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2020-08-21
Il flop della Convention democratica
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Joe Biden (Ansa)
«Il presidente continua a dirci che il virus sta per scomparire. Continua ad aspettare un miracolo», ha proseguito, «Bene, ho una notizia per lui: nessun miracolo è in arrivo. Guidiamo il mondo nei casi confermati. Guidiamo il mondo nei morti. La nostra economia è a brandelli, con le comunità di neri, latini, asiatici e nativi americani che sopportano il peso di ciò».
Adesso, a bocce ferme, è forse possibile dare un giudizio complessivo di questa Convention. Un giudizio che, a ben vedere, non può rivelarsi granché positivo. Anziché fugare i dubbi sulle debolezze del Partito democratico, l'evento è - al contrario - parso confermarle in pieno e, in alcuni casi, addirittura acuirle. In queste quattro serate, l'unico elemento coesivo in grado di emergere si è infatti rivelato l'anti-trumpismo: feroci critiche sono state ripetutamente scagliate contro la Casa Bianca dalla maggior parte dei principali oratori susseguitisi. Ora, non desta scandalo in sé che a una Convention democratica si attacchi un presidente in carica repubblicano: il problema è che, stavolta, oltre agli attacchi si è verificato ben poco. Non si è mai parlato di idee e di programmi concreti. E, in tal senso, molti nodi restano sul tavolo. Quale sarà la riforma sanitaria che il ticket Biden-Harris sceglierà di portare avanti? Che cosa deciderà sui temi ambientali (a partire dal fracking)? Come si collocherà sulla spinosa questione dell'ordine pubblico? Ma soprattutto che cosa hanno intenzione di fare i democratici per riconquistare il voto dei colletti blu della Rust Belt? Tutto questo è stato tralasciato, molto probabilmente per evitare il riesplodere delle tensioni interne tra centristi e correnti della sinistra. Tensioni che la scelta di una liberal altolocata e vicina alla Silicon Valley, come Kamala Harris, per la candidatura alla vicepresidenza hanno senza dubbio rinfocolato. Una Kamala Harris che, durante il suo discorso di mercoledì sera, si è esposta - ancora una volta - all'accusa di opportunismo: i suoi enfatici elogi di Biden stridevano infatti non poco con il fatto che, appena un anno fa, la senatrice afroamericana stesse accusando l'ex vicepresidente di pregresse collusioni con il segregazionismo razziale. Una questione su cui i due non si sono poi mai effettivamente chiariti.
Se c'era un obiettivo che questa Convention doveva garantire era quello di federare organicamente un partito che, negli ultimi cinque anni, si è sempre più spaccato al suo stesso interno. Un obiettivo che non sembra tuttavia essere stato conseguito. Esattamente come nel 2016, anche stavolta l'establishment ha monopolizzato la scena: a primeggiare - con discorsi non troppo memorabili - sono stati infatti gli Obama, i Clinton, John Kerry, Andrew Cuomo, Nancy Pelosi. Addirittura Mike Bloomberg a cui, notoriamente, la sinistra antisistema guarda come il fumo negli occhi. Dall'altra parte, le figure anti-establishment sono state relegate a un ruolo di contorno. Se Bernie Sanders ha tenuto un discorso smorto e non si sa quanto convinto, Alexandria Ocasio-Cortez si è lamentata per il poco tempo concessole, polemizzando anche con l'ex governatore repubblicano anti-trumpista dell'Ohio, John Kasich, invitato a parlare (con più minuti a disposizione di lei) nella serata di lunedì. Va da sé che, con simili premesse, sarà difficile che gli elettori di Sanders si recheranno a votare in massa per Biden il prossimo 3 novembre. Anziché prendere di petto le contraddizioni, l'asinello ha preferito nasconderle sotto il tappeto. Questa fu la strategia di Hillary Clinton nel 2016. E abbiamo visto come è andata a finire.
Del resto, non sarà esattamente un caso che gli ascolti televisivi dell'evento si siano rivelati particolarmente bassi. Secondo The Hill, le prime due serate hanno riscontrato un crollo del 40%, rispetto allo share della Convention democratica di quattro anni fa. Certo: in parte questi dati saranno dovuti al fatto che l'evento si sia tenuto quasi totalmente online e con molti discorsi preregistrati. In parte non può tuttavia non aver anche pesato l'assenza di contenuti politici effettivi e un generale clima soporifero. Al di là del veleno contro Donald Trump, gli endorsement a Biden sono stati infatti tendenzialmente blandi e privi di energia. Un bel problema per un candidato che i sondaggi danno, sì, avanti nelle intenzioni di voto ma in forte difficoltà sulla capacità di suscitare entusiasmo tra i propri elettori. Insomma, quanto emerge dall'ultima Convention democratica è un senso di vecchiume. Non solo per quanto riguarda una classe dirigente - quella democratica - che stenta ancora oggi a rinnovarsi. Ma anche in termini di visione. Da quello che si è capito, l'unica vaga idea avanzata è quella di una restaurazione ipso facto dell'obamismo, volta in definitiva a spingere gli elettori americani a votare qualsiasi cosa che non sia Trump. Siamo veramente sicuri che questo basterà a Biden per espugnare la Casa Bianca?
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La Convention nazionale del Partito democratico si è conclusa. Avvenuta in larga parte per via telematica a causa della pandemia, l'evento ha chiuso ieri i battenti con il discorso, pronunciato da Joe Biden, di accettazione della nomination. «Il nostro attuale presidente ha fallito nel suo dovere fondamentale nei confronti della nazione. Non è riuscito a proteggerci, non è riuscito a proteggere l'America», ha dichiarato l'ex vicepresidente.«Il presidente continua a dirci che il virus sta per scomparire. Continua ad aspettare un miracolo», ha proseguito, «Bene, ho una notizia per lui: nessun miracolo è in arrivo. Guidiamo il mondo nei casi confermati. Guidiamo il mondo nei morti. La nostra economia è a brandelli, con le comunità di neri, latini, asiatici e nativi americani che sopportano il peso di ciò».Adesso, a bocce ferme, è forse possibile dare un giudizio complessivo di questa Convention. Un giudizio che, a ben vedere, non può rivelarsi granché positivo. Anziché fugare i dubbi sulle debolezze del Partito democratico, l'evento è - al contrario - parso confermarle in pieno e, in alcuni casi, addirittura acuirle. In queste quattro serate, l'unico elemento coesivo in grado di emergere si è infatti rivelato l'anti-trumpismo: feroci critiche sono state ripetutamente scagliate contro la Casa Bianca dalla maggior parte dei principali oratori susseguitisi. Ora, non desta scandalo in sé che a una Convention democratica si attacchi un presidente in carica repubblicano: il problema è che, stavolta, oltre agli attacchi si è verificato ben poco. Non si è mai parlato di idee e di programmi concreti. E, in tal senso, molti nodi restano sul tavolo. Quale sarà la riforma sanitaria che il ticket Biden-Harris sceglierà di portare avanti? Che cosa deciderà sui temi ambientali (a partire dal fracking)? Come si collocherà sulla spinosa questione dell'ordine pubblico? Ma soprattutto che cosa hanno intenzione di fare i democratici per riconquistare il voto dei colletti blu della Rust Belt? Tutto questo è stato tralasciato, molto probabilmente per evitare il riesplodere delle tensioni interne tra centristi e correnti della sinistra. Tensioni che la scelta di una liberal altolocata e vicina alla Silicon Valley, come Kamala Harris, per la candidatura alla vicepresidenza hanno senza dubbio rinfocolato. Una Kamala Harris che, durante il suo discorso di mercoledì sera, si è esposta - ancora una volta - all'accusa di opportunismo: i suoi enfatici elogi di Biden stridevano infatti non poco con il fatto che, appena un anno fa, la senatrice afroamericana stesse accusando l'ex vicepresidente di pregresse collusioni con il segregazionismo razziale. Una questione su cui i due non si sono poi mai effettivamente chiariti.Se c'era un obiettivo che questa Convention doveva garantire era quello di federare organicamente un partito che, negli ultimi cinque anni, si è sempre più spaccato al suo stesso interno. Un obiettivo che non sembra tuttavia essere stato conseguito. Esattamente come nel 2016, anche stavolta l'establishment ha monopolizzato la scena: a primeggiare - con discorsi non troppo memorabili - sono stati infatti gli Obama, i Clinton, John Kerry, Andrew Cuomo, Nancy Pelosi. Addirittura Mike Bloomberg a cui, notoriamente, la sinistra antisistema guarda come il fumo negli occhi. Dall'altra parte, le figure anti-establishment sono state relegate a un ruolo di contorno. Se Bernie Sanders ha tenuto un discorso smorto e non si sa quanto convinto, Alexandria Ocasio-Cortez si è lamentata per il poco tempo concessole, polemizzando anche con l'ex governatore repubblicano anti-trumpista dell'Ohio, John Kasich, invitato a parlare (con più minuti a disposizione di lei) nella serata di lunedì. Va da sé che, con simili premesse, sarà difficile che gli elettori di Sanders si recheranno a votare in massa per Biden il prossimo 3 novembre. Anziché prendere di petto le contraddizioni, l'asinello ha preferito nasconderle sotto il tappeto. Questa fu la strategia di Hillary Clinton nel 2016. E abbiamo visto come è andata a finire.Del resto, non sarà esattamente un caso che gli ascolti televisivi dell'evento si siano rivelati particolarmente bassi. Secondo The Hill, le prime due serate hanno riscontrato un crollo del 40%, rispetto allo share della Convention democratica di quattro anni fa. Certo: in parte questi dati saranno dovuti al fatto che l'evento si sia tenuto quasi totalmente online e con molti discorsi preregistrati. In parte non può tuttavia non aver anche pesato l'assenza di contenuti politici effettivi e un generale clima soporifero. Al di là del veleno contro Donald Trump, gli endorsement a Biden sono stati infatti tendenzialmente blandi e privi di energia. Un bel problema per un candidato che i sondaggi danno, sì, avanti nelle intenzioni di voto ma in forte difficoltà sulla capacità di suscitare entusiasmo tra i propri elettori. Insomma, quanto emerge dall'ultima Convention democratica è un senso di vecchiume. Non solo per quanto riguarda una classe dirigente - quella democratica - che stenta ancora oggi a rinnovarsi. Ma anche in termini di visione. Da quello che si è capito, l'unica vaga idea avanzata è quella di una restaurazione ipso facto dell'obamismo, volta in definitiva a spingere gli elettori americani a votare qualsiasi cosa che non sia Trump. Siamo veramente sicuri che questo basterà a Biden per espugnare la Casa Bianca?
Volodymye Zelensky seduto insieme a Donald Trump (Ansa)
«Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò parola per parola affinché venga riportato correttamente», ha dichiarato il presidente statunitense, definendo il documento «molto importante».
Trump ha spiegato che il punto centrale dell’accordo riguarda esclusivamente il programma nucleare iraniano. «L’unica cosa che mi interessa è che l’Iran non possieda mai un’arma nucleare», ha affermato. Washington continuerà a monitorare i siti dove viene arricchito l’uranio e, secondo il presidente, dispone delle capacità tecnologiche necessarie per raggiungere anche impianti sotterranei particolarmente protetti. «Stiamo controllando quei siti e vogliamo eliminare la minaccia, non semplicemente gestirla», ha aggiunto. Il presidente americano ha definito l’intesa «un accordo giusto» e si è detto convinto che la seconda fase dei negoziati sarà più semplice rispetto a quella appena conclusa. Allo stesso tempo ha lanciato un monito a Teheran, sostenendo che eventuali violazioni degli impegni assunti comporterebbero conseguenze molto severe.
Nel corso degli incontri bilaterali, Trump ha inoltre smentito le indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti sarebbero pronti a investire nell’economia iraniana. «È una notizia ridicola. Non abbiamo alcun obbligo di investire denaro in Iran. Possiamo farlo se lo riteniamo opportuno, ma non stiamo investendo nulla», ha precisato durante un colloquio con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani. Sul piano politico, il presidente ha escluso che l’obiettivo americano sia stato un cambio di regime nella Repubblica islamica. Pur riconoscendo che il conflitto abbia colpito duramente i vertici politici e militari iraniani, Trump ha ribadito di non credere alle strategie di rovesciamento dei governi dall’esterno. «Per anni abbiamo assistito a cambi di regime che non hanno funzionato. Se devono verificarsi, devono nascere da dinamiche interne», ha dichiarato.
«Bisogna chiedere la pace sempre, chiedere negoziati: grazie a Dio c'è questo memorandum. Ci saranno ancora diversi punti da decidere, ma sempre meglio farlo con il dialogo, la negoziazione. Mi auguro sia davvero una soluzione, che la guerra sia finita, che vengano eliminate le armi nucleari, e si possano risolvere i problemi di tutti i popoli».
A margine del summit, il leader americano ha anche elogiato il presidente francese Emmanuel Macron, spiegando di aver modificato i propri programmi per partecipare alla cena organizzata a Versailles in occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana. «Macron è una persona davvero squisita. Mi ha invitato a Versailles e ho accettato con piacere, anche se questo significherà rientrare negli Stati Uniti più tardi del previsto», ha affermato. Le questioni mediorientali si sono intrecciate con il dossier ucraino. Trump ha confermato di aver incontrato il presidente Volodymyr Zelensky a Evian e di aver parlato nei giorni precedenti con Vladimir Putin. Secondo il presidente americano, il conflitto continua a provocare perdite enormi da entrambe le parti. «Continuano a combattere e a perdere soldati in numeri che non si vedevano dalla Seconda guerra mondiale», ha osservato. Pur dichiarandosi favorevole a una soluzione negoziata, ha ammesso che le posizioni di Mosca e Kiev restano molto distanti. «Pensavo fosse la guerra più facile da fermare, ma i due leader non riescono a trovare un punto d’incontro». Trump ha comunque assicurato che continuerà a lavorare per favorire un accordo, ribadendo che «la Russia deve arrivare a un’intesa».
Uno dei passaggi più delicati delle sue dichiarazioni ha riguardato il Libano. Il presidente americano ha criticato apertamente il recente raid israeliano contro Beirut, effettuato dopo un attacco con droni attribuito a Hezbollah. «Non è necessario demolire un intero edificio ogni volta che si cerca una persona. In quei palazzi vivono anche civili che non hanno nulla a che fare con Hezbollah», ha dichiarato. Il presidente ha definito Hezbollah «una piccola spina nel fianco», sostenendo però che il movimento sciita continui a rappresentare un elemento di instabilità per la regione. In questo contesto ha elogiato l’approccio del presidente siriano Ahmed al-Shaara, suggerendo che Damasco potrebbe svolgere un ruolo più efficace nel contenimento del gruppo libanese.
«Israele combatte Hezbollah da troppo tempo e troppe persone continuano a morire. Credo che la Siria possa affrontare questa minaccia in modo più efficace», ha affermato. Alla domanda se l’accordo con l’Iran possa sopravvivere a eventuali nuove operazioni militari israeliane in Libano, Trump ha risposto in modo affermativo, mostrando fiducia nella solidità dell’intesa appena raggiunta. Le dichiarazioni rilasciate a Evian delineano una strategia che punta a ridurre le tensioni regionali attraverso la diplomazia. Dall’accordo con Teheran alla guerra in Ucraina, passando per il Libano, Trump ha cercato di presentarsi come il promotore di una nuova fase negoziale. Resta ora da capire se il memorandum con l’Iran riuscirà davvero a consolidare gli equilibri regionali o se le tensioni ancora aperte in Medio Oriente finiranno per metterne alla prova la tenuta.
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