«L’identità di genere è una tendenza e non è più così “cool”». Così scriveva lo scorso autunno, senza nascondere un certo entusiasmo, Sarah Holliday, giornalista del Washington Stand. Ad ispirare questo commento era stato The decline of trans and queer identity among young americans, studio di Eric Kaufmann, sociologo e direttore del Centre for Heterodox Social Science presso l’Università di Buckingham. Con questo lavoro di 27 pagine - di cui aveva dato notizia anche La Verità -, l’accademico aveva scoperto una inversione di tendenza, ovvero che la quota di studenti che si identificano con un genere diverso da maschile o femminile - ovvero come «non binari» - ha raggiunto il picco nel 2023 (6,8%) e si è dimezzata nei due anni dopo, fermandosi nel 2025 a 3,6%. Rilanciato Elon Musk, Donald Trump Jr. e Matt Walsh, il post su X contenente questo studio ha toccato le 20 milioni di visualizzazioni. Con le visualizzazioni sono fioccate, inevitabili, anche le critiche a Kaufmann, che nel merito sono essenzialmente state di due tipi.
Al sociologo è stato rimproverato di non aver capito che «non binario non significa trans» e di non aver utilizzato dati ponderati. Due osservazioni alle quali l’autore di The decline of trans and queer identity - basato sui dati della Foundation for individual rights and expression (Fire), indagine che coinvolge oltre 50.000 studenti all’anno provenienti da quasi 250 atenei americani - ha efficacemente risposto. Anzitutto, il docente dell’Università di Buckingham ha rilevato che coloro che si identificano come trans hanno quasi 70 volte più probabilità di identificarsi come non binari rispetto a una persona che non si identifica come trans. «Una correlazione monumentale», ha commentato Kaufmann, il quale ha fatto anche notare come ponderare i dati, quando i sottogruppi sono così piccoli come gli intervistati trans di un campione, rischia di essere molto rischioso a fini interpretativi.
Come che sia, questo dibattito iniziato a fine ottobre 2025, di fatto non si è più chiuso; anche perché, nel frattempo, sono intervenuti pure altri studiosi. Un nome su tutti che merita di essere richiamato è quello di Jean Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University, forse la massima ricercatrice quantitativa sulle tendenze giovanili degli Stati Uniti, la quale - a partire da un’altra fonte, il Cooperative Election Study (Ces), questa sì rappresentativa - ha concluso che sì, «tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, l’identificazione transgender si è quasi dimezzata dal 2022 al 2024. L’identificazione non binaria è diminuita di oltre la metà tra il 2023 e il 2024».
Più precisamente, se nel 2020 l’8,6% dei giovani tra i 18 e i 22 anni ha dichiarato di essere transgender, solo un anno dopo la quota è scesa al 5,6%, per crollare ulteriormente al 3,2% nel 2024: meno 5,4% in appena quattro anni non è un calo, bensì un crollo perfino peggiore di quello rilevato da Kaufmann. Come se non bastasse, un altro esperto di statistiche, Ryan Burge, ha deciso di vederci chiaro trovando un dato che non ha avuto alcuna risonanza sui media internazionali: il calo dell’identità fluida persino nelle fasce d’età più mature. «Ciò che colpisce è che anche tra le persone decisamente non “giovani”, si è registrato un calo notevole nell’identificazione transgender», ha osservato Burge, «ad esempio, tra gli intervistati nati negli anni Settanta, circa l’1,6% ha dichiarato di essere transgender nel 2020; entro il 2024, questa percentuale era scesa ad appena lo 0,3%. Per i nati alla fine degli anni Ottanta, l’identificazione transgender è scesa dal 4,8% ad appena lo 0,9%. Quindi, questo non è un fenomeno limitato solo ai più giovani adulti: ci sono cali significativi anche tra le persone tra i 30 e i 40 anni».
Suffraga l’arretramento dell’identità fluida anche l’esperienza dei detransitioners, ossia quanti, avviata o completata una transizione di genere, non solo desiderano tornare alla loro identità biologica originale ma, non di rado, fanno causa ai medici che troppo frettolosamente li hanno avviati a questo iter. Di quante persone si tratta? Difficile dirlo. Secondo Walt Heyer, forse tra i volti più noti di quanti hanno vissuto in un sesso (nel suo caso femminile) prima di tornare al proprio, essi ammontano addirittura al 20% dell’insieme dei trans. Gli studi scientifici fissano una forbice più contenuta, che varia dal 2 all’8%. C’è però da dire che questi casi non però semplici da intercettare, anche perché i pentiti della transizione vengono spesso bullizzati dalla comunità Lgbt, che li tratta come traditori della causa. Da uno studio uscito pubblicato su Archives of Sexual Behavior sappiamo che sono meno di un quarto - il 24%, per l’esattezza - i detransitioners che decidono di informare della loro scelta i medici. Molti semplicemente spariscono: non si fanno più vedere e basta.
Quel che è certo è che i detransitioners sono in aumento in tutto l’Occidente e certificano che sì, forse «l’identità di genere è non è più così “cool”». La cosa che colpisce è che un declino dell’ideologia gender oggi si intravede anche là dove, francamente, meno uno se lo aspetterebbe: nel mondo dei mass media. Secondo Where We Are on tv, l’ultimo rapporto Glaad - acronimo dell’associazione arcobaleno Gay and lesbian alliance against defamation - diffuso un paio di mesi fa, se durante la stagione televisiva 2023-2024 i personaggi transgender erano 24, nell’ultima, dove complessivamente sono stati rilevati 489 personaggi arcobaleno, quelli transgender sono saliti a 33. Eppure, sorpresa: appena quattro di questi 33 appartengono a show che torneranno per un’altra stagione; il resto, ha osservato Jorge Enrique Mújica per l’agenzia Zenit, è legato a produzioni che sono state cancellate o non saranno rinnovate. Troppo poco, forse, per parlare di trasformazione del mondo dei media, da decenni megafono dell’agenda progressista. Però è un segnale.
D’altra parte, che l’eccessiva presenza gender anche sul mondo dei media e della pubblicità stia iniziando a stancare lo si sa da tempo. Almeno dalla primavera del 2023, quando la birra Bud Light, per farsi pubblicità, scelse di affidarsi all’attivista transgender Dylan Mulvaney. Risultato: il titolo in Borsa dell’azienda era repentinamente crollato, per un totale di perdite di circa oltre 4,5 miliardi di dollari di capitalizzazione. Adesso Bud Light costa meno dell’acqua, aveva chiosato qualcuno commentando il tonfo. La stanchezza della gente comune per l’ideologia gender è tale che c’è chi attribuisce una parte non irrilevante della vittoria alle presidenziali del novembre 2024 di Donald Trump su Kamala Harris alla maxi sponsorizzazione sui social network che il tycoon fece d’un vecchio video del 2019 nel quale la candidata democratica affermava che avrebbe pagato con i fondi pubblici le operazioni per il «cambio di sesso» dei transessuali detenuti.
Perfino Charlamagne tha God, popolarissimo conduttore radiofonico afroamericano con milioni di follower e apertamente progressista, se n’era sbottato: «Neanche io vorrei che i soldi delle mie tasse venissero spesi per gli interventi chirurgici delle persone transgender». Questo precedente è interessante perché fa capire che non sono stati Trump con i suoi ordini esecutivi che escludono le atlete trans dalle competizioni femminili o Elon Musk servendosi di X a generare una sorta di presunta «transfobia». Un malcontento c’era già. E probabilmente aleggia ora in tutto l’Occidente, benché i paladini del progressismo si ostinino a non vederlo.
«Sono saltate le censure woke contro i pentiti della transizione»
Qual è la situazione dell’ideologia gender in Italia? Anche qui arretra come in America? Non c’è modo migliore per capirlo che sentire chi la contrasta quotidianamente. Come Maria Rachele Ruiu, moglie, mamma di due bambini, laureata in psicologia e, soprattutto, volto noto di Pro vita & famiglia.
Ruiu, come trova i dati del declino dell’identità trans e non binaria che arrivano dagli Stati Uniti?
«Come ogni ideologia, l’ideologia gender si contraddice. Era un declino “citofonato”. Come può reggere un’ideologia che dice di voler superare i cosiddetti stereotipi di genere e poi afferma che se un ragazzino si sente più sensibile o ama la danza forse è nato in un corpo sbagliato? Come può reggere un’ideologia che dice di voler emancipare le donne dal patriarcato quando non sa rispondere alla banalissima domanda “cosa è una donna”? Come può reggere un’ideologia che dice che i genitali non definiscono l’identità di una persona, ma rimuoverli sì. Una ideologia che tifa per le quote rosa ma poi permette agli uomini di usurpare i posti nelle gare femminili. Era chiaro e lampante che questa ideologia avrebbe avuto vita breve. Ma la domanda è: quanti morti e feriti ha causato? Quanti ne sta causando?».
Come spiega questa piccola ma già decisa inversione di tendenza?
«Credo sia un effetto boomerang: i primi ex ragazzi sottoposti alla transizione; genitori più consapevoli e il fatto che siano saltate molte censure woke. Ma soprattutto il coraggio di piccoli sassolini che hanno scelto di essere maciullati pur di sabotare l’ingranaggio d’una ideologia che aveva ammaliato tanti, anche quando non conveniva. Si deve questa decisa inversione alle ragazze e ai ragazzi che con coraggio hanno denunciato di essere stati fregati dai cultori del gender: adulti, professori, professionisti che hanno sacrificato sull’altare di questa ideologia la salute fisica e mentale. Hanno cominciato ad essere pubbliche le storie dei detransitioner, sia adulti sia giovani. Noi lo scorso anno abbiamo fatto un tour con Luka Hein, per mettere in guardia l’Italia che pare ammaliata da questa ideologia. Della sua storia, diventata un documentario dell’agenzia indipendente Dropit, mi ha colpito una frase semplice ma diretta: “Avrei avuto bisogno di adulti che si facevano carico della mia sofferenza, non di risposte standardizzate che mi hanno menomata”».
Anche se non abbiamo dati accurati come quelli statunitensi, è plausibile che un arretramento ideologico possa registrarsi anche in Italia e in altre parti d’Occidente?
«Certo, sì. L’Italia segue sempre con ritardo, ma segue. Il problema serio è che oggi da noi i dati sono ancora nascosti per la maggior parte. Quando aprivo le interviste con Luka invitavo gli spettatori a ricordare i film in cui un eroe o chi per lui torna dal futuro per avvisare l’arrivo di una catastrofe, e suggerivo di ascoltare la storia di questa ragazza che veniva dall’America proprio con lo stesso compito. La speranza - ed è il motivo per cui con Pro vita & famiglia non arrestiamo e continuiamo a spenderci per svelare la crudeltà e le contraddizioni di questa ideologia - è che l’Italia guardi agli altri Paesi che sono tornati indietro senza ferire, martoriare, confondere, i nostri figli più fragili. Vede Guzzo, dopo il lockdown c’è stata l’impennata di casi di disforia, mentre si registrava un aumento significativo del disagio giovanile causato da una sovraesposizione ai social network. Lì, come raccontano le mamme di GenerazioneD, i nostri giovani più fragili sono stati convinti che il dolore che provavano si chiamava disforia di genere, perché troviamo “influencer” che promettono la felicità con la transizione sociale, ormonale, fino a quella chirurgica. In Italia regna il caos, è necessaria invece una presa di posizione di adulti, che si prendano la responsabilità di custodire i più fragili da questa ideologia. Il coraggio di guardare ai fatti. Niente più».
Gli interessi economici che stanno dietro la transizione di genere, però, fanno supporre che i promotori dell’identità fluida non molleranno facilmente la presa…
«“Follow the money”, altro che “lo facciamo per il tuo bene”. Segui i soldi, dicevano. In effetti l’ideologia gender altro non fa che medicalizzare persone con corpi sani che prenderanno ormoni a vita, con tutti le conseguenze che ne derivano, spesso rinunciando ad avere una vita sessuale soddisfacente, o alla fertilità. Senza, dicono gli studi internazionali, un riscontro di benessere reale. Se non fosse vero sembrerebbe un romanzo distopico, o diabolico, o no? È vero, non è facile, perché gli interessi economici sono giganti, ma noi sappiamo - forti degli esempi di gente come Charlie Kirk e Matt Walsh - che Davide sconfigge Golia».
Come vede intanto la situazione italiana?
«La pressione ideologica nelle scuole è ancora fortissima, così come quella sui social, sui media, in generale. Però sta crescendo un fronte di genitori, associazioni, medici e giuristi che non accetta più il ricatto morale. Non siamo alla vittoria, ma non siamo più soli».
È già qualcosa.
«Sì, tra l’altro io credo proprio che l’Italia nonostante questo bombardamento costante anche dei nostri media, è riuscita ancora a non crollare definitivamente proprio perché - anche se ammaccata, sofferente, e continuamente bombardata - la famiglia più o meno sta continuando a resistere».
Anche da noi, insomma, il buon senso si sta facendo risentire.
«La realtà, la scienza e il buon senso non hanno bisogno di propaganda. Hanno solo bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di dire ciò che tutti vedono e molti tacciono. Come Pro vita & famiglia noi saremo sempre qui, a portare la voce di questi coraggiosi».