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2020-10-17
I malati cronici vittime silenziose del Covid
Ansa
Durante l'emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, le altre malattie, soprattutto quelle croniche o tumorali, non hanno smesso di esistere. Da marzo in poi, pazienti con diabete, problemi cardiaci, tumori o malattie respiratorie croniche, ma anche psichiatriche, hanno visto annullare visite e controlli. Sono gli effetti collaterali di una pandemia che ha colpito un sistema sanitario reduce da anni di tagli di budget e di blocco delle assunzioni, ma anche di mancata programmazione per la presenza di infermieri e specialisti. È proprio la carenza di personale sanitario, più che delle strutture, a fare la differenza in questo contesto.
«Non abbiamo ancora terminato di analizzare tutte le più importanti casistiche», spiega Matteo Stocco, direttore generale dell'Azienda sanitaria (Asst) Santi Paolo e Carlo di Milano, «ma dal materiale raccolto, l'impossibilità di accedere ai controlli programmati ha senz'altro determinato un disservizio per i pazienti cronici». Le malattie croniche interessano circa il 40% della popolazione italiana (24 milioni di persone) e la metà ha più di una patologia. «Durante il lockdown», continua Stocco, «abbiamo garantito tutte le urgenze e sono stati attivati sistemi di teleconsulto/telemedicina, come ad esempio in ambito cardiologico, psichiatrico ed ematologico, oltre ad un sistema di telemonitoraggio per i collaboratori che si sono ammalati». In previsione della nuova ondata «è in fase di attivazione una piattaforma aziendale di telemedicina, integrata con la cartella clinica, cui accederanno tutte le specialità mediche, implementabili con devices per il controllo dei parametri vitali dei pazienti a domicilio».
Da febbraio ad aprile 2020 sono stati rimandati, a livello nazionale, il 75% dei ricoveri per interventi chirurgici in regime ordinario, circa il 50% degli interventi per problemi cardiovascolari, senza contare i day hospital e quelli con diagnosi di tipo oncologico, secondo un report di Nomisma. Solo in oncologia, nei primi cinque mesi del 2020 sono saltati 1,4 milioni di screening. «A partire dalla tarda primavera e durante l'estate, gli ospedali hanno ripreso con vigore l'attività», dice il direttore generale, «anche al fine di recuperare le prestazioni posticipate durante il periodo di conversione delle strutture in ospedali Covid, e ancora in questi giorni siamo impegnati al raggiungimento dell'obiettivo». Nell'impossibilità di definire se davvero questi pazienti non sono stati trattati, visto che potrebbero anche essersi rivolti ad altre strutture, la Regione Lombardia ha chiesto agli ospedali di fare almeno il 95% delle prestazioni ambulatoriali realizzate nello stesso periodo nel 2019. «Grazie al finanziamento regionale straordinario», prosegue Stocco, «abbiamo attivato un servizio di re-call (richiamo) e incrementato le attività ambulatoriali con maggiori disponibilità di visite e prestazioni diagnostiche, nel rispetto delle norme su distanziamento e sanificazione degli ambienti, soprattutto grazie all'ampliamento di orari e giorni di attività, come nelle giornate di sabato». In base alle proiezioni dei dati luglio-ottobre «possiamo stimare una percentuale di attività superiore al 100% in relazione al secondo semestre 2019». La crescita rapida dei positivi al Covid-19 di questi giorni non ha comportato, al momento, un «ridimensionato di reparti, posti letto e servizi», osserva Stocco, anche se è prevista una «graduale riconversione dei reparti e una contemporanea riduzione delle attività programmate per far fronte all'aumento dei casi di infezione da Covid-19, secondo la gravità e il contestuale impegno di risorse». Come è successo durante la prima ondata pandemica, l'aumento dei letti di terapia intensiva richiede un impiego di medici e infermieri molto elevato, per il livello di assistenza maggiore, data la gravità della malattia. «Abbiamo avuto dalla Regione importanti contributi economici finalizzati all'incremento del personale e delle dotazioni tecnologiche. Questo ci ha permesso, in queste settimane, di aumentare i posti letto per pazienti Covid senza ridurre l'attività ordinaria, sia ambulatoriale che chirurgica. Purtroppo», rimarca Stocco, «i professionisti sanitari (medici e infermieri) disponibili all'assunzione sono limitati a poche quantità, soprattutto gli infermieri». Anche avendo fisicamente i reparti, manca il personale perché una programmazione sballata ha portato a una carenza di infermieri e specialisti, soprattutto nell'area di anestesia e rianimazione, ma anche delle malattie infettive e della pneumologia. L'ottimale sarebbe poter garantire un minimo di assistenza sanitaria a chi non ha il Covid-19, anche durante una nuova ondata, grazie a strutture e personale dedicato. È proprio la carenza di professionisti sul mercato del lavoro che «ci costringerà a una graduale conversione dei reparti esistenti in reparti Covid», conclude il direttore. Il paradosso è che ci sono attualmente almeno 9.000 medici usciti dalle Università che non possono andare in corsia per un errore nel calcolo dei posti di specialità. È incredibile che non possano trovare un ruolo durante un'emergenza sanitaria.
Le terapie intensive si riempiono anche per la banale influenza
Secondo il bollettino dei contagi fornito ieri, sono 10.010 i nuovi positivi, che portano il totale a 107.312.
Diminuiscono i decessi: ieri sono stati 55, mentre le vittime accertate giovedì erano 83 per un totale di 36.427 dall'inizio dell'epidemia e, nel frattempo sono 247.872, di cui ieri 1.908, i guariti e dimessi dagli ospedali. I ricoverati ieri sono 434 di cui 52 in terapia intensiva, che portano il totale assoluto a 6.816, mentre i tamponi effettuati nelle scorse 24 ore sono stati 150.377 (12.555 in meno rispetto a giovedì, quando erano stati 162.932) «I 10.010 casi mostrano un lieve rallentamento nei tempi di raddoppio: mentre tutti i giorni della settimana hanno finora mostrato un aumento dei casi doppio rispetto a quello della settimana precedente, oggi questo non è accaduto. Potrebbe anche essere una fluttuazione statistica, da valutare sulla scala di una settimana», ha detto il presidente dell'Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi.
In aumento i casi nelle stesse Regioni dove si erano registrati numeri record giovedì: Lombardia (+2.419) che detiene il record di più contagi per il quarto giorno di fila, Campania (+1.261) e Piemonte (+821). Resta critica la situazione di Milano, che registra più della metà dei nuovi casi regionali, 1.319 nuovi contagi, di cui 604 a Milano città, mentre ieri erano 1.053.
I nuovi decessi sono 7 per un totale complessivo di 17.044 morti in regione dall'inizio della pandemia. Sono in calo i posti occupati in terapia in terapia intensiva (-1, 71), mentre crescono i posti letto occupati negli altri reparti (+108). Numeri record, indice Rt a 2, misure di contenimento insufficienti e la crisi delle rianimazioni incombente. I 150 posti letto in terapia intensiva previsti nei vari hub meneghini destinati a ricevere i malati di Covid potrebbero non bastare se la curva epidemica continuasse a salire tanto da dover far ricorso, come ha già anticipato Antonio Pesenti, coordinatore dell'Unità di crisi della Regione Lombardia per le terapie intensive, «alla riapertura dell'ospedale della Fiera di Milano». Quello stesso ospedale definito inutile e uno spreco di soldi da chi durante i mesi più duri trovava ogni scusa buona per attaccare il presidente Fontana. La Regione d'Italia più colpita dall'epidemia dimostra tuttavia che le terapie intensive non si affaticano solo col Covid.
Era successo già nel 2018, quando le complicazioni della comune influenza, soprattutto le polmoniti, portarono 48 malati gravi ricoverati nelle terapie intensive di Policlinico, San Raffaele, San Gerardo di Monza e San Matteo di Pavia, gli ospedali di riferimento in Lombardia per l'uso dell'Ecmo, il macchinario che si sostituisce ai polmoni. E allora come oggi i medesimi problemi per la gestione di questi pazienti gravi: difficoltà ad accogliere nuovi pazienti, rinvio degli interventi chirurgici programmati e prenotazioni sospese per i posti letto delle rianimazioni destinati ad accogliere i malati dopo le operazioni, turni straordinari per medici e infermieri richiamati dalle ferie. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.
Nel 2018, con 4.780.000 casi di sindrome influenzale in Italia, la Lombardia fu in assoluto la Regione più colpita con 138 casi gravi, anche se la proporzione con i decessi fu tra le più basse d'Italia.
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Dai pazienti diabetici a quelli con patologie cardiache o respiratorie, ma anche chi ha un tumore o problemi psichiatrici: a causa dell'emergenza sanitaria si sono visti annullare visite e controlli. Non mancano strutture, ma infermieri e specialisti nelle corsie.Nel 2018 i reparti lombardi registravano numeri record: ma senza Covid e Cassandre.Lo speciale contiene due articoli.Durante l'emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, le altre malattie, soprattutto quelle croniche o tumorali, non hanno smesso di esistere. Da marzo in poi, pazienti con diabete, problemi cardiaci, tumori o malattie respiratorie croniche, ma anche psichiatriche, hanno visto annullare visite e controlli. Sono gli effetti collaterali di una pandemia che ha colpito un sistema sanitario reduce da anni di tagli di budget e di blocco delle assunzioni, ma anche di mancata programmazione per la presenza di infermieri e specialisti. È proprio la carenza di personale sanitario, più che delle strutture, a fare la differenza in questo contesto. «Non abbiamo ancora terminato di analizzare tutte le più importanti casistiche», spiega Matteo Stocco, direttore generale dell'Azienda sanitaria (Asst) Santi Paolo e Carlo di Milano, «ma dal materiale raccolto, l'impossibilità di accedere ai controlli programmati ha senz'altro determinato un disservizio per i pazienti cronici». Le malattie croniche interessano circa il 40% della popolazione italiana (24 milioni di persone) e la metà ha più di una patologia. «Durante il lockdown», continua Stocco, «abbiamo garantito tutte le urgenze e sono stati attivati sistemi di teleconsulto/telemedicina, come ad esempio in ambito cardiologico, psichiatrico ed ematologico, oltre ad un sistema di telemonitoraggio per i collaboratori che si sono ammalati». In previsione della nuova ondata «è in fase di attivazione una piattaforma aziendale di telemedicina, integrata con la cartella clinica, cui accederanno tutte le specialità mediche, implementabili con devices per il controllo dei parametri vitali dei pazienti a domicilio». Da febbraio ad aprile 2020 sono stati rimandati, a livello nazionale, il 75% dei ricoveri per interventi chirurgici in regime ordinario, circa il 50% degli interventi per problemi cardiovascolari, senza contare i day hospital e quelli con diagnosi di tipo oncologico, secondo un report di Nomisma. Solo in oncologia, nei primi cinque mesi del 2020 sono saltati 1,4 milioni di screening. «A partire dalla tarda primavera e durante l'estate, gli ospedali hanno ripreso con vigore l'attività», dice il direttore generale, «anche al fine di recuperare le prestazioni posticipate durante il periodo di conversione delle strutture in ospedali Covid, e ancora in questi giorni siamo impegnati al raggiungimento dell'obiettivo». Nell'impossibilità di definire se davvero questi pazienti non sono stati trattati, visto che potrebbero anche essersi rivolti ad altre strutture, la Regione Lombardia ha chiesto agli ospedali di fare almeno il 95% delle prestazioni ambulatoriali realizzate nello stesso periodo nel 2019. «Grazie al finanziamento regionale straordinario», prosegue Stocco, «abbiamo attivato un servizio di re-call (richiamo) e incrementato le attività ambulatoriali con maggiori disponibilità di visite e prestazioni diagnostiche, nel rispetto delle norme su distanziamento e sanificazione degli ambienti, soprattutto grazie all'ampliamento di orari e giorni di attività, come nelle giornate di sabato». In base alle proiezioni dei dati luglio-ottobre «possiamo stimare una percentuale di attività superiore al 100% in relazione al secondo semestre 2019». La crescita rapida dei positivi al Covid-19 di questi giorni non ha comportato, al momento, un «ridimensionato di reparti, posti letto e servizi», osserva Stocco, anche se è prevista una «graduale riconversione dei reparti e una contemporanea riduzione delle attività programmate per far fronte all'aumento dei casi di infezione da Covid-19, secondo la gravità e il contestuale impegno di risorse». Come è successo durante la prima ondata pandemica, l'aumento dei letti di terapia intensiva richiede un impiego di medici e infermieri molto elevato, per il livello di assistenza maggiore, data la gravità della malattia. «Abbiamo avuto dalla Regione importanti contributi economici finalizzati all'incremento del personale e delle dotazioni tecnologiche. Questo ci ha permesso, in queste settimane, di aumentare i posti letto per pazienti Covid senza ridurre l'attività ordinaria, sia ambulatoriale che chirurgica. Purtroppo», rimarca Stocco, «i professionisti sanitari (medici e infermieri) disponibili all'assunzione sono limitati a poche quantità, soprattutto gli infermieri». Anche avendo fisicamente i reparti, manca il personale perché una programmazione sballata ha portato a una carenza di infermieri e specialisti, soprattutto nell'area di anestesia e rianimazione, ma anche delle malattie infettive e della pneumologia. L'ottimale sarebbe poter garantire un minimo di assistenza sanitaria a chi non ha il Covid-19, anche durante una nuova ondata, grazie a strutture e personale dedicato. È proprio la carenza di professionisti sul mercato del lavoro che «ci costringerà a una graduale conversione dei reparti esistenti in reparti Covid», conclude il direttore. Il paradosso è che ci sono attualmente almeno 9.000 medici usciti dalle Università che non possono andare in corsia per un errore nel calcolo dei posti di specialità. È incredibile che non possano trovare un ruolo durante un'emergenza sanitaria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-malati-cronici-vittime-silenziose-del-covid-2648232941.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-terapie-intensive-si-riempiono-anche-per-la-banale-influenza" data-post-id="2648232941" data-published-at="1602883885" data-use-pagination="False"> Le terapie intensive si riempiono anche per la banale influenza Secondo il bollettino dei contagi fornito ieri, sono 10.010 i nuovi positivi, che portano il totale a 107.312. Diminuiscono i decessi: ieri sono stati 55, mentre le vittime accertate giovedì erano 83 per un totale di 36.427 dall'inizio dell'epidemia e, nel frattempo sono 247.872, di cui ieri 1.908, i guariti e dimessi dagli ospedali. I ricoverati ieri sono 434 di cui 52 in terapia intensiva, che portano il totale assoluto a 6.816, mentre i tamponi effettuati nelle scorse 24 ore sono stati 150.377 (12.555 in meno rispetto a giovedì, quando erano stati 162.932) «I 10.010 casi mostrano un lieve rallentamento nei tempi di raddoppio: mentre tutti i giorni della settimana hanno finora mostrato un aumento dei casi doppio rispetto a quello della settimana precedente, oggi questo non è accaduto. Potrebbe anche essere una fluttuazione statistica, da valutare sulla scala di una settimana», ha detto il presidente dell'Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi. In aumento i casi nelle stesse Regioni dove si erano registrati numeri record giovedì: Lombardia (+2.419) che detiene il record di più contagi per il quarto giorno di fila, Campania (+1.261) e Piemonte (+821). Resta critica la situazione di Milano, che registra più della metà dei nuovi casi regionali, 1.319 nuovi contagi, di cui 604 a Milano città, mentre ieri erano 1.053. I nuovi decessi sono 7 per un totale complessivo di 17.044 morti in regione dall'inizio della pandemia. Sono in calo i posti occupati in terapia in terapia intensiva (-1, 71), mentre crescono i posti letto occupati negli altri reparti (+108). Numeri record, indice Rt a 2, misure di contenimento insufficienti e la crisi delle rianimazioni incombente. I 150 posti letto in terapia intensiva previsti nei vari hub meneghini destinati a ricevere i malati di Covid potrebbero non bastare se la curva epidemica continuasse a salire tanto da dover far ricorso, come ha già anticipato Antonio Pesenti, coordinatore dell'Unità di crisi della Regione Lombardia per le terapie intensive, «alla riapertura dell'ospedale della Fiera di Milano». Quello stesso ospedale definito inutile e uno spreco di soldi da chi durante i mesi più duri trovava ogni scusa buona per attaccare il presidente Fontana. La Regione d'Italia più colpita dall'epidemia dimostra tuttavia che le terapie intensive non si affaticano solo col Covid. Era successo già nel 2018, quando le complicazioni della comune influenza, soprattutto le polmoniti, portarono 48 malati gravi ricoverati nelle terapie intensive di Policlinico, San Raffaele, San Gerardo di Monza e San Matteo di Pavia, gli ospedali di riferimento in Lombardia per l'uso dell'Ecmo, il macchinario che si sostituisce ai polmoni. E allora come oggi i medesimi problemi per la gestione di questi pazienti gravi: difficoltà ad accogliere nuovi pazienti, rinvio degli interventi chirurgici programmati e prenotazioni sospese per i posti letto delle rianimazioni destinati ad accogliere i malati dopo le operazioni, turni straordinari per medici e infermieri richiamati dalle ferie. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Nel 2018, con 4.780.000 casi di sindrome influenzale in Italia, la Lombardia fu in assoluto la Regione più colpita con 138 casi gravi, anche se la proporzione con i decessi fu tra le più basse d'Italia.
il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.