2019-07-15
Donald Trump (Ansa)
Caracas scarcera due italiani. Giorgia Meloni: «Buon segnale, speriamo si estenda ad Alberto Trentini». Gli Stati Uniti inviano una delegazione diplomatica in Venezuela e intanto la Guardia costiera blocca una quinta nave, la Olina, battente bandiera del Timor Est.
La pressione statunitense sul Venezuela e sui suoi partner entra in una fase sempre più esplicita e muscolare. Nelle prime ore di venerdì la Guardia costiera degli Stati Uniti è salita a bordo di una quinta petroliera sospettata di violare il blocco imposto sulle navi coinvolte nel trasporto di greggio sanzionato da e verso Caracas. In tal senso, le autorità americane continuano a monitorare altre imbarcazioni ritenute impegnate in manovre elusive per aggirare le restrizioni. L’ultima nave fermata è la Olina, precedentemente nota come Minerva M, questa volta battente bandiera del Timor Est.
I sequestri navali rappresentano uno degli strumenti centrali della strategia dell’amministrazione Trump per comprimere le entrate di Caracas. La cosiddetta flotta oscura - oltre 1.000 navi secondo stime occidentali - è composta in larga parte da vecchie petroliere che ricorrono a pratiche ingannevoli: cambio di nome, spegnimento dei transponder, trasferimenti nave-a-nave e bandiere di comodo. «Il blocco navale è la leva che ci garantisce la massima influenza possibile», ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio, sottolineando che il messaggio non è rivolto solo a Caracas, ma anche a Mosca, Pechino e Teheran. Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza navale nel quadrante sudamericano. Diverse unità da guerra, inclusa la portaerei Uss Gerald R. Ford, restano in posizione a supporto delle operazioni di interdizione marittima. Anche il Dipartimento di Giustizia ha intensificato il ritmo delle operazioni, lasciando intendere che nuovi sequestri potrebbero essere imminenti.
Sul piano politico-diplomatico, il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva ha coordinato contatti con Colombia, Messico e Canada per esprimere una posizione critica sull’uso della forza da parte degli Stati Uniti in Venezuela. Brasilia ha parlato di un precedente «pericoloso» in violazione del diritto internazionale e ha annunciato l’invio a Caracas di 40 tonnellate di farmaci e materiali sanitari. Il presidente colombiano Petro ha però ha esortato il Venezuela a combattere insieme i trafficanti di droga che operano lungo il confine tra i due Paesi, a seguito delle minacce Usa riguardo a ulteriori azioni armate nella regione.
Ieri è emerso che il cardinale Pietro Parolin, incontrando alla vigilia di Natale l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Brian Burch, avrebbe sollecitato una via d’uscita per Nicolás Maduro, ricordando la disponibilità della Russia a offrirgli asilo e invitando alla prudenza. Secondo il Washington Post, Parolin avrebbe anche tentato senza successo di contattare il segretario di Stato Marco Rubio. Il Vaticano ha però contestato la diffusione di resoconti parziali di una conversazione definita «riservata».
Sempre sul versante diplomatico, emergono segnali di un possibile riassetto dei rapporti diretti tra Washington e Caracas. Secondo quanto riportato dalla Cnn, alcuni funzionari del Dipartimento di Stato statunitense si trovano a Caracas nella prima visita ufficiale in Venezuela da quando Nicolás Maduro è stato catturato. A guidare la delegazione sono funzionari della divisione per il Venezuela del Dipartimento di Stato, insieme all’ambasciatore americano ad interim in Colombia, John McNamara. Il Venezuela, pur ribadendo di essere stata vittima di un’aggressione, ha confermato in un comunicato ufficiale di essere impegnato in colloqui «esplorativi» con gli Stati Uniti per ristabilire le relazioni diplomatiche, interrotte nel 2019. Le autorità venezuelane hanno inoltre annunciato che, in risposta, una delegazione sarà inviata a Washington.
Ieri il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato dei detenuti italiani che il regime chavista intende scarcerare e tra questi figurano l’imprenditore Luigi Gasperin (non ancora liberato), e il giornalista italo-venezuelano Biagio Pilieri, liberato ieri. Meloni ha accolto positivamente le notizie , definendole un segnale concreto e auspicando «l’apertura di una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas». In conferenza stampa ha ribadito che l’Italia intende incoraggiare ogni passo «nel segno della pacificazione» e della tutela dei diritti fondamentali. Meloni ha inoltre rimarcato l’impegno costante del governo sul caso di Alberto Trentini, cooperante arrestato nel novembre 2024 e detenuto da oltre 420 giorni senza accuse. «Il governo italiano se ne occupa quotidianamente da oltre 400 giorni, mobilitando tutti i canali politici, diplomatici e di intelligence», ha spiegato, assicurando che Roma non arretrerà fino alla liberazione di tutti i connazionali ancora detenuti. Un messaggio che rafforza il peso politico dell’Italia nel dialogo con Caracas, anche in una fase di forte pressione internazionale. A confermare l’impegno italiano è stato anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha ribadito come Roma stia lavorando «perché possano essere liberati tutti i prigionieri italiani in Venezuela». La giornata si è chiusa a Washington, dove Trump ha ricevuto alla Casa Bianca i rappresentanti di oltre una dozzina di compagnie petrolifere internazionali per discutere del futuro del petrolio venezuelano e al tavolo c’era anche l’Eni.
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2026-01-10
Tivù Verità | Belpietro: «Incredibile, condannato il carabiniere che ha sparato per difesa»
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Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, denuncia un paradosso inquietante: un carabiniere che salva la vita a un collega viene condannato e costretto a risarcire la famiglia dell’aggressore. Morale: chi difende la legge rischia il carcere, mentre criminali e clandestini restano liberi.
Preghiera di fine Ramadan a Torino (Ansa)
Sotto la guida «transculturale» di una mediatrice e col bizzarro pretesto del contrasto alle discriminazioni di genere, l’associazione promuove la lingua e la cultura arabe.
Finora chi ipotizzava di portare avanti un (difficile) processo di integrazione degli stranieri di fede islamica venuti a vivere in Italia puntava su processi di mediazione culturale. Detta in parole povere, si facevano corsi per insegnare agli stranieri la nostra lingua, le nostre usanze, le nostre leggi. In molti casi con scarsi risultati, ma questo non spiega la curiosa iniziativa nata in seno all’Arci, che di fatto ribalta il processo: sono gli italiani che devono imparare l’arabo e conoscere il Corano.
Ad Avellino, dove è stata fondata, opera infatti l’associazione Islam insieme, che da statuto, oltre a dichiarare di aderire «all’associazione e rete associativa nazionale “Arci aps”, adottandone la tessera nazionale quale tessera sociale», ha tra le sue finalità la «promozione della cultura arabo-islamica e dei principi di dialogo interculturale». Ma in un perfetto cortocircuito logico Islam insieme promuove, almeno sulla carta, la «lotta alle discriminazioni e agli stereotipi di genere in chiave intersezionale, con l’impegno ad affermare il diritto all’autodeterminazione dei propri corpi, a contrastare la violenza di genere e agire per il riconoscimento dei diritti civili e la partecipazione attiva alla vita dell’associazione di tutte le soggettività comprese le persone trans, non binary e gender non-conforming». Vaste programme, avrebbe detto il generale Charles de Gaulle, visto che in molti Paesi islamici l’omosessualità è considerata un reato, in qualche caso punito perfino con la pena di morte.
Sta di fatto che tra i servizi offerti dall’associazione attraverso il proprio sito non c’è niente di tutto questo, ma attività come: incontri online di meditazione e spiritualità; webinar a tema per approfondire l’islam; uno «Spazio di ascolto» che offre «supporto e consulenza gratuita da parte della nostra guida Rosanna Maryam». Per chi decide di iscriversi, alla modica cifra di 15 euro l’anno, sono disponibili anche: «Accesso a La madrasa di Islam insieme», che viene definita un archivio corsi, webinar e risorse sull’Islam; «Jumuah online, una volta al mese riproponiamo l’atmosfera della preghiera del venerdì»; «Corso di ramadan gratis». Non manca poi la possibilità per gli iscritti di partecipare al «Weekend insieme», definito «il nostro ritiro spirituale annuale». Previsti anche sconti su corsi e consulenze individuali, servizi forniti dalla MaryamEd Academy. Riconducibile, come già si evince dal nome, alla «guida» Rosanna Maryam Caputo, «insegnante, mediatrice e consulente free lance», nata in Italia, che sul sito si presenta così: «Sono nata e cresciuta nel Sud Italia, ho vissuto in Medio Oriente, Nordafrica, Regno Unito e Germania. Questo fa di me una persona transculturale che tra italiano, inglese, tedesco e arabo si perde e si ritrova. Il mondo arabo-islamico mi ha insegnato che la conoscenza per essere utile deve trasformare la nostra vita, il mondo europeo mi ha dato gli strumenti per organizzarla e renderla fruibile a tutti».
Anche in questo caso, tra i corsi indicati sul sito nulla rimanda a temi come la lotta alle discriminazioni. Il catalogo prevede infatti due corsi gratuiti, «Cos’è il Corano» e «L’arabo e il Corano», seguita da altre opportunità a pagamento: Arabo per il Corano 1, Arabo per il Corano 2 e Arabo per il Corano 3. Questi ultimi disponibili anche in una versione «Full pack», paghi due prendi tre. Le consulenze individuali vengono presentate con uno slogan che ricorda molto quelli dei -molto occidentali e molto commerciali- corsi motivazionali dei vari life coach: «Parliamo nel dettaglio dell’arabo dei tuoi sogni! Creiamo insieme il tuo percorso personalizzato sulla base del tuo tempo, dei tuoi obiettivi linguistici e del tuo stile di apprendimento. Rispondi alle domande per aiutarmi a guidare la consulenza in linea con le tue esigenze!».
Insomma, più che un «dialogo interculturale», sembra che dietro all’iniziativa varata sotto l’egida dell’Arci, ci sia una promozione dei corsi della MaryamEd Academy. Con tanto di recensioni degli iscritti pubblicate sul sito.
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Keir Starmer (Ansa)
Provvedimento paradossale degli Emirati: tagliati i fondi a chi vuole iscriversi negli atenei del Regno Unito per paura del proselitismo dei Fratelli musulmani. Ormai i foreign fighters vengono a formarsi in Occidente...
Si è ribaltato il mondo: anziché essere i Paesi occidentali ad aver paura degli estremisti provenienti dai Paesi islamici, sono i Paesi islamici ad aver paura che i loro cittadini vengano a radicalizzarsi in Occidente. Lo «strano ma vero» l’ha segnalato il Financial Times. E lo ha notato anche il vicepresidente Usa, JD Vance, che su X l’ha definito un «titolo assolutamente pazzesco»: gli Emirati Arabi Uniti hanno tagliato i fondi agli studenti di Abu Dhabi che intendono frequentare l’università nel Regno Unito, poiché temono l’influsso della propaganda dei Fratelli musulmani negli atenei britannici. Nel cuore dell’Europa ex cristiana, dove, invece, la sharia soverchia spesso il common law. Altro che Siria e Afghanistan: i foreign fighters vengono a formarsi nel Vecchio continente.
Già lo scorso giugno, segnalava il quotidiano di Londra, il ministero della Ricerca emiratino aveva pubblicato una lista delle università sparse in giro per il mondo, per le quali avrebbe offerto borse di studio finanziate dalle casse pubbliche e garantito l’equiparazione dei titoli di studio in patria. Ebbene: dall’elenco, che includeva Stati Uniti, Australia, Francia e persino Israele, erano invece assenti le istituzioni educative inglesi. Meglio mandare i ragazzi da Benjamin Netanyahu, o magari a stretto contatto con i miliziani antisionisti, piuttosto che a casa di Keir Starmer, nonostante egli abbia bandito alcune Ong pro Palestina, attirandosi le critiche di Human rights watch?
Quando i funzionari del governo di sua maestà hanno interrogato gli omologhi arabi sui motivi dell’esclusione, questi ultimi hanno dichiarato apertamente che la loro non era una «svista», bensì una scelta deliberata: «Gli Emirati non vogliono che i loro figli vengano radicalizzati nei campus», ha spiegato una fonte al giornale della City. Proprio l’ondata di proteste seguita alla guerra a Gaza, peraltro, ha accresciuto le preoccupazioni.
I dati più recenti, riferiti all’anno accademico 2023-2024, parlano di una settantina di studenti dal profilo ideologico considerato meritevole delle attenzioni dello Stato e del suo programma per prevenire il fondamentalismo. Cifre piccole in assoluto, se si considera che la platea totale di iscritti agli atenei è di 3 milioni di persone. Fatto sta che, nell’anno accademico terminato a settembre 2025, nelle università del Regno Unito risultavano presenti 213 emiratini, il 22% in meno rispetto all’anno concluso nel settembre 2024 e il 55% in meno rispetto a quello culminato a settembre 2022.
Sono anni, in effetti, che Abu Dhabi, sotto la guida del presidente Mohamed bin Zayed al-Nahyan, rinfaccia a Londra di non aver voluto mettere fuorilegge la Fratellanza musulmana, protagonista del gigantesco equivoco delle primavere arabe: i movimenti che, alle nostre latitudini, vennero interpretati come un anelito alla libertà e alla democrazia, in realtà si trasformarono in un pretesto per la conquista del potere da parte degli estremisti. Starmer aveva assicurato che la faccenda era sotto «stretta revisione», ma non è stato compiuto alcun passo avanti, a fronte della relazione di undici anni fa, secondo la quale la Fratellanza non era collegata a nessun attacco terroristico e a nessuna attività eversiva sul suolo britannico.
Solo Nigel Farage - il leader del partito sovranista Reform Uk, la cui visita nel Paese del Golfo, lo scorso dicembre, secondo il Financial Times, è stata pagata proprio dal governo emiratino - si è impegnato a vietare l’organizzazione. È anche vero che, tra Emirati e Regno Unito, da un po’ non corre buon sangue. Pure il calcio ha contribuito ad aggravare le fratture: ad esempio, sono piovute accuse di «sportwashing» (il tentativo di sfruttare un’attività ludica molto popolare per lavare l’immagine di una nazione) su Khaldun al-Mubarak, patron del Manchester City.
Gli Emirati non sono gli unici a tenere le antenne dritte sulla Fratellanza musulmana: mentre Londra cincischia, ad esempio, la Giordania, nel 2025, ha chiuso la branca locale della fazione islamista, ha proibito di aderirvi e ha posto agli arresti alcuni membri, accusati di aver collaborato alla preparazione di potenziali attentati.
Anche l’Egitto - al Cairo lo sanno bene, dopo i disordini che portarono alla caduta di Muhammad Mubarak - considera la Fratellanza una fonte di destabilizzazione. E insieme ad Arabia Saudita, Tunisia e Algeria, ha adottato provvedimenti per impedire infiltrazioni di attivisti radicalizzati e scongiurare il reclutamento di combattenti, anche all’interno di scuole e università, sia in patria sia all’estero.
Il Regno Unito, all’opposto, ormai da tempo accetta che, sul suo territorio, corti parallele amministrino il diritto di famiglia basato sul Corano; e solo di recente ha accettato di affrontare le conseguenze dello scandalo delle «grooming gang», gli abusi sessuali di massa sui minori, perpetrati tra il 1990 e il 2010 in varie cittadine, ad opera di immigrati pakistani. Troppo a lungo coperti, in nome dell’antirazzismo e della lotta all’islamofobia. Si possono forse considerare islamofobe pure le monarchie del Golfo? Non sarà mica che chi conosce i Fratelli musulmani li evita?
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