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2021-10-26
Il foglio verde ha fatto già cilecca ma i suoi talebani ne chiedono di più
Ansa
A furia di celebrare «La Scienza» si è ottenuto un fantastico risultato: dopo la matematica, anche la logica è ridotta al grado di opinione. Il ragionamento che comincia a serpeggiare fra i talebani del vaccino è il seguente: «Aumentano i contagi, segno evidente che serve il green pass». Cristallino: il green pass è in vigore, ma i contagi salgono lo stesso, quindi serve più green pass. Non fa una piega… Nel mondo reale, dati alla mano, le cose stanno più o meno così. Abbiamo adottato la misura restrittiva più pesante del mondo, eppure i contagi ugualmente non si fermano. Il bollettino di ieri mostra che i nuovi casi sono 2.535 contro i 3.725 rilevati il giorno precedente (poiché veniamo dal fine settimana, però, i tamponi sono stati 222.385 contro i 403.715 di 24 ore prima). Il tasso di positività è giunto all'1,1% (+ 0,2%). Sono aumentati i ricoveri nei reparti «non critici» (106 in più, ma, di nuovo, parliamo di un dato domenicale, che potrebbe ragionevolmente sgonfiarsi nei prossimi giorni). Infine, i morti sono più o meno stabili (30 contro i 24 del giorno prima). Per farla breve: la situazione è sotto controllo, però i contagi sono in lieve crescita.
Ovviamente, c'è chi sostiene che ciò dipenda dalla presenza di non vaccinati. Piccolo problema: i contagi avvengono anche nelle Rsa - dove operatori e ospiti sono tutti vaccinati - e pure tra il personale sanitario. Insomma, il green pass - come ampiamente prevedibile - non blocca la circolazione del virus. Il quale, probabilmente, continuerebbe a circolare anche se chiudessimo in casa tutti i no vax o se si raggiungesse il 100% di popolazione inoculata (cosa che molti esperti, negli ultimi mesi, hanno ripetuto).
Tanto basterebbe a dimostrare l'inutilità del lasciapassare. Qualcuno, tuttavia, è pronto a gridare che «se non avessimo il green pass i contagi sarebbero molti di più». Ma davvero? E su quali basi? L'unico metro di paragone che abbiamo sono gli altri Stati Ue, i quali però presentano situazioni differenti. In Spagna ad esempio, in assenza di restrizioni, ci sono molti meno contagi che nel Regno Unito. Vogliamo utilizzare i britannici come riferimento? Bene, allora utilizziamoli per tutto, non solo per il numero dei contagi.
Detto questo, sarebbe anche ora di ribadire che il numero dei positivi è un falso problema. Se questi aumentano ma il numero di decessi rimane sotto controllo, il dato dei ricoveri non cresce esponenzialmente e il sistema sanitario non è sotto pressione, significa che il problema è risolto. In teoria, coloro che considerano il vaccino «la soluzione al guaio Covid» (e non sono pochi), dovrebbero concordare: se tanti si contagiano ma pochi muoiono, abbiamo vinto. Purtroppo, la mente prigioniera della aberrante logica pseudo sanitaria rifiuta di accettare tale prospettiva. Da un lato i talebani parlano solo del vaccino, lo presentano come se fosse un rimedio sciamanico e non tollerano che si parli di cure. Dall'altro, però, sostengono che non basti decongestionare gli ospedali: bisogna fermare la circolazione del virus. La quale circolazione, però, non si ferma con il green pass. Capite bene che è un circolo vizioso capace di condurre alla follia anche i santi: proseguendo lungo questa strada, dall'emergenza non si uscirà mai. Se, come tanti dicono, i contagi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane, rischiamo di perdere la libertà, non di ritrovarla.
Una via di uscita razionale potrebbe essere la seguente: smetterla di creare allarme sui contagi e concentrarsi su chi si ammala gravemente e muore, magari investendo ancora di più sulle cure, sia quelle ospedaliere (ad esempio i monoclonali) sia quelle domiciliari precoci (ad esempio il protocollo di Remuzzi). Questa prospettiva diventa ancora più sensata se si prendono in considerazione i numerosi dati sull'efficacia dei vaccini. Sul tema ci sono indicazioni a volte contrastanti, ma pare di capire che, nell'arco di qualche mese, la protezione vada scemando. Manco a dirlo, i talebani hanno la risposta pronta: «Bisogna fare subito la terza dose e inoculare anche i bambini!». Di fronte ad affermazioni simili, viene da chiedersi: fino a quando? Quanti richiami dovremo imporre? Abbiamo qualche certezza sull'efficacia? E sulle eventuali controindicazioni? Anche se tollerassimo di sottoporci a mille iniezioni, finché non accetteremo l'idea che le persone vanno curate (come previsto dalla Costituzione) continueranno a esserci morti.
In ogni caso, se l'efficacia del vaccino cala, quella del green pass è del tutto inesistente: non protegge dal contagio né lo ferma; non aiuta il tracciamento, anzi forse lo danneggia. Soprattutto, non serve allo scopo per cui è stato creato, cioè dare forte impulso alla campagna vaccinale.
Persino il Corriere della Sera domenica ha dovuto ammettere che, dopo un «rimbalzo di prime somministrazioni a ridosso del 15 ottobre», ora «il pass non spinge più le prime dosi». A scorrere i numeri, sembra che la violenta imposizione del lasciapassare abbia danneggiato la campagna vaccinale. Se si dovesse estendere a tutta la popolazione la terza dose, quanti saranno disponibili a sottoporsi al richiamo? E se, come alcuni suggeriscono, si arrivasse all'obbligo di inoculazione, non si tratterebbe forse di un clamoroso fallimento della carta verde?
Se qualcuno fornisse risposte sensate a queste domande, saremmo pronti a ricrederci. Ma per ora la risposta è una sola: «Più green pass! Più vaccino!». Così la logica e l'intelligenza si spengono, in compenso il virus rimane lì.
L'antifascista Sala vuole i manganelli. «La polizia carichi i no green pass»
La storia ha senso dell'umorismo. Te ne accorgi quando Beppe Sala, quello che voleva la professione di fede antifascista da ogni aspirante sindaco di Milano, si mette a invocare i manganelli contro i no pass. Rei di aver congestionato, per 14 sabati consecutivi, il centro del capoluogo lombardo - ma come? Non erano una sparuta e imbelle minoranza?
Ieri, a L'aria che tira, il primo cittadino meneghino ha lamentato che i manifestanti «non rispettano la regola d'ingaggio basilare, che è: si concorda il percorso. A questo punto diventano incontrollabili». E allora, «la polizia può fare una sola cosa: può caricarli». Peccato solo che quel tozzo di pane del prefetto, «lo capisco, non intende farlo». In un batter d'occhio, il sindaco «buono» getta la maschera: con i nemici, è lecito menar le mani e i bastoni. Randellate, ma arcobaleno. D'altronde, per citare un suo slogan invecchiato presto e male, «Milano non si ferma». E il passato della metropoli offre spunti pregevoli, quanto a repressioni: era stato Giuliano Cazzola, ad esempio, a ricordare il metodo Bava Beccaris. E pensare che, nel 2017, Sala se la prese con la Questura per un blitz in Stazione Centrale contro i clandestini, non concordato con l'amministrazione. Con quelli, guai a usare il pugno duro.
Nel frattempo, le penne a rimorchio di Palazzo Chigi insistono con la demonizzazione di chi si oppone al super green pass. Ieri, sulla Stampa e su Repubblica, campeggiava l'«inchiesta sui “neonazi"», pizzicati proprio a Milano. E mescolati con l'ex Br Paolo Maurizio Ferrari. Di più: «La protesta potrebbe saldarsi con quella no global», mentre «la galassia anarcoinsurrezionalista, scavalcata dai neofascisti, cerca visibilità» (Il Messaggero).
Nel dubbio su chi sia più spaventoso, si fa un cocktail «rossobruno» di tutti i Babau. Ormai, siamo oltre la semplice «onda nera».
Nondimeno, il fronte delle piazze tiene botta. I portuali di Trieste hanno chiesto ai lavoratori «un altro sacrificio» e hanno indetto una mobilitazione per domani: un corteo - pacifico, raccomandano - fino all'Oleodotto Transalpino. E i loro colleghi di Genova, che ieri sono tornati a manifestare, hanno colto un punto politico sottile e arguto: invocando tamponi gratis per tutti, vaccinati inclusi, hanno rivendicato lo stesso privilegio che Mario Draghi riserva a sé stesso.
Quando il premier introdusse il primo decreto sul lasciapassare verde, infatti, alcuni notarono la stridente contraddizione: l'ex banchiere pontificava sul fatto che la card offrirebbe «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose», solo che al contempo imponeva ai giornalisti, radunati per la conferenza stampa, anche se inoculati con la doppia dose, un test negativo. Stessa precauzione che si continua a prendere negli ospedali. E allora, perché agli altri lavoratori dovrebbe bastare l'assicurazione fragile, se non farlocca, derivante dall'uso di farmaci che non hanno potere sterilizzante?
All'alba di ieri, circa 200 camalli della città della Lanterna, aderenti al sindacato Usb, hanno interdetto il varco di San Benigno ai mezzi pesanti, e chiuso il passaggio Albertazzi al traffico in entrata. Josè Nivoi, dirigente Usb, ha insistito sui test gratuiti per chiunque acceda allo scalo, «camionisti compresi». Il coordinatore regionale del sindacato, Maurizio Rimassa, ha tuonato: «Il green pass, così com'è concepito, è discriminatorio e divisivo, ma la nostra è una battaglia rivolta contro l'insieme delle politiche del governo Draghi». Posizioni dure ma ragionevoli, lontane da derive no vax: «Consideriamo il vaccino», ha anzi ribadito Rimassa, «una misura fondamentale per la lotta alla pandemia». Tendano le orecchie quelle tv che, sulla scorta di Draghi, per l'accesso ai salottini catodici, dai quali gli opinionisti sparano a zero sul popolaccio complottista, prescrivono tamponi negativi universali. Che strano: proprio i pasdaran dei vaccini, a stringere, di questi vaccini sembrano non fidarsi per niente.
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Vaccini «bucati», casi su: anziché dedurne che il certificato è inutile, ci raccontano che senza saremmo messi molto peggio.Indetto un nuovo corteo a Trieste. I camalli di Genova: «Test gratis pure ai vaccinati».Lo speciale contiene due articoli. A furia di celebrare «La Scienza» si è ottenuto un fantastico risultato: dopo la matematica, anche la logica è ridotta al grado di opinione. Il ragionamento che comincia a serpeggiare fra i talebani del vaccino è il seguente: «Aumentano i contagi, segno evidente che serve il green pass». Cristallino: il green pass è in vigore, ma i contagi salgono lo stesso, quindi serve più green pass. Non fa una piega… Nel mondo reale, dati alla mano, le cose stanno più o meno così. Abbiamo adottato la misura restrittiva più pesante del mondo, eppure i contagi ugualmente non si fermano. Il bollettino di ieri mostra che i nuovi casi sono 2.535 contro i 3.725 rilevati il giorno precedente (poiché veniamo dal fine settimana, però, i tamponi sono stati 222.385 contro i 403.715 di 24 ore prima). Il tasso di positività è giunto all'1,1% (+ 0,2%). Sono aumentati i ricoveri nei reparti «non critici» (106 in più, ma, di nuovo, parliamo di un dato domenicale, che potrebbe ragionevolmente sgonfiarsi nei prossimi giorni). Infine, i morti sono più o meno stabili (30 contro i 24 del giorno prima). Per farla breve: la situazione è sotto controllo, però i contagi sono in lieve crescita. Ovviamente, c'è chi sostiene che ciò dipenda dalla presenza di non vaccinati. Piccolo problema: i contagi avvengono anche nelle Rsa - dove operatori e ospiti sono tutti vaccinati - e pure tra il personale sanitario. Insomma, il green pass - come ampiamente prevedibile - non blocca la circolazione del virus. Il quale, probabilmente, continuerebbe a circolare anche se chiudessimo in casa tutti i no vax o se si raggiungesse il 100% di popolazione inoculata (cosa che molti esperti, negli ultimi mesi, hanno ripetuto). Tanto basterebbe a dimostrare l'inutilità del lasciapassare. Qualcuno, tuttavia, è pronto a gridare che «se non avessimo il green pass i contagi sarebbero molti di più». Ma davvero? E su quali basi? L'unico metro di paragone che abbiamo sono gli altri Stati Ue, i quali però presentano situazioni differenti. In Spagna ad esempio, in assenza di restrizioni, ci sono molti meno contagi che nel Regno Unito. Vogliamo utilizzare i britannici come riferimento? Bene, allora utilizziamoli per tutto, non solo per il numero dei contagi. Detto questo, sarebbe anche ora di ribadire che il numero dei positivi è un falso problema. Se questi aumentano ma il numero di decessi rimane sotto controllo, il dato dei ricoveri non cresce esponenzialmente e il sistema sanitario non è sotto pressione, significa che il problema è risolto. In teoria, coloro che considerano il vaccino «la soluzione al guaio Covid» (e non sono pochi), dovrebbero concordare: se tanti si contagiano ma pochi muoiono, abbiamo vinto. Purtroppo, la mente prigioniera della aberrante logica pseudo sanitaria rifiuta di accettare tale prospettiva. Da un lato i talebani parlano solo del vaccino, lo presentano come se fosse un rimedio sciamanico e non tollerano che si parli di cure. Dall'altro, però, sostengono che non basti decongestionare gli ospedali: bisogna fermare la circolazione del virus. La quale circolazione, però, non si ferma con il green pass. Capite bene che è un circolo vizioso capace di condurre alla follia anche i santi: proseguendo lungo questa strada, dall'emergenza non si uscirà mai. Se, come tanti dicono, i contagi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane, rischiamo di perdere la libertà, non di ritrovarla. Una via di uscita razionale potrebbe essere la seguente: smetterla di creare allarme sui contagi e concentrarsi su chi si ammala gravemente e muore, magari investendo ancora di più sulle cure, sia quelle ospedaliere (ad esempio i monoclonali) sia quelle domiciliari precoci (ad esempio il protocollo di Remuzzi). Questa prospettiva diventa ancora più sensata se si prendono in considerazione i numerosi dati sull'efficacia dei vaccini. Sul tema ci sono indicazioni a volte contrastanti, ma pare di capire che, nell'arco di qualche mese, la protezione vada scemando. Manco a dirlo, i talebani hanno la risposta pronta: «Bisogna fare subito la terza dose e inoculare anche i bambini!». Di fronte ad affermazioni simili, viene da chiedersi: fino a quando? Quanti richiami dovremo imporre? Abbiamo qualche certezza sull'efficacia? E sulle eventuali controindicazioni? Anche se tollerassimo di sottoporci a mille iniezioni, finché non accetteremo l'idea che le persone vanno curate (come previsto dalla Costituzione) continueranno a esserci morti. In ogni caso, se l'efficacia del vaccino cala, quella del green pass è del tutto inesistente: non protegge dal contagio né lo ferma; non aiuta il tracciamento, anzi forse lo danneggia. Soprattutto, non serve allo scopo per cui è stato creato, cioè dare forte impulso alla campagna vaccinale. Persino il Corriere della Sera domenica ha dovuto ammettere che, dopo un «rimbalzo di prime somministrazioni a ridosso del 15 ottobre», ora «il pass non spinge più le prime dosi». A scorrere i numeri, sembra che la violenta imposizione del lasciapassare abbia danneggiato la campagna vaccinale. Se si dovesse estendere a tutta la popolazione la terza dose, quanti saranno disponibili a sottoporsi al richiamo? E se, come alcuni suggeriscono, si arrivasse all'obbligo di inoculazione, non si tratterebbe forse di un clamoroso fallimento della carta verde? Se qualcuno fornisse risposte sensate a queste domande, saremmo pronti a ricrederci. Ma per ora la risposta è una sola: «Più green pass! Più vaccino!». Così la logica e l'intelligenza si spengono, in compenso il virus rimane lì. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-foglio-verde-ha-fatto-gia-cilecca-ma-i-suoi-talebani-ne-chiedono-di-piu-2655365810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-antifascista-sala-vuole-i-manganelli-la-polizia-carichi-i-no-green-pass" data-post-id="2655365810" data-published-at="1635187818" data-use-pagination="False"> L'antifascista Sala vuole i manganelli. «La polizia carichi i no green pass» La storia ha senso dell'umorismo. Te ne accorgi quando Beppe Sala, quello che voleva la professione di fede antifascista da ogni aspirante sindaco di Milano, si mette a invocare i manganelli contro i no pass. Rei di aver congestionato, per 14 sabati consecutivi, il centro del capoluogo lombardo - ma come? Non erano una sparuta e imbelle minoranza? Ieri, a L'aria che tira, il primo cittadino meneghino ha lamentato che i manifestanti «non rispettano la regola d'ingaggio basilare, che è: si concorda il percorso. A questo punto diventano incontrollabili». E allora, «la polizia può fare una sola cosa: può caricarli». Peccato solo che quel tozzo di pane del prefetto, «lo capisco, non intende farlo». In un batter d'occhio, il sindaco «buono» getta la maschera: con i nemici, è lecito menar le mani e i bastoni. Randellate, ma arcobaleno. D'altronde, per citare un suo slogan invecchiato presto e male, «Milano non si ferma». E il passato della metropoli offre spunti pregevoli, quanto a repressioni: era stato Giuliano Cazzola, ad esempio, a ricordare il metodo Bava Beccaris. E pensare che, nel 2017, Sala se la prese con la Questura per un blitz in Stazione Centrale contro i clandestini, non concordato con l'amministrazione. Con quelli, guai a usare il pugno duro. Nel frattempo, le penne a rimorchio di Palazzo Chigi insistono con la demonizzazione di chi si oppone al super green pass. Ieri, sulla Stampa e su Repubblica, campeggiava l'«inchiesta sui “neonazi"», pizzicati proprio a Milano. E mescolati con l'ex Br Paolo Maurizio Ferrari. Di più: «La protesta potrebbe saldarsi con quella no global», mentre «la galassia anarcoinsurrezionalista, scavalcata dai neofascisti, cerca visibilità» (Il Messaggero). Nel dubbio su chi sia più spaventoso, si fa un cocktail «rossobruno» di tutti i Babau. Ormai, siamo oltre la semplice «onda nera». Nondimeno, il fronte delle piazze tiene botta. I portuali di Trieste hanno chiesto ai lavoratori «un altro sacrificio» e hanno indetto una mobilitazione per domani: un corteo - pacifico, raccomandano - fino all'Oleodotto Transalpino. E i loro colleghi di Genova, che ieri sono tornati a manifestare, hanno colto un punto politico sottile e arguto: invocando tamponi gratis per tutti, vaccinati inclusi, hanno rivendicato lo stesso privilegio che Mario Draghi riserva a sé stesso. Quando il premier introdusse il primo decreto sul lasciapassare verde, infatti, alcuni notarono la stridente contraddizione: l'ex banchiere pontificava sul fatto che la card offrirebbe «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose», solo che al contempo imponeva ai giornalisti, radunati per la conferenza stampa, anche se inoculati con la doppia dose, un test negativo. Stessa precauzione che si continua a prendere negli ospedali. E allora, perché agli altri lavoratori dovrebbe bastare l'assicurazione fragile, se non farlocca, derivante dall'uso di farmaci che non hanno potere sterilizzante? All'alba di ieri, circa 200 camalli della città della Lanterna, aderenti al sindacato Usb, hanno interdetto il varco di San Benigno ai mezzi pesanti, e chiuso il passaggio Albertazzi al traffico in entrata. Josè Nivoi, dirigente Usb, ha insistito sui test gratuiti per chiunque acceda allo scalo, «camionisti compresi». Il coordinatore regionale del sindacato, Maurizio Rimassa, ha tuonato: «Il green pass, così com'è concepito, è discriminatorio e divisivo, ma la nostra è una battaglia rivolta contro l'insieme delle politiche del governo Draghi». Posizioni dure ma ragionevoli, lontane da derive no vax: «Consideriamo il vaccino», ha anzi ribadito Rimassa, «una misura fondamentale per la lotta alla pandemia». Tendano le orecchie quelle tv che, sulla scorta di Draghi, per l'accesso ai salottini catodici, dai quali gli opinionisti sparano a zero sul popolaccio complottista, prescrivono tamponi negativi universali. Che strano: proprio i pasdaran dei vaccini, a stringere, di questi vaccini sembrano non fidarsi per niente.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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