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2024-12-02
Ultima figuraccia di Biden: si rimangia la parola e concede la grazia al figlio
Joe Biden e il figlio Hunter (Ansa)
E meno male che era Donald Trump a politicizzare la Giustizia! Domenica, Joe Biden ha concesso il perdono presidenziale a suo figlio Hunter, che aveva subito due condanne penali: una per possesso illecito di arma da fuoco e l’altra per reati fiscali. Rischiava fino a 25 anni di prigione per la prima e fino a 17 per la seconda. Se i legali di Hunter hanno prontamente chiesto l’archiviazione dei suoi casi giudiziari, le polemiche non sono tardate a esplodere. «La grazia concessa da Joe a Hunter include gli ostaggi del 6 gennaio, che sono stati imprigionati per anni? Che abuso e ingiustizia giudiziari!», ha tuonato Trump, mentre malumori si sono registrati anche tra esponenti dem, a partire dal governatore del Colorado, Jared Polis. Ora, è vero che Bill Clinton graziò suo fratello Roger nel 2001 e che Trump fece altrettanto con il consuocero Charles Kushner nel 2020. Tuttavia la mossa di Biden appare assai controversa sotto svariati aspetti.
Innanzitutto, a giugno, Biden aveva escluso di voler graziare suo figlio. «Ho detto che mi atterrò alla decisione della giuria. Lo farò. E non gli concederò il perdono», disse. Una linea, questa, che era stata confermata il 7 novembre dalla portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. In secondo luogo, Biden ha giustificato la grazia, lasciando intendere che Hunter avrebbe subito una persecuzione politico-giudiziaria. «Nessuna persona ragionevole che esamina i fatti dei casi di Hunter può giungere ad altra conclusione se non che Hunter è stato preso di mira solo perché è mio figlio, e questo è sbagliato», ha affermato il presidente uscente. Eppure, quando Trump definì una «caccia alle streghe» la condanna che aveva subito sul caso Stormy Daniels, proprio Biden lo accusò di «cercare di indebolire il sistema giudiziario». Non solo. Nel 2022, quando il tycoon si lamentò del raid dell’Fbi in casa sua, l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, sentenziò: «Nessuno è al di sopra della legge».
In terzo luogo, oltre alla palese incoerenza del presidente, emerge un ulteriore aspetto controverso. Il perdono concesso ad Hunter è estremamente ampio e somiglia molto a quello con cui, nel 1974, Gerald Ford salvò di fatto Richard Nixon, appena dimessosi a causa dello scandalo Watergate. «Ho concesso a Robert Hunter Biden un perdono completo e incondizionato per quei reati contro gli Stati Uniti che ha commesso o potrebbe aver commesso o a cui ha preso parte durante il periodo che va dal primo gennaio 2014 al primo dicembre 2024», si legge nel testo della grazia. Questo vuol dire che Biden non ha salvato il figlio soltanto dagli effetti delle condanne subite ma che lo ha anche «scudato» rispetto ad altri reati che potrebbe aver commesso negli ultimi dieci anni.
Non è del resto un caso che il presidente uscente abbia citato esplicitamente il 2014. Non dimentichiamo che Hunter entrò ai vertici della controversa azienda ucraina Burisma proprio quell’anno e che i procuratori stavano ancora indagando su di lui per presunta violazione della legge che impone la registrazione ai lobbisti operanti per conto di entità straniere. Si tratta di un filone, quest’ultimo, che stava lambendo lo stesso Joe Biden: nonostante l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse spesso detto di non essere mai stato coinvolto negli affari del figlio, è emerso invece che, tra il 2014 e il 2015, Hunter mise più volte in contatto il padre, all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti in carica, con i suoi controversi partner in affari. A rivelarlo fu un ex socio e amico di Hunter, Devon Archer, durante un’audizione al Congresso l’anno scorso.
Non solo. Archer, che era stato nel board di Burisma, raccontò anche che quest’ultima aveva assunto Hunter proprio per avere protezione dalle «pressioni» investigative che arrivavano dal governo di Kiev. Ricordiamo sempre che Biden, nel 2015, intimò all’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di licenziare il procuratore generale Viktor Shokin, minacciando di bloccare gli aiuti americani all’Ucraina, qualora ciò non fosse avvenuto. Sarà stato un caso, ma Shokin, silurato poi nel 2016, aveva indagato su Burisma per corruzione. Ricordiamo anche che, a partire dal 2014, Biden, da vicepresidente americano, sovrintendeva ai rapporti tra Washington e Kiev. Il fatto che suo figlio fosse entrato ai vertici di Burisma proprio quell’anno fece emergere fondati sospetti di conflitto d’interessi. La gravità del perdono ad Hunter non sta quindi solo nell’incoerenza di Biden ma anche nel fatto che, per la sua ampiezza, la grazia riguarda questioni che sfiorano lo stesso presidente uscente.
Insomma, chi ha politicizzato la Giustizia sono stati principalmente i dem. E comunque, dal punto di vista eminentemente politico, il perdono ad Hunter rappresenta, volente o nolente, un assist a Trump. Il presidente in pectore ha infatti l’occasione non solo di ritorcere contro i suoi avversari l’accusa di strumentalizzare il sistema giudiziario ma, grazie a questo precedente, avrà più margine di manovra per graziare chi vorrà. Non solo. Avrà anche maggiore leva per far passare al Senato due nomine che hanno irritato i progressisti negli scorsi giorni: parliamo di Pam Bondi a procuratore generale e, soprattutto, Kash Patel a direttore dell’Fbi. Ovviamente Biden non può non rendersi conto di quello che la sua grazia comporta. Va però tenuto presente che il presidente uscente è ormai in modalità «muoia Sansone con tutti i filistei». Dopo essere stato brutalmente silurato dal Partito democratico a luglio, ha soltanto voglia di mettergli i bastoni tra le ruote e di salvaguardare i propri famigliari.
Ma il bue dem dà del cornuto a Trump
I dem sono finiti in un cortocircuito. Hanno accusato per anni Donald Trump di aver politicizzato la Giustizia. Peccato che ad agire in questo modo sia in realtà stata l’amministrazione Biden. E non ci riferiamo soltanto alla grazia che il presidente uscente ha concesso a suo figlio.
Continuano a ripetere che Trump voglia usare i poteri presidenziali per vendicarsi dei suoi nemici. Eppure è stato il procuratore generale designato da Joe Biden, Merrick Garland, a nominare un procuratore speciale, Jack Smith, che ha incriminato quello che, ai tempi, era l’avversario elettorale dello stesso Biden. Era inoltre il 2016, quando l’Fbi aprì un’indagine sulla presunta collusione tra il team elettorale di Trump e Mosca. Ebbene, il rapporto investigativo del procuratore speciale John Durham ha dimostrato che non si registravano elementi sufficienti per avviare quell’inchiesta. Non solo. Quel rapporto ha anche individuato tracce di faziosità politica alla base dell’indagine e ha infine puntato il dito contro il fatto che i federali chiesero e ottennero dei mandati di sorveglianza ai danni di un consigliere del tycoon, facendo riferimento al dossier di Christopher Steele: un documento, poi rivelatosi largamente infondato, che non era stato verificato a dovere. Se dunque c’è qualcuno che ha subito l’uso politico della Giustizia finora in America, quello è Trump.
Lascia quindi perplessi che molti si stiano stracciando le vesti per il fatto che il tycoon abbia nominato Kash Patel a direttore del Bureau. Secondo alcuni è troppo fedele al presidente in pectore, secondo altri sarebbe invece troppo inesperto. Ora, la logica che sta alla base di questa nomina è chiara: Trump vuole ristrutturare pesantemente il Bureau e punta a promuovere un radicale spoil system al suo interno. In questo senso, vuole sostituire quel Christopher Wray che, da lui nominato nel 2017, non è riuscito a riformare la macchina né tantomeno ad arginare la filiera burocratica risalente alle amministrazioni precedenti.
Nel 2020, l’Fbi giocò del resto un ruolo cruciale nel mettere sotto pressione le grandi piattaforme web, affinché censurassero lo scoop del New York Post che inguaiava Joe e Hunter Biden. «L’Fbi ci avvertì di una possibile operazione di disinformazione russa sulla famiglia Biden e Burisma in vista delle elezioni del 2020», ha dichiarato Mark Zuckerberg lo scorso agosto, per poi proseguire: «Quell’autunno, quando abbiamo visto un articolo del New York Post su accuse di corruzione che coinvolgevano la famiglia dell’allora candidato presidenziale dem Joe Biden, lo abbiamo inviato ai fact checker per la revisione e ne abbiamo temporaneamente ridotto la diffusione in attesa di risposta». D’altronde, l’Fbi esercitò pressioni simili anche su Twitter. Peccato però che i contenuti dello scoop del New York Post fossero veri e che la disinformazione russa, paventata da qualcuno, non c’entrasse nulla.
Come se non bastasse, sotto Biden e Garland l’Fbi si è dato molto da fare per colpire i gruppi sgraditi ai dem. Era il 2023, quando fu diffuso un documento interno del Bureau, che metteva nel mirino alcune frange di cattolici tradizionalisti, accusate di estremismo. Emerse poi però che le fonti utilizzate per questo tipo di dossier erano inaffidabili, tanto che l’Fbi fu costretto a sconfessare platealmente il documento. Senza poi dimenticare l’esagerato dispiegamento di forze usato dai federali per arrestare, nel 2022, Mark Houck: un attivista pro life che venne poi assolto al processo tenutosi l’anno successivo. Insomma, sentire i dem paventare un uso politico della Giustizia da parte di Trump lascia francamente sorridere.
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Joe salva Hunter dalle due condanne subite e da tutti i possibili reati commessi dal 2014. Cioè, da quando il rampollo entrò nell’ucraina Burisma. The Donald: «È un abuso».Lo scudo è un autogol per il partito, che da sempre accusa il tycoon di politicizzare la giustizia. Un altro cortocircuito, dopo gli sfondoni dell’Fbi e le censure sui social.Lo speciale contiene due articoli.E meno male che era Donald Trump a politicizzare la Giustizia! Domenica, Joe Biden ha concesso il perdono presidenziale a suo figlio Hunter, che aveva subito due condanne penali: una per possesso illecito di arma da fuoco e l’altra per reati fiscali. Rischiava fino a 25 anni di prigione per la prima e fino a 17 per la seconda. Se i legali di Hunter hanno prontamente chiesto l’archiviazione dei suoi casi giudiziari, le polemiche non sono tardate a esplodere. «La grazia concessa da Joe a Hunter include gli ostaggi del 6 gennaio, che sono stati imprigionati per anni? Che abuso e ingiustizia giudiziari!», ha tuonato Trump, mentre malumori si sono registrati anche tra esponenti dem, a partire dal governatore del Colorado, Jared Polis. Ora, è vero che Bill Clinton graziò suo fratello Roger nel 2001 e che Trump fece altrettanto con il consuocero Charles Kushner nel 2020. Tuttavia la mossa di Biden appare assai controversa sotto svariati aspetti.Innanzitutto, a giugno, Biden aveva escluso di voler graziare suo figlio. «Ho detto che mi atterrò alla decisione della giuria. Lo farò. E non gli concederò il perdono», disse. Una linea, questa, che era stata confermata il 7 novembre dalla portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre. In secondo luogo, Biden ha giustificato la grazia, lasciando intendere che Hunter avrebbe subito una persecuzione politico-giudiziaria. «Nessuna persona ragionevole che esamina i fatti dei casi di Hunter può giungere ad altra conclusione se non che Hunter è stato preso di mira solo perché è mio figlio, e questo è sbagliato», ha affermato il presidente uscente. Eppure, quando Trump definì una «caccia alle streghe» la condanna che aveva subito sul caso Stormy Daniels, proprio Biden lo accusò di «cercare di indebolire il sistema giudiziario». Non solo. Nel 2022, quando il tycoon si lamentò del raid dell’Fbi in casa sua, l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, sentenziò: «Nessuno è al di sopra della legge».In terzo luogo, oltre alla palese incoerenza del presidente, emerge un ulteriore aspetto controverso. Il perdono concesso ad Hunter è estremamente ampio e somiglia molto a quello con cui, nel 1974, Gerald Ford salvò di fatto Richard Nixon, appena dimessosi a causa dello scandalo Watergate. «Ho concesso a Robert Hunter Biden un perdono completo e incondizionato per quei reati contro gli Stati Uniti che ha commesso o potrebbe aver commesso o a cui ha preso parte durante il periodo che va dal primo gennaio 2014 al primo dicembre 2024», si legge nel testo della grazia. Questo vuol dire che Biden non ha salvato il figlio soltanto dagli effetti delle condanne subite ma che lo ha anche «scudato» rispetto ad altri reati che potrebbe aver commesso negli ultimi dieci anni.Non è del resto un caso che il presidente uscente abbia citato esplicitamente il 2014. Non dimentichiamo che Hunter entrò ai vertici della controversa azienda ucraina Burisma proprio quell’anno e che i procuratori stavano ancora indagando su di lui per presunta violazione della legge che impone la registrazione ai lobbisti operanti per conto di entità straniere. Si tratta di un filone, quest’ultimo, che stava lambendo lo stesso Joe Biden: nonostante l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse spesso detto di non essere mai stato coinvolto negli affari del figlio, è emerso invece che, tra il 2014 e il 2015, Hunter mise più volte in contatto il padre, all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti in carica, con i suoi controversi partner in affari. A rivelarlo fu un ex socio e amico di Hunter, Devon Archer, durante un’audizione al Congresso l’anno scorso.Non solo. Archer, che era stato nel board di Burisma, raccontò anche che quest’ultima aveva assunto Hunter proprio per avere protezione dalle «pressioni» investigative che arrivavano dal governo di Kiev. Ricordiamo sempre che Biden, nel 2015, intimò all’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di licenziare il procuratore generale Viktor Shokin, minacciando di bloccare gli aiuti americani all’Ucraina, qualora ciò non fosse avvenuto. Sarà stato un caso, ma Shokin, silurato poi nel 2016, aveva indagato su Burisma per corruzione. Ricordiamo anche che, a partire dal 2014, Biden, da vicepresidente americano, sovrintendeva ai rapporti tra Washington e Kiev. Il fatto che suo figlio fosse entrato ai vertici di Burisma proprio quell’anno fece emergere fondati sospetti di conflitto d’interessi. La gravità del perdono ad Hunter non sta quindi solo nell’incoerenza di Biden ma anche nel fatto che, per la sua ampiezza, la grazia riguarda questioni che sfiorano lo stesso presidente uscente.Insomma, chi ha politicizzato la Giustizia sono stati principalmente i dem. E comunque, dal punto di vista eminentemente politico, il perdono ad Hunter rappresenta, volente o nolente, un assist a Trump. Il presidente in pectore ha infatti l’occasione non solo di ritorcere contro i suoi avversari l’accusa di strumentalizzare il sistema giudiziario ma, grazie a questo precedente, avrà più margine di manovra per graziare chi vorrà. Non solo. Avrà anche maggiore leva per far passare al Senato due nomine che hanno irritato i progressisti negli scorsi giorni: parliamo di Pam Bondi a procuratore generale e, soprattutto, Kash Patel a direttore dell’Fbi. Ovviamente Biden non può non rendersi conto di quello che la sua grazia comporta. Va però tenuto presente che il presidente uscente è ormai in modalità «muoia Sansone con tutti i filistei». Dopo essere stato brutalmente silurato dal Partito democratico a luglio, ha soltanto voglia di mettergli i bastoni tra le ruote e di salvaguardare i propri famigliari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hunter-biden-grazia-2670285475.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-bue-dem-da-del-cornuto-a-trump" data-post-id="2670285475" data-published-at="1733175046" data-use-pagination="False"> Ma il bue dem dà del cornuto a Trump I dem sono finiti in un cortocircuito. Hanno accusato per anni Donald Trump di aver politicizzato la Giustizia. Peccato che ad agire in questo modo sia in realtà stata l’amministrazione Biden. E non ci riferiamo soltanto alla grazia che il presidente uscente ha concesso a suo figlio. Continuano a ripetere che Trump voglia usare i poteri presidenziali per vendicarsi dei suoi nemici. Eppure è stato il procuratore generale designato da Joe Biden, Merrick Garland, a nominare un procuratore speciale, Jack Smith, che ha incriminato quello che, ai tempi, era l’avversario elettorale dello stesso Biden. Era inoltre il 2016, quando l’Fbi aprì un’indagine sulla presunta collusione tra il team elettorale di Trump e Mosca. Ebbene, il rapporto investigativo del procuratore speciale John Durham ha dimostrato che non si registravano elementi sufficienti per avviare quell’inchiesta. Non solo. Quel rapporto ha anche individuato tracce di faziosità politica alla base dell’indagine e ha infine puntato il dito contro il fatto che i federali chiesero e ottennero dei mandati di sorveglianza ai danni di un consigliere del tycoon, facendo riferimento al dossier di Christopher Steele: un documento, poi rivelatosi largamente infondato, che non era stato verificato a dovere. Se dunque c’è qualcuno che ha subito l’uso politico della Giustizia finora in America, quello è Trump. Lascia quindi perplessi che molti si stiano stracciando le vesti per il fatto che il tycoon abbia nominato Kash Patel a direttore del Bureau. Secondo alcuni è troppo fedele al presidente in pectore, secondo altri sarebbe invece troppo inesperto. Ora, la logica che sta alla base di questa nomina è chiara: Trump vuole ristrutturare pesantemente il Bureau e punta a promuovere un radicale spoil system al suo interno. In questo senso, vuole sostituire quel Christopher Wray che, da lui nominato nel 2017, non è riuscito a riformare la macchina né tantomeno ad arginare la filiera burocratica risalente alle amministrazioni precedenti. Nel 2020, l’Fbi giocò del resto un ruolo cruciale nel mettere sotto pressione le grandi piattaforme web, affinché censurassero lo scoop del New York Post che inguaiava Joe e Hunter Biden. «L’Fbi ci avvertì di una possibile operazione di disinformazione russa sulla famiglia Biden e Burisma in vista delle elezioni del 2020», ha dichiarato Mark Zuckerberg lo scorso agosto, per poi proseguire: «Quell’autunno, quando abbiamo visto un articolo del New York Post su accuse di corruzione che coinvolgevano la famiglia dell’allora candidato presidenziale dem Joe Biden, lo abbiamo inviato ai fact checker per la revisione e ne abbiamo temporaneamente ridotto la diffusione in attesa di risposta». D’altronde, l’Fbi esercitò pressioni simili anche su Twitter. Peccato però che i contenuti dello scoop del New York Post fossero veri e che la disinformazione russa, paventata da qualcuno, non c’entrasse nulla. Come se non bastasse, sotto Biden e Garland l’Fbi si è dato molto da fare per colpire i gruppi sgraditi ai dem. Era il 2023, quando fu diffuso un documento interno del Bureau, che metteva nel mirino alcune frange di cattolici tradizionalisti, accusate di estremismo. Emerse poi però che le fonti utilizzate per questo tipo di dossier erano inaffidabili, tanto che l’Fbi fu costretto a sconfessare platealmente il documento. Senza poi dimenticare l’esagerato dispiegamento di forze usato dai federali per arrestare, nel 2022, Mark Houck: un attivista pro life che venne poi assolto al processo tenutosi l’anno successivo. Insomma, sentire i dem paventare un uso politico della Giustizia da parte di Trump lascia francamente sorridere.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
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Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
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