino meneghino ha lamentato che i manifestanti «non rispettano la regola d'ingaggio basilare, che è: si concorda il percorso. A questo punto diventano incontrollabili». E allora, «la polizia può fare una sola cosa: può caricarli». Peccato solo che quel tozzo di pane del prefetto, «lo capisco, non intende farlo». In un batter d'occhio, il sindaco «buono» getta la maschera: con i nemici, è lecito menar le mani e i bastoni. Randellate, ma arcobaleno. D'altronde, per citare un suo slogan invecchiato presto e male, «Milano non si ferma». E il passato della metropoli offre spunti pregevoli, quanto a repressioni: era stato Giuliano Cazzola, ad esempio, a ricordare il metodo Bava Beccaris. E pensare che, nel 2017, Sala se la prese con la Questura per un blitz in Stazione Centrale contro i clandestini, non concordato con l'amministrazione. Con quelli, guai a usare il pugno duro.
Nel frattempo, le penne a rimorchio di Palazzo Chigi insistono con la demonizzazione di chi si oppone al super green pass. Ieri, sulla Stampa e su Repubblica, campeggiava l'«inchiesta sui “neonazi"», pizzicati proprio a Milano. E mescolati con l'ex Br Paolo Maurizio Ferrari. Di più: «La protesta potrebbe saldarsi con quella no global», mentre «la galassia anarcoinsurrezionalista, scavalcata dai neofascisti, cerca visibilità» (Il Messaggero).
Nel dubbio su chi sia più spaventoso, si fa un cocktail «rossobruno» di tutti i Babau. Ormai, siamo oltre la semplice «onda nera».
Nondimeno, il fronte delle piazze tiene botta. I portuali di Trieste hanno chiesto ai lavoratori «un altro sacrificio» e hanno indetto una mobilitazione per domani: un corteo - pacifico, raccomandano - fino all'Oleodotto Transalpino. E i loro colleghi di Genova, che ieri sono tornati a manifestare, hanno colto un punto politico sottile e arguto: invocando tamponi gratis per tutti, vaccinati inclusi, hanno rivendicato lo stesso privilegio che Mario Draghi riserva a sé stesso.
Quando il premier introdusse il primo decreto sul lasciapassare verde, infatti, alcuni notarono la stridente contraddizione: l'ex banchiere pontificava sul fatto che la card offrirebbe «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose», solo che al contempo imponeva ai giornalisti, radunati per la conferenza stampa, anche se inoculati con la doppia dose, un test negativo. Stessa precauzione che si continua a prendere negli ospedali. E allora, perché agli altri lavoratori dovrebbe bastare l'assicurazione fragile, se non farlocca, derivante dall'uso di farmaci che non hanno potere sterilizzante?
All'alba di ieri, circa 200 camalli della città della Lanterna, aderenti al sindacato Usb, hanno interdetto il varco di San Benigno ai mezzi pesanti, e chiuso il passaggio Albertazzi al traffico in entrata. Josè Nivoi, dirigente Usb, ha insistito sui test gratuiti per chiunque acceda allo scalo, «camionisti compresi». Il coordinatore regionale del sindacato, Maurizio Rimassa, ha tuonato: «Il green pass, così com'è concepito, è discriminatorio e divisivo, ma la nostra è una battaglia rivolta contro l'insieme delle politiche del governo Draghi». Posizioni dure ma ragionevoli, lontane da derive no vax: «Consideriamo il vaccino», ha anzi ribadito Rimassa, «una misura fondamentale per la lotta alla pandemia». Tendano le orecchie quelle tv che, sulla scorta di Draghi, per l'accesso ai salottini catodici, dai quali gli opinionisti sparano a zero sul popolaccio complottista, prescrivono tamponi negativi universali. Che strano: proprio i pasdaran dei vaccini, a stringere, di questi vaccini sembrano non fidarsi per niente.
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Vaccini «bucati», casi su: anziché dedurne che il certificato è inutile, ci raccontano che senza saremmo messi molto peggio.Indetto un nuovo corteo a Trieste. I camalli di Genova: «Test gratis pure ai vaccinati».Lo speciale contiene due articoli. A furia di celebrare «La Scienza» si è ottenuto un fantastico risultato: dopo la matematica, anche la logica è ridotta al grado di opinione. Il ragionamento che comincia a serpeggiare fra i talebani del vaccino è il seguente: «Aumentano i contagi, segno evidente che serve il green pass». Cristallino: il green pass è in vigore, ma i contagi salgono lo stesso, quindi serve più green pass. Non fa una piega… Nel mondo reale, dati alla mano, le cose stanno più o meno così. Abbiamo adottato la misura restrittiva più pesante del mondo, eppure i contagi ugualmente non si fermano. Il bollettino di ieri mostra che i nuovi casi sono 2.535 contro i 3.725 rilevati il giorno precedente (poiché veniamo dal fine settimana, però, i tamponi sono stati 222.385 contro i 403.715 di 24 ore prima). Il tasso di positività è giunto all'1,1% (+ 0,2%). Sono aumentati i ricoveri nei reparti «non critici» (106 in più, ma, di nuovo, parliamo di un dato domenicale, che potrebbe ragionevolmente sgonfiarsi nei prossimi giorni). Infine, i morti sono più o meno stabili (30 contro i 24 del giorno prima). Per farla breve: la situazione è sotto controllo, però i contagi sono in lieve crescita. Ovviamente, c'è chi sostiene che ciò dipenda dalla presenza di non vaccinati. Piccolo problema: i contagi avvengono anche nelle Rsa - dove operatori e ospiti sono tutti vaccinati - e pure tra il personale sanitario. Insomma, il green pass - come ampiamente prevedibile - non blocca la circolazione del virus. Il quale, probabilmente, continuerebbe a circolare anche se chiudessimo in casa tutti i no vax o se si raggiungesse il 100% di popolazione inoculata (cosa che molti esperti, negli ultimi mesi, hanno ripetuto). Tanto basterebbe a dimostrare l'inutilità del lasciapassare. Qualcuno, tuttavia, è pronto a gridare che «se non avessimo il green pass i contagi sarebbero molti di più». Ma davvero? E su quali basi? L'unico metro di paragone che abbiamo sono gli altri Stati Ue, i quali però presentano situazioni differenti. In Spagna ad esempio, in assenza di restrizioni, ci sono molti meno contagi che nel Regno Unito. Vogliamo utilizzare i britannici come riferimento? Bene, allora utilizziamoli per tutto, non solo per il numero dei contagi. Detto questo, sarebbe anche ora di ribadire che il numero dei positivi è un falso problema. Se questi aumentano ma il numero di decessi rimane sotto controllo, il dato dei ricoveri non cresce esponenzialmente e il sistema sanitario non è sotto pressione, significa che il problema è risolto. In teoria, coloro che considerano il vaccino «la soluzione al guaio Covid» (e non sono pochi), dovrebbero concordare: se tanti si contagiano ma pochi muoiono, abbiamo vinto. Purtroppo, la mente prigioniera della aberrante logica pseudo sanitaria rifiuta di accettare tale prospettiva. Da un lato i talebani parlano solo del vaccino, lo presentano come se fosse un rimedio sciamanico e non tollerano che si parli di cure. Dall'altro, però, sostengono che non basti decongestionare gli ospedali: bisogna fermare la circolazione del virus. La quale circolazione, però, non si ferma con il green pass. Capite bene che è un circolo vizioso capace di condurre alla follia anche i santi: proseguendo lungo questa strada, dall'emergenza non si uscirà mai. Se, come tanti dicono, i contagi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane, rischiamo di perdere la libertà, non di ritrovarla. Una via di uscita razionale potrebbe essere la seguente: smetterla di creare allarme sui contagi e concentrarsi su chi si ammala gravemente e muore, magari investendo ancora di più sulle cure, sia quelle ospedaliere (ad esempio i monoclonali) sia quelle domiciliari precoci (ad esempio il protocollo di Remuzzi). Questa prospettiva diventa ancora più sensata se si prendono in considerazione i numerosi dati sull'efficacia dei vaccini. Sul tema ci sono indicazioni a volte contrastanti, ma pare di capire che, nell'arco di qualche mese, la protezione vada scemando. Manco a dirlo, i talebani hanno la risposta pronta: «Bisogna fare subito la terza dose e inoculare anche i bambini!». Di fronte ad affermazioni simili, viene da chiedersi: fino a quando? Quanti richiami dovremo imporre? Abbiamo qualche certezza sull'efficacia? E sulle eventuali controindicazioni? Anche se tollerassimo di sottoporci a mille iniezioni, finché non accetteremo l'idea che le persone vanno curate (come previsto dalla Costituzione) continueranno a esserci morti. In ogni caso, se l'efficacia del vaccino cala, quella del green pass è del tutto inesistente: non protegge dal contagio né lo ferma; non aiuta il tracciamento, anzi forse lo danneggia. Soprattutto, non serve allo scopo per cui è stato creato, cioè dare forte impulso alla campagna vaccinale. Persino il Corriere della Sera domenica ha dovuto ammettere che, dopo un «rimbalzo di prime somministrazioni a ridosso del 15 ottobre», ora «il pass non spinge più le prime dosi». A scorrere i numeri, sembra che la violenta imposizione del lasciapassare abbia danneggiato la campagna vaccinale. Se si dovesse estendere a tutta la popolazione la terza dose, quanti saranno disponibili a sottoporsi al richiamo? E se, come alcuni suggeriscono, si arrivasse all'obbligo di inoculazione, non si tratterebbe forse di un clamoroso fallimento della carta verde? Se qualcuno fornisse risposte sensate a queste domande, saremmo pronti a ricrederci. Ma per ora la risposta è una sola: «Più green pass! Più vaccino!». Così la logica e l'intelligenza si spengono, in compenso il virus rimane lì. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-foglio-verde-ha-fatto-gia-cilecca-ma-i-suoi-talebani-ne-chiedono-di-piu-2655365810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-antifascista-sala-vuole-i-manganelli-la-polizia-carichi-i-no-green-pass" data-post-id="2655365810" data-published-at="1635187818" data-use-pagination="False"> L'antifascista Sala vuole i manganelli. «La polizia carichi i no green pass» La storia ha senso dell'umorismo. Te ne accorgi quando Beppe Sala, quello che voleva la professione di fede antifascista da ogni aspirante sindaco di Milano, si mette a invocare i manganelli contro i no pass. Rei di aver congestionato, per 14 sabati consecutivi, il centro del capoluogo lombardo - ma come? Non erano una sparuta e imbelle minoranza? Ieri, a L'aria che tira, il primo cittadino meneghino ha lamentato che i manifestanti «non rispettano la regola d'ingaggio basilare, che è: si concorda il percorso. A questo punto diventano incontrollabili». E allora, «la polizia può fare una sola cosa: può caricarli». Peccato solo che quel tozzo di pane del prefetto, «lo capisco, non intende farlo». In un batter d'occhio, il sindaco «buono» getta la maschera: con i nemici, è lecito menar le mani e i bastoni. Randellate, ma arcobaleno. D'altronde, per citare un suo slogan invecchiato presto e male, «Milano non si ferma». E il passato della metropoli offre spunti pregevoli, quanto a repressioni: era stato Giuliano Cazzola, ad esempio, a ricordare il metodo Bava Beccaris. E pensare che, nel 2017, Sala se la prese con la Questura per un blitz in Stazione Centrale contro i clandestini, non concordato con l'amministrazione. Con quelli, guai a usare il pugno duro. Nel frattempo, le penne a rimorchio di Palazzo Chigi insistono con la demonizzazione di chi si oppone al super green pass. Ieri, sulla Stampa e su Repubblica, campeggiava l'«inchiesta sui “neonazi"», pizzicati proprio a Milano. E mescolati con l'ex Br Paolo Maurizio Ferrari. Di più: «La protesta potrebbe saldarsi con quella no global», mentre «la galassia anarcoinsurrezionalista, scavalcata dai neofascisti, cerca visibilità» (Il Messaggero). Nel dubbio su chi sia più spaventoso, si fa un cocktail «rossobruno» di tutti i Babau. Ormai, siamo oltre la semplice «onda nera». Nondimeno, il fronte delle piazze tiene botta. I portuali di Trieste hanno chiesto ai lavoratori «un altro sacrificio» e hanno indetto una mobilitazione per domani: un corteo - pacifico, raccomandano - fino all'Oleodotto Transalpino. E i loro colleghi di Genova, che ieri sono tornati a manifestare, hanno colto un punto politico sottile e arguto: invocando tamponi gratis per tutti, vaccinati inclusi, hanno rivendicato lo stesso privilegio che Mario Draghi riserva a sé stesso. Quando il premier introdusse il primo decreto sul lasciapassare verde, infatti, alcuni notarono la stridente contraddizione: l'ex banchiere pontificava sul fatto che la card offrirebbe «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose», solo che al contempo imponeva ai giornalisti, radunati per la conferenza stampa, anche se inoculati con la doppia dose, un test negativo. Stessa precauzione che si continua a prendere negli ospedali. E allora, perché agli altri lavoratori dovrebbe bastare l'assicurazione fragile, se non farlocca, derivante dall'uso di farmaci che non hanno potere sterilizzante? All'alba di ieri, circa 200 camalli della città della Lanterna, aderenti al sindacato Usb, hanno interdetto il varco di San Benigno ai mezzi pesanti, e chiuso il passaggio Albertazzi al traffico in entrata. Josè Nivoi, dirigente Usb, ha insistito sui test gratuiti per chiunque acceda allo scalo, «camionisti compresi». Il coordinatore regionale del sindacato, Maurizio Rimassa, ha tuonato: «Il green pass, così com'è concepito, è discriminatorio e divisivo, ma la nostra è una battaglia rivolta contro l'insieme delle politiche del governo Draghi». Posizioni dure ma ragionevoli, lontane da derive no vax: «Consideriamo il vaccino», ha anzi ribadito Rimassa, «una misura fondamentale per la lotta alla pandemia». Tendano le orecchie quelle tv che, sulla scorta di Draghi, per l'accesso ai salottini catodici, dai quali gli opinionisti sparano a zero sul popolaccio complottista, prescrivono tamponi negativi universali. Che strano: proprio i pasdaran dei vaccini, a stringere, di questi vaccini sembrano non fidarsi per niente.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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