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2024-11-12
Proposta surreale dei democratici. Kamala presidente per due mesi
Kamala Harris (Ansa)
Non c’è pace per Kamala Harris dopo la clamorosa batosta elettorale che ha rimediato la scorsa settimana. Prima la volevano alla Corte Suprema, adesso la vogliono addirittura presidente a tempo. L’ex direttore della comunicazione del suo staff, Jamal Simmons, ha infatti detto che Joe Biden dovrebbe dimettersi, per far sì che la sua attuale vice possa diventare il primo presidente donna della storia americana.
«Joe Biden è stato un presidente fenomenale, ha mantenuto molte delle promesse che ha fatto. C’è ancora una promessa che può mantenere: essere una figura di transizione», ha dichiarato Simmons l’altro ieri. «Potrebbe dimettersi dalla presidenza nei prossimi 30 giorni e rendere Kamala Harris presidente degli Stati Uniti. Potrebbe risparmiarle di dover supervisionare la transizione del 6 gennaio della sua stessa sconfitta», ha proseguito, riferendosi al fatto che è il vicepresidente degli Stati Uniti a dover sovrintendere alla certificazione dei voti elettorali al Congresso il 6 gennaio successivo all’anno delle presidenziali. Non solo. Secondo Simmons, con questa mossa, la Harris diventerebbe il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti: il che creerebbe dei problemi al merchandising di Trump, visto che i suoi gadget e le sue magliette portano tutti il numero «47». Ricordiamo che, in base al 25° emendamento, in caso di morte o dimissioni del presidente, è il vice a prenderne il posto (fu così che Gerald Ford subentrò al dimissionario Richard Nixon nel 1974).
Non è la prima volta che, negli ultimi giorni, vengono ipotizzati improbabili ruoli per la vicepresidente uscente. La scorsa settimana, un ex deputato statale dem, Bakari Sellers, aveva esortato il giudice della Corte suprema, Sonia Sotomayor, a dimettersi per permettere all’attuale Casa Bianca di nominare la Harris al suo posto. Insomma, c’è chi vuole la Harris presidente, sebbene per poche settimane, e chi la vedrebbe bene con un incarico a vita alla Corte suprema. Tutto questo, nonostante il conclamato fallimento di una campagna, la sua, che è andata platealmente a sbattere, nonostante avesse raccolto un miliardo di dollari in finanziamenti elettorali. Non solo. Secondo il Washington Times, la campagna della vicepresidente avrebbe addirittura lasciato un debito di circa 20 milioni: debito, almeno in parte dovuto agli eventi organizzati con le celebrities che avevano appoggiato l’allora candidata dem.
L’Asinello farebbe quindi forse meglio a fare autocritica, anziché ventilare ipotesi sul futuro della Harris alla Casa Bianca o alla Corte suprema. E intanto, nella sinistra americana, continuano a volare gli stracci. Bernie Sanders ha definito le richieste di dimissioni alla Sotomayor come «insensate», mentre il deputato dem centrista Dean Phillips, che aveva sfidato Biden senza successo alle ultime primarie, ha attaccato i vertici del suo stesso partito. «Non sono stato l’unico a riconoscere cosa sarebbe probabilmente successo la scorsa settimana. Sono stato l’unico disposto a dirlo», ha detto. Nei giorni scorsi, Sanders aveva accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la working class, mentre alcuni deputati dem, come Seth Moulton, hanno preso nettamente le distanze dall’estremismo woke (a partire dal tema degli atleti transgender). A criticare il «wokeismo» è stato anche lo stratega democratico, James Carville.
Nel frattempo, però, ben lungi dal fare autocritica, l’establishment dem continua a cercare di scaricare la colpa della disfatta su Biden. «Se il presidente se ne fosse andato prima, forse ci sarebbero stati altri candidati in lizza», ha affermato Nancy Pelosi. «La decisione di Joe Biden di candidarsi di nuovo alla presidenza è stato un errore catastrofico», ha rincarato la dose l’ex speechwriter di Barack Obama, Jon Favreau. È però tutto da dimostrare che, dopo la debacle della Harris, il vecchio establishment dem sarà politicamente in grado di sopravvivere. Nonostante stia cercando di gettare tutta la responsabilità sul presidente uscente, difficilmente riuscirà a convincere l’Asinello di questa tesi. D’altronde, il fermento che agita il partito sta lì a dimostrarlo.
Lo scontro interno che va delineandosi è quello tra l’ala «operaia» e quella «liberal»: negli ultimi dieci anni, la prima è stata sistematicamente sacrificata alla seconda, fino a produrre il disastro in cui i dem sono incorsi alle ultime presidenziali. Obama, che pure nel 2008 era emerso come candidato della working class, si è fatto man mano assorbire da quello stesso establishment dem a cui aveva dichiarato originariamente guerra. E le sue responsabilità nella sconfitta sono enormi. Fu lui, nel 2020, a impedire che si svolgesse una dialettica franca e fisiologica alle primarie dem. Fu lui a «imporre» Biden, credendo di poterlo convincere a ritirarsi dopo un solo mandato, salvo non prevedere che, spinto dai famigliari, il vecchio Joe avrebbe resistito. Poi, quando è stato silurato a forza, era ormai troppo tardi. Obama non era convinto della Harris ma, a soli tre mesi dal voto, nessun astro nascente dem - da Josh Shapiro a Gavin Newsom - ha voluto metterci la faccia. È così è scesa in campo la vicepresidente con Obama che ci ha messo, almeno ufficialmente, la faccia. E adesso l’ex presidente dem rischia, insieme alla Pelosi e ai Clinton, di pagarne seriamente le conseguenze politiche.
Trump punta sui falchi anti invasione
La squadra di Donald Trump inizia a prendere forma. Dopo aver nominato Susie Wiles come capo dello staff della Casa Bianca e Stephen Miller suo vice, il presidente in pectore ha scelto la deputata Elise Stefanik come nuova ambasciatrice statunitense all’Onu: parliamo del ruolo che, tra il 2017 e il 2018, fu di Nikki Haley. «Elise è una combattente incredibilmente forte, tenace e intelligente, sostenitrice dell’America First», ha dichiarato Trump. Ricordiamo che la Stefanik è una delle principali alleate parlamentari del tycoon e che, a maggio 2021, era diventata presidente del gruppo repubblicano alla Camera, prendendo il posto della deputata antitrumpista Liz Cheney. La scelta della Stefanik è indicativa del tipo di approccio duro che Trump ha intenzione di adottare nei confronti delle Nazioni unite. Appena lo scorso 4 novembre, la diretta interessata ha emesso un comunicato severissimo verso l’Unrwa. «Gli Stati Uniti devono sostenere la decisione di Israele di vietare all’Unrwa, che è infiltrata da Hamas, di operare in Israele, Cisgiordania e Gaza», ha dichiarato, per poi aggiungere: «L’amministrazione Biden-Harris ha inviato oltre un miliardo di dollari all’Unrwa dal 2021, riempiendo le casse di questo fronte terroristico», ha concluso. Era invece settembre scorso, quando la deputata dichiarò: «Le Nazioni Unite hanno approvato a larga maggioranza una vergognosa risoluzione antisemita per chiedere che Israele si arrenda ai terroristi barbari che puntano alla distruzione sia di Israele sia dell’America». Insomma, scegliendo la Stefanik, Trump ha deciso di lanciare un segnale tutt’altro che morbido nei confronti dell’Onu.
Ma questa non è l’unica nomina significativa degli ultimissimi giorni. Il tycoon ha infatti designato come responsabile della frontiera meridionale l’ex direttore dell’Immigration and Customs Enforcement, Tom Homan. Tra il 2017 e il 2018, costui fu tra i principali artefici della stretta all’immigrazione clandestina, promossa dalla prima amministrazione Trump. La sua nomina rappresenta quindi un segnale del fatto che il presidente in pectore è intenzionato a tirare dritto contro gli immigrati irregolari. D’altronde, secondo indiscrezioni, il tycoon starebbe già lavorando a dei decreti, da firmare il giorno stesso dell’insediamento, per avviare delle espulsioni di massa. A essere messi nel mirino dovrebbero essere innanzitutto i clandestini che hanno commesso reati.
Nominando Homan, il presidente in pectore non vuole solo rassicurare i propri elettori ma anche lanciare un segnale di deterrenza nei confronti dei migranti. Lo stesso Miller fu tra gli ideatori del decreto che, nel 2017, vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni Paesi musulmani.
Dal canto suo, Robert Kennedy jr punta al dipartimento della Salute. Non a caso, sta rilasciando delle dichiarazioni di guerra contro Big Pharma. «La guerra della Food and drug administration contro la salute pubblica sta per finire», ha affermato, per poi aggiungere: «Questo include la sua aggressiva soppressione di psichedelici, peptidi, cellule staminali, latte crudo, terapie iperbariche, composti chelanti, ivermectina, idrossiclorochina, vitamine, cibi puliti, sole, esercizio fisico, nutraceutici e qualsiasi altra cosa che faccia progredire la salute umana e non possa essere brevettata dall’industria farmaceutica».
Non è insignificante notare che, secondo il sito Open Secrets, nel 2024, Pfizer e Merck hanno dato rispettivamente il 58,8% e il 58,1% dei propri finanziamenti elettorali al Partito democratico.
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Dallo staff della candidata sconfitta un’idea grottesca: «Biden si dimetta per far diventare la Harris la prima leader donna (per poche settimane)». Intanto nel partito è in corso una feroce resa dei conti.Trump ha messo alla frontiera meridionale Tom Homan e come vice della sua squadra Stephen Miller, entrambi noti per le posizioni dure sull’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli.Non c’è pace per Kamala Harris dopo la clamorosa batosta elettorale che ha rimediato la scorsa settimana. Prima la volevano alla Corte Suprema, adesso la vogliono addirittura presidente a tempo. L’ex direttore della comunicazione del suo staff, Jamal Simmons, ha infatti detto che Joe Biden dovrebbe dimettersi, per far sì che la sua attuale vice possa diventare il primo presidente donna della storia americana.«Joe Biden è stato un presidente fenomenale, ha mantenuto molte delle promesse che ha fatto. C’è ancora una promessa che può mantenere: essere una figura di transizione», ha dichiarato Simmons l’altro ieri. «Potrebbe dimettersi dalla presidenza nei prossimi 30 giorni e rendere Kamala Harris presidente degli Stati Uniti. Potrebbe risparmiarle di dover supervisionare la transizione del 6 gennaio della sua stessa sconfitta», ha proseguito, riferendosi al fatto che è il vicepresidente degli Stati Uniti a dover sovrintendere alla certificazione dei voti elettorali al Congresso il 6 gennaio successivo all’anno delle presidenziali. Non solo. Secondo Simmons, con questa mossa, la Harris diventerebbe il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti: il che creerebbe dei problemi al merchandising di Trump, visto che i suoi gadget e le sue magliette portano tutti il numero «47». Ricordiamo che, in base al 25° emendamento, in caso di morte o dimissioni del presidente, è il vice a prenderne il posto (fu così che Gerald Ford subentrò al dimissionario Richard Nixon nel 1974).Non è la prima volta che, negli ultimi giorni, vengono ipotizzati improbabili ruoli per la vicepresidente uscente. La scorsa settimana, un ex deputato statale dem, Bakari Sellers, aveva esortato il giudice della Corte suprema, Sonia Sotomayor, a dimettersi per permettere all’attuale Casa Bianca di nominare la Harris al suo posto. Insomma, c’è chi vuole la Harris presidente, sebbene per poche settimane, e chi la vedrebbe bene con un incarico a vita alla Corte suprema. Tutto questo, nonostante il conclamato fallimento di una campagna, la sua, che è andata platealmente a sbattere, nonostante avesse raccolto un miliardo di dollari in finanziamenti elettorali. Non solo. Secondo il Washington Times, la campagna della vicepresidente avrebbe addirittura lasciato un debito di circa 20 milioni: debito, almeno in parte dovuto agli eventi organizzati con le celebrities che avevano appoggiato l’allora candidata dem.L’Asinello farebbe quindi forse meglio a fare autocritica, anziché ventilare ipotesi sul futuro della Harris alla Casa Bianca o alla Corte suprema. E intanto, nella sinistra americana, continuano a volare gli stracci. Bernie Sanders ha definito le richieste di dimissioni alla Sotomayor come «insensate», mentre il deputato dem centrista Dean Phillips, che aveva sfidato Biden senza successo alle ultime primarie, ha attaccato i vertici del suo stesso partito. «Non sono stato l’unico a riconoscere cosa sarebbe probabilmente successo la scorsa settimana. Sono stato l’unico disposto a dirlo», ha detto. Nei giorni scorsi, Sanders aveva accusato l’Asinello di aver «abbandonato» la working class, mentre alcuni deputati dem, come Seth Moulton, hanno preso nettamente le distanze dall’estremismo woke (a partire dal tema degli atleti transgender). A criticare il «wokeismo» è stato anche lo stratega democratico, James Carville.Nel frattempo, però, ben lungi dal fare autocritica, l’establishment dem continua a cercare di scaricare la colpa della disfatta su Biden. «Se il presidente se ne fosse andato prima, forse ci sarebbero stati altri candidati in lizza», ha affermato Nancy Pelosi. «La decisione di Joe Biden di candidarsi di nuovo alla presidenza è stato un errore catastrofico», ha rincarato la dose l’ex speechwriter di Barack Obama, Jon Favreau. È però tutto da dimostrare che, dopo la debacle della Harris, il vecchio establishment dem sarà politicamente in grado di sopravvivere. Nonostante stia cercando di gettare tutta la responsabilità sul presidente uscente, difficilmente riuscirà a convincere l’Asinello di questa tesi. D’altronde, il fermento che agita il partito sta lì a dimostrarlo.Lo scontro interno che va delineandosi è quello tra l’ala «operaia» e quella «liberal»: negli ultimi dieci anni, la prima è stata sistematicamente sacrificata alla seconda, fino a produrre il disastro in cui i dem sono incorsi alle ultime presidenziali. Obama, che pure nel 2008 era emerso come candidato della working class, si è fatto man mano assorbire da quello stesso establishment dem a cui aveva dichiarato originariamente guerra. E le sue responsabilità nella sconfitta sono enormi. Fu lui, nel 2020, a impedire che si svolgesse una dialettica franca e fisiologica alle primarie dem. Fu lui a «imporre» Biden, credendo di poterlo convincere a ritirarsi dopo un solo mandato, salvo non prevedere che, spinto dai famigliari, il vecchio Joe avrebbe resistito. Poi, quando è stato silurato a forza, era ormai troppo tardi. Obama non era convinto della Harris ma, a soli tre mesi dal voto, nessun astro nascente dem - da Josh Shapiro a Gavin Newsom - ha voluto metterci la faccia. È così è scesa in campo la vicepresidente con Obama che ci ha messo, almeno ufficialmente, la faccia. E adesso l’ex presidente dem rischia, insieme alla Pelosi e ai Clinton, di pagarne seriamente le conseguenze politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/harris-presidente-proposta-2669810064.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-punta-sui-falchi-anti-invasione" data-post-id="2669810064" data-published-at="1731422351" data-use-pagination="False"> Trump punta sui falchi anti invasione La squadra di Donald Trump inizia a prendere forma. Dopo aver nominato Susie Wiles come capo dello staff della Casa Bianca e Stephen Miller suo vice, il presidente in pectore ha scelto la deputata Elise Stefanik come nuova ambasciatrice statunitense all’Onu: parliamo del ruolo che, tra il 2017 e il 2018, fu di Nikki Haley. «Elise è una combattente incredibilmente forte, tenace e intelligente, sostenitrice dell’America First», ha dichiarato Trump. Ricordiamo che la Stefanik è una delle principali alleate parlamentari del tycoon e che, a maggio 2021, era diventata presidente del gruppo repubblicano alla Camera, prendendo il posto della deputata antitrumpista Liz Cheney. La scelta della Stefanik è indicativa del tipo di approccio duro che Trump ha intenzione di adottare nei confronti delle Nazioni unite. Appena lo scorso 4 novembre, la diretta interessata ha emesso un comunicato severissimo verso l’Unrwa. «Gli Stati Uniti devono sostenere la decisione di Israele di vietare all’Unrwa, che è infiltrata da Hamas, di operare in Israele, Cisgiordania e Gaza», ha dichiarato, per poi aggiungere: «L’amministrazione Biden-Harris ha inviato oltre un miliardo di dollari all’Unrwa dal 2021, riempiendo le casse di questo fronte terroristico», ha concluso. Era invece settembre scorso, quando la deputata dichiarò: «Le Nazioni Unite hanno approvato a larga maggioranza una vergognosa risoluzione antisemita per chiedere che Israele si arrenda ai terroristi barbari che puntano alla distruzione sia di Israele sia dell’America». Insomma, scegliendo la Stefanik, Trump ha deciso di lanciare un segnale tutt’altro che morbido nei confronti dell’Onu. Ma questa non è l’unica nomina significativa degli ultimissimi giorni. Il tycoon ha infatti designato come responsabile della frontiera meridionale l’ex direttore dell’Immigration and Customs Enforcement, Tom Homan. Tra il 2017 e il 2018, costui fu tra i principali artefici della stretta all’immigrazione clandestina, promossa dalla prima amministrazione Trump. La sua nomina rappresenta quindi un segnale del fatto che il presidente in pectore è intenzionato a tirare dritto contro gli immigrati irregolari. D’altronde, secondo indiscrezioni, il tycoon starebbe già lavorando a dei decreti, da firmare il giorno stesso dell’insediamento, per avviare delle espulsioni di massa. A essere messi nel mirino dovrebbero essere innanzitutto i clandestini che hanno commesso reati. Nominando Homan, il presidente in pectore non vuole solo rassicurare i propri elettori ma anche lanciare un segnale di deterrenza nei confronti dei migranti. Lo stesso Miller fu tra gli ideatori del decreto che, nel 2017, vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni Paesi musulmani. Dal canto suo, Robert Kennedy jr punta al dipartimento della Salute. Non a caso, sta rilasciando delle dichiarazioni di guerra contro Big Pharma. «La guerra della Food and drug administration contro la salute pubblica sta per finire», ha affermato, per poi aggiungere: «Questo include la sua aggressiva soppressione di psichedelici, peptidi, cellule staminali, latte crudo, terapie iperbariche, composti chelanti, ivermectina, idrossiclorochina, vitamine, cibi puliti, sole, esercizio fisico, nutraceutici e qualsiasi altra cosa che faccia progredire la salute umana e non possa essere brevettata dall’industria farmaceutica». Non è insignificante notare che, secondo il sito Open Secrets, nel 2024, Pfizer e Merck hanno dato rispettivamente il 58,8% e il 58,1% dei propri finanziamenti elettorali al Partito democratico.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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