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La Borsa è il posto migliore per mettere al sicuro il proprio fondo pensione

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  • Un po' alla volta gli italiani cominciano a sentire la necessità della previdenza complementare. Secondo la relazione annuale Covip, gli strumenti integrativi rendono in ogni caso più del Tfr.
  • Al Nord Italia va quasi il 60% della raccolta, mentre il Centro italia resta al palo. Il secondo pilastro non sfonda in Molise e in Basilicata: hanno meno dell'1% di aderenti.
  • Cresce il numero di iscritti ma calano i versamenti. Uno su quattro non paga. Pesa la mancanza di liquidità, soprattutto tra i lavoratori under 30.

Lo speciale contiene tre articoli

Il merito di questi buoni risultati è in gran parte dei mercati azionari. L'andamento positivo degli ultimi anni ha infatti sostenuto i rendimenti, favoriti in Italia anche da un regime fiscale agevolato che permette di scaricare fiscalmente quanto versato. In particolare, i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6% e il 3,3%. Per i Pip nuovi di ramo III il rendimento medio è stato del 2,2% e per le gestioni separate di ramo I l'1,9%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell'1,7%. Sempre considerando il 2017, i comparti azionari sono quelli che hanno reso in assoluto di più: il 5,9% nel caso dei fondi negoziali, il 7,2% in quello dei fondi aperti e il 3,2% per chi ha scelto il ramo III.

Nel periodo dal 2008 al 2017, molto difficile a causa della turbolenza dei mercati finanziari, il rendimento netto medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato del 3,3%, quello dei fondi aperti del 3%, dei Pip del 2,8% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per quelle di ramo III, sempre superiore anche in questo caso rispetto alla rivalutazione del Tfr, che è stata del 2,1%. A livello di costi, i Pip sono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l'indicatore sintetico dei costi è in media del 2,2% (1,9% per le gestioni separate di ramo I e 2,3% per le gestioni di ramo III), mentre si conferma la minore onerosità dei fondi pensione negoziali (0,4%) e dei fondi pensione aperti (1,3%).

Come dicevamo, dunque, gli strumenti azionari puri sono quelli che, in tutti i tipi di fondi pensione, hanno garantito i rendimenti migliori, seguiti da quelli bilanciati e, con molta distanza, dai prodotti obbligazionari. Questi ultimi si dividono in due categorie. I prodotti pensionistici che puntano sull'obbligazionario puro (e che hanno perso più di tutti con risultati dello zero virgola) e quelli misti che hanno fatto leggermente meglio. Il consiglio dunque è di scegliere prodotti azionari o bilanciati con la prospettiva di tenere a lungo l'investimento. In questo modo le difficoltà dei mercati verranno attenuate anno dopo anno.

Secondo lo studio Covip, alla fine del 2017, i fondi pensione in Italia erano 415: 35 fondi negoziali, 43 fondi aperti, 77 piani individuali pensionistici, 259 fondi preesistenti (quelli prima dell'emanazione del decreto legislativo 124 del 1993 che istituisce la previdenza complementare) e Fondinps (un fondo residuale istituito nel 2005 e al quale confluisce il Tfr dei lavoratori decidono di investire parte del salario in una forma complementare pur non avendo un fondo negoziale di categoria). Rispetto al 2016, si è registrata una riduzione di 37 prodotti. Di questi, 35 fondi erano preesistenti.

Grazie a tutti questi prodotti, dal 2005 (anno in cui c'è stata la riforma della previdenza integrativa in Italia) alla fine del 2017 gli italiani avevano versato nella previdenza complementare 162,3 miliardi di euro, un valore in aumento del 7,3% rispetto all'anno precedente (con una media di 2620 euro a contribuente): un ammontare pari al 9,5% del prodotto interno lordo e al 3,7% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

I contributi raccolti solo nel 2017 sono stati pari a 14,9 miliardi di euro, di cui quasi tre quarti in arrivo dalle forme previdenziali di nuova istituzione. I contributi destinati ai fondi aperti e ai Pip sono cresciuti di circa il 9%, mentre l'incremento nei fondi negoziali è stato soltanto al 3,5%. In compenso, secondo la Covip, nel 2017, il sistema della previdenza complementare ha dato ai suoi contribuenti 7,6 miliardi di euro. I riscatti (chi cioè ha avuto bisogno di denaro prima di smettere di lavorare) sono stati pari a quasi 2,2 miliardi di euro, mentre le anticipazioni (chi ha chiesto solo una parte del capitale prima del tempo), pari a oltre 2 miliardi di euro, sono in linea con il valore elevato del 2016.

Quello che è chiaro dai dati forniti dalla Covip, è che gli italiani stanno sempre più entrando nell'ordine di idee che la pensione pubblica non sarà più sufficiente e che, pertanto, diventa indispensabile correre ai ripari. L'importante, però, è anche scegliere il modo migliore per farlo e i dati forniti dalla commissione di vigilanza sui fondi pensione servono proprio a questo.

Gianluca Baldini

INFOGRAFICA


La Lombardia vale un quinto dell'intero sistema nazionale

A un primo sguardo verrebbe da dire che il Sud sia la parte dell'Italia con meno iscritti alla pensione complementare, perché tradizionalmente meno abbiente. Invece, anche se di poco, è il Centro Italia l'area con meno iscritti. Ampiamente in prima posizione troviamo invece il Nord. L'analisi arriva dalla relazione annuale della Covip, la commissione di vigilanza sulle pensioni, che dal 2016 ha la possibilità di indicare la composizione demografica degli iscritti alle diverse forme di previdenza complementare. Su 7,56 milioni di italiani che hanno una pensione integrativa, il 56,7% arriva dal Nord Italia (il 25% dal Nord Est e il 31,8% dal Nord Ovest). L'Italia meridionale e le isole rappresentano invece il 23,2% degli iscritti, mentre il centro il 19,9%.

Dando uno sguardo alle Regioni, solo la Lombardia vale un quinto di tutti il sistema di previdenza complementare italiano con il 20,2% degli iscritti. In seconda posizione troviamo il Veneto con il 10,5%. Medaglia di bronzo all'Emilia Romagna con l'8,6%. Ci sono poi il Piemonte con l'8,5% del totale e il Lazio, che con Roma dovrebbe dare un notevole apporto al sistema, ma che in realtà è in quinta posizione con l'8,3%. Seguono poi la Toscana (7,2%) e la Campania con il 6%. Importante anche l'apporto della Sicilia con il 5,3%, quello della Puglia con il 4,7% e del Trentino Alto Adige con il 3,4%.

Ciò che stupisce, però, è che ancora oggi ci siano ancora regioni dove la previdenza integrativa non esista o quasi. In Valle d'Aosta c'è lo 0,3% degli iscritti del Paese, in Basilicata lo 0,8% e in Molise lo 0,5%. Certo, si tratta di Regione poco popolose, ma su 7,6 milioni di italiani, facendo due calcoli, si tratta di pochissime migliaia di persone. Davvero poche anche per quelle aree.

A livello di prodotti, il Nord Ovest (che vale poco meno di un terzo di tutta Italia) si divide abbastanza equamente. I fondi negoziali sono stati scelti dal 31,3% degli iscritti, il 33,9% ha scelto un fondo aperto, il 29,9 un piano individuale pensionistico e il 41,6% si è affidato a un fondo preesistente. Simile la scelta di prodotti nell'area nordorientale del Paese. Il 25,7% ha scelto un fondo negoziale, il 28,6% uno aperto, il 21,9% un fondo preesistente e il 24% un Pip. Anche al centro la divisione tra i quattro tipi di prodotti di previdenza complementare è piuttosto omogenea con circa il 20% per ogni strumento. Le differenze maggiori si riscontrano invece al Sud. In quest'area la fanno da padrone i fondi negoziali (probabilmente perché inclusi all'interno di un contratto di lavoro) con il 24,4% degli iscritti e i Pip con il 25,2%. I fondi aperti, che può comprare qualunque lavoratore, sono stati scelti solo dal 18% dei contribuenti. Ancora più bassa la quota dei prodotti pensionistici preesistenti (15%).

Da questa fotografia si intuisce dunque come l'Italia, in termini di pensione complementare, sia ancora a macchia di leopardo, con zone molto attive (come la Lombardia o il Veneto) e aree in cui non ci sono abbastanza soldi per sottoscrivere una pensione integrativa.

Gianluca Baldini

Crescono gli iscritti ma uno su quattro non fa versamenti

Continua a crescere il numero degli iscritti alla previdenza complementare, ma quasi uno su quattro non fa versamenti. È quanto emerge dalla relazione annuale della Covip, presentata alla Camera dei deputati dal presidente Mario Padula. Alla fine del 2017, spiega la commissione sui fondi pensione, il numero di iscritti alla previdenza complementare era di 7,6 milioni, in crescita del 6,1% rispetto all'anno precedente, per un totale di circa 8,3 milioni di posizioni in essere (che includono di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto).

I contributi per singolo iscritto sono stati in media di 2.620 euro nell'arco dell'anno, ma il numero delle posizioni sulle quali nel corso dell'anno non sono confluiti versamenti è stato di 2,1 milioni, in crescita del 14% rispetto al 2016: il 23,5% del totale degli iscritti alla previdenza complementare (1,8 milioni), quasi un quarto, non ha effettuato contribuzioni nel 2017.

Ma come hanno investito i loro soldi i contribuenti italiani? L'allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione, sottolinea la Covip, mostra rispetto agli scorsi anni una tendenza alla maggiore diversificazione tra tipologie di titoli. A fine 2017, la quota degli investimenti in titoli di Stato è stata pari al 41,5%, diminuendo di cinque punti percentuali rispetto all'anno precedente; per circa due terzi la diminuzione è imputabile ai titoli di stato italiani, la cui quota a fine 2017 è scesa al 22,7%. Sono invece aumentate le quote degli investimenti in altri tipi di obbligazioni (pari al 16,6%), in titoli azionari (pari al 17,7%) e in fondi comuni di investimento (pari al 14,4%). Anche i depositi si sono mostrati in aumento, avendo raggiunto il 7,2% del patrimonio da investire. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano il 2,9% del patrimonio, in diminuzione però di 0,4 punti percentuali rispetto al 2016.

Il problema dunque è che, in parole povere, c’è una gran fetta di italiani che la previdenza integrativa non se la può permettere perché non ha sufficiente liquidità. Tra questi chi ha maggior problemi sono i lavoratori intorno ai 30 anni. «I giovani rimangono ai margini del sistema di previdenza complementare, anche per effetto delle difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro con continuità di rapporto e adeguatezza di retribuzione. Ne va della loro copertura previdenziale», ha detto il presidente della Covip, Mario Padula, presentando la relazione annuale al Parlamento.

«Al di sotto dei 34 anni», ha continuato, «la partecipazione alla previdenza complementare, (che in quello scaglione è del 19%), è di oltre un terzo inferiore rispetto alle fasce di età più mature e la contribuzione è meno della metà. Lo stesso vale per le donne, la cui partecipazione è più bassa degli uomini: 25,4 contro 31,4% in media, forbice che si mantiene su tutte le classi di età; la contribuzione è di un quinto inferiore», ha concluso.

Con questi numeri, non resta che capire come si muoverà il neonato governo italiano. Da un lato la pensione pubblica non potrà garantire ai futuri pensionati uno stile di vita dignitoso, dall’altro chi oggi lavora, spesso, non può permettersi una pensione integrativa. Un problema serissimo che, fino a oggi, nessun governo è mai riuscito a risolvere.

Gianluca Baldini

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Il ramolaccio nero pare opera di Giotto. Un medico lo dava ad Alessandro Magno
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Il condottiero macedone se ne serviva contro gli effetti del vino. Nanni Svampa lo celebra nella ballata «La bella la va’ al fosso».

«La bella la va’ al fosso/ ravanei remolaz barbabietol’ e spinaz/ tre palanche al mazz/ la bella la va’ al fosso/ al fosso a resentar». La bella la va’ al fosso è uno dei cavalli di battaglia di Nanni Svampa mitico cantante milanese fondatore dei Gufi, gruppo musicale e comico attivo negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che univa musica, satira e teatro. A chi non conosce La bella la va’ al fosso e a chi, magari, la vuol risentire nella versione originale, consigliamo di cercarla in Youtube scrivendo come ricerca «La bella la va’ al fosso brano de I Gufi». È così che, insieme al rapanello, alla barbabietola e allo spinacio, il ramolaccio, remolaz in milanese, è entrato nella storia della canzone italiana popolare che spazia tra il folk, il cabaret e la musica d’autore contribuendo in modo importante alla cultura popolare e alla satira sociale italiana.

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«Da negozio a industria fashion, Ovs cresce»
Ovs
L’ad Stefano Beraldo spiega come un semplice operatore retail si è trasformato in uno dei principali gruppi italiani di abbigliamento multibrand: «I nostri prodotti non esprimono solo un prezzo, ma anche un’identità in cui il cliente si riconosce. Investiremo ancora in India».

Quando Stefano Beraldo prende in mano Ovs, circa 20 anni fa, l’azienda è un grande operatore retail con una forte vocazione commerciale, ma ancora lontana dall’essere il gruppo integrato e multibrand che invece è oggi. Negli anni, grazie a una combinazione rara di visione strategica, disciplina manageriale e attenzione ossessiva al prodotto, Beraldo ha guidato una trasformazione profonda che ha portato Ovs a diventare uno dei principali player dell’abbigliamento in Italia, con oltre 10.000 dipendenti, una presenza capillare sul territorio e un modello industriale sempre più solido.

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La direttiva Ue sulla trasparenza degli stipendi impone nuove regole che obbligano le aziende a sanare le differenze salariali tra uomini e donne. Ma il rischio è che si creino vespai di gelosie tra colleghi.

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