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2020-02-11
Il coronavirus deflagra ma i funzionari di Pechino ci riempiono di schiaffi
Feature China:Barcroft Media via Getty Images
Il governo ha contratto il virus più casereccio esistente in natura, quello dell'ipocrisia. Mentre l'emergenza continua e da Wuhan arrivano notizie di censure e occultamenti; mentre l'Organizzazione mondiale della sanità e l'Unione europea mostrano la guardia altissima in assenza di elementi rassicuranti, il premier Giuseppe Conte ha concluso ieri l'incontro interministeriale sul rischio sanitario con una nota inquietante. La sua preoccupazione non sta nella diffusione del coronavirus e nella salvaguardia della salute di chi vive in Italia, ma nel mitigare l'arrabbiatura cinese per i provvedimenti presi nei giorni scorsi.
Siamo più assillati dall'irritazione di Pechino che dalle precauzioni contro il bacillo, e lo scriviamo pure. «Il governo continuerà a perseguire una linea di massima precauzione con l'obiettivo prioritario di assicurare la tutela della salute di tutti i cittadini». Dopo l'incipit del tutto pleonastico perché la tutela della salute (dalle terapie post infartuali alla cura dell'alluce valgo) è assicurata ogni giorno in ogni ospedale del Paese, ecco il cuore e il batticuore del comunicato di Palazzo Chigi: «Il governo continuerà ad aggiornarsi con vigile attenzione avendo cura che tutte le iniziative restino costantemente adeguate ai criteri di proporzionalità e adeguatezza fin qui adottati. Il governo continuerà a promuovere iniziative di sostegno umanitario e, anche a livello europeo, di solidarietà nei confronti del popolo cinese. Sono allo studio iniziative anche di collaborazione scientifica per sostenere il grande sforzo delle autorità cinesi».
Il vero obiettivo è calmare i cinesi furibondi con il ministro della Salute, Roberto Speranza, per due mosse infelici. La prima mediatica, quando disse con una frase da cabaret: «Stiamo trattando il virus come la peste e il colera ma non c'è niente di cui preoccuparsi». La seconda pratica, quando decise di chiudere i voli diretti dalla Cina - e fece bene - senza immaginare che anche dagli scali intermedi (Singapore, Istanbul, Mosca, Londra, Francoforte e via elencando) sarebbero potuti arrivare soggetti infettati dal coronavirus. Così oggi ecco che «proporzionalità e adeguatezza» diventano parole d'ordine, come «sostegno umanitario» e «collaborazione scientifica». Vacui termini in successione per far rientrare la fibrillazione diplomatica, testimoniata dalla dura dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang: «Speriamo che l'Italia possa valutare la situazione in modo obiettivo, razionale e basato sulla scienza, rispettare le raccomandazioni autorevoli e professionali dell'Oms e astenersi dall'adottare misure eccessive».
In risposta, il premier Conte parla come se stesse preparando una prolusione a un congresso immunologico internazionale al quale nessuno ha mai pensato di invitarlo. «Proporzionalità e adeguatezza, collaborazione scientifica». Le sue parole più che rassicurare mettono in allarme perché nascondono il Nulla operativo, caratteristica dominante dell'esecutivo giallorosso. Mostrano solo subalternità nei confronti del regime cinese, che per primo occultò l'emergenza sanitaria e adesso s'indigna se il mondo non si fida. Tutta l'energia diplomatica italiana è indirizzata ad ammansire Pechino proprio mentre l'Oms, gli esperti di Bruxelles e i governi europei (esempio massimo quello britannico con il laboratorio chiuso a Brighton) sono concentrati su ben altri temi: scoprire se il picco è veramente passato, se il periodo di incubazione è veramente di 11 giorni, se l'agente patogeno si trasmette con gli oggetti.
A dare il via alla corsa a rabbonire i cinesi è stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con la visita simbolica nella scuola romana all'Esquilino, circondato dai bambini in puro spirito veterodemocristiano. Ovviamente nessun pericolo, si trattava di adolescenti di terza generazione che conoscono la Cina attraverso i racconti dei nonni. Dal gesto è nato un video accompagnato da parole di fratellanza: «Di fronte a una crisi di salute pubblica i Paesi dovrebbero lavorare insieme per superare le difficoltà invece di guardare semplicemente il fuoco che brucia dall'altra riva del fiume». «La paura è più contagiosa del virus». Il tweet è arrivato in Cina ed è stato rilanciato dal governo di Pechino, molto interessato a diffondere messaggi rassicuranti. Inoltre dopodomani , al Quirinale, ci sarà un concerto speciale cui parteciperà l'ambasciatore cinese.
Le ambiguità nella gestione del focolaio originario e il silenzio informativo della Cina non autorizzano all'ottimismo della volontà; la faccenda è seria e le mosse di Palazzo Xhigi (verrebbe da scrivere) aumentano la preoccupazione. Anche la decisione di adottare un istituto inesistente in medicina come la «quarantena volontaria e fiduciaria» per gli studenti di ritorno dal capodanno cinese (e solo per non dare ragione ai governatori della Lega che chiedevano l'astensione obbligatoria dalle lezioni) conferma la gestione pasticciata e politica di un problema che riguarda tutti. È pur vero che quello italiano è il governo occidentale più accondiscendente davanti al regime cinese, ma questo non impone a Conte un comportamento da leone da scendiletto quando è in gioco la salute degli italiani. L'emergenza resta il coronavirus, non l'umore di Xi Jinping.
Tra contagiati e deceduti l’opacità del Dragone fa sballare le statistiche
È guerra di cifre sull'epidemia di coronavirus. Sui social network impazzano le teorie cospirazioniste. Tra le più macabre, quella che lega l'aumento delle emissioni dei gas prodotti nel processo di cremazione nella zona di Wuhan - la città epicentro della diffusione del virus - al sospetto che il numero dei decessi sarebbe molto più alto di quanto dichiarato dalle autorità di Pechino. In realtà, le sostanze presenti nell'aria delle principali città cinesi sono le stesse che vengono rilasciate a seguito di svariati processi industriali, dunque la teoria lascia il tempo che trova.
Meglio perciò stare ai numeri ufficiali. Secondo i dati diffusi dall'Oms, a ieri i contagi hanno sfiorato i 41.000 e i decessi quota 910. Particolare curioso: il tasso di mortalità del virus è pressoché costante intorno al 2% ormai da oltre dieci giorni, essendosi scostato da questo valore solo di pochi decimali. Un comportamento quantomeno singolare, quasi come se il virus «sapesse» quanti decessi far registrare ogni giorno. Basti pensare che nel 2003 la Sars mostrò un andamento ben più irregolare già nel periodo iniziale, passando nell'arco di una ventina di giorni da un valore inferiore al 3%, fino a sfiorare il 4%.
Secondo uno studio pubblicato venerdì dal team del dottor Manuel Battegay della Divisione di malattie infettive ed epidemiologia ospedaliera della clinica universitaria di Basilea, dividere semplicemente il numero dei decessi per il numero dei casi «potrebbe non rappresentare il tasso di mortalità reale». Nelle prossime settimane è verosimile credere che emergano nuovi casi rimasti al di fuori delle statistiche ufficiali, con un possibile conseguente aumento del valore finale.
Ma c'è un aspetto sul quale sembrano concordare tutti: il numero di casi effettivi di Coronavirus è quasi sicuramente molto più alto di quanto dichiarato da Pechino. Di certo l'opacità del regime comunista non aiuta. Lo stesso Battegay evidenzia nella sua ricerca che il numero di contagi potrebbe essere «fortemente sottostimato» rispetto alle cifre diffuse al pubblico. Un'eventualità che comporterebbe, per contro, una riduzione del tasso di mortalità. Uno studio pubblicato dall'autorevole The Lancet stimava che al 25 gennaio scorso i casi nella sola Wuhan fossero oltre 75.000, dunque otto volte tanto rispetto ai resoconti forniti dal governo. Se il tasso di mortalità fosse rispettato, venti giorni fa i decessi avrebbero dovuto essere già 1.500. Senza contare il fatto che le precedenti epidemie hanno fatto registrare un rapporto tra decessi e casi totali molto più elevato di quello che osserviamo oggi per il Coronavirus. Nel caso specifico della Sars, il tasso di mortalità è partito - come dicevamo - da un valore intorno al 3% per poi salire progressivamente fino al 9,6%. «La verità è che dovremo prendere con le pinze gli studi che si susseguiranno nei prossimi mesi, prima di dire che il 2% è il valore giusto, oppure troppo alto o troppo basso», ha affermato Arthur Reingold, capo della Divisione di epidemiologia e biostatistica dell'Università di Berkeley in California. Di fronte a tanta confusione, stupisce la granitica stabilità del tasso di mortalità dalla partenza dell'infezione a oggi.
Nel frattempo, il direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha invitato a non cullarsi sugli allori. «La diffusione del Coronavirus all'esterno della Cina sembra essere lenta, ma potrebbe accelerare», ha dichiarato domenica notte, perciò «tutti i Paesi dovrebbero sfruttare la finestra di opportunità creata dalla strategia di contenimento per prepararsi all'arrivo del virus». Sempre sulla diffusione all'estero, Ghebreyesus ha parlato di una «certa preoccupazione» sui contagiati che non hanno una storia di viaggio in Cina, puntando i riflettori sul basso numero di casi fuori dal Paese: «Quella che vediamo potrebbe essere solo la punta dell'iceberg».
L’incubazione sale da 14 a 24 giorni. L’Oms: «È solo la punta dell’iceberg»
Il coronavirus fa tremare anche la Gran Bretagna. Ieri infatti, nella città di Brighton, quattro persone sono risultate positive al contagio, portando a otto, quindi, i malati dell'isola d'oltremanica.
I quattro nuovi casi, tre uomini e una donna, sono stati trasferiti a Londra per ricevere le cure necessarie. Tutti sono entrati in contatto con il primo infetto britannico ammalatosi in Francia, in Savoia, dove si trovano attualmente gli altri cinque inglesi contagiati da un altro turista che aveva contratto il virus a Singapore. Come riporta la Bbc, l'ambulatorio di medicina di base di County Oak, a Brighton, è stato chiuso per precauzione. Nella struttura lavorava infatti uno degli otto contagiati, un uomo ora ricoverato al Saint Thomas hospital di Londra. Il governo britannico ha ammesso, tramite il ministro della Salute, Matt Hancock, che il virus «rappresenta una minaccia seria e imminente per la salute pubblica». Chris Whitty, chief medical officer for England, ha però assicurato che il sistema sanitario britannico continuerà a garantire misure «robuste» contro l'ulteriore diffusione del virus. Intanto British Airways ha annunciato il blocco dei voli per Pechino e Shanghai fino al 1° aprile.
Dichiarazioni per nulla rassicuranti arrivano invece direttamente dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha rivelato che i casi finora accertati, circa 41.000, potrebbero essere solo «la punta dell'iceberg». Il numero uno dell'Oms non esclude che il dilagare dell'epidemia possa subire un'accelerazione. «Il contenimento resta il nostro obiettivo, ma tutti i Paesi devono usare la finestra dell'opportunità creata dalla strategia di contenimento per prepararsi al possibile arrivo del virus. Abbiamo una finestra di opportunità, visto che i casi fuori dalla Cina non sono più di 390. Dobbiamo sfruttare questa occasione ora». Un chiaro invito ad agire prima che sia troppo tardi. Non c'è da abbassare la guardia quindi, anzi. Una serie di studi, pubblicata da ricercatori tedeschi sul Journal of hospital infection, avverte che i coronavirus umani «possono rimanere infettivi sulle superfici inanimate a temperatura ambiente fino a nove giorni». Almeno, però, non sarebbe molto resistente. Basterebbero infatti detergenti a base di alcol o acqua ossigenata per ucciderlo.
Come ha riportato l'Independent, inoltre, il periodo di incubazione del coronavirus potrebbe estendersi fino a 24 giorni e non 14 com'era stato indicato finora. A rivelarlo è uno studio di ricercatori cinesi, tra i quali anche il dottor Zhong Nanshan, il medico che scoprì il virus della Sars nel 2003 e che sta lavorando per sconfiggere l'attuale epidemia, più letale della precedente.
Stando ai dati, infatti, le morti accertate sono almeno 910, di cui 871 a Hubei, l'epicentro. Sarebbero solo due i decessi al di fuori della Cina, uno a Hong Kong e l'altro nelle Filippine.
I contagiati si trovano principalmente nel territorio del Dragone o comunque in Asia: circa 90 in Giappone , 43 a Singapore, 38 a Hong Kong, 32 in Thailandia, 27 in Corea del Sud, 18 in Malesia e Taiwan, 15 in Australia. Negli Stati Uniti i contagi sono una dozzina, ma il presidente Donald Trump è ottimista, prevedendo che l'emergenza finirà in aprile: «Il calore in genere uccide questo tipo di virus» ha detto il tycoon.
In Europa il Paese più colpito resta la Germania, con 14 contagiati sul proprio territorio, seguita dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Come sappiamo, in Italia il numero di casi accertati resta fermo a tre, in Spagna due e un solo caso nel Belgio, in Finlandia e in Svezia.
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Il ministero degli Esteri dà gli ordini: «Siate più obiettivi e razionali». Giuseppe Conte obbedisce: «Sostegno al popolo cinese». E il Colle organizza addirittura un concerto straordinario.Infetti a 41.000, mortalità sospetta attorno al 2% da giorni. Molti tecnici dubitano dei dati: «Le vittime potrebbero essere di più».Altri 4 casi in Uk. L'esperto: «Vive 9 giorni sugli oggetti». Donald Trump: «Ad aprile sparisce».Lo speciale contiene tre articoli.Il governo ha contratto il virus più casereccio esistente in natura, quello dell'ipocrisia. Mentre l'emergenza continua e da Wuhan arrivano notizie di censure e occultamenti; mentre l'Organizzazione mondiale della sanità e l'Unione europea mostrano la guardia altissima in assenza di elementi rassicuranti, il premier Giuseppe Conte ha concluso ieri l'incontro interministeriale sul rischio sanitario con una nota inquietante. La sua preoccupazione non sta nella diffusione del coronavirus e nella salvaguardia della salute di chi vive in Italia, ma nel mitigare l'arrabbiatura cinese per i provvedimenti presi nei giorni scorsi. Siamo più assillati dall'irritazione di Pechino che dalle precauzioni contro il bacillo, e lo scriviamo pure. «Il governo continuerà a perseguire una linea di massima precauzione con l'obiettivo prioritario di assicurare la tutela della salute di tutti i cittadini». Dopo l'incipit del tutto pleonastico perché la tutela della salute (dalle terapie post infartuali alla cura dell'alluce valgo) è assicurata ogni giorno in ogni ospedale del Paese, ecco il cuore e il batticuore del comunicato di Palazzo Chigi: «Il governo continuerà ad aggiornarsi con vigile attenzione avendo cura che tutte le iniziative restino costantemente adeguate ai criteri di proporzionalità e adeguatezza fin qui adottati. Il governo continuerà a promuovere iniziative di sostegno umanitario e, anche a livello europeo, di solidarietà nei confronti del popolo cinese. Sono allo studio iniziative anche di collaborazione scientifica per sostenere il grande sforzo delle autorità cinesi».Il vero obiettivo è calmare i cinesi furibondi con il ministro della Salute, Roberto Speranza, per due mosse infelici. La prima mediatica, quando disse con una frase da cabaret: «Stiamo trattando il virus come la peste e il colera ma non c'è niente di cui preoccuparsi». La seconda pratica, quando decise di chiudere i voli diretti dalla Cina - e fece bene - senza immaginare che anche dagli scali intermedi (Singapore, Istanbul, Mosca, Londra, Francoforte e via elencando) sarebbero potuti arrivare soggetti infettati dal coronavirus. Così oggi ecco che «proporzionalità e adeguatezza» diventano parole d'ordine, come «sostegno umanitario» e «collaborazione scientifica». Vacui termini in successione per far rientrare la fibrillazione diplomatica, testimoniata dalla dura dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang: «Speriamo che l'Italia possa valutare la situazione in modo obiettivo, razionale e basato sulla scienza, rispettare le raccomandazioni autorevoli e professionali dell'Oms e astenersi dall'adottare misure eccessive». In risposta, il premier Conte parla come se stesse preparando una prolusione a un congresso immunologico internazionale al quale nessuno ha mai pensato di invitarlo. «Proporzionalità e adeguatezza, collaborazione scientifica». Le sue parole più che rassicurare mettono in allarme perché nascondono il Nulla operativo, caratteristica dominante dell'esecutivo giallorosso. Mostrano solo subalternità nei confronti del regime cinese, che per primo occultò l'emergenza sanitaria e adesso s'indigna se il mondo non si fida. Tutta l'energia diplomatica italiana è indirizzata ad ammansire Pechino proprio mentre l'Oms, gli esperti di Bruxelles e i governi europei (esempio massimo quello britannico con il laboratorio chiuso a Brighton) sono concentrati su ben altri temi: scoprire se il picco è veramente passato, se il periodo di incubazione è veramente di 11 giorni, se l'agente patogeno si trasmette con gli oggetti. A dare il via alla corsa a rabbonire i cinesi è stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con la visita simbolica nella scuola romana all'Esquilino, circondato dai bambini in puro spirito veterodemocristiano. Ovviamente nessun pericolo, si trattava di adolescenti di terza generazione che conoscono la Cina attraverso i racconti dei nonni. Dal gesto è nato un video accompagnato da parole di fratellanza: «Di fronte a una crisi di salute pubblica i Paesi dovrebbero lavorare insieme per superare le difficoltà invece di guardare semplicemente il fuoco che brucia dall'altra riva del fiume». «La paura è più contagiosa del virus». Il tweet è arrivato in Cina ed è stato rilanciato dal governo di Pechino, molto interessato a diffondere messaggi rassicuranti. Inoltre dopodomani , al Quirinale, ci sarà un concerto speciale cui parteciperà l'ambasciatore cinese. Le ambiguità nella gestione del focolaio originario e il silenzio informativo della Cina non autorizzano all'ottimismo della volontà; la faccenda è seria e le mosse di Palazzo Xhigi (verrebbe da scrivere) aumentano la preoccupazione. Anche la decisione di adottare un istituto inesistente in medicina come la «quarantena volontaria e fiduciaria» per gli studenti di ritorno dal capodanno cinese (e solo per non dare ragione ai governatori della Lega che chiedevano l'astensione obbligatoria dalle lezioni) conferma la gestione pasticciata e politica di un problema che riguarda tutti. È pur vero che quello italiano è il governo occidentale più accondiscendente davanti al regime cinese, ma questo non impone a Conte un comportamento da leone da scendiletto quando è in gioco la salute degli italiani. 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In realtà, le sostanze presenti nell'aria delle principali città cinesi sono le stesse che vengono rilasciate a seguito di svariati processi industriali, dunque la teoria lascia il tempo che trova. Meglio perciò stare ai numeri ufficiali. Secondo i dati diffusi dall'Oms, a ieri i contagi hanno sfiorato i 41.000 e i decessi quota 910. Particolare curioso: il tasso di mortalità del virus è pressoché costante intorno al 2% ormai da oltre dieci giorni, essendosi scostato da questo valore solo di pochi decimali. Un comportamento quantomeno singolare, quasi come se il virus «sapesse» quanti decessi far registrare ogni giorno. Basti pensare che nel 2003 la Sars mostrò un andamento ben più irregolare già nel periodo iniziale, passando nell'arco di una ventina di giorni da un valore inferiore al 3%, fino a sfiorare il 4%. Secondo uno studio pubblicato venerdì dal team del dottor Manuel Battegay della Divisione di malattie infettive ed epidemiologia ospedaliera della clinica universitaria di Basilea, dividere semplicemente il numero dei decessi per il numero dei casi «potrebbe non rappresentare il tasso di mortalità reale». Nelle prossime settimane è verosimile credere che emergano nuovi casi rimasti al di fuori delle statistiche ufficiali, con un possibile conseguente aumento del valore finale. Ma c'è un aspetto sul quale sembrano concordare tutti: il numero di casi effettivi di Coronavirus è quasi sicuramente molto più alto di quanto dichiarato da Pechino. Di certo l'opacità del regime comunista non aiuta. Lo stesso Battegay evidenzia nella sua ricerca che il numero di contagi potrebbe essere «fortemente sottostimato» rispetto alle cifre diffuse al pubblico. Un'eventualità che comporterebbe, per contro, una riduzione del tasso di mortalità. Uno studio pubblicato dall'autorevole The Lancet stimava che al 25 gennaio scorso i casi nella sola Wuhan fossero oltre 75.000, dunque otto volte tanto rispetto ai resoconti forniti dal governo. Se il tasso di mortalità fosse rispettato, venti giorni fa i decessi avrebbero dovuto essere già 1.500. Senza contare il fatto che le precedenti epidemie hanno fatto registrare un rapporto tra decessi e casi totali molto più elevato di quello che osserviamo oggi per il Coronavirus. Nel caso specifico della Sars, il tasso di mortalità è partito - come dicevamo - da un valore intorno al 3% per poi salire progressivamente fino al 9,6%. «La verità è che dovremo prendere con le pinze gli studi che si susseguiranno nei prossimi mesi, prima di dire che il 2% è il valore giusto, oppure troppo alto o troppo basso», ha affermato Arthur Reingold, capo della Divisione di epidemiologia e biostatistica dell'Università di Berkeley in California. Di fronte a tanta confusione, stupisce la granitica stabilità del tasso di mortalità dalla partenza dell'infezione a oggi. Nel frattempo, il direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha invitato a non cullarsi sugli allori. «La diffusione del Coronavirus all'esterno della Cina sembra essere lenta, ma potrebbe accelerare», ha dichiarato domenica notte, perciò «tutti i Paesi dovrebbero sfruttare la finestra di opportunità creata dalla strategia di contenimento per prepararsi all'arrivo del virus». Sempre sulla diffusione all'estero, Ghebreyesus ha parlato di una «certa preoccupazione» sui contagiati che non hanno una storia di viaggio in Cina, puntando i riflettori sul basso numero di casi fuori dal Paese: «Quella che vediamo potrebbe essere solo la punta dell'iceberg». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-coronavirus-deflagra-ma-i-funzionari-di-pechino-ci-riempiono-di-schiaffi-2645090762.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lincubazione-sale-da-14-a-24-giorni-loms-e-solo-la-punta-delliceberg" data-post-id="2645090762" data-published-at="1781309940" data-use-pagination="False"> L’incubazione sale da 14 a 24 giorni. L’Oms: «È solo la punta dell’iceberg» Il coronavirus fa tremare anche la Gran Bretagna. Ieri infatti, nella città di Brighton, quattro persone sono risultate positive al contagio, portando a otto, quindi, i malati dell'isola d'oltremanica. I quattro nuovi casi, tre uomini e una donna, sono stati trasferiti a Londra per ricevere le cure necessarie. Tutti sono entrati in contatto con il primo infetto britannico ammalatosi in Francia, in Savoia, dove si trovano attualmente gli altri cinque inglesi contagiati da un altro turista che aveva contratto il virus a Singapore. Come riporta la Bbc, l'ambulatorio di medicina di base di County Oak, a Brighton, è stato chiuso per precauzione. Nella struttura lavorava infatti uno degli otto contagiati, un uomo ora ricoverato al Saint Thomas hospital di Londra. Il governo britannico ha ammesso, tramite il ministro della Salute, Matt Hancock, che il virus «rappresenta una minaccia seria e imminente per la salute pubblica». Chris Whitty, chief medical officer for England, ha però assicurato che il sistema sanitario britannico continuerà a garantire misure «robuste» contro l'ulteriore diffusione del virus. Intanto British Airways ha annunciato il blocco dei voli per Pechino e Shanghai fino al 1° aprile. Dichiarazioni per nulla rassicuranti arrivano invece direttamente dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha rivelato che i casi finora accertati, circa 41.000, potrebbero essere solo «la punta dell'iceberg». Il numero uno dell'Oms non esclude che il dilagare dell'epidemia possa subire un'accelerazione. «Il contenimento resta il nostro obiettivo, ma tutti i Paesi devono usare la finestra dell'opportunità creata dalla strategia di contenimento per prepararsi al possibile arrivo del virus. Abbiamo una finestra di opportunità, visto che i casi fuori dalla Cina non sono più di 390. Dobbiamo sfruttare questa occasione ora». Un chiaro invito ad agire prima che sia troppo tardi. Non c'è da abbassare la guardia quindi, anzi. Una serie di studi, pubblicata da ricercatori tedeschi sul Journal of hospital infection, avverte che i coronavirus umani «possono rimanere infettivi sulle superfici inanimate a temperatura ambiente fino a nove giorni». Almeno, però, non sarebbe molto resistente. Basterebbero infatti detergenti a base di alcol o acqua ossigenata per ucciderlo. Come ha riportato l'Independent, inoltre, il periodo di incubazione del coronavirus potrebbe estendersi fino a 24 giorni e non 14 com'era stato indicato finora. A rivelarlo è uno studio di ricercatori cinesi, tra i quali anche il dottor Zhong Nanshan, il medico che scoprì il virus della Sars nel 2003 e che sta lavorando per sconfiggere l'attuale epidemia, più letale della precedente. Stando ai dati, infatti, le morti accertate sono almeno 910, di cui 871 a Hubei, l'epicentro. Sarebbero solo due i decessi al di fuori della Cina, uno a Hong Kong e l'altro nelle Filippine. I contagiati si trovano principalmente nel territorio del Dragone o comunque in Asia: circa 90 in Giappone , 43 a Singapore, 38 a Hong Kong, 32 in Thailandia, 27 in Corea del Sud, 18 in Malesia e Taiwan, 15 in Australia. Negli Stati Uniti i contagi sono una dozzina, ma il presidente Donald Trump è ottimista, prevedendo che l'emergenza finirà in aprile: «Il calore in genere uccide questo tipo di virus» ha detto il tycoon. In Europa il Paese più colpito resta la Germania, con 14 contagiati sul proprio territorio, seguita dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Come sappiamo, in Italia il numero di casi accertati resta fermo a tre, in Spagna due e un solo caso nel Belgio, in Finlandia e in Svezia.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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