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2024-11-12
Proposta surreale dei democratici. Kamala presidente per due mesi
Kamala Harris (Ansa)
Non c’è pace per Kamala Harris dopo la clamorosa batosta elettorale che ha rimediato la scorsa settimana. Prima la volevano alla Corte Suprema, adesso la vogliono addirittura presidente a tempo. L’ex direttore della comunicazione del suo staff, Jamal Simmons, ha infatti detto che Joe Biden dovrebbe dimettersi, per far sì che la sua attuale vice possa diventare il primo presidente donna della storia americana.
«Joe Biden è stato un presidente fenomenale, ha mantenuto molte delle promesse che ha fatto. C’è ancora una promessa che può mantenere: essere una figura di transizione», ha dichiarato Simmons l’altro ieri. «Potrebbe dimettersi dalla presidenza nei prossimi 30 giorni e rendere Kamala Harris presidente degli Stati Uniti. Potrebbe risparmiarle di dover supervisionare la transizione del 6 gennaio della sua stessa sconfitta», ha proseguito, riferendosi al fatto che è il vicepresidente degli Stati Uniti a dover sovrintendere alla certificazione dei voti elettorali al Congresso il 6 gennaio successivo all’anno delle presidenziali. Non solo. Secondo Simmons, con questa mossa, la Harris diventerebbe il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti: il che creerebbe dei problemi al merchandising di Trump, visto che i suoi gadget e le sue magliette portano tutti il numero «47». Ricordiamo che, in base al 25° emendamento, in caso di morte o dimissioni del presidente, è il vice a prenderne il posto (fu così che Gerald Ford subentrò al dimissionario Richard Nixon nel 1974).
Non è la prima volta che, negli ultimi giorni, vengono ipotizzati improbabili ruoli per la vicepresidente uscente. La scorsa settimana, un ex deputato statale dem, Bakari Sellers, aveva esortato il giudice della Corte suprema, Sonia Sotomayor, a dimettersi per permettere all’attuale Casa Bianca di nominare la Harris al suo posto. Insomma, c’è chi vuole la Harris presidente, sebbene per poche settimane, e chi la vedrebbe bene con un incarico a vita alla Corte suprema. Tutto questo, nonostante il conclamato fallimento di una campagna, la sua, che è andata platealmente a sbattere, nonostante avesse raccolto un miliardo di dollari in finanziamenti elettorali. Non solo. Secondo il Washington Times, la campagna della vicepresidente avrebbe addirittura lasciato un debito di circa 20 milioni: debito, almeno in parte dovuto agli eventi organizzati con le celebrities che avevano appoggiato l’allora candidata dem.
L’Asinello farebbe quindi forse meglio a fare autocritica, anziché ventilare ipotesi sul futuro della Harris alla Casa Bianca o alla Corte suprema. E intanto, nella sinistra americana, continuano a volare gli stracci. Bernie Sanders ha definito le richieste di dimissioni alla Sotomayor come «insensate», mentre il deputato dem centrista Dean Phillips, che aveva sfidato Biden senza successo alle ultime primarie, ha attaccato i vertici del suo stesso partito. «Non sono stato l’unico a riconoscere cosa sarebbe probabilmente successo la scorsa settimana. Sono stato l’unico disposto a dirlo», ha detto. Nei giorni scorsi, Sanders aveva accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la working class, mentre alcuni deputati dem, come Seth Moulton, hanno preso nettamente le distanze dall’estremismo woke (a partire dal tema degli atleti transgender). A criticare il «wokeismo» è stato anche lo stratega democratico, James Carville.
Nel frattempo, però, ben lungi dal fare autocritica, l’establishment dem continua a cercare di scaricare la colpa della disfatta su Biden. «Se il presidente se ne fosse andato prima, forse ci sarebbero stati altri candidati in lizza», ha affermato Nancy Pelosi. «La decisione di Joe Biden di candidarsi di nuovo alla presidenza è stato un errore catastrofico», ha rincarato la dose l’ex speechwriter di Barack Obama, Jon Favreau. È però tutto da dimostrare che, dopo la debacle della Harris, il vecchio establishment dem sarà politicamente in grado di sopravvivere. Nonostante stia cercando di gettare tutta la responsabilità sul presidente uscente, difficilmente riuscirà a convincere l’Asinello di questa tesi. D’altronde, il fermento che agita il partito sta lì a dimostrarlo.
Lo scontro interno che va delineandosi è quello tra l’ala «operaia» e quella «liberal»: negli ultimi dieci anni, la prima è stata sistematicamente sacrificata alla seconda, fino a produrre il disastro in cui i dem sono incorsi alle ultime presidenziali. Obama, che pure nel 2008 era emerso come candidato della working class, si è fatto man mano assorbire da quello stesso establishment dem a cui aveva dichiarato originariamente guerra. E le sue responsabilità nella sconfitta sono enormi. Fu lui, nel 2020, a impedire che si svolgesse una dialettica franca e fisiologica alle primarie dem. Fu lui a «imporre» Biden, credendo di poterlo convincere a ritirarsi dopo un solo mandato, salvo non prevedere che, spinto dai famigliari, il vecchio Joe avrebbe resistito. Poi, quando è stato silurato a forza, era ormai troppo tardi. Obama non era convinto della Harris ma, a soli tre mesi dal voto, nessun astro nascente dem - da Josh Shapiro a Gavin Newsom - ha voluto metterci la faccia. È così è scesa in campo la vicepresidente con Obama che ci ha messo, almeno ufficialmente, la faccia. E adesso l’ex presidente dem rischia, insieme alla Pelosi e ai Clinton, di pagarne seriamente le conseguenze politiche.
Trump punta sui falchi anti invasione
La squadra di Donald Trump inizia a prendere forma. Dopo aver nominato Susie Wiles come capo dello staff della Casa Bianca e Stephen Miller suo vice, il presidente in pectore ha scelto la deputata Elise Stefanik come nuova ambasciatrice statunitense all’Onu: parliamo del ruolo che, tra il 2017 e il 2018, fu di Nikki Haley. «Elise è una combattente incredibilmente forte, tenace e intelligente, sostenitrice dell’America First», ha dichiarato Trump. Ricordiamo che la Stefanik è una delle principali alleate parlamentari del tycoon e che, a maggio 2021, era diventata presidente del gruppo repubblicano alla Camera, prendendo il posto della deputata antitrumpista Liz Cheney. La scelta della Stefanik è indicativa del tipo di approccio duro che Trump ha intenzione di adottare nei confronti delle Nazioni unite. Appena lo scorso 4 novembre, la diretta interessata ha emesso un comunicato severissimo verso l’Unrwa. «Gli Stati Uniti devono sostenere la decisione di Israele di vietare all’Unrwa, che è infiltrata da Hamas, di operare in Israele, Cisgiordania e Gaza», ha dichiarato, per poi aggiungere: «L’amministrazione Biden-Harris ha inviato oltre un miliardo di dollari all’Unrwa dal 2021, riempiendo le casse di questo fronte terroristico», ha concluso. Era invece settembre scorso, quando la deputata dichiarò: «Le Nazioni Unite hanno approvato a larga maggioranza una vergognosa risoluzione antisemita per chiedere che Israele si arrenda ai terroristi barbari che puntano alla distruzione sia di Israele sia dell’America». Insomma, scegliendo la Stefanik, Trump ha deciso di lanciare un segnale tutt’altro che morbido nei confronti dell’Onu.
Ma questa non è l’unica nomina significativa degli ultimissimi giorni. Il tycoon ha infatti designato come responsabile della frontiera meridionale l’ex direttore dell’Immigration and Customs Enforcement, Tom Homan. Tra il 2017 e il 2018, costui fu tra i principali artefici della stretta all’immigrazione clandestina, promossa dalla prima amministrazione Trump. La sua nomina rappresenta quindi un segnale del fatto che il presidente in pectore è intenzionato a tirare dritto contro gli immigrati irregolari. D’altronde, secondo indiscrezioni, il tycoon starebbe già lavorando a dei decreti, da firmare il giorno stesso dell’insediamento, per avviare delle espulsioni di massa. A essere messi nel mirino dovrebbero essere innanzitutto i clandestini che hanno commesso reati.
Nominando Homan, il presidente in pectore non vuole solo rassicurare i propri elettori ma anche lanciare un segnale di deterrenza nei confronti dei migranti. Lo stesso Miller fu tra gli ideatori del decreto che, nel 2017, vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni Paesi musulmani.
Dal canto suo, Robert Kennedy jr punta al dipartimento della Salute. Non a caso, sta rilasciando delle dichiarazioni di guerra contro Big Pharma. «La guerra della Food and drug administration contro la salute pubblica sta per finire», ha affermato, per poi aggiungere: «Questo include la sua aggressiva soppressione di psichedelici, peptidi, cellule staminali, latte crudo, terapie iperbariche, composti chelanti, ivermectina, idrossiclorochina, vitamine, cibi puliti, sole, esercizio fisico, nutraceutici e qualsiasi altra cosa che faccia progredire la salute umana e non possa essere brevettata dall’industria farmaceutica».
Non è insignificante notare che, secondo il sito Open Secrets, nel 2024, Pfizer e Merck hanno dato rispettivamente il 58,8% e il 58,1% dei propri finanziamenti elettorali al Partito democratico.
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Dallo staff della candidata sconfitta un’idea grottesca: «Biden si dimetta per far diventare la Harris la prima leader donna (per poche settimane)». Intanto nel partito è in corso una feroce resa dei conti.Trump ha messo alla frontiera meridionale Tom Homan e come vice della sua squadra Stephen Miller, entrambi noti per le posizioni dure sull’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli.Non c’è pace per Kamala Harris dopo la clamorosa batosta elettorale che ha rimediato la scorsa settimana. Prima la volevano alla Corte Suprema, adesso la vogliono addirittura presidente a tempo. L’ex direttore della comunicazione del suo staff, Jamal Simmons, ha infatti detto che Joe Biden dovrebbe dimettersi, per far sì che la sua attuale vice possa diventare il primo presidente donna della storia americana.«Joe Biden è stato un presidente fenomenale, ha mantenuto molte delle promesse che ha fatto. C’è ancora una promessa che può mantenere: essere una figura di transizione», ha dichiarato Simmons l’altro ieri. «Potrebbe dimettersi dalla presidenza nei prossimi 30 giorni e rendere Kamala Harris presidente degli Stati Uniti. Potrebbe risparmiarle di dover supervisionare la transizione del 6 gennaio della sua stessa sconfitta», ha proseguito, riferendosi al fatto che è il vicepresidente degli Stati Uniti a dover sovrintendere alla certificazione dei voti elettorali al Congresso il 6 gennaio successivo all’anno delle presidenziali. Non solo. Secondo Simmons, con questa mossa, la Harris diventerebbe il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti: il che creerebbe dei problemi al merchandising di Trump, visto che i suoi gadget e le sue magliette portano tutti il numero «47». Ricordiamo che, in base al 25° emendamento, in caso di morte o dimissioni del presidente, è il vice a prenderne il posto (fu così che Gerald Ford subentrò al dimissionario Richard Nixon nel 1974).Non è la prima volta che, negli ultimi giorni, vengono ipotizzati improbabili ruoli per la vicepresidente uscente. La scorsa settimana, un ex deputato statale dem, Bakari Sellers, aveva esortato il giudice della Corte suprema, Sonia Sotomayor, a dimettersi per permettere all’attuale Casa Bianca di nominare la Harris al suo posto. Insomma, c’è chi vuole la Harris presidente, sebbene per poche settimane, e chi la vedrebbe bene con un incarico a vita alla Corte suprema. Tutto questo, nonostante il conclamato fallimento di una campagna, la sua, che è andata platealmente a sbattere, nonostante avesse raccolto un miliardo di dollari in finanziamenti elettorali. Non solo. Secondo il Washington Times, la campagna della vicepresidente avrebbe addirittura lasciato un debito di circa 20 milioni: debito, almeno in parte dovuto agli eventi organizzati con le celebrities che avevano appoggiato l’allora candidata dem.L’Asinello farebbe quindi forse meglio a fare autocritica, anziché ventilare ipotesi sul futuro della Harris alla Casa Bianca o alla Corte suprema. E intanto, nella sinistra americana, continuano a volare gli stracci. Bernie Sanders ha definito le richieste di dimissioni alla Sotomayor come «insensate», mentre il deputato dem centrista Dean Phillips, che aveva sfidato Biden senza successo alle ultime primarie, ha attaccato i vertici del suo stesso partito. «Non sono stato l’unico a riconoscere cosa sarebbe probabilmente successo la scorsa settimana. Sono stato l’unico disposto a dirlo», ha detto. Nei giorni scorsi, Sanders aveva accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la working class, mentre alcuni deputati dem, come Seth Moulton, hanno preso nettamente le distanze dall’estremismo woke (a partire dal tema degli atleti transgender). A criticare il «wokeismo» è stato anche lo stratega democratico, James Carville.Nel frattempo, però, ben lungi dal fare autocritica, l’establishment dem continua a cercare di scaricare la colpa della disfatta su Biden. «Se il presidente se ne fosse andato prima, forse ci sarebbero stati altri candidati in lizza», ha affermato Nancy Pelosi. «La decisione di Joe Biden di candidarsi di nuovo alla presidenza è stato un errore catastrofico», ha rincarato la dose l’ex speechwriter di Barack Obama, Jon Favreau. È però tutto da dimostrare che, dopo la debacle della Harris, il vecchio establishment dem sarà politicamente in grado di sopravvivere. Nonostante stia cercando di gettare tutta la responsabilità sul presidente uscente, difficilmente riuscirà a convincere l’Asinello di questa tesi. D’altronde, il fermento che agita il partito sta lì a dimostrarlo.Lo scontro interno che va delineandosi è quello tra l’ala «operaia» e quella «liberal»: negli ultimi dieci anni, la prima è stata sistematicamente sacrificata alla seconda, fino a produrre il disastro in cui i dem sono incorsi alle ultime presidenziali. Obama, che pure nel 2008 era emerso come candidato della working class, si è fatto man mano assorbire da quello stesso establishment dem a cui aveva dichiarato originariamente guerra. E le sue responsabilità nella sconfitta sono enormi. Fu lui, nel 2020, a impedire che si svolgesse una dialettica franca e fisiologica alle primarie dem. Fu lui a «imporre» Biden, credendo di poterlo convincere a ritirarsi dopo un solo mandato, salvo non prevedere che, spinto dai famigliari, il vecchio Joe avrebbe resistito. Poi, quando è stato silurato a forza, era ormai troppo tardi. Obama non era convinto della Harris ma, a soli tre mesi dal voto, nessun astro nascente dem - da Josh Shapiro a Gavin Newsom - ha voluto metterci la faccia. È così è scesa in campo la vicepresidente con Obama che ci ha messo, almeno ufficialmente, la faccia. E adesso l’ex presidente dem rischia, insieme alla Pelosi e ai Clinton, di pagarne seriamente le conseguenze politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/harris-presidente-proposta-2669810064.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-punta-sui-falchi-anti-invasione" data-post-id="2669810064" data-published-at="1731422351" data-use-pagination="False"> Trump punta sui falchi anti invasione La squadra di Donald Trump inizia a prendere forma. Dopo aver nominato Susie Wiles come capo dello staff della Casa Bianca e Stephen Miller suo vice, il presidente in pectore ha scelto la deputata Elise Stefanik come nuova ambasciatrice statunitense all’Onu: parliamo del ruolo che, tra il 2017 e il 2018, fu di Nikki Haley. «Elise è una combattente incredibilmente forte, tenace e intelligente, sostenitrice dell’America First», ha dichiarato Trump. Ricordiamo che la Stefanik è una delle principali alleate parlamentari del tycoon e che, a maggio 2021, era diventata presidente del gruppo repubblicano alla Camera, prendendo il posto della deputata antitrumpista Liz Cheney. La scelta della Stefanik è indicativa del tipo di approccio duro che Trump ha intenzione di adottare nei confronti delle Nazioni unite. Appena lo scorso 4 novembre, la diretta interessata ha emesso un comunicato severissimo verso l’Unrwa. «Gli Stati Uniti devono sostenere la decisione di Israele di vietare all’Unrwa, che è infiltrata da Hamas, di operare in Israele, Cisgiordania e Gaza», ha dichiarato, per poi aggiungere: «L’amministrazione Biden-Harris ha inviato oltre un miliardo di dollari all’Unrwa dal 2021, riempiendo le casse di questo fronte terroristico», ha concluso. Era invece settembre scorso, quando la deputata dichiarò: «Le Nazioni Unite hanno approvato a larga maggioranza una vergognosa risoluzione antisemita per chiedere che Israele si arrenda ai terroristi barbari che puntano alla distruzione sia di Israele sia dell’America». Insomma, scegliendo la Stefanik, Trump ha deciso di lanciare un segnale tutt’altro che morbido nei confronti dell’Onu. Ma questa non è l’unica nomina significativa degli ultimissimi giorni. Il tycoon ha infatti designato come responsabile della frontiera meridionale l’ex direttore dell’Immigration and Customs Enforcement, Tom Homan. Tra il 2017 e il 2018, costui fu tra i principali artefici della stretta all’immigrazione clandestina, promossa dalla prima amministrazione Trump. La sua nomina rappresenta quindi un segnale del fatto che il presidente in pectore è intenzionato a tirare dritto contro gli immigrati irregolari. D’altronde, secondo indiscrezioni, il tycoon starebbe già lavorando a dei decreti, da firmare il giorno stesso dell’insediamento, per avviare delle espulsioni di massa. A essere messi nel mirino dovrebbero essere innanzitutto i clandestini che hanno commesso reati. Nominando Homan, il presidente in pectore non vuole solo rassicurare i propri elettori ma anche lanciare un segnale di deterrenza nei confronti dei migranti. Lo stesso Miller fu tra gli ideatori del decreto che, nel 2017, vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni Paesi musulmani. Dal canto suo, Robert Kennedy jr punta al dipartimento della Salute. Non a caso, sta rilasciando delle dichiarazioni di guerra contro Big Pharma. «La guerra della Food and drug administration contro la salute pubblica sta per finire», ha affermato, per poi aggiungere: «Questo include la sua aggressiva soppressione di psichedelici, peptidi, cellule staminali, latte crudo, terapie iperbariche, composti chelanti, ivermectina, idrossiclorochina, vitamine, cibi puliti, sole, esercizio fisico, nutraceutici e qualsiasi altra cosa che faccia progredire la salute umana e non possa essere brevettata dall’industria farmaceutica». Non è insignificante notare che, secondo il sito Open Secrets, nel 2024, Pfizer e Merck hanno dato rispettivamente il 58,8% e il 58,1% dei propri finanziamenti elettorali al Partito democratico.
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fair play e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fair play. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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