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2018-06-11
La Borsa è il posto migliore per mettere al sicuro il proprio fondo pensione
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- Un po' alla volta gli italiani cominciano a sentire la necessità della previdenza complementare. Secondo la relazione annuale Covip, gli strumenti integrativi rendono in ogni caso più del Tfr.
- Al Nord Italia va quasi il 60% della raccolta, mentre il Centro italia resta al palo. Il secondo pilastro non sfonda in Molise e in Basilicata: hanno meno dell'1% di aderenti.
- Cresce il numero di iscritti ma calano i versamenti. Uno su quattro non paga. Pesa la mancanza di liquidità, soprattutto tra i lavoratori under 30.
Lo speciale contiene tre articoli
Partiamo da una considerazione: investire in un fondo pensione oggi conviene molto di più che attendere la rivalutazione del Tfr. A dirlo è la relazione annuale Covip, l'autorità amministrativa indipendente che ha il compito di vigilare sul buon funzionamento del sistema dei fondi pensione. Secondo lo studio, investire in un prodotto della previdenza complementare in media, nel 2017, ha permesso ritorni netti (perciò considerando nel computo tutti i costi) tra il 2% e il 5% circa in base al tipo di investimento.
Il merito di questi buoni risultati è in gran parte dei mercati azionari. L'andamento positivo degli ultimi anni ha infatti sostenuto i rendimenti, favoriti in Italia anche da un regime fiscale agevolato che permette di scaricare fiscalmente quanto versato. In particolare, i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6% e il 3,3%. Per i Pip nuovi di ramo III il rendimento medio è stato del 2,2% e per le gestioni separate di ramo I l'1,9%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell'1,7%. Sempre considerando il 2017, i comparti azionari sono quelli che hanno reso in assoluto di più: il 5,9% nel caso dei fondi negoziali, il 7,2% in quello dei fondi aperti e il 3,2% per chi ha scelto il ramo III.
Nel periodo dal 2008 al 2017, molto difficile a causa della turbolenza dei mercati finanziari, il rendimento netto medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato del 3,3%, quello dei fondi aperti del 3%, dei Pip del 2,8% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per quelle di ramo III, sempre superiore anche in questo caso rispetto alla rivalutazione del Tfr, che è stata del 2,1%. A livello di costi, i Pip sono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l'indicatore sintetico dei costi è in media del 2,2% (1,9% per le gestioni separate di ramo I e 2,3% per le gestioni di ramo III), mentre si conferma la minore onerosità dei fondi pensione negoziali (0,4%) e dei fondi pensione aperti (1,3%).
Come dicevamo, dunque, gli strumenti azionari puri sono quelli che, in tutti i tipi di fondi pensione, hanno garantito i rendimenti migliori, seguiti da quelli bilanciati e, con molta distanza, dai prodotti obbligazionari. Questi ultimi si dividono in due categorie. I prodotti pensionistici che puntano sull'obbligazionario puro (e che hanno perso più di tutti con risultati dello zero virgola) e quelli misti che hanno fatto leggermente meglio. Il consiglio dunque è di scegliere prodotti azionari o bilanciati con la prospettiva di tenere a lungo l'investimento. In questo modo le difficoltà dei mercati verranno attenuate anno dopo anno.
Secondo lo studio Covip, alla fine del 2017, i fondi pensione in Italia erano 415: 35 fondi negoziali, 43 fondi aperti, 77 piani individuali pensionistici, 259 fondi preesistenti (quelli prima dell'emanazione del decreto legislativo 124 del 1993 che istituisce la previdenza complementare) e Fondinps (un fondo residuale istituito nel 2005 e al quale confluisce il Tfr dei lavoratori decidono di investire parte del salario in una forma complementare pur non avendo un fondo negoziale di categoria). Rispetto al 2016, si è registrata una riduzione di 37 prodotti. Di questi, 35 fondi erano preesistenti.
Grazie a tutti questi prodotti, dal 2005 (anno in cui c'è stata la riforma della previdenza integrativa in Italia) alla fine del 2017 gli italiani avevano versato nella previdenza complementare 162,3 miliardi di euro, un valore in aumento del 7,3% rispetto all'anno precedente (con una media di 2620 euro a contribuente): un ammontare pari al 9,5% del prodotto interno lordo e al 3,7% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
I contributi raccolti solo nel 2017 sono stati pari a 14,9 miliardi di euro, di cui quasi tre quarti in arrivo dalle forme previdenziali di nuova istituzione. I contributi destinati ai fondi aperti e ai Pip sono cresciuti di circa il 9%, mentre l'incremento nei fondi negoziali è stato soltanto al 3,5%. In compenso, secondo la Covip, nel 2017, il sistema della previdenza complementare ha dato ai suoi contribuenti 7,6 miliardi di euro. I riscatti (chi cioè ha avuto bisogno di denaro prima di smettere di lavorare) sono stati pari a quasi 2,2 miliardi di euro, mentre le anticipazioni (chi ha chiesto solo una parte del capitale prima del tempo), pari a oltre 2 miliardi di euro, sono in linea con il valore elevato del 2016.
Quello che è chiaro dai dati forniti dalla Covip, è che gli italiani stanno sempre più entrando nell'ordine di idee che la pensione pubblica non sarà più sufficiente e che, pertanto, diventa indispensabile correre ai ripari. L'importante, però, è anche scegliere il modo migliore per farlo e i dati forniti dalla commissione di vigilanza sui fondi pensione servono proprio a questo.
Gianluca Baldini
INFOGRAFICA
La Lombardia vale un quinto dell'intero sistema nazionale
A un primo sguardo verrebbe da dire che il Sud sia la parte dell'Italia con meno iscritti alla pensione complementare, perché tradizionalmente meno abbiente. Invece, anche se di poco, è il Centro Italia l'area con meno iscritti. Ampiamente in prima posizione troviamo invece il Nord. L'analisi arriva dalla relazione annuale della Covip, la commissione di vigilanza sulle pensioni, che dal 2016 ha la possibilità di indicare la composizione demografica degli iscritti alle diverse forme di previdenza complementare. Su 7,56 milioni di italiani che hanno una pensione integrativa, il 56,7% arriva dal Nord Italia (il 25% dal Nord Est e il 31,8% dal Nord Ovest). L'Italia meridionale e le isole rappresentano invece il 23,2% degli iscritti, mentre il centro il 19,9%.
Dando uno sguardo alle Regioni, solo la Lombardia vale un quinto di tutti il sistema di previdenza complementare italiano con il 20,2% degli iscritti. In seconda posizione troviamo il Veneto con il 10,5%. Medaglia di bronzo all'Emilia Romagna con l'8,6%. Ci sono poi il Piemonte con l'8,5% del totale e il Lazio, che con Roma dovrebbe dare un notevole apporto al sistema, ma che in realtà è in quinta posizione con l'8,3%. Seguono poi la Toscana (7,2%) e la Campania con il 6%. Importante anche l'apporto della Sicilia con il 5,3%, quello della Puglia con il 4,7% e del Trentino Alto Adige con il 3,4%.
Ciò che stupisce, però, è che ancora oggi ci siano ancora regioni dove la previdenza integrativa non esista o quasi. In Valle d'Aosta c'è lo 0,3% degli iscritti del Paese, in Basilicata lo 0,8% e in Molise lo 0,5%. Certo, si tratta di Regione poco popolose, ma su 7,6 milioni di italiani, facendo due calcoli, si tratta di pochissime migliaia di persone. Davvero poche anche per quelle aree.
A livello di prodotti, il Nord Ovest (che vale poco meno di un terzo di tutta Italia) si divide abbastanza equamente. I fondi negoziali sono stati scelti dal 31,3% degli iscritti, il 33,9% ha scelto un fondo aperto, il 29,9 un piano individuale pensionistico e il 41,6% si è affidato a un fondo preesistente. Simile la scelta di prodotti nell'area nordorientale del Paese. Il 25,7% ha scelto un fondo negoziale, il 28,6% uno aperto, il 21,9% un fondo preesistente e il 24% un Pip. Anche al centro la divisione tra i quattro tipi di prodotti di previdenza complementare è piuttosto omogenea con circa il 20% per ogni strumento. Le differenze maggiori si riscontrano invece al Sud. In quest'area la fanno da padrone i fondi negoziali (probabilmente perché inclusi all'interno di un contratto di lavoro) con il 24,4% degli iscritti e i Pip con il 25,2%. I fondi aperti, che può comprare qualunque lavoratore, sono stati scelti solo dal 18% dei contribuenti. Ancora più bassa la quota dei prodotti pensionistici preesistenti (15%).
Da questa fotografia si intuisce dunque come l'Italia, in termini di pensione complementare, sia ancora a macchia di leopardo, con zone molto attive (come la Lombardia o il Veneto) e aree in cui non ci sono abbastanza soldi per sottoscrivere una pensione integrativa.
Gianluca Baldini
Crescono gli iscritti ma uno su quattro non fa versamenti
Continua a crescere il numero degli iscritti alla previdenza complementare, ma quasi uno su quattro non fa versamenti. È quanto emerge dalla relazione annuale della Covip, presentata alla Camera dei deputati dal presidente Mario Padula. Alla fine del 2017, spiega la commissione sui fondi pensione, il numero di iscritti alla previdenza complementare era di 7,6 milioni, in crescita del 6,1% rispetto all'anno precedente, per un totale di circa 8,3 milioni di posizioni in essere (che includono di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto).
I contributi per singolo iscritto sono stati in media di 2.620 euro nell'arco dell'anno, ma il numero delle posizioni sulle quali nel corso dell'anno non sono confluiti versamenti è stato di 2,1 milioni, in crescita del 14% rispetto al 2016: il 23,5% del totale degli iscritti alla previdenza complementare (1,8 milioni), quasi un quarto, non ha effettuato contribuzioni nel 2017.
Ma come hanno investito i loro soldi i contribuenti italiani? L'allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione, sottolinea la Covip, mostra rispetto agli scorsi anni una tendenza alla maggiore diversificazione tra tipologie di titoli. A fine 2017, la quota degli investimenti in titoli di Stato è stata pari al 41,5%, diminuendo di cinque punti percentuali rispetto all'anno precedente; per circa due terzi la diminuzione è imputabile ai titoli di stato italiani, la cui quota a fine 2017 è scesa al 22,7%. Sono invece aumentate le quote degli investimenti in altri tipi di obbligazioni (pari al 16,6%), in titoli azionari (pari al 17,7%) e in fondi comuni di investimento (pari al 14,4%). Anche i depositi si sono mostrati in aumento, avendo raggiunto il 7,2% del patrimonio da investire. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano il 2,9% del patrimonio, in diminuzione però di 0,4 punti percentuali rispetto al 2016.
Il problema dunque è che, in parole povere, c’è una gran fetta di italiani che la previdenza integrativa non se la può permettere perché non ha sufficiente liquidità. Tra questi chi ha maggior problemi sono i lavoratori intorno ai 30 anni. «I giovani rimangono ai margini del sistema di previdenza complementare, anche per effetto delle difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro con continuità di rapporto e adeguatezza di retribuzione. Ne va della loro copertura previdenziale», ha detto il presidente della Covip, Mario Padula, presentando la relazione annuale al Parlamento.
«Al di sotto dei 34 anni», ha continuato, «la partecipazione alla previdenza complementare, (che in quello scaglione è del 19%), è di oltre un terzo inferiore rispetto alle fasce di età più mature e la contribuzione è meno della metà. Lo stesso vale per le donne, la cui partecipazione è più bassa degli uomini: 25,4 contro 31,4% in media, forbice che si mantiene su tutte le classi di età; la contribuzione è di un quinto inferiore», ha concluso.
Con questi numeri, non resta che capire come si muoverà il neonato governo italiano. Da un lato la pensione pubblica non potrà garantire ai futuri pensionati uno stile di vita dignitoso, dall’altro chi oggi lavora, spesso, non può permettersi una pensione integrativa. Un problema serissimo che, fino a oggi, nessun governo è mai riuscito a risolvere.
Gianluca Baldini
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Un po' alla volta gli italiani cominciano a sentire la necessità della previdenza complementare. Secondo la relazione annuale Covip, gli strumenti integrativi rendono in ogni caso più del Tfr. Al Nord Italia va quasi il 60% della raccolta, mentre il Centro italia resta al palo. Il secondo pilastro non sfonda in Molise e in Basilicata: hanno meno dell'1% di aderenti. Cresce il numero di iscritti ma calano i versamenti. Uno su quattro non paga. Pesa la mancanza di liquidità, soprattutto tra i lavoratori under 30. Lo speciale contiene tre articoli Partiamo da una considerazione: investire in un fondo pensione oggi conviene molto di più che attendere la rivalutazione del Tfr. A dirlo è la relazione annuale Covip, l'autorità amministrativa indipendente che ha il compito di vigilare sul buon funzionamento del sistema dei fondi pensione. Secondo lo studio, investire in un prodotto della previdenza complementare in media, nel 2017, ha permesso ritorni netti (perciò considerando nel computo tutti i costi) tra il 2% e il 5% circa in base al tipo di investimento. Il merito di questi buoni risultati è in gran parte dei mercati azionari. L'andamento positivo degli ultimi anni ha infatti sostenuto i rendimenti, favoriti in Italia anche da un regime fiscale agevolato che permette di scaricare fiscalmente quanto versato. In particolare, i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6% e il 3,3%. Per i Pip nuovi di ramo III il rendimento medio è stato del 2,2% e per le gestioni separate di ramo I l'1,9%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell'1,7%. Sempre considerando il 2017, i comparti azionari sono quelli che hanno reso in assoluto di più: il 5,9% nel caso dei fondi negoziali, il 7,2% in quello dei fondi aperti e il 3,2% per chi ha scelto il ramo III. Nel periodo dal 2008 al 2017, molto difficile a causa della turbolenza dei mercati finanziari, il rendimento netto medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato del 3,3%, quello dei fondi aperti del 3%, dei Pip del 2,8% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per quelle di ramo III, sempre superiore anche in questo caso rispetto alla rivalutazione del Tfr, che è stata del 2,1%. A livello di costi, i Pip sono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l'indicatore sintetico dei costi è in media del 2,2% (1,9% per le gestioni separate di ramo I e 2,3% per le gestioni di ramo III), mentre si conferma la minore onerosità dei fondi pensione negoziali (0,4%) e dei fondi pensione aperti (1,3%). Come dicevamo, dunque, gli strumenti azionari puri sono quelli che, in tutti i tipi di fondi pensione, hanno garantito i rendimenti migliori, seguiti da quelli bilanciati e, con molta distanza, dai prodotti obbligazionari. Questi ultimi si dividono in due categorie. I prodotti pensionistici che puntano sull'obbligazionario puro (e che hanno perso più di tutti con risultati dello zero virgola) e quelli misti che hanno fatto leggermente meglio. Il consiglio dunque è di scegliere prodotti azionari o bilanciati con la prospettiva di tenere a lungo l'investimento. In questo modo le difficoltà dei mercati verranno attenuate anno dopo anno. Secondo lo studio Covip, alla fine del 2017, i fondi pensione in Italia erano 415: 35 fondi negoziali, 43 fondi aperti, 77 piani individuali pensionistici, 259 fondi preesistenti (quelli prima dell'emanazione del decreto legislativo 124 del 1993 che istituisce la previdenza complementare) e Fondinps (un fondo residuale istituito nel 2005 e al quale confluisce il Tfr dei lavoratori decidono di investire parte del salario in una forma complementare pur non avendo un fondo negoziale di categoria). Rispetto al 2016, si è registrata una riduzione di 37 prodotti. Di questi, 35 fondi erano preesistenti. Grazie a tutti questi prodotti, dal 2005 (anno in cui c'è stata la riforma della previdenza integrativa in Italia) alla fine del 2017 gli italiani avevano versato nella previdenza complementare 162,3 miliardi di euro, un valore in aumento del 7,3% rispetto all'anno precedente (con una media di 2620 euro a contribuente): un ammontare pari al 9,5% del prodotto interno lordo e al 3,7% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. I contributi raccolti solo nel 2017 sono stati pari a 14,9 miliardi di euro, di cui quasi tre quarti in arrivo dalle forme previdenziali di nuova istituzione. I contributi destinati ai fondi aperti e ai Pip sono cresciuti di circa il 9%, mentre l'incremento nei fondi negoziali è stato soltanto al 3,5%. In compenso, secondo la Covip, nel 2017, il sistema della previdenza complementare ha dato ai suoi contribuenti 7,6 miliardi di euro. I riscatti (chi cioè ha avuto bisogno di denaro prima di smettere di lavorare) sono stati pari a quasi 2,2 miliardi di euro, mentre le anticipazioni (chi ha chiesto solo una parte del capitale prima del tempo), pari a oltre 2 miliardi di euro, sono in linea con il valore elevato del 2016. Quello che è chiaro dai dati forniti dalla Covip, è che gli italiani stanno sempre più entrando nell'ordine di idee che la pensione pubblica non sarà più sufficiente e che, pertanto, diventa indispensabile correre ai ripari. L'importante, però, è anche scegliere il modo migliore per farlo e i dati forniti dalla commissione di vigilanza sui fondi pensione servono proprio a questo. 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Invece, anche se di poco, è il Centro Italia l'area con meno iscritti. Ampiamente in prima posizione troviamo invece il Nord. L'analisi arriva dalla relazione annuale della Covip, la commissione di vigilanza sulle pensioni, che dal 2016 ha la possibilità di indicare la composizione demografica degli iscritti alle diverse forme di previdenza complementare. Su 7,56 milioni di italiani che hanno una pensione integrativa, il 56,7% arriva dal Nord Italia (il 25% dal Nord Est e il 31,8% dal Nord Ovest). L'Italia meridionale e le isole rappresentano invece il 23,2% degli iscritti, mentre il centro il 19,9%.Dando uno sguardo alle Regioni, solo la Lombardia vale un quinto di tutti il sistema di previdenza complementare italiano con il 20,2% degli iscritti. In seconda posizione troviamo il Veneto con il 10,5%. Medaglia di bronzo all'Emilia Romagna con l'8,6%. Ci sono poi il Piemonte con l'8,5% del totale e il Lazio, che con Roma dovrebbe dare un notevole apporto al sistema, ma che in realtà è in quinta posizione con l'8,3%. Seguono poi la Toscana (7,2%) e la Campania con il 6%. Importante anche l'apporto della Sicilia con il 5,3%, quello della Puglia con il 4,7% e del Trentino Alto Adige con il 3,4%. Ciò che stupisce, però, è che ancora oggi ci siano ancora regioni dove la previdenza integrativa non esista o quasi. In Valle d'Aosta c'è lo 0,3% degli iscritti del Paese, in Basilicata lo 0,8% e in Molise lo 0,5%. Certo, si tratta di Regione poco popolose, ma su 7,6 milioni di italiani, facendo due calcoli, si tratta di pochissime migliaia di persone. Davvero poche anche per quelle aree. A livello di prodotti, il Nord Ovest (che vale poco meno di un terzo di tutta Italia) si divide abbastanza equamente. I fondi negoziali sono stati scelti dal 31,3% degli iscritti, il 33,9% ha scelto un fondo aperto, il 29,9 un piano individuale pensionistico e il 41,6% si è affidato a un fondo preesistente. Simile la scelta di prodotti nell'area nordorientale del Paese. Il 25,7% ha scelto un fondo negoziale, il 28,6% uno aperto, il 21,9% un fondo preesistente e il 24% un Pip. Anche al centro la divisione tra i quattro tipi di prodotti di previdenza complementare è piuttosto omogenea con circa il 20% per ogni strumento. Le differenze maggiori si riscontrano invece al Sud. In quest'area la fanno da padrone i fondi negoziali (probabilmente perché inclusi all'interno di un contratto di lavoro) con il 24,4% degli iscritti e i Pip con il 25,2%. I fondi aperti, che può comprare qualunque lavoratore, sono stati scelti solo dal 18% dei contribuenti. Ancora più bassa la quota dei prodotti pensionistici preesistenti (15%).Da questa fotografia si intuisce dunque come l'Italia, in termini di pensione complementare, sia ancora a macchia di leopardo, con zone molto attive (come la Lombardia o il Veneto) e aree in cui non ci sono abbastanza soldi per sottoscrivere una pensione integrativa.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-mercati-azionari-spingono-i-fondi-pensione-ritorni-fino-al-5-2576520371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crescono-gli-iscritti-ma-uno-su-quattro-non-fa-versamenti" data-post-id="2576520371" data-published-at="1774337925" data-use-pagination="False"> Crescono gli iscritti ma uno su quattro non fa versamenti Continua a crescere il numero degli iscritti alla previdenza complementare, ma quasi uno su quattro non fa versamenti. È quanto emerge dalla relazione annuale della Covip, presentata alla Camera dei deputati dal presidente Mario Padula. Alla fine del 2017, spiega la commissione sui fondi pensione, il numero di iscritti alla previdenza complementare era di 7,6 milioni, in crescita del 6,1% rispetto all'anno precedente, per un totale di circa 8,3 milioni di posizioni in essere (che includono di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto).I contributi per singolo iscritto sono stati in media di 2.620 euro nell'arco dell'anno, ma il numero delle posizioni sulle quali nel corso dell'anno non sono confluiti versamenti è stato di 2,1 milioni, in crescita del 14% rispetto al 2016: il 23,5% del totale degli iscritti alla previdenza complementare (1,8 milioni), quasi un quarto, non ha effettuato contribuzioni nel 2017.Ma come hanno investito i loro soldi i contribuenti italiani? L'allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione, sottolinea la Covip, mostra rispetto agli scorsi anni una tendenza alla maggiore diversificazione tra tipologie di titoli. A fine 2017, la quota degli investimenti in titoli di Stato è stata pari al 41,5%, diminuendo di cinque punti percentuali rispetto all'anno precedente; per circa due terzi la diminuzione è imputabile ai titoli di stato italiani, la cui quota a fine 2017 è scesa al 22,7%. Sono invece aumentate le quote degli investimenti in altri tipi di obbligazioni (pari al 16,6%), in titoli azionari (pari al 17,7%) e in fondi comuni di investimento (pari al 14,4%). Anche i depositi si sono mostrati in aumento, avendo raggiunto il 7,2% del patrimonio da investire. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano il 2,9% del patrimonio, in diminuzione però di 0,4 punti percentuali rispetto al 2016.Il problema dunque è che, in parole povere, c’è una gran fetta di italiani che la previdenza integrativa non se la può permettere perché non ha sufficiente liquidità. Tra questi chi ha maggior problemi sono i lavoratori intorno ai 30 anni. «I giovani rimangono ai margini del sistema di previdenza complementare, anche per effetto delle difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro con continuità di rapporto e adeguatezza di retribuzione. Ne va della loro copertura previdenziale», ha detto il presidente della Covip, Mario Padula, presentando la relazione annuale al Parlamento.«Al di sotto dei 34 anni», ha continuato, «la partecipazione alla previdenza complementare, (che in quello scaglione è del 19%), è di oltre un terzo inferiore rispetto alle fasce di età più mature e la contribuzione è meno della metà. Lo stesso vale per le donne, la cui partecipazione è più bassa degli uomini: 25,4 contro 31,4% in media, forbice che si mantiene su tutte le classi di età; la contribuzione è di un quinto inferiore», ha concluso.Con questi numeri, non resta che capire come si muoverà il neonato governo italiano. Da un lato la pensione pubblica non potrà garantire ai futuri pensionati uno stile di vita dignitoso, dall’altro chi oggi lavora, spesso, non può permettersi una pensione integrativa. Un problema serissimo che, fino a oggi, nessun governo è mai riuscito a risolvere.Gianluca Baldini
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 marzo con Francesco Borgonovo
Benjamin Netanyahu (Ansa)
L’emittente Channel 12 ha però interpellato un alto funzionario della sicurezza nazionale, piuttosto cauto sulle prospettive di pace: è «prematuro» parlarne, ha risposto, aggiungendo che «non è previsto che Teheran accetti le condizioni attuali». Eventualmente, per Israele, che già scommetteva su almeno un altro paio di settimane di bombardamenti, si tratterebbe di scegliere: accodarsi agli Usa (più probabile) o andare avanti da sé (difficile, se venissero meno supporto logistico e rifornimenti americani).
Subito dopo l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca, che avrebbe concordato la sospensione per cinque giorni dei raid sulle infrastrutture energetiche, i media dello Stato ebraico hanno riferito che Tel Aviv era stata informata dal suo alleato e che era disposta ad adeguarsi ai termini della tregua. Nonostante la comunicazione dell’aeronautica, la quale sosteneva di aver lanciato un’offensiva contro Teheran. «Trump», ha poi spiegato una fonte israeliana, «ha senza dubbio fatto marcia indietro perché ha capito che il suo ultimatum» di 48 ore, diramato sabato, «non fa che complicare la situazione».
L’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, all’inizio non ha commentato le dichiarazioni di The Donald, benché quest’ultimo assicurasse: «Israele sarà molto contento». Nel pomeriggio, JD Vance ha contattato il premier, con cui ha discusso le «componenti di un possibile accordo» per chiudere il conflitto. Alla fine, Netanyahu ha parlato al telefono con Trump: «Egli crede», ha riferito, «che ci sia una possibilità di sfruttare i successi militari per raggiungere tutti gli obiettivi attraverso un accordo. Tale accordo», ha giurato, «salvaguarderà i nostri interessi». Ma intanto, «continueremo a dirigere gli attacchi in Iran e Libano per eliminare il programma missilistico e nucleare e le leadership di Hezbollah». Si vede: le raffiche di ordigni sul Paese dei cedri hanno provocato 1.039 morti, tra cui 118 bambini.
Rispetto al leader Usa, Bibi ha meno da perdere. Questa guerra non avrà ridisegnato in modo definitivo l’equilibrio del Medio Oriente, ma è stata un passetto in più verso la costituzione del Grande Israele, antico pallino del sionismo oltranzista. Netanyahu bramava di coinvolgere gli Usa contro l’Iran almeno da un suo editoriale del 2002 su Chicago Sun-Times. Ieri, Reuters ha rivelato che, meno di 48 ore prima che scoppiassero le ostilità, egli ha convinto il tycoon a intervenire, ingolosendolo con la possibilità di uccidere Ali Khamenei. Non ha ottenuto un cambio di regime, però i simboli della tirannide sciita sono caduti vittime dei targeted killing e la nuova Guida suprema, Mojtaba, sarebbe ferita, isolata e impossibilitata a rispondere ai messaggi, stando al Washington Post. Se Teheran ha tenuto botta, le sue capacità sono state ridotte e il suo programma atomico dovrebbe essere stato riportato indietro di qualche anno. Certo, le mitologiche difese aree israeliane hanno mostrato dei limiti. Nessuna «cupola» è impenetrabile. Quella dello Stato ebraico era stata già messa a dura prova, nel 2025, da Hezbollah, dagli Huthi e dai missili balistici degli ayatollah. Stavolta, ha fatto impressione che un «buco» sia stato aperto ad Arad e Dimona, sede delle installazioni nucleari. Le Idf hanno ammesso malfunzionamenti nei sistemi antimissile. In più, l’economia è sotto pressione: la sospensione di diverse attività sta frenando la produzione e sul bilancio statale peseranno le enormi spese militari. Non a caso, la banca centrale, ieri, ha invocato un aumento della pressione fiscale. Ma è qui che si inseriscono le ambizioni di Netanyahu.
Qualche giorno fa, il premier le ha illustrate chiaramente: vista la situazione nel Golfo, ha osservato, «quello che bisogna fare è avere percorsi alternativi. Anziché passare per i punti bloccati degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb», minacciato dai ribelli yemeniti, «bisogna fare in modo che tutti gli oleodotti e i gasdotti vadano verso Ovest, attraverso la penisola arabica, direttamente nei nostri porti mediterranei». Vasto programma. Gli farebbe concorrenza il disegno egiziano: sfruttare l’oleodotto Sumed, che sbocca a Sidi Kerir, sulla costa mediterranea. E il piano andrebbe conciliato con lo spirito dei Patti di Abramo: l’iniziativa, al netto dei tempi di realizzazione dilatati, porterebbe le monarchie sunnite fuori dall’impasse iraniana, ma le metterebbe in posizione subordinata rispetto a Israele. Che invece, trasformandosi in un hub energetico di rilievo globale, accrescerebbe enormemente il suo potere negoziale: per chi dipende dalle importazioni di fonti fossili da quelle aree, diventerebbe impossibile opporsi ai disegni geopolitici di Tel Aviv.
Per punzecchiare le cancellerei europee, i vertici dello Stato ebraico stanno facendo leva sul dispiegamento di vettori a lunghissimo raggio da parte dei pasdaran: quei missili, ha annotato su X il ministero degli Esteri israeliano, «raggiungono già l’Europa». Al post era allegata una grafica con quattro razzi puntati su Roma, Londra, Parigi e Berlino. Tradotto: abortite ogni futura missione navale e attaccatevi al tubo di Netanyahu.
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Donald Trump (Getty Images)
La crisi iraniana si avvia verso una svolta diplomatica? Ieri, Donald Trump ha rivelato che sarebbero in corso dei colloqui tra Washington e Teheran: una circostanza che tuttavia è stata seccamente smentita dal regime khomeinista. Ma andiamo con ordine.
«Sono lieto di annunciare che gli Usa e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente», ha dichiarato, ieri, Trump su Truth, per poi aggiungere: «In base al tenore e al tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso».
«Siamo fermamente intenzionati a raggiungere un accordo con l’Iran», ha inoltre detto Trump, parlando con la stampa. Nell’occasione, quando gli è stato chiesto quale fosse il suo interlocutore a Teheran, il presidente americano ha risposto: «Stiamo parlando con l’uomo che credo sia il più rispettato e il leader. Abbiamo a che fare con persone che rappresentano al meglio il Paese».
Non solo. Oltre a rivendicare di aver raggiunto «importanti punti di accordo», Trump ha rivelato che i colloqui si sarebbero svolti nella serata dell’altro ieri e che il team statunitense sarebbe stato guidato da Steve Witkoff, oltre che da Jared Kushner: secondo il Times of Israel, i due avrebbero trattato con il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. In questo quadro, Trump ha detto che lo Stretto di Hormuz verrà «aperto molto presto» e che sarà posto sotto «controllo congiunto» tra Washington e l’ayatollah, «chiunque egli sia». «Direi che ci sono ottime possibilità di raggiungere un accordo», ha aggiunto il presidente statunitense in Tennessee, ribadendo di voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. «L’America e il mondo intero saranno presto molto più sicuri», ha anche detto.
Nel frattempo, secondo Axios, nei prossimi giorni potrebbe essere organizzato un incontro a Islamabad tra alti funzionari americani e iraniani. Sembrerebbe, in particolare, che il team negoziale di Washington possa essere guidato dal vicepresidente, JD Vance. Al contempo, fonti ascoltate dal Times of Israel hanno riferito che Washington avrebbe tenuto aggiornato Israele dei colloqui con Teheran e che «probabilmente» lo Stato ebraico si asterrà da nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. Se confermato, ciò rappresenterebbe una svolta significativa, visto che, dopo i primi giorni di guerra, Gerusalemme, non senza irritazione, aveva chiesto conto agli americani di presunti contatti segreti con il regime khomeinista.
Allo stesso tempo, se veramente dovesse essere Vance a guidare il team negoziale statunitense a Islamabad, ciò significherebbe un rafforzamento politico del vicepresidente, che è sempre stato notoriamente scettico nei confronti di un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Tra l’altro, stando a Channel 12, il numero due della Casa Bianca, ieri, avrebbe avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu su un possibile accordo tra Usa e Iran.
Sotto questo aspetto, è interessante ricordare che, a ottobre, emerse come, all’interno dell’attuale amministrazione americana, il vicepresidente fosse forse la figura meno morbida nei confronti del premier israeliano. Frattanto, fonti dello Stato ebraico hanno riferito a Ynet che Trump avrebbe fissato al 9 aprile la data per concludere la guerra.
Tutto questo, mentre dietro l’iniziativa diplomatica americana si celerebbe anche un ruolo di Pakistan, Turchia ed Egitto. Inoltre sarà un caso, ma, dopo la rivelazione dei colloqui da parte del presidente americano, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto una telefonata con l’omologo russo, Sergej Lavrov. Nell’occasione, quest’ultimo, secondo Mosca, ha «sottolineato l’urgente necessità di porre fine immediatamente alle ostilità e di avviare un percorso verso una soluzione politica e diplomatica». Che si stia registrando una sotterranea sponda tra Casa Bianca e Cremlino per risolvere la crisi iraniana?
Eppure, dall’altra parte, il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia avuto dei colloqui con gli Stati Uniti negli ultimi 24 giorni: una posizione, questa, espressa anche da Ghalibaf. «Non ci sono stati negoziati con gli Stati Uniti. Le notizie false hanno lo scopo di manipolare i mercati finanziari e petroliferi e di uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele», ha affermato, mentre le Guardie della rivoluzione hanno definito il presidente americano come «disonesto». Ha davvero ragione l’Iran a dire che Trump si sarebbe inventato tutto per abbassare il costo dell’energia? Oppure Teheran sta tergiversando in un’ottica di tattica negoziale?
Una terza possibilità è che il regime khomeinista sia sempre più spaccato al suo interno e che si stia consumando una lotta intestina per decidere quale linea tenere nei confronti di Washington. Come che sia, un funzionario iraniano ha ammesso ad Al Jazeera che, negli ultimi giorni, la Repubblica islamica ha trasmesso dei messaggi agli Usa tramite Turchia ed Egitto. Trump, dal canto suo, sta cercando un interlocutore stabile a Teheran per riuscire a concretizzare una soluzione di tipo venezuelano. Capiremo nei prossimi giorni se riuscirà nel suo intento.
Per Hormuz adesso spunta l’ipotesi di controllo congiunto Usa-ayatollah
La diplomazia torna al centro della crisi tra Stati Uniti e Iran mentre sul terreno proseguono attacchi e tensioni regionali. Secondo fonti americane e israeliane, Washington e Teheran conducono trattative articolate in più fasi per ridurre l’escalation e garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas.
L’ipotesi allo studio prevede inizialmente la riapertura del corridoio marittimo con la sospensione degli attacchi contro alcune infrastrutture energetiche iraniane, seguita da un cessate il fuoco più ampio. In questo contesto, Israele potrebbe allinearsi alla linea americana e sospendere i raid contro i siti energetici iraniani e le centrali elettriche. Secondo fonti della sicurezza, Washington avrebbe tenuto informato il governo israeliano sui contatti in corso con Teheran. Israele non ha formalmente minacciato di colpire le infrastrutture energetiche, ma il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che gli attacchi contro l’Iran e contro «le infrastrutture da cui dipende» potrebbero aumentare significativamente, lasciando aperta la possibilità di un’escalation.
Le indiscrezioni indicano anche un possibile coinvolgimento del presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf. I Paesi mediatori starebbero lavorando a un incontro in settimana a Islamabad tra delegazioni iraniane e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, con la possibile partecipazione del vicepresidente JD Vance. Tuttavia lo stesso Ghalibaf ha smentito pubblicamente.
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha negato contatti diretti con Washington, ribadendo che la posizione di Teheran sullo Stretto di Hormuz e sulle condizioni per la fine della guerra non è cambiata. Una fonte israeliana ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero indicato il 9 aprile come data obiettivo per la conclusione del conflitto, lasciando circa 21 giorni per combattimenti e negoziati. «Gli americani non hanno aggiornato Israele sui colloqui con Ghalibaf. Porre fine alla guerra il 9 aprile permetterà a Trump di arrivare in Israele per il Giorno dell’Indipendenza e ricevere il Premio Israele», ha dichiarato la fonte.
Allo stesso tempo, Teheran valuta l’introduzione di un nuovo «regime legale» per lo Stretto di Hormuz, mentre continua a negare l’esistenza di negoziati diretti e insiste sulla richiesta di riparazioni e garanzie contro future aggressioni. «C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla», ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità che lo Stretto sia controllato in modo congiunto, «forse da me e da chiunque sia l’ayatollah». Il contesto resta estremamente fluido e caratterizzato da messaggi contrastanti.
Intanto, però, secondo il New York Times, il Pentagono sta valutando l’invio di circa 3.000 paracadutisti della 82 Divisione Aviotrasportata statunitense come forza di pronto intervento per supportare eventuali operazioni in Iran, con l’obiettivo, se necessario, di occupare l’isola di Kharg, principale hub per l’export petrolifero iraniano. Sul piano energetico, il numero uno di Chevron Mike Wirth ha avvertito che i prezzi del petrolio non hanno ancora pienamente incorporato gli effetti del blocco di Hormuz. Secondo il dirigente, il mercato fisico e i livelli delle scorte indicano una situazione più tesa rispetto a quanto suggeriscano i contratti futures. Gli effetti della chiusura dello Stretto si starebbero già propagando a livello globale, con timori particolarmente forti in Asia per l’approvvigionamento di greggio e prodotti raffinati. La tensione si è subito vista anche nel Golfo. Diverse forti esplosioni e sirene d’allarme sono state avvertite in Bahrein, le prime registrate nella regione da quando Donald Trump ha annunciato l’avvio dei colloqui per porre fine alla guerra con l’Iran. Sul piano militare, l’aeronautica israeliana ha dichiarato che durante una serie di attacchi a Teheran è stato colpito il «quartier generale principale della sicurezza» dei pasdaran. Secondo le Forze di difesa israeliane, la struttura era integrata in infrastrutture civili e veniva utilizzata dalle Guardie Rivoluzionarie per coordinare le unità regionali incaricate del mantenimento dell’ordine del regime e della sicurezza interna, comprese le milizie paramilitari Basij.
In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione particolarmente dura. Il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha dichiarato: «Noi, negli Stati del Golfo Persico, abbiamo il diritto di chiedere: dove sono le istituzioni di azione araba e islamica congiunta, prima fra tutte la Lega Araba e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, mentre i nostri Paesi e i nostri popoli sono soggetti a questa brutale aggressione iraniana? E dove sono i principali Stati arabi e regionali? In questa assenza e impotenza, non sarà lecito parlare in seguito del declino del ruolo arabo e islamico o criticare la presenza americana e occidentale. Gli Stati arabi del Golfo sono stati un sostegno e un partner per tutti nei periodi di prosperità, quindi, dove siete oggi, in tempi di difficoltà?».
Evidente che anche in caso di accordo, le tensioni emerse nelle ultime settimane rischiano di lasciare effetti duraturi sugli equilibri del Medio Oriente e sulla sicurezza delle rotte energetiche internazionali. Un eventuale accordo non cancellerà le tensioni: gli effetti sugli equilibri regionali e sulle rotte energetiche saranno duraturi.
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Imagoeconomica
«L’Italia è una Repubblica giudiziaria, fondata sul potere della magistratura. La sovranità appartiene ai giudici, che la esercitano nelle forme e nei limiti decisi dal Csm». Pensate che stia scherzando? No: l’articolo uno della Costituzione è stato riscritto ieri con la vittoria del No. Il voto del 22 e del 23 marzo, infatti, rappresenta la definitiva sconfitta della politica e della seconda Repubblica e l’inizio della terza, con il trionfo delle toghe.
Sebbene il centrosinistra si intesti il successo della campagna referendaria contro la riforma del ministro Carlo Nordio, è evidente che a uscire galvanizzata dal confronto è stata l’Anm, che in questi mesi si è sostanzialmente evoluta in un soggetto politico e come tale ha agito. Messo da parte il codice penale, i sindacalisti di giudici e pm si sono trasformati in militanti, abbandonando il paludato linguaggio giuridico per adottarne uno da attivisti. Lo si è capito fin da subito, ovvero quando sono apparsi i primi manifesti nelle stazioni e sugli autobus. Giocando d’anticipo, quando ancora i comitati del Sì arrancavano, quelli del No hanno scelto di ignorare il merito della riforma, coniando uno slogan efficace, capace di mobilitare l’elettorato della sinistra: votate No se non volete una magistratura sotto il controllo della politica. Nessuno tra i sostenitori della riforma ci aveva lontanamente pensato. Nessuno tra i fautori del No poteva coscientemente sostenerlo. Gli articoli costituzionali sull’indipendenza e sull’autonomia di giudici e pm, infatti, non erano scalfiti dalle modifiche della legge Nordio. Ma il merito, l’aderenza delle critiche alla realtà, a un certo punto non è più stata in discussione.
Risultato, siamo entrati nella terza Repubblica, quella dove la magistratura avrà ancora più potere, dove le correnti del Csm saranno ancora più prepotenti nello spartirsi gli incarichi ai vertici degli uffici giudiziari e ancora più indulgenti nei confronti dei colleghi che sbagliano. Se qualcuno pensava che la riforma e il referendum avrebbero chiuso una stagione iniziata nel 1992 con l’inchiesta di Mani pulite, restituendo dunque alla magistratura il ruolo di potere dello Stato ma senza invasione di campo nei confronti degli altri poteri, il risultato di ieri dimostra il contrario.
La vittoria del No è la vittoria dell’Anm e, come ha lasciato intendere Augusto Barbera, ex parlamentare del Pci e già presidente della Corte costituzionale, la prima a dover fare i conti con questo risultato sarà la sinistra. Da Mani pulite in poi, per vincere le elezioni i compagni hanno approfittato della magistratura sperando che facesse il lavoro per conto loro e in qualche caso così è stato. Oggi da Conte a Schlein, da Bonelli a Landini, tutti gioiscono, ma l’ipoteca che il partito delle toghe ha messo sulla politica e soprattutto sulla sinistra prima o poi verrà esercitata. E un fronte del No che pensa alle elezioni del 2027, ed è già diviso tra le ambizioni del leader pentastellato e quelle della segretaria del Pd, non potrà non tenerne conto. Di certo, dopo questa sconfitta, nessuno per decenni parlerà più di riforma della giustizia e nessuno si azzarderà a toccare la Casta della magistratura: uno dei temi che da sempre rende l’Italia un Paese guardato con sospetto (tanto che per un imprenditore straniero è difficile investire) sarà semplicemente ignorato.
Tuttavia, il risultato del referendum non inciderà solo sulle opposizioni, che pure si sono valse della campagna dell’Anm, ma avrà effetti pesanti anche sul governo. Insieme alla riforma della magistratura muoiono pure le altre leggi che avrebbero dovuto cambiare il Paese, a cominciare dal premierato, per finire con l’autonomia e la legge elettorale. La sconfitta complicherà il resto della legislatura, anche perché gli apparati dello Stato che già si erano messi in pausa in attesa del voto di marzo ora avranno un motivo in più non soltanto per prendersela comoda, ma forse anche per remare contro. Quello scossone che un consigliere di Sergio Mattarella mesi fa auspicava nella speranza di far ruotare, verso sinistra, il quadro politico, in pratica è arrivato dalle urne e adesso magari qualcuno proverà a tentare la spallata finale. Insomma, ci aspetta un anno difficile, un anno in cui resta fondamentale non perdere la bussola, perché si rischia di imboccare la strada sbagliata.
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