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2018-09-12
I «chiarimenti» in arrivo da Roma
Ansa
Nel tardo pomeriggio di lunedì il comunicato conclusivo della ventiseiesima riunione del C9, il consiglio dei 9 cardinali che coadiuvano papa Francesco, ha segnato un cambio di passo in Vaticano rispetto al memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò: pur non nominandolo direttamente, il C9 ha espresso «piena solidarietà» al Papa per «quanto accaduto nelle ultime settimane» e ha annunciato che «la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti».
Dopo 16 giorni dalla pubblicazione del memoriale sulla Verità, molti rumors suggerivano che la strategia del silenzio aveva le ore contate. Ora sappiamo ufficialmente che arriveranno i «chiarimenti» dal Vaticano, dunque il famoso dossier è più importante di quanto alcuni commentatori volevano far credere. Le circostanze dello scritto di Viganò devono essere ovviamente provate o confutate, ma la posta in palio per la Chiesa è troppo alta per sorvolare.
È un fatto che date e documenti citati nel testo di Viganò abbiano una loro veridicità. Ne ha dato prova una lettera del 2006 in cui l'allora arcivescovo Leonardo Sandri da sostituto della Segreteria di Stato si rivolgeva al padre domenicano Boniface Ramsey facendo riferimento alle accuse che questi sei anni prima, nel 2000, aveva messo per iscritto sul conto dell'ex cardinale Theodore McCarrick. È vero quindi che la Segreteria di Stato era a conoscenza del caso quando nel 2001 McCarrick fu creato cardinale e arcivescovo di Washington.
In Vaticano si lavora da giorni per approntare i «chiarimenti» di cui parla il comunicato del C9, visto che Viganò fa decine di nomi e pone domande sull'operato di tre Segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, e fa riferimento a tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Chi sapeva cosa? Da quando? Perché si è giunti a togliere la porpora a McCarrick il 28 luglio 2018, solo dopo la richiesta di dimissioni di un cardinale ormai inchiodato dalle accuse?
Negli Stati Uniti il silenzio non era più sufficiente, lo hanno evidenziato diversi vescovi e laici. In proposito sarà importante l'incontro a Roma tra Francesco e il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, nei prossimi giorni. A prescindere da qualsiasi narrazione su presunti complotti antipapali, il caso Viganò mostra una Chiesa lacerata e ferita da problemi seri nella gestione dei seminari e del potere. Di questa crisi c'è un'altra traccia nella nota del C9. Ideato per aiutare il Papa a riformare la curia, il gruppo di nove porpore è gravemente claudicante. Il C9, si legge nel testo, si prepara a consegnare a Francesco «la proposta circa la riforma della Curia romana elaborata nei primi cinque anni di attività», e «ha ritenuto di chiedere al Papa una riflessione sul lavoro, la struttura e la composizione dello stesso Consiglio». Celata dietro a un accenno alla «avanzata età di alcuni membri», si intravede la situazione del cardinale cileno Francisco Javier Errazuriz, 85 anni, che con altri presuli pare aver fuorviato il Papa sul caso di padre Fernando Karadima, sacerdote considerato pedofilo seriale. Poi c'è la situazione del Segretario per l'economia, il cardinale australiano George Pell, 77 anni, da oltre un anno in patria per difendersi in tribunale da accuse di abusi che risalgono a oltre 40 anni fa. Fra gli over 75 c'è anche il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, 76 anni, molto chiacchierato per malagestione finanziaria e scandali a sfondo omosessuale nel seminario di Tegucigalpa, la sua diocesi, oltre che tirato in ballo da Viganò per un presunto asse con McCarrick su alcune nomine di vescovi. Avanti con gli anni (76) è pure il cardinale Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato dello Stato vaticano, così come l'africano Laurent Monsengwo Pasinya (78).
I «necessari chiarimenti» e il rimpasto del C9, oltre alla riforma della curia da tempo attesa e mai decollata, sono il bivio fondamentale di questo papato e del futuro della Chiesa.
La lobby gay difende una prassi perché vuole cambiare la dottrina
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Fallita la strategia del silenzio: i 9 cardinali consiglieri del Papa annunciano risposte ufficiali alle accuse dell'ex nunzio. E per loro rimpasto in vista: troppi scandali e ombre.Sempre più sacerdoti e pastori giustificano, anche pubblicamente, un certo tipo di costumi per ottenere l'adeguamento delle regole morali alla propria condotta. Nella storia cattolica è già accaduto più volte.Lo speciale contiene due articoli.Nel tardo pomeriggio di lunedì il comunicato conclusivo della ventiseiesima riunione del C9, il consiglio dei 9 cardinali che coadiuvano papa Francesco, ha segnato un cambio di passo in Vaticano rispetto al memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò: pur non nominandolo direttamente, il C9 ha espresso «piena solidarietà» al Papa per «quanto accaduto nelle ultime settimane» e ha annunciato che «la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti».Dopo 16 giorni dalla pubblicazione del memoriale sulla Verità, molti rumors suggerivano che la strategia del silenzio aveva le ore contate. Ora sappiamo ufficialmente che arriveranno i «chiarimenti» dal Vaticano, dunque il famoso dossier è più importante di quanto alcuni commentatori volevano far credere. Le circostanze dello scritto di Viganò devono essere ovviamente provate o confutate, ma la posta in palio per la Chiesa è troppo alta per sorvolare. È un fatto che date e documenti citati nel testo di Viganò abbiano una loro veridicità. Ne ha dato prova una lettera del 2006 in cui l'allora arcivescovo Leonardo Sandri da sostituto della Segreteria di Stato si rivolgeva al padre domenicano Boniface Ramsey facendo riferimento alle accuse che questi sei anni prima, nel 2000, aveva messo per iscritto sul conto dell'ex cardinale Theodore McCarrick. È vero quindi che la Segreteria di Stato era a conoscenza del caso quando nel 2001 McCarrick fu creato cardinale e arcivescovo di Washington.In Vaticano si lavora da giorni per approntare i «chiarimenti» di cui parla il comunicato del C9, visto che Viganò fa decine di nomi e pone domande sull'operato di tre Segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, e fa riferimento a tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Chi sapeva cosa? Da quando? Perché si è giunti a togliere la porpora a McCarrick il 28 luglio 2018, solo dopo la richiesta di dimissioni di un cardinale ormai inchiodato dalle accuse? Negli Stati Uniti il silenzio non era più sufficiente, lo hanno evidenziato diversi vescovi e laici. In proposito sarà importante l'incontro a Roma tra Francesco e il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, nei prossimi giorni. A prescindere da qualsiasi narrazione su presunti complotti antipapali, il caso Viganò mostra una Chiesa lacerata e ferita da problemi seri nella gestione dei seminari e del potere. Di questa crisi c'è un'altra traccia nella nota del C9. Ideato per aiutare il Papa a riformare la curia, il gruppo di nove porpore è gravemente claudicante. Il C9, si legge nel testo, si prepara a consegnare a Francesco «la proposta circa la riforma della Curia romana elaborata nei primi cinque anni di attività», e «ha ritenuto di chiedere al Papa una riflessione sul lavoro, la struttura e la composizione dello stesso Consiglio». Celata dietro a un accenno alla «avanzata età di alcuni membri», si intravede la situazione del cardinale cileno Francisco Javier Errazuriz, 85 anni, che con altri presuli pare aver fuorviato il Papa sul caso di padre Fernando Karadima, sacerdote considerato pedofilo seriale. Poi c'è la situazione del Segretario per l'economia, il cardinale australiano George Pell, 77 anni, da oltre un anno in patria per difendersi in tribunale da accuse di abusi che risalgono a oltre 40 anni fa. Fra gli over 75 c'è anche il cardinale honduregno Oscar Maradiaga, 76 anni, molto chiacchierato per malagestione finanziaria e scandali a sfondo omosessuale nel seminario di Tegucigalpa, la sua diocesi, oltre che tirato in ballo da Viganò per un presunto asse con McCarrick su alcune nomine di vescovi. Avanti con gli anni (76) è pure il cardinale Giuseppe Bertello, attuale presidente del governatorato dello Stato vaticano, così come l'africano Laurent Monsengwo Pasinya (78).I «necessari chiarimenti» e il rimpasto del C9, oltre alla riforma della curia da tempo attesa e mai decollata, sono il bivio fondamentale di questo papato e del futuro della Chiesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-chiarimenti-in-arrivo-da-roma-2604056136.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lobby-gay-difende-una-prassi-perche-vuole-cambiare-la-dottrina" data-post-id="2604056136" data-published-at="1777090896" data-use-pagination="False"> La lobby gay difende una prassi perché vuole cambiare la dottrina In quest'anno in cui cade il cinquantesimo anniversario dall'enciclica Humanae vitae di papa Paolo VI, quella che stabiliva in maniera definitiva il principio della inscindibilità dei significati unitivo e procreativo dell'atto coniugale e dunque l'inammissibilità morale della contraccezione, molto si è detto e discusso su quel documento del magistero petrino. Il filosofo della scuola di Francoforte Max Horkheimer, quanto di più lontano ci si potrebbe immaginare dalla prospettiva antropologica cattolica, difendeva l'enciclica osservando che, intenzionalmente privata del suo potenziale procreativo, la sessualità avrebbe perso il proprio peso esistenziale e da ultimo avrebbe portato alla morte dell'amore. Il cardinale Carlo Caffarra esprimeva un concetto simile quando parlava dell'espulsione del sesso dai «casi seri della vita». Nel numero del febbraio 2008 della rivista Conscience Ann Furedi, capo del British pregnancy advisory service, società con 40 cliniche per aborti nel Regno Unito, scriveva: «Voglio che mio figlio cresca in una società che consente alla gente di fare sesso senza paura di conseguenze. Le persone dovrebbero potere fare sesso per gioco, amore o intimità senza paura». Questo è il nocciolo della mentalità contraccettiva, il sesso depurato dalle conseguenze, reso puro piacere. «Una bella ragazza deve solo dedicarsi a fottere e mai a generare», scriveva nel 1795 Donatien-Alphonse-François de Sade. Privato di ogni suo connotato simbolico derivante dalla capacità generativa, che cos'è il sesso, se non un piacevolissimo massaggio praticato in aree circoscritte? Ha forse qualche relazione il matrimonio con un massaggio? C'è bisogno del matrimonio per praticarlo (sesso prematrimoniale), o di chiedere il permesso al coniuge per riceverne uno da altri (sesso extramatrimoniale)? Ha rilevanza il numero (poliamore), il sesso (omosessualità) ed entrambi insieme? Per la schiena le poltrone massaggianti e i vibratori per i genitali. C'è un filo diretto che lega contraccezione e omosessualità, lo ha ricordato il professor Massimo Gandolfini sabato su queste colonne. Per udire qualcuno che dica che la sessualità omoerotica è cosa buona, un cattolico oggi non ha bisogno di emigrare dal proprio milieu culturale, basta che ascolti certi suoi pastori. Il vescovo della diocesi belga di Antwerp, Johan Bonny, chiamato da papa Francesco al sinodo sulla famiglia, dichiarava il 6 ottobre 2016 sulla Gazet van Antwerpen: «Incontriamo lo stesso amore anche nella vita di un uomo e di una donna nell'esperienza di una coppia gay o lesbica». Bonny adotta una definizione di amore coniugale totalmente diversa da quella riportata da Paolo VI nella sua enciclica, l'amore che egli esalta è archetipo del «guscio vuoto, da riempire arbitrariamente» stigmatizzato da Benedetto XVI. In un'intervista del 10 gennaio 2018 alla Neue Osnabrucker Zeitung il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Franz-Josef Hermann Bode, invocava la benedizione delle coppie gay come atto di giustizia. Lo appoggiò un pezzo da novanta come Reinhard Marx, uno dei 9 cardinali chiamati dal Papa a riformare la curia, secondo cui il criterio generale stabilito da Amoris laetitia, l'esortazione post sinodale di papa Bergoglio, «può permettere di benedire in alcuni casi anche le coppie omosessuali, secondo il discernimento del sacerdote circa l'opportunità». Parole che fanno venire in mente il gran cancelliere Antonio Ferrer dei Promessi sposi e il suo proverbiale «Pedro, adelante con juicio». Il gesuita James Martin è giunto sul podio degli oratori dell'Incontro mondiale delle famiglie organizzato dal Dicastero laici, famiglia e vita guidato da quel cardinale Kevin Farrell che purtroppo, quando era tra i Legionari di Cristo, non udì mai nulla sulle malefatte sessuali del fondatore Marcial Maciel e nei 6 anni di convivenza col cardinale abusatore McCarrick nello stesso appartamento, di nuovo non si accorse mai di nulla. Nel suo libro, «benvenuto e tanto necessario» secondo la prefazione del cardinale Farrell, il gesuita spiega che giudicare «intrinsecamente disordinato» l'orientamento omosessuale come fa la Chiesa nel suo Catechismo è «inutilmente crudele». Il motivo, spiega Martin, è che non puoi definire disordinata «una delle parti più intime della persona, la parte che dà e riceve amore». Non mi è ancora chiaro quale sia, secondo Martin, la parte che dà e quella che invece riceve, tuttavia non posso fare a meno di pensare all'amore che ho ricevuto da mio padre e mia madre quando mi nutrivano, lavavano, proteggevano, educavano. Ho la totale certezza che il loro amore provenga da parti che non coincidono con quelle che ha in mente Martin e tuttavia non sia meno reale e nobile degli amplessi omoerotici oggetto dell'attenzione di questo gesuita nominato da papa Francesco consultore del dicastero delle comunicazioni vaticane. D'altra parte egli va compreso, una certa tendenza alla polarizzazione erotica del pensiero riconducendo al sesso pressoché ogni esperienza umana è un atteggiamento mentale abbastanza comune nell'ambiente lgbt a cui è vicino e, come si dice, chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Ma tutto nasce e si esaurisce sul piano delle idee? La diffusa pratica omosessuale nel clero emersa in queste ultime settimane getta una luce che rende più comprensibile la deriva teologica. Ancora una volta l'esperienza della contraccezione funge da guida. Nel 1930 alla conferenza di Lambeth la gerarchia anglicana ruppe la secolare unità dei cristiani sul punto ammettendo la contraccezione. I censimenti rivelano che dal 1871 al 1911 la fertilità media della popolazione inglese si era ridotta del 35,6%, ma nello stesso arco di tempo il numero medio di figli dei pastori anglicani era diminuito addirittura del 55,8%. Le gerarchie anglicane nel 1930 avevano dunque reso lecito ciò che da anni i loro pastori praticavano con le loro mogli nonostante ciò fosse ancora considerato moralmente illecito. Ciò che oggi filtra dalle finestre di seminari, parrocchie, diocesi, conventi e persino dalla curia di Roma, fa sospettare che una cosa simile avvenga per il comportamento omosessuale, adattare la dottrina alla prassi.
Ansa
Mentre l’Europa sembrava piegata sotto il peso della barbarie, emerse una forza che univa coraggio, identità e speranza: la Brigata ebraica. Nata ufficialmente nel 1944 sotto l’egida dell’esercito britannico, essa rappresentò molto più di una semplice unità militare. Fu il simbolo vivente di un popolo disperso che, pur ferito e perseguitato, trovò la forza di combattere a testa alta per la libertà e la dignità. Composta da volontari ebrei provenienti principalmente dalla Palestina mandataria, la Brigata portava sul proprio vessillo la stella di David, che sventolava accanto alle insegne alleate. Molti di questi uomini lasciarono le proprie case affrontando viaggi difficili e, in diversi casi, sostenendo personalmente parte delle spese necessarie per raggiungere i centri di arruolamento o contribuire al proprio equipaggiamento iniziale. Quel gesto, concreto e gravoso, era già di per sé una dichiarazione di volontà: non attendere la storia, ma entrarvi da protagonisti. Il loro battesimo del fuoco avvenne in Italia, lungo il fronte adriatico, dove parteciparono alle operazioni dell’Offensiva della primavera del 1945.
Nelle dure battaglie sul fiume Senio e nelle azioni attorno ad Alfonsine, la Brigata contribuì allo sfondamento delle linee tedesche, distinguendosi per disciplina e tenacia. Inseriti nel più ampio quadro della Campagna d’Italia, i loro reparti presero parte alle fasi finali che portarono al collasso delle difese naziste nel Nord, consolidando posizioni chiave e sostenendo l’avanzata alleata nei momenti decisivi. E tuttavia, dietro quel contingente valoroso, aleggia anche la storia di ciò che avrebbe potuto essere. Nei decenni precedenti, le restrizioni imposte dal mandato britannico - culminate in provvedimenti come il Libro Bianco del 1939 - limitarono severamente l’immigrazione ebraica verso la Palestina.
Tali politiche, adottate in un contesto di crescenti tensioni locali con i movimenti palestinesi e pressioni politiche, impedirono a molti di trovare rifugio e di contribuire anni dopo alla lotta armata contro il nazifascismo. Se quelle porte fossero rimaste aperte, se l’approdo fosse stato consentito a un numero maggiore di uomini e donne in fuga dall’Europa, la Brigata ebraica avrebbe potuto contare su ranghi ben più ampi, diventando una forza ancora più imponente sul campo di battaglia, e soprattutto innumerevoli vite sarebbero state salvate dallo sterminio nazista. La presenza della Brigata ebraica ebbe un valore che trascendeva il piano militare. In un mondo in cui gli ebrei venivano disumanizzati e annientati, la Brigata incarnava la rinascita dell’orgoglio e della capacità di autodifesa. I suoi soldati non combattevano solo per liberare territori, ma per riaffermare un’identità che il nazismo aveva cercato di cancellare. Alla fine del conflitto, quando le armi tacquero, la missione della Brigata non si concluse. Molti dei suoi membri si dedicarono ad aiutare i sopravvissuti della Shoah, fornendo assistenza, protezione e facilitando il loro viaggio verso una nuova vita. In quel momento, la Brigata divenne ponte tra distruzione e rinascita, tra dolore e speranza. La sua eredità è profonda e duratura. Essa contribuì non solo alla vittoria contro il nazifascismo, ma anche alla formazione di una coscienza collettiva che avrebbe positivamente influenzato la nascita dello Stato di Israele. I suoi veterani portarono con sé esperienza militare, spirito di sacrificio e un senso incrollabile di unità.
Raccontare la storia della Brigata Ebraica significa celebrare una pagina luminosa in uno dei capitoli più oscuri della storia umana. È il racconto di uomini e donne che, di fronte all’abisso, scelsero di combattere, di resistere e di costruire. È un’epopea di dignità che continua a risuonare nel tempo, ricordandoci che anche nei momenti più bui può nascere una luce capace di guidare il futuro.
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Ancora una volta l'Italia è ostaggio delle assurde direttive europee. Il deficit italiano nel 2025 si attesta al 3,1%, superando dello 0,1% la soglia limite del 3% del rapporto deficit/Pil prevista dal Patto di stabilità e crescita dell'Ue, impedendo l'uscita anticipata dalla procedura di infrazione fino al 2027. Un vero e proprio «eurosuicidio». Seguiamo regole che ignorano la realtà sociale del Paese, comprimendo la crescita anziché favorirla.