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2024-12-02
Ultima figuraccia di Biden: si rimangia la parola e concede la grazia al figlio
Joe Biden e il figlio Hunter (Ansa)
E meno male che era Donald Trump a politicizzare la Giustizia! Domenica, Joe Biden ha concesso il perdono presidenziale a suo figlio Hunter, che aveva subito due condanne penali: una per possesso illecito di arma da fuoco e l’altra per reati fiscali. Rischiava fino a 25 anni di prigione per la prima e fino a 17 per la seconda. Se i legali di Hunter hanno prontamente chiesto l’archiviazione dei suoi casi giudiziari, le polemiche non sono tardate a esplodere. «La grazia concessa da Joe a Hunter include gli ostaggi del 6 gennaio, che sono stati imprigionati per anni? Che abuso e ingiustizia giudiziari!», ha tuonato Trump, mentre malumori si sono registrati anche tra esponenti dem, a partire dal governatore del Colorado, Jared Polis. Ora, è vero che Bill Clinton graziò suo fratello Roger nel 2001 e che Trump fece altrettanto con il consuocero Charles Kushner nel 2020. Tuttavia la mossa di Biden appare assai controversa sotto svariati aspetti.
Innanzitutto, a giugno, Biden aveva escluso di voler graziare suo figlio. «Ho detto che mi atterrò alla decisione della giuria. Lo farò. E non gli concederò il perdono», disse. Una linea, questa, che era stata confermata il 7 novembre dalla portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. In secondo luogo, Biden ha giustificato la grazia, lasciando intendere che Hunter avrebbe subito una persecuzione politico-giudiziaria. «Nessuna persona ragionevole che esamina i fatti dei casi di Hunter può giungere ad altra conclusione se non che Hunter è stato preso di mira solo perché è mio figlio, e questo è sbagliato», ha affermato il presidente uscente. Eppure, quando Trump definì una «caccia alle streghe» la condanna che aveva subito sul caso Stormy Daniels, proprio Biden lo accusò di «cercare di indebolire il sistema giudiziario». Non solo. Nel 2022, quando il tycoon si lamentò del raid dell’Fbi in casa sua, l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, sentenziò: «Nessuno è al di sopra della legge».
In terzo luogo, oltre alla palese incoerenza del presidente, emerge un ulteriore aspetto controverso. Il perdono concesso ad Hunter è estremamente ampio e somiglia molto a quello con cui, nel 1974, Gerald Ford salvò di fatto Richard Nixon, appena dimessosi a causa dello scandalo Watergate. «Ho concesso a Robert Hunter Biden un perdono completo e incondizionato per quei reati contro gli Stati Uniti che ha commesso o potrebbe aver commesso o a cui ha preso parte durante il periodo che va dal primo gennaio 2014 al primo dicembre 2024», si legge nel testo della grazia. Questo vuol dire che Biden non ha salvato il figlio soltanto dagli effetti delle condanne subite ma che lo ha anche «scudato» rispetto ad altri reati che potrebbe aver commesso negli ultimi dieci anni.
Non è del resto un caso che il presidente uscente abbia citato esplicitamente il 2014. Non dimentichiamo che Hunter entrò ai vertici della controversa azienda ucraina Burisma proprio quell’anno e che i procuratori stavano ancora indagando su di lui per presunta violazione della legge che impone la registrazione ai lobbisti operanti per conto di entità straniere. Si tratta di un filone, quest’ultimo, che stava lambendo lo stesso Joe Biden: nonostante l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse spesso detto di non essere mai stato coinvolto negli affari del figlio, è emerso invece che, tra il 2014 e il 2015, Hunter mise più volte in contatto il padre, all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti in carica, con i suoi controversi partner in affari. A rivelarlo fu un ex socio e amico di Hunter, Devon Archer, durante un’audizione al Congresso l’anno scorso.
Non solo. Archer, che era stato nel board di Burisma, raccontò anche che quest’ultima aveva assunto Hunter proprio per avere protezione dalle «pressioni» investigative che arrivavano dal governo di Kiev. Ricordiamo sempre che Biden, nel 2015, intimò all’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di licenziare il procuratore generale Viktor Shokin, minacciando di bloccare gli aiuti americani all’Ucraina, qualora ciò non fosse avvenuto. Sarà stato un caso, ma Shokin, silurato poi nel 2016, aveva indagato su Burisma per corruzione. Ricordiamo anche che, a partire dal 2014, Biden, da vicepresidente americano, sovrintendeva ai rapporti tra Washington e Kiev. Il fatto che suo figlio fosse entrato ai vertici di Burisma proprio quell’anno fece emergere fondati sospetti di conflitto d’interessi. La gravità del perdono ad Hunter non sta quindi solo nell’incoerenza di Biden ma anche nel fatto che, per la sua ampiezza, la grazia riguarda questioni che sfiorano lo stesso presidente uscente.
Insomma, chi ha politicizzato la Giustizia sono stati principalmente i dem. E comunque, dal punto di vista eminentemente politico, il perdono ad Hunter rappresenta, volente o nolente, un assist a Trump. Il presidente in pectore ha infatti l’occasione non solo di ritorcere contro i suoi avversari l’accusa di strumentalizzare il sistema giudiziario ma, grazie a questo precedente, avrà più margine di manovra per graziare chi vorrà. Non solo. Avrà anche maggiore leva per far passare al Senato due nomine che hanno irritato i progressisti negli scorsi giorni: parliamo di Pam Bondi a procuratore generale e, soprattutto, Kash Patel a direttore dell’Fbi. Ovviamente Biden non può non rendersi conto di quello che la sua grazia comporta. Va però tenuto presente che il presidente uscente è ormai in modalità «muoia Sansone con tutti i filistei». Dopo essere stato brutalmente silurato dal Partito democratico a luglio, ha soltanto voglia di mettergli i bastoni tra le ruote e di salvaguardare i propri famigliari.
Ma il bue dem dà del cornuto a Trump
I dem sono finiti in un cortocircuito. Hanno accusato per anni Donald Trump di aver politicizzato la Giustizia. Peccato che ad agire in questo modo sia in realtà stata l’amministrazione Biden. E non ci riferiamo soltanto alla grazia che il presidente uscente ha concesso a suo figlio.
Continuano a ripetere che Trump voglia usare i poteri presidenziali per vendicarsi dei suoi nemici. Eppure è stato il procuratore generale designato da Joe Biden, Merrick Garland, a nominare un procuratore speciale, Jack Smith, che ha incriminato quello che, ai tempi, era l’avversario elettorale dello stesso Biden. Era inoltre il 2016, quando l’Fbi aprì un’indagine sulla presunta collusione tra il team elettorale di Trump e Mosca. Ebbene, il rapporto investigativo del procuratore speciale John Durham ha dimostrato che non si registravano elementi sufficienti per avviare quell’inchiesta. Non solo. Quel rapporto ha anche individuato tracce di faziosità politica alla base dell’indagine e ha infine puntato il dito contro il fatto che i federali chiesero e ottennero dei mandati di sorveglianza ai danni di un consigliere del tycoon, facendo riferimento al dossier di Christopher Steele: un documento, poi rivelatosi largamente infondato, che non era stato verificato a dovere. Se dunque c’è qualcuno che ha subito l’uso politico della Giustizia finora in America, quello è Trump.
Lascia quindi perplessi che molti si stiano stracciando le vesti per il fatto che il tycoon abbia nominato Kash Patel a direttore del Bureau. Secondo alcuni è troppo fedele al presidente in pectore, secondo altri sarebbe invece troppo inesperto. Ora, la logica che sta alla base di questa nomina è chiara: Trump vuole ristrutturare pesantemente il Bureau e punta a promuovere un radicale spoil system al suo interno. In questo senso, vuole sostituire quel Christopher Wray che, da lui nominato nel 2017, non è riuscito a riformare la macchina né tantomeno ad arginare la filiera burocratica risalente alle amministrazioni precedenti.
Nel 2020, l’Fbi giocò del resto un ruolo cruciale nel mettere sotto pressione le grandi piattaforme web, affinché censurassero lo scoop del New York Post che inguaiava Joe e Hunter Biden. «L’Fbi ci avvertì di una possibile operazione di disinformazione russa sulla famiglia Biden e Burisma in vista delle elezioni del 2020», ha dichiarato Mark Zuckerberg lo scorso agosto, per poi proseguire: «Quell’autunno, quando abbiamo visto un articolo del New York Post su accuse di corruzione che coinvolgevano la famiglia dell’allora candidato presidenziale dem Joe Biden, lo abbiamo inviato ai fact checker per la revisione e ne abbiamo temporaneamente ridotto la diffusione in attesa di risposta». D’altronde, l’Fbi esercitò pressioni simili anche su Twitter. Peccato però che i contenuti dello scoop del New York Post fossero veri e che la disinformazione russa, paventata da qualcuno, non c’entrasse nulla.
Come se non bastasse, sotto Biden e Garland l’Fbi si è dato molto da fare per colpire i gruppi sgraditi ai dem. Era il 2023, quando fu diffuso un documento interno del Bureau, che metteva nel mirino alcune frange di cattolici tradizionalisti, accusate di estremismo. Emerse poi però che le fonti utilizzate per questo tipo di dossier erano inaffidabili, tanto che l’Fbi fu costretto a sconfessare platealmente il documento. Senza poi dimenticare l’esagerato dispiegamento di forze usato dai federali per arrestare, nel 2022, Mark Houck: un attivista pro life che venne poi assolto al processo tenutosi l’anno successivo. Insomma, sentire i dem paventare un uso politico della Giustizia da parte di Trump lascia francamente sorridere.
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Joe salva Hunter dalle due condanne subite e da tutti i possibili reati commessi dal 2014. Cioè, da quando il rampollo entrò nell’ucraina Burisma. The Donald: «È un abuso».Lo scudo è un autogol per il partito, che da sempre accusa il tycoon di politicizzare la giustizia. Un altro cortocircuito, dopo gli sfondoni dell’Fbi e le censure sui social.Lo speciale contiene due articoli.E meno male che era Donald Trump a politicizzare la Giustizia! Domenica, Joe Biden ha concesso il perdono presidenziale a suo figlio Hunter, che aveva subito due condanne penali: una per possesso illecito di arma da fuoco e l’altra per reati fiscali. Rischiava fino a 25 anni di prigione per la prima e fino a 17 per la seconda. Se i legali di Hunter hanno prontamente chiesto l’archiviazione dei suoi casi giudiziari, le polemiche non sono tardate a esplodere. «La grazia concessa da Joe a Hunter include gli ostaggi del 6 gennaio, che sono stati imprigionati per anni? Che abuso e ingiustizia giudiziari!», ha tuonato Trump, mentre malumori si sono registrati anche tra esponenti dem, a partire dal governatore del Colorado, Jared Polis. Ora, è vero che Bill Clinton graziò suo fratello Roger nel 2001 e che Trump fece altrettanto con il consuocero Charles Kushner nel 2020. Tuttavia la mossa di Biden appare assai controversa sotto svariati aspetti.Innanzitutto, a giugno, Biden aveva escluso di voler graziare suo figlio. «Ho detto che mi atterrò alla decisione della giuria. Lo farò. E non gli concederò il perdono», disse. Una linea, questa, che era stata confermata il 7 novembre dalla portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. In secondo luogo, Biden ha giustificato la grazia, lasciando intendere che Hunter avrebbe subito una persecuzione politico-giudiziaria. «Nessuna persona ragionevole che esamina i fatti dei casi di Hunter può giungere ad altra conclusione se non che Hunter è stato preso di mira solo perché è mio figlio, e questo è sbagliato», ha affermato il presidente uscente. Eppure, quando Trump definì una «caccia alle streghe» la condanna che aveva subito sul caso Stormy Daniels, proprio Biden lo accusò di «cercare di indebolire il sistema giudiziario». Non solo. Nel 2022, quando il tycoon si lamentò del raid dell’Fbi in casa sua, l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, sentenziò: «Nessuno è al di sopra della legge».In terzo luogo, oltre alla palese incoerenza del presidente, emerge un ulteriore aspetto controverso. Il perdono concesso ad Hunter è estremamente ampio e somiglia molto a quello con cui, nel 1974, Gerald Ford salvò di fatto Richard Nixon, appena dimessosi a causa dello scandalo Watergate. «Ho concesso a Robert Hunter Biden un perdono completo e incondizionato per quei reati contro gli Stati Uniti che ha commesso o potrebbe aver commesso o a cui ha preso parte durante il periodo che va dal primo gennaio 2014 al primo dicembre 2024», si legge nel testo della grazia. Questo vuol dire che Biden non ha salvato il figlio soltanto dagli effetti delle condanne subite ma che lo ha anche «scudato» rispetto ad altri reati che potrebbe aver commesso negli ultimi dieci anni.Non è del resto un caso che il presidente uscente abbia citato esplicitamente il 2014. Non dimentichiamo che Hunter entrò ai vertici della controversa azienda ucraina Burisma proprio quell’anno e che i procuratori stavano ancora indagando su di lui per presunta violazione della legge che impone la registrazione ai lobbisti operanti per conto di entità straniere. Si tratta di un filone, quest’ultimo, che stava lambendo lo stesso Joe Biden: nonostante l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse spesso detto di non essere mai stato coinvolto negli affari del figlio, è emerso invece che, tra il 2014 e il 2015, Hunter mise più volte in contatto il padre, all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti in carica, con i suoi controversi partner in affari. A rivelarlo fu un ex socio e amico di Hunter, Devon Archer, durante un’audizione al Congresso l’anno scorso.Non solo. Archer, che era stato nel board di Burisma, raccontò anche che quest’ultima aveva assunto Hunter proprio per avere protezione dalle «pressioni» investigative che arrivavano dal governo di Kiev. Ricordiamo sempre che Biden, nel 2015, intimò all’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di licenziare il procuratore generale Viktor Shokin, minacciando di bloccare gli aiuti americani all’Ucraina, qualora ciò non fosse avvenuto. Sarà stato un caso, ma Shokin, silurato poi nel 2016, aveva indagato su Burisma per corruzione. Ricordiamo anche che, a partire dal 2014, Biden, da vicepresidente americano, sovrintendeva ai rapporti tra Washington e Kiev. Il fatto che suo figlio fosse entrato ai vertici di Burisma proprio quell’anno fece emergere fondati sospetti di conflitto d’interessi. La gravità del perdono ad Hunter non sta quindi solo nell’incoerenza di Biden ma anche nel fatto che, per la sua ampiezza, la grazia riguarda questioni che sfiorano lo stesso presidente uscente.Insomma, chi ha politicizzato la Giustizia sono stati principalmente i dem. E comunque, dal punto di vista eminentemente politico, il perdono ad Hunter rappresenta, volente o nolente, un assist a Trump. Il presidente in pectore ha infatti l’occasione non solo di ritorcere contro i suoi avversari l’accusa di strumentalizzare il sistema giudiziario ma, grazie a questo precedente, avrà più margine di manovra per graziare chi vorrà. Non solo. Avrà anche maggiore leva per far passare al Senato due nomine che hanno irritato i progressisti negli scorsi giorni: parliamo di Pam Bondi a procuratore generale e, soprattutto, Kash Patel a direttore dell’Fbi. Ovviamente Biden non può non rendersi conto di quello che la sua grazia comporta. Va però tenuto presente che il presidente uscente è ormai in modalità «muoia Sansone con tutti i filistei». Dopo essere stato brutalmente silurato dal Partito democratico a luglio, ha soltanto voglia di mettergli i bastoni tra le ruote e di salvaguardare i propri famigliari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hunter-biden-grazia-2670285475.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-bue-dem-da-del-cornuto-a-trump" data-post-id="2670285475" data-published-at="1733175046" data-use-pagination="False"> Ma il bue dem dà del cornuto a Trump I dem sono finiti in un cortocircuito. Hanno accusato per anni Donald Trump di aver politicizzato la Giustizia. Peccato che ad agire in questo modo sia in realtà stata l’amministrazione Biden. E non ci riferiamo soltanto alla grazia che il presidente uscente ha concesso a suo figlio. Continuano a ripetere che Trump voglia usare i poteri presidenziali per vendicarsi dei suoi nemici. Eppure è stato il procuratore generale designato da Joe Biden, Merrick Garland, a nominare un procuratore speciale, Jack Smith, che ha incriminato quello che, ai tempi, era l’avversario elettorale dello stesso Biden. Era inoltre il 2016, quando l’Fbi aprì un’indagine sulla presunta collusione tra il team elettorale di Trump e Mosca. Ebbene, il rapporto investigativo del procuratore speciale John Durham ha dimostrato che non si registravano elementi sufficienti per avviare quell’inchiesta. Non solo. Quel rapporto ha anche individuato tracce di faziosità politica alla base dell’indagine e ha infine puntato il dito contro il fatto che i federali chiesero e ottennero dei mandati di sorveglianza ai danni di un consigliere del tycoon, facendo riferimento al dossier di Christopher Steele: un documento, poi rivelatosi largamente infondato, che non era stato verificato a dovere. Se dunque c’è qualcuno che ha subito l’uso politico della Giustizia finora in America, quello è Trump. Lascia quindi perplessi che molti si stiano stracciando le vesti per il fatto che il tycoon abbia nominato Kash Patel a direttore del Bureau. Secondo alcuni è troppo fedele al presidente in pectore, secondo altri sarebbe invece troppo inesperto. Ora, la logica che sta alla base di questa nomina è chiara: Trump vuole ristrutturare pesantemente il Bureau e punta a promuovere un radicale spoil system al suo interno. In questo senso, vuole sostituire quel Christopher Wray che, da lui nominato nel 2017, non è riuscito a riformare la macchina né tantomeno ad arginare la filiera burocratica risalente alle amministrazioni precedenti. Nel 2020, l’Fbi giocò del resto un ruolo cruciale nel mettere sotto pressione le grandi piattaforme web, affinché censurassero lo scoop del New York Post che inguaiava Joe e Hunter Biden. «L’Fbi ci avvertì di una possibile operazione di disinformazione russa sulla famiglia Biden e Burisma in vista delle elezioni del 2020», ha dichiarato Mark Zuckerberg lo scorso agosto, per poi proseguire: «Quell’autunno, quando abbiamo visto un articolo del New York Post su accuse di corruzione che coinvolgevano la famiglia dell’allora candidato presidenziale dem Joe Biden, lo abbiamo inviato ai fact checker per la revisione e ne abbiamo temporaneamente ridotto la diffusione in attesa di risposta». D’altronde, l’Fbi esercitò pressioni simili anche su Twitter. Peccato però che i contenuti dello scoop del New York Post fossero veri e che la disinformazione russa, paventata da qualcuno, non c’entrasse nulla. Come se non bastasse, sotto Biden e Garland l’Fbi si è dato molto da fare per colpire i gruppi sgraditi ai dem. Era il 2023, quando fu diffuso un documento interno del Bureau, che metteva nel mirino alcune frange di cattolici tradizionalisti, accusate di estremismo. Emerse poi però che le fonti utilizzate per questo tipo di dossier erano inaffidabili, tanto che l’Fbi fu costretto a sconfessare platealmente il documento. Senza poi dimenticare l’esagerato dispiegamento di forze usato dai federali per arrestare, nel 2022, Mark Houck: un attivista pro life che venne poi assolto al processo tenutosi l’anno successivo. Insomma, sentire i dem paventare un uso politico della Giustizia da parte di Trump lascia francamente sorridere.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.