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2024-10-09
Libano, operazione via terra dell’Idf. «Biden disse Netanyahu figlio di p...»
Carri armati israeliani al confine con il Libano (Getty Images)
L’Idf ha annunciato ieri l’allargamento dell’operazione militare terrestre limitata, localizzata e mirata nella parte Sud occidentale del Libano, dove ai soldati delle unità permanenti 36, 91 e 98, si sono uniti quelli della divisione di riserva, portando il contingente a oltre 15.000 uomini. Finora, infatti, da quando lo scorso 30 settembre le truppe dello Stato ebraico fecero ingresso nel Paese dei cedri, le battaglie si erano concentrate sul lato orientale del confine. Alcuni soldati sono stati ripresi mentre issavano una bandiera israeliana nel villaggio di Maroun al-Ras. La brigata Golani delle forze di difesa israeliane ha sfondato la resistenza dei miliziani di Hezbollah nel villaggio di Maroun al-Ras, dove è stato bloccato un lanciatore pronto a far partire razzi verso il Nord di Israele e sono stati distrutti tunnel e diverse armi tra cui missili anticarro.
Proprio qui ha sede la base delle forze di pace Onu Unifil, dove è in missione anche il contingente italiano. Al Jazeera ha pubblicato diverse immagini satellitari in cui si vedono circa 40 veicoli militari posizionati attorno al quartier generale della missione dei caschi blu. Un portavoce di Hezbollah ha riferito che i miliziani presenti in quella zona hanno aperto il fuoco per allontanare i militari israeliani dietro la striscia di confine. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito la situazione in Libano «molto preoccupante,» ha immediatamente sentito al telefono il suo omologo israeliano, Israel Katz, a cui ha chiesto di assicurare la massima tutela al contingente italiano Unifil e che venga tenuto fuori dagli scontri con Hezbollah.
In serata è giunta la notizia di un edificio colpito da Israele anche a Damasco, in Siria. Massima allerta e tensione si sono registrate anche a Beirut dove continuano i bombardamenti giorno e notte. Il media libanese Al Mayadeen ha riferito che nelle ultime 24 ore Israele ha sferrato 26 attacchi aerei nella periferia meridionale della Capitale. In uno di questi, a Dahiyeh, una delle roccheforti di Hezbollah, l’esercito israeliano ha confermato di aver colpito diversi obiettivi e di aver eliminato Suhail Hussein Husseini, comandante del quartier generale del Partito di Dio a Beirut e considerato colui che gestiva la distribuzione delle armi tra le varie unità della milizia sciita.
A essere coinvolta nei combattimenti è stata anche una troupe del Tg3, aggredita mentre viaggiava in auto nei pressi di Sidone: a testimoniare l’episodio in cui ha perso la vita l’autista locale, morto a causa di un infarto, è stata direttamente l’inviata Rai Lucia Goracci: «Eravamo in un villaggio a Nord di Sidone, sul luogo di un bombardamento. È spuntato un uomo che ha aggredito l’operatore Marco Nicois, tentando di strappargli la telecamera», ha raccontato la giornalista al telegiornale. «Siamo andati via veloci in auto, ma quest’uomo ci stava seguendo e quando l’autista si è fermato a un distributore, ormai eravamo fuori dal Paese, ci è venuto addosso, ha strappato le chiavi, ha tentato di distruggere la telecamera mentre nessuno ci veniva in aiuto. L’autista, che cercava di spiegare e convincere gli aggressori è mancato, caduto in terra. Siamo corsi in ospedale e ci hanno detto che era morto dopo lunghi tentativi di rianimarlo».
Nel frattempo, la popolazione civile libanese prosegue nel suo esodo: da quando sono iniziati i combattimenti, fa sapere il governo, oltre 400.000 persone sono fuggite in Siria e 1,2 milioni sono state sfollate. Ai civili libanesi si è rivolto Benjamin Netanyahu, il quale ha confermato la morte di Hashem Safieddine e ha invitato i cittadini a liberarsi da Hezbollah per porre fine alla guerra. Il premier israeliano ha anche messo in stand by la visita negli Usa del ministro della Difesa. Yoav Gallant. Prima vuole parlare con Joe Biden, che però è al centro di un caso, visto che il famoso giornalista del Watergate, Bob Woodward, ha rivelato nel suo ultimo libro: «Il presidente ha definito Netanyahu un figlio di p... e un cattivo fottuto re».
Nel frattempo i vertici di Hezbollah hanno affermato che l’elezione del successore di Hassan Nasrallah avverrà il prima possibile, rivendicando l’ennesimo lancio di razzi verso il Nord di Israele. Il Comando del fronte interno delle forze israeliane ha rafforzato le misure di sicurezza chiudendo tutte le scuole, eccetto quelle che dispongono di rifugi che possono essere raggiunti velocemente in caso di attacco annunciato dalle sirene antiaereo. «Il nemico mente sulle nostre capacità e sulle perdite che dice di infliggerci. Stiamo bene e siamo capaci di rispondere», ha detto l’attuale numero due di Hezbollah Naim Qassem. «Guardate quel che succede lungo la linea frontaliera, siamo sul terreno e i nostri combattenti dimostrano la loro bravura. Noi siamo qui e rimaniamo qui. Li aspettiamo corpo a corpo».
Per quanto riguarda invece l’attesa risposta di Israele all’Iran, dagli Stati Uniti è filtrata diffidenza nei confronti della strategia israeliana, con il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, che ha chiesto al ministro per gli Affari strategici israeliano, Ron Dermer, chiarezza e trasparenza sull’operazione. Intanto da Teheran avvisano: «La Repubblica islamica raderebbe al suolo in meno di 10 minuti le città israeliane di Tel Aviv e Haifa se Israele dovesse reagire ai recenti attacchi missilistici».
«No armi». E il Qatar premia Macron
Dopo aver dichiarato «Basta armi», invitando l’Occidente a non sostenere le operazioni di Israele, il presidente francese, Emmanuel Macron, in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, ha dovuto abbassare i toni e fare un gesto di distensione verso il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, anche se le reali intenzioni di Parigi sembrano aver poco a che fare con la pace e molto con precisi interessi geopolitici.
Riavvolgendo il nastro, i bombardamenti israeliani in Libano avevano colpito degli impianti petroliferi francesi proprio dopo che Bibi non aveva preso bene le dichiarazioni del capo dell’Eliseo. Non solo, dopo lo sgambetto francese, il premier israeliano aveva replicato senza mezzi termini: «Il presidente Macron e altri leader occidentali stanno richiedendo l’embargo di armi contro Israele. Si devono vergognare».
Ne è seguita una telefonata, la scorsa domenica, con toni di apparente cautela, in cui il capo dell’Eliseo ha voluto sbandierare «l’incrollabile impegno» di Parigi alla sicurezza di Gerusalemme, pur riconoscendo che ora i tempi sono maturi per un cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Dichiarazioni a cui Netanyahu avrebbe risposto un po’ piccato: «Ci si aspetta che gli amici d’Israele lo sostengano e non che gli impongano restrizioni che rafforzerebbero solamente l’asse del male iraniano», concludendo che la lotta a Hezbollah è necessaria per «cambiare la realtà» in Libano. In occasione delle commemorazioni del 7 ottobre, il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, era stato in visita proprio in Israele, per rendere omaggio alle vittime del massacro di Hamas, tra cui 65 cittadini transalpini. Durante la cerimonia ha depositato un mazzo di rose bianche, dichiarando che «la Francia non abbandonerà mai i suoi compatrioti e non smetterà mai di chiedere ad Hamas il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi».
In realtà dietro le dichiarazioni di Macron sullo stop alla fornitura di armi a Israele si intravede una contropartita che riguarda il Qatar. Doha si è infatti impegnata, tramite un accordo di partnership strategica, a fornire 10 miliardi di euro a Parigi che saranno incanalati in startup e in fondi di investimento francesi tra il 2024 e il 2030. Già a febbraio di quest’anno, l’emiro qatarino Tamim bin Hamad Al Thani aveva incontrato Macron in Francia: non si trattava solo della prima visita dell’emiro ma della prima visita di Stato a Parigi dopo 15 anni. In occasione dell’incontro, il primo ministro francese di allora, Gabriel Attal, insieme al suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, avevano presieduto un forum economico sulle opportunità di investimento tra i due Paesi in materia di decarbonizzazione, Intelligenza artificiale, semiconduttori, sanità e biotecnologie.
Si tratta quindi di un’occasione che la fornitura di armi a Israele avrebbe potuto ostacolare, dato che l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani è all’opposto della posizione israeliana sul conflitto. Ed è stato proprio lui, la scorsa settimana, ad aver ospitato a Doha il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e ad aver accusato Israele di compiere un «genocidio collettivo». Doha ha dunque accolto favorevolmente la decisione di Macron e infatti, nella pagina X del ministero degli Esteri del Qatar, è comparsa subito una nota in cui si afferma: «Lo Stato del Qatar accoglie la richiesta del presidente francese, Emmanuel Macron, di fermare la consegna di armi all’occupazione israeliana per combattere a Gaza e lo considera un passo importante e gradito per fermare la guerra». Un passo gradito anche per gli interessi dei transalpini.
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La rivelazione del giornalista del Watergate, Woodward, inguaia il presidente Usa. Fermata la missione di Gallant a Washington. Troupe del «Tg3» aggredita, l’autista muore d’infarto. Edificio colpito a Damasco.Dopo l’apprezzamento di Doha per l’invito dell’Eliseo a non sostenere più le azioni di Gerusalemme, arriva un accordo: 10 miliardi per startup e fondi d’investimento.Lo speciale contiene due articoli.L’Idf ha annunciato ieri l’allargamento dell’operazione militare terrestre limitata, localizzata e mirata nella parte Sud occidentale del Libano, dove ai soldati delle unità permanenti 36, 91 e 98, si sono uniti quelli della divisione di riserva, portando il contingente a oltre 15.000 uomini. Finora, infatti, da quando lo scorso 30 settembre le truppe dello Stato ebraico fecero ingresso nel Paese dei cedri, le battaglie si erano concentrate sul lato orientale del confine. Alcuni soldati sono stati ripresi mentre issavano una bandiera israeliana nel villaggio di Maroun al-Ras. La brigata Golani delle forze di difesa israeliane ha sfondato la resistenza dei miliziani di Hezbollah nel villaggio di Maroun al-Ras, dove è stato bloccato un lanciatore pronto a far partire razzi verso il Nord di Israele e sono stati distrutti tunnel e diverse armi tra cui missili anticarro.Proprio qui ha sede la base delle forze di pace Onu Unifil, dove è in missione anche il contingente italiano. Al Jazeera ha pubblicato diverse immagini satellitari in cui si vedono circa 40 veicoli militari posizionati attorno al quartier generale della missione dei caschi blu. Un portavoce di Hezbollah ha riferito che i miliziani presenti in quella zona hanno aperto il fuoco per allontanare i militari israeliani dietro la striscia di confine. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito la situazione in Libano «molto preoccupante,» ha immediatamente sentito al telefono il suo omologo israeliano, Israel Katz, a cui ha chiesto di assicurare la massima tutela al contingente italiano Unifil e che venga tenuto fuori dagli scontri con Hezbollah.In serata è giunta la notizia di un edificio colpito da Israele anche a Damasco, in Siria. Massima allerta e tensione si sono registrate anche a Beirut dove continuano i bombardamenti giorno e notte. Il media libanese Al Mayadeen ha riferito che nelle ultime 24 ore Israele ha sferrato 26 attacchi aerei nella periferia meridionale della Capitale. In uno di questi, a Dahiyeh, una delle roccheforti di Hezbollah, l’esercito israeliano ha confermato di aver colpito diversi obiettivi e di aver eliminato Suhail Hussein Husseini, comandante del quartier generale del Partito di Dio a Beirut e considerato colui che gestiva la distribuzione delle armi tra le varie unità della milizia sciita. A essere coinvolta nei combattimenti è stata anche una troupe del Tg3, aggredita mentre viaggiava in auto nei pressi di Sidone: a testimoniare l’episodio in cui ha perso la vita l’autista locale, morto a causa di un infarto, è stata direttamente l’inviata Rai Lucia Goracci: «Eravamo in un villaggio a Nord di Sidone, sul luogo di un bombardamento. È spuntato un uomo che ha aggredito l’operatore Marco Nicois, tentando di strappargli la telecamera», ha raccontato la giornalista al telegiornale. «Siamo andati via veloci in auto, ma quest’uomo ci stava seguendo e quando l’autista si è fermato a un distributore, ormai eravamo fuori dal Paese, ci è venuto addosso, ha strappato le chiavi, ha tentato di distruggere la telecamera mentre nessuno ci veniva in aiuto. L’autista, che cercava di spiegare e convincere gli aggressori è mancato, caduto in terra. Siamo corsi in ospedale e ci hanno detto che era morto dopo lunghi tentativi di rianimarlo». Nel frattempo, la popolazione civile libanese prosegue nel suo esodo: da quando sono iniziati i combattimenti, fa sapere il governo, oltre 400.000 persone sono fuggite in Siria e 1,2 milioni sono state sfollate. Ai civili libanesi si è rivolto Benjamin Netanyahu, il quale ha confermato la morte di Hashem Safieddine e ha invitato i cittadini a liberarsi da Hezbollah per porre fine alla guerra. Il premier israeliano ha anche messo in stand by la visita negli Usa del ministro della Difesa. Yoav Gallant. Prima vuole parlare con Joe Biden, che però è al centro di un caso, visto che il famoso giornalista del Watergate, Bob Woodward, ha rivelato nel suo ultimo libro: «Il presidente ha definito Netanyahu un figlio di p... e un cattivo fottuto re». Nel frattempo i vertici di Hezbollah hanno affermato che l’elezione del successore di Hassan Nasrallah avverrà il prima possibile, rivendicando l’ennesimo lancio di razzi verso il Nord di Israele. Il Comando del fronte interno delle forze israeliane ha rafforzato le misure di sicurezza chiudendo tutte le scuole, eccetto quelle che dispongono di rifugi che possono essere raggiunti velocemente in caso di attacco annunciato dalle sirene antiaereo. «Il nemico mente sulle nostre capacità e sulle perdite che dice di infliggerci. Stiamo bene e siamo capaci di rispondere», ha detto l’attuale numero due di Hezbollah Naim Qassem. «Guardate quel che succede lungo la linea frontaliera, siamo sul terreno e i nostri combattenti dimostrano la loro bravura. Noi siamo qui e rimaniamo qui. Li aspettiamo corpo a corpo».Per quanto riguarda invece l’attesa risposta di Israele all’Iran, dagli Stati Uniti è filtrata diffidenza nei confronti della strategia israeliana, con il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, che ha chiesto al ministro per gli Affari strategici israeliano, Ron Dermer, chiarezza e trasparenza sull’operazione. 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Riavvolgendo il nastro, i bombardamenti israeliani in Libano avevano colpito degli impianti petroliferi francesi proprio dopo che Bibi non aveva preso bene le dichiarazioni del capo dell’Eliseo. Non solo, dopo lo sgambetto francese, il premier israeliano aveva replicato senza mezzi termini: «Il presidente Macron e altri leader occidentali stanno richiedendo l’embargo di armi contro Israele. Si devono vergognare». Ne è seguita una telefonata, la scorsa domenica, con toni di apparente cautela, in cui il capo dell’Eliseo ha voluto sbandierare «l’incrollabile impegno» di Parigi alla sicurezza di Gerusalemme, pur riconoscendo che ora i tempi sono maturi per un cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Dichiarazioni a cui Netanyahu avrebbe risposto un po’ piccato: «Ci si aspetta che gli amici d’Israele lo sostengano e non che gli impongano restrizioni che rafforzerebbero solamente l’asse del male iraniano», concludendo che la lotta a Hezbollah è necessaria per «cambiare la realtà» in Libano. In occasione delle commemorazioni del 7 ottobre, il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, era stato in visita proprio in Israele, per rendere omaggio alle vittime del massacro di Hamas, tra cui 65 cittadini transalpini. Durante la cerimonia ha depositato un mazzo di rose bianche, dichiarando che «la Francia non abbandonerà mai i suoi compatrioti e non smetterà mai di chiedere ad Hamas il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi». In realtà dietro le dichiarazioni di Macron sullo stop alla fornitura di armi a Israele si intravede una contropartita che riguarda il Qatar. Doha si è infatti impegnata, tramite un accordo di partnership strategica, a fornire 10 miliardi di euro a Parigi che saranno incanalati in startup e in fondi di investimento francesi tra il 2024 e il 2030. Già a febbraio di quest’anno, l’emiro qatarino Tamim bin Hamad Al Thani aveva incontrato Macron in Francia: non si trattava solo della prima visita dell’emiro ma della prima visita di Stato a Parigi dopo 15 anni. In occasione dell’incontro, il primo ministro francese di allora, Gabriel Attal, insieme al suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, avevano presieduto un forum economico sulle opportunità di investimento tra i due Paesi in materia di decarbonizzazione, Intelligenza artificiale, semiconduttori, sanità e biotecnologie. Si tratta quindi di un’occasione che la fornitura di armi a Israele avrebbe potuto ostacolare, dato che l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani è all’opposto della posizione israeliana sul conflitto. Ed è stato proprio lui, la scorsa settimana, ad aver ospitato a Doha il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e ad aver accusato Israele di compiere un «genocidio collettivo». Doha ha dunque accolto favorevolmente la decisione di Macron e infatti, nella pagina X del ministero degli Esteri del Qatar, è comparsa subito una nota in cui si afferma: «Lo Stato del Qatar accoglie la richiesta del presidente francese, Emmanuel Macron, di fermare la consegna di armi all’occupazione israeliana per combattere a Gaza e lo considera un passo importante e gradito per fermare la guerra». Un passo gradito anche per gli interessi dei transalpini.
La meridiana di Enrico Alberto d'Albertis in ricordo del bombardamento di Aquileia del 13 maggio 1917 (IStock)
La luce e l’ombra, i due elementi su cui si basa il principio dell’orologio solare (detto impropriamente «meridiana») sono gli stessi che metaforicamente possono essere riferiti al corso dei grandi eventi storici. L’avvicendarsi perenne del ciclo solare segna il tempo infinito, mentre il motto segnato sul quadrante spesso ricorda quanto la vita umana sia segnata al contrario da una fine ineluttabile.
Questi elementi, presenti da secoli sugli orologi dipinti o scolpiti sui muri o sui pavimenti del mondo, caratterizzano anche alcune meridiane italiane realizzate in occasione di grandi eventi storici, in particolare della Prima guerra mondiale.
Sempre incluse in una lapide marmorea, non ricordano in questo caso specifico l’«ora della fine», piuttosto enfatizzano il significato del luogo dove sono state installate e dell’evento al quale sono legate in un ciclo eterno scandito dall’alternarsi della luce e dell’ombra segnate dallo «gnomone» l’asta che, se correttamente orientata, segna l’ora esatta con la sua ombra proiettata sul quadrante. Almeno tre orologi solari in Italia sono stati realizzati allo scopo di ricordare eventi storici, tutti realizzati da Enrico Alberto d’Albertis, navigatore e filantropo genovese nato prima del Risorgimento e morto tra le due guerre mondiali, che in vita ne realizzò oltre 100. Le sue meridiane ricordano, con enfasi retorica tipica del periodo, diversi episodi dell’Italia della Grande Guerra.
Aquileia, la meridiana delle ore più buie.
Più ombra che luce fu ciò che caratterizzò il periodo in cui fu realizzata la meridiana affissa sulla facciata di un edificio privato nel centro di Aquileia (Udine). L’opera del d’Albertis fu iniziata infatti il 24 ottobre 1917, giorno d’inizio dell’offensiva di Caporetto che porterà alla tragica ritirata oltre il Piave. La sua costruzione fu poi interrotta il 28 ottobre con l’arrivo degli austriaci e sarà portata a termine soltanto alla fine di giugno del 1919. L’orologio solare fu installato a ricordo del bombardamento nemico sull’antichissima città giuliana avvenuto il 13 maggio 1917. All’alba una formazione di idrovolanti dell’aviazione navale (K.u.k Kriegsmarine) si presentò nel cielo di Aquileia dove gli aerei sganciarono alcune bombe che causarono ingenti danni alla Basilica patriarcale, un obiettivo non certo militare come il vicinissimo aeroporto di Cascina Farello. Il fatto, riportato anche nel bollettino di guerra del Comando italiano, suscitò grande sdegno e stimolò il d’Albertis nella realizzazione dell’orologio. L’episodio è ricordato sulla meridiana con queste parole incise nel marmo dove è presente lo stemma della città di Aquileia: «Presso al ferito Tempio, ad ogni aurora su questo muro incolume rimasto ricorderò della Gran Guerra l'ora». Proprio nel cimitero di Aquileia Maria Bergamas sceglierà la salma del Milite Ignoto che dal 1921 riposa nel Vittoriale a Roma.
Quando «fu la luce» sulle terre irredente: le meridiane di Trento e Trieste
Due orologi solari pressoché identici furono realizzati dal capitano d’Albertis rispettivamente sopra la porta meridionale del castello del Buonconsiglio di Trento e sul Colle di San Giusto a Trieste. Entrambi celebrano, con il gioco del sole con l’ombra, la vittoria italiana. In particolare fanno riferimento al giorno 3 novembre 1918 quando le truppe italiane fecero il loro ingresso nelle due città fino ad allora parte dell’impero austroungarico. Il giorno stesso a Villa Giusti (Padova) fu firmata la resa austriaca alla presenza del generale italiano Pietro Badoglio, incaricato dal generale Armando Diaz. Le clausole divennero effettive il giorno seguente e da allora il tricolore sostituì l’aquila imperiale sui monumenti delle due città irredente. Entrambe le meridiane recano il medesimo motto inciso nel marmo di Carrara e sfiorato dall’ombra dello gnomone: «Le nostre truppe hanno occupato Trento (ore 15) e sono sbarcate a Trieste (ore 16). Il tricolore sventola sul Castello del Buon Consiglio e sulla Torre di S. Giusto». - Comando Supremo 3 Novembre 1918- A. Diaz. L’orologio-lapide è sormontato da una frase in latino identica per le due città acquisite dall’Italia: MCMXVII Tridenti (Tergeste sulla lapide di san Giusto) almae matri restitutionis anno
Victorio Emmanuele III Rege.
La meridiana dell’Arsenale a Venezia: la luce della vittoria sulla «Porta da Mar»
Nella torre di Levante della porta dell’Arsenale di Venezia, la antica «Porta da Mar» della marina della Serenissima, campeggia una meridiana di D’Albertis realizzata nel 1919 e donata alla città di Venezia dal «nauta ligur», come egli stesso si firmò. Di semplice lettura ed incorniciata in una cima da marinaio scolpita nel marmo, reca un moto patriottico in latino: «Sit Aurea Patriae Quaevis» (che ogni ora sia d’oro alla Patria). Un auspicio in contrasto con i tipici «memento mori» delle meridiane storiche dedicata ad una città che fu tra le più bombardate della Grande Guerra. Per il ruolo strategico di Venezia come base navale, la città lagunare subì la prima incursione già durante il primo giorno di guerra per l’Italia, il 24 maggio 1915. L’ultimo bombardamento avvenne il 23 ottobre 1918 a pochi giorni dall’armistizio, dopo ben 42 attacchi aerei nel periodo bellico. Più di 50 furono le vittime civili e i danni al patrimonio artistico riguardarono anche Piazza San Marco, la chiesa degli Scalzi che perse un affresco del Tiepolo e la scuola Grande di San Marco. Proprio la zona dell’Arsenale, assieme a Santa Marta e alla stazione ferroviaria fu tra le più colpite. La meridiana fu donata alla Regia Marina in occasione del primo anniversario della vittoria il 4 novembre 1919. Sotto l’ombra dello gnomone, vegliata dal leone di San Marco, la meridiana recita: «Italos nunc in libertate coniunctos, victor sacra ensis» (Gli italiani ora uniti nella libertà. Il vincitore consacra la spada). Nel mezzo del quadrante, un monito ai posteri: «Ruit hora, labora». Ossia: «Il tempo corre, datti da fare».
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(Guardia di Finanza)
I finanzieri del Comando Provinciale di Lucca, al termine di un’articolata indagine per il contrasto alle frodi legate ai bonus edilizi, in queste ore stanno dando esecuzione ad una serie di perquisizioni e sequestri di beni per oltre 10 milioni di euro.
I militari, nel corso di una lunga attività investigativa, hanno scoperto una maxitruffa finalizzata all'indebito incasso di crediti d’imposta attraverso i benefici associati al «Superbonus 110» e al «Sismabonus».
Le operazioni, svolte dai militari della Tenenza di Castelnuovo Garfagnana, coordinati dalla Procura della Repubblica di Lucca, hanno avuto origine da alcune querele presentate dai neoproprietari di immobili rurali che dovevano essere interessati da lavori di ristrutturazione e riqualificazione edile. Gli organizzatori della truffa promettevano di eseguire i lavori «a costo zero» utilizzando incentivi statali che, in realtà, non gli spettavano.
L'operazione illecita è stata architettata da 2 imprenditori aiutati da altrettanti professionisti, che rilasciavano la documentazione necessaria per l’ottenimento dei crediti di imposta. Elemento fondamentale per la riuscita della megatruffa è stato un cittadino sudamericano che, operando da procuratore speciale degli ignari acquirenti delle case, usava i crediti di imposta in altre operazioni non autorizzate, mettendoli comunque a disposizione degli altri indagati e delle loro società.
Nel complesso, tra il 2021 e il 2025, sono stati ottenuti oltre 10 milioni di euro di crediti di imposta, in gran parte monetizzati attraverso la cessione del credito.
Gli acquirenti degli edifici da ristrutturare sono stranieri, in prevalenza sudamericani, che avevano visto nel vantaggioso acquisto un’opportunità per il futuro con l’intento di trasferirsi in Italia al raggiungimento dell’età pensionabile.
I 5 indagati ora dovranno rispondere, in concorso tra loro, di diverse accuse tra cui truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (Art. 640 bis c.p.) e falsità ideologica in certificati (art. 481 c.p.).
Le ipotesi investigative sono state accolte anche dal Giudice per le Indagini Preliminari che ha emesso un decreto di sequestro preventivo nei confronti degli indagati e delle società da loro amministrate disponendo, in caso di incapienza l’aggressione dei patrimoni a loro direttamente riconducibili.
Le operazioni di perquisizione e sequestro sono in corso in tutta Italia e stanno interessando le sedi legali e operative delle società coinvolte presenti nelle provincie di Lucca, Venezia, Treviso, Latina e Napoli.
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