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2024-10-09
Libano, operazione via terra dell’Idf. «Biden disse Netanyahu figlio di p...»
Carri armati israeliani al confine con il Libano (Getty Images)
L’Idf ha annunciato ieri l’allargamento dell’operazione militare terrestre limitata, localizzata e mirata nella parte Sud occidentale del Libano, dove ai soldati delle unità permanenti 36, 91 e 98, si sono uniti quelli della divisione di riserva, portando il contingente a oltre 15.000 uomini. Finora, infatti, da quando lo scorso 30 settembre le truppe dello Stato ebraico fecero ingresso nel Paese dei cedri, le battaglie si erano concentrate sul lato orientale del confine. Alcuni soldati sono stati ripresi mentre issavano una bandiera israeliana nel villaggio di Maroun al-Ras. La brigata Golani delle forze di difesa israeliane ha sfondato la resistenza dei miliziani di Hezbollah nel villaggio di Maroun al-Ras, dove è stato bloccato un lanciatore pronto a far partire razzi verso il Nord di Israele e sono stati distrutti tunnel e diverse armi tra cui missili anticarro.
Proprio qui ha sede la base delle forze di pace Onu Unifil, dove è in missione anche il contingente italiano. Al Jazeera ha pubblicato diverse immagini satellitari in cui si vedono circa 40 veicoli militari posizionati attorno al quartier generale della missione dei caschi blu. Un portavoce di Hezbollah ha riferito che i miliziani presenti in quella zona hanno aperto il fuoco per allontanare i militari israeliani dietro la striscia di confine. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito la situazione in Libano «molto preoccupante,» ha immediatamente sentito al telefono il suo omologo israeliano, Israel Katz, a cui ha chiesto di assicurare la massima tutela al contingente italiano Unifil e che venga tenuto fuori dagli scontri con Hezbollah.
In serata è giunta la notizia di un edificio colpito da Israele anche a Damasco, in Siria. Massima allerta e tensione si sono registrate anche a Beirut dove continuano i bombardamenti giorno e notte. Il media libanese Al Mayadeen ha riferito che nelle ultime 24 ore Israele ha sferrato 26 attacchi aerei nella periferia meridionale della Capitale. In uno di questi, a Dahiyeh, una delle roccheforti di Hezbollah, l’esercito israeliano ha confermato di aver colpito diversi obiettivi e di aver eliminato Suhail Hussein Husseini, comandante del quartier generale del Partito di Dio a Beirut e considerato colui che gestiva la distribuzione delle armi tra le varie unità della milizia sciita.
A essere coinvolta nei combattimenti è stata anche una troupe del Tg3, aggredita mentre viaggiava in auto nei pressi di Sidone: a testimoniare l’episodio in cui ha perso la vita l’autista locale, morto a causa di un infarto, è stata direttamente l’inviata Rai Lucia Goracci: «Eravamo in un villaggio a Nord di Sidone, sul luogo di un bombardamento. È spuntato un uomo che ha aggredito l’operatore Marco Nicois, tentando di strappargli la telecamera», ha raccontato la giornalista al telegiornale. «Siamo andati via veloci in auto, ma quest’uomo ci stava seguendo e quando l’autista si è fermato a un distributore, ormai eravamo fuori dal Paese, ci è venuto addosso, ha strappato le chiavi, ha tentato di distruggere la telecamera mentre nessuno ci veniva in aiuto. L’autista, che cercava di spiegare e convincere gli aggressori è mancato, caduto in terra. Siamo corsi in ospedale e ci hanno detto che era morto dopo lunghi tentativi di rianimarlo».
Nel frattempo, la popolazione civile libanese prosegue nel suo esodo: da quando sono iniziati i combattimenti, fa sapere il governo, oltre 400.000 persone sono fuggite in Siria e 1,2 milioni sono state sfollate. Ai civili libanesi si è rivolto Benjamin Netanyahu, il quale ha confermato la morte di Hashem Safieddine e ha invitato i cittadini a liberarsi da Hezbollah per porre fine alla guerra. Il premier israeliano ha anche messo in stand by la visita negli Usa del ministro della Difesa. Yoav Gallant. Prima vuole parlare con Joe Biden, che però è al centro di un caso, visto che il famoso giornalista del Watergate, Bob Woodward, ha rivelato nel suo ultimo libro: «Il presidente ha definito Netanyahu un figlio di p... e un cattivo fottuto re».
Nel frattempo i vertici di Hezbollah hanno affermato che l’elezione del successore di Hassan Nasrallah avverrà il prima possibile, rivendicando l’ennesimo lancio di razzi verso il Nord di Israele. Il Comando del fronte interno delle forze israeliane ha rafforzato le misure di sicurezza chiudendo tutte le scuole, eccetto quelle che dispongono di rifugi che possono essere raggiunti velocemente in caso di attacco annunciato dalle sirene antiaereo. «Il nemico mente sulle nostre capacità e sulle perdite che dice di infliggerci. Stiamo bene e siamo capaci di rispondere», ha detto l’attuale numero due di Hezbollah Naim Qassem. «Guardate quel che succede lungo la linea frontaliera, siamo sul terreno e i nostri combattenti dimostrano la loro bravura. Noi siamo qui e rimaniamo qui. Li aspettiamo corpo a corpo».
Per quanto riguarda invece l’attesa risposta di Israele all’Iran, dagli Stati Uniti è filtrata diffidenza nei confronti della strategia israeliana, con il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, che ha chiesto al ministro per gli Affari strategici israeliano, Ron Dermer, chiarezza e trasparenza sull’operazione. Intanto da Teheran avvisano: «La Repubblica islamica raderebbe al suolo in meno di 10 minuti le città israeliane di Tel Aviv e Haifa se Israele dovesse reagire ai recenti attacchi missilistici».
«No armi». E il Qatar premia Macron
Dopo aver dichiarato «Basta armi», invitando l’Occidente a non sostenere le operazioni di Israele, il presidente francese, Emmanuel Macron, in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, ha dovuto abbassare i toni e fare un gesto di distensione verso il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, anche se le reali intenzioni di Parigi sembrano aver poco a che fare con la pace e molto con precisi interessi geopolitici.
Riavvolgendo il nastro, i bombardamenti israeliani in Libano avevano colpito degli impianti petroliferi francesi proprio dopo che Bibi non aveva preso bene le dichiarazioni del capo dell’Eliseo. Non solo, dopo lo sgambetto francese, il premier israeliano aveva replicato senza mezzi termini: «Il presidente Macron e altri leader occidentali stanno richiedendo l’embargo di armi contro Israele. Si devono vergognare».
Ne è seguita una telefonata, la scorsa domenica, con toni di apparente cautela, in cui il capo dell’Eliseo ha voluto sbandierare «l’incrollabile impegno» di Parigi alla sicurezza di Gerusalemme, pur riconoscendo che ora i tempi sono maturi per un cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Dichiarazioni a cui Netanyahu avrebbe risposto un po’ piccato: «Ci si aspetta che gli amici d’Israele lo sostengano e non che gli impongano restrizioni che rafforzerebbero solamente l’asse del male iraniano», concludendo che la lotta a Hezbollah è necessaria per «cambiare la realtà» in Libano. In occasione delle commemorazioni del 7 ottobre, il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, era stato in visita proprio in Israele, per rendere omaggio alle vittime del massacro di Hamas, tra cui 65 cittadini transalpini. Durante la cerimonia ha depositato un mazzo di rose bianche, dichiarando che «la Francia non abbandonerà mai i suoi compatrioti e non smetterà mai di chiedere ad Hamas il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi».
In realtà dietro le dichiarazioni di Macron sullo stop alla fornitura di armi a Israele si intravede una contropartita che riguarda il Qatar. Doha si è infatti impegnata, tramite un accordo di partnership strategica, a fornire 10 miliardi di euro a Parigi che saranno incanalati in startup e in fondi di investimento francesi tra il 2024 e il 2030. Già a febbraio di quest’anno, l’emiro qatarino Tamim bin Hamad Al Thani aveva incontrato Macron in Francia: non si trattava solo della prima visita dell’emiro ma della prima visita di Stato a Parigi dopo 15 anni. In occasione dell’incontro, il primo ministro francese di allora, Gabriel Attal, insieme al suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, avevano presieduto un forum economico sulle opportunità di investimento tra i due Paesi in materia di decarbonizzazione, Intelligenza artificiale, semiconduttori, sanità e biotecnologie.
Si tratta quindi di un’occasione che la fornitura di armi a Israele avrebbe potuto ostacolare, dato che l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani è all’opposto della posizione israeliana sul conflitto. Ed è stato proprio lui, la scorsa settimana, ad aver ospitato a Doha il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e ad aver accusato Israele di compiere un «genocidio collettivo». Doha ha dunque accolto favorevolmente la decisione di Macron e infatti, nella pagina X del ministero degli Esteri del Qatar, è comparsa subito una nota in cui si afferma: «Lo Stato del Qatar accoglie la richiesta del presidente francese, Emmanuel Macron, di fermare la consegna di armi all’occupazione israeliana per combattere a Gaza e lo considera un passo importante e gradito per fermare la guerra». Un passo gradito anche per gli interessi dei transalpini.
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La rivelazione del giornalista del Watergate, Woodward, inguaia il presidente Usa. Fermata la missione di Gallant a Washington. Troupe del «Tg3» aggredita, l’autista muore d’infarto. Edificio colpito a Damasco.Dopo l’apprezzamento di Doha per l’invito dell’Eliseo a non sostenere più le azioni di Gerusalemme, arriva un accordo: 10 miliardi per startup e fondi d’investimento.Lo speciale contiene due articoli.L’Idf ha annunciato ieri l’allargamento dell’operazione militare terrestre limitata, localizzata e mirata nella parte Sud occidentale del Libano, dove ai soldati delle unità permanenti 36, 91 e 98, si sono uniti quelli della divisione di riserva, portando il contingente a oltre 15.000 uomini. Finora, infatti, da quando lo scorso 30 settembre le truppe dello Stato ebraico fecero ingresso nel Paese dei cedri, le battaglie si erano concentrate sul lato orientale del confine. Alcuni soldati sono stati ripresi mentre issavano una bandiera israeliana nel villaggio di Maroun al-Ras. La brigata Golani delle forze di difesa israeliane ha sfondato la resistenza dei miliziani di Hezbollah nel villaggio di Maroun al-Ras, dove è stato bloccato un lanciatore pronto a far partire razzi verso il Nord di Israele e sono stati distrutti tunnel e diverse armi tra cui missili anticarro.Proprio qui ha sede la base delle forze di pace Onu Unifil, dove è in missione anche il contingente italiano. Al Jazeera ha pubblicato diverse immagini satellitari in cui si vedono circa 40 veicoli militari posizionati attorno al quartier generale della missione dei caschi blu. Un portavoce di Hezbollah ha riferito che i miliziani presenti in quella zona hanno aperto il fuoco per allontanare i militari israeliani dietro la striscia di confine. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito la situazione in Libano «molto preoccupante,» ha immediatamente sentito al telefono il suo omologo israeliano, Israel Katz, a cui ha chiesto di assicurare la massima tutela al contingente italiano Unifil e che venga tenuto fuori dagli scontri con Hezbollah.In serata è giunta la notizia di un edificio colpito da Israele anche a Damasco, in Siria. Massima allerta e tensione si sono registrate anche a Beirut dove continuano i bombardamenti giorno e notte. Il media libanese Al Mayadeen ha riferito che nelle ultime 24 ore Israele ha sferrato 26 attacchi aerei nella periferia meridionale della Capitale. In uno di questi, a Dahiyeh, una delle roccheforti di Hezbollah, l’esercito israeliano ha confermato di aver colpito diversi obiettivi e di aver eliminato Suhail Hussein Husseini, comandante del quartier generale del Partito di Dio a Beirut e considerato colui che gestiva la distribuzione delle armi tra le varie unità della milizia sciita. A essere coinvolta nei combattimenti è stata anche una troupe del Tg3, aggredita mentre viaggiava in auto nei pressi di Sidone: a testimoniare l’episodio in cui ha perso la vita l’autista locale, morto a causa di un infarto, è stata direttamente l’inviata Rai Lucia Goracci: «Eravamo in un villaggio a Nord di Sidone, sul luogo di un bombardamento. È spuntato un uomo che ha aggredito l’operatore Marco Nicois, tentando di strappargli la telecamera», ha raccontato la giornalista al telegiornale. «Siamo andati via veloci in auto, ma quest’uomo ci stava seguendo e quando l’autista si è fermato a un distributore, ormai eravamo fuori dal Paese, ci è venuto addosso, ha strappato le chiavi, ha tentato di distruggere la telecamera mentre nessuno ci veniva in aiuto. L’autista, che cercava di spiegare e convincere gli aggressori è mancato, caduto in terra. Siamo corsi in ospedale e ci hanno detto che era morto dopo lunghi tentativi di rianimarlo». Nel frattempo, la popolazione civile libanese prosegue nel suo esodo: da quando sono iniziati i combattimenti, fa sapere il governo, oltre 400.000 persone sono fuggite in Siria e 1,2 milioni sono state sfollate. Ai civili libanesi si è rivolto Benjamin Netanyahu, il quale ha confermato la morte di Hashem Safieddine e ha invitato i cittadini a liberarsi da Hezbollah per porre fine alla guerra. Il premier israeliano ha anche messo in stand by la visita negli Usa del ministro della Difesa. Yoav Gallant. Prima vuole parlare con Joe Biden, che però è al centro di un caso, visto che il famoso giornalista del Watergate, Bob Woodward, ha rivelato nel suo ultimo libro: «Il presidente ha definito Netanyahu un figlio di p... e un cattivo fottuto re». Nel frattempo i vertici di Hezbollah hanno affermato che l’elezione del successore di Hassan Nasrallah avverrà il prima possibile, rivendicando l’ennesimo lancio di razzi verso il Nord di Israele. Il Comando del fronte interno delle forze israeliane ha rafforzato le misure di sicurezza chiudendo tutte le scuole, eccetto quelle che dispongono di rifugi che possono essere raggiunti velocemente in caso di attacco annunciato dalle sirene antiaereo. «Il nemico mente sulle nostre capacità e sulle perdite che dice di infliggerci. Stiamo bene e siamo capaci di rispondere», ha detto l’attuale numero due di Hezbollah Naim Qassem. «Guardate quel che succede lungo la linea frontaliera, siamo sul terreno e i nostri combattenti dimostrano la loro bravura. Noi siamo qui e rimaniamo qui. Li aspettiamo corpo a corpo».Per quanto riguarda invece l’attesa risposta di Israele all’Iran, dagli Stati Uniti è filtrata diffidenza nei confronti della strategia israeliana, con il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, che ha chiesto al ministro per gli Affari strategici israeliano, Ron Dermer, chiarezza e trasparenza sull’operazione. Intanto da Teheran avvisano: «La Repubblica islamica raderebbe al suolo in meno di 10 minuti le città israeliane di Tel Aviv e Haifa se Israele dovesse reagire ai recenti attacchi missilistici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/idf-offensiva-libano-2669365521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="no-armi-e-il-qatar-premia-macron" data-post-id="2669365521" data-published-at="1728470319" data-use-pagination="False"> «No armi». E il Qatar premia Macron Dopo aver dichiarato «Basta armi», invitando l’Occidente a non sostenere le operazioni di Israele, il presidente francese, Emmanuel Macron, in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, ha dovuto abbassare i toni e fare un gesto di distensione verso il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, anche se le reali intenzioni di Parigi sembrano aver poco a che fare con la pace e molto con precisi interessi geopolitici. Riavvolgendo il nastro, i bombardamenti israeliani in Libano avevano colpito degli impianti petroliferi francesi proprio dopo che Bibi non aveva preso bene le dichiarazioni del capo dell’Eliseo. Non solo, dopo lo sgambetto francese, il premier israeliano aveva replicato senza mezzi termini: «Il presidente Macron e altri leader occidentali stanno richiedendo l’embargo di armi contro Israele. Si devono vergognare». Ne è seguita una telefonata, la scorsa domenica, con toni di apparente cautela, in cui il capo dell’Eliseo ha voluto sbandierare «l’incrollabile impegno» di Parigi alla sicurezza di Gerusalemme, pur riconoscendo che ora i tempi sono maturi per un cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Dichiarazioni a cui Netanyahu avrebbe risposto un po’ piccato: «Ci si aspetta che gli amici d’Israele lo sostengano e non che gli impongano restrizioni che rafforzerebbero solamente l’asse del male iraniano», concludendo che la lotta a Hezbollah è necessaria per «cambiare la realtà» in Libano. In occasione delle commemorazioni del 7 ottobre, il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, era stato in visita proprio in Israele, per rendere omaggio alle vittime del massacro di Hamas, tra cui 65 cittadini transalpini. Durante la cerimonia ha depositato un mazzo di rose bianche, dichiarando che «la Francia non abbandonerà mai i suoi compatrioti e non smetterà mai di chiedere ad Hamas il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi». In realtà dietro le dichiarazioni di Macron sullo stop alla fornitura di armi a Israele si intravede una contropartita che riguarda il Qatar. Doha si è infatti impegnata, tramite un accordo di partnership strategica, a fornire 10 miliardi di euro a Parigi che saranno incanalati in startup e in fondi di investimento francesi tra il 2024 e il 2030. Già a febbraio di quest’anno, l’emiro qatarino Tamim bin Hamad Al Thani aveva incontrato Macron in Francia: non si trattava solo della prima visita dell’emiro ma della prima visita di Stato a Parigi dopo 15 anni. In occasione dell’incontro, il primo ministro francese di allora, Gabriel Attal, insieme al suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, avevano presieduto un forum economico sulle opportunità di investimento tra i due Paesi in materia di decarbonizzazione, Intelligenza artificiale, semiconduttori, sanità e biotecnologie. Si tratta quindi di un’occasione che la fornitura di armi a Israele avrebbe potuto ostacolare, dato che l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani è all’opposto della posizione israeliana sul conflitto. Ed è stato proprio lui, la scorsa settimana, ad aver ospitato a Doha il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e ad aver accusato Israele di compiere un «genocidio collettivo». Doha ha dunque accolto favorevolmente la decisione di Macron e infatti, nella pagina X del ministero degli Esteri del Qatar, è comparsa subito una nota in cui si afferma: «Lo Stato del Qatar accoglie la richiesta del presidente francese, Emmanuel Macron, di fermare la consegna di armi all’occupazione israeliana per combattere a Gaza e lo considera un passo importante e gradito per fermare la guerra». Un passo gradito anche per gli interessi dei transalpini.
Bill Clinton (Getty Images)
Se la questione non fosse estremamente seria, ci sarebbe materiale per imbastire una barzelletta: l’ex presidente americano Bill Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai mentito sotto giuramento. Non è una burla: i filmati appena pubblicati delle audizioni di lui e sua moglie presso la commissione del Congresso che si occupa del caso Epstein lo testimoniano. «Ha mai mentito durante una deposizione?», chiede una deputata. «No», risponde l’ex presidente. «Ha mai mentito sotto giuramento?». «No», ribadisce di nuovo.
La cera dell’ex leader dem non è delle migliori. Rallentato nelle risposte, espressione spesso persa nel vuoto, sorrisi a tratti ebeti degni di una lieve demenza senile. Di segno opposto, invece, la strategia della moglie: Hillary è apparsa combattiva, sicura di sé, risoluta nel far percepire l’inutilità della sua convocazione e la certezza della sua innocenza. Sicuramente è in una posizione di minore difficoltà: non ci sono, negli Epstein files, foto di lei in una vasca idromassaggio di fianco a un giovane uomo, in compagnia di un pedofilo. E non ci sono precedenti noti a tutto il mondo di lei che, dopo aver tradito il marito, ha pure mentito sui rapporti avuti con una giovane stagista. In ogni caso non mancano email in cui diversi personaggi a lei vicini invitano Jeffrey Epstein a raccolte fondi per la sua campagna elettorale.
La sincerità di Bill Clinton è celebre in tutto al mondo: nel 1998, incalzato sullo scandalo che coinvolse la stagista Monica Lewinsky, il presidente si avventurò in una celebre «acrobazia semantica» durante una deposizione giurata, negando di aver avuto rapporti sessuali con la giovane. La sua strategia difensiva si basava sul presupposto che il sesso orale non rientrasse nella definizione tecnica di rapporto sessuale. Questa mossa gli valse l’impeachment per spergiuro e ostruzione alla giustizia nel dicembre 1998. Sebbene la Camera dei Rappresentanti votò a favore della messa in stato d’accusa, il Senato lo assolse. Un episodio che già allora insegnò molto sulla considerazione che le élite liberal hanno della gente. E che ancora oggi dice molto di Bill Clinton.
«Perché Epstein disse che le piacciono le ragazze giovani?», gli ha chiesto la deputata Nancy Mace durante l’audizione. Qui uno degli avvocati dell’ex presidente, Cherry Mills (sua storica legale quando era alla Casa Bianca, nello staff di Hillary da segretario di Stato e membro del cda di Blackrock), è intervenuta per cercare di edulcorare la domanda: «Le sta chiedendo un’opinione? Le sta chiedendo perché Epstein diceva questo?». Poi si è rivolta a Clinton per riformulare: «Le sta chiedendo di entrare nella testa di Epstein e immaginare quale fosse il suo pensiero a riguardo». Bill, visivamente provato e molto rallentato, non coglie la difesa del legale: «Prima di tutto, non è vero», risponde. «Che cosa?», incalza Mace. «Che io abbia qualche interesse verso ragazze minorenni». «Non ho detto minorenni», continua la deputata, «ho detto giovani». «Ma rimane che non è vero», ribadisce l’ex presidente. «Una stagista è giovane?». «Sì». Gioco, partita, incontro.
Fin troppo facile. E non è finita qui. Perché incalzato sulla famosa foto di lui in una vasca idromassaggio con accanto una ragazza (il cui volto è stato oscurato per motivi di privacy), ha raccontato la sua versione di come ci è finito dentro. L’ex presidente Usa ha confermato che l’istantanea è stata scattata durante un viaggio nel Brunei, in Asia, in cui il suo team, compreso di Epstein e la compagna Ghislaine Maxwell, stava lavorando su iniziative legate all’Aids. Erano gli anni in cui il faccendiere collaborava con Clinton alla sua fondazione filantropica. Brunei era l’ultima tappa di un lungo viaggio, ha raccontato Bill, e fu proprio il sultano locale, sua conoscenza dai tempi della presidenza, a chiedergli esplicitamente di stare in quell’albergo e di godere della piscina. «Io l’ho fatto, sono stato dentro cinque minuti e poi esausto sono andato a letto», ha continuato. A domanda diretta sull’identità della ragazza immortalata nella foto, ha risposto di non sapere chi fosse e che nella vasca c’erano diverse persone, ammettendo, però, che fossero tutte del suo gruppo. Ricapitolando: un ex presidente degli Stati Uniti, arrivato stanco nel Brunei, si è concesso un bagno in piscina per compiacere chi lo ospitava e senza avere idea di chi avesse a un metro e mezzo di distanza.
Non meno imbarazzante è la risposta alla domanda sulla morte di Epstein. «Crede che Epstein si sia ucciso?». «Gli sta chiedendo di fare supposizioni su come è morto Epstein?», interviene ancora l’avvocato Mace. Dopo una serie di botta e risposta tra le due donne, l’ex presidente risponde: «Non lo so». Attenzione: non dice di no, ma «non lo so». «A un certo punto è stato preso e forse…», lascia in sospeso. «Non lo so. Nella mia mente ho accettato l’idea che si sia suicidato, ma non so che cosa sia successo». Il tutto con questa aria un po’ stralunata, la stessa con cui, in un altro momento, si è messo a guardare un po’ di foto dei bei vecchi tempi, quelle degli Epstein files, sorridendo in maniera ebete. Età che avanza o strategia deliberata? Forse è meglio non avere una risposta.
Quanto al filmato della moglie Hillary, tra i momenti più esilaranti vi è sicuramente quello in cui scopre di una sua foto circolata sul Web e va su tutte le furie. Ma il punto più denso di ambiguità è quando viene incalzata su Howard Lutnick, che nel 2015 invitò Epstein a un evento «intimo» di raccolta fondi per la campagna di Hillary. La Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai conosciuto Epstein. Speriamo la sua parola valga più di quella del marito.
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Il generale Giorgio Battisti lancia l'allarme: nel mirino non c'è solo il Medio Oriente, ma anche il Mediterraneo e il Sud Italia, dove si trovano basi strategiche NATO e americane.
Giovanni Falcone (Imagoeconomica)
Da ultimo, riesumando Maurizio Gelli per fargli dire che il padre sarebbe «felice» se trionfasse il Sì, in attuazione postuma del suo mitico «Piano di rinascita democratica». In realtà l’affermazione del figlio al Fatto quotidiano è più sfumata: «Sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma», ma tant’è. Tutto fa brodo se serve a poter titolare: «Questo governo realizza le idee di mio padre Licio». Kiss me, kiss me Licio, canticchierebbe insomma la premier. Non basta: come dimenticare che il ministro della Giustizia Carlo Nordio non ha avuto alcun imbarazzo, horribile auditu, a non prendere le distanze da Gelli, arrivando - secondo l’interessata vulgata - quasi a incensarlo? In verità, Nordio espresse - male: purtroppo la sua verve comunicativa è quella che è - un concetto ovvio. Infatti, dopo dopo aver premesso: «Non conosco il suo Piano. Se la sua opinione era giusta, non si vede perché non la si debba seguire perché l’ha detto lui», ha aggiunto: «Le verità non dipendono da chi le proclama ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù Cristo è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio sbagliato segna due volte al giorno l’ora giusta. Gli inglesi dicono: “Sei inciampato nella verità”. Se anche Gelli è inciampato nella verità, non per questo la verità non è più tale».
A questo punto ai miei sette lettori potrebbe venire il dubbio che io mi sia spostato irreversibilmente a destra, iscrivendomi al club dei fan della compagine governativa, o vestendo i panni della cheerleader, o del ragazzo pompon, dei comitati per il Sì. Ma spero di sorprenderli confessando loro che i miei ragionamenti trovano conforto in quelli - ben più autorevoli- espressi da un uomo che di destra certo non è. Anzi: è stato infatti eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, sindaco di sinistra a Milano dal 2011 al 2016, europarlamentare eletto nelle liste del Pd dal 2019 al 2024. L’avvocato Giuliano Pisapia. Che nel 2010 firmò un libro, In attesa di giustizia - Dialogo sulle riforme possibili (Guerini e Associati), a quattro mani con, toh, proprio Nordio, in quel momento procuratore aggiunto a Venezia. La lettura vale i 18,5 euro del prezzo del volume. Perché Pisapia non si tira indietro, e lo fa in maniera netta, precisa, documentata. Pescando a strascico: «So che è stata la mia posizione sull’argomento della separazione delle carriere a spingere le correnti di sinistra della magistratura, soprattutto a livello di vertice, ad attaccarmi politicamente accusandomi di fare il gioco del nemico. Non per questo ho cambiato opinione, convinto come sono che la qualità e l’equità di qualsiasi processo presupponga necessariamente la terzietà del giudice. Anche un bambino capisce che l’arbitro non può una volta indossare la casacca nera e l’altra la divisa del calciatore». Sdeng. Dopo l’antipasto, ecco il resto del menu. «Voci autorevoli nei lavori della Costituente (ben prima di Gelli, dunque) hanno sostenuto questa tesi, condivisa - in tempi non sospetti - da giuristi che hanno illuminato il cammino della democrazia non solo nel nostro Paese. Da Montesquieu ad Alexis de Tocqueville, fino a Piero Calamandrei, che riteneva necessario evitare “un pubblico ministero totalmente privo di controllo”». Arisdeng. Qui entra in gioco la memoria di Falcone. «Che, consapevole delle difficoltà, sosteneva che “bisogna arrivare” alla separazione delle carriere perchè “la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei pm non può essere identica a quella dei giudici, diverse essendo le funzioni, e quindi le attitudini, l’habitus mentale, e le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi”». Di più: «Cito ancora Falcone: “Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura”». Sdeng sdeng. Pisapia a questo punto piccona quello che oggi è un altro mantra del No: «Separazione delle carriere non significa affatto dipendenza del pm dall’esecutivo. Ecco perché sbaglia, o non conosce la materia, chi sostiene che l’obiettivo sia quello di indebolire o cancellare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Mentre è in malafede chi fa risalire tale proposta a Gelli, accusando i sostenitori della separazione di portare avanti il programma della P2». Pisapia è incontinente: «Da uomo di sinistra mi è difficile capire perchè si sia lasciata al centrodestra una simile battaglia, sostenuta in passato dai più autorevoli giuristi democratici. La parità delle parti, il diritto di difesa, il diritto a un giudizio equo sono state da sempre bandiere, oggi purtroppo ammainate, della sinistra». Alla fine, un invito: «È ora di uscire dalla logica delle contrapposizioni frontali che impediscono qualsiasi cambiamento. Perchè è incontestabile che la separazione delle carriere è uno dei presupposti della parità delle parti, sancita dall’art. 111 della Costituzione. Solo un giudice davvero equidistante può garantire un reale contraddittorio e verificare, senza pregiudizi, la validità delle diverse tesi prospettate da accusa e difesa». Sdeng sdeng sdeng.
Capite adesso perchè viene l’orticaria ogni volta che viene riproposta la supposta paternità della riforma a Licio Gelli? Fare il karaoke di tali slogan fuorvianti, agitando lo spauracchio di una deriva che è nelle teste dei supporter del No più di quanto sia effettiva nella realtà, significa dare l’impressione di non disporre di munizioni più efficaci. Senza rendersi conto che suonare la grancassa dell’allarme «democratico e antifascista» genera il sospetto che si preferisca la propaganda manipolatoria ad un serio e civile confronto sul merito, le barricate fragorose al pacato ragionamento. Con il rischio concreto, per l’eterogenesi dei fini, di spingere anche chi non simpatizza - o non ha votato - per i partiti di maggioranza, a prendere in seria considerazione la possibilità di andare a votare, e di mettere una croce sul Sì.
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L’operazione è scaturita da una complessa analisi preventiva dei flussi commerciali, basata sull’incrocio di documenti, rotte di traffico, volumi di merce e profili di rischio. Proprio da queste verifiche sono emerse anomalie relative a un trasporto lungo la tratta Italia–Grecia, formalmente dichiarato come movimentazione di «merce varia», ma ritenuto sospetto dagli investigatori.
Grazie all’esperienza e alla profonda conoscenza delle dinamiche portuali da parte del personale del gruppo della Guardia di Finanza di Ancona e dell’Ufficio Adm «Marche1», il carico è stato sottoposto a controlli approfonditi.
Le verifiche hanno portato alla scoperta di 314.000 munizioni e 10 milioni e 584 mila detonatori, materiale riconducibile a due società italiane e destinato, almeno secondo la documentazione presentata, a Cipro, considerata un crocevia strategico tra Medio Oriente ed Europa.
Il materiale stava per essere imbarcato su un traghetto passeggeri, in palese violazione delle norme vigenti in materia di sicurezza della navigazione e di movimentazione di armi ed esplosivi. La normativa in materia prevede, infatti, che carichi di questo tipo, per quantità, natura e grado di pericolosità, non possano essere trasportati su navi passeggeri, ma debbano seguire percorsi terrestri dedicati, nel rispetto di rigorose procedure e con specifiche autorizzazioni prefettizie.
Particolarmente delicata la presenza dei detonatori che sono dispositivi ad altissima sensibilità. Si tratta di componenti che possono innescarsi accidentalmente in caso di urti, attriti, cadute violente o esposizione a fonti di calore. Una loro eventuale esplosione a bordo avrebbe potuto causare conseguenze catastrofiche, mettendo seriamente a rischio la sicurezza della nave, dell’equipaggio e dei passeggeri.
Dalle indagini è emerso anche che il trasportatore avrebbe reso false dichiarazioni al momento dell’emissione del titolo di viaggio, attestando il trasporto di merce generica. Una condotta gravissima che, secondo gli inquirenti, avrebbe potuto determinare una condizione di estremo pericolo per la sicurezza della navigazione e per l’incolumità delle persone presenti a bordo.
A seguito degli accertamenti, il personale della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli hanno proceduto al sequestro dell’intero carico di materiale esplodente e dell’autoarticolato utilizzato per il trasporto, nonché alla denuncia del trasportatore per detenzione e trasporto abusivo di munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.
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