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2021-05-05
I partiti premono: «Cartabia venga in Aula»
Marta Cartabia (Ansa)
La politica si sveglia, seppure in ritardo, sulla bufera che ha investito il Csm: ieri i partiti di maggioranza e opposizione hanno chiesto al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, di riferire urgentemente in Parlamento sulla vicenda dei verbali con le dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara. La Cartabia dunque dovrà uscire dal letargo, probabilmente suo malgrado: ieri mattina, una scarna nota diffusa da «fonti del ministero della Giustizia» aveva fatto sapere che c'era stata una «telefonata ieri sera (l'altro ieri, ndr) tra la ministra della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione sulla nuova bufera che ha investito il Csm. Marta Cartabia e Giovanni Salvi», proseguivano le fonti, «hanno fatto il punto della situazione e convenuto che sia la Procura generale a valutare ora iniziative disciplinari, già preannunciate. La ministra della Giustizia Marta Cartabia segue con attenzione gli sviluppi della vicenda». E meno male! Mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è anche il capo del Csm, continua a non dire mezza parola su questa incredibile vicenda, i partiti politici, come dicevamo, ieri si sono mossi, tutti, chiedendo all'ineffabile Guardasigilli di riferire in Parlamento.
Il primo a intervenire nell'aula della Camera per affrontare la questione è stato il deputato di Azione-+Europa Enrico Costa, che ha detto di ritenere necessario che «si faccia chiarezza» su quanto sta accadendo. A ruota, Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, ha chiesto alla Cartabia di riferire sulle «inquietanti vicende che riguardano la magistratura». «Riteniamo sia urgente», ha sottolineato Roberto Turri della Lega, «che il ministro venga in Aula al più presto». Alfredo Bazoli, del Pd, ha parlato di «una vicenda dai contorni oscuri, dal carattere ambiguo, con la tecnica del dossieraggio per gettare fango e discredito. Quindi anche noi», ha aggiunto il deputato dem, «riteniamo sia opportuno un chiarimento e ci associamo alla richiesta che la ministra riferisca in Aula il prima possibile». Identica richiesta da parte di Lucia Annibali di Italia viva e Federico Conte di Leu. Ha chiesto «chiarezza e trasparenza» Eugenio Saitta, del M5s. Dall'opposizione, Galeazzo Bignami, di Fdi, ha sottolineato che «è doveroso che il ministro riferisca in Aula». «Sarà mia premura riferire al presidente Fico», ha detto il vicepresidente Andrea Mandelli, presidente di turno dell'assemblea. Durissimo il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «È urgente e prioritaria la commissione d'inchiesta parlamentare sul Csm e sulla magistratura. Troppe toghe oscure oggi minano un'istituzione fondamentale. Servono pulizia e verità. Troppi tacciono. E anche le massime istituzioni devono parlare. Ma Davigo», ha aggiunto Gasparri, «perché non risponde pubblicamente? E perché tanti giornalisti che lo hanno esaltato non lo incalzano? Ha parlato con la presidenza della Repubblica? Con quali istituzioni si è confrontato?».
Da una parte, dunque, il panorama politico, dall'altra il mondo della magistratura che vive in stato di fibrillazione. Inevitabilmente, visto che il Csm e quattro Procure della Repubblica - Milano, Brescia, Perugia e Roma - sono coinvolte nel caso dei verbali in cui Amara parla della presunta loggia segreta. Fino ad oggi l'ex consulente di Eni non ha consegnato agli inquirenti la lista in cui figurerebbero 40 nomi e avrebbe detto che la conserva Giuseppe Calafiore all'estero. Il clima più teso, dicevamo, si respira a Palazzo dei Marescialli, dato che uno dei protagonisti principali di questa storia è Piercamillo Davigo, il quale proprio oggi verrà ascoltato dai pm di Roma. A distanza di poco più di un anno, era l'aprile del 2020 quando l'ex toga di Mani pulite riceveva il materiale dal pm Paolo Storari (che rischia un procedimento per incompatibilità ambientale), ci si interroga su chi al Csm abbia visto le carte provenienti da Milano. Secondo la versione fornita da Davigo, il vicepresidente David Ermini e il procuratore generale della Cassazione erano a conoscenza dei verbali di Amara. Eppure dallo stesso Csm circola la voce che almeno otto consiglieri sapessero, tra questi il laico Fulvio Gigliotti e i togati di Area (corrente progressista) Giuseppe Cascini e Giuseppe Marra di A&i.
Ieri si è mosso anche il tribunale di Milano: il suo presidente Roberto Bichi ha acquisito dalla Procura di Brescia gli atti del fascicolo archiviato che era stato aperto dopo che i pm milanesi, su decisione del loro capo Francesco Greco, avevano trasmesso ai colleghi passaggi di un verbale di Amara in cui gettava un'ombra sui giudici del processo Eni-Nigeria. Greco dovrà anche presentare due relazioni sulla vicenda Amara: una al procuratore generale della Cassazione Salvi e l'altra a Francesca Nanni, pg della Corte di Appello di Milano. Ma non è finita qui, perché la Procura di Brescia, competente in materia penale sui colleghi meneghini, ha formalmente aperto un fascicolo. Domani la decisione del tribunale del Riesame di Roma sulla restituzione del materiale sequestrato all'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, indagata per calunnia.
Ora i dem «riabilitano» Berlusconi riesumando il processo breve
Mai più indagati per sempre. Basta indagini che non si sa quando iniziano, quando finiscono e, soprattutto, come finiscono. Con l'effetto di trasformare per anni e anni un qualunque cittadino in una specie di imputato fantasma, condannato ancor prima di una sentenza a perdere serenità, affetti, offerte di lavoro, solo e unicamente per l'inerzia del pm di turno. L'occasione di mettere fine a una delle storture più gravi dei processi italiani è nella legge delega per la riforma del rito penale, in discussione alla Camera in commissione Giustizia, dove si sta facendo largo l'idea che se si vuole limitare il fenomeno della prescrizione, si deve intervenire innanzitutto sulle indagini preliminari. Un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, che però oggi è stato fatto proprio dal Pd, andando oltre, con una serie di emendamenti, perfino al già puntuale intervento dell'Unione camere penali italiane (Ucpi).
Il provvedimento base è quello varato dal governo Conte bis la scorsa primavera, 18 articoletti preparati dall'allora ministro Alfonso Bonafede, volenterosi, ma scoordinati e poco ambiziosi. Adesso che in Via Arenula c'è Marta Cartabia, i partiti che appoggiano il governo di Mario Draghi hanno capito che in Parlamento la delega può essere migliorata. E in commissione a Montecitorio, ieri, l'avvocato siciliano e deputato del Pd Carmelo Miceli ha presentato una serie di emendamenti assai garantisti, che guardano apertamente anche alle posizioni di Azione, Italia viva, di gran parte di Forza Italia e della Lega. In sostanza, grillini a parte, le proposte di Miceli hanno buona possibilità di successo, se la Camera non farà l'errore di spaccarsi nei soliti due fronti, ovvero «amici dei magistrati» contro «amici degli avvocati».
Le novità mirano a imporre ai pm, dopo 18-24 mesi dall'iscrizione dell'indagato (a seconda della gravità dei reati), di rispondere entro un tempo certo e ragionevolmente breve (tra uno e sei mesi) su come intendano definire il procedimento: richiesta di archiviazione, o richiesta di rinvio a giudizio. E in caso di inerzia, scatta l'obbligo di discovery delle indagini di fronte al Gip. Lo scopo è evitare che si ripetano casi purtroppo comuni, come quelli di indagati per truffa aggravata tra privati che sono rimasti nel limbo per quattro e mezzo. Del resto, le ultime statistiche del ministero della Giustizia (primo semestre 2018) dicono che il 53% delle prescrizioni è dovuto a indagini lumaca.
Di fatto, l'istanza immaginata dagli emendamenti (rivolta al procuratore capo) mette in mora il pm pigro o confusionario. Nel caso non ci siano persone offese del reato, l'indagato chiede semplicemente la definizione della sua posizione. Nel caso vi sia una persona offesa, l'istanza viene notificata anche a essa, in modo che possa naturalmente «controllare» di fronte a un giudice che cosa intende fare davvero la Procura.
«Con il Recovery abbiamo un'occasione unica, snellire la giustizia, non solo civile, ma anche penale», spiega Miceli alla Verità. Perché gli stranieri non verranno mai in Italia a investire sulle grandi opere infrastrutturali se poi basta una sequestro preventivo per un presunto reato ambientale (deciso magari da un pm di una piccola Procura a caccia di notorietà), per bloccare un cantiere per anni e anni. La proposta di tempi certi, aggiunge il deputato dem, «consente allo stesso pm, che magari non aveva tempo di scrivere e motivare la richiesta di proscioglimento, di rispondere in tempi rapidi all'istanza dell'indagato».
Non che la delega del governo non si fosse posta il problema, ma la soluzione adottata era stata bocciata anche dai penalisti. In particolare, in un documento dei primi di aprile, l'Ucpi lamentava «l'assenza di qualsiasi sanzione» concreta per i pm dormiglioni. E il fatto che anche «la discovery resta fine a se stessa, non essendo finalizzata ad un contraddittorio dinanzi a un giudice terzo». Peraltro, osserva ancora l'Ucpi, «la negligenza rilevante ai fini disciplinari è solo quella inescusabile». Che da noi è una mosca bianca.
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Le forze politiche si svegliano e chiedono al Guardasigilli, pronta a scaricare il dossier alla Procura generale della Cassazione, di riferire in Parlamento sullo scandalo Csm. Forza Italia alza il tiro: «Troppe toghe oscure, serve una commissione d'inchiesta».Carmelo Miceli vuole imporre ai pm un limite di 18-24 mesi per decidere sugli indagati.La politica si sveglia, seppure in ritardo, sulla bufera che ha investito il Csm: ieri i partiti di maggioranza e opposizione hanno chiesto al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, di riferire urgentemente in Parlamento sulla vicenda dei verbali con le dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara. La Cartabia dunque dovrà uscire dal letargo, probabilmente suo malgrado: ieri mattina, una scarna nota diffusa da «fonti del ministero della Giustizia» aveva fatto sapere che c'era stata una «telefonata ieri sera (l'altro ieri, ndr) tra la ministra della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione sulla nuova bufera che ha investito il Csm. Marta Cartabia e Giovanni Salvi», proseguivano le fonti, «hanno fatto il punto della situazione e convenuto che sia la Procura generale a valutare ora iniziative disciplinari, già preannunciate. La ministra della Giustizia Marta Cartabia segue con attenzione gli sviluppi della vicenda». E meno male! Mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è anche il capo del Csm, continua a non dire mezza parola su questa incredibile vicenda, i partiti politici, come dicevamo, ieri si sono mossi, tutti, chiedendo all'ineffabile Guardasigilli di riferire in Parlamento. Il primo a intervenire nell'aula della Camera per affrontare la questione è stato il deputato di Azione-+Europa Enrico Costa, che ha detto di ritenere necessario che «si faccia chiarezza» su quanto sta accadendo. A ruota, Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, ha chiesto alla Cartabia di riferire sulle «inquietanti vicende che riguardano la magistratura». «Riteniamo sia urgente», ha sottolineato Roberto Turri della Lega, «che il ministro venga in Aula al più presto». Alfredo Bazoli, del Pd, ha parlato di «una vicenda dai contorni oscuri, dal carattere ambiguo, con la tecnica del dossieraggio per gettare fango e discredito. Quindi anche noi», ha aggiunto il deputato dem, «riteniamo sia opportuno un chiarimento e ci associamo alla richiesta che la ministra riferisca in Aula il prima possibile». Identica richiesta da parte di Lucia Annibali di Italia viva e Federico Conte di Leu. Ha chiesto «chiarezza e trasparenza» Eugenio Saitta, del M5s. Dall'opposizione, Galeazzo Bignami, di Fdi, ha sottolineato che «è doveroso che il ministro riferisca in Aula». «Sarà mia premura riferire al presidente Fico», ha detto il vicepresidente Andrea Mandelli, presidente di turno dell'assemblea. Durissimo il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «È urgente e prioritaria la commissione d'inchiesta parlamentare sul Csm e sulla magistratura. Troppe toghe oscure oggi minano un'istituzione fondamentale. Servono pulizia e verità. Troppi tacciono. E anche le massime istituzioni devono parlare. Ma Davigo», ha aggiunto Gasparri, «perché non risponde pubblicamente? E perché tanti giornalisti che lo hanno esaltato non lo incalzano? Ha parlato con la presidenza della Repubblica? Con quali istituzioni si è confrontato?».Da una parte, dunque, il panorama politico, dall'altra il mondo della magistratura che vive in stato di fibrillazione. Inevitabilmente, visto che il Csm e quattro Procure della Repubblica - Milano, Brescia, Perugia e Roma - sono coinvolte nel caso dei verbali in cui Amara parla della presunta loggia segreta. Fino ad oggi l'ex consulente di Eni non ha consegnato agli inquirenti la lista in cui figurerebbero 40 nomi e avrebbe detto che la conserva Giuseppe Calafiore all'estero. Il clima più teso, dicevamo, si respira a Palazzo dei Marescialli, dato che uno dei protagonisti principali di questa storia è Piercamillo Davigo, il quale proprio oggi verrà ascoltato dai pm di Roma. A distanza di poco più di un anno, era l'aprile del 2020 quando l'ex toga di Mani pulite riceveva il materiale dal pm Paolo Storari (che rischia un procedimento per incompatibilità ambientale), ci si interroga su chi al Csm abbia visto le carte provenienti da Milano. Secondo la versione fornita da Davigo, il vicepresidente David Ermini e il procuratore generale della Cassazione erano a conoscenza dei verbali di Amara. Eppure dallo stesso Csm circola la voce che almeno otto consiglieri sapessero, tra questi il laico Fulvio Gigliotti e i togati di Area (corrente progressista) Giuseppe Cascini e Giuseppe Marra di A&i. Ieri si è mosso anche il tribunale di Milano: il suo presidente Roberto Bichi ha acquisito dalla Procura di Brescia gli atti del fascicolo archiviato che era stato aperto dopo che i pm milanesi, su decisione del loro capo Francesco Greco, avevano trasmesso ai colleghi passaggi di un verbale di Amara in cui gettava un'ombra sui giudici del processo Eni-Nigeria. Greco dovrà anche presentare due relazioni sulla vicenda Amara: una al procuratore generale della Cassazione Salvi e l'altra a Francesca Nanni, pg della Corte di Appello di Milano. Ma non è finita qui, perché la Procura di Brescia, competente in materia penale sui colleghi meneghini, ha formalmente aperto un fascicolo. Domani la decisione del tribunale del Riesame di Roma sulla restituzione del materiale sequestrato all'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, indagata per calunnia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-partiti-premono-cartabia-venga-in-aula-2652875465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-i-dem-riabilitano-berlusconi-riesumando-il-processo-breve" data-post-id="2652875465" data-published-at="1620153472" data-use-pagination="False"> Ora i dem «riabilitano» Berlusconi riesumando il processo breve Mai più indagati per sempre. Basta indagini che non si sa quando iniziano, quando finiscono e, soprattutto, come finiscono. Con l'effetto di trasformare per anni e anni un qualunque cittadino in una specie di imputato fantasma, condannato ancor prima di una sentenza a perdere serenità, affetti, offerte di lavoro, solo e unicamente per l'inerzia del pm di turno. L'occasione di mettere fine a una delle storture più gravi dei processi italiani è nella legge delega per la riforma del rito penale, in discussione alla Camera in commissione Giustizia, dove si sta facendo largo l'idea che se si vuole limitare il fenomeno della prescrizione, si deve intervenire innanzitutto sulle indagini preliminari. Un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, che però oggi è stato fatto proprio dal Pd, andando oltre, con una serie di emendamenti, perfino al già puntuale intervento dell'Unione camere penali italiane (Ucpi). Il provvedimento base è quello varato dal governo Conte bis la scorsa primavera, 18 articoletti preparati dall'allora ministro Alfonso Bonafede, volenterosi, ma scoordinati e poco ambiziosi. Adesso che in Via Arenula c'è Marta Cartabia, i partiti che appoggiano il governo di Mario Draghi hanno capito che in Parlamento la delega può essere migliorata. E in commissione a Montecitorio, ieri, l'avvocato siciliano e deputato del Pd Carmelo Miceli ha presentato una serie di emendamenti assai garantisti, che guardano apertamente anche alle posizioni di Azione, Italia viva, di gran parte di Forza Italia e della Lega. In sostanza, grillini a parte, le proposte di Miceli hanno buona possibilità di successo, se la Camera non farà l'errore di spaccarsi nei soliti due fronti, ovvero «amici dei magistrati» contro «amici degli avvocati». Le novità mirano a imporre ai pm, dopo 18-24 mesi dall'iscrizione dell'indagato (a seconda della gravità dei reati), di rispondere entro un tempo certo e ragionevolmente breve (tra uno e sei mesi) su come intendano definire il procedimento: richiesta di archiviazione, o richiesta di rinvio a giudizio. E in caso di inerzia, scatta l'obbligo di discovery delle indagini di fronte al Gip. Lo scopo è evitare che si ripetano casi purtroppo comuni, come quelli di indagati per truffa aggravata tra privati che sono rimasti nel limbo per quattro e mezzo. Del resto, le ultime statistiche del ministero della Giustizia (primo semestre 2018) dicono che il 53% delle prescrizioni è dovuto a indagini lumaca. Di fatto, l'istanza immaginata dagli emendamenti (rivolta al procuratore capo) mette in mora il pm pigro o confusionario. Nel caso non ci siano persone offese del reato, l'indagato chiede semplicemente la definizione della sua posizione. Nel caso vi sia una persona offesa, l'istanza viene notificata anche a essa, in modo che possa naturalmente «controllare» di fronte a un giudice che cosa intende fare davvero la Procura. «Con il Recovery abbiamo un'occasione unica, snellire la giustizia, non solo civile, ma anche penale», spiega Miceli alla Verità. Perché gli stranieri non verranno mai in Italia a investire sulle grandi opere infrastrutturali se poi basta una sequestro preventivo per un presunto reato ambientale (deciso magari da un pm di una piccola Procura a caccia di notorietà), per bloccare un cantiere per anni e anni. La proposta di tempi certi, aggiunge il deputato dem, «consente allo stesso pm, che magari non aveva tempo di scrivere e motivare la richiesta di proscioglimento, di rispondere in tempi rapidi all'istanza dell'indagato». Non che la delega del governo non si fosse posta il problema, ma la soluzione adottata era stata bocciata anche dai penalisti. In particolare, in un documento dei primi di aprile, l'Ucpi lamentava «l'assenza di qualsiasi sanzione» concreta per i pm dormiglioni. E il fatto che anche «la discovery resta fine a se stessa, non essendo finalizzata ad un contraddittorio dinanzi a un giudice terzo». Peraltro, osserva ancora l'Ucpi, «la negligenza rilevante ai fini disciplinari è solo quella inescusabile». Che da noi è una mosca bianca.
Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
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(Ansa)
L’ambasciatore dovrebbe evidenziare a Landini e compagni la drammatica situazione del popolo cubano e illustrare le sfide che il Paese, alle prese con «le strette» di Trump, affronta quotidianamente. Più o meno come successo di recente, in occasione di un convegno («Difendere Cuba e il diritto internazionale: la campagna Energia per la vita») organizzato nella Sala del Carroccio in Campidoglio. L’incontro è stato ideato da diverse associazioni e tra queste spiccavano i nomi di Cgil, Anpi e Arci. Così come tra i relatori si faceva notare la presenza del segretario generale della Cgil, Pino Gesmundo, considerato uno degli uomini più vicini al Lider Maximo , Landini.
Tutto legittimo, ci mancherebbe. Qui non è in discussione il diritto dei cubani di difendere la libertà del loro popolo o la possibilità di organizzare delle iniziative per raccogliere aiuti o solidarietà. Viene invece assai difficile comprendere perché questa sia diventata una delle principali attività (tra convegni e flotille varie) di un sindacato che dovrebbe avere ben altre priorità: preoccuparsi di chi sta perdendo il posto di lavoro.
Anche perché, nonostante i buoni dati sull’occupazione, peraltro ripetutamente confutati dalla stessa Cgil, basterebbe la situazione dell’automotive e di Stellantis per convincere i duri e puri della Fiom a spostare il centro dei loro pensieri.
Che la situazione in casa ex Fiat sia critica lo ripetiamo da mesi. Ma con gli eredi degli Agnelli non c’è mai limite al peggio. Solo ieri, tanto per lasciar spazio ai fatti nuovi, Stellantis ha «messo alla porta» della fabbrica di Atessa altri 305 dipendenti. Il linguaggio usato dall’azienda è molto meno diretto, si parla di apertura di una procedura di incentivazione all’esodo, ma la sostanza è quella. Ci sono altre posizioni di troppo che vanno tagliate.
Che si aggiungono alle continue sforbiciate degli ultimi anni. Nella Val di Sangro gli addetti sono passati dai circa 6.500 di alcuni anni fa agli attuali 4.330, con la prospettiva di scendere a poco più di 4.000 al termine della nuova procedura di incentivazione all’uscita. Nello stesso momento, come è ovvio che sia, è crollata anche la produzione, passata dai 297.000 furgoni realizzati nel 2018 aai 166.000 del 2025.
Cambiano solo i numeri, ma la sostanza degli altri stabilimenti italiani è la stessa. E i vari siti, da Mirafiori fino a Pomigliano, Termoli e Melfi, si portano dietro la drammatica scia di chiusure e licenziamenti che sta falcidiando l’indotto. Ieri l’epicentro è stato Cassino dove i lavoratori hanno proclamato una giornata di sciopero.
Motivazione? Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, all’origine della protesta ci sarebbe la decisione di Stellantis di negare l’accesso all’assemblea delle aziende dell’indotto. In particolare Logitech, Teknoservice e Trasnova. Che paradossalmente sono quelle più colpite dalla crisi, con una cassa integrazione continua e prospettive occupazionali assai incerte.
Il punto è che la cronaca aziendale su Stellantis (ieri altro tracollo in Borsa: ha perso il 4,37%) assomiglia sempre di più a una sorta di bollettino di guerra. Con delle giornate più funeste, come quelle che sono appena trascorse. Anche perché raccontano di nuove iniziative strategiche (per adesso smentite) che porterebbero le ex fabbriche Agnelli sempre più lontane dal Belpase.
Giovedì Bloomberg ha parlato di incontri con i produttori cinesi Xiaomi e Xpeng per valutare diverse opzioni per una potenziale ristrutturazione delle attività europee del gruppo. Evidenziando che tra le alternative prese in considerazione ci sarebbe la possibilità di acquisire partecipazioni in alcuni marchi del gruppo. Per esempio Maserati. Stellantis ha smentito in modo anche abbastanza seccato.
Non sarebbe, però, la prima volta che una smentita degli Elkann si trasforma in tempi rapidi nell’ennesimo annuncio drammatico per i lavoratori.
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(IStock)
«Mostrano un legame molto solido e intenso […] una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro […] caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra», si legge nel provvedimento del tribunale di cui dà notizia il Corriere della Sera. Uniti civilmente dal 2019, vogliono adottare un bambino di un orfanatrofio all’estero ma l’articolo 6 della legge 184 sulle adozioni parla chiaro: «L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni».
Il vincolo matrimoniale è requisito fondamentale, in Italia non esiste il matrimonio legale tra persone dello stesso sesso e le coppie unite civilmente dopo la legge Cirinnà del 2016 non possono accedere all’adozione congiunta. La Consulta, con sentenza 33/2025 aveva dichiarato incostituzionale il comma 1 dell’articolo 29 bis della legge in questione «solo» nella parte in cui non includeva le persone singole, residenti in Italia, fra coloro che possono presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale.
Il tribunale di Venezia sostiene che la normativa risulta discriminante sia per le coppie unite civilmente, sia per i bambini e contrasta con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Per l’avvocato Valentina Pizzol, che assiste la coppia, il divieto diventa facilmente aggirabile: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile», ha tenuto a sottolineare.
È vero, ritenendo che di fronte a una situazione di abbandono e di sofferenza del bambino bisogna guardare al suo concreto interesse, con la sentenza 33 la Consulta ha, però, aperto solo a persone di stato libero e non ai componenti di unioni civili. Il single può essere Lgbt, ma l’orientamento sessuale non sembra un criterio rilevante per valutare la sua idoneità genitoriale, mentre le coppie gay restano escluse. I giudici costituzionali dovevano immaginare che prima o poi anche le coppie dello stesso sesso avrebbero puntato i piedi per vedersi riconosciuto il diritto di adottare un minore all’estero.
Una norma che impedisce l’adozione internazionale a due uomini uniti civilmente non ha «alcuno scopo legittimo e non trova una ragione plausibile alla luce del principio di uguaglianza», sostiene il Tribunale dei minorenni, secondo il quale la coppia di veneziani «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono». Fa bene Pro vita & famiglia a protestare, affermando attraverso il suo portavoce Jacopo Coghe che la decisione «di rimettere alla Corte costituzionale la norma sulle adozioni è grave perché strumentalizza e snatura il senso del supremo interesse di un minore».
L’associazione ricorda che «l’adozione esiste per dare a un bambino una mamma e un papà, non per esaudire il “diritto al figlio” degli adulti». Però la Consulta, riconoscendo che i single risultano in astratto idonei a prendersi cura di un minore abbandonato, idonei a offrire un «ambiente stabile e armonioso», lo scorso anno ha aperto la strada alle pretese anche degli omosessuali. Ha inaugurato «quella pericolosa deriva del “diritto al figlio”», come sottolinea Coghe.
Certo, poi spetta al giudice minorile accertare l’idoneità affettiva, la capacità di mantenere, di educare dell’aspirante genitore, tenendo pure conto della rete familiare di riferimento, però se un single omosessuale offre garanzie la sua dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all’estero non viene negata. E la coppia omosessuale allora punta i piedi, si ribella.
Pro vita & famiglia denuncia anche una «contraddizione palese» nella magistratura minorile italiana: «Mentre il tribunale di Venezia vuole far adottare un bambino a coppie gay, i colleghi dell’Aquila, con la famiglia del bosco, li strappano ai genitori naturali. È chiaro che i giudici devono rivedere urgentemente la loro concezione, evidentemente fallace, di “superiore interesse del minore”».
Le sentenze della Consulta diventano il pretesto per forzare la mano con il legislatore anche in tema di suicidio assistito. L’archiviazione delle inchieste nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, autodenunciatosi per aver accompagnato in Svizzera nel 2022 due malati terminali che rifiutavano trattamenti di sostegno vitale, sta spostando la questione non punibilità riconosciuta dalla Consulta a una pretesa di diritto generalizzato «all’aiuto alla morte volontaria».
L’associazione ha annunciato mobilitazioni nelle piazze di tutta Italia, dal 6 al 19 aprile. Obiettivo, chiedere al governo di ritirare la legge che «escluderebbe il Servizio sanitario nazionale (e, dunque, le Regioni stesse) da questi percorsi; limiterebbe il diritto all’aiuto alla morte volontaria solo a pazienti attaccati a una macchina (escludendo così molti pazienti oncologici terminali o affetti da patologie neurodegenerative); eliminerebbe il ruolo dei Comitati etici locali, sostituiti da un Comitato nazionale di nomina governativa». Verrebbe anche annullato il testamento biologico, per chi fa richiesta di aiuto alla morte volontaria.
A dispetto delle proclamazioni e dei toni che si preannunciano sempre più accesi, non va dimenticato che la Consulta ha sempre ritenuto pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative e che la cultura della vita va di pari passo con la cura della sofferenza. L’autodeterminazione vale anche nelle scelte di morte?
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