{{ subpage.title }}

Guida ai film e alle serie tv di settembre

Guida ai film e alle serie tv di settembre
iStock

Gli italiani si affidano sempre di più allo streaming, ma - complice il Festival di Venezia - la sala cinematografica riserva grandi sorprese, a partire dell'ultimo film di James Bond.

Lo speciale contiene quattro articoli e gallery fotografiche.


Nel 2019 il 64,6% della popolazione ha partecipato a qualche forma di intrattenimento o spettacolo fuori casa. Un'abitudine che è molto cambiata negli ultimi anni, a causa delle restrizioni conseguenti lo scoppio della pandemia. Sempre più italiani si rivolgono allo streaming per il loro intrattenimento. A dimostrarlo sono i dati raccolti da EY.

A gennaio 2021, gli abbonamenti attivi in Italia superavano gli 11 milioni, con una crescita di 6,5 milioni di utenti in quattro anni. Un numero che sale a 16 milioni se si prendono in considerazione le migliaia di account condivisi con familiari e amici. Stando all'analisi di EY, Netflix è al primo posto per numero di utenti (3,78 milioni) seguito da Amazon Prime Video (2,30) e Disney+ (oltre un milione di abbonati).

Restano poi numerosi anche i “pirati" dello streaming. Si conta che in Italia ce ne siano quasi 11 milioni, tanti quanti gli iscritti alle maggiori piattaforme. Secondo una ricerca, l'incidenza della pirateria si attesta al 38% nell'ultimo anno, in linea con il 2019. Si è però registrato un incremento sugli eventi live, al 14% contro al 10% del 2019.

La platea più ampia è quella che riguarda i servizi in streaming gratuiti, da Youtube (95% del mercato) passando per RaiPlay, Mediaset Play e La7D. In base alle valutazioni di EY, gli utenti attivi sulle piattaforme sarebbero circa 27 milioni, contro i sette del 2018.

Sono molto diversi i numeri che riguardano il cinema. Si stima che nel 2020 siano andati persi 460 milioni di incassi e tra il 75% e il 90% di pubblico. Una vera e propria ecatombe che sta modificando anche la produzione dei contenuti.

Il giornalista Lucas Shaw ha parlato di un vero e proprio «dilemma dei media moderni». Se fino a qualche anno fa, il successo di una pellicola era dettato dai numeri del botteghino, oggi è sempre più difficile capire cosa fa successo e cosa no. Le maggiori piattaforme di streaming rifiutano di rilasciare i dati relativi ai contenuti. Anche la «Top 10» rilasciata da Netflix non spiega il criterio con cui sono state calcolate le visualizzazioni dei film in classifica. «Stiamo entrando in una realtà in cui è sempre più arduo determinare cosa ha successo e cosa invece no» ha commentato Shaw.

Le uscite di settembre al cinema

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (1 settembre)

Shang-Chi è un giovane supereroe che intraprende un inedito viaggio alla scoperta di se stesso. Destin Daniel Cretton, regista e sceneggiatore del film, ha detto di essere entusiasta di portare la storia di Shang-Chi sul grande schermo e ha dichiarato: «Il problema più grande della vita di Shang-Chi è non sapere chi lui sia veramente. Deve imparare a gestire ogni parte di sé. Se non permetterà a se stesso di esaminare tutto - il bene, il male, la luce e l'oscurità - e di farli convivere, non sarà in grado di raggiungere il suo pieno potenziale». In Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, Shang-Chi (Simu Liu) deve confrontarsi con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle quando viene trascinato nella rete della misteriosa organizzazione dei Dieci Anelli.

Il collezionista di carte (3 settembre)

Questo thriller prodotto da Martin Scorsese gareggerà alla Mostra del Cinema di Venezia. Raccontato con l'intensità che è da sempre il marchio di fabbrica dello sceneggiatore e regista Paul Schrader, il film vede come protagonista Oscar Isaac nel ruolo di William Tell, un ex militare che vive nell'ombra come giocatore d'azzardo di piccolo cabotaggio. La vita meticolosa di Tell viene scossa dall'incontro con Cirk (Tye Sheridan), un giovane in cerca di vendetta contro un nemico comune. Con il sostegno della misteriosa finanziatrice La Linda (Tiffany Haddish), Tell porta Cirk nel circuito dei casinò per condurlo su una nuova strada. Dei fantasmi del passato, però, non ci si libera così facilmente.

Qui rido io (9 settembre)

Anche questa pellicola, con Toni Servillo come protagonista, sarà in concorso a Venezia. Qui rido io racconta la storia del grande attore comico Eduardo Scarpetta. Re del botteghino all’inizio del Novecento, al culmine del successo Scarpetta si concede quello che si rivelerà un pericoloso azzardo. Decide di realizzare la parodia de La figlia di Iorio, tragedia del più grande poeta italiano del tempo, Gabriele D'Annunzio. La sera del debutto in teatro si scatena un putiferio: la commedia viene interrotta tra urla, fischi e improperi sollevati dai poeti e drammaturghi della nuova generazione che gridano allo scandalo e Scarpetta finisce con l'essere denunciato per plagio dallo stesso D'Annunzio. Inizia, così, la prima storica causa sul diritto d'autore in Italia.

Dune (16 settembre)

Il nuovo adattamento della celebre saga letteraria di Frank Herbert vede come protagonisti Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome) e Zendaya (Spiderman, Euphoria). In un universo controllato da un impero di tipo feudale; la Casa Atreides, governata dal Duca Leto Atreides, è in opposizione alla Casa Harkonnen, governata dal Barone Harkonnen. Agli Atreides viene affidato il compito di prendere il posto degli Harkonnen sul pianeta Arrakis, il pianeta più importante di tutti, perchè luogo di origine della sostanza che permette alla Gilda Spaziale di sostenere i viaggi interstellari. Ma c'è una trama misteriosa che si nasconde nell'ombra e il giovane erede della Casa Atreides, Paul, verrà chiamato a compiere il suo destino, il destino che cambierà per sempre l’universo.

Space Jam - New Legends (23 settembre)

Sequel del classico anni Novanta e campione d’incassi negli Stati Uniti, il nuovo Space Jam vede protagonista il campione di pallacanestro LeBron James. L’atleta sogna per il figlio Dom un futuro nel mondo del basket e lo iscrive a un campo estivo sportivo. Il ragazzo tuttavia rifiuta la proposta del padre, volendo invece diventare un progettista di videogiochi. Un giorno, padre e figlio si ritrovano all'interno di una fabbrica di server di computer, e vengono risucchiati all'interno del "Server-Verso", un universo parallelo composto da film, cartoni animati e serie televisive del gruppo Warner Bros. e capeggiato da Al-G Rhythm, un'entità computerizzata malvagia che li tiene in ostaggio. Per potersi salvare, il cestista dovrà partecipare ad una partita di pallacanestro insieme ai Looney Tunes contro la Goon Squad, costituita dai cloni computerizzati di alcuni giocatori di basket compagni di LeBron.

No time to Die (30 settembre)

L’ultimo Bond di Daniel Craig arriva finalmente nelle sale. Il 25esimo film di 007 è diretto da Cary Fukunaga e la colonna sonora è stata composta da Hans Zimmer. A firmare il brano principale del film su James Bond è stata la giovane Billie Eilish. Ambientato cinque anni più tardi rispetto agli avvenimenti raccontati in Spectre, No Time to Die racconta la vita ormai tranquilla di James Bond, che si è ritirato dal MI6. La sua ritrovata tranquillità viene presto sconvolta, però, dalla richiesta d’aiuto di un amico per trarre in salvo uno scienziato di nome Waldo Obruchev. Il rapimento dello scienziato, in realtà, è molto più complicato di quanto appaia e porta James Bond alla ricerca di Lyutsifer Safin, un pericoloso terrorista.

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli

La Casa di Carta 5

La fine ha inizio. La Casa di Carta 5, volume uno, debutterà su Netflix il tre settembre. Come accaduto per la prima stagione, la conclusione della serie spagnola sarà divisa in due parti (la seconda uscirà il 3 dicembre).

«La banda è stata rinchiusa nella Banca di Spagna per oltre 100 ore. Sono riusciti a salvare Lisbona, ma il loro momento più buio è alle porte dopo aver perso uno di loro. Il Professore è stato catturato da Sierra e, per la prima volta, non ha un piano di fuga. Proprio quando sembra che nient'altro possa andare storto, entra in scena un nemico molto più potente di tutti quelli che hanno affrontato: l'esercito. La fine della più grande rapina della storia si sta avvicinando e quella che era iniziata come una rapina si trasformerà in una guerra» si legge nella sinossi ufficiale, pubblicata lo scorso 2 agosto insieme a un trailer ricco di azione.

«Arrendersi non è un'opzione» è il claim del finale di questa serie dei record, la più vista di sempre. La Casa de Papel è infatti risultata più popolare di prodotti hollywoodiani come il Trono di Spade e The Walking Dead, superando il miliardo di richieste in tutto il mondo.

In merito all'ultima stagione, il creatore della serie ha raccontato a Entertainment Weekly: «La banda sarà ora spinta in situazioni irreversibili, in una guerra selvaggia. È la parte più epica di tutte le parti che abbiamo girato. Abbiamo passato quasi un anno a pensare a come distruggere la banda. Come mettere alle corde il Professore. Come entrare in situazioni irreversibili per molti personaggi. Il risultato è la quinta stagione de La Casa de Papel . La guerra raggiunge i suoi livelli più estremi e selvaggi, ma è anche la stagione più epica ed emozionante».

Nel trailer vediamo il Professore catturato da Alicia mentre dice ai suoi compagni che la sua telefonata potrebbe essere l'ultima. Gli spoiler sulle morti dei protagonisti si rincorrono - le più insistenti riguardano Rio - ma niente paura, Netflix sta già pensando a uno spin off dedicato a El Professor. Bisogna solo aspettare la conclusione della rapina del secolo.

America Horror Stories

American Horror Story, la popolare serie ideata da Ryan Murphy e Brad Flachuk, ci ha portato in un credibile viaggio horror, cambiando ambientazione ogni stagione. Da una casa infestata a un manicomio, da una congrega di streghe a New Orleans fino a un freak show itinerante, da un hotel con un passato oscuro e sanguinoso all’apocalisse, fino a un campo estivo mortale.

I creatori di AHS hanno ridefinito il genere horror e ad oggi sono moltissimi i fan appassionati che ogni anno attendono con ansia di scoprire quali terrori riserverà il prossimo capitolo. American Horror Stories è un nuovo prodotto Star Original che ci accompagnerà fino a ottobre, mese di uscita della decima stagione della serie: American Horror Story: Double Feature.

American Horror Stories è composta da sette episodi, propone una storia horror diversa per ogni episodio. In questa nuova serie ritroveremo la tuta di lattice di Rubber Man, ma sarà un nuovo personaggio a indossarla.Un’altra storia sarà ambientata in un drive-in dove accadrà qualcosa di inspiegabile, mentre un gruppo di amici influencer si troveranno a fare i conti con la rabbia di Babbo Natale dopo aver filmato e pubblicato sul loro canale Youtube il suicidio di un uomo (una storia che ricorda molto quanto successo con Logan Paul nel 2018, ndr).

Il prosciutto spagnolo non è tutto uguale. Alla scoperta del vero Pata Negra tra marketing e realtà
iStock
Lo importiamo e mangiamo da un bel po’, ma è salito alla ribalta popolare quando Briatore ne ha fatto un ingrediente delle sue pizze. Quello originale proviene da un maiale che, a parte la caratteristica zampa nera (da cui prende il nome), è al 100% iberico, vive allo stato brado e ha un’alimentazione a base di ghiande, erba e radici. Il suo sapore intenso sopraffino è determinato dal grasso e intensificato dalla stagionatura. Si taglia al coltello, quindi la fetta è abbastanza spessa e in alcuni punti quasi callosa. Ma in bocca si scioglie...
Continua a leggereRiduci

Non una sconfitta, ma una "rovinosa disfatta". I numeri del referendum sulla separazione delle carriere consegnano una vittoria schiacciante al fronte del "No", certificando una distanza abissale tra gli schieramenti nonostante il pressing finale del centrodestra.

Pietruccio Montalbetti: «Ho vissuto con gli indios e scalato le Ande a 70 anni»
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».

«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.

Come nacquero i Dik Dik?

«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».

Per suonare andavate in una sala della parrocchia…

«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».

Chi lo suonava?

«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».

Poi che successe?

«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».

E per tornare a Battisti?

«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».

Sognando la California

«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».

Cinquanta milioni di dischi venduti…

«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».

Viaggi solitari?

«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».

Hai trovato la libertà?

«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».

Sei sposato?

«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».

La personalità di Battisti era tormentata?

«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».

Che idea ti sei fatto dell’aldilà?

«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».

Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?

«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».

Decenni di abusi sui bimbi non sono un caso
iStock
Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.

Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.

Continua a leggereRiduci
Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy