2021-05-31
I drogati del Covid. Le nuove dipendenze provocate dalla pandemia
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Finita la pandemia torneremo meglio di prima, o mai come prima? Il Covid ha lasciato una traccia profonda in tutti gli italiani, anche in quelli che non sono rimasti contagiati. Prima il lockdown «duro», poi le lente e graduali riaperture che ci hanno traghettati verso un'estate nella quale abbiamo cercato (invano) di lasciarci alle spalle il dramma vissuto in primavera. Giusto il tempo di riaprire le scuole, ed ecco che il Covid ci ha nuovamente aggrediti alle spalle. Il coprifuoco e il sistema a colori hanno completato l'opera, facendoci ripiombare in un periodo di insicurezza e precarietà. «L'impatto dell'epidemia sulla società italiana è stato molto ampio, principalmente sul piano sanitario, e poi sul piano economico, su quello sociale e, non ultimo, su quello psicologico», recita il rapporto Gli italiani e il Covid pubblicato dalla Fondazione Italia in salute. La parola d'ordine è una sola: paura. Di uscire di casa, di frequentare amici e parenti, perfino di avventurarsi a fare una passeggiata in solitaria. Sette italiani su dieci (71%), rivela il Rapporto, hanno ridotto spontaneamente qualsiasi uscita con altre persone, e quasi la stessa percentuale (69,4%) ha rinunciato a invitare persone a casa propria. Il 63,3% degli intervistati evita di prendere i mezzi pubblici, mentre il 59,3% ha ridotto spontaneamente qualsiasi tipo di viaggio e di spostamento. È in controluce ai cambiamenti nei comportamenti che si leggono i contorni di un malessere generale: aumento del nervosismo e dello stress (49,1%), diminuzione o stop dell'attività fisica (43,9%), disturbi del sonno (28,8%), malesseri psicologici e insofferenza alle restrizioni (27,1%), alimentazione sregolata (25,7%), sintomi di depressione (16,5%). Effetti che colpiscono in maniera maggiore i giovani, le donne, e le persone con un livello di istruzione più elevato. Sono queste categorie ad aver sofferto di più di quello che potremmo definire il «mal di Covid».
Più tempo passato in cucina meno per sentirsi in colpa
Palestre chiuse, fornelli accesi. La serrata provocata dalla pandemia da coronavirus ha inevitabilmente cambiato, in peggio, le abitudini alimentari degli italiani. Secondo un'analisi della Coldiretti realizzata in occasione del World obesity day qualche settimana fa, il lockdown prolungato ha fatto ingrassare più di quattro italiani su dieci (44%). Più tempo dedicato alla cucina, meno alla forma fisica, naturalmente anche per colpa delle restrizioni alle libertà personali. Non va dimenticato, infatti, che durante il lockdown della primavera 2020 era vietato anche fare jogging e attività fisica all'aria aperta. «Computer, divano e tavola hanno, infatti, tenuto lontano dal moto e dallo sport», osserva Coldiretti, «addirittura oltre la metà (53%) degli italiani. Con un corrispondente tripudio del cosiddetto «comfort food», cioè cibo ricco di calorie che se da un lato aiuta a tirare su il morale, dall'altro rappresenta una «ordalia di zuccheri, grassi e carboidrati». Le vendite di pane, cracker, grissini, pasta, impasti base e pizze, dolci, olio per frittura e piatti pronti hanno fatto registrare crescite spesso a doppia cifra. Una situazione che ha colpito in maggior misura le persone già obese e collocate in smart working o in cassa integrazione, quindi costrette a restare a lungo a casa. Secondo una ricerca della Fondazione Adi dell'Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica, questi soggetti hanno subito un aumento medio pari a ben 4 chilogrammi, con inevitabili e gravi ricadute sulla propria salute.
Sempre connessi, più insoddisfatti, cyberbullismo boom
Ubriachi di internet. Privati della scuola e delle occasioni di incontro con i propri coetanei, i ragazzi non hanno avuto alternative e si sono attaccati alla Rete. L'indagine «L'adolescenza ai tempi della pandemia», condotta da Skuola.net e università di Firenze nell'aprile 2020, ha chiarito i termini di questa sbornia digitale. Un ragazzo su quattro sempre connesso durante il lockdown, era appena il 7% prima della quarantena. Ma è aumentato in generale il numero di ore trascorso di fronte allo schermo: più di uno su due (54%) rimane incollato al monitor dalle 5 alle 10 ore (contro il 23% pre-pandemia). Complessivamente, il 79% ha trascorso in clausura più di 5 ore al giorno, contro il 30% di gennaio 2020. Troppe, non tanto per gli occhi quanto per la mente e la socialità. Raddoppiata, secondo lo studio pubblicato ai primi di maggio dalla Fondazione Foresta onlus di Padova, la percentuale di giovani che si affidano a siti di incontri (10% nel 2020-21 contro il 5% dei due anni prima), delle ragazze che si collegano abitualmente a siti pornografici (30% contro il 15% del biennio precedente), ma anche dei ragazzi che dichiarano insoddisfatti della propria vita (19% contro 10%). Allarmante, infine, l'esplosione del cyberbullismo, che ormai interessa il 40% delle ragazze e il 25% dei ragazzi.
Numero verde intasato da giocatori in crisi d'astinenza
Le stime ufficiali dicono che durante la pandemia la pratica del gioco d'azzardo è diminuita. Sulla tendenza generale ha influito, ovviamente, la chiusura dei punti fisici come casinò e sale da gioco. Ma il numero non deve trarre in inganno, perché l'andamento in realtà è stato variabile in funzione del periodo preso in considerazione. Uno studio condotto dall'Istituto superiore di sanità in collaborazione con l'Istituto Mario Negri, l'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro), l'università di Pavia e l'università Vita salute San Raffaele di Milano, i cui risultati sono stati resi noti a febbraio, ha preso in esame l'abitudine al gioco degli italiani. È emerso che durante il lockdown «duro» (aprile-maggio 2020) il gioco d'azzardo nelle sale è diminuito, mentre durante le restrizioni parziali (novembre-dicembre) è aumentato. Secondo le stime di Assoutenti, il Web fa segnare una crescita delle giocate: il 33,8% degli intervistati ha aumentato le occasioni di gioco nel 2020, e l'11,3% ha iniziato questa modalità durante l'isolamento. Come inquietante rovescio della medaglia, informa l'Iss, sono aumentate le chiamate al numero verde dedicato (800-558822) da parte di ludopatici in crisi di astinenza.
Con i bar chiusi è scoppiata la moda degli aperitivi digitali
Costretti in casa dal lockdown, gli italiani hanno alzato il gomito. L'allarme è stato lanciato dall'Istituto superiore di sanità lo scorso 14 aprile in occasione dell'Alcohol prevention day. Nonostante i dati completi sui consumi dell'anno scorso non siano ancora disponibili, la tendenza è chiara: nel 2020 l'home delivery ha fatto registrare un incremento compreso tra il 181% e il 250%. Merito dei «nuovi canali alternativi» di vendita, come quelli online e di e-commerce, purtroppo «meno controllati rispetto al divieto di vendita ai minori». Ma il trend ha riguardato anche i negozi fisici. Secondo i dati Iri, nel 2020 nella grande distribuzione sono cresciute le vendite di vino (+5,6%), spumanti (+6,7%), aperitivi (+23,8%) e birra (+10,7%). L'abitudine apparentemente innocua dei brindisi virtuali si è rivelata deleteria. «L'isolamento ha favorito un incremento di consumo incontrollato anche favorito da aperitivi digitali sulle chat e sui social network», scrive l'Iss, «spesso in compensazione della tensione conseguente all'isolamento, alle problematiche economiche, lavorative, relazionali e dei timori diffusi nella popolazione resa sicuramente più fragile dalla pandemia». Un primo dato parziale rivela l'incremento del 23,6% del consumo a rischio tra i maschi e del 9,7% tra le femmine, con il preoccupante sorpasso delle 14-17enni rispetto ai loro coetanei maschi. Risultato? I centri di alcologia e i dipartimenti per le dipendenze e la salute mentale hanno fatto registrare una «crescita di difficile gestione prima, durante e dopo i lockdown».
La tensione cancellata dai famaci, mentre lo spaccio si sposta online
Stressati dalle preoccupazioni quotidiane legate alla pandemia, gli italiani si sono aggrappati ai farmaci. Stando ai dati diffusi dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), nel 2020 il consumo di ansiolitici è aumentato del 12%. L'incremento ha riguardato soprattutto le regioni del Centro, con picchi nelle Marche (+ 68%) e in Umbria (+ 73%). Paradossalmente, fa notare l'Aifa, «la cosiddetta fase 2 dell'epidemia ha visto aumentare l'acquisto di ansiolitici in misura maggiore rispetto all'incremento già osservato durante la prima fase». Come se, dopo essere rimasti due mesi e mezzo chiusi in casa, a preoccupare gli italiani sia stato proprio il ritorno alla normalità. Diminuisce, almeno sulla carta, il consumo di droghe, specie quelle pesanti. A influenzare il calo dello spaccio ci hanno pensato le restrizioni alla mobilità, mentre la chiusura dei locali ha comprensibilmente avuto un impatto positivo sulle sostanze consumate nei locali, la cui quantità è drasticamente diminuita. Non c'è molto da esultare, comunque. Questo scenario, spiega l'Istituto superiore di sanità, «apre all'ipotesi che i consumatori di sostanze d'abuso si stiano rivolgendo al mercato illecito presente nel "dark Web" (ovvero la Rete sommersa raggiungibile solo con specifici software, ndr), per procurarsi droghe classiche come la cocaina, l'hashish o l'eroina».Quanto al fumo, l'Istituto superiore di sanità ha rilevato che, durante l'isolamento, erano diminuiti i fumatori di sigarette ma chi non ha smesso ha fumato di più, soprattutto donne. In crescita anche il fumo di sigarette elettroniche.
«Quanta crudeltà con gli studenti a casa»
Dalla pandemia gli italiani usciranno profondamente cambiati: Paolo Crepet racconta questa trasformazione. Lo psichiatra e sociologo ha dedicato al tema il libro Oltre la tempesta, edito appena pochi giorni fa da Mondadori.
Come usciamo da questa pandemia?
«Qualcuno con le ossa rotte. Penso ai giovani, che sento tutti i giorni, e sono testimone di quanta crudeltà è stata usata nei loro confronti».
C'entra anche la didattica a distanza?
«C'entra solo la Dad, vero strumento di tortura».
C'erano alternative?
«Certo, e in tutta Europa le hanno trovate. Noi, invece, abbiamo costretto i ragazzi a stare chiusi in casa, a mangiare, annoiarsi e accumulare buchi formativi. Se qualcuno provasse a dire che si va avanti con la Dad, mi aspetterei una rivolta dell'opinione pubblica».
Non ci scommetterei…
«La Dad l'avrà pur voluta qualcuno. Non ho visto insegnanti davanti ai cancelli per riaprire le scuole. È comoda la Dad: risparmi benzina, non bestemmi per il parcheggio, puoi anche fare il sugo a casa...».
Un'immagine dei ragazzi che l'ha particolarmente colpita in questo periodo.
«Ho visto con i miei occhi giovani chiusi in soffitta. Ha presente dove mettiamo l'aceto balsamico? Le persone non funzionano come dicono i virologi, personaggi che hanno sempre tenuto banco. Magari capiranno pure di linfociti T, certo non di persone».
In tv non si sono visti molti psichiatri e psicologi.
«Zero. Ma guardi, nemmeno un prete, che sicuramente di persone ne capisce più di un qualsiasi virologo».
Cosa dice ai ragazzi oggi che le restrizioni si allentano?
«Che devono soffrire, tenere duro per un'altra settimana. Finito questo bombardamento di verifiche e scrutini, che vadano a fare il bagno al mare e falò sulla spiaggia».
Finalmente, forse, troveranno sollievo.
«Ho trovato cinicamente e diabolicamente offensivo credere di risolvere questa situazione distribuendo psicologi dalle Alpi a Lampedusa. C'è da vergognarsi. È la dottrina Macron: prima fai il danno e poi regali dieci sedute da uno psicologo. Che facciamo, dopo averli danneggiati li prendiamo anche per il culo? Per poi magari farli seguire da una neolaureata. Se i miei 40 anni di esperienza non sono sufficienti, figuriamoci il neolaureato».
Nel suo libro parla di cicatrice: quella dei giovani guarirà mai?
«No, ai ragazzi la cicatrice non andrà via. Ma al ministero sanno che fino a poco tempo fa i reparti di neuropsichiatria infantile erano pieni? Vorrà pur dire qualcosa, o no? L'intelligenza non sta nel guardare quel che accade, ma nel prevedere ciò che accadrà. Il problema non è l'amministrazione del qui e ora, ma il futuro».
E invece abbiamo passato il tempo a gestire l'urgenza.
«Non avevamo nessuna urgenza perché la scuola era chiusa. La gatta frettolosa fa nascere i gattini ciechi. Abbiamo sprecato un anno stupendo per rimettere a posto le cose che non vanno nel nostro Paese. Ha per caso visto una riforma della scuola?».
Che conseguenze ci saranno per i più piccoli?
«Bisognerà vedere cosa diamo loro. La decadenza della pedagogia italiana non è frutto della pandemia, ma dal calo del quoziente intellettivo delle risorse coinvolte. Non dimentichiamo che un ministro voleva obbligare gli studenti a usare il tablet. “Online brain": tutto ciò che viene prodotto, o meglio non prodotto, da un cervello che rimane tutto il giorno attaccato a uno schermo. Ovvero una sindrome molto simile alla demenza. Questo fenomeno non nuovo, negli ultimi tempi è peggiorato: incapacità a concentrarsi, perdita della memoria a breve termine, depressione, ira… Tutte manifestazioni che le famiglie conoscono benissimo. I risultati sono catastrofici, ma chi comanda sembra non vederlo».
Perché?
«Perché dietro ci sono interessi che riguardano giganteschi gruppi editoriali, e la Silicon Valley che fa lavoro di lobbying, interessata che tutti possiedano un dispositivo elettronico».
Nessuno si è opposto nemmeno a un'altra trasformazione epocale, lo smart working.
«Che è peggio della Dad. Li ha sentiti i virologi parlare di queste cose? Loro contano le cellule e i morti, questo è il loro lavoro».
A proposito di morti: in Italia ne abbiamo avuti tanti.
«Guardi come abbiamo trattato i vecchi, che insulto alla civiltà! Qualcuno mi dica perché sono morti questi anziani. C'è un'inchiesta per accertare le responsabilità? Si potevano evitare? Certo! E invece vedrà che finita la pandemia ci saranno pure le celebrazioni. Non si può scaricare la colpa di tutto questo sulle Regioni!».
E invece per un anno si è andati avanti così.
«Se il ministro Roberto Speranza si fosse dimesso avrebbe compiuto un bel gesto. E invece tutti a difenderlo, perché è una gamba del tavolino, se la togli cade il governo. Sa che cosa succederà adesso?».
Cosa?
«Aumenteranno i morti per tumore. Anche questo era prevedibile, visto che si è bloccato lo screening. E chi paga per questi altri morti? Se non hai ambulatori sul territorio e una medicina sganciata dagli ospedali succede questo. Un conto è che questo discorso arrivi da chi ha in mano gli ospedali privati, ma il governo deve fare gli interessi degli italiani».
C'è qualcosa «oltre la tempesta»?
«Tante possibilità. Persone che si adattano e ricominceranno come prima, ma anche persone coraggiose che vorranno battersi per cambiare le cose.
Continua a leggereRiduci
Anche i sani sono rimasti contagiati dalle conseguenze psicologiche del lockdown: paura di frequentare persone e uscire di casa, più stress, meno esercizio fisico. E disturbi del comportamento che mettono in allarme.Lo psichiatra Paolo Crepet: «La didattica a distanza è uno strumento di tortura, in Europa hanno trovato altre soluzioni, noi abbiamo costretto i ragazzi a rinchiudersi. Lo smart working? È pure peggio. E il modo in cui abbiamo trattato gli anziani è un insulto alla civiltà»Lo speciale contiene sette articoli.Finita la pandemia torneremo meglio di prima, o mai come prima? Il Covid ha lasciato una traccia profonda in tutti gli italiani, anche in quelli che non sono rimasti contagiati. Prima il lockdown «duro», poi le lente e graduali riaperture che ci hanno traghettati verso un'estate nella quale abbiamo cercato (invano) di lasciarci alle spalle il dramma vissuto in primavera. Giusto il tempo di riaprire le scuole, ed ecco che il Covid ci ha nuovamente aggrediti alle spalle. Il coprifuoco e il sistema a colori hanno completato l'opera, facendoci ripiombare in un periodo di insicurezza e precarietà. «L'impatto dell'epidemia sulla società italiana è stato molto ampio, principalmente sul piano sanitario, e poi sul piano economico, su quello sociale e, non ultimo, su quello psicologico», recita il rapporto Gli italiani e il Covid pubblicato dalla Fondazione Italia in salute. La parola d'ordine è una sola: paura. Di uscire di casa, di frequentare amici e parenti, perfino di avventurarsi a fare una passeggiata in solitaria. Sette italiani su dieci (71%), rivela il Rapporto, hanno ridotto spontaneamente qualsiasi uscita con altre persone, e quasi la stessa percentuale (69,4%) ha rinunciato a invitare persone a casa propria. Il 63,3% degli intervistati evita di prendere i mezzi pubblici, mentre il 59,3% ha ridotto spontaneamente qualsiasi tipo di viaggio e di spostamento. È in controluce ai cambiamenti nei comportamenti che si leggono i contorni di un malessere generale: aumento del nervosismo e dello stress (49,1%), diminuzione o stop dell'attività fisica (43,9%), disturbi del sonno (28,8%), malesseri psicologici e insofferenza alle restrizioni (27,1%), alimentazione sregolata (25,7%), sintomi di depressione (16,5%). Effetti che colpiscono in maniera maggiore i giovani, le donne, e le persone con un livello di istruzione più elevato. 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Più tempo dedicato alla cucina, meno alla forma fisica, naturalmente anche per colpa delle restrizioni alle libertà personali. Non va dimenticato, infatti, che durante il lockdown della primavera 2020 era vietato anche fare jogging e attività fisica all'aria aperta. «Computer, divano e tavola hanno, infatti, tenuto lontano dal moto e dallo sport», osserva Coldiretti, «addirittura oltre la metà (53%) degli italiani. Con un corrispondente tripudio del cosiddetto «comfort food», cioè cibo ricco di calorie che se da un lato aiuta a tirare su il morale, dall'altro rappresenta una «ordalia di zuccheri, grassi e carboidrati». Le vendite di pane, cracker, grissini, pasta, impasti base e pizze, dolci, olio per frittura e piatti pronti hanno fatto registrare crescite spesso a doppia cifra. Una situazione che ha colpito in maggior misura le persone già obese e collocate in smart working o in cassa integrazione, quindi costrette a restare a lungo a casa. Secondo una ricerca della Fondazione Adi dell'Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica, questi soggetti hanno subito un aumento medio pari a ben 4 chilogrammi, con inevitabili e gravi ricadute sulla propria salute. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-drogati-del-covid-le-nuove-dipendenze-provocate-dalla-pandemia-2653156812.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sempre-connessi-piu-insoddisfatti-cyberbullismo-boom" data-post-id="2653156812" data-published-at="1622402796" data-use-pagination="False"> Sempre connessi, più insoddisfatti, cyberbullismo boom Ubriachi di internet. Privati della scuola e delle occasioni di incontro con i propri coetanei, i ragazzi non hanno avuto alternative e si sono attaccati alla Rete. L'indagine «L'adolescenza ai tempi della pandemia», condotta da Skuola.net e università di Firenze nell'aprile 2020, ha chiarito i termini di questa sbornia digitale. Un ragazzo su quattro sempre connesso durante il lockdown, era appena il 7% prima della quarantena. Ma è aumentato in generale il numero di ore trascorso di fronte allo schermo: più di uno su due (54%) rimane incollato al monitor dalle 5 alle 10 ore (contro il 23% pre-pandemia). Complessivamente, il 79% ha trascorso in clausura più di 5 ore al giorno, contro il 30% di gennaio 2020. Troppe, non tanto per gli occhi quanto per la mente e la socialità. Raddoppiata, secondo lo studio pubblicato ai primi di maggio dalla Fondazione Foresta onlus di Padova, la percentuale di giovani che si affidano a siti di incontri (10% nel 2020-21 contro il 5% dei due anni prima), delle ragazze che si collegano abitualmente a siti pornografici (30% contro il 15% del biennio precedente), ma anche dei ragazzi che dichiarano insoddisfatti della propria vita (19% contro 10%). Allarmante, infine, l'esplosione del cyberbullismo, che ormai interessa il 40% delle ragazze e il 25% dei ragazzi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-drogati-del-covid-le-nuove-dipendenze-provocate-dalla-pandemia-2653156812.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="numero-verde-intasato-da-giocatori-in-crisi-d-astinenza" data-post-id="2653156812" data-published-at="1622402796" data-use-pagination="False"> Numero verde intasato da giocatori in crisi d'astinenza Le stime ufficiali dicono che durante la pandemia la pratica del gioco d'azzardo è diminuita. Sulla tendenza generale ha influito, ovviamente, la chiusura dei punti fisici come casinò e sale da gioco. Ma il numero non deve trarre in inganno, perché l'andamento in realtà è stato variabile in funzione del periodo preso in considerazione. Uno studio condotto dall'Istituto superiore di sanità in collaborazione con l'Istituto Mario Negri, l'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro), l'università di Pavia e l'università Vita salute San Raffaele di Milano, i cui risultati sono stati resi noti a febbraio, ha preso in esame l'abitudine al gioco degli italiani. È emerso che durante il lockdown «duro» (aprile-maggio 2020) il gioco d'azzardo nelle sale è diminuito, mentre durante le restrizioni parziali (novembre-dicembre) è aumentato. Secondo le stime di Assoutenti, il Web fa segnare una crescita delle giocate: il 33,8% degli intervistati ha aumentato le occasioni di gioco nel 2020, e l'11,3% ha iniziato questa modalità durante l'isolamento. 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Nonostante i dati completi sui consumi dell'anno scorso non siano ancora disponibili, la tendenza è chiara: nel 2020 l'home delivery ha fatto registrare un incremento compreso tra il 181% e il 250%. Merito dei «nuovi canali alternativi» di vendita, come quelli online e di e-commerce, purtroppo «meno controllati rispetto al divieto di vendita ai minori». Ma il trend ha riguardato anche i negozi fisici. Secondo i dati Iri, nel 2020 nella grande distribuzione sono cresciute le vendite di vino (+5,6%), spumanti (+6,7%), aperitivi (+23,8%) e birra (+10,7%). L'abitudine apparentemente innocua dei brindisi virtuali si è rivelata deleteria. «L'isolamento ha favorito un incremento di consumo incontrollato anche favorito da aperitivi digitali sulle chat e sui social network», scrive l'Iss, «spesso in compensazione della tensione conseguente all'isolamento, alle problematiche economiche, lavorative, relazionali e dei timori diffusi nella popolazione resa sicuramente più fragile dalla pandemia». Un primo dato parziale rivela l'incremento del 23,6% del consumo a rischio tra i maschi e del 9,7% tra le femmine, con il preoccupante sorpasso delle 14-17enni rispetto ai loro coetanei maschi. Risultato? I centri di alcologia e i dipartimenti per le dipendenze e la salute mentale hanno fatto registrare una «crescita di difficile gestione prima, durante e dopo i lockdown». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-drogati-del-covid-le-nuove-dipendenze-provocate-dalla-pandemia-2653156812.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="la-tensione-cancellata-dai-famaci-mentre-lo-spaccio-si-sposta-online" data-post-id="2653156812" data-published-at="1622402796" data-use-pagination="False"> La tensione cancellata dai famaci, mentre lo spaccio si sposta online Stressati dalle preoccupazioni quotidiane legate alla pandemia, gli italiani si sono aggrappati ai farmaci. Stando ai dati diffusi dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), nel 2020 il consumo di ansiolitici è aumentato del 12%. L'incremento ha riguardato soprattutto le regioni del Centro, con picchi nelle Marche (+ 68%) e in Umbria (+ 73%). Paradossalmente, fa notare l'Aifa, «la cosiddetta fase 2 dell'epidemia ha visto aumentare l'acquisto di ansiolitici in misura maggiore rispetto all'incremento già osservato durante la prima fase». Come se, dopo essere rimasti due mesi e mezzo chiusi in casa, a preoccupare gli italiani sia stato proprio il ritorno alla normalità. Diminuisce, almeno sulla carta, il consumo di droghe, specie quelle pesanti. A influenzare il calo dello spaccio ci hanno pensato le restrizioni alla mobilità, mentre la chiusura dei locali ha comprensibilmente avuto un impatto positivo sulle sostanze consumate nei locali, la cui quantità è drasticamente diminuita. Non c'è molto da esultare, comunque. Questo scenario, spiega l'Istituto superiore di sanità, «apre all'ipotesi che i consumatori di sostanze d'abuso si stiano rivolgendo al mercato illecito presente nel "dark Web" (ovvero la Rete sommersa raggiungibile solo con specifici software, ndr), per procurarsi droghe classiche come la cocaina, l'hashish o l'eroina».Quanto al fumo, l'Istituto superiore di sanità ha rilevato che, durante l'isolamento, erano diminuiti i fumatori di sigarette ma chi non ha smesso ha fumato di più, soprattutto donne. 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C'erano alternative? «Certo, e in tutta Europa le hanno trovate. Noi, invece, abbiamo costretto i ragazzi a stare chiusi in casa, a mangiare, annoiarsi e accumulare buchi formativi. Se qualcuno provasse a dire che si va avanti con la Dad, mi aspetterei una rivolta dell'opinione pubblica». Non ci scommetterei… «La Dad l'avrà pur voluta qualcuno. Non ho visto insegnanti davanti ai cancelli per riaprire le scuole. È comoda la Dad: risparmi benzina, non bestemmi per il parcheggio, puoi anche fare il sugo a casa...». Un'immagine dei ragazzi che l'ha particolarmente colpita in questo periodo. «Ho visto con i miei occhi giovani chiusi in soffitta. Ha presente dove mettiamo l'aceto balsamico? Le persone non funzionano come dicono i virologi, personaggi che hanno sempre tenuto banco. Magari capiranno pure di linfociti T, certo non di persone». In tv non si sono visti molti psichiatri e psicologi. «Zero. Ma guardi, nemmeno un prete, che sicuramente di persone ne capisce più di un qualsiasi virologo». Cosa dice ai ragazzi oggi che le restrizioni si allentano? «Che devono soffrire, tenere duro per un'altra settimana. Finito questo bombardamento di verifiche e scrutini, che vadano a fare il bagno al mare e falò sulla spiaggia». Finalmente, forse, troveranno sollievo. «Ho trovato cinicamente e diabolicamente offensivo credere di risolvere questa situazione distribuendo psicologi dalle Alpi a Lampedusa. C'è da vergognarsi. È la dottrina Macron: prima fai il danno e poi regali dieci sedute da uno psicologo. Che facciamo, dopo averli danneggiati li prendiamo anche per il culo? Per poi magari farli seguire da una neolaureata. Se i miei 40 anni di esperienza non sono sufficienti, figuriamoci il neolaureato». Nel suo libro parla di cicatrice: quella dei giovani guarirà mai? «No, ai ragazzi la cicatrice non andrà via. Ma al ministero sanno che fino a poco tempo fa i reparti di neuropsichiatria infantile erano pieni? Vorrà pur dire qualcosa, o no? L'intelligenza non sta nel guardare quel che accade, ma nel prevedere ciò che accadrà. Il problema non è l'amministrazione del qui e ora, ma il futuro». E invece abbiamo passato il tempo a gestire l'urgenza. «Non avevamo nessuna urgenza perché la scuola era chiusa. La gatta frettolosa fa nascere i gattini ciechi. Abbiamo sprecato un anno stupendo per rimettere a posto le cose che non vanno nel nostro Paese. Ha per caso visto una riforma della scuola?». Che conseguenze ci saranno per i più piccoli? «Bisognerà vedere cosa diamo loro. La decadenza della pedagogia italiana non è frutto della pandemia, ma dal calo del quoziente intellettivo delle risorse coinvolte. Non dimentichiamo che un ministro voleva obbligare gli studenti a usare il tablet. “Online brain": tutto ciò che viene prodotto, o meglio non prodotto, da un cervello che rimane tutto il giorno attaccato a uno schermo. Ovvero una sindrome molto simile alla demenza. Questo fenomeno non nuovo, negli ultimi tempi è peggiorato: incapacità a concentrarsi, perdita della memoria a breve termine, depressione, ira… Tutte manifestazioni che le famiglie conoscono benissimo. I risultati sono catastrofici, ma chi comanda sembra non vederlo». Perché? «Perché dietro ci sono interessi che riguardano giganteschi gruppi editoriali, e la Silicon Valley che fa lavoro di lobbying, interessata che tutti possiedano un dispositivo elettronico». Nessuno si è opposto nemmeno a un'altra trasformazione epocale, lo smart working. «Che è peggio della Dad. Li ha sentiti i virologi parlare di queste cose? Loro contano le cellule e i morti, questo è il loro lavoro». A proposito di morti: in Italia ne abbiamo avuti tanti. «Guardi come abbiamo trattato i vecchi, che insulto alla civiltà! Qualcuno mi dica perché sono morti questi anziani. C'è un'inchiesta per accertare le responsabilità? Si potevano evitare? Certo! E invece vedrà che finita la pandemia ci saranno pure le celebrazioni. Non si può scaricare la colpa di tutto questo sulle Regioni!». E invece per un anno si è andati avanti così. «Se il ministro Roberto Speranza si fosse dimesso avrebbe compiuto un bel gesto. E invece tutti a difenderlo, perché è una gamba del tavolino, se la togli cade il governo. Sa che cosa succederà adesso?». Cosa? «Aumenteranno i morti per tumore. Anche questo era prevedibile, visto che si è bloccato lo screening. E chi paga per questi altri morti? Se non hai ambulatori sul territorio e una medicina sganciata dagli ospedali succede questo. Un conto è che questo discorso arrivi da chi ha in mano gli ospedali privati, ma il governo deve fare gli interessi degli italiani». C'è qualcosa «oltre la tempesta»? «Tante possibilità. Persone che si adattano e ricominceranno come prima, ma anche persone coraggiose che vorranno battersi per cambiare le cose.
Paolo Petrecca (Imagoeconomica)
Ciò detto, però, vorrei alzare il velo di ipocrisia che impedisce di affrontare il «caso Petrecca» per quel che è, ovvero una faida politica. Premessa: come tutti o quasi tutti i giornalisti del servizio pubblico, l’attuale numero uno dei servizi sportivi ha uno sponsor politico e si dice che il suo sia Fratelli d’Italia. A proposito della lottizzazione dei partiti a viale Mazzini, nella prima Repubblica circolava una battuta che sintetizzava bene la spartizione. Quando bisognava assumere dieci giornalisti, cinque dovevano essere in quota Dc, due con la tessera del Psi, uno dei socialdemocratici, uno era comunista e infine, se lo si trovava, se ne assumeva anche uno bravo. Non credo che, con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, la situazione sia cambiata di molto. Petrecca ha il suo sponsor, così come ce l’ha gran parte degli altri suoi colleghi, perché nella televisione pubblica la carriera dipende per lo più da decisioni politiche. Bruno Vespa in passato venne crocifisso per aver detto, da direttore del Tg1, che la Dc era il suo azionista di maggioranza, ma era la verità.
Dunque chi critica Petrecca lo fa sostanzialmente perché lo avversa politicamente. Se fosse stato del Pd o dei 5 stelle, di certo né la Schlein né Conte lo avrebbero attaccato per i suoi balbettii.
Però nel caso del direttore di RaiSport c’è qualche cosa di più ed è proprio qui l’ipocrisia che provoca il voltastomaco in qualsiasi persona onesta. Petrecca, infatti, non avrebbe mai dovuto condurre la telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi. Al suo posto avrebbe dovuto esserci un collega che da due anni si preparava a seguire l’evento, ossia Auro Bulbarelli. Figlio di Rino, storico direttore della Gazzetta di Mantova, Auro - che come Petrecca non conosco personalmente - è vicedirettore di RaiSport, ma rispetto all’attuale numero uno dei servizi sportivi ha alle spalle anni da telecronista delle principali corse ciclistiche in giro per il mondo. Fino a una settimana prima dell’inaugurazione dei giochi, Bulbarelli era il giornalista delegato a raccontare la cerimonia. Ma durante la conferenza stampa di presentazione gli è sfuggita una frase, ovvero ha dato una notizia, annunciando che venerdì ci sarebbe stata una sorpresa di Sergio Mattarella «paragonabile a quanto avvenuto alle Olimpiadi di Londra del 2012 con Elisabetta II e James Bond». In pratica, il collega ha fatto il suo mestiere, spoilerando ciò che il comitato olimpico e il Quirinale volevano tenere segreto. Mal gliene incolse: dal Colle e non solo sono partite telefonate irritate. Aver rivelato un segreto, ossia che il capo dello Stato avrebbe provato a imitare la Regina d’Inghilterra (senza svelare che sarebbe giunto a bordo di un tram guidato da Valentino Rossi) è stato giudicato un atto di lesa maestà. Dunque, Auro è stato rimosso e al suo posto è arrivato Petrecca. Nessuno ovviamente ha chiesto conto della sostituzione, perché non sia mai che qualcuno disturbi l’immagine armoniosa dell’inquilino del Colle (sono certo che lui nemmeno sapesse dell’indiscrezione, ma come spesso capita, i collaboratori sono più realisti del re). Tutti zitti, sindacati e Ordine, per un collega ingiustamente rimosso per aver fatto il proprio mestiere, ma tutti pronti a sparare vigliaccamente a zero su Petrecca, colpevole, oltre che di qualche gaffe, di non avere lo sponsor giusto che piace al sindacato, all’Ordine e all’opposizione. Il vero scandalo è questo. Non il direttore di RaiSport.
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Il nostro Paese continua ad essere di grande attrattiva per il turismo internazionale e si posiziona davanti a competitor quali Francia e Grecia (seconda solo alla Spagna) per presenze sia internazionali, 255 milioni nei primi 11 mesi 2025, che totali, 456 milioni (sempre tra gennaio - novembre 2025). I viaggiatori in arrivo dall’estero, infatti, l’anno passato, hanno investito ben 60,4 miliardi di euro in Italia e, da qui ai prossimi 10 anni, questa spesa potrebbe sfiorare gli 80 miliardi.
I turisti che spendono di più per vivere le esperienze Made in Italy provengono da Germania (7,5 miliardi di euro di spesa nei primi 9 mesi del 2025, in aumento dell’1,7%), Usa (5,3 miliardi di spesa, +3,3%), Regno Unito (4,4 miliardi, +9%) e Francia (3,8 miliardi di consumi turistici, +6,8%). Lo scorso anno i nostri aeroporti hanno accolto 230,1 milioni di passeggeri (+5% sul 2024), di cui 157 milioni internazionali (+7,6%; di questi quasi 103,7 milioni provengono da nazioni europee, in crescita del +6,1%).
Il fenomeno è in crescita esponenziale. La conferma viene dalle stime per i primi 3 mesi di quest’anno che indicano 3,5 milioni di arrivi nei nostri scali aeroportuali ossia un +7,2% in confronto al primo trimestre del 2025. Il maggior numero di prenotazioni arriva da Regno Unito, Polonia, Germania, Spagna, Francia e Usa.
Le Olimpiadi Milano-Cortina sono un volano importante per il turismo. Uno studio di Banca Ifis evidenzia che, nel complesso tra breve e lungo periodo, la manifestazione olimpica creerà valore per 5,3 miliardi di euro. Una cifra che è il risultato della somma di tre voci che riguardano il territorio tra spesa turistica immediata e differita (per quasi il 60% su Lombardia e il 40% su Veneto e Trentino Alto-Adige) e l’heritage infrastrutturale (per il 53,6% su Lombardia e il 46,4% per Veneto e Trentino Alto-Adige).
I Giochi sono un’opportunità per aumentare la visibilità globale del Paese e rafforzarne l’attrattività turistica nel medio-lungo periodo. I primi risultati economici si vedono già sulle settimane bianche. Secondo l’Osservatorio di Confturismo Confcommercio in collaborazione con Swg sono quasi 9 milioni gli italiani che si concederanno una vacanza sulla neve nel primo trimestre del 2026, in lieve aumento rispetto allo scorso anno, e l’Italia resta la scelta principale. L’effetto Giochi si farà sentire anche nel resto dell’anno. La riscoperta della montagna, anche a causa delle estati molto calde, è un fenomeno in aumento. Le ricerche online legate a montagna, sci e skipass registrate nel 2025 sono state in aumento del +5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il dato complessivo conferma come l’interesse per la montagna si distribuisca lungo l’arco dell’anno.
«Confermiamo ancora una volta che il turismo è in costante crescita e rappresenta un contributo fondamentale all’economia e all’occupazione. Dobbiamo trattare il settore come un’industria vera e propria, non solo come un insieme di servizi» ha detto il ministro del Turismo Daniela Santanchè commentando i dati diffusi da Enit. « È essenziale sviluppare una visione per i prossimi 10 anni che valorizzi tutto il territorio nazionale», aggiunge, «a partire dalle aree meno conosciute».
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Imagoeconomica
Vi commuovete come dei Forneri dalla lacrima facile per «quei giovani senza diritti, usati da tutti e difesi da nessuno»? Per il caporalato delle consegne a domicilio? Per i poveri immigrati sfruttati? Per l’assenza di garanzie? Per l’assenza di contratti e di qualsivoglia diritto? Davvero avete questo coraggio? Davvero siete ipocriti fino a questo punto?
Scusatemi ma i farisei, al confronto, erano esempi di limpida schiettezza. Perché, j’accuse, voi lo sapevate. Lo sapevate benissimo. Lo sapevate fin dall’inizio. Sapevate tutto. Sapevate che quei rider vengono pagati una miseria, privati di ogni diritto, lasciati ore all’addiaccio, alla pioggia e al sole, all’afa e al gelo, per portare a casa uno stipendio da fame. Sapevate che sono per lo più immigrati, magari senza permesso di soggiorno, che non hanno alternativa per guadagnarsi da vivere. E sapevate pure che è proprio per questo che sono arrivati in Italia, per altro con il vostro convinto sostegno. Siete degli ipocriti perché per anni avete continuato a parlare di accoglienza, integrazione, multiculturalismo, muri da abbattere e frontiere da superare. Ma sapevate benissimo che questo era solo il velo per coprire le vere ragioni dell’immigrazione. Che è esattamente quella che rivela l’inchiesta su Glovo: avere una massa di disperati da sfruttare e sottopagare.
È evidente infatti che attraverso l’immigrazione è stata realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori che si sia mai vista nella storia. Pensateci. Fino alla fine degli anni Ottanta abbiamo assistito a una progressiva crescita degli stipendi e delle garanzie di chi lavorava. Poi la tendenza si è invertita. Stipendi in calo da trent’anni, precarietà in aumento, sempre meno tutele e sempre meno sicurezza. Guarda caso questo processo è iniziato e proseguito di pari passo con l’avanzare dell’immigrazione. Ovvio, no? Se hai a disposizione persone disperate, disposte a lavorare per paghe da fame, tutti prima o poi sono costretti ad adeguarsi. O accetti quel sistema o sei fuori mercato. L’immigrazione a questo è servita. A creare una massa di manodopera disposta a tutto per poter distruggere progressivamente i diritti di tutti i lavoratori, in modo da aumentare i guadagni delle Glovo del mondo. E voi, che ora vi indignate per quelle consegne a 2,5 euro lo sapevate benissimo, eppure applaudivate entusiasti all’arrivo di stranieri e chiedevate l’accoglienza senza se e senza ma. Questo è il risultato.
Fateci caso: perché tutta la grande stampa, gli intellettuali ortodossi e il mainstream in questi anni hanno sostenuto l’immigrazione? Ovvio: perché essa era funzionale alla grande finanza e alle multinazionali, insomma al potere economico da cui essi dipendono. E il paradosso fantastico è che tutta la sinistra si è accodata, sindacato in testa, a difendere l’immigrazione incontrollata, a dare del razzista a chi provava a opporsi, senza accorgersi che attraverso l’immigrazione si realizzava la cosa meno di sinistra possibile: il massacro dei lavoratori. Ripeto: di tutti i lavoratori. Perché quando si abbassano gli stipendi, si abbassano per tutti. Quando si distruggono i diritti, si distruggono per tutti. È il film che abbiamo visto in questi anni in Italia. Film horror, purtroppo.
Ricordo che anni fa, quando arrivai per la prima volta a Monfalcone, mi misero in guardia. La trasformazione lì era già in atto da un pezzo: nei cantieri navali, un tempo c’era l’aristocrazia operaia, lavoratori orgogliosi del loro mestiere, giustamente tutelati, protetti e retribuiti. Poi è cominciato il sistema delle cooperative. Degli appalti e dei subappalti. Assunzione in massa di lavoratori stranieri, per lo più bengalesi, che ovviamente si sono adattati a stipendi e condizioni di vita un tempo inimmaginabili. Risultato? Aristocrazia operaia fatta fuori e paghe più basse. I cantieri navali stanno benone, Monfalcone un po’ meno. Oggi è una delle città italiane a più alto tasso di stranieri, per lo più musulmani. Sembra un pezzo di Islam trapiantato nel Nord Est. Doveva essere un’avvisaglia, invece tutti hanno girato la testa dall’altra parte. Avanti con l’accoglienza, avanti con l’immigrazione. E così si è arrivati a oggi: prima di Glovo, la Procura di Milano è intervenuta per i lavoratori sottopagati nella logistica e nella moda, e se andrà avanti interverrà ancora, perché l’intero Paese è ridotto così. O peggio. E lo sanno tutti. E lo sapevano tutti. Anzi, è proprio quello che volevano. Per cui ora, per lo meno, ci risparmino le finte lacrime sul sushi versato.
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Ansa
Grande per me il privilegio di portare il saluto degli esuli giuliani, fiumani e dalmati, non solo come Presidente Onorario dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo, ma soprattutto come uno degli ultimi nati in Dalmazia, a Zara, durante la sovranità italiana. Rappresento dunque una generazione in estinzione, ma in allegria, con figli e nipoti qui presenti, ai quali cerchiamo di trasmettere le nostre passioni. E mi permetto di salutare qui commosso la nostra decana Zore Bernetti Korman, zaratina, scomparsa pochi giorni or sono a quasi 109 anni di età.
Ricordiamo oggi il 10 febbraio 1947, giorno del Trattato di Pace di Parigi. Senza però mai dimenticare il 10 novembre 1975, giorno del Trattato di Osimo, con cui si chiudeva la questione relativa al Confine Orientale. E ricordiamo una Patria matrigna fino al 30 marzo 2004, quando fu istituito dal Parlamento a grande maggioranza il Giorno del Ricordo: recuperava così dignità una pagina di storia patria, a compensare almeno moralmente il fatto che il peso dei risarcimenti per le riparazioni di guerra dovute alla Jugoslavia fosse stato finanziato soprattutto con la confisca dei beni delle popolazioni esodate. Oggi sono altresì maturi i tempi per realizzare la prevista Fondazione per gestire i fondi accantonati da decenni, secondo i dettami del Trattato di Osimo.
Oggi ricordiamo le foibe istriane e gli annegamenti in Dalmazia. I 54 bombardamenti di Zara, dal maledetto 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944: la Dresda dell’Adriatico, come la definì lo scrittore dalmata Enzo Bettiza; Zara la martire, sempre in attesa che al suo Gonfalone venga appuntata la Medaglia d’Oro concessa tanti anni fa e mai attuata. E ricordiamo gli ottanta anni della strage di Vergarolla, cari amici polesani, il più sanguinoso attentato della storia dell’Italia repubblicana; anche questo dimenticato per decenni.
Tutti terribili delitti che peseranno per sempre nelle anime degli assassini e per cui non può esserci giustificazione neppure cercando una ipotetica attenuante nelle pur esecrabili politiche repressive del fascismo contro le minoranze etniche.
Ma il delitto più grande e più spregevole è quello di aver costretto 350.000 persone ad abbandonare le loro case, dove per secoli l’italianità adriatica aveva vissuto laboriosamente ed in sostanziale equilibrio con le altre componenti del territorio, prima dell’esacerbarsi degli opposti nazionalismi.
Fuggiti in massa per rimanere italiani e per sfuggire alla pulizia ideologica e nazionalistica ordinata da Tito ai suoi collaboratori Gilas e Kardelj.
Esodo che continuerà fino agli anni Cinquanta, per una dissennata politica jugoslava delle opzioni che colpirà i pochi connazionali «rimasti» nelle forme di persecuzione più diverse. Ma ora sta finendo la stagione dei ricordi e delle nostalgie. Nonostante la ingravescente età -mi permetto una citazione di papa Montini e di papa Ratzinger - in questi anni sono andato in Dalmazia il più spesso possibile per dialogare con le autorità locali, per risvegliare sentimenti sopiti e ricucire armonia e amicizia con l’obiettivo di lavorare alla rinascita della Comunità Italiana a Zara con un coraggioso gruppo di giovani di origine italiana residenti a Zara.
Il successo è stato raggiunto solamente qualche settimana fa con il grande impegno di sicuro non solo mio, ma soprattutto dell’Ambasciata italiana, del Consolato Generale a Fiume, della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Giuliani e Dalmati, della Unione Italiana, dell’Università Popolare di Trieste, ma soprattutto grazie ad un gruppo di giovani zaratini, instancabili nell’affrontare e superare ostacoli e difficoltà non solo burocratiche. E sono oggi qui tra noi e li abbraccio con calore, caro Senol e cara Adriana. È rinata dunque la Comunità Italiana di Zara, intitolata a Girolamo Luxardo, nuova stella in un firmamento di comunità piccole e grandi che marcano sul territorio, da Capodistria a Cattaro, passando per Fiume e Spalato, le regioni di insediamento storico della comunità italiana autoctona.
Si è appena conclusa l’incredibile esperienza delle due «Gorizia» - quella italiana e quella slovena, sorta dopo il 1948 -, che per un anno si sono idealmente riunite nella comune designazione a Capitale europea della Cultura: una piazza ha sostituito un nefasto muro. Quest’anno inoltre si ricorda il ventennale dell’accordo Dini-Granic a tutela della nostra minoranza e la cui applicazione deve essere evocata e rafforzata.
Come non citare «Medif», la Mostra degli Esuli dalmati istriani e fiumani ospitata al Vittoriano per i prossimi 4 anni e visitata da circa 1.000 persone al giorno. Incredibilmente rilevante è sostenere il Madrinato Dalmatico per la difesa e la conservazione delle tombe italiane a Zara, così come organizzare i raduni nelle terre d’origine.
E la Dante Alighieri: non solo in Dalmazia o in Istria, ma dovunque nel mondo dove esistono nostre minoranze, per trasmettere alle nuove generazioni un sentimento di appartenenza identitaria. E portare avanti la mirabile attività della nostra Scuola Dalmata di Venezia, nata nel 1451, che invito tutti a visitare, anche per ammirare i famosi teleri di Vittore Carpaccio. E combattere con forza tutti i cosiddetti negazionisti, rappresentati da Associazioni che sostengono e finanziano spregevoli operazioni di odio, perpetuando stantie contrapposizioni, alimentando astio e livore.
Mi permetto di ricordare una sua frase, Presidente: «ribadisco la condanna per inammissibili tentativi di negazionismo e di giustificazionismo».
Quando racconto la nostra vicenda ai ragazzi delle scuole - e qui debbo rivolgere un pubblico ringraziamento ai dirigenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito per la straordinaria attività di sostegno - mi fermo e dico dopo un attimo di silenzio: «Eisenhower!»; entrando vincitore in Germania, racconto come egli abbia ordinato ai suoi collaboratori di filmare e fotografare tutte le nefandezze che il regime nazista aveva fatto ai prigionieri, ebrei e non solo, per una documentazione a futura prova per qualsiasi infame negazionista. E allora andiamo avanti.
Noi non siamo stati mai settari, mai terroristi, mai abbiamo spaccato vetrine della ormai scomparsa Jugoslavian Airlines. Siamo stati cacciati e abbiamo pianto nello squallore dei Centri Raccolta Profughi. Siamo stati cacciati e ci siamo risollevati. Siamo stati cacciati e ci siamo inseriti subito nelle comunità in giro per il mondo. Spesso con qualche grande successo: uno fra tutti lo stilista Ottavio Missoni, e ora Marco Balich, creatore di eventi stellari, come la recente Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi invernali Milano/Cortina. È di qualche giorno la nomina ad Assessore al Bilancio Risorse e Personale della Regione Liguria della dottoressa Claudia Morich, che con orgoglio ha ricordato le proprie origini dalmate. E allora andiamo avanti. Le vere foibe sono l’oblio, e quindi la speranza è che il vento del tempo non disperda i tesori di storia di cultura del nostro passaggio romano, veneto, italiano, che rimangono patrimonio inesauribile di quelle terre. È il messaggio che ho sempre cercato di trasmettere e condividere con i miei interlocutori locali ogni volta che vado in Dalmazia, con spirito di amicizia e pace, di integrazione, per combattere odi e pregiudizi, per combattere l’ignoranza e l’intolleranza. Messaggio difficile ma l’unico da portare avanti.
Le tragedie e i lutti non vanno dimenticati, ma vanno anche metabolizzati e superati. Per questo sono qui a parlarvi di Fiume, Pola, Zara, felice e gratificato ogni volta che incontro uno sguardo assorto e magari commosso.
Come disse una volta Giuseppe De Rita: «Il rizoma butta ancora». E il nostro rizoma «butterà per sempre». Nel vento del tempo.
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