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2018-09-12
I «chiarimenti» in arrivo da Roma
Ansa
Nel tardo pomeriggio di lunedì il comunicato conclusivo della ventiseiesima riunione del C9, il consiglio dei 9 cardinali che coadiuvano papa Francesco, ha segnato un cambio di passo in Vaticano rispetto al memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò: pur non nominandolo direttamente, il C9 ha espresso «piena solidarietà» al Papa per «quanto accaduto nelle ultime settimane» e ha annunciato che «la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti».
Dopo 16 giorni dalla pubblicazione del memoriale sulla Verità, molti rumors suggerivano che la strategia del silenzio aveva le ore contate. Ora sappiamo ufficialmente che arriveranno i «chiarimenti» dal Vaticano, dunque il famoso dossier è più importante di quanto alcuni commentatori volevano far credere. Le circostanze dello scritto di Viganò devono essere ovviamente provate o confutate, ma la posta in palio per la Chiesa è troppo alta per sorvolare.
È un fatto che date e documenti citati nel testo di Viganò abbiano una loro veridicità. Ne ha dato prova una lettera del 2006 in cui l'allora arcivescovo Leonardo Sandri da sostituto della Segreteria di Stato si rivolgeva al padre domenicano Boniface Ramsey facendo riferimento alle accuse che questi sei anni prima, nel 2000, aveva messo per iscritto sul conto dell'ex cardinale Theodore McCarrick. È vero quindi che la Segreteria di Stato era a conoscenza del caso quando nel 2001 McCarrick fu creato cardinale e arcivescovo di Washington.
In Vaticano si lavora da giorni per approntare i «chiarimenti» di cui parla il comunicato del C9, visto che Viganò fa decine di nomi e pone domande sull'operato di tre Segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, e fa riferimento a tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Chi sapeva cosa? Da quando? Perché si è giunti a togliere la porpora a McCarrick il 28 luglio 2018, solo dopo la richiesta di dimissioni di un cardinale ormai inchiodato dalle accuse?
Negli Stati Uniti il silenzio non era più sufficiente, lo hanno evidenziato diversi vescovi e laici. In proposito sarà importante l'incontro a Roma tra Francesco e il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, nei prossimi giorni. A prescindere da qualsiasi narrazione su presunti complotti antipapali, il caso Viganò mostra una Chiesa lacerata e ferita da problemi seri nella gestione dei seminari e del potere. Di questa crisi c'è un'altra traccia nella nota del C9. Ideato per aiutare il Papa a riformare la curia, il gruppo di nove porpore è gravemente claudicante. Il C9, si legge nel testo, si prepara a consegnare a Francesco «la proposta circa la riforma della Curia romana elaborata nei primi cinque anni di attività», e «ha ritenuto di chiedere al Papa una riflessione sul lavoro, la struttura e la composizione dello stesso Consiglio». Celata dietro a un accenno alla «avanzata età di alcuni membri», si intravede la situazione del cardinale cileno Francisco Javier Errazuriz, 85 anni, che con altri presuli pare aver fuorviato il Papa sul caso di padre Fernando Karadima, sacerdote considerato pedofilo seriale. Poi c'è la situazione del Segretario per l'economia, il cardinale australiano George Pell, 77 anni, da oltre un anno in patria per difendersi in tribunale da accuse di abusi che risalgono a oltre 40 anni fa. Fra gli over 75 c'è anche il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, 76 anni, molto chiacchierato per malagestione finanziaria e scandali a sfondo omosessuale nel seminario di Tegucigalpa, la sua diocesi, oltre che tirato in ballo da Viganò per un presunto asse con McCarrick su alcune nomine di vescovi. Avanti con gli anni (76) è pure il cardinale Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato dello Stato vaticano, così come l'africano Laurent Monsengwo Pasinya (78).
I «necessari chiarimenti» e il rimpasto del C9, oltre alla riforma della curia da tempo attesa e mai decollata, sono il bivio fondamentale di questo papato e del futuro della Chiesa.
La lobby gay difende una prassi perché vuole cambiare la dottrina
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Fallita la strategia del silenzio: i 9 cardinali consiglieri del Papa annunciano risposte ufficiali alle accuse dell'ex nunzio. E per loro rimpasto in vista: troppi scandali e ombre.Sempre più sacerdoti e pastori giustificano, anche pubblicamente, un certo tipo di costumi per ottenere l'adeguamento delle regole morali alla propria condotta. Nella storia cattolica è già accaduto più volte.Lo speciale contiene due articoli.Nel tardo pomeriggio di lunedì il comunicato conclusivo della ventiseiesima riunione del C9, il consiglio dei 9 cardinali che coadiuvano papa Francesco, ha segnato un cambio di passo in Vaticano rispetto al memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò: pur non nominandolo direttamente, il C9 ha espresso «piena solidarietà» al Papa per «quanto accaduto nelle ultime settimane» e ha annunciato che «la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti».Dopo 16 giorni dalla pubblicazione del memoriale sulla Verità, molti rumors suggerivano che la strategia del silenzio aveva le ore contate. Ora sappiamo ufficialmente che arriveranno i «chiarimenti» dal Vaticano, dunque il famoso dossier è più importante di quanto alcuni commentatori volevano far credere. Le circostanze dello scritto di Viganò devono essere ovviamente provate o confutate, ma la posta in palio per la Chiesa è troppo alta per sorvolare. È un fatto che date e documenti citati nel testo di Viganò abbiano una loro veridicità. Ne ha dato prova una lettera del 2006 in cui l'allora arcivescovo Leonardo Sandri da sostituto della Segreteria di Stato si rivolgeva al padre domenicano Boniface Ramsey facendo riferimento alle accuse che questi sei anni prima, nel 2000, aveva messo per iscritto sul conto dell'ex cardinale Theodore McCarrick. È vero quindi che la Segreteria di Stato era a conoscenza del caso quando nel 2001 McCarrick fu creato cardinale e arcivescovo di Washington.In Vaticano si lavora da giorni per approntare i «chiarimenti» di cui parla il comunicato del C9, visto che Viganò fa decine di nomi e pone domande sull'operato di tre Segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, e fa riferimento a tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Chi sapeva cosa? Da quando? Perché si è giunti a togliere la porpora a McCarrick il 28 luglio 2018, solo dopo la richiesta di dimissioni di un cardinale ormai inchiodato dalle accuse? Negli Stati Uniti il silenzio non era più sufficiente, lo hanno evidenziato diversi vescovi e laici. In proposito sarà importante l'incontro a Roma tra Francesco e il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, nei prossimi giorni. A prescindere da qualsiasi narrazione su presunti complotti antipapali, il caso Viganò mostra una Chiesa lacerata e ferita da problemi seri nella gestione dei seminari e del potere. Di questa crisi c'è un'altra traccia nella nota del C9. Ideato per aiutare il Papa a riformare la curia, il gruppo di nove porpore è gravemente claudicante. Il C9, si legge nel testo, si prepara a consegnare a Francesco «la proposta circa la riforma della Curia romana elaborata nei primi cinque anni di attività», e «ha ritenuto di chiedere al Papa una riflessione sul lavoro, la struttura e la composizione dello stesso Consiglio». Celata dietro a un accenno alla «avanzata età di alcuni membri», si intravede la situazione del cardinale cileno Francisco Javier Errazuriz, 85 anni, che con altri presuli pare aver fuorviato il Papa sul caso di padre Fernando Karadima, sacerdote considerato pedofilo seriale. Poi c'è la situazione del Segretario per l'economia, il cardinale australiano George Pell, 77 anni, da oltre un anno in patria per difendersi in tribunale da accuse di abusi che risalgono a oltre 40 anni fa. Fra gli over 75 c'è anche il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, 76 anni, molto chiacchierato per malagestione finanziaria e scandali a sfondo omosessuale nel seminario di Tegucigalpa, la sua diocesi, oltre che tirato in ballo da Viganò per un presunto asse con McCarrick su alcune nomine di vescovi. Avanti con gli anni (76) è pure il cardinale Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato dello Stato vaticano, così come l'africano Laurent Monsengwo Pasinya (78).I «necessari chiarimenti» e il rimpasto del C9, oltre alla riforma della curia da tempo attesa e mai decollata, sono il bivio fondamentale di questo papato e del futuro della Chiesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-chiarimenti-in-arrivo-da-roma-2604056136.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lobby-gay-difende-una-prassi-perche-vuole-cambiare-la-dottrina" data-post-id="2604056136" data-published-at="1771967679" data-use-pagination="False"> La lobby gay difende una prassi perché vuole cambiare la dottrina In quest'anno in cui cade il cinquantesimo anniversario dall'enciclica Humanae vitae di papa Paolo VI, quella che stabiliva in maniera definitiva il principio della inscindibilità dei significati unitivo e procreativo dell'atto coniugale e dunque l'inammissibilità morale della contraccezione, molto si è detto e discusso su quel documento del magistero petrino. Il filosofo della scuola di Francoforte Max Horkheimer, quanto di più lontano ci si potrebbe immaginare dalla prospettiva antropologica cattolica, difendeva l'enciclica osservando che, intenzionalmente privata del suo potenziale procreativo, la sessualità avrebbe perso il proprio peso esistenziale e da ultimo avrebbe portato alla morte dell'amore. Il cardinale Carlo Caffarra esprimeva un concetto simile quando parlava dell'espulsione del sesso dai «casi seri della vita». Nel numero del febbraio 2008 della rivista Conscience Ann Furedi, capo del British pregnancy advisory service, società con 40 cliniche per aborti nel Regno Unito, scriveva: «Voglio che mio figlio cresca in una società che consente alla gente di fare sesso senza paura di conseguenze. Le persone dovrebbero potere fare sesso per gioco, amore o intimità senza paura». Questo è il nocciolo della mentalità contraccettiva, il sesso depurato dalle conseguenze, reso puro piacere. «Una bella ragazza deve solo dedicarsi a fottere e mai a generare», scriveva nel 1795 Donatien-Alphonse-François de Sade. Privato di ogni suo connotato simbolico derivante dalla capacità generativa, che cos'è il sesso, se non un piacevolissimo massaggio praticato in aree circoscritte? Ha forse qualche relazione il matrimonio con un massaggio? C'è bisogno del matrimonio per praticarlo (sesso prematrimoniale), o di chiedere il permesso al coniuge per riceverne uno da altri (sesso extramatrimoniale)? Ha rilevanza il numero (poliamore), il sesso (omosessualità) ed entrambi insieme? Per la schiena le poltrone massaggianti e i vibratori per i genitali. C'è un filo diretto che lega contraccezione e omosessualità, lo ha ricordato il professor Massimo Gandolfini sabato su queste colonne. Per udire qualcuno che dica che la sessualità omoerotica è cosa buona, un cattolico oggi non ha bisogno di emigrare dal proprio milieu culturale, basta che ascolti certi suoi pastori. Il vescovo della diocesi belga di Antwerp, Johan Bonny, chiamato da papa Francesco al sinodo sulla famiglia, dichiarava il 6 ottobre 2016 sulla Gazet van Antwerpen: «Incontriamo lo stesso amore anche nella vita di un uomo e di una donna nell'esperienza di una coppia gay o lesbica». Bonny adotta una definizione di amore coniugale totalmente diversa da quella riportata da Paolo VI nella sua enciclica, l'amore che egli esalta è archetipo del «guscio vuoto, da riempire arbitrariamente» stigmatizzato da Benedetto XVI. In un'intervista del 10 gennaio 2018 alla Neue Osnabrucker Zeitung il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Franz-Josef Hermann Bode, invocava la benedizione delle coppie gay come atto di giustizia. Lo appoggiò un pezzo da novanta come Reinhard Marx, uno dei 9 cardinali chiamati dal Papa a riformare la curia, secondo cui il criterio generale stabilito da Amoris laetitia, l'esortazione post sinodale di papa Bergoglio, «può permettere di benedire in alcuni casi anche le coppie omosessuali, secondo il discernimento del sacerdote circa l'opportunità». Parole che fanno venire in mente il gran cancelliere Antonio Ferrer dei Promessi sposi e il suo proverbiale «Pedro, adelante con juicio». Il gesuita James Martin è giunto sul podio degli oratori dell'Incontro mondiale delle famiglie organizzato dal Dicastero laici, famiglia e vita guidato da quel cardinale Kevin Farrell che purtroppo, quando era tra i Legionari di Cristo, non udì mai nulla sulle malefatte sessuali del fondatore Marcial Maciel e nei 6 anni di convivenza col cardinale abusatore McCarrick nello stesso appartamento, di nuovo non si accorse mai di nulla. Nel suo libro, «benvenuto e tanto necessario» secondo la prefazione del cardinale Farrell, il gesuita spiega che giudicare «intrinsecamente disordinato» l'orientamento omosessuale come fa la Chiesa nel suo Catechismo è «inutilmente crudele». Il motivo, spiega Martin, è che non puoi definire disordinata «una delle parti più intime della persona, la parte che dà e riceve amore». Non mi è ancora chiaro quale sia, secondo Martin, la parte che dà e quella che invece riceve, tuttavia non posso fare a meno di pensare all'amore che ho ricevuto da mio padre e mia madre quando mi nutrivano, lavavano, proteggevano, educavano. Ho la totale certezza che il loro amore provenga da parti che non coincidono con quelle che ha in mente Martin e tuttavia non sia meno reale e nobile degli amplessi omoerotici oggetto dell'attenzione di questo gesuita nominato da papa Francesco consultore del dicastero delle comunicazioni vaticane. D'altra parte egli va compreso, una certa tendenza alla polarizzazione erotica del pensiero riconducendo al sesso pressoché ogni esperienza umana è un atteggiamento mentale abbastanza comune nell'ambiente lgbt a cui è vicino e, come si dice, chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Ma tutto nasce e si esaurisce sul piano delle idee? La diffusa pratica omosessuale nel clero emersa in queste ultime settimane getta una luce che rende più comprensibile la deriva teologica. Ancora una volta l'esperienza della contraccezione funge da guida. Nel 1930 alla conferenza di Lambeth la gerarchia anglicana ruppe la secolare unità dei cristiani sul punto ammettendo la contraccezione. I censimenti rivelano che dal 1871 al 1911 la fertilità media della popolazione inglese si era ridotta del 35,6%, ma nello stesso arco di tempo il numero medio di figli dei pastori anglicani era diminuito addirittura del 55,8%. Le gerarchie anglicane nel 1930 avevano dunque reso lecito ciò che da anni i loro pastori praticavano con le loro mogli nonostante ciò fosse ancora considerato moralmente illecito. Ciò che oggi filtra dalle finestre di seminari, parrocchie, diocesi, conventi e persino dalla curia di Roma, fa sospettare che una cosa simile avvenga per il comportamento omosessuale, adattare la dottrina alla prassi.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.