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2018-06-11
La Borsa è il posto migliore per mettere al sicuro il proprio fondo pensione
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- Un po' alla volta gli italiani cominciano a sentire la necessità della previdenza complementare. Secondo la relazione annuale Covip, gli strumenti integrativi rendono in ogni caso più del Tfr.
- Al Nord Italia va quasi il 60% della raccolta, mentre il Centro italia resta al palo. Il secondo pilastro non sfonda in Molise e in Basilicata: hanno meno dell'1% di aderenti.
- Cresce il numero di iscritti ma calano i versamenti. Uno su quattro non paga. Pesa la mancanza di liquidità, soprattutto tra i lavoratori under 30.
Lo speciale contiene tre articoli
Partiamo da una considerazione: investire in un fondo pensione oggi conviene molto di più che attendere la rivalutazione del Tfr. A dirlo è la relazione annuale Covip, l'autorità amministrativa indipendente che ha il compito di vigilare sul buon funzionamento del sistema dei fondi pensione. Secondo lo studio, investire in un prodotto della previdenza complementare in media, nel 2017, ha permesso ritorni netti (perciò considerando nel computo tutti i costi) tra il 2% e il 5% circa in base al tipo di investimento.
Il merito di questi buoni risultati è in gran parte dei mercati azionari. L'andamento positivo degli ultimi anni ha infatti sostenuto i rendimenti, favoriti in Italia anche da un regime fiscale agevolato che permette di scaricare fiscalmente quanto versato. In particolare, i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6% e il 3,3%. Per i Pip nuovi di ramo III il rendimento medio è stato del 2,2% e per le gestioni separate di ramo I l'1,9%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell'1,7%. Sempre considerando il 2017, i comparti azionari sono quelli che hanno reso in assoluto di più: il 5,9% nel caso dei fondi negoziali, il 7,2% in quello dei fondi aperti e il 3,2% per chi ha scelto il ramo III.
Nel periodo dal 2008 al 2017, molto difficile a causa della turbolenza dei mercati finanziari, il rendimento netto medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato del 3,3%, quello dei fondi aperti del 3%, dei Pip del 2,8% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per quelle di ramo III, sempre superiore anche in questo caso rispetto alla rivalutazione del Tfr, che è stata del 2,1%. A livello di costi, i Pip sono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l'indicatore sintetico dei costi è in media del 2,2% (1,9% per le gestioni separate di ramo I e 2,3% per le gestioni di ramo III), mentre si conferma la minore onerosità dei fondi pensione negoziali (0,4%) e dei fondi pensione aperti (1,3%).
Come dicevamo, dunque, gli strumenti azionari puri sono quelli che, in tutti i tipi di fondi pensione, hanno garantito i rendimenti migliori, seguiti da quelli bilanciati e, con molta distanza, dai prodotti obbligazionari. Questi ultimi si dividono in due categorie. I prodotti pensionistici che puntano sull'obbligazionario puro (e che hanno perso più di tutti con risultati dello zero virgola) e quelli misti che hanno fatto leggermente meglio. Il consiglio dunque è di scegliere prodotti azionari o bilanciati con la prospettiva di tenere a lungo l'investimento. In questo modo le difficoltà dei mercati verranno attenuate anno dopo anno.
Secondo lo studio Covip, alla fine del 2017, i fondi pensione in Italia erano 415: 35 fondi negoziali, 43 fondi aperti, 77 piani individuali pensionistici, 259 fondi preesistenti (quelli prima dell'emanazione del decreto legislativo 124 del 1993 che istituisce la previdenza complementare) e Fondinps (un fondo residuale istituito nel 2005 e al quale confluisce il Tfr dei lavoratori decidono di investire parte del salario in una forma complementare pur non avendo un fondo negoziale di categoria). Rispetto al 2016, si è registrata una riduzione di 37 prodotti. Di questi, 35 fondi erano preesistenti.
Grazie a tutti questi prodotti, dal 2005 (anno in cui c'è stata la riforma della previdenza integrativa in Italia) alla fine del 2017 gli italiani avevano versato nella previdenza complementare 162,3 miliardi di euro, un valore in aumento del 7,3% rispetto all'anno precedente (con una media di 2620 euro a contribuente): un ammontare pari al 9,5% del prodotto interno lordo e al 3,7% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
I contributi raccolti solo nel 2017 sono stati pari a 14,9 miliardi di euro, di cui quasi tre quarti in arrivo dalle forme previdenziali di nuova istituzione. I contributi destinati ai fondi aperti e ai Pip sono cresciuti di circa il 9%, mentre l'incremento nei fondi negoziali è stato soltanto al 3,5%. In compenso, secondo la Covip, nel 2017, il sistema della previdenza complementare ha dato ai suoi contribuenti 7,6 miliardi di euro. I riscatti (chi cioè ha avuto bisogno di denaro prima di smettere di lavorare) sono stati pari a quasi 2,2 miliardi di euro, mentre le anticipazioni (chi ha chiesto solo una parte del capitale prima del tempo), pari a oltre 2 miliardi di euro, sono in linea con il valore elevato del 2016.
Quello che è chiaro dai dati forniti dalla Covip, è che gli italiani stanno sempre più entrando nell'ordine di idee che la pensione pubblica non sarà più sufficiente e che, pertanto, diventa indispensabile correre ai ripari. L'importante, però, è anche scegliere il modo migliore per farlo e i dati forniti dalla commissione di vigilanza sui fondi pensione servono proprio a questo.
Gianluca Baldini
INFOGRAFICA
La Lombardia vale un quinto dell'intero sistema nazionale
A un primo sguardo verrebbe da dire che il Sud sia la parte dell'Italia con meno iscritti alla pensione complementare, perché tradizionalmente meno abbiente. Invece, anche se di poco, è il Centro Italia l'area con meno iscritti. Ampiamente in prima posizione troviamo invece il Nord. L'analisi arriva dalla relazione annuale della Covip, la commissione di vigilanza sulle pensioni, che dal 2016 ha la possibilità di indicare la composizione demografica degli iscritti alle diverse forme di previdenza complementare. Su 7,56 milioni di italiani che hanno una pensione integrativa, il 56,7% arriva dal Nord Italia (il 25% dal Nord Est e il 31,8% dal Nord Ovest). L'Italia meridionale e le isole rappresentano invece il 23,2% degli iscritti, mentre il centro il 19,9%.
Dando uno sguardo alle Regioni, solo la Lombardia vale un quinto di tutti il sistema di previdenza complementare italiano con il 20,2% degli iscritti. In seconda posizione troviamo il Veneto con il 10,5%. Medaglia di bronzo all'Emilia Romagna con l'8,6%. Ci sono poi il Piemonte con l'8,5% del totale e il Lazio, che con Roma dovrebbe dare un notevole apporto al sistema, ma che in realtà è in quinta posizione con l'8,3%. Seguono poi la Toscana (7,2%) e la Campania con il 6%. Importante anche l'apporto della Sicilia con il 5,3%, quello della Puglia con il 4,7% e del Trentino Alto Adige con il 3,4%.
Ciò che stupisce, però, è che ancora oggi ci siano ancora regioni dove la previdenza integrativa non esista o quasi. In Valle d'Aosta c'è lo 0,3% degli iscritti del Paese, in Basilicata lo 0,8% e in Molise lo 0,5%. Certo, si tratta di Regione poco popolose, ma su 7,6 milioni di italiani, facendo due calcoli, si tratta di pochissime migliaia di persone. Davvero poche anche per quelle aree.
A livello di prodotti, il Nord Ovest (che vale poco meno di un terzo di tutta Italia) si divide abbastanza equamente. I fondi negoziali sono stati scelti dal 31,3% degli iscritti, il 33,9% ha scelto un fondo aperto, il 29,9 un piano individuale pensionistico e il 41,6% si è affidato a un fondo preesistente. Simile la scelta di prodotti nell'area nordorientale del Paese. Il 25,7% ha scelto un fondo negoziale, il 28,6% uno aperto, il 21,9% un fondo preesistente e il 24% un Pip. Anche al centro la divisione tra i quattro tipi di prodotti di previdenza complementare è piuttosto omogenea con circa il 20% per ogni strumento. Le differenze maggiori si riscontrano invece al Sud. In quest'area la fanno da padrone i fondi negoziali (probabilmente perché inclusi all'interno di un contratto di lavoro) con il 24,4% degli iscritti e i Pip con il 25,2%. I fondi aperti, che può comprare qualunque lavoratore, sono stati scelti solo dal 18% dei contribuenti. Ancora più bassa la quota dei prodotti pensionistici preesistenti (15%).
Da questa fotografia si intuisce dunque come l'Italia, in termini di pensione complementare, sia ancora a macchia di leopardo, con zone molto attive (come la Lombardia o il Veneto) e aree in cui non ci sono abbastanza soldi per sottoscrivere una pensione integrativa.
Gianluca Baldini
Crescono gli iscritti ma uno su quattro non fa versamenti
Continua a crescere il numero degli iscritti alla previdenza complementare, ma quasi uno su quattro non fa versamenti. È quanto emerge dalla relazione annuale della Covip, presentata alla Camera dei deputati dal presidente Mario Padula. Alla fine del 2017, spiega la commissione sui fondi pensione, il numero di iscritti alla previdenza complementare era di 7,6 milioni, in crescita del 6,1% rispetto all'anno precedente, per un totale di circa 8,3 milioni di posizioni in essere (che includono di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto).
I contributi per singolo iscritto sono stati in media di 2.620 euro nell'arco dell'anno, ma il numero delle posizioni sulle quali nel corso dell'anno non sono confluiti versamenti è stato di 2,1 milioni, in crescita del 14% rispetto al 2016: il 23,5% del totale degli iscritti alla previdenza complementare (1,8 milioni), quasi un quarto, non ha effettuato contribuzioni nel 2017.
Ma come hanno investito i loro soldi i contribuenti italiani? L'allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione, sottolinea la Covip, mostra rispetto agli scorsi anni una tendenza alla maggiore diversificazione tra tipologie di titoli. A fine 2017, la quota degli investimenti in titoli di Stato è stata pari al 41,5%, diminuendo di cinque punti percentuali rispetto all'anno precedente; per circa due terzi la diminuzione è imputabile ai titoli di stato italiani, la cui quota a fine 2017 è scesa al 22,7%. Sono invece aumentate le quote degli investimenti in altri tipi di obbligazioni (pari al 16,6%), in titoli azionari (pari al 17,7%) e in fondi comuni di investimento (pari al 14,4%). Anche i depositi si sono mostrati in aumento, avendo raggiunto il 7,2% del patrimonio da investire. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano il 2,9% del patrimonio, in diminuzione però di 0,4 punti percentuali rispetto al 2016.
Il problema dunque è che, in parole povere, c’è una gran fetta di italiani che la previdenza integrativa non se la può permettere perché non ha sufficiente liquidità. Tra questi chi ha maggior problemi sono i lavoratori intorno ai 30 anni. «I giovani rimangono ai margini del sistema di previdenza complementare, anche per effetto delle difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro con continuità di rapporto e adeguatezza di retribuzione. Ne va della loro copertura previdenziale», ha detto il presidente della Covip, Mario Padula, presentando la relazione annuale al Parlamento.
«Al di sotto dei 34 anni», ha continuato, «la partecipazione alla previdenza complementare, (che in quello scaglione è del 19%), è di oltre un terzo inferiore rispetto alle fasce di età più mature e la contribuzione è meno della metà. Lo stesso vale per le donne, la cui partecipazione è più bassa degli uomini: 25,4 contro 31,4% in media, forbice che si mantiene su tutte le classi di età; la contribuzione è di un quinto inferiore», ha concluso.
Con questi numeri, non resta che capire come si muoverà il neonato governo italiano. Da un lato la pensione pubblica non potrà garantire ai futuri pensionati uno stile di vita dignitoso, dall’altro chi oggi lavora, spesso, non può permettersi una pensione integrativa. Un problema serissimo che, fino a oggi, nessun governo è mai riuscito a risolvere.
Gianluca Baldini
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Un po' alla volta gli italiani cominciano a sentire la necessità della previdenza complementare. Secondo la relazione annuale Covip, gli strumenti integrativi rendono in ogni caso più del Tfr. Al Nord Italia va quasi il 60% della raccolta, mentre il Centro italia resta al palo. Il secondo pilastro non sfonda in Molise e in Basilicata: hanno meno dell'1% di aderenti. Cresce il numero di iscritti ma calano i versamenti. Uno su quattro non paga. Pesa la mancanza di liquidità, soprattutto tra i lavoratori under 30. Lo speciale contiene tre articoli Partiamo da una considerazione: investire in un fondo pensione oggi conviene molto di più che attendere la rivalutazione del Tfr. A dirlo è la relazione annuale Covip, l'autorità amministrativa indipendente che ha il compito di vigilare sul buon funzionamento del sistema dei fondi pensione. Secondo lo studio, investire in un prodotto della previdenza complementare in media, nel 2017, ha permesso ritorni netti (perciò considerando nel computo tutti i costi) tra il 2% e il 5% circa in base al tipo di investimento. Il merito di questi buoni risultati è in gran parte dei mercati azionari. L'andamento positivo degli ultimi anni ha infatti sostenuto i rendimenti, favoriti in Italia anche da un regime fiscale agevolato che permette di scaricare fiscalmente quanto versato. In particolare, i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6% e il 3,3%. Per i Pip nuovi di ramo III il rendimento medio è stato del 2,2% e per le gestioni separate di ramo I l'1,9%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell'1,7%. Sempre considerando il 2017, i comparti azionari sono quelli che hanno reso in assoluto di più: il 5,9% nel caso dei fondi negoziali, il 7,2% in quello dei fondi aperti e il 3,2% per chi ha scelto il ramo III. Nel periodo dal 2008 al 2017, molto difficile a causa della turbolenza dei mercati finanziari, il rendimento netto medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato del 3,3%, quello dei fondi aperti del 3%, dei Pip del 2,8% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per quelle di ramo III, sempre superiore anche in questo caso rispetto alla rivalutazione del Tfr, che è stata del 2,1%. A livello di costi, i Pip sono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l'indicatore sintetico dei costi è in media del 2,2% (1,9% per le gestioni separate di ramo I e 2,3% per le gestioni di ramo III), mentre si conferma la minore onerosità dei fondi pensione negoziali (0,4%) e dei fondi pensione aperti (1,3%). Come dicevamo, dunque, gli strumenti azionari puri sono quelli che, in tutti i tipi di fondi pensione, hanno garantito i rendimenti migliori, seguiti da quelli bilanciati e, con molta distanza, dai prodotti obbligazionari. Questi ultimi si dividono in due categorie. I prodotti pensionistici che puntano sull'obbligazionario puro (e che hanno perso più di tutti con risultati dello zero virgola) e quelli misti che hanno fatto leggermente meglio. Il consiglio dunque è di scegliere prodotti azionari o bilanciati con la prospettiva di tenere a lungo l'investimento. In questo modo le difficoltà dei mercati verranno attenuate anno dopo anno. Secondo lo studio Covip, alla fine del 2017, i fondi pensione in Italia erano 415: 35 fondi negoziali, 43 fondi aperti, 77 piani individuali pensionistici, 259 fondi preesistenti (quelli prima dell'emanazione del decreto legislativo 124 del 1993 che istituisce la previdenza complementare) e Fondinps (un fondo residuale istituito nel 2005 e al quale confluisce il Tfr dei lavoratori decidono di investire parte del salario in una forma complementare pur non avendo un fondo negoziale di categoria). Rispetto al 2016, si è registrata una riduzione di 37 prodotti. Di questi, 35 fondi erano preesistenti. Grazie a tutti questi prodotti, dal 2005 (anno in cui c'è stata la riforma della previdenza integrativa in Italia) alla fine del 2017 gli italiani avevano versato nella previdenza complementare 162,3 miliardi di euro, un valore in aumento del 7,3% rispetto all'anno precedente (con una media di 2620 euro a contribuente): un ammontare pari al 9,5% del prodotto interno lordo e al 3,7% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. I contributi raccolti solo nel 2017 sono stati pari a 14,9 miliardi di euro, di cui quasi tre quarti in arrivo dalle forme previdenziali di nuova istituzione. I contributi destinati ai fondi aperti e ai Pip sono cresciuti di circa il 9%, mentre l'incremento nei fondi negoziali è stato soltanto al 3,5%. In compenso, secondo la Covip, nel 2017, il sistema della previdenza complementare ha dato ai suoi contribuenti 7,6 miliardi di euro. I riscatti (chi cioè ha avuto bisogno di denaro prima di smettere di lavorare) sono stati pari a quasi 2,2 miliardi di euro, mentre le anticipazioni (chi ha chiesto solo una parte del capitale prima del tempo), pari a oltre 2 miliardi di euro, sono in linea con il valore elevato del 2016. Quello che è chiaro dai dati forniti dalla Covip, è che gli italiani stanno sempre più entrando nell'ordine di idee che la pensione pubblica non sarà più sufficiente e che, pertanto, diventa indispensabile correre ai ripari. L'importante, però, è anche scegliere il modo migliore per farlo e i dati forniti dalla commissione di vigilanza sui fondi pensione servono proprio a questo. 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Ci sono poi il Piemonte con l'8,5% del totale e il Lazio, che con Roma dovrebbe dare un notevole apporto al sistema, ma che in realtà è in quinta posizione con l'8,3%. Seguono poi la Toscana (7,2%) e la Campania con il 6%. Importante anche l'apporto della Sicilia con il 5,3%, quello della Puglia con il 4,7% e del Trentino Alto Adige con il 3,4%. Ciò che stupisce, però, è che ancora oggi ci siano ancora regioni dove la previdenza integrativa non esista o quasi. In Valle d'Aosta c'è lo 0,3% degli iscritti del Paese, in Basilicata lo 0,8% e in Molise lo 0,5%. Certo, si tratta di Regione poco popolose, ma su 7,6 milioni di italiani, facendo due calcoli, si tratta di pochissime migliaia di persone. Davvero poche anche per quelle aree. A livello di prodotti, il Nord Ovest (che vale poco meno di un terzo di tutta Italia) si divide abbastanza equamente. I fondi negoziali sono stati scelti dal 31,3% degli iscritti, il 33,9% ha scelto un fondo aperto, il 29,9 un piano individuale pensionistico e il 41,6% si è affidato a un fondo preesistente. Simile la scelta di prodotti nell'area nordorientale del Paese. Il 25,7% ha scelto un fondo negoziale, il 28,6% uno aperto, il 21,9% un fondo preesistente e il 24% un Pip. Anche al centro la divisione tra i quattro tipi di prodotti di previdenza complementare è piuttosto omogenea con circa il 20% per ogni strumento. Le differenze maggiori si riscontrano invece al Sud. In quest'area la fanno da padrone i fondi negoziali (probabilmente perché inclusi all'interno di un contratto di lavoro) con il 24,4% degli iscritti e i Pip con il 25,2%. I fondi aperti, che può comprare qualunque lavoratore, sono stati scelti solo dal 18% dei contribuenti. Ancora più bassa la quota dei prodotti pensionistici preesistenti (15%).Da questa fotografia si intuisce dunque come l'Italia, in termini di pensione complementare, sia ancora a macchia di leopardo, con zone molto attive (come la Lombardia o il Veneto) e aree in cui non ci sono abbastanza soldi per sottoscrivere una pensione integrativa.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-mercati-azionari-spingono-i-fondi-pensione-ritorni-fino-al-5-2576520371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crescono-gli-iscritti-ma-uno-su-quattro-non-fa-versamenti" data-post-id="2576520371" data-published-at="1769244318" data-use-pagination="False"> Crescono gli iscritti ma uno su quattro non fa versamenti Continua a crescere il numero degli iscritti alla previdenza complementare, ma quasi uno su quattro non fa versamenti. È quanto emerge dalla relazione annuale della Covip, presentata alla Camera dei deputati dal presidente Mario Padula. Alla fine del 2017, spiega la commissione sui fondi pensione, il numero di iscritti alla previdenza complementare era di 7,6 milioni, in crescita del 6,1% rispetto all'anno precedente, per un totale di circa 8,3 milioni di posizioni in essere (che includono di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto).I contributi per singolo iscritto sono stati in media di 2.620 euro nell'arco dell'anno, ma il numero delle posizioni sulle quali nel corso dell'anno non sono confluiti versamenti è stato di 2,1 milioni, in crescita del 14% rispetto al 2016: il 23,5% del totale degli iscritti alla previdenza complementare (1,8 milioni), quasi un quarto, non ha effettuato contribuzioni nel 2017.Ma come hanno investito i loro soldi i contribuenti italiani? L'allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione, sottolinea la Covip, mostra rispetto agli scorsi anni una tendenza alla maggiore diversificazione tra tipologie di titoli. A fine 2017, la quota degli investimenti in titoli di Stato è stata pari al 41,5%, diminuendo di cinque punti percentuali rispetto all'anno precedente; per circa due terzi la diminuzione è imputabile ai titoli di stato italiani, la cui quota a fine 2017 è scesa al 22,7%. Sono invece aumentate le quote degli investimenti in altri tipi di obbligazioni (pari al 16,6%), in titoli azionari (pari al 17,7%) e in fondi comuni di investimento (pari al 14,4%). Anche i depositi si sono mostrati in aumento, avendo raggiunto il 7,2% del patrimonio da investire. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano il 2,9% del patrimonio, in diminuzione però di 0,4 punti percentuali rispetto al 2016.Il problema dunque è che, in parole povere, c’è una gran fetta di italiani che la previdenza integrativa non se la può permettere perché non ha sufficiente liquidità. Tra questi chi ha maggior problemi sono i lavoratori intorno ai 30 anni. «I giovani rimangono ai margini del sistema di previdenza complementare, anche per effetto delle difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro con continuità di rapporto e adeguatezza di retribuzione. Ne va della loro copertura previdenziale», ha detto il presidente della Covip, Mario Padula, presentando la relazione annuale al Parlamento.«Al di sotto dei 34 anni», ha continuato, «la partecipazione alla previdenza complementare, (che in quello scaglione è del 19%), è di oltre un terzo inferiore rispetto alle fasce di età più mature e la contribuzione è meno della metà. Lo stesso vale per le donne, la cui partecipazione è più bassa degli uomini: 25,4 contro 31,4% in media, forbice che si mantiene su tutte le classi di età; la contribuzione è di un quinto inferiore», ha concluso.Con questi numeri, non resta che capire come si muoverà il neonato governo italiano. Da un lato la pensione pubblica non potrà garantire ai futuri pensionati uno stile di vita dignitoso, dall’altro chi oggi lavora, spesso, non può permettersi una pensione integrativa. Un problema serissimo che, fino a oggi, nessun governo è mai riuscito a risolvere.Gianluca Baldini
Jared Isaacman, Administrator della Nasa (Ansa)
In tal senso, agli occhi del presidente, la Nasa riveste un’importanza di primo piano. Per comprendere al meglio le sue intenzioni, La Verità ha intervistato in esclusiva il capo (administrator) dell’agenzia spaziale statunitense: Jared Isaacman. Nominato da Trump a novembre, è stato confermato dal Senato il 17 dicembre. Pilota e astronauta, Isaacman è anche un imprenditore: ha fondato Shift4, società di elaborazione dei pagamenti, e Draken international, azienda attiva nel settore dell’aviazione militare. Considerato vicino a Elon Musk, ha inoltre guidato, nel 2021, Inspiration4: volo spaziale umano, gestito da SpaceX. Era invece il 2024, quando è stato comandante della missione spaziale Polaris Dawn, anch’essa gestita da SpaceX. Isaacman incarna quindi al meglio le caratteristiche che Trump vuole imprimere alla Nasa: efficienza, approccio imprenditoriale, apertura alle aziende private e taglio agli sprechi. Il tutto con un occhio ovviamente rivolto alla competizione geopolitica con Pechino.
Quali sono le priorità spaziali della Nasa e dell’amministrazione Trump?
«La Nasa e l’amministrazione Trump sono allineate su una chiara serie di priorità contenute nella Politica spaziale nazionale. Queste sono il ritorno degli americani sulla Luna, l’istituzione di una presenza stabile sulla Luna e lo sviluppo delle capacità necessarie per le future missioni su Marte. Ci concentriamo sul far progredire Artemis laddove la fisica e la sicurezza lo consentano, investendo in tecnologie abilitanti come l’energia nucleare e la propulsione, e stimolando le economie orbitali e lunari. Continuiamo al contempo a far progredire la scienza e a rafforzare la leadership Usa attraverso partnership commerciali e internazionali».
La Cina è uno dei principali rivali degli Stati Uniti nel settore spaziale. Come intende affrontare la Nasa la concorrenza cinese?
«Il modo migliore per competere è rispettare le priorità della Politica spaziale nazionale. Il ruolo della Nasa è quello di guidare l’esplorazione pacifica, eseguire missioni complesse in modo sicuro e nei tempi previsti, oltre a contribuire a definire gli standard per l’esplorazione e l’utilizzo dello Spazio. Garantiamo che gli Usa rimangano all’avanguardia, agendo con urgenza, lavorando a stretto contatto con i nostri partner commerciali e internazionali e mantenendoci al massimo livello di eccellenza».
Perché l’amministrazione Trump considera prioritario il ritorno sulla Luna e l’invio di astronauti su Marte?
«La Luna è il banco di prova per le capacità di cui avremo bisogno per Marte e oltre. Dare priorità a queste missioni consente agli Stati Uniti di rimanere all’avanguardia tecnologica, rafforzare le partnership e ridurre i rischi strategici a lungo termine. Dal punto di vista economico, questi sforzi contribuiscono alla crescita di nuove industrie e all’espansione della leadership americana. Tutto questo, mentre, dal punto di vista geopolitico, dimostrano credibilità, capacità e determinazione sulla scena mondiale».
La missione Artemis II avrà luogo a febbraio. Qual è la sua importanza?
«Porterà gli esseri umani attorno alla Luna per la prima volta dai tempi dell’Apollo, segnando il ritorno dell’umanità nello Spazio profondo dopo oltre mezzo secolo. Al di là del suo significato storico, questa missione ci permette di mettere alla prova, con un equipaggio a bordo, la navicella spaziale, il sistema di lancio e le operazioni di missione da cui dipenderemo per i futuri allunaggi. Volare in questa missione ci fornisce quell’esperienza e quella fiducia che sono fondamentali, prima di compiere il passo successivo: riportare gli astronauti sulla superficie lunare con Artemis III».
Perché l’amministrazione Trump sostiene così tanto le partnership tra la Nasa e le aziende private?
«Le partnership commerciali consentono alla Nasa di concentrare le proprie risorse sui problemi più complessi che solo questa agenzia è in grado di risolvere. Quando l’industria può fornire capacità in modo efficiente e su larga scala, la Nasa può concentrarsi su problemi che solo questa agenzia è in grado di affrontare, come l’esplorazione dello Spazio profondo, le tecnologie avanzate e le missioni che alzano l’asticella di ciò che è possibile. Questo modello aumenta la velocità, riduce i costi e, in definitiva, rafforza la leadership degli Stati Uniti nello Spazio».
Lei è un astronauta. In che modo questo background influenzerà il suo ruolo di capo della Nasa?
«La mia precedente esperienza di volo spaziale mi ha fatto nutrire un profondo rispetto per le persone che progettano, costruiscono, testano e gestiscono questi sistemi, e per la responsabilità che deriva dal mettere esseri umani al loro comando. Ciò rafforza l’importanza della disciplina, della preparazione e di un processo decisionale chiaro, quando chiediamo alle persone di affidare la propria vita al lavoro che svolgiamo. Questa prospettiva plasma il mio modo di pensare alla prontezza, alla responsabilità e alla necessità di rimuovere gli ostacoli inutili, affinché i team possano concentrarsi sul raggiungimento degli obiettivi della missione».
Lei ha detto di voler rendere la Nasa più sostenibile dal punto di vista finanziario. Come farà?
«Rendere la Nasa più efficiente significa ridurre la burocrazia inutile, avvicinare il processo decisionale al lavoro svolto e concentrare le risorse sulle missioni che fanno la differenza. Quando parlo di sostenibilità, non intendo suggerire che la Nasa debba puntare al profitto, ma che dobbiamo contribuire a dare impulso all’attività commerciale e scientifica in orbita e oltre, in modo che l’esplorazione non dipenda più esclusivamente da modelli impostati dal governo».
La Nasa ha collaborato con l’Agenzia spaziale italiana. Prevede che la partnership tra le due agenzie si rafforzerà in futuro?
«L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello Spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente man mano che ci avviciniamo a operazioni prolungate sulla Luna nel prossimo futuro, nonché allo sviluppo di missioni scientifiche ed esplorative di livello mondiale a vantaggio di entrambe le nazioni. Il ruolo dell’Italia come firmataria degli Accordi Artemis riflette il nostro impegno comune per un’esplorazione pacifica e responsabile. Partnership come questa sono essenziali per realizzare missioni ambiziose e definire le norme che plasmeranno il futuro dello Spazio».
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Volodymyr Zelensky a Davos (Ansa)
Risultato? Minaccia di dazi e le Sturmtruppen tedesche rientrano immediatamente con la coda fra le gambe. Insomma, l’Europa prende schiaffi. Una roba che nemmeno nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Che arrivino da Mosca, Kiev o Washington poco importa. Sempre schiaffi ci arrivano.
Sia chiaro che il prezzo più alto sul campo di battaglia lo stanno pagando i civili e i militari ucraini assieme ai soldati russi. Oltre un milione i caduti (fra morti e feriti) nelle file russe. Grosso modo la metà in casa Ucraina. E le cifre sono sicuramente sottostimate. Ma l’Unione europea ha pagato un prezzo pesantissimo in termini di soldi buttati senza aver ottenuto nulla in cambio, se non morti, feriti e qualche cesso d’oro nei forzieri dei dirigenti corrotti ucraini.
A detta di Zelensky l’Ue non avrebbe fatto abbastanza. Un abbastanza che a dicembre dello scorso anno il Consiglio europeo quantificava in 193,3 miliardi. Questo è quanto Bruxelles aveva sborsato in favore dell’Ucraina. Di questa cifra 103,3 miliardi sotto forma di supporto finanziario, economico e umanitario. Altri 69,3 miliardi per le armi, quindi 17 miliardi per accogliere i rifugiati, infine 3,7 miliardi di proventi derivanti dagli investimenti russi sequestrati in Ue, stimati in circa 210 miliardi. Il 65% di questa cifra sono sussidi a fondo perduto che Kiev non restituirà mai. Il 35% sono invece prestiti che l’Ucraina non restituirà mai. Ma pareva brutto chiamarli sussidi. E quindi tutti fanno finta che siano prestiti.
Tutto questo prima che l’Ue deliberasse, lo scorso dicembre, un ulteriore prestito, che ovviamente non sarà restituito, pari a 90 miliardi. Soldi che l’Unione europea prenderà a prestito sui mercati finanziari. Ma Bruxelles dovrà restituirli.
Nel complesso, quindi, l’Ue ha sborsato e deve sborsare qualcosa come 280 miliardi di euro. È ragionevole stimare che la quota a carico dell’Italia oscilli fra il 12 ed il 15%. Stiamo parlando di una cifra che varierebbe fra 33 e 42 miliardi. Un importo che fa impallidire quanto stanziato con l’ultima legge di bilancio. Grosso modo la metà.
Gli aiuti all’Ucraina non finiscono qui, però. L’Unione europea ha infatti sospeso l’applicazione di tutta una serie di dazi precedentemente applicati alle importazioni ucraine. È stato infatti sottoscritto in fretta e furia un accordo commerciale denominato Dcfta (Deep and comprehensive free trade area) grazie al quale l’Ue ha importato oltre 200 milioni di tonnellate di prodotti agricoli (97 milioni di tonnellate) e non (108 milioni di tonnellate). L’Unione europea stima che con questo accordo temporaneo siano arrivate merci ucraine per un importo complessivo di 183 miliardi. Prodotti che con ogni probabilità, in situazioni normali, non avrebbero varcato le nostre dogane. Il conto insomma sale a 460 miliardi in favore di Kiev fra sussidi, prestiti che non verranno restituiti e acquisti di favore.
Il punto, però, è che il conto non è ancora finito. Non stiamo tenendo in considerazione il costo in bolletta per il caro energia e ciò che sarà necessario sborsare per ricostruire il Paese una volta che il conflitto sarà terminato. I colloqui sono in corso. E ovviamente, come da tradizione, l’Unione europea a quel tavolo non c’è. Sarà chiamata solo quando dovrà pagare prendendo la solita consueta razione di schiaffi.
Quanto al caro bolletta e ai sussidi, secondo una stima di Confimprenditori resa nota a dicembre dello scorso anno, «il costo complessivo sostenuto dal Paese tra il 2022 e il 2024 si colloca tra gli 85 e i 110 miliardi di euro». Una cifra monstre.
Il costo pagato dal nostro Paese, tenuto conto della nostra quota di aiuti sul bilancio Ue, lievita come un panettone. Considerando la sola quota di questo conto ascrivibile al caro bolletta parliamo di 45-60 miliardi.
A questo deve infine essere aggiunta una cifra spropositata per la ricostruzione dell’Ucraina. Secondo il documento Ue «Roadmap per la prosperità dell’Ucraina: una visione per il 2040», dovranno essere messi sul piatto almeno 800 miliardi per la ricostruzione del Paese. Anche immaginando di utilizzare i fondi russi attualmente nelle nostre disponibilità - cosa che sarà possibile solo nell’ambito di un negoziato di pace a cui al momento, ricordiamolo ancora, Bruxelles non partecipa - qualcuno dovrebbe farsi carico di pagare i rimanenti 600 miliardi. Tutto lascia presagire che questa cifra dovrà essere sborsata dall’Ue. Il che significherebbe che l’Italia potrebbe arrivare a dover tossire altri 90 miliardi. Che sommati al costo prima stimato da Confimprenditori porterebbe il costo a nostro carico a oltre 200 miliardi. Stante questi numeri da capogiro, sarebbe quanto meno doveroso che Zelensky evitasse di fare il gradasso prendendo a schiaffi gli unici che in questo momento lo stanno tenendo in sella. Ammesso e non concesso che legarsi al destino di Zelensky sia la cosa saggia da fare se si vuole arrivare alla fine del conflitto in tempi brevi.
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La storica «società» di appassionati di Verdi che conserva la memoria del «Cigno di Busseto» nel racconto del suo presidente. I riti, i ritrovi, la promozione dell'opera nelle scuole e le visite nel «covo» verdiano dei più grandi musicisti del mondo.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
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