Da Forza spread a Forza recessione. Dopo aver fatto il tifo per la procedura d’infrazione e l’aumento dei tassi d’interesse dei titoli di Stato, nella speranza che le due cose insieme riuscissero ad abbattere il governo pentaleghista, giornali e giornaloni si sono convinti che il lavoro sporco di far fuori la maggioranza lo possa fare la crisi. (…)
(…) Da settimane, infatti, non c’è dato Istat negativo che non venga enfatizzato in prima pagina. Pil, disoccupazione, tassi passivi sui mutui, andamento di Borsa: tutto fa brodo pur di sostenere che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte e vicepresieduto dal duplex Di Maio-Salvini è la peggior sciagura che si sia abbattuta sul nostro Paese. Le piaghe d’Egitto, al confronto dei 5 Stelle e della Lega installati a Palazzo Chigi, non sarebbero nulla. E infatti, quasi quotidianamente, vengono elencati gli effetti nefasti prodotti dal decreto dignità, sommando questi alle conseguenze di quota 100 e del reddito di cittadinanza. Perfino noi, che per mestiere siamo condannati a tenere il conto dei danni che sarebbero stati provocati da sei mesi di governo, ormai non ci capacitiamo più, perché ogni giorno si aggiunge un nuovo mattone nella costruzione della muraglia anti sovranista.

Immaginiamo che sui principali quotidiani di oggi, la dose di previsioni catastrofiste sarà aumentata, perché ieri sono stati diffusi i dati della produzione industriale e non si può dire che meritino salti di gioia. Subito dopo l’ufficializzazione dell’andamento delle imprese nell’ultimo trimestre, già ieri sui principali siti Internet sono iniziati a circolare titoli tipo «Frena l’industria in Italia», accompagnati da fosche ipotesi di recessione. Dunque questa mattina prevediamo la pubblicazione delle consuete interviste-geremiadi, per spiegare che cosa non funzioni nella politica economica del governo.

Intendiamoci, che non tutto giri nel verso giusto nelle decisioni prese dalla maggioranza non è cosa che si possa smentire. Noi stessi abbiamo registrato forti perplessità non soltanto per il modo con cui si è intervenuti a regolare il mercato del lavoro, scaricando sulle imprese nuovi costi, ma anche per i provvedimenti contenuti nella Finanziaria, tra i quali il blocco dell’indicizzazione delle pensioni, il taglio delle pensioni più ricche e certi rischi del reddito di cittadinanza. Ciò detto, è altamente improbabile che le misure varate dalla coalizione pentastellata abbiano qualche cosa a che fare con i risultati di cui si parla in questi giorni. Il Pil, la Borsa e l’occupazione non scendono perché Di Maio e Salvini hanno deciso di fare più o meno deficit, spendendo i soldi in interventi che non piacciono a soloni e giornaloni, ma in quanto l’economia europea, anzi mondiale, sta rallentando.

Una prova? Beh, proprio i dati della produzione industriale. Già, perché mentre l’Italia a novembre ha registrato un meno 1,6 per cento rispetto al mese precedente, la Germania ha fatto meno 1,9, la Francia meno 1,3 e la Spagna meno 1,5. Ad andar meglio, paradossalmente, è stata la Gran Bretagna, che è riuscita a fermarsi a meno 0,4 per cento, nonostante la Brexit e le gufate della medesima stampa che ce l’ha con i sovranisti.

È colpa di Di Maio e Salvini se le fabbriche tedesche producono di meno? Oppure è addebitabile alla terribile coppia grilloleghista il fatto che il Pil trimestrale della Germania sia, in negativo, il doppio del nostro, dallo 0,10 in meno dell’Italia a un 0,20 in giù? È forse colpa dei Bibì-Bibò gialloblu se anche la Svizzera nell’ultimo trimestre è andata male, facendo peggio di noi o se la curva del Giappone è piatta come una tavola?

Già, perché per quanto l’informazione si dia da fare per dipingere un quadro a tinte fosche imputandolo al governo, la recessione non è una prerogativa italiana, ma sta toccando tutta Europa e gran parte del mondo Occidentale, Usa esclusi. I quali Stati Uniti, però, hanno fatto il contrario di ciò che si è fatto da noi, cioè hanno adottato una politica economica che non piace a Bruxelles. Infischiandosene di tutti, hanno ridotto le tasse e aumentato gli investimenti, rifacendo partire l’economia. Certo, la decisione è stata presa da quel puzzone di Donald Trump e dunque ha ottenuto il massimo dello sgradimento dai nostri economisti da tastiera. Tuttavia, al momento, cioè a due anni dall’insediamento del suo «peggior» presidente, l’America va a gonfie vele. Alla faccia di chi tifava «Forza, abbattiamo Trump». Che poi sono gli stessi che tifavano Forza spread e ora si sono riconvertiti a Forza recessione.

Per quanto ci riguarda, questo governo non sempre ci convince, soprattutto quando si occupa di lavoro, di fisco e di tasse. Ma su queste materie neppure gli altri godevano del nostro plauso, e tuttavia, quando leggiamo le previsioni di certi colleghi della grande stampa, alla fine ci risulta più simpatico chi sta a Palazzo Chigi di chi fa il cronista da strapazzo.

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