- Wall Street fa miliardi grazie ai criteri di investimento Esg, cioè che rispettano l’agenda green e gender free. Ma che distorcono il mercato spingendo la transizione verde a danno dei settori tradizionali. Ora 19 procuratori federali vogliono vederci chiaro.
- Dai pomodori in scatola ai cosmetici. La stretta sul gas è una mina vagante. Nord Stream 1 è fermo, l’impennata dei prezzi spaventa i settori più diversi tra loro.
Lo speciale comprende due articoli.
La favola degli investimenti Esg pare avviarsi in America verso una fine non lietissima, sia pure dopo avere fatto in questi anni la felicità dei pesci grossi di Wall Street. I criteri Esg (Environment, social e governance) sono indicatori che permettono la scelta di un investimento basandosi non tanto sul rendimento atteso, quanto sulla cosiddetta «sostenibilità» ambientale, sociale e gestionale. La classificazione Esg è un modo per indirizzare le masse finanziarie dei grandi investitori verso impieghi di un certo tipo, che rispettino cioè parametri considerati etici, anche prescindendo dai rendimenti. Le variabili misurate sono le più disparate e vanno dalle emissioni di CO2 al rispetto delle minoranze Lgbtqia+ presenti in azienda, dalla rappresentanza di genere e di etnia all’interno dei consigli di amministrazione alla gestione della privacy di dipendenti e clienti. Naturalmente, vista l’opportunità di assicurarsi commissioni più alte per un nuovo prodotto finanziario, Wall Street in questi anni non ha esitato a coccolare la nuova creatura, sino a farla diventare un business immenso, che oggi vale qualcosa come 20.000 miliardi di dollari.
La distinzione degli investimenti secondo questo marchio porta con sé, però, una corposa serie di questioni. Sul piano tecnico, c’è un problema intrinseco legato al fatto che i criteri di investimento Esg (o meglio i rischi di una non aderenza a essi) non sono riflessi nei bilanci e nei conti economici di un’azienda, dunque risulta impossibile definire il «valore» legato a essi. Né esiste alcuna garanzia sul fatto che un investimento classificato come Esg effettivamente attui le politiche aziendali conseguenti: chi controlla davvero? Ma soprattutto, la classificazione Esg ha incoraggiato una transizione ecologica sbilenca e dannosa, con una concentrazione di investimenti che ha prosciugato altri settori vitali dell’economia.
In un rapporto della scorsa primavera, la banca d’affari americana Jp Morgan ha spiegato come la rigida regolamentazione Esg abbia diminuito gli afflussi di capitale verso i settori tradizionali e in particolare quelli delle materie prime. Il risultato è stato un calo degli investimenti che ha provocato un aumento dei prezzi del petrolio e, di conseguenza, della benzina (ben prima dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia). Lo spiega benissimo Bill Dutcher, presidente della Anadarko Minerals, un piccolo produttore di petrolio e gas dell’Oklahoma. In una lettera inviata al Wall Street Journal qualche giorno fa, con una robusta dose di ironia, Dutcher afferma di sostenere il sistema Esg perché «se combinati con normative sempre crescenti, gli investimenti Esg riducono quelli nell’esplorazione e produzione nazionale di petrolio e gas. Il calo della spesa riduce le forniture disponibili di petrolio e gas nazionali, il che fa aumentare i prezzi. Quindi vorrei ringraziare i gestori patrimoniali woke, come Blackrock, per aver contribuito all’aumento dei prezzi del petrolio e del gas». In sintesi, l’orientamento politico degli investimenti si è tradotto in una grave distorsione del mercato e in una crisi economica di cui vediamo oggi solo l’inizio. Una crisi che colpirà soprattutto le classi più deboli.
Non è un caso, dunque, che qualche giorno fa negli Stati Uniti 19 procuratori generali abbiano scritto una lunga lettera aperta al Wall Street Journal in cui pongono delle domande sulle modalità con cui il grande fondo Blackrock gestisce i suoi investimenti Esg. I procuratori pensano che ci possa essere troppa identificazione del fondo gestito da Larry Fink con gli obiettivi delle varie Ong che si dedicano al tema della sostenibilità, tale da alterare il principio per cui i fondi perseguono il miglior risultato per il cliente e non fini politici. Anche se per ora si tratta solo di una lettera e non c’è una vera inchiesta, il fatto è notevole perché pone questioni reali. Ma c’è di più, il problema è più ampio della mera aderenza in termini legali alla regolamentazione finanziaria. Nei fatti, la classificazione Esg è il tentativo di imporre un’agenda politica orientando gli investimenti verso un determinato tipo di economia e, in definitiva, di rapporti sociali. Pur riguardando un ambito tecnico come quello finanziario, il tema è prettamente politico e origina, ancora una volta, dall’ondata progressista radicale woke, quella degli autoproclamati «risvegliati», che detestano la tradizione e l’identità sociale e culturale.
I fondi di investimento Esg che detengono quote importanti nelle aziende sono spesso impegnati attivamente nel far cambiare la rotta delle strategie aziendali, votando nelle assemblee degli azionisti contro il parere dei manager o facendo pressione perché vengano adottate certe politiche. Alcuni ex manager di Blackrock sono molto vicini alla Casa Bianca del democratico Joe Biden. Il rischio è che l’influenza della lobby Esg porti a un’imposizione per legge dei criteri, obbligando così tutte le aziende a rispettarli. Il tema Esg negli Usa è molto presente nella campagna elettorale in corso per le elezioni di midterm che si terranno a novembre, con i candidati repubblicani impegnati a smontarne la retorica favoleggiante.
La realtà ha dimostrato che la transizione ecologica, diventata una corsa al green a tutti i costi, è un pericoloso abbaglio, che l’Esg ha gonfiato a dismisura e che ora presenta il conto. Come sempre, sarà la dura realtà a incaricarsi di decretare la fine delle illusioni.
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