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2018-09-12
I «chiarimenti» in arrivo da Roma
Ansa
Nel tardo pomeriggio di lunedì il comunicato conclusivo della ventiseiesima riunione del C9, il consiglio dei 9 cardinali che coadiuvano papa Francesco, ha segnato un cambio di passo in Vaticano rispetto al memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò: pur non nominandolo direttamente, il C9 ha espresso «piena solidarietà» al Papa per «quanto accaduto nelle ultime settimane» e ha annunciato che «la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti».
Dopo 16 giorni dalla pubblicazione del memoriale sulla Verità, molti rumors suggerivano che la strategia del silenzio aveva le ore contate. Ora sappiamo ufficialmente che arriveranno i «chiarimenti» dal Vaticano, dunque il famoso dossier è più importante di quanto alcuni commentatori volevano far credere. Le circostanze dello scritto di Viganò devono essere ovviamente provate o confutate, ma la posta in palio per la Chiesa è troppo alta per sorvolare.
È un fatto che date e documenti citati nel testo di Viganò abbiano una loro veridicità. Ne ha dato prova una lettera del 2006 in cui l'allora arcivescovo Leonardo Sandri da sostituto della Segreteria di Stato si rivolgeva al padre domenicano Boniface Ramsey facendo riferimento alle accuse che questi sei anni prima, nel 2000, aveva messo per iscritto sul conto dell'ex cardinale Theodore McCarrick. È vero quindi che la Segreteria di Stato era a conoscenza del caso quando nel 2001 McCarrick fu creato cardinale e arcivescovo di Washington.
In Vaticano si lavora da giorni per approntare i «chiarimenti» di cui parla il comunicato del C9, visto che Viganò fa decine di nomi e pone domande sull'operato di tre Segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, e fa riferimento a tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Chi sapeva cosa? Da quando? Perché si è giunti a togliere la porpora a McCarrick il 28 luglio 2018, solo dopo la richiesta di dimissioni di un cardinale ormai inchiodato dalle accuse?
Negli Stati Uniti il silenzio non era più sufficiente, lo hanno evidenziato diversi vescovi e laici. In proposito sarà importante l'incontro a Roma tra Francesco e il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, nei prossimi giorni. A prescindere da qualsiasi narrazione su presunti complotti antipapali, il caso Viganò mostra una Chiesa lacerata e ferita da problemi seri nella gestione dei seminari e del potere. Di questa crisi c'è un'altra traccia nella nota del C9. Ideato per aiutare il Papa a riformare la curia, il gruppo di nove porpore è gravemente claudicante. Il C9, si legge nel testo, si prepara a consegnare a Francesco «la proposta circa la riforma della Curia romana elaborata nei primi cinque anni di attività», e «ha ritenuto di chiedere al Papa una riflessione sul lavoro, la struttura e la composizione dello stesso Consiglio». Celata dietro a un accenno alla «avanzata età di alcuni membri», si intravede la situazione del cardinale cileno Francisco Javier Errazuriz, 85 anni, che con altri presuli pare aver fuorviato il Papa sul caso di padre Fernando Karadima, sacerdote considerato pedofilo seriale. Poi c'è la situazione del Segretario per l'economia, il cardinale australiano George Pell, 77 anni, da oltre un anno in patria per difendersi in tribunale da accuse di abusi che risalgono a oltre 40 anni fa. Fra gli over 75 c'è anche il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, 76 anni, molto chiacchierato per malagestione finanziaria e scandali a sfondo omosessuale nel seminario di Tegucigalpa, la sua diocesi, oltre che tirato in ballo da Viganò per un presunto asse con McCarrick su alcune nomine di vescovi. Avanti con gli anni (76) è pure il cardinale Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato dello Stato vaticano, così come l'africano Laurent Monsengwo Pasinya (78).
I «necessari chiarimenti» e il rimpasto del C9, oltre alla riforma della curia da tempo attesa e mai decollata, sono il bivio fondamentale di questo papato e del futuro della Chiesa.
La lobby gay difende una prassi perché vuole cambiare la dottrina
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Fallita la strategia del silenzio: i 9 cardinali consiglieri del Papa annunciano risposte ufficiali alle accuse dell'ex nunzio. E per loro rimpasto in vista: troppi scandali e ombre.Sempre più sacerdoti e pastori giustificano, anche pubblicamente, un certo tipo di costumi per ottenere l'adeguamento delle regole morali alla propria condotta. Nella storia cattolica è già accaduto più volte.Lo speciale contiene due articoli.Nel tardo pomeriggio di lunedì il comunicato conclusivo della ventiseiesima riunione del C9, il consiglio dei 9 cardinali che coadiuvano papa Francesco, ha segnato un cambio di passo in Vaticano rispetto al memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò: pur non nominandolo direttamente, il C9 ha espresso «piena solidarietà» al Papa per «quanto accaduto nelle ultime settimane» e ha annunciato che «la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti».Dopo 16 giorni dalla pubblicazione del memoriale sulla Verità, molti rumors suggerivano che la strategia del silenzio aveva le ore contate. Ora sappiamo ufficialmente che arriveranno i «chiarimenti» dal Vaticano, dunque il famoso dossier è più importante di quanto alcuni commentatori volevano far credere. Le circostanze dello scritto di Viganò devono essere ovviamente provate o confutate, ma la posta in palio per la Chiesa è troppo alta per sorvolare. È un fatto che date e documenti citati nel testo di Viganò abbiano una loro veridicità. Ne ha dato prova una lettera del 2006 in cui l'allora arcivescovo Leonardo Sandri da sostituto della Segreteria di Stato si rivolgeva al padre domenicano Boniface Ramsey facendo riferimento alle accuse che questi sei anni prima, nel 2000, aveva messo per iscritto sul conto dell'ex cardinale Theodore McCarrick. È vero quindi che la Segreteria di Stato era a conoscenza del caso quando nel 2001 McCarrick fu creato cardinale e arcivescovo di Washington.In Vaticano si lavora da giorni per approntare i «chiarimenti» di cui parla il comunicato del C9, visto che Viganò fa decine di nomi e pone domande sull'operato di tre Segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, e fa riferimento a tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Chi sapeva cosa? Da quando? Perché si è giunti a togliere la porpora a McCarrick il 28 luglio 2018, solo dopo la richiesta di dimissioni di un cardinale ormai inchiodato dalle accuse? Negli Stati Uniti il silenzio non era più sufficiente, lo hanno evidenziato diversi vescovi e laici. In proposito sarà importante l'incontro a Roma tra Francesco e il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, nei prossimi giorni. A prescindere da qualsiasi narrazione su presunti complotti antipapali, il caso Viganò mostra una Chiesa lacerata e ferita da problemi seri nella gestione dei seminari e del potere. Di questa crisi c'è un'altra traccia nella nota del C9. Ideato per aiutare il Papa a riformare la curia, il gruppo di nove porpore è gravemente claudicante. Il C9, si legge nel testo, si prepara a consegnare a Francesco «la proposta circa la riforma della Curia romana elaborata nei primi cinque anni di attività», e «ha ritenuto di chiedere al Papa una riflessione sul lavoro, la struttura e la composizione dello stesso Consiglio». Celata dietro a un accenno alla «avanzata età di alcuni membri», si intravede la situazione del cardinale cileno Francisco Javier Errazuriz, 85 anni, che con altri presuli pare aver fuorviato il Papa sul caso di padre Fernando Karadima, sacerdote considerato pedofilo seriale. Poi c'è la situazione del Segretario per l'economia, il cardinale australiano George Pell, 77 anni, da oltre un anno in patria per difendersi in tribunale da accuse di abusi che risalgono a oltre 40 anni fa. Fra gli over 75 c'è anche il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, 76 anni, molto chiacchierato per malagestione finanziaria e scandali a sfondo omosessuale nel seminario di Tegucigalpa, la sua diocesi, oltre che tirato in ballo da Viganò per un presunto asse con McCarrick su alcune nomine di vescovi. Avanti con gli anni (76) è pure il cardinale Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato dello Stato vaticano, così come l'africano Laurent Monsengwo Pasinya (78).I «necessari chiarimenti» e il rimpasto del C9, oltre alla riforma della curia da tempo attesa e mai decollata, sono il bivio fondamentale di questo papato e del futuro della Chiesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-chiarimenti-in-arrivo-da-roma-2604056136.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lobby-gay-difende-una-prassi-perche-vuole-cambiare-la-dottrina" data-post-id="2604056136" data-published-at="1780468903" data-use-pagination="False"> La lobby gay difende una prassi perché vuole cambiare la dottrina In quest'anno in cui cade il cinquantesimo anniversario dall'enciclica Humanae vitae di papa Paolo VI, quella che stabiliva in maniera definitiva il principio della inscindibilità dei significati unitivo e procreativo dell'atto coniugale e dunque l'inammissibilità morale della contraccezione, molto si è detto e discusso su quel documento del magistero petrino. Il filosofo della scuola di Francoforte Max Horkheimer, quanto di più lontano ci si potrebbe immaginare dalla prospettiva antropologica cattolica, difendeva l'enciclica osservando che, intenzionalmente privata del suo potenziale procreativo, la sessualità avrebbe perso il proprio peso esistenziale e da ultimo avrebbe portato alla morte dell'amore. Il cardinale Carlo Caffarra esprimeva un concetto simile quando parlava dell'espulsione del sesso dai «casi seri della vita». Nel numero del febbraio 2008 della rivista Conscience Ann Furedi, capo del British pregnancy advisory service, società con 40 cliniche per aborti nel Regno Unito, scriveva: «Voglio che mio figlio cresca in una società che consente alla gente di fare sesso senza paura di conseguenze. Le persone dovrebbero potere fare sesso per gioco, amore o intimità senza paura». Questo è il nocciolo della mentalità contraccettiva, il sesso depurato dalle conseguenze, reso puro piacere. «Una bella ragazza deve solo dedicarsi a fottere e mai a generare», scriveva nel 1795 Donatien-Alphonse-François de Sade. Privato di ogni suo connotato simbolico derivante dalla capacità generativa, che cos'è il sesso, se non un piacevolissimo massaggio praticato in aree circoscritte? Ha forse qualche relazione il matrimonio con un massaggio? C'è bisogno del matrimonio per praticarlo (sesso prematrimoniale), o di chiedere il permesso al coniuge per riceverne uno da altri (sesso extramatrimoniale)? Ha rilevanza il numero (poliamore), il sesso (omosessualità) ed entrambi insieme? Per la schiena le poltrone massaggianti e i vibratori per i genitali. C'è un filo diretto che lega contraccezione e omosessualità, lo ha ricordato il professor Massimo Gandolfini sabato su queste colonne. Per udire qualcuno che dica che la sessualità omoerotica è cosa buona, un cattolico oggi non ha bisogno di emigrare dal proprio milieu culturale, basta che ascolti certi suoi pastori. Il vescovo della diocesi belga di Antwerp, Johan Bonny, chiamato da papa Francesco al sinodo sulla famiglia, dichiarava il 6 ottobre 2016 sulla Gazet van Antwerpen: «Incontriamo lo stesso amore anche nella vita di un uomo e di una donna nell'esperienza di una coppia gay o lesbica». Bonny adotta una definizione di amore coniugale totalmente diversa da quella riportata da Paolo VI nella sua enciclica, l'amore che egli esalta è archetipo del «guscio vuoto, da riempire arbitrariamente» stigmatizzato da Benedetto XVI. In un'intervista del 10 gennaio 2018 alla Neue Osnabrucker Zeitung il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Franz-Josef Hermann Bode, invocava la benedizione delle coppie gay come atto di giustizia. Lo appoggiò un pezzo da novanta come Reinhard Marx, uno dei 9 cardinali chiamati dal Papa a riformare la curia, secondo cui il criterio generale stabilito da Amoris laetitia, l'esortazione post sinodale di papa Bergoglio, «può permettere di benedire in alcuni casi anche le coppie omosessuali, secondo il discernimento del sacerdote circa l'opportunità». Parole che fanno venire in mente il gran cancelliere Antonio Ferrer dei Promessi sposi e il suo proverbiale «Pedro, adelante con juicio». Il gesuita James Martin è giunto sul podio degli oratori dell'Incontro mondiale delle famiglie organizzato dal Dicastero laici, famiglia e vita guidato da quel cardinale Kevin Farrell che purtroppo, quando era tra i Legionari di Cristo, non udì mai nulla sulle malefatte sessuali del fondatore Marcial Maciel e nei 6 anni di convivenza col cardinale abusatore McCarrick nello stesso appartamento, di nuovo non si accorse mai di nulla. Nel suo libro, «benvenuto e tanto necessario» secondo la prefazione del cardinale Farrell, il gesuita spiega che giudicare «intrinsecamente disordinato» l'orientamento omosessuale come fa la Chiesa nel suo Catechismo è «inutilmente crudele». Il motivo, spiega Martin, è che non puoi definire disordinata «una delle parti più intime della persona, la parte che dà e riceve amore». Non mi è ancora chiaro quale sia, secondo Martin, la parte che dà e quella che invece riceve, tuttavia non posso fare a meno di pensare all'amore che ho ricevuto da mio padre e mia madre quando mi nutrivano, lavavano, proteggevano, educavano. Ho la totale certezza che il loro amore provenga da parti che non coincidono con quelle che ha in mente Martin e tuttavia non sia meno reale e nobile degli amplessi omoerotici oggetto dell'attenzione di questo gesuita nominato da papa Francesco consultore del dicastero delle comunicazioni vaticane. D'altra parte egli va compreso, una certa tendenza alla polarizzazione erotica del pensiero riconducendo al sesso pressoché ogni esperienza umana è un atteggiamento mentale abbastanza comune nell'ambiente lgbt a cui è vicino e, come si dice, chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Ma tutto nasce e si esaurisce sul piano delle idee? La diffusa pratica omosessuale nel clero emersa in queste ultime settimane getta una luce che rende più comprensibile la deriva teologica. Ancora una volta l'esperienza della contraccezione funge da guida. Nel 1930 alla conferenza di Lambeth la gerarchia anglicana ruppe la secolare unità dei cristiani sul punto ammettendo la contraccezione. I censimenti rivelano che dal 1871 al 1911 la fertilità media della popolazione inglese si era ridotta del 35,6%, ma nello stesso arco di tempo il numero medio di figli dei pastori anglicani era diminuito addirittura del 55,8%. Le gerarchie anglicane nel 1930 avevano dunque reso lecito ciò che da anni i loro pastori praticavano con le loro mogli nonostante ciò fosse ancora considerato moralmente illecito. Ciò che oggi filtra dalle finestre di seminari, parrocchie, diocesi, conventi e persino dalla curia di Roma, fa sospettare che una cosa simile avvenga per il comportamento omosessuale, adattare la dottrina alla prassi.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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C’era anche lui su quel minivan che nella tarda mattinata di lunedì è diventata la prigione di fuoco per i quattro cittadini stranieri arsi vivi. Due pachistani li hanno imprigionati dentro il mezzo che hanno poi cosparso di benzina. Mohammad, alle telecamere della Tgr Calabria, ha raccontato quello che è successo lunedì mattina quando era nel minivan assieme a tre afgani e un pachistano che lavoravano come braccianti agricoli e vivevano con lu in un appartamento a Villapiana, sulla costa ionica cosentina.
Mohammad era diretto assieme a loro a Metaponto perché stavano lavorando alla raccolta delle fragole. Quella mattina erano nel minivan con due cittadini pachistani indicati dal superstite come i caporali. Sono i due uomini incastrati dalle telecamere di videosorveglianza e ora in carcere con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sono, infatti, le immagini delle telecamere a inquadrare il mezzo parcheggiato nel piazzale della stazione di benzina sulla statale 106 nel comune di Amendolara. Quei frame, acquisiti dagli investigatori, mostrano l’orribile dinamica di quanto accaduto: si vedono due cittadini stranieri uscire velocemente dal minivan mentre dal cofano esce fumo. Uno dei due cerca di tenere chiusa la portiera per non far uscire i connazionali, mentre il complice presumibilmente afferra la pistola erogatrice per cospargere il mezzo di carburante. Quest’ultimo, poi, va al posto del complice a bloccare la portiera e dalle immagini si vede che dall’interno le vittime cercano di forzarla per uscire, ma restano intrappolate. Questa è la ricostruzione fornita da circa 30 secondi di video. Trenta secondi di immagini che, nella giornata di ieri, sono rimbalzate sui social descrivendo i momenti della mattanza. A supporto della ricostruzione, effettuata con le immagini delle telecamere, si è aggiunta la testimonianza dell’unico superstite. Mohammad ai microfoni della Tgr, con un italiano stentato, ha raccontato quanto accaduto mimando anche il momento in cui uno dei pachistani avrebbe appiccato fuoco con un accendino:
«Ho avuto paura di morire». Il giovane bracciante ha raccontato che i due caporali sono scesi dal mezzo, hanno prima cosparso di benzina il minivan e poi uno dei due ha preso l’accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo il finestrino e scappando. Si è ferito e ha lesioni in diverse parti del corpo; mentre i suoi colleghi di lavoro e coinquilini sono stati arsi vivi. I due pachistani che li hanno intrappolati nel mezzo e bruciati sono adesso in carcere.
La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, ha emesso nei loro confronti un provvedimento di fermo per omicidio plurimo aggravato. Il motivo della mattanza? Da quanto finora emerso, anche dal racconto del superstite, il movente sarebbe da ricercare in una «vendetta dei caporali». Forse, lunedì mattina tra loro sarebbe scoppiata una lite perché i caporali volevano i soldi per il trasporto. Ma il giovane sopravvissuto ha descritto uno scenario di violenza e soprusi continui: non venivano mai pagati e spesso i due pachistani arrestati li minacciavano anche con pistole e coltelli per farli lavorare senza soldi. In pratica, davano loro vitto e alloggio ma nessun salario, come ha spiegato lo stesso Mohammad: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì. La casa sì, i soldi no». Quello descritto dal giovane bracciante è una fotografia di un caporalato che fa vivere in condizioni disumane i lavoratori. Ma per lui questo è un modus operandi per loro già noto e con rassegnazione afferma: «Questa è la mafia pachistana».
Sulla mattanza di Amendolara sono in corso delicate e complesse indagini condotte dagli agenti della Mobile di Cosenza, guidati dal dirigente Gianni Albano e dal questore Antonio Borelli. Nella giornata di oggi ci sarà una conferenza stampa in questura a Cosenza in cui saranno resi noti alcuni particolari di quanto accaduto. Anche gli accertamenti sui cadaveri carbonizzati e sul mezzo saranno decisivi per ricostruire l’esatta dinamica della mattanza di Amendolara.
Quanto avvenuto lunedì mattina ha avuto una risonanza nazionale soprattutto dopo la diffusione del video in cui si vedono i due pachistani intrappolare i loro connazionali nel minivan e poi dargli fuoco. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, sui suoi canali social ha postato il video degli ultimi istanti di vita delle quattro vittime esprimendo tutto il suo disappunto: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani». Anche il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sui suoi profili social ha commentato la strage di braccianti: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pachistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari alla stazione di servizio. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione». Le indagini degli inquirenti, ora, cercheranno di fare luce sul movente che ha scatenato tanta violenza e crudeltà.
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