È l’avvocatessa di maggior peso anche nella determinazione dottrinale del diritto di famiglia che lei ha sempre interpretato non come la professione di chi sostiene le ragioni di una parte, ma come la protezione dei più deboli e un grimaldello per affermare i diritti alla dignità. Non ha mai fatto affermazioni di bandiera, ma atti che si traducono in militanza sul fronte della giustizia giusta. E non poteva essere diversamente. Nata a Perugia, è figlia di un notissimo magistrato, Nicola Bernardini De Pace e di un’avvocatessa dal curriculum invidiabile: Isabella Bellisario, peraltro figlia di un alto ufficiale dei carabinieri. Per avere un’idea di come questa protagonista del diritto, inteso come resa di giustizia alla persona, interpreta la sua professione basta dire che ha assistito Raul Bova, il suo ex genero, nella causa di divorzio dalla seconda moglie. Disse a chi le chiese com’era possibile: «Perché Raul è il padre dei miei nipoti ed è una persona buona». Lei offre protagonismo al buonsenso. Senza rinunciare mai alle battaglie di principio.
Avvocato, torniamo sulla famiglia nel bosco. A suo parere, sono giustificati i provvedimenti presi nei loro confronti? E ancora: non sono eccessivamente dilatati i tempi delle perizie rispetto alla necessità di tutela dei diritti dei bambini?
«Io mi fido del tribunale dell’Aquila, essendo il suo presidente uno dei migliori giudici in Italia. Certo, poi non tutto dipende dai tempi del giudice, ma da quello degli altri operatori di diritto e della psicologia, che non hanno certamente solo quel caso da risolvere. Ritengo, comunque sia, che fosse indispensabile tutelare i diritti di quei bambini e di tutti i bambini che non devono mai essere considerati proprietà dei genitori e privi dei diritti costituzionali».
Vorremmo una sua opinione su questa scelta dei giudici di togliere i bambini dalle famiglie che, però, non pare motivata da condizioni oggettive. Nessuno tocca i bambini dei rom, difficilmente si ha notizia di bambini tolti da contesti familiari criminali. Come spiega queste differenze?
«I magistrati e gli assistenti sociali non girano ogni giorno in tutte le famiglie di Italia per vedere cosa succede. Il magistrato si muove quando viene segnalato un caso nel quale uno o più minori si trovano in una situazione di pregiudizio per la loro salute psicofisica. Basterebbe che qualcuno segnalasse al tribunale, con nome, cognome e indirizzo, lo stato di pregiudizio di un figlio di rom o di criminali perché il tribunale fosse obbligato a intervenire. In realtà, non sono stati “sottratti” i bambini ai genitori, ma sono stati condotti i bambini in un luogo ricco di accudimenti che non c’erano in famiglia. Oggi viene rispettato il diritto all’istruzione e il diritto alla società di questi bimbi che i genitori avevano ritenuto di negare loro».
Secondo lei le misure di contrasto al femminicidio divenuto reato specifico con l’ergastolo in automatico sono sufficienti a contrastare il fenomeno?
«Il fenomeno di per sé non sarà mai contrastato, perché la violenza è insita nell’uomo e non tutti gli uomini vengono educati a governarla, così come non a tutti gli uomini si insegna il rispetto verso la donna e verso gli altri in genere. Certo, ritengo che, per contrastare davvero questo fenomeno, per quanto sia possibile, le donne devono imparare anche a sapersi difendere. Trovo che sia troppo ingenuo sperare di incontrare nella propria vita solo uomini rispettosi ed educati, considerato quello che si sente e si legge ogni giorno. E quando si incontrano uomini violenti, la regola è scappare e denunciare, considerando entrambe le soluzioni doveri e non atti di coraggio».
Il professor Luca Ricolfi, che come sa si muove sempre da una lettura statistica della realtà, sostiene che i femminicidi in Italia sono in diminuzione. Non c’è un eccesso di attenzione mediatica? E ancora: è sufficiente individuare nel «patriarcato» l’origine del delitto?
«Che nel 2025 ce ne siano stati 30/40 meno che nel 2024 mi sembra sia vero. Tuttavia, anche un solo femminicidio è insopportabile e devastante. Il patriarcato non c’entra niente in quanto, secondo me, uccidere la propria donna è un gesto rabbioso di violenza di un uomo possessivo e le donne dovrebbero imparare ad allontanarsi dal loro uomo quando passa dalla carezza allo schiaffo o dal sussurro d’amore all’urlata. Comunque sia, il patriarcato è una fissazione delle attiviste femministe che non sanno per che cosa combattere, poiché uomini e donne hanno pari dignità giuridica e, quindi, hanno trovato una parola antica e fuori luogo per aggredire gli uomini in genere».
Non c’è, tra le tante leggi che si fanno, un buco legislativo per la tutela intesa sia come affidamento, ma anche come affermazione dei loro diritti anche patrimoniali, degli orfani di femminicidio?
«Secondo me sì. Io faccio parte di un’associazione internazionale che si chiama Edela che, grazie alla socia Roberta Beolchi, ogni anno raccoglie il tributo di ciascuna di noi e lo devolve a favore degli orfani di femminicidio. Le mamme che subiscono la violenza dei mariti, dicendo che non si separano “per i figli”, dovrebbero imparare tutte che, così pensando, preparano i loro figli a una vita da orfani di un padre criminale e di una madre morta».
Vista dal suo osservatorio «l’istituzione famiglia» in che stato di salute è? Non è il decadimento del valore famiglia una delle cause dell’aumento della violenza minorile?
«Sono assolutamente di questo parere. L’emergenza gioventù nasce proprio dal fatto che i genitori non svolgono responsabilmente il loro ruolo, che è caratterizzato da doveri e non da diritti: mantenere, educare, istruire e formare i figli, accertarsi del loro benessere e seguire le loro ispirazioni morali; invece i genitori di oggi considerano i figli dei follower e fanno cose simpatiche perché vogliono i loro cuoricini. Li abituano a soddisfare i diritti, non li puniscono mai e non insegnano loro le regole. I ragazzi, così, si sentono sparsi nel mondo, senza radici e senza obiettivi».
Si è fatto molto clamore sulla riscrittura del ddl Bongiorno (lo chiamiamo così per semplicità) per i reati di violenza e stupro. Ma davvero l’assenza dell’assenso mina così gravemente la ratio della norma? In diritto penale l’onere della prova è sempre in carico all’accusa, non si rischia di invertire questo «sacro» principio?
«Era talmente sbagliata la norma basata sul consenso libero e attuale che è stata cambiata ed è stato introdotto il concetto di dissenso. La prima versione l’ho criticata fortemente, giacché il presunto colpevole doveva dimostrare che ci fosse il consenso. Ma lei si immagina come sarebbe stata strumentalizzata dalle donne un’ipotesi del genere se solo pensiamo alle mogli che per dispetto, per vendetta o per denaro, dopo mesi di rapporti coniugali, potevano denunciare la violenza dicendo “Io l’ho fatto per dovere coniugale, ma non c’era il mio consenso libero”?».
Un’ulteriore domanda su questi temi; non crede che vi sia un eccesso di normazione sui rapporti interpersonali? Non incide questo anche sulla qualità delle relazioni e sull’affettività?
«Sono assolutamente d’accordo. Lo dico sempre, ma insisto che tutto questo dipenda dalla mancanza di educazione in famiglia e dalla necessità che lo Stato intervenga laddove anche la scuola non è stata messa nelle condizioni di fare il proprio dovere».
Lei è stata severissima sulla strage di Capodanno. Il nostro governo ha fatto una decisa pressione sulla Svizzera perché l’inchiesta proceda. Che ne pensa di chi sostiene che Giorgia Meloni abbia voluto ingerire nell’ordine giudiziario di un altro Paese dando prova di non apprezzare il limite tra poteri?
«Secondo me la Meloni ha fatto benissimo. Ha solo dimostrato, come fa sempre del resto, grande empatia nei confronti degli italiani vittime. Le critiche al comportamento della Svizzera non sono certo una fantasia della Meloni, ma provengono da chiunque abbia avuto modo di vedere e verificare il comportamento delle autorità svizzere dal momento della tragedia in poi».