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2019-07-17
Il clero che rifiuta la deriva pro invasione
Ansa
«Moriremo di felpata prudenza». Così dice a Panorama un esponente del basso clero ben introdotto con vescovi e cardinali. Prudenza declinata a singhiozzo. Sarebbe questa la parola che ricorre quando si chiede ai vertici della Cei di esprimersi sul nodo legislativo dell'eutanasia, una questione pressante in Italia, visto che il 24 settembre la Corte costituzionale si dovrà esprimere se nel frattempo il Parlamento non batterà un colpo. Ma la stessa prudenza molla gli ormeggi quando, invece, i vescovi devono dire la loro sul fenomeno che riguarda i migranti e la loro tratta in corso sulle acque del Mediterraneo.
«Il problema è che il tema migranti assume una connotazione sempre più spesso politica, sebbene ammantata di evangelismo». Così dice un altro sacerdote di una diocesi del Nord Italia, a testimonianza di uno scollamento non solo tra Chiesa e fedeli, ma anche tra alto e basso clero, tra vescovi e sacerdoti. [...]
Ci sono molti sacerdoti che prendono le distanze da questo movimentismo mediatico pro migranti coperto da istanze quasi divine. Solo che non si espongono. Chiedono di non essere citati, hanno paura di ricevere richiami, di essere puniti. «Tra il clero c'è una parte ideologizzata politicamente e che cavalca il tema migranti per una battaglia quasi partitica, questa parte è rumorosa, ma non maggioritaria. Un'altra parte si adatta cercando di barcamenarsi, e un'altra, spesso fatta di giovani sacerdoti, non comprende l'accoglienza declinata quasi come un nuovo dogma», dice ancora il prete ben introdotto. Conferme arrivano da almeno cinque diocesi italiane - da Nord a Sud - che abbiamo setacciato per questa inchiesta, sentendo diversi parroci e chiedendo qual è il clima nel loro presbiterio. «Soprattutto» risponde un prete del Centro Italia «ci sono tanti confratelli che mostrano un dissenso sull'eccesso di attenzione che viene riservato alla questione, a scapito di tanti altri problemi che riguardano la gente e che ci troviamo davanti ogni giorno. Sembra che l'unica categoria di poveri sia quella dei migranti». [...] Il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Antonio Suetta, in un'intervista al quotidiano Qn ha ricordato che «tra i doveri di uno Stato c'è anche quello di governare i flussi migratori con umanità, verità e senso delle proporzioni. Nell'ottica di una redistribuzione dei migranti fra i Paesi dell'Unione è comprensibile che si chieda di indirizzare le navi anche verso altri porti europei o comunque di condividere l'accoglienza con altre nazioni». Sempre Suetta ha dimostrato di guardare il problema in tutta la sua profondità. «Sono certo», ha detto al giornale bolognese, «che la Chiesa ha fatto e fa molto con grande umanità e retta intenzione. Rimane il rischio che alcune realtà “solidali" possano utilizzare il fenomeno migratorio per altri scopi: impoverire l'Africa per lasciarla alla mercé di certi potentati; favorire uno stravolgimento dell'identità europea attraverso l'approdo di masse umane disomogenee».
Il riferimento all'Africa non è secondario, soprattutto se confrontato con una interpretazione del fenomeno migratorio che lo vorrebbe ineluttabile, epocale, quasi un segno di bibliche proporzioni. I vescovi di ben 16 conferenze episcopali dell'Africa occidentale, riuniti in Burkina Faso dal 13 al 20 maggio scorso, ci mostrano il problema da un altro punto di vista. «Voi (giovani, ndr)», hanno scritto, «rappresentate il presente e il futuro dell'Africa che deve lottare con tutte le sue risorse per la dignità e la felicità dei suoi figli e figlie. In questo contesto, non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, in particolare verso l'Europa. I nostri cuori soffrono nel vedere le barche sovraccariche di giovani, donne e bambini che si perdono tra le onde del Mediterraneo. Certo, comprendiamo la sete di quella felicità e benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non devono portarvi a sacrificare la vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e a un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza ce la potete fare anche in Africa e, cosa più importante, potete rendere questo continente una terra prospera».
Le chiese in Africa si preoccupano da sempre di far restare i loro figli a casa. «I nostri giovani devono imparare a essere pazienti e a lavorare sodo nei loro Paesi d'origine» ha dichiarato al mensile Il Timone il cardinale nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan, «Anche se ciò può essere difficile, sicuramente non è tanto drammatico quanto finire nel mercato degli schiavi o nelle prigioni della Libia». [...]
Il cardinale guineiano Robert Sarah, prefetto al Culto divino, ha dichiarato alla rivista francese Valeurs actuelles che «tutti i migranti che arrivano in Europa sono senza un soldo, senza lavoro, senza dignità... Questo è ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può cooperare con questa nuova forma di schiavitù diventata migrazioni di massa. Se l'Occidente continua in questo modo fatale, c'è un grande rischio che, a causa della mancanza di nascite, sparisca, invaso dagli stranieri, proprio come Roma è stata invasa dai barbari».
Monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, parlando con il quotidiano La Verità ha sottolineato che «i vescovi dell'Africa invitano i loro giovani a non emigrare e la dottrina sociale della Chiesa dice che esiste prima di tutto un diritto a “non emigrare" e a rimanere nella propria nazione e presso il proprio popolo. Del resto, si sa che dietro la marea migratoria si celano molti interessi anche geopolitici. Le migrazioni non sono quindi un bene in sé. Dipende se servono il bene dell'uomo o no». [...] La carità, punto imprescindibile per un cattolico che voglia definirsi tale, però richiede, dicono i sacerdoti che abbiamo interpellato, un paio di osservazioni. «Se si perdesse la connessione soprannaturale, la carità diventerebbe mera filantropia, e la Chiesa rischierebbe di trasformarsi in una pur benefica organizzazione assistenziale», scriveva in un libro del 2016 l'attuale prelato dell'Opus Dei monsignor Fernando Ocáriz.
Cambio al vertice nella Sala stampa
Il tormentato balletto dei media vaticani attende un ultimo atto che sembra sul punto di compiersi. Il direttore ad interim della Sala stampa, Alessandro Gisotti, sta per lasciare e al suo posto verrebbe nominato Matteo Bruni, che finora si è occupato principalmente di questioni logistiche e organizzative. Sul nome di Bruni pare che tutti concordino anche se l'ufficialità ancora non c'è ed è slittata all'ultimo momento quando doveva essere resa pubblica lunedì scorso. Il blog paravaticano Il Sismografo, che aveva bruciato la notizia domenica nel tardo pomeriggio, ha rilevato che per l'ufficialità «occorrono ulteriori approfondimenti - per i quali tra l'altro i tempi previsti sono piuttosto brevi - proprio perché alla fine si tratta di nomine che dovrebbero portare il sigillo del Santo Padre Francesco». Gli approfondimenti probabilmente non riguardano la direzione da affidare a Bruni, bravo organizzatore vicino alla Comunità di S. Egidio, quanto il nome della sua vice. Le indiscrezioni indicano la giornalista brasiliana di Vatican news Cristiane Murray, voluta per rispettare la quota rosa richiesta dallo stesso Francesco, ma su di lei ci sarebbero alcune perplessità da risolvere.
Peraltro, per il ruolo di vicedirettrice sono state fatte richieste alla vaticanista messicana Valentina Alazraki che ha recentemente intervistato il Papa ed è intervenuta al summit contro la pedofilia del febbraio scorso. Incassato il suo rifiuto, le attenzioni sono state rivolte a una giornalista italiana esperta di questioni latinoamericane che lavora al quotidiano Avvenire. Si dice che abbia rifiutato per ben due volte, quindi ecco il nome della brasiliana Murray.
Per quanto riguarda il nome del direttore della Sala stampa va annotato che diverse indiscrezioni, comparse anche sul Corriere del Trentino, portavano a don Ivan Maffeis, attuale direttore dell'Ufficio nazionale delle comunicazioni della Cei e in ottimi rapporti con don Dario Edoardo Viganò, ex super segretario dei nuovi media vaticani caduto un po' in disgrazia per aver diffuso una lettera di Benedetto XVI volutamente priva di una parte del testo, ma mantenuto dal Papa all'interno del dicastero con ruolo di potere. La candidatura di Maffeis rappresenta al massimo livello la scalata politica dei media Cei all'interno di quelli Vaticani, scalata comunque in atto anche con l'eventuale nomina di Bruni.
Se il nuovo direttore sarà lui, sembra comunque che gli resti ormai un ruolo di terza fila rispetto a quello che hanno svolto Federico Alessandrini, Romeo Panciroli, Joaquín Navarro Valls e padre Federico Lombardi, scavalcato dal vero dominus di tutta la nuova macchina mediatica della Santa sede, vale a dire il direttore editoriale Andrea Tornielli. Non a caso lo stesso Gisotti, che lascerebbe l'incarico per aver più tempo a disposizione per la famiglia, dovrebbe diventare vicedirettore editoriale del dicastero per la comunicazione guidato dal prefetto Paolo Ruffini. Così anche le dimissioni dell'ex direttore, il giornalista americano Greg Burke, e della sua vice, la giornalista spagnola Paloma García Ovejero trovano ancora maggior ragione. I due lasciarono probabilmente perché non comprendevano più il loro ruolo all'interno di una riforma dei media vaticani che con la nomina di Tornielli esprimeva la svolta in senso verticistico.
Al direttore della Sala stampa, hanno detto in molti, resta poco più che un compito da passacarte e varia attività organizzativa. E anche la Segreteria di stato, un tempo cabina di regia dei media vaticani, Osservatore romano compreso, esce di scena.
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Nel numero di Panorama da oggi in edicola, un'inchiesta su tutti quei prelati che, dall'Europa all'Africa, si oppongono al pensiero unico imposto dal Vaticano sull'immigrazione (e non solo): «L'accoglienza non può diventare un nuovo dogma».A capo della comunicazione della Santa sede dovrebbe arrivare a breve Matteo Bruni. Ma l'iperattivismo del direttore editoriale Andrea Tornielli rischia di rendere inutile la carica.Lo speciale contiene due articoli«Moriremo di felpata prudenza». Così dice a Panorama un esponente del basso clero ben introdotto con vescovi e cardinali. Prudenza declinata a singhiozzo. Sarebbe questa la parola che ricorre quando si chiede ai vertici della Cei di esprimersi sul nodo legislativo dell'eutanasia, una questione pressante in Italia, visto che il 24 settembre la Corte costituzionale si dovrà esprimere se nel frattempo il Parlamento non batterà un colpo. Ma la stessa prudenza molla gli ormeggi quando, invece, i vescovi devono dire la loro sul fenomeno che riguarda i migranti e la loro tratta in corso sulle acque del Mediterraneo.«Il problema è che il tema migranti assume una connotazione sempre più spesso politica, sebbene ammantata di evangelismo». Così dice un altro sacerdote di una diocesi del Nord Italia, a testimonianza di uno scollamento non solo tra Chiesa e fedeli, ma anche tra alto e basso clero, tra vescovi e sacerdoti. [...]Ci sono molti sacerdoti che prendono le distanze da questo movimentismo mediatico pro migranti coperto da istanze quasi divine. Solo che non si espongono. Chiedono di non essere citati, hanno paura di ricevere richiami, di essere puniti. «Tra il clero c'è una parte ideologizzata politicamente e che cavalca il tema migranti per una battaglia quasi partitica, questa parte è rumorosa, ma non maggioritaria. Un'altra parte si adatta cercando di barcamenarsi, e un'altra, spesso fatta di giovani sacerdoti, non comprende l'accoglienza declinata quasi come un nuovo dogma», dice ancora il prete ben introdotto. Conferme arrivano da almeno cinque diocesi italiane - da Nord a Sud - che abbiamo setacciato per questa inchiesta, sentendo diversi parroci e chiedendo qual è il clima nel loro presbiterio. «Soprattutto» risponde un prete del Centro Italia «ci sono tanti confratelli che mostrano un dissenso sull'eccesso di attenzione che viene riservato alla questione, a scapito di tanti altri problemi che riguardano la gente e che ci troviamo davanti ogni giorno. Sembra che l'unica categoria di poveri sia quella dei migranti». [...] Il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Antonio Suetta, in un'intervista al quotidiano Qn ha ricordato che «tra i doveri di uno Stato c'è anche quello di governare i flussi migratori con umanità, verità e senso delle proporzioni. Nell'ottica di una redistribuzione dei migranti fra i Paesi dell'Unione è comprensibile che si chieda di indirizzare le navi anche verso altri porti europei o comunque di condividere l'accoglienza con altre nazioni». Sempre Suetta ha dimostrato di guardare il problema in tutta la sua profondità. «Sono certo», ha detto al giornale bolognese, «che la Chiesa ha fatto e fa molto con grande umanità e retta intenzione. Rimane il rischio che alcune realtà “solidali" possano utilizzare il fenomeno migratorio per altri scopi: impoverire l'Africa per lasciarla alla mercé di certi potentati; favorire uno stravolgimento dell'identità europea attraverso l'approdo di masse umane disomogenee».Il riferimento all'Africa non è secondario, soprattutto se confrontato con una interpretazione del fenomeno migratorio che lo vorrebbe ineluttabile, epocale, quasi un segno di bibliche proporzioni. I vescovi di ben 16 conferenze episcopali dell'Africa occidentale, riuniti in Burkina Faso dal 13 al 20 maggio scorso, ci mostrano il problema da un altro punto di vista. «Voi (giovani, ndr)», hanno scritto, «rappresentate il presente e il futuro dell'Africa che deve lottare con tutte le sue risorse per la dignità e la felicità dei suoi figli e figlie. In questo contesto, non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, in particolare verso l'Europa. I nostri cuori soffrono nel vedere le barche sovraccariche di giovani, donne e bambini che si perdono tra le onde del Mediterraneo. Certo, comprendiamo la sete di quella felicità e benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non devono portarvi a sacrificare la vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e a un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza ce la potete fare anche in Africa e, cosa più importante, potete rendere questo continente una terra prospera».Le chiese in Africa si preoccupano da sempre di far restare i loro figli a casa. «I nostri giovani devono imparare a essere pazienti e a lavorare sodo nei loro Paesi d'origine» ha dichiarato al mensile Il Timone il cardinale nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan, «Anche se ciò può essere difficile, sicuramente non è tanto drammatico quanto finire nel mercato degli schiavi o nelle prigioni della Libia». [...]Il cardinale guineiano Robert Sarah, prefetto al Culto divino, ha dichiarato alla rivista francese Valeurs actuelles che «tutti i migranti che arrivano in Europa sono senza un soldo, senza lavoro, senza dignità... Questo è ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può cooperare con questa nuova forma di schiavitù diventata migrazioni di massa. Se l'Occidente continua in questo modo fatale, c'è un grande rischio che, a causa della mancanza di nascite, sparisca, invaso dagli stranieri, proprio come Roma è stata invasa dai barbari».Monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, parlando con il quotidiano La Verità ha sottolineato che «i vescovi dell'Africa invitano i loro giovani a non emigrare e la dottrina sociale della Chiesa dice che esiste prima di tutto un diritto a “non emigrare" e a rimanere nella propria nazione e presso il proprio popolo. Del resto, si sa che dietro la marea migratoria si celano molti interessi anche geopolitici. Le migrazioni non sono quindi un bene in sé. Dipende se servono il bene dell'uomo o no». [...] La carità, punto imprescindibile per un cattolico che voglia definirsi tale, però richiede, dicono i sacerdoti che abbiamo interpellato, un paio di osservazioni. «Se si perdesse la connessione soprannaturale, la carità diventerebbe mera filantropia, e la Chiesa rischierebbe di trasformarsi in una pur benefica organizzazione assistenziale», scriveva in un libro del 2016 l'attuale prelato dell'Opus Dei monsignor Fernando Ocáriz. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-clero-che-rifiuta-la-deriva-pro-invasione-2639209930.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cambio-al-vertice-nella-sala-stampa" data-post-id="2639209930" data-published-at="1781801491" data-use-pagination="False"> Cambio al vertice nella Sala stampa Il tormentato balletto dei media vaticani attende un ultimo atto che sembra sul punto di compiersi. Il direttore ad interim della Sala stampa, Alessandro Gisotti, sta per lasciare e al suo posto verrebbe nominato Matteo Bruni, che finora si è occupato principalmente di questioni logistiche e organizzative. Sul nome di Bruni pare che tutti concordino anche se l'ufficialità ancora non c'è ed è slittata all'ultimo momento quando doveva essere resa pubblica lunedì scorso. Il blog paravaticano Il Sismografo, che aveva bruciato la notizia domenica nel tardo pomeriggio, ha rilevato che per l'ufficialità «occorrono ulteriori approfondimenti - per i quali tra l'altro i tempi previsti sono piuttosto brevi - proprio perché alla fine si tratta di nomine che dovrebbero portare il sigillo del Santo Padre Francesco». Gli approfondimenti probabilmente non riguardano la direzione da affidare a Bruni, bravo organizzatore vicino alla Comunità di S. Egidio, quanto il nome della sua vice. Le indiscrezioni indicano la giornalista brasiliana di Vatican news Cristiane Murray, voluta per rispettare la quota rosa richiesta dallo stesso Francesco, ma su di lei ci sarebbero alcune perplessità da risolvere. Peraltro, per il ruolo di vicedirettrice sono state fatte richieste alla vaticanista messicana Valentina Alazraki che ha recentemente intervistato il Papa ed è intervenuta al summit contro la pedofilia del febbraio scorso. Incassato il suo rifiuto, le attenzioni sono state rivolte a una giornalista italiana esperta di questioni latinoamericane che lavora al quotidiano Avvenire. Si dice che abbia rifiutato per ben due volte, quindi ecco il nome della brasiliana Murray. Per quanto riguarda il nome del direttore della Sala stampa va annotato che diverse indiscrezioni, comparse anche sul Corriere del Trentino, portavano a don Ivan Maffeis, attuale direttore dell'Ufficio nazionale delle comunicazioni della Cei e in ottimi rapporti con don Dario Edoardo Viganò, ex super segretario dei nuovi media vaticani caduto un po' in disgrazia per aver diffuso una lettera di Benedetto XVI volutamente priva di una parte del testo, ma mantenuto dal Papa all'interno del dicastero con ruolo di potere. La candidatura di Maffeis rappresenta al massimo livello la scalata politica dei media Cei all'interno di quelli Vaticani, scalata comunque in atto anche con l'eventuale nomina di Bruni. Se il nuovo direttore sarà lui, sembra comunque che gli resti ormai un ruolo di terza fila rispetto a quello che hanno svolto Federico Alessandrini, Romeo Panciroli, Joaquín Navarro Valls e padre Federico Lombardi, scavalcato dal vero dominus di tutta la nuova macchina mediatica della Santa sede, vale a dire il direttore editoriale Andrea Tornielli. Non a caso lo stesso Gisotti, che lascerebbe l'incarico per aver più tempo a disposizione per la famiglia, dovrebbe diventare vicedirettore editoriale del dicastero per la comunicazione guidato dal prefetto Paolo Ruffini. Così anche le dimissioni dell'ex direttore, il giornalista americano Greg Burke, e della sua vice, la giornalista spagnola Paloma García Ovejero trovano ancora maggior ragione. I due lasciarono probabilmente perché non comprendevano più il loro ruolo all'interno di una riforma dei media vaticani che con la nomina di Tornielli esprimeva la svolta in senso verticistico. Al direttore della Sala stampa, hanno detto in molti, resta poco più che un compito da passacarte e varia attività organizzativa. E anche la Segreteria di stato, un tempo cabina di regia dei media vaticani, Osservatore romano compreso, esce di scena.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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