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2021-05-05
I partiti premono: «Cartabia venga in Aula»
Marta Cartabia (Ansa)
La politica si sveglia, seppure in ritardo, sulla bufera che ha investito il Csm: ieri i partiti di maggioranza e opposizione hanno chiesto al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, di riferire urgentemente in Parlamento sulla vicenda dei verbali con le dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara. La Cartabia dunque dovrà uscire dal letargo, probabilmente suo malgrado: ieri mattina, una scarna nota diffusa da «fonti del ministero della Giustizia» aveva fatto sapere che c'era stata una «telefonata ieri sera (l'altro ieri, ndr) tra la ministra della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione sulla nuova bufera che ha investito il Csm. Marta Cartabia e Giovanni Salvi», proseguivano le fonti, «hanno fatto il punto della situazione e convenuto che sia la Procura generale a valutare ora iniziative disciplinari, già preannunciate. La ministra della Giustizia Marta Cartabia segue con attenzione gli sviluppi della vicenda». E meno male! Mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è anche il capo del Csm, continua a non dire mezza parola su questa incredibile vicenda, i partiti politici, come dicevamo, ieri si sono mossi, tutti, chiedendo all'ineffabile Guardasigilli di riferire in Parlamento.
Il primo a intervenire nell'aula della Camera per affrontare la questione è stato il deputato di Azione-+Europa Enrico Costa, che ha detto di ritenere necessario che «si faccia chiarezza» su quanto sta accadendo. A ruota, Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, ha chiesto alla Cartabia di riferire sulle «inquietanti vicende che riguardano la magistratura». «Riteniamo sia urgente», ha sottolineato Roberto Turri della Lega, «che il ministro venga in Aula al più presto». Alfredo Bazoli, del Pd, ha parlato di «una vicenda dai contorni oscuri, dal carattere ambiguo, con la tecnica del dossieraggio per gettare fango e discredito. Quindi anche noi», ha aggiunto il deputato dem, «riteniamo sia opportuno un chiarimento e ci associamo alla richiesta che la ministra riferisca in Aula il prima possibile». Identica richiesta da parte di Lucia Annibali di Italia viva e Federico Conte di Leu. Ha chiesto «chiarezza e trasparenza» Eugenio Saitta, del M5s. Dall'opposizione, Galeazzo Bignami, di Fdi, ha sottolineato che «è doveroso che il ministro riferisca in Aula». «Sarà mia premura riferire al presidente Fico», ha detto il vicepresidente Andrea Mandelli, presidente di turno dell'assemblea. Durissimo il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «È urgente e prioritaria la commissione d'inchiesta parlamentare sul Csm e sulla magistratura. Troppe toghe oscure oggi minano un'istituzione fondamentale. Servono pulizia e verità. Troppi tacciono. E anche le massime istituzioni devono parlare. Ma Davigo», ha aggiunto Gasparri, «perché non risponde pubblicamente? E perché tanti giornalisti che lo hanno esaltato non lo incalzano? Ha parlato con la presidenza della Repubblica? Con quali istituzioni si è confrontato?».
Da una parte, dunque, il panorama politico, dall'altra il mondo della magistratura che vive in stato di fibrillazione. Inevitabilmente, visto che il Csm e quattro Procure della Repubblica - Milano, Brescia, Perugia e Roma - sono coinvolte nel caso dei verbali in cui Amara parla della presunta loggia segreta. Fino ad oggi l'ex consulente di Eni non ha consegnato agli inquirenti la lista in cui figurerebbero 40 nomi e avrebbe detto che la conserva Giuseppe Calafiore all'estero. Il clima più teso, dicevamo, si respira a Palazzo dei Marescialli, dato che uno dei protagonisti principali di questa storia è Piercamillo Davigo, il quale proprio oggi verrà ascoltato dai pm di Roma. A distanza di poco più di un anno, era l'aprile del 2020 quando l'ex toga di Mani pulite riceveva il materiale dal pm Paolo Storari (che rischia un procedimento per incompatibilità ambientale), ci si interroga su chi al Csm abbia visto le carte provenienti da Milano. Secondo la versione fornita da Davigo, il vicepresidente David Ermini e il procuratore generale della Cassazione erano a conoscenza dei verbali di Amara. Eppure dallo stesso Csm circola la voce che almeno otto consiglieri sapessero, tra questi il laico Fulvio Gigliotti e i togati di Area (corrente progressista) Giuseppe Cascini e Giuseppe Marra di A&i.
Ieri si è mosso anche il tribunale di Milano: il suo presidente Roberto Bichi ha acquisito dalla Procura di Brescia gli atti del fascicolo archiviato che era stato aperto dopo che i pm milanesi, su decisione del loro capo Francesco Greco, avevano trasmesso ai colleghi passaggi di un verbale di Amara in cui gettava un'ombra sui giudici del processo Eni-Nigeria. Greco dovrà anche presentare due relazioni sulla vicenda Amara: una al procuratore generale della Cassazione Salvi e l'altra a Francesca Nanni, pg della Corte di Appello di Milano. Ma non è finita qui, perché la Procura di Brescia, competente in materia penale sui colleghi meneghini, ha formalmente aperto un fascicolo. Domani la decisione del tribunale del Riesame di Roma sulla restituzione del materiale sequestrato all'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, indagata per calunnia.
Ora i dem «riabilitano» Berlusconi riesumando il processo breve
Mai più indagati per sempre. Basta indagini che non si sa quando iniziano, quando finiscono e, soprattutto, come finiscono. Con l'effetto di trasformare per anni e anni un qualunque cittadino in una specie di imputato fantasma, condannato ancor prima di una sentenza a perdere serenità, affetti, offerte di lavoro, solo e unicamente per l'inerzia del pm di turno. L'occasione di mettere fine a una delle storture più gravi dei processi italiani è nella legge delega per la riforma del rito penale, in discussione alla Camera in commissione Giustizia, dove si sta facendo largo l'idea che se si vuole limitare il fenomeno della prescrizione, si deve intervenire innanzitutto sulle indagini preliminari. Un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, che però oggi è stato fatto proprio dal Pd, andando oltre, con una serie di emendamenti, perfino al già puntuale intervento dell'Unione camere penali italiane (Ucpi).
Il provvedimento base è quello varato dal governo Conte bis la scorsa primavera, 18 articoletti preparati dall'allora ministro Alfonso Bonafede, volenterosi, ma scoordinati e poco ambiziosi. Adesso che in Via Arenula c'è Marta Cartabia, i partiti che appoggiano il governo di Mario Draghi hanno capito che in Parlamento la delega può essere migliorata. E in commissione a Montecitorio, ieri, l'avvocato siciliano e deputato del Pd Carmelo Miceli ha presentato una serie di emendamenti assai garantisti, che guardano apertamente anche alle posizioni di Azione, Italia viva, di gran parte di Forza Italia e della Lega. In sostanza, grillini a parte, le proposte di Miceli hanno buona possibilità di successo, se la Camera non farà l'errore di spaccarsi nei soliti due fronti, ovvero «amici dei magistrati» contro «amici degli avvocati».
Le novità mirano a imporre ai pm, dopo 18-24 mesi dall'iscrizione dell'indagato (a seconda della gravità dei reati), di rispondere entro un tempo certo e ragionevolmente breve (tra uno e sei mesi) su come intendano definire il procedimento: richiesta di archiviazione, o richiesta di rinvio a giudizio. E in caso di inerzia, scatta l'obbligo di discovery delle indagini di fronte al Gip. Lo scopo è evitare che si ripetano casi purtroppo comuni, come quelli di indagati per truffa aggravata tra privati che sono rimasti nel limbo per quattro e mezzo. Del resto, le ultime statistiche del ministero della Giustizia (primo semestre 2018) dicono che il 53% delle prescrizioni è dovuto a indagini lumaca.
Di fatto, l'istanza immaginata dagli emendamenti (rivolta al procuratore capo) mette in mora il pm pigro o confusionario. Nel caso non ci siano persone offese del reato, l'indagato chiede semplicemente la definizione della sua posizione. Nel caso vi sia una persona offesa, l'istanza viene notificata anche a essa, in modo che possa naturalmente «controllare» di fronte a un giudice che cosa intende fare davvero la Procura.
«Con il Recovery abbiamo un'occasione unica, snellire la giustizia, non solo civile, ma anche penale», spiega Miceli alla Verità. Perché gli stranieri non verranno mai in Italia a investire sulle grandi opere infrastrutturali se poi basta una sequestro preventivo per un presunto reato ambientale (deciso magari da un pm di una piccola Procura a caccia di notorietà), per bloccare un cantiere per anni e anni. La proposta di tempi certi, aggiunge il deputato dem, «consente allo stesso pm, che magari non aveva tempo di scrivere e motivare la richiesta di proscioglimento, di rispondere in tempi rapidi all'istanza dell'indagato».
Non che la delega del governo non si fosse posta il problema, ma la soluzione adottata era stata bocciata anche dai penalisti. In particolare, in un documento dei primi di aprile, l'Ucpi lamentava «l'assenza di qualsiasi sanzione» concreta per i pm dormiglioni. E il fatto che anche «la discovery resta fine a se stessa, non essendo finalizzata ad un contraddittorio dinanzi a un giudice terzo». Peraltro, osserva ancora l'Ucpi, «la negligenza rilevante ai fini disciplinari è solo quella inescusabile». Che da noi è una mosca bianca.
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Le forze politiche si svegliano e chiedono al Guardasigilli, pronta a scaricare il dossier alla Procura generale della Cassazione, di riferire in Parlamento sullo scandalo Csm. Forza Italia alza il tiro: «Troppe toghe oscure, serve una commissione d'inchiesta».Carmelo Miceli vuole imporre ai pm un limite di 18-24 mesi per decidere sugli indagati.La politica si sveglia, seppure in ritardo, sulla bufera che ha investito il Csm: ieri i partiti di maggioranza e opposizione hanno chiesto al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, di riferire urgentemente in Parlamento sulla vicenda dei verbali con le dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara. La Cartabia dunque dovrà uscire dal letargo, probabilmente suo malgrado: ieri mattina, una scarna nota diffusa da «fonti del ministero della Giustizia» aveva fatto sapere che c'era stata una «telefonata ieri sera (l'altro ieri, ndr) tra la ministra della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione sulla nuova bufera che ha investito il Csm. Marta Cartabia e Giovanni Salvi», proseguivano le fonti, «hanno fatto il punto della situazione e convenuto che sia la Procura generale a valutare ora iniziative disciplinari, già preannunciate. La ministra della Giustizia Marta Cartabia segue con attenzione gli sviluppi della vicenda». E meno male! Mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è anche il capo del Csm, continua a non dire mezza parola su questa incredibile vicenda, i partiti politici, come dicevamo, ieri si sono mossi, tutti, chiedendo all'ineffabile Guardasigilli di riferire in Parlamento. Il primo a intervenire nell'aula della Camera per affrontare la questione è stato il deputato di Azione-+Europa Enrico Costa, che ha detto di ritenere necessario che «si faccia chiarezza» su quanto sta accadendo. A ruota, Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, ha chiesto alla Cartabia di riferire sulle «inquietanti vicende che riguardano la magistratura». «Riteniamo sia urgente», ha sottolineato Roberto Turri della Lega, «che il ministro venga in Aula al più presto». Alfredo Bazoli, del Pd, ha parlato di «una vicenda dai contorni oscuri, dal carattere ambiguo, con la tecnica del dossieraggio per gettare fango e discredito. Quindi anche noi», ha aggiunto il deputato dem, «riteniamo sia opportuno un chiarimento e ci associamo alla richiesta che la ministra riferisca in Aula il prima possibile». Identica richiesta da parte di Lucia Annibali di Italia viva e Federico Conte di Leu. Ha chiesto «chiarezza e trasparenza» Eugenio Saitta, del M5s. Dall'opposizione, Galeazzo Bignami, di Fdi, ha sottolineato che «è doveroso che il ministro riferisca in Aula». «Sarà mia premura riferire al presidente Fico», ha detto il vicepresidente Andrea Mandelli, presidente di turno dell'assemblea. Durissimo il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «È urgente e prioritaria la commissione d'inchiesta parlamentare sul Csm e sulla magistratura. Troppe toghe oscure oggi minano un'istituzione fondamentale. Servono pulizia e verità. Troppi tacciono. E anche le massime istituzioni devono parlare. Ma Davigo», ha aggiunto Gasparri, «perché non risponde pubblicamente? E perché tanti giornalisti che lo hanno esaltato non lo incalzano? Ha parlato con la presidenza della Repubblica? Con quali istituzioni si è confrontato?».Da una parte, dunque, il panorama politico, dall'altra il mondo della magistratura che vive in stato di fibrillazione. Inevitabilmente, visto che il Csm e quattro Procure della Repubblica - Milano, Brescia, Perugia e Roma - sono coinvolte nel caso dei verbali in cui Amara parla della presunta loggia segreta. Fino ad oggi l'ex consulente di Eni non ha consegnato agli inquirenti la lista in cui figurerebbero 40 nomi e avrebbe detto che la conserva Giuseppe Calafiore all'estero. Il clima più teso, dicevamo, si respira a Palazzo dei Marescialli, dato che uno dei protagonisti principali di questa storia è Piercamillo Davigo, il quale proprio oggi verrà ascoltato dai pm di Roma. A distanza di poco più di un anno, era l'aprile del 2020 quando l'ex toga di Mani pulite riceveva il materiale dal pm Paolo Storari (che rischia un procedimento per incompatibilità ambientale), ci si interroga su chi al Csm abbia visto le carte provenienti da Milano. Secondo la versione fornita da Davigo, il vicepresidente David Ermini e il procuratore generale della Cassazione erano a conoscenza dei verbali di Amara. Eppure dallo stesso Csm circola la voce che almeno otto consiglieri sapessero, tra questi il laico Fulvio Gigliotti e i togati di Area (corrente progressista) Giuseppe Cascini e Giuseppe Marra di A&i. Ieri si è mosso anche il tribunale di Milano: il suo presidente Roberto Bichi ha acquisito dalla Procura di Brescia gli atti del fascicolo archiviato che era stato aperto dopo che i pm milanesi, su decisione del loro capo Francesco Greco, avevano trasmesso ai colleghi passaggi di un verbale di Amara in cui gettava un'ombra sui giudici del processo Eni-Nigeria. Greco dovrà anche presentare due relazioni sulla vicenda Amara: una al procuratore generale della Cassazione Salvi e l'altra a Francesca Nanni, pg della Corte di Appello di Milano. Ma non è finita qui, perché la Procura di Brescia, competente in materia penale sui colleghi meneghini, ha formalmente aperto un fascicolo. Domani la decisione del tribunale del Riesame di Roma sulla restituzione del materiale sequestrato all'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, indagata per calunnia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-partiti-premono-cartabia-venga-in-aula-2652875465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-i-dem-riabilitano-berlusconi-riesumando-il-processo-breve" data-post-id="2652875465" data-published-at="1620153472" data-use-pagination="False"> Ora i dem «riabilitano» Berlusconi riesumando il processo breve Mai più indagati per sempre. Basta indagini che non si sa quando iniziano, quando finiscono e, soprattutto, come finiscono. Con l'effetto di trasformare per anni e anni un qualunque cittadino in una specie di imputato fantasma, condannato ancor prima di una sentenza a perdere serenità, affetti, offerte di lavoro, solo e unicamente per l'inerzia del pm di turno. L'occasione di mettere fine a una delle storture più gravi dei processi italiani è nella legge delega per la riforma del rito penale, in discussione alla Camera in commissione Giustizia, dove si sta facendo largo l'idea che se si vuole limitare il fenomeno della prescrizione, si deve intervenire innanzitutto sulle indagini preliminari. Un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, che però oggi è stato fatto proprio dal Pd, andando oltre, con una serie di emendamenti, perfino al già puntuale intervento dell'Unione camere penali italiane (Ucpi). Il provvedimento base è quello varato dal governo Conte bis la scorsa primavera, 18 articoletti preparati dall'allora ministro Alfonso Bonafede, volenterosi, ma scoordinati e poco ambiziosi. Adesso che in Via Arenula c'è Marta Cartabia, i partiti che appoggiano il governo di Mario Draghi hanno capito che in Parlamento la delega può essere migliorata. E in commissione a Montecitorio, ieri, l'avvocato siciliano e deputato del Pd Carmelo Miceli ha presentato una serie di emendamenti assai garantisti, che guardano apertamente anche alle posizioni di Azione, Italia viva, di gran parte di Forza Italia e della Lega. In sostanza, grillini a parte, le proposte di Miceli hanno buona possibilità di successo, se la Camera non farà l'errore di spaccarsi nei soliti due fronti, ovvero «amici dei magistrati» contro «amici degli avvocati». Le novità mirano a imporre ai pm, dopo 18-24 mesi dall'iscrizione dell'indagato (a seconda della gravità dei reati), di rispondere entro un tempo certo e ragionevolmente breve (tra uno e sei mesi) su come intendano definire il procedimento: richiesta di archiviazione, o richiesta di rinvio a giudizio. E in caso di inerzia, scatta l'obbligo di discovery delle indagini di fronte al Gip. Lo scopo è evitare che si ripetano casi purtroppo comuni, come quelli di indagati per truffa aggravata tra privati che sono rimasti nel limbo per quattro e mezzo. Del resto, le ultime statistiche del ministero della Giustizia (primo semestre 2018) dicono che il 53% delle prescrizioni è dovuto a indagini lumaca. Di fatto, l'istanza immaginata dagli emendamenti (rivolta al procuratore capo) mette in mora il pm pigro o confusionario. Nel caso non ci siano persone offese del reato, l'indagato chiede semplicemente la definizione della sua posizione. Nel caso vi sia una persona offesa, l'istanza viene notificata anche a essa, in modo che possa naturalmente «controllare» di fronte a un giudice che cosa intende fare davvero la Procura. «Con il Recovery abbiamo un'occasione unica, snellire la giustizia, non solo civile, ma anche penale», spiega Miceli alla Verità. Perché gli stranieri non verranno mai in Italia a investire sulle grandi opere infrastrutturali se poi basta una sequestro preventivo per un presunto reato ambientale (deciso magari da un pm di una piccola Procura a caccia di notorietà), per bloccare un cantiere per anni e anni. La proposta di tempi certi, aggiunge il deputato dem, «consente allo stesso pm, che magari non aveva tempo di scrivere e motivare la richiesta di proscioglimento, di rispondere in tempi rapidi all'istanza dell'indagato». Non che la delega del governo non si fosse posta il problema, ma la soluzione adottata era stata bocciata anche dai penalisti. In particolare, in un documento dei primi di aprile, l'Ucpi lamentava «l'assenza di qualsiasi sanzione» concreta per i pm dormiglioni. E il fatto che anche «la discovery resta fine a se stessa, non essendo finalizzata ad un contraddittorio dinanzi a un giudice terzo». Peraltro, osserva ancora l'Ucpi, «la negligenza rilevante ai fini disciplinari è solo quella inescusabile». Che da noi è una mosca bianca.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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