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2020-03-31
Il 118 toscano denuncia il governatore Rossi
Enrico Rossi (Ansa)
L'emergenza Coronavirus inizia a scatenare denunce. La prima è stata depositata ieri alla Procura della Repubblica a Firenze. Chiede di accertare se sussistano gli estremi di una serie di gravi reati: istigazione a delinquere, lesioni colpose gravi, epidemia colposa, omissioni d'atti di ufficio. Tutti insieme, comportano pene tra uno e 12 anni di reclusione. Ad averli commessi sarebbero stati il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, il suo assessore alla Sanità, Stefania Saccardi, e il direttore del Dipartimento regionale per le maxi-urgenze, Piero Paolini. Una delle accuse non è nuova, in tempi di Covid-19, ed è quella di aver dotato di mascherine del tutto inadeguate i medici in prima linea contro il virus, a partire da quelli del 118. Ma c'è altro: la Regione Toscana, nelle procedure per il trattamento dei malati, avrebbe stabilito regole inaccettabili, deontologicamente scorrette.
Autori dell'esposto sono lo Snami, Sindacato nazionale autonomo dei medici, la Fismu, Federazione sindacale dei medici uniti, e il Cobas della Asl Toscana Centro, che rappresentano i sanitari dell'emergenza 118, quelli che operano sulle ambulanze. Nelle ultime settimane, la Regione li ha dotati di mascherine chirurgiche prodotte da imprese locali che un esame del laboratorio del Dipartimento di chimica dell'Università di Firenze ha ritenuto «soddisfacenti». Le organizzazioni sindacali, però, hanno fatto analizzare le protezioni da uno dei massimi esperti in materia: Alice Ravizza, del Politecnico di Torino. Secondo la sua perizia, scritta il 20 marzo, le mascherine «non possono essere definite “utilizzabili come dispositivi medici" secondo i contenuti della Circolare del ministero della Salute del 13 marzo», quella con le regole per i presidi medici nell'emergenza epidemiologica da Covid-19. L'ingegner Ravizza sostiene anche che il test dell'Università di Firenze «non appare fornire garanzie sulle principali caratteristiche tecniche delle mascherine», in quanto non ne valuta «né la filtrazione batterica, né la traspirabilità, né l'indossabilità o la sigillatura al viso».
Giovanni Belcari, vice responsabile nazionale 118 dello Snami, aggiunge che, dopo aver ottenuto il preoccupante responso, alla Regione sono stati dati due giorni per adeguarsi: «Abbiamo chiesto loro di cercare altri fornitori e mascherine più valide», dice il medico alla Verità. «Non ci hanno nemmeno risposto». In Toscana Fismu, Snami e Cobas osservano che l'ondata del coronavirus sta crescendo velocemente. «Siamo già con l'acqua alla gola», dice Belcari. Ieri sera i contagiati ufficiali nella Regione sono saliti a 4.050, i ricoverati a 1.116 e quelli in terapia intensiva a 279. «Ma se noi medici e infermieri del 118 dobbiamo intervenire su pazienti di Covid-19 con mascherine inadeguate», protesta, «non solo non ci proteggiamo dal contagio, e quindi molti di noi si ammalano, ma soprattutto rischiamo di esserne veicoli inconsapevoli». Quanti siano i sanitari contagiati in Toscana, oggi, non lo sa nessuno.
Il problema generale non è solo toscano: il 25 marzo il ministro della Salute Roberto Speranza ha diramato dopo un vertice con i sindacati l'ultimo aggiornamento delle «Linee d'indirizzo dei servizi ospedalieri», dove si prevede che «tutti gli operatori sanitari siano sottoposto al tampone rinofaringeo». Direttiva fin qui sospesa in un limbo di buon senso: i medici sanno benissimo di avere prevedibilmente molti casi di positivi asintomatici, e togliere dalle corsie tutti i positivi vorrebbe dire svuotare - se non chiudere, come qualche direttore generale lombardo si è visto costretto a minacciare - addirittura i reparti. Una situazione al limite, che rischia ora di trasformarsi in un fiume di denunce. Lo stesso potrebbe accadere per il continuo trasferimento alle terapie intensive di sanitari appartenenti ad altre specialità: questi ultimi chiedono ordini di servizio scritti, che però per contratto non possono essere diramati. Anche qui, che il tutto finisca a carte bollate non è un'opzione impossibile.
In Toscana, però, Fismu, Snami e Cobas hanno deciso di denunciare la Regione anche per un altro aspetto, che dal punto di vista dei medici è il più grave. Tra il 13 e il 20 marzo, il Coordinamento regionale delle maxiemergenze ha stabilito e confermato regole draconiane per gli equipaggi delle ambulanze alle prese con pazienti anche solo sospetti di Covid-19. Vi si legge: «Dovrà essere, per quanto possibile, limitato l'utilizzo di aerosol terapia e C-pap (le maschere da applicare al volto dei malati, ndr)». Belcari è indignato: «Queste sono le tipiche misure salvavita», protesta, «io non posso negarle a un paziente. La Regione mi dice: se sei in situazione a rischio, stai fermo. Ma se il viaggio in ambulanza dura mezz'ora, il malato di Covid-19 muore». Il medico scuote la testa: «Sono norme inaccettabili, deontologicamente scorrette». Anche in questo caso, il 18 marzo Snami, Fismu e Cobas hanno chiesto alla Toscana di modificare le regole. Per questo se ieri le tre associazioni, «di fronte al silenzio assordante di tutte le autorità», sono passate alla denuncia. A scriverla è stato Corrado Canafoglia, avvocato dell'Unione nazionale consumatori ed esperto di diritti civili. Alla Verità dichiara: «La direttiva sull'ossigeno, in particolare, a me pare inaccettabile».
Francesco Esposito, medico a Catanzaro e segretario generale della Fismu, nega che si stia pensando a esposti contro altre Regioni: «Dove c'è clima di collaborazione», dice alla Verità, «ci asteniamo da iniziative. Serve responsabilità e noi facciamo la nostra parte. Dove troviamo controparti arroganti, agiamo. È accaduto con due Asl della Sicilia e per questa fuga in avanti della Toscana».
Associazioni a caccia di malati online per trascinare alla sbarra i medici
Quando gli eroi in camice bianco finiranno in tribunale allora sarà finita l'emergenza coronavirus. Appena scoperto il paziente uno i medici e gli infermieri si sono ritrovati in prima fila per combattere quasi a mani nude il Covid-19 e i cittadini si sono affacciati alle finestre per applaudire quegli stessi professionisti che prima meritavano insulti e botte. La legge antiviolenza dedicata agli operatori sanitari sembrava un ricordo, una cosa quasi inutile di fronte all'abnegazione degli angeli delle corsie.
Oggi, con oltre 60 medici uccisi dal virus e dopo 40 giorni di emergenza, sono finiti gli applausi e le lacrime lasciano il posto alla rabbia. Le domande sono inevitabili: il mio familiare è entrato per tempo in terapia intensiva? È stato intubato? E chi è rimasto a casa, curato dai medici di famiglia, perché non ha avuto una bombola d'ossigeno? Perché non gli hanno fatto un tampone? Perché non è stato ricoverato?
E così sono partite le prime denunce contro i medici. All'ospedale di Trieste, per esempio, nel reparto di medicina, un paziente ha denunciato l'intero nosocomio per aver contratto il virus durante il ricovero. Un caso isolato? Sicuramente no visto che ad aiutare pazienti e familiari, segregati in quarantena ci pensano studi legali «specializzati» che pubblicizzano sui social la loro attività. Fa così il gruppo Risarcimento e Consulenza che nel suo post scrive: «Le infezioni ospedaliere rientrano tra le complicanze più frequenti in ambito sanitario. Chi ne è vittima potrebbe aver diritto a un risarcimento. Contattaci per una consulenza gratuita, i nostri professionisti valuteranno se ci sono i presupposti per avviare una causa legale anche da parte dei familiari della vittima». Segue numero di telefono, mail, e cinque hashtag: #infezionesanitaria; #risarcimentoeconsulenza; #malattieprofessionali; #medicinalegale; #coronavirus. Per poi stupirsi delle critiche e rispondere: «Ci dispiace che il nostro intento sia stato frainteso, in quanto la nostra azione è dedicata esclusivamente alla tutela di quella classe di lavoratori che sta pagando sulla propria pelle il prezzo più alto di questa tragedia».
Filippo Anelli, presidente di Fnomceo, ha scritto al Consiglio nazionale forense per segnalare il diffondersi di queste comunicazioni pubblicitarie di studi di avvocati mentre Alberto Oliveti, presidente dell'Enpam, la cassa previdenziale dei medici, presenterà «un esposto urgente all'Autorità garante della concorrenza per pubblicità scorretta contro organizzazioni che intendono speculare sulla pelle dei malati e contro la categoria dei sanitari».
Offerte di consulenza mentre gli anestesisti della Siaarti, come scrive il prof Ivan Cavicchi, «sono a forte rischio contenzioso visto che si affidano al limite di età per i ricoveri», e i medici di famiglia, che senza protezione e bombole d'ossigeno sentono i propri pazienti al telefono. Come dice il loro presidente Silvestro Scotti: «Cosa andiamo a fare dai pazienti? Per vederli morire e infettarci anche noi?».
«Da eroi a denunciati il passo è breve» dice il cardiologo monzese Stefano Carugo: «Vediamo il pericolo di conseguenze isteriche e di una guerra legale, fioccheranno denunce, temo. La mia idea, oltre ai balconi che vanno bene, è che si preveda per gli operatori sanitari in situazione di guerra una sorta di amnistia». Intanto la Fiaso, Federazione di Asl e ospedali, dice: «No a sanzioni penali a medici e manager sanitari che agiscono nell'emergenza», mentre I chirurghi italiani scrivono a Giuseppe Conte e Roberto Speranza: «Intervenire immediatamente sul tema della responsabilità civile e penale dei medici».
Questa prassi è condannata senza se e senza ma da Antonio Chiàntera, presidente Sig (Società italiana di ginecologia e ostetricia): «Una condotta inaccettabile, quella di alcuni studi legali che continuano a pubblicizzare in maniera deplorevole le azioni legali nei confronti di medici e personale sanitario, promuovendo il versamento dei compensi solo in caso di effettivo risarcimento». Amareggiato anche Luciano Cifaldi, oncologo e segretario generale Cisl medici del Lazio: «Sono partite le prime denunce contro noi medici, siamo consapevoli che finiremo presto vittime di paradossali ripercussioni giudiziarie e poco ci manca che passeremo per sodali e complici del virus». Nel frattempo, sottolinea il sindacalista, oltre all'aumento delle tariffe assicurative per il rischio professionale proliferano le «sedicenti associazioni di benefattori» che si offrono di far ottenere i risarcimenti.
Censura dei «sedicenti studi legali» dall'Ordine degli avvocati di Napoli che definisce tali «campagne pubblicitarie inappropriate e denigratorie della serietà, correttezza e dello spirito solidale e umanitario della classe forense» e propone un emendamento alla legge 8 marzo 2017 che prevede la responsabilità dei sanitari limitandola «alle sole condotte dolose» per tutta la durata dello stato di emergenza.
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Esposto in Procura degli operatori delle ambulanze per le condizioni in cui operano: «Non c'è sicurezza né per noi né per i malati». Tensione negli ospedali: il ministero prevede tamponi per i medici, ma se si fermano gli asintomatici si rischia la chiusura dei reparti.Sono già arrivate le prime denunce e c'è chi, come Risarcimento e consulenza, offre consulti gratis per le cause I dottori: «È una speculazione». L'Ordine degli avvocati di Napoli sta con loro: «I processi siano solo per dolo».Lo speciale contiene due articoliL'emergenza Coronavirus inizia a scatenare denunce. La prima è stata depositata ieri alla Procura della Repubblica a Firenze. Chiede di accertare se sussistano gli estremi di una serie di gravi reati: istigazione a delinquere, lesioni colpose gravi, epidemia colposa, omissioni d'atti di ufficio. Tutti insieme, comportano pene tra uno e 12 anni di reclusione. Ad averli commessi sarebbero stati il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, il suo assessore alla Sanità, Stefania Saccardi, e il direttore del Dipartimento regionale per le maxi-urgenze, Piero Paolini. Una delle accuse non è nuova, in tempi di Covid-19, ed è quella di aver dotato di mascherine del tutto inadeguate i medici in prima linea contro il virus, a partire da quelli del 118. Ma c'è altro: la Regione Toscana, nelle procedure per il trattamento dei malati, avrebbe stabilito regole inaccettabili, deontologicamente scorrette.Autori dell'esposto sono lo Snami, Sindacato nazionale autonomo dei medici, la Fismu, Federazione sindacale dei medici uniti, e il Cobas della Asl Toscana Centro, che rappresentano i sanitari dell'emergenza 118, quelli che operano sulle ambulanze. Nelle ultime settimane, la Regione li ha dotati di mascherine chirurgiche prodotte da imprese locali che un esame del laboratorio del Dipartimento di chimica dell'Università di Firenze ha ritenuto «soddisfacenti». Le organizzazioni sindacali, però, hanno fatto analizzare le protezioni da uno dei massimi esperti in materia: Alice Ravizza, del Politecnico di Torino. Secondo la sua perizia, scritta il 20 marzo, le mascherine «non possono essere definite “utilizzabili come dispositivi medici" secondo i contenuti della Circolare del ministero della Salute del 13 marzo», quella con le regole per i presidi medici nell'emergenza epidemiologica da Covid-19. L'ingegner Ravizza sostiene anche che il test dell'Università di Firenze «non appare fornire garanzie sulle principali caratteristiche tecniche delle mascherine», in quanto non ne valuta «né la filtrazione batterica, né la traspirabilità, né l'indossabilità o la sigillatura al viso».Giovanni Belcari, vice responsabile nazionale 118 dello Snami, aggiunge che, dopo aver ottenuto il preoccupante responso, alla Regione sono stati dati due giorni per adeguarsi: «Abbiamo chiesto loro di cercare altri fornitori e mascherine più valide», dice il medico alla Verità. «Non ci hanno nemmeno risposto». In Toscana Fismu, Snami e Cobas osservano che l'ondata del coronavirus sta crescendo velocemente. «Siamo già con l'acqua alla gola», dice Belcari. Ieri sera i contagiati ufficiali nella Regione sono saliti a 4.050, i ricoverati a 1.116 e quelli in terapia intensiva a 279. «Ma se noi medici e infermieri del 118 dobbiamo intervenire su pazienti di Covid-19 con mascherine inadeguate», protesta, «non solo non ci proteggiamo dal contagio, e quindi molti di noi si ammalano, ma soprattutto rischiamo di esserne veicoli inconsapevoli». Quanti siano i sanitari contagiati in Toscana, oggi, non lo sa nessuno. Il problema generale non è solo toscano: il 25 marzo il ministro della Salute Roberto Speranza ha diramato dopo un vertice con i sindacati l'ultimo aggiornamento delle «Linee d'indirizzo dei servizi ospedalieri», dove si prevede che «tutti gli operatori sanitari siano sottoposto al tampone rinofaringeo». Direttiva fin qui sospesa in un limbo di buon senso: i medici sanno benissimo di avere prevedibilmente molti casi di positivi asintomatici, e togliere dalle corsie tutti i positivi vorrebbe dire svuotare - se non chiudere, come qualche direttore generale lombardo si è visto costretto a minacciare - addirittura i reparti. Una situazione al limite, che rischia ora di trasformarsi in un fiume di denunce. Lo stesso potrebbe accadere per il continuo trasferimento alle terapie intensive di sanitari appartenenti ad altre specialità: questi ultimi chiedono ordini di servizio scritti, che però per contratto non possono essere diramati. Anche qui, che il tutto finisca a carte bollate non è un'opzione impossibile.In Toscana, però, Fismu, Snami e Cobas hanno deciso di denunciare la Regione anche per un altro aspetto, che dal punto di vista dei medici è il più grave. Tra il 13 e il 20 marzo, il Coordinamento regionale delle maxiemergenze ha stabilito e confermato regole draconiane per gli equipaggi delle ambulanze alle prese con pazienti anche solo sospetti di Covid-19. Vi si legge: «Dovrà essere, per quanto possibile, limitato l'utilizzo di aerosol terapia e C-pap (le maschere da applicare al volto dei malati, ndr)». Belcari è indignato: «Queste sono le tipiche misure salvavita», protesta, «io non posso negarle a un paziente. La Regione mi dice: se sei in situazione a rischio, stai fermo. Ma se il viaggio in ambulanza dura mezz'ora, il malato di Covid-19 muore». Il medico scuote la testa: «Sono norme inaccettabili, deontologicamente scorrette». Anche in questo caso, il 18 marzo Snami, Fismu e Cobas hanno chiesto alla Toscana di modificare le regole. Per questo se ieri le tre associazioni, «di fronte al silenzio assordante di tutte le autorità», sono passate alla denuncia. A scriverla è stato Corrado Canafoglia, avvocato dell'Unione nazionale consumatori ed esperto di diritti civili. Alla Verità dichiara: «La direttiva sull'ossigeno, in particolare, a me pare inaccettabile».Francesco Esposito, medico a Catanzaro e segretario generale della Fismu, nega che si stia pensando a esposti contro altre Regioni: «Dove c'è clima di collaborazione», dice alla Verità, «ci asteniamo da iniziative. Serve responsabilità e noi facciamo la nostra parte. Dove troviamo controparti arroganti, agiamo. È accaduto con due Asl della Sicilia e per questa fuga in avanti della Toscana».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-118-toscano-denuncia-il-governatore-rossi-2645590733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="associazioni-a-caccia-di-malati-online-per-trascinare-alla-sbarra-i-medici" data-post-id="2645590733" data-published-at="1767926338" data-use-pagination="False"> Associazioni a caccia di malati online per trascinare alla sbarra i medici Quando gli eroi in camice bianco finiranno in tribunale allora sarà finita l'emergenza coronavirus. Appena scoperto il paziente uno i medici e gli infermieri si sono ritrovati in prima fila per combattere quasi a mani nude il Covid-19 e i cittadini si sono affacciati alle finestre per applaudire quegli stessi professionisti che prima meritavano insulti e botte. La legge antiviolenza dedicata agli operatori sanitari sembrava un ricordo, una cosa quasi inutile di fronte all'abnegazione degli angeli delle corsie. Oggi, con oltre 60 medici uccisi dal virus e dopo 40 giorni di emergenza, sono finiti gli applausi e le lacrime lasciano il posto alla rabbia. Le domande sono inevitabili: il mio familiare è entrato per tempo in terapia intensiva? È stato intubato? E chi è rimasto a casa, curato dai medici di famiglia, perché non ha avuto una bombola d'ossigeno? Perché non gli hanno fatto un tampone? Perché non è stato ricoverato? E così sono partite le prime denunce contro i medici. All'ospedale di Trieste, per esempio, nel reparto di medicina, un paziente ha denunciato l'intero nosocomio per aver contratto il virus durante il ricovero. Un caso isolato? Sicuramente no visto che ad aiutare pazienti e familiari, segregati in quarantena ci pensano studi legali «specializzati» che pubblicizzano sui social la loro attività. Fa così il gruppo Risarcimento e Consulenza che nel suo post scrive: «Le infezioni ospedaliere rientrano tra le complicanze più frequenti in ambito sanitario. Chi ne è vittima potrebbe aver diritto a un risarcimento. Contattaci per una consulenza gratuita, i nostri professionisti valuteranno se ci sono i presupposti per avviare una causa legale anche da parte dei familiari della vittima». Segue numero di telefono, mail, e cinque hashtag: #infezionesanitaria; #risarcimentoeconsulenza; #malattieprofessionali; #medicinalegale; #coronavirus. Per poi stupirsi delle critiche e rispondere: «Ci dispiace che il nostro intento sia stato frainteso, in quanto la nostra azione è dedicata esclusivamente alla tutela di quella classe di lavoratori che sta pagando sulla propria pelle il prezzo più alto di questa tragedia». Filippo Anelli, presidente di Fnomceo, ha scritto al Consiglio nazionale forense per segnalare il diffondersi di queste comunicazioni pubblicitarie di studi di avvocati mentre Alberto Oliveti, presidente dell'Enpam, la cassa previdenziale dei medici, presenterà «un esposto urgente all'Autorità garante della concorrenza per pubblicità scorretta contro organizzazioni che intendono speculare sulla pelle dei malati e contro la categoria dei sanitari». Offerte di consulenza mentre gli anestesisti della Siaarti, come scrive il prof Ivan Cavicchi, «sono a forte rischio contenzioso visto che si affidano al limite di età per i ricoveri», e i medici di famiglia, che senza protezione e bombole d'ossigeno sentono i propri pazienti al telefono. Come dice il loro presidente Silvestro Scotti: «Cosa andiamo a fare dai pazienti? Per vederli morire e infettarci anche noi?». «Da eroi a denunciati il passo è breve» dice il cardiologo monzese Stefano Carugo: «Vediamo il pericolo di conseguenze isteriche e di una guerra legale, fioccheranno denunce, temo. La mia idea, oltre ai balconi che vanno bene, è che si preveda per gli operatori sanitari in situazione di guerra una sorta di amnistia». Intanto la Fiaso, Federazione di Asl e ospedali, dice: «No a sanzioni penali a medici e manager sanitari che agiscono nell'emergenza», mentre I chirurghi italiani scrivono a Giuseppe Conte e Roberto Speranza: «Intervenire immediatamente sul tema della responsabilità civile e penale dei medici». Questa prassi è condannata senza se e senza ma da Antonio Chiàntera, presidente Sig (Società italiana di ginecologia e ostetricia): «Una condotta inaccettabile, quella di alcuni studi legali che continuano a pubblicizzare in maniera deplorevole le azioni legali nei confronti di medici e personale sanitario, promuovendo il versamento dei compensi solo in caso di effettivo risarcimento». Amareggiato anche Luciano Cifaldi, oncologo e segretario generale Cisl medici del Lazio: «Sono partite le prime denunce contro noi medici, siamo consapevoli che finiremo presto vittime di paradossali ripercussioni giudiziarie e poco ci manca che passeremo per sodali e complici del virus». Nel frattempo, sottolinea il sindacalista, oltre all'aumento delle tariffe assicurative per il rischio professionale proliferano le «sedicenti associazioni di benefattori» che si offrono di far ottenere i risarcimenti. Censura dei «sedicenti studi legali» dall'Ordine degli avvocati di Napoli che definisce tali «campagne pubblicitarie inappropriate e denigratorie della serietà, correttezza e dello spirito solidale e umanitario della classe forense» e propone un emendamento alla legge 8 marzo 2017 che prevede la responsabilità dei sanitari limitandola «alle sole condotte dolose» per tutta la durata dello stato di emergenza.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».