True
2019-07-17
Il clero che rifiuta la deriva pro invasione
Ansa
«Moriremo di felpata prudenza». Così dice a Panorama un esponente del basso clero ben introdotto con vescovi e cardinali. Prudenza declinata a singhiozzo. Sarebbe questa la parola che ricorre quando si chiede ai vertici della Cei di esprimersi sul nodo legislativo dell'eutanasia, una questione pressante in Italia, visto che il 24 settembre la Corte costituzionale si dovrà esprimere se nel frattempo il Parlamento non batterà un colpo. Ma la stessa prudenza molla gli ormeggi quando, invece, i vescovi devono dire la loro sul fenomeno che riguarda i migranti e la loro tratta in corso sulle acque del Mediterraneo.
«Il problema è che il tema migranti assume una connotazione sempre più spesso politica, sebbene ammantata di evangelismo». Così dice un altro sacerdote di una diocesi del Nord Italia, a testimonianza di uno scollamento non solo tra Chiesa e fedeli, ma anche tra alto e basso clero, tra vescovi e sacerdoti. [...]
Ci sono molti sacerdoti che prendono le distanze da questo movimentismo mediatico pro migranti coperto da istanze quasi divine. Solo che non si espongono. Chiedono di non essere citati, hanno paura di ricevere richiami, di essere puniti. «Tra il clero c'è una parte ideologizzata politicamente e che cavalca il tema migranti per una battaglia quasi partitica, questa parte è rumorosa, ma non maggioritaria. Un'altra parte si adatta cercando di barcamenarsi, e un'altra, spesso fatta di giovani sacerdoti, non comprende l'accoglienza declinata quasi come un nuovo dogma», dice ancora il prete ben introdotto. Conferme arrivano da almeno cinque diocesi italiane - da Nord a Sud - che abbiamo setacciato per questa inchiesta, sentendo diversi parroci e chiedendo qual è il clima nel loro presbiterio. «Soprattutto» risponde un prete del Centro Italia «ci sono tanti confratelli che mostrano un dissenso sull'eccesso di attenzione che viene riservato alla questione, a scapito di tanti altri problemi che riguardano la gente e che ci troviamo davanti ogni giorno. Sembra che l'unica categoria di poveri sia quella dei migranti». [...] Il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Antonio Suetta, in un'intervista al quotidiano Qn ha ricordato che «tra i doveri di uno Stato c'è anche quello di governare i flussi migratori con umanità, verità e senso delle proporzioni. Nell'ottica di una redistribuzione dei migranti fra i Paesi dell'Unione è comprensibile che si chieda di indirizzare le navi anche verso altri porti europei o comunque di condividere l'accoglienza con altre nazioni». Sempre Suetta ha dimostrato di guardare il problema in tutta la sua profondità. «Sono certo», ha detto al giornale bolognese, «che la Chiesa ha fatto e fa molto con grande umanità e retta intenzione. Rimane il rischio che alcune realtà “solidali" possano utilizzare il fenomeno migratorio per altri scopi: impoverire l'Africa per lasciarla alla mercé di certi potentati; favorire uno stravolgimento dell'identità europea attraverso l'approdo di masse umane disomogenee».
Il riferimento all'Africa non è secondario, soprattutto se confrontato con una interpretazione del fenomeno migratorio che lo vorrebbe ineluttabile, epocale, quasi un segno di bibliche proporzioni. I vescovi di ben 16 conferenze episcopali dell'Africa occidentale, riuniti in Burkina Faso dal 13 al 20 maggio scorso, ci mostrano il problema da un altro punto di vista. «Voi (giovani, ndr)», hanno scritto, «rappresentate il presente e il futuro dell'Africa che deve lottare con tutte le sue risorse per la dignità e la felicità dei suoi figli e figlie. In questo contesto, non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, in particolare verso l'Europa. I nostri cuori soffrono nel vedere le barche sovraccariche di giovani, donne e bambini che si perdono tra le onde del Mediterraneo. Certo, comprendiamo la sete di quella felicità e benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non devono portarvi a sacrificare la vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e a un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza ce la potete fare anche in Africa e, cosa più importante, potete rendere questo continente una terra prospera».
Le chiese in Africa si preoccupano da sempre di far restare i loro figli a casa. «I nostri giovani devono imparare a essere pazienti e a lavorare sodo nei loro Paesi d'origine» ha dichiarato al mensile Il Timone il cardinale nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan, «Anche se ciò può essere difficile, sicuramente non è tanto drammatico quanto finire nel mercato degli schiavi o nelle prigioni della Libia». [...]
Il cardinale guineiano Robert Sarah, prefetto al Culto divino, ha dichiarato alla rivista francese Valeurs actuelles che «tutti i migranti che arrivano in Europa sono senza un soldo, senza lavoro, senza dignità... Questo è ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può cooperare con questa nuova forma di schiavitù diventata migrazioni di massa. Se l'Occidente continua in questo modo fatale, c'è un grande rischio che, a causa della mancanza di nascite, sparisca, invaso dagli stranieri, proprio come Roma è stata invasa dai barbari».
Monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, parlando con il quotidiano La Verità ha sottolineato che «i vescovi dell'Africa invitano i loro giovani a non emigrare e la dottrina sociale della Chiesa dice che esiste prima di tutto un diritto a “non emigrare" e a rimanere nella propria nazione e presso il proprio popolo. Del resto, si sa che dietro la marea migratoria si celano molti interessi anche geopolitici. Le migrazioni non sono quindi un bene in sé. Dipende se servono il bene dell'uomo o no». [...] La carità, punto imprescindibile per un cattolico che voglia definirsi tale, però richiede, dicono i sacerdoti che abbiamo interpellato, un paio di osservazioni. «Se si perdesse la connessione soprannaturale, la carità diventerebbe mera filantropia, e la Chiesa rischierebbe di trasformarsi in una pur benefica organizzazione assistenziale», scriveva in un libro del 2016 l'attuale prelato dell'Opus Dei monsignor Fernando Ocáriz.
Cambio al vertice nella Sala stampa
Il tormentato balletto dei media vaticani attende un ultimo atto che sembra sul punto di compiersi. Il direttore ad interim della Sala stampa, Alessandro Gisotti, sta per lasciare e al suo posto verrebbe nominato Matteo Bruni, che finora si è occupato principalmente di questioni logistiche e organizzative. Sul nome di Bruni pare che tutti concordino anche se l'ufficialità ancora non c'è ed è slittata all'ultimo momento quando doveva essere resa pubblica lunedì scorso. Il blog paravaticano Il Sismografo, che aveva bruciato la notizia domenica nel tardo pomeriggio, ha rilevato che per l'ufficialità «occorrono ulteriori approfondimenti - per i quali tra l'altro i tempi previsti sono piuttosto brevi - proprio perché alla fine si tratta di nomine che dovrebbero portare il sigillo del Santo Padre Francesco». Gli approfondimenti probabilmente non riguardano la direzione da affidare a Bruni, bravo organizzatore vicino alla Comunità di S. Egidio, quanto il nome della sua vice. Le indiscrezioni indicano la giornalista brasiliana di Vatican news Cristiane Murray, voluta per rispettare la quota rosa richiesta dallo stesso Francesco, ma su di lei ci sarebbero alcune perplessità da risolvere.
Peraltro, per il ruolo di vicedirettrice sono state fatte richieste alla vaticanista messicana Valentina Alazraki che ha recentemente intervistato il Papa ed è intervenuta al summit contro la pedofilia del febbraio scorso. Incassato il suo rifiuto, le attenzioni sono state rivolte a una giornalista italiana esperta di questioni latinoamericane che lavora al quotidiano Avvenire. Si dice che abbia rifiutato per ben due volte, quindi ecco il nome della brasiliana Murray.
Per quanto riguarda il nome del direttore della Sala stampa va annotato che diverse indiscrezioni, comparse anche sul Corriere del Trentino, portavano a don Ivan Maffeis, attuale direttore dell'Ufficio nazionale delle comunicazioni della Cei e in ottimi rapporti con don Dario Edoardo Viganò, ex super segretario dei nuovi media vaticani caduto un po' in disgrazia per aver diffuso una lettera di Benedetto XVI volutamente priva di una parte del testo, ma mantenuto dal Papa all'interno del dicastero con ruolo di potere. La candidatura di Maffeis rappresenta al massimo livello la scalata politica dei media Cei all'interno di quelli Vaticani, scalata comunque in atto anche con l'eventuale nomina di Bruni.
Se il nuovo direttore sarà lui, sembra comunque che gli resti ormai un ruolo di terza fila rispetto a quello che hanno svolto Federico Alessandrini, Romeo Panciroli, Joaquín Navarro Valls e padre Federico Lombardi, scavalcato dal vero dominus di tutta la nuova macchina mediatica della Santa sede, vale a dire il direttore editoriale Andrea Tornielli. Non a caso lo stesso Gisotti, che lascerebbe l'incarico per aver più tempo a disposizione per la famiglia, dovrebbe diventare vicedirettore editoriale del dicastero per la comunicazione guidato dal prefetto Paolo Ruffini. Così anche le dimissioni dell'ex direttore, il giornalista americano Greg Burke, e della sua vice, la giornalista spagnola Paloma García Ovejero trovano ancora maggior ragione. I due lasciarono probabilmente perché non comprendevano più il loro ruolo all'interno di una riforma dei media vaticani che con la nomina di Tornielli esprimeva la svolta in senso verticistico.
Al direttore della Sala stampa, hanno detto in molti, resta poco più che un compito da passacarte e varia attività organizzativa. E anche la Segreteria di stato, un tempo cabina di regia dei media vaticani, Osservatore romano compreso, esce di scena.
Continua a leggereRiduci
Nel numero di Panorama da oggi in edicola, un'inchiesta su tutti quei prelati che, dall'Europa all'Africa, si oppongono al pensiero unico imposto dal Vaticano sull'immigrazione (e non solo): «L'accoglienza non può diventare un nuovo dogma».A capo della comunicazione della Santa sede dovrebbe arrivare a breve Matteo Bruni. Ma l'iperattivismo del direttore editoriale Andrea Tornielli rischia di rendere inutile la carica.Lo speciale contiene due articoli«Moriremo di felpata prudenza». Così dice a Panorama un esponente del basso clero ben introdotto con vescovi e cardinali. Prudenza declinata a singhiozzo. Sarebbe questa la parola che ricorre quando si chiede ai vertici della Cei di esprimersi sul nodo legislativo dell'eutanasia, una questione pressante in Italia, visto che il 24 settembre la Corte costituzionale si dovrà esprimere se nel frattempo il Parlamento non batterà un colpo. Ma la stessa prudenza molla gli ormeggi quando, invece, i vescovi devono dire la loro sul fenomeno che riguarda i migranti e la loro tratta in corso sulle acque del Mediterraneo.«Il problema è che il tema migranti assume una connotazione sempre più spesso politica, sebbene ammantata di evangelismo». Così dice un altro sacerdote di una diocesi del Nord Italia, a testimonianza di uno scollamento non solo tra Chiesa e fedeli, ma anche tra alto e basso clero, tra vescovi e sacerdoti. [...]Ci sono molti sacerdoti che prendono le distanze da questo movimentismo mediatico pro migranti coperto da istanze quasi divine. Solo che non si espongono. Chiedono di non essere citati, hanno paura di ricevere richiami, di essere puniti. «Tra il clero c'è una parte ideologizzata politicamente e che cavalca il tema migranti per una battaglia quasi partitica, questa parte è rumorosa, ma non maggioritaria. Un'altra parte si adatta cercando di barcamenarsi, e un'altra, spesso fatta di giovani sacerdoti, non comprende l'accoglienza declinata quasi come un nuovo dogma», dice ancora il prete ben introdotto. Conferme arrivano da almeno cinque diocesi italiane - da Nord a Sud - che abbiamo setacciato per questa inchiesta, sentendo diversi parroci e chiedendo qual è il clima nel loro presbiterio. «Soprattutto» risponde un prete del Centro Italia «ci sono tanti confratelli che mostrano un dissenso sull'eccesso di attenzione che viene riservato alla questione, a scapito di tanti altri problemi che riguardano la gente e che ci troviamo davanti ogni giorno. Sembra che l'unica categoria di poveri sia quella dei migranti». [...] Il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Antonio Suetta, in un'intervista al quotidiano Qn ha ricordato che «tra i doveri di uno Stato c'è anche quello di governare i flussi migratori con umanità, verità e senso delle proporzioni. Nell'ottica di una redistribuzione dei migranti fra i Paesi dell'Unione è comprensibile che si chieda di indirizzare le navi anche verso altri porti europei o comunque di condividere l'accoglienza con altre nazioni». Sempre Suetta ha dimostrato di guardare il problema in tutta la sua profondità. «Sono certo», ha detto al giornale bolognese, «che la Chiesa ha fatto e fa molto con grande umanità e retta intenzione. Rimane il rischio che alcune realtà “solidali" possano utilizzare il fenomeno migratorio per altri scopi: impoverire l'Africa per lasciarla alla mercé di certi potentati; favorire uno stravolgimento dell'identità europea attraverso l'approdo di masse umane disomogenee».Il riferimento all'Africa non è secondario, soprattutto se confrontato con una interpretazione del fenomeno migratorio che lo vorrebbe ineluttabile, epocale, quasi un segno di bibliche proporzioni. I vescovi di ben 16 conferenze episcopali dell'Africa occidentale, riuniti in Burkina Faso dal 13 al 20 maggio scorso, ci mostrano il problema da un altro punto di vista. «Voi (giovani, ndr)», hanno scritto, «rappresentate il presente e il futuro dell'Africa che deve lottare con tutte le sue risorse per la dignità e la felicità dei suoi figli e figlie. In questo contesto, non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, in particolare verso l'Europa. I nostri cuori soffrono nel vedere le barche sovraccariche di giovani, donne e bambini che si perdono tra le onde del Mediterraneo. Certo, comprendiamo la sete di quella felicità e benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non devono portarvi a sacrificare la vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e a un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza ce la potete fare anche in Africa e, cosa più importante, potete rendere questo continente una terra prospera».Le chiese in Africa si preoccupano da sempre di far restare i loro figli a casa. «I nostri giovani devono imparare a essere pazienti e a lavorare sodo nei loro Paesi d'origine» ha dichiarato al mensile Il Timone il cardinale nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan, «Anche se ciò può essere difficile, sicuramente non è tanto drammatico quanto finire nel mercato degli schiavi o nelle prigioni della Libia». [...]Il cardinale guineiano Robert Sarah, prefetto al Culto divino, ha dichiarato alla rivista francese Valeurs actuelles che «tutti i migranti che arrivano in Europa sono senza un soldo, senza lavoro, senza dignità... Questo è ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può cooperare con questa nuova forma di schiavitù diventata migrazioni di massa. Se l'Occidente continua in questo modo fatale, c'è un grande rischio che, a causa della mancanza di nascite, sparisca, invaso dagli stranieri, proprio come Roma è stata invasa dai barbari».Monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, parlando con il quotidiano La Verità ha sottolineato che «i vescovi dell'Africa invitano i loro giovani a non emigrare e la dottrina sociale della Chiesa dice che esiste prima di tutto un diritto a “non emigrare" e a rimanere nella propria nazione e presso il proprio popolo. Del resto, si sa che dietro la marea migratoria si celano molti interessi anche geopolitici. Le migrazioni non sono quindi un bene in sé. Dipende se servono il bene dell'uomo o no». [...] La carità, punto imprescindibile per un cattolico che voglia definirsi tale, però richiede, dicono i sacerdoti che abbiamo interpellato, un paio di osservazioni. «Se si perdesse la connessione soprannaturale, la carità diventerebbe mera filantropia, e la Chiesa rischierebbe di trasformarsi in una pur benefica organizzazione assistenziale», scriveva in un libro del 2016 l'attuale prelato dell'Opus Dei monsignor Fernando Ocáriz. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-clero-che-rifiuta-la-deriva-pro-invasione-2639209930.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cambio-al-vertice-nella-sala-stampa" data-post-id="2639209930" data-published-at="1780740057" data-use-pagination="False"> Cambio al vertice nella Sala stampa Il tormentato balletto dei media vaticani attende un ultimo atto che sembra sul punto di compiersi. Il direttore ad interim della Sala stampa, Alessandro Gisotti, sta per lasciare e al suo posto verrebbe nominato Matteo Bruni, che finora si è occupato principalmente di questioni logistiche e organizzative. Sul nome di Bruni pare che tutti concordino anche se l'ufficialità ancora non c'è ed è slittata all'ultimo momento quando doveva essere resa pubblica lunedì scorso. Il blog paravaticano Il Sismografo, che aveva bruciato la notizia domenica nel tardo pomeriggio, ha rilevato che per l'ufficialità «occorrono ulteriori approfondimenti - per i quali tra l'altro i tempi previsti sono piuttosto brevi - proprio perché alla fine si tratta di nomine che dovrebbero portare il sigillo del Santo Padre Francesco». Gli approfondimenti probabilmente non riguardano la direzione da affidare a Bruni, bravo organizzatore vicino alla Comunità di S. Egidio, quanto il nome della sua vice. Le indiscrezioni indicano la giornalista brasiliana di Vatican news Cristiane Murray, voluta per rispettare la quota rosa richiesta dallo stesso Francesco, ma su di lei ci sarebbero alcune perplessità da risolvere. Peraltro, per il ruolo di vicedirettrice sono state fatte richieste alla vaticanista messicana Valentina Alazraki che ha recentemente intervistato il Papa ed è intervenuta al summit contro la pedofilia del febbraio scorso. Incassato il suo rifiuto, le attenzioni sono state rivolte a una giornalista italiana esperta di questioni latinoamericane che lavora al quotidiano Avvenire. Si dice che abbia rifiutato per ben due volte, quindi ecco il nome della brasiliana Murray. Per quanto riguarda il nome del direttore della Sala stampa va annotato che diverse indiscrezioni, comparse anche sul Corriere del Trentino, portavano a don Ivan Maffeis, attuale direttore dell'Ufficio nazionale delle comunicazioni della Cei e in ottimi rapporti con don Dario Edoardo Viganò, ex super segretario dei nuovi media vaticani caduto un po' in disgrazia per aver diffuso una lettera di Benedetto XVI volutamente priva di una parte del testo, ma mantenuto dal Papa all'interno del dicastero con ruolo di potere. La candidatura di Maffeis rappresenta al massimo livello la scalata politica dei media Cei all'interno di quelli Vaticani, scalata comunque in atto anche con l'eventuale nomina di Bruni. Se il nuovo direttore sarà lui, sembra comunque che gli resti ormai un ruolo di terza fila rispetto a quello che hanno svolto Federico Alessandrini, Romeo Panciroli, Joaquín Navarro Valls e padre Federico Lombardi, scavalcato dal vero dominus di tutta la nuova macchina mediatica della Santa sede, vale a dire il direttore editoriale Andrea Tornielli. Non a caso lo stesso Gisotti, che lascerebbe l'incarico per aver più tempo a disposizione per la famiglia, dovrebbe diventare vicedirettore editoriale del dicastero per la comunicazione guidato dal prefetto Paolo Ruffini. Così anche le dimissioni dell'ex direttore, il giornalista americano Greg Burke, e della sua vice, la giornalista spagnola Paloma García Ovejero trovano ancora maggior ragione. I due lasciarono probabilmente perché non comprendevano più il loro ruolo all'interno di una riforma dei media vaticani che con la nomina di Tornielli esprimeva la svolta in senso verticistico. Al direttore della Sala stampa, hanno detto in molti, resta poco più che un compito da passacarte e varia attività organizzativa. E anche la Segreteria di stato, un tempo cabina di regia dei media vaticani, Osservatore romano compreso, esce di scena.
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
Continua a leggereRiduci
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
Continua a leggereRiduci
Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
Continua a leggereRiduci