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2021-01-14
I dati sui decessi restano un mistero
. Respinte dall’Iss cinque richieste
Ansa
Altro che casa di vetro: quando si parla dei dati sui decessi provocati dal Covid, l'Istituto superiore di sanità diventa un muro di gomma. Un approccio ostruzionistico che sfortunatamente abbiamo potuto toccare con mano. Lo scorso 24 novembre, infatti, il nostro quotidiano ha indirizzato al ministero della Salute una richiesta di accesso agli atti (Foia) per conoscere nel dettaglio il numero dei morti per coronavirus, divisi per Regione e luogo di decesso: reparto ospedaliero ordinario, reparto di terapia intensiva, Rsa e domicilio. Pochi giorni più tardi, il 2 dicembre, il ministero ha inoltrato la nostra richiesta alla presidenza dell'Iss, sul quale ricade la competenza delle cifre. Poi, il silenzio più assoluto. L'istanza presentata dalla Verità sembra essere caduta nel vuoto. L'ente, infatti, non si è degnato di fornirci una risposta, positiva o negativa che fosse. Eppure, la normativa prevede che la struttura interessata debba fornire un riscontro entro trenta giorni dalla richiesta. Trascorso questo termine abbiamo inviato, come indicato dalla legge, una richiesta di riesame al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza dell'Iss, il quale da parte sua ha ulteriori venti giorni di tempo.
Se l'Istituto dovesse continuare a ignorare le nostre domande, l'ultima carta da giocare rimarrebbe quella del ricorso al Tar. Potrà sembrare assurdo, ma oggi come oggi non è dato sapere quante persone muoiano di Covid al domicilio e in ospedale, né la differenza di letalità tra i reparti ordinari e quelli di terapia intensiva. Periodicamente l'Iss pubblica il «Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all'infezione da Sars-CoV-2 in Italia», la cui ultima versione risale ormai a un mese fa. Tra le informazioni contenute nel rapporto: l'età media, il numero delle patologie preesistenti, la sintomatologia e le complicanze dei concittadini venuti a mancare dopo aver contratto l'infezione. Manca però del tutto un riferimento alla provenienza dei morti. Ospedale, casa, residenza per anziani? Non è dato sapere.
Lo scorso novembre eravamo riusciti a ottenere questo dato dalla Regione Lombardia, e in quell'occasione erano emersi dettagli inquietanti. Un decesso su quattro, infatti, era avvenuto in casa, e addirittura la metà del totale in un reparto ordinario. Solamente - si fa per dire - il 10% delle morti andava fatto risalire alle terapie intensive. Ma ogni territorio fa storia a sé: anche grazie alle nostre pressioni il Veneto ha deciso a novembre di fornire i dati, che hanno rivelato un quadro decisamente diverso. Rispetto alla Lombardia, superiore la percentuale di decessi in terapia intensiva (14%), nei reparti ordinari (56%) e nelle Rsa (23% contro il 15%), e drasticamente inferiore quelli al domicilio (appena il 4%). Il succo del discorso però è un altro.
Per usare le parole del professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto Mario Negri, «dobbiamo capire da dove vengono i morti per capire dove intervenire: potrebbero essere dalle Rsa, e lì dobbiamo mettere un impegno enorme, ma anche persone che muoiono per essere arrivate in ospedale per le malattie per cui si arriva normalmente e che sono positive al Covid». Se è vero il detto «mal comune mezzo gaudio», consola sapere che il silenzio dell'Iss nei nostri confronti non rappresenta un caso isolato. Consultando il registro delle istanze di accesso civico disponibile sul sito ufficiale, si apprende che nel primo semestre del 2020, infatti, l'ente ha respinto ben cinque distinte richieste di informazioni relative ai decessi per Covid-19. In un caso, il richiedente chiedeva di conoscere «il numero giornaliero dei deceduti in ospedale affetti da Covid», ma l'istanza è finita al Tar. Un altro cittadino ha contattato l'Iss per ottenere i dati relativi a tutti i decessi a causa di Covid-19 nel periodo compreso tra il 24 febbraio e il 30 aprile 2020, ma la richiesta è finita al riesame per via della mancata risposta. Sono ben tre, invece, le domande respinte in quanto l'Iss ha ritenuto di non potere (o volere?) comunicare i dati appellandosi all'articolo 4 dell'Ordinanza del capo della Protezione civile n. 640 del 27 febbraio 2020.
La norma prevede che, in materia di condivisione, i dati raccolti nell'ambito delle attività di sorveglianza verranno trattati per «motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica (…) nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia di protezione dei dati personali, ivi incluse quelle relative al segreto professionale e in relazione al contesto emergenziale in atto».Contattata dalla Verità, l'avvocato Sarah Ungaro, vicepresidente di Anorc e membro dello studio legale Lisi, spiega che «risulta difficile comprendere quali siano i rischi concreti derivanti dall'accoglimento di richieste di accesso ai dati relativi al Covid-19 che siano stati opportunamente anonimizzati e aggregati». «Tanto più se si considera che le ordinanze del Capo della protezione civile del 27 febbraio 2020 e del 4 agosto 2020», aggiunge la Ungaro, «non escludono in alcun modo l'accoglimento di eventuali istanze di accesso presentate ai sensi della disciplina sul Foia». E allora perché l'Iss si ostina a non fornire i dati sui decessi dovuti al Covid?
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Caduta nel vuoto l'istanza d'accesso agli atti sulle morti per Covid inoltrata dalla «Verità» all'Istituto che nel primo semestre del 2020 ha rigettato le domande anche di altri cittadini appellandosi alla privacy Altro che casa di vetro: quando si parla dei dati sui decessi provocati dal Covid, l'Istituto superiore di sanità diventa un muro di gomma. Un approccio ostruzionistico che sfortunatamente abbiamo potuto toccare con mano. Lo scorso 24 novembre, infatti, il nostro quotidiano ha indirizzato al ministero della Salute una richiesta di accesso agli atti (Foia) per conoscere nel dettaglio il numero dei morti per coronavirus, divisi per Regione e luogo di decesso: reparto ospedaliero ordinario, reparto di terapia intensiva, Rsa e domicilio. Pochi giorni più tardi, il 2 dicembre, il ministero ha inoltrato la nostra richiesta alla presidenza dell'Iss, sul quale ricade la competenza delle cifre. Poi, il silenzio più assoluto. L'istanza presentata dalla Verità sembra essere caduta nel vuoto. L'ente, infatti, non si è degnato di fornirci una risposta, positiva o negativa che fosse. Eppure, la normativa prevede che la struttura interessata debba fornire un riscontro entro trenta giorni dalla richiesta. Trascorso questo termine abbiamo inviato, come indicato dalla legge, una richiesta di riesame al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza dell'Iss, il quale da parte sua ha ulteriori venti giorni di tempo.Se l'Istituto dovesse continuare a ignorare le nostre domande, l'ultima carta da giocare rimarrebbe quella del ricorso al Tar. Potrà sembrare assurdo, ma oggi come oggi non è dato sapere quante persone muoiano di Covid al domicilio e in ospedale, né la differenza di letalità tra i reparti ordinari e quelli di terapia intensiva. Periodicamente l'Iss pubblica il «Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all'infezione da Sars-CoV-2 in Italia», la cui ultima versione risale ormai a un mese fa. Tra le informazioni contenute nel rapporto: l'età media, il numero delle patologie preesistenti, la sintomatologia e le complicanze dei concittadini venuti a mancare dopo aver contratto l'infezione. Manca però del tutto un riferimento alla provenienza dei morti. Ospedale, casa, residenza per anziani? Non è dato sapere. Lo scorso novembre eravamo riusciti a ottenere questo dato dalla Regione Lombardia, e in quell'occasione erano emersi dettagli inquietanti. Un decesso su quattro, infatti, era avvenuto in casa, e addirittura la metà del totale in un reparto ordinario. Solamente - si fa per dire - il 10% delle morti andava fatto risalire alle terapie intensive. Ma ogni territorio fa storia a sé: anche grazie alle nostre pressioni il Veneto ha deciso a novembre di fornire i dati, che hanno rivelato un quadro decisamente diverso. Rispetto alla Lombardia, superiore la percentuale di decessi in terapia intensiva (14%), nei reparti ordinari (56%) e nelle Rsa (23% contro il 15%), e drasticamente inferiore quelli al domicilio (appena il 4%). Il succo del discorso però è un altro. Per usare le parole del professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto Mario Negri, «dobbiamo capire da dove vengono i morti per capire dove intervenire: potrebbero essere dalle Rsa, e lì dobbiamo mettere un impegno enorme, ma anche persone che muoiono per essere arrivate in ospedale per le malattie per cui si arriva normalmente e che sono positive al Covid». Se è vero il detto «mal comune mezzo gaudio», consola sapere che il silenzio dell'Iss nei nostri confronti non rappresenta un caso isolato. Consultando il registro delle istanze di accesso civico disponibile sul sito ufficiale, si apprende che nel primo semestre del 2020, infatti, l'ente ha respinto ben cinque distinte richieste di informazioni relative ai decessi per Covid-19. In un caso, il richiedente chiedeva di conoscere «il numero giornaliero dei deceduti in ospedale affetti da Covid», ma l'istanza è finita al Tar. Un altro cittadino ha contattato l'Iss per ottenere i dati relativi a tutti i decessi a causa di Covid-19 nel periodo compreso tra il 24 febbraio e il 30 aprile 2020, ma la richiesta è finita al riesame per via della mancata risposta. Sono ben tre, invece, le domande respinte in quanto l'Iss ha ritenuto di non potere (o volere?) comunicare i dati appellandosi all'articolo 4 dell'Ordinanza del capo della Protezione civile n. 640 del 27 febbraio 2020. La norma prevede che, in materia di condivisione, i dati raccolti nell'ambito delle attività di sorveglianza verranno trattati per «motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica (…) nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia di protezione dei dati personali, ivi incluse quelle relative al segreto professionale e in relazione al contesto emergenziale in atto».Contattata dalla Verità, l'avvocato Sarah Ungaro, vicepresidente di Anorc e membro dello studio legale Lisi, spiega che «risulta difficile comprendere quali siano i rischi concreti derivanti dall'accoglimento di richieste di accesso ai dati relativi al Covid-19 che siano stati opportunamente anonimizzati e aggregati». «Tanto più se si considera che le ordinanze del Capo della protezione civile del 27 febbraio 2020 e del 4 agosto 2020», aggiunge la Ungaro, «non escludono in alcun modo l'accoglimento di eventuali istanze di accesso presentate ai sensi della disciplina sul Foia». E allora perché l'Iss si ostina a non fornire i dati sui decessi dovuti al Covid?
Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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