2019-09-16
Ansa
La Procura chiede il processo per i militari accusati di frode, depistaggio e falsità ideologica. Con loro pure Fares Bouzidi, amico della vittima, che guidava lo scooter.
Da una parte chi fugge, dall’altra chi insegue. Due traiettorie con lo stesso punto d’impatto. E con lo stesso profilo giudiziario. Fares Bouzidi sullo scooter, senza patente, a tratti «contromano» e a oltre i 120 all’ora. Il carabiniere Antonio Lenoci alla guida della Gazzella dell’Arma. Per la Procura di Milano guidata da Marcello Viola i due sono sullo stesso piano giuridico: entrambi chiamati a rispondere di omicidio stradale, entrambi dentro la stessa catena causale che portò alla morte, il 24 novembre 2024, di Ramy Elgaml.
In pratica le due condotte sono distinte (quella del militare per eccesso colposo) ma, secondo i pm, convergono nello stesso esito. Con Lenoci e Bouzidi altri sei militari rischiano il processo. Le accuse, a vario titolo, sono di favoreggiamento, depistaggio e falso. Ovvero il secondo livello dell’inchiesta condotta dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano (coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo), che non riguarda più la strada, ma ciò che è accaduto dopo con i verbali, le presunte omissioni e i video.
La richiesta di rinvio a giudizio arriva dopo la chiusura delle indagini preliminari notificata lo scorso 16 febbraio. E ora dovrà essere valutata dal giudice dell’udienza preliminare. Secondo l’accusa, Lenoci (difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto) avrebbe mantenuto «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga», con una «manovra particolarmente avventata». Non viene messo in discussione il fatto che stesse agendo «nell’adempimento di un dovere». Per i pm, però, avrebbe «ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge», con una «condotta di guida sproporzionata» rispetto alla necessità di bloccare lo scooter, anche perché era già stata comunicata via radio la targa del TMax in fuga. A Lenoci vengono contestate anche le lesioni nei confronti di Bouzidi (condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli), sempre per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». La linea difensiva, però, si muove su un crinale diverso: riconoscere l’inseguimento come atto dovuto, dentro un contesto operativo segnato dall’urgenza e dalla necessità di fermare una condotta pericolosa. La dinamica dello schianto, nonostante perizie e relazioni tecniche non sempre allineate, è fissata negli atti. Un passaggio che segnala già possibili margini di confronto tra consulenze e ricostruzioni. L’urto tra il lato posteriore destro del TMax e la «fascia anteriore del paraurti» della Giulietta. Poi lo schianto finale all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Ramy viene sbalzato contro il palo di un semaforo. E subito dopo schiacciato dalla macchina dei carabinieri. È la sequenza che, per l’accusa, legherebbe materialmente le due condotte all’esito fatale. Il nodo centrale del processo sarà stabilire se quella sequenza sia l’effetto inevitabile di una fuga pericolosa o il risultato di scelte operative ritenute sproporzionate.
Sul versante opposto, quello della fuga, i pm contestano a Bouzidi il concorso in omicidio stradale. Poi arriva il turno di quattro dei sette militari, ai quali vengono contestate le ipotesi di depistaggio e favoreggiamento, anche per aver costretto, secondo l’accusa, testimoni a cancellare video. Un altro filone riguarda i verbali d’arresto e le accuse di falso. Secondo i pm, quattro carabinieri avrebbero omesso «di menzionare l’urto», scrivendo «falsamente» che lo scooter «a causa del sovrasterzo scivolava». Una differenza che per gli inquirenti non sarebbe solo lessicale, ma sostanziale nella descrizione della dinamica. La versione sarebbe poi smentita dalla ricostruzione della Polizia locale, dalla consulenza dell’esperto dei pm e dalle immagini acquisite. In quattro, invece, sono accusati anche di aver omesso di riferire la presenza di un testimone oculare, di una dashcam e di una bodycam, «dispositivi che», riporta l’accusa, «riprendevano l’intera fase dell’inseguimento». La contestazione di false informazioni ai pm, che vede indagati due militari, è stata, invece, stralciata per motivi tecnico-procedurali e proseguirà in un ulteriore procedimento penale.
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La torre di via Stresa a Milano (Ansa)
Chieste otto condanne nel processo per il grattacielo di via Stresa a Milano: un abuso definito «abnorme» e basato su «strafottenza» e «macroscopiche illegittimità». La giunta rossa nicchia, però dice che sarà parte civile nei procedimenti per omolesbobitransfobia.
Se ieri, sul fronte San Siro, Giuseppe Sala ha detto che Milano «non merita un sindaco passacarte», il primo processo dell’urbanistica milanese gli presenta il conto proprio lì dove un sindaco non può limitarsi a passare carte: nel paesaggio della città.
Perché via Stresa, zona Maggiolina, non è solo un fascicolo penale. È una torre di 24 piani, alta 82,25 metri, piantata in un tessuto di quartiere che la relazione tecnica della Procura di Milano descrive come alterato nel «soleggiamento, nelle visuali, nel paesaggio urbano e negli standard urbanistici». E ieri, su quel caso, gli inquirenti hanno chiesto otto condanne, ammende complessive per 326.000 euro e la confisca del grattacielo in caso di condanna definitiva: per Giovanni Oggioni la richiesta è di 2 anni e 4 mesi; richieste analoghe sono arrivate anche per i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, oltre che per altri imputati tra tecnici e funzionari.
Oggioni non è un imputato qualsiasi. La relazione tecnica dei pm ricostruisce che la pratica di via Stresa passa dalla determinazione dirigenziale numero 65 del 31 maggio 2018, firmata da Franco Zinna (ex direttore urbanistica) e controfirmata proprio da lui, allora direttore dello Sportello unico edilizia. È quel provvedimento a consentire il ricorso a una Scia con atto d’obbligo; poi arriva il parere favorevole della commissione per il Paesaggio del 14 giugno 2018, e così una torre che, per gli accertamenti della Procura, avrebbe dovuto essere trattata come nuova costruzione viene incanalata come una semplice ristrutturazione edilizia.
Qui sta il nodo del caso. Per l’accusa non si tratta di un errore tecnico, ma del tentativo di trattare come ristrutturazione ciò che era in realtà una nuova edificazione ad altissimo impatto. La relazione richiama, infatti, il peggioramento del paesaggio urbano e il maggior carico urbanistico, già denunciati dai residenti con l’esposto del dicembre 2019 del comitato «Torre Insostenibile». Del resto, nelle carte non emerge l’errore isolato di un singolo funzionario, ma una filiera che tocca i vertici tecnici del Comune.
La memoria del pm aggiunge che quella determina sarebbe illegittima e ricorda che convenzioni di questo tipo avrebbero dovuto chiamare in causa direttamente la giunta di Beppe Sala. La requisitoria di ieri ha alzato ancora di più i toni. Il pm Marina Petruzzella ha parlato di imputati che hanno agito «in sintonia», con «strafottenza», «assoluta assenza di trasparenza» e «noncuranza dell’interesse pubblico», fino a realizzare un «abnorme» abuso attraverso «macroscopiche illegittimità» e una «diabolica Scia» usata in modo improprio.
Secondo l’accusa, qualificare come ristrutturazione la demolizione totale di due edifici e la loro sostituzione con una torre di quelle dimensioni ha consentito di ottenere vantaggi economici, urbanistici ed edilizi in deroga alla disciplina ordinaria, evitando quel piano urbanistico attuativo che sarebbe stato obbligatorio per altezze superiori ai 25 metri. E ancora più grave, nella lettura della Procura, è il contesto: dirigenti, funzionari e progettisti avrebbero «confidato nell’impunità», anche per la pressione esercitata dagli imprenditori sugli uffici del Comune e sull’organo chiamato a valutare l’impatto paesaggistico, che avrebbe autorizzato «volumi stratosferici» con un parere definito «del tutto anomalo». Il caso Oggioni mostra che quell’organismo non era un passaggio marginale, ma uno dei centri attraverso cui passavano le trasformazioni più controverse della città.
Ed è proprio lì, sulla commissione Paesaggio, con la riconferma alla presidenza di Giuseppe Marinoni, che oggi si concentra anche una parte dell’inchiesta su Sala. Resta poi un paradosso: se la confisca arrivasse dopo una condanna definitiva, la torre passerebbe al Comune e in teoria dovrebbe essere abbattuta, nonostante oggi ospiti 102 appartamenti e circa 160 residenti che hanno comprato sulla base di un titolo edilizio che Palazzo Marino continua a ritenere valido. È il nodo dell’«affidamento del terzo in buona fede», richiamato dalla difesa dei costruttori, mentre le Famiglie sospese - quelle con le case sotto sequestro - parlano di mutui pagati, risparmi investiti fidandosi delle istituzioni e di una politica rimasta muta. Intanto una residente, parte civile, ha chiesto 135.000 euro di risarcimento per la perdita di luce e vista. Così via Stresa non riguarda più solo gli imputati: riguarda il cortocircuito di un Comune che continua a difendere il titolo da cui, secondo la Procura, sarebbe nato l’abuso.
Ed è qui che la contraddizione della giunta milanese diventa più evidente. Ieri l’assessore Lamberto Bertolé ha rivendicato la scelta di valutare la costituzione di parte civile nei processi per reati a matrice omolesbobitransfobica, presentandola come un segnale morale della città. Ma è proprio questo a smascherare la linea sull’urbanistica: quando il terreno è quello dei principi, l’amministrazione si mette in scena come presidio istituzionale; quando invece il contenzioso tocca i quartieri, i residenti e atti maturati dentro i suoi stessi uffici, arretra e difende i titoli da cui tutto è partito. Più che coerenza, è un banale calcolo politico: inflessibili nei processi che parlano all’elettorato di una parte del centrosinistra, molto più guardinghi quando il processo porta dritto al cuore della macchina comunale.
Ieri Sala ha detto di non voler fare il passacarte su San Siro: oggi il processo su Torre Stresa gli ricorda che a Milano il punto non è mai stato solo chi firmasse per ultimo. Il punto è chi abbia lasciato passare certi atti, fino a farne pagare ai cittadini e ai proprietari di quelle case il prezzo più alto.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 aprile con Carlo Cambi
Giorgia Meloni (Getty Images)
Passata la batosta delle urne e alle prese col caso Piantedosi, l’esecutivo deve puntare sulle cose concrete: aiuti a famiglie e imprese, più espulsioni e una sanità che funzioni. A costo di sforare i parametri dell’Unione.
Un tempo, i capiredattori insegnavano ai cronisti alle prime armi la regola delle tre S. Un articolo di successo, che consentisse di vendere più copie, doveva parlare di Sesso, Soldi e Sangue. Da allora non è cambiato molto, infatti le storie che narrano di delitti, di denaro e pure di relazioni pruriginose sono le più seguite.
Se rispolvero le tre S della carta stampata non è per fare un viaggio intorno al giornalismo, ma per parlare di politica. Infatti, la regola vale anche per chi sta al governo, con una variazione di temi. Dopo i soldi, che rappresentano la questione centrale, vengono la sicurezza e la salute. Credo che in qualsiasi famiglia, la sera, a tavola o seduti in salotto, si parli di questo. Magari ci scappa qualche imprecazione (legittima) contro Gravina e Gattuso, dopo che l’Italia è rimasta fuori un’altra volta dai Mondiali di calcio, ma poi immagino che si torni ai problemi di tutti i giorni, ovvero lo stipendio che scarseggia, la sensazione di paura quando si passeggia per le vie della città o del paese, le liste d’attesa per farsi curare.
Fossi Giorgia Meloni, o qualcuno dei leader di centrodestra, dopo la batosta del referendum ripartirei da qui, dalle tre S. I soldi. Tagliare le accise va bene, quanto meno per tamponare i rincari dovuti alla chiusura dello stretto di Hormuz. E va bene anche un’indagine sugli speculatori, che approfittano di ogni crisi per ritoccare i prezzi. Ma poi c’è da fare qualche cosa di più strutturale. Lo so che le casse sono vuote, perché qualcuno che oggi si erge a statista le ha svuotate con il Superbonus e pure con il Reddito di cittadinanza, ma nell’anno e mezzo che manca alla fine della legislatura bisogna trovare dei fondi che diano aiuto alle famiglie e alle imprese, restituendo un po’ di fiducia. Facile a dirsi stando seduti in redazione, davanti al proprio computer, difficile a farsi se si è nella scomoda posizione di stare a Palazzo Chigi. Però, anche se l’operazione è complicatissima per via dei parametri di bilancio imposti dalla Ue, questa è la leva principale su cui agire se si vogliono recuperare consensi. Che si chiamino tagli delle tasse, sgravi, aiuti, sostegni o incentivi, alla fine sempre di quattrini parliamo e occorre metterne qualcuno nelle tasche degli italiani.
La sicurezza. Su questo giornale parliamo spesso di fatti di cronaca nera che hanno per protagonisti immigrati clandestini. So pure che l’espulsione di chi non ha diritto di restare in Italia, perché non fugge da una guerra ma talvolta soltanto da un mandato di cattura nel proprio Paese, non è facile. Però anche questa deve diventare una priorità. Urge riallacciare rapporti con gli Stati africani da cui molti extracomunitari arrivano, è necessario riannodare i fili delle relazioni con la Libia e la Tunisia, bisogna provare a costruire altri centri per il rimpatrio, magari con la benedizione di qualche organismo internazionale. So che anche questo è più facile a dirsi che a farsi, perché di mezzo c’è la magistratura, che è tutta o quasi pro migranti e non vede l’ora di lasciarli liberi di scorrazzare per l’Italia, ma sul giro di vite si gioca la credibilità del governo. Il caso Cinturrino, dal nome del poliziotto killer di Milano, ha gettato fango sulle forze dell’ordine, ma la difesa di chi indossa una divisa e garantisce la sicurezza dei cittadini non può essere buttata alle ortiche e dunque ogni iniziativa a tutela di polizia e carabinieri, pagando magari le spese legali quando sono necessarie, è benvenuta. Soprattutto in un momento in cui chi ha giustamente inseguito due giovani che si erano sottratti all’alt rischia il processo con l’accusa di omicidio stradale, perché uno dei due fuggiaschi è finito contro il palo di un semaforo ed è morto.
Poi c’è la salute, intesa come sanità. Nonostante le promesse, le liste d’attesa sono ancora lunghe, le Case di comunità volute da Giuseppe Conte e Roberto Speranza sono un flop e i buchi nella rete dei medici di base sempre più numerosi. La prima cosa da fare è integrare sanità pubblica e privata: quello che la prima non riesce a fare lo deve fare la seconda e non certo a spese del paziente, ma consentendo a chi ne ha bisogno di rivolgersi alla prima struttura disponibile a carico del servizio sanitario nazionale. E i medici che mancano? Bisogna riportare a casa quelli che se ne sono andati all’estero. Come? C’è un modo semplice: alzare gli stipendi.
Come avrete capito, in fondo la regola delle tre S ha un unico filo conduttore: che si tratti di soldi, di sicurezza o di salute serve mettere mano al portafogli, mandando al diavolo il dogma del tre per cento che tanto piace a Bruxelles. Se il governo vuole uscire dall’angolo, rinunci all’obiettivo del tetto al deficit di bilancio e punti all’obiettivo di rivincere le elezioni. E a proposito di angolo in cui la sinistra vorrebbe cacciare l’esecutivo, mi pare chiaro perché si prova a montare un can can contro il ministri dell’Interno. Se cade Matteo Piantedosi, per una faccenda privata che nulla ha a che fare con il suo ruolo al Viminale, la strategia per contenere immigrazione e criminalità rischia la battuta d’arresto. Far dimettere uno dei protagonisti dei decreti sicurezza significa azzoppare il centrodestra e pure il caposaldo di una delle tre S necessarie per rilanciare l’azione del governo. Che poi a strillare sia il partito che ha fatto eleggere Ilaria Salis spiega tutto.
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