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2021-07-08
La guerra dei Mas italiani sul Mar Nero e sul lago Ladoga (1942-43)
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Il Mas 528 in azione sul lago Ladoga
Sulle acque del Mar Nero le imbarcazioni italiane non si erano più viste dal XV secolo, quando lo sciabordio dei remi delle galee genovesi le avevano battute per lungo tempo, sulle rotte del commercio del Banco di San Giorgio. Sulle sue sponde erano nate e si erano sviluppate le colonie della Superba: Caffa, Cherson (oggi Sebastopoli) Caulita (oggi Jalta) e molte altre. Per i secoli successivi, quando gli Ottomani conquistarono la zona, la lingua genovese fu tramandata dai discendenti dei commercianti italiani venuti da occidente.
Le chiglie di navi italiane solcarono nuovamente il mar nero quasi cinque secoli dopo, quando il mondo si trovava all'apice della Seconda Guerra Mondiale, nella fase topica dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica, la famigerata operazione "Barbarossa". Gli italiani vi parteciparono sin dal luglio 1941 con un contingente di fanteria, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) accettato "obtorto collo" da Hitler appena intervenuto nei Balcani a causa delle gravi difficoltà del Regio Esercito sul fronte greco-albanese.
Diverso fu l'atteggiamento germanico per quanto riguardò il ruolo della Regia Marina, fatto che costituì un'evidente eccezione per tutta la storia strategica dell'Asse. Il Mar Nero risultava infatti per le forze del Terzo Reich un punto debole di tutta l'operazione, perché le sue acque erano battute da forze ingenti della Marina sovietica e permettevano il passaggio di rifornimenti fondamentali per rendere difficile l'assedio della fortezza navale sovietica di Sebastopoli. La marina russa aveva a disposizione una nave da battaglia, la Parizskaja Kommuna, cinque incrociatori e quattordici cacciatorpediniere. Si aggiungevano ben 43 sommergibili, due cannoniere, 18 draga e posamine, 84 motosiluranti. Un armata del mare potente, che rischiava di compromettere le operazioni di assedio con la garanzia dei rifornimenti. Sulla sponda alleata dell'Asse, quella romena, le forze navali del regime di Bucarest erano pressoché inesistenti. Fu così che il comandante della Kriegsmarine Ammiraglio Raeder chiese la collaborazione della Regia Marina, memore dei successi della Baia di Suda e di Alessandria d'Egitto da parte dei Mas e degli incursori.
La prima battaglia, per le unità di Marina prescelte, fu il viaggio dai porti italiani alle sponde del Mar Nero. Per la XII e la IV Squadriglia Mas stava per cominciare un'epopea logistica tra le più complicate. Raggiungere il Mar Nero attraverso il Mediterraneo era impraticabile, sia per i rischi connessi alla presenza massiccia della Marina britannica che per la chiusura al traffico militare dello stretto dei Dardanelli. I Mas, gli MTSM (Motoscafi Turismo Siluranti Modificati) i barchini esplosivi e anche i minisommergibili Caproni classe CB dovettero così affrontare il viaggio per buona parte via terra.
Destinata al teatro del Mar Nero, il convoglio italiano della IV Squadriglia Mas fu affidato per la parte logistica ad una delle ditte più importanti dell'epoca, la Fumagalli di Milano. La colonna fu intitolata ad uno dei più famosi eroi dell'assedio di Malta, il Capitano di Fregata Antonio Moccagatta, caduto nel luglio 1941. il convoglio contava 28 autocarri sui quali erano stati caricati anche tutti i materiali per il rimontaggio e la manutenzione. Da La Spezia la lunga teoria dei mezzi d'assalto della Marina mosse alla fine di aprile del 1942 in direzione del Brennero per transitare via Innsbruck in direzione di Vienna. Il passaggio della colonna fu spesso ostacolato da strade strette e costruzioni che dovettero essere abbattute per permettere il passaggio dei Mas italiani. Dalla Capitale austriaca gli scafi si immersero nelle acque del Danubio, per un lungo viaggio che li portò fino alla foce del grande fiume a Costanza, in territorio romeno dove giunsero il 2 maggio. L' ultima tappa fu il porto di Jalta, sede operativa dei mezzi d'assalto italiani agli ordini del Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli. L'attività nel quadro delle operazioni contro il porto di Sebastopoli iniziò subito. I mezzi italiani fecero da subito notare le proprie capacità offensive. I Mas presenti nella base di Jalta (dal n.566 al n.576) erano scafi della quinta serie costruiti dai cantieri Baglietto, Picchiotto e Celli. Erano mezzi velocissimi, dotati di un propulsore Isotta Fraschini da 2000 Cv e potevano raggiungere la spettacolare velocità di 44 nodi (circa 81 Km/h). Erano armati con mitragliere Breda 13,2 o tre da 20/65, due lanciasiluri da 450 e 6 bombe di profondità. Le azioni della IV Mas raggiunsero già nel primo mese alcuni risultati importanti, con l'affondamento di un mercantile sovietico con rifornimenti per 10.000 tonnellate e un piroscafo da 5.000. La parte debole dell'attività di guerra dei Mas italiani veniva dal cielo, poiché non erano adeguatamente protetti dai caccia (tedeschi, in quanto non vi era presenza della Regia Aeronautica) e dovettero subire perdite per l'attacco dell'aviazione sovietica. Nel mese di giugno ai motoscafi si aggiunsero i minisommergibili classe CB, uno dei quali sarà subito affondato per un attacco aereo russo alla base di Jalta. Il 18 giugno 1942 i Mas attaccarono un convoglio di uomini e materiali sovietici diretto a Sebastopoli, protetto da diverse cannoniere. Una delle imbarcazioni fu affondata, premessa ad azioni ancora più incisive nell'ambito della presa di Sebastopoli e Balaklava. Le missioni dei Mas nel Mar Nero furono complessivamente 65 a cui si sommarono le decine di sortite dei motoscafi siluranti e dei sommergibili CB. Le vittorie della IV Squadriglia Mas totalizzarono un incrociatore (il Molotov), un sommergibile, due mercantili e tre motovedette della Marina sovietica.
Nell'agosto del 1942 i mas 573, 568 e 569 furono i protagonisti della più importante vittoria, quella sul citato incrociatore "Molotov" e sul cacciatorpediniere Kharkov, che incrociavano in cerca di naviglio nemico per ostacolare i rifornimenti tedeschi verso la regione del Caucaso e si apprestavano a cannoneggiare la base di Feodosia. Nonostante la superiorità di fuoco del Molotov, con le sue bocche da 181 e i pezzi da 100 e 45 i mezzi d'assalto italiani si scagliarono contro la nave sovietica. Dopo un primo lancio andato a vuoto, uno dei siluri del 568 centrò in pieno il Molotov a poppa. Nella fuga il Mas fu inseguito dal veloce Kharkov ma riuscì con uno stratagemma a liberarsi dell'inseguitore che nel frattempo lo bersagliava con tutti i calibri disponibili. Il comandante Legnani fece sganciare le bombe di profondità in modalità scoppio anticipato, soluzione che riuscì a danneggiare e a far arretrare l'inseguitore.
All'inizio del settembre 1942 la base italiana di Feodosia fu colpita da un violento bombardamento sovietico che causò la perdita di tre Mas, tra cui il 573 che prese parte all'affondamento del Molotov.
Poco più tardi giunse l'inverno russo, e con esso la ritirata delle forze dell'Asse, di cui risentirono anche le unità della Regia Marina sul Mar Nero. Il carburante cominciò a scarseggiare e il fronte ad arretrare. Nonostante l'ordine di rientro in Italia per parte dei mezzi sul Mar Nero, alcune unità continuarono a combattere fino al 25 aprile 1943. L'ultima azione vittoriosa in quelle acque fu il 26 agosto, quando un sommergibile CB ebbe ragione di un sottomarino sovietico. Con l'armistizio i CB rimasti furono sequestrati dalle forze romene di Costanza, egli equipaggi italiani internati.
I minisommergibili saranno poi sequestrati dai sovietici che li useranno per alcuni esperimenti nel dopoguerra.
Il secondo fronte dell'operazione Barbarossa dove si trovarono ad operare gli Italiani fu il lago Ladoga, dove le unità della Regia Marina fecero parte di un contingente interforze che comprendeva, oltre alla Kriegsmarine, anche la Marina finlandese, alla quale fu affidato il comando nella figura del comandante Jarvinen. Alla richiesta della Kriegsmarine fu costituita a La Spezia la XII Squadriglia Mas con quattro mezzi della classe 500 (526,527,528, 529) agli ordini del Capitano di Corvetta Giuseppe Bianchini. Il viaggio dei Mas fu complesso e ancora più lungo di quello affrontato dalla IV Squadriglia. I chilometri complessivi percorsi su gomma furono oltre 3.000, fino all'arrivo a Stettino, che anticipò l'ultimo viaggio in piroscafo fino ad Helsinki. Gli Italiani furono assegnati alla ben rifornita base di Lahdenpoja, dove iniziò l'attività di appoggio e scorta alla Marina finlandese impegnata nel contrasto ai rifornimenti sovietici durante l'assedio di Leningrado. Il 15 agosto 1942 il Mas 527 del tenente Renato Bechi avvistò tre cannoniere sovietiche, che puntarono le proprie armi danneggiando l'imbarcazione italiana. Senza arretrare, ed in concorso con il Mas 528, lo scafo del tenente Bechi si lanciò verso il naviglio avversario sotto una pioggia di colpi e rispondendo con la sua mitragliera 20/65. a favore di lancio, i due Mas riuscirono a colpire ed affondare una delle cannoniere. L'azione si ripete alcuni giorni dopo, protagonisti gli stessi due Mas. In questo caso la vittima fu un convoglio sovietico che trasportava materiali. Nonostante venissero scoperti dal nemico a causa della distanza estremamente ravvicinata, con una rapida manovra di disimpegno i due scafi della XII Mas ricomparirono più tardi a favore di tiro. In poco più di 30 secondi la maona (in termini marinari una grande chiatta da rimorchio) lunga ben 70 metri saltò in aria con tutto il suo carico destinato a Leningrado. Poi anche sul Ladoga scese l'inverno, e a quella latitudine l'acqua si trasforma in ghiaccio non risultando più navigabile. I Mas italiani furono trasferiti nuovamente via Helsinki alla base di Reval, in Estonia. Nella primavera del 1943 i marinai italiani furono richiamati in patria e i Mas lasciati alla marina finlandese dopo tre mesi di intensa attività sulle acque del Ladoga.
Il comandante del Mas 527 protagonista dell'affondamento della cannoniera sovietica, come citato dalle memorie storiche della Marina Militare Italiana, passerà dopo l'8 settembre alla Marina co-belligerante partecipando al timone del MS 33 allo sbarco di informatori alleati dell'Oss a Punta del Moro, nei pressi di Ortona. Il Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli proseguì invece la carriera nella Marina Militare Italiana fino al grado di Ammiraglio e il congedo nel 1964.
Per approfondire la storia della guerra dei Mas sul Mar nero e sul Ladoga, si segnala il volume di Gianni Bianchi "La XII e IV Flottiglia Mas nel lago Ladoga e Mar Nero - TV Renato Bechi, comandante del Mas 527" (Sarasota).
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Nella primavera 1941 iniziava l'operazione Barbarossa e partiva il primo contingente di fanteria italiano. La Regia Marina fu chiamata a contribuire agli assedi di Sebastopoli e Leningrado grazie alla fama dovuta ai successi dei Mas, che impegnarono la XII e IV Squadriglia.Sulle acque del Mar Nero le imbarcazioni italiane non si erano più viste dal XV secolo, quando lo sciabordio dei remi delle galee genovesi le avevano battute per lungo tempo, sulle rotte del commercio del Banco di San Giorgio. Sulle sue sponde erano nate e si erano sviluppate le colonie della Superba: Caffa, Cherson (oggi Sebastopoli) Caulita (oggi Jalta) e molte altre. Per i secoli successivi, quando gli Ottomani conquistarono la zona, la lingua genovese fu tramandata dai discendenti dei commercianti italiani venuti da occidente.Le chiglie di navi italiane solcarono nuovamente il mar nero quasi cinque secoli dopo, quando il mondo si trovava all'apice della Seconda Guerra Mondiale, nella fase topica dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica, la famigerata operazione "Barbarossa". Gli italiani vi parteciparono sin dal luglio 1941 con un contingente di fanteria, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) accettato "obtorto collo" da Hitler appena intervenuto nei Balcani a causa delle gravi difficoltà del Regio Esercito sul fronte greco-albanese. Diverso fu l'atteggiamento germanico per quanto riguardò il ruolo della Regia Marina, fatto che costituì un'evidente eccezione per tutta la storia strategica dell'Asse. Il Mar Nero risultava infatti per le forze del Terzo Reich un punto debole di tutta l'operazione, perché le sue acque erano battute da forze ingenti della Marina sovietica e permettevano il passaggio di rifornimenti fondamentali per rendere difficile l'assedio della fortezza navale sovietica di Sebastopoli. La marina russa aveva a disposizione una nave da battaglia, la Parizskaja Kommuna, cinque incrociatori e quattordici cacciatorpediniere. Si aggiungevano ben 43 sommergibili, due cannoniere, 18 draga e posamine, 84 motosiluranti. Un armata del mare potente, che rischiava di compromettere le operazioni di assedio con la garanzia dei rifornimenti. Sulla sponda alleata dell'Asse, quella romena, le forze navali del regime di Bucarest erano pressoché inesistenti. Fu così che il comandante della Kriegsmarine Ammiraglio Raeder chiese la collaborazione della Regia Marina, memore dei successi della Baia di Suda e di Alessandria d'Egitto da parte dei Mas e degli incursori. La prima battaglia, per le unità di Marina prescelte, fu il viaggio dai porti italiani alle sponde del Mar Nero. Per la XII e la IV Squadriglia Mas stava per cominciare un'epopea logistica tra le più complicate. Raggiungere il Mar Nero attraverso il Mediterraneo era impraticabile, sia per i rischi connessi alla presenza massiccia della Marina britannica che per la chiusura al traffico militare dello stretto dei Dardanelli. I Mas, gli MTSM (Motoscafi Turismo Siluranti Modificati) i barchini esplosivi e anche i minisommergibili Caproni classe CB dovettero così affrontare il viaggio per buona parte via terra. Destinata al teatro del Mar Nero, il convoglio italiano della IV Squadriglia Mas fu affidato per la parte logistica ad una delle ditte più importanti dell'epoca, la Fumagalli di Milano. La colonna fu intitolata ad uno dei più famosi eroi dell'assedio di Malta, il Capitano di Fregata Antonio Moccagatta, caduto nel luglio 1941. il convoglio contava 28 autocarri sui quali erano stati caricati anche tutti i materiali per il rimontaggio e la manutenzione. Da La Spezia la lunga teoria dei mezzi d'assalto della Marina mosse alla fine di aprile del 1942 in direzione del Brennero per transitare via Innsbruck in direzione di Vienna. Il passaggio della colonna fu spesso ostacolato da strade strette e costruzioni che dovettero essere abbattute per permettere il passaggio dei Mas italiani. Dalla Capitale austriaca gli scafi si immersero nelle acque del Danubio, per un lungo viaggio che li portò fino alla foce del grande fiume a Costanza, in territorio romeno dove giunsero il 2 maggio. L' ultima tappa fu il porto di Jalta, sede operativa dei mezzi d'assalto italiani agli ordini del Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli. L'attività nel quadro delle operazioni contro il porto di Sebastopoli iniziò subito. I mezzi italiani fecero da subito notare le proprie capacità offensive. I Mas presenti nella base di Jalta (dal n.566 al n.576) erano scafi della quinta serie costruiti dai cantieri Baglietto, Picchiotto e Celli. Erano mezzi velocissimi, dotati di un propulsore Isotta Fraschini da 2000 Cv e potevano raggiungere la spettacolare velocità di 44 nodi (circa 81 Km/h). Erano armati con mitragliere Breda 13,2 o tre da 20/65, due lanciasiluri da 450 e 6 bombe di profondità. Le azioni della IV Mas raggiunsero già nel primo mese alcuni risultati importanti, con l'affondamento di un mercantile sovietico con rifornimenti per 10.000 tonnellate e un piroscafo da 5.000. La parte debole dell'attività di guerra dei Mas italiani veniva dal cielo, poiché non erano adeguatamente protetti dai caccia (tedeschi, in quanto non vi era presenza della Regia Aeronautica) e dovettero subire perdite per l'attacco dell'aviazione sovietica. Nel mese di giugno ai motoscafi si aggiunsero i minisommergibili classe CB, uno dei quali sarà subito affondato per un attacco aereo russo alla base di Jalta. Il 18 giugno 1942 i Mas attaccarono un convoglio di uomini e materiali sovietici diretto a Sebastopoli, protetto da diverse cannoniere. Una delle imbarcazioni fu affondata, premessa ad azioni ancora più incisive nell'ambito della presa di Sebastopoli e Balaklava. Le missioni dei Mas nel Mar Nero furono complessivamente 65 a cui si sommarono le decine di sortite dei motoscafi siluranti e dei sommergibili CB. Le vittorie della IV Squadriglia Mas totalizzarono un incrociatore (il Molotov), un sommergibile, due mercantili e tre motovedette della Marina sovietica. Nell'agosto del 1942 i mas 573, 568 e 569 furono i protagonisti della più importante vittoria, quella sul citato incrociatore "Molotov" e sul cacciatorpediniere Kharkov, che incrociavano in cerca di naviglio nemico per ostacolare i rifornimenti tedeschi verso la regione del Caucaso e si apprestavano a cannoneggiare la base di Feodosia. Nonostante la superiorità di fuoco del Molotov, con le sue bocche da 181 e i pezzi da 100 e 45 i mezzi d'assalto italiani si scagliarono contro la nave sovietica. Dopo un primo lancio andato a vuoto, uno dei siluri del 568 centrò in pieno il Molotov a poppa. Nella fuga il Mas fu inseguito dal veloce Kharkov ma riuscì con uno stratagemma a liberarsi dell'inseguitore che nel frattempo lo bersagliava con tutti i calibri disponibili. Il comandante Legnani fece sganciare le bombe di profondità in modalità scoppio anticipato, soluzione che riuscì a danneggiare e a far arretrare l'inseguitore. All'inizio del settembre 1942 la base italiana di Feodosia fu colpita da un violento bombardamento sovietico che causò la perdita di tre Mas, tra cui il 573 che prese parte all'affondamento del Molotov. Poco più tardi giunse l'inverno russo, e con esso la ritirata delle forze dell'Asse, di cui risentirono anche le unità della Regia Marina sul Mar Nero. Il carburante cominciò a scarseggiare e il fronte ad arretrare. Nonostante l'ordine di rientro in Italia per parte dei mezzi sul Mar Nero, alcune unità continuarono a combattere fino al 25 aprile 1943. L'ultima azione vittoriosa in quelle acque fu il 26 agosto, quando un sommergibile CB ebbe ragione di un sottomarino sovietico. Con l'armistizio i CB rimasti furono sequestrati dalle forze romene di Costanza, egli equipaggi italiani internati. I minisommergibili saranno poi sequestrati dai sovietici che li useranno per alcuni esperimenti nel dopoguerra. Il secondo fronte dell'operazione Barbarossa dove si trovarono ad operare gli Italiani fu il lago Ladoga, dove le unità della Regia Marina fecero parte di un contingente interforze che comprendeva, oltre alla Kriegsmarine, anche la Marina finlandese, alla quale fu affidato il comando nella figura del comandante Jarvinen. Alla richiesta della Kriegsmarine fu costituita a La Spezia la XII Squadriglia Mas con quattro mezzi della classe 500 (526,527,528, 529) agli ordini del Capitano di Corvetta Giuseppe Bianchini. Il viaggio dei Mas fu complesso e ancora più lungo di quello affrontato dalla IV Squadriglia. I chilometri complessivi percorsi su gomma furono oltre 3.000, fino all'arrivo a Stettino, che anticipò l'ultimo viaggio in piroscafo fino ad Helsinki. Gli Italiani furono assegnati alla ben rifornita base di Lahdenpoja, dove iniziò l'attività di appoggio e scorta alla Marina finlandese impegnata nel contrasto ai rifornimenti sovietici durante l'assedio di Leningrado. Il 15 agosto 1942 il Mas 527 del tenente Renato Bechi avvistò tre cannoniere sovietiche, che puntarono le proprie armi danneggiando l'imbarcazione italiana. Senza arretrare, ed in concorso con il Mas 528, lo scafo del tenente Bechi si lanciò verso il naviglio avversario sotto una pioggia di colpi e rispondendo con la sua mitragliera 20/65. a favore di lancio, i due Mas riuscirono a colpire ed affondare una delle cannoniere. L'azione si ripete alcuni giorni dopo, protagonisti gli stessi due Mas. In questo caso la vittima fu un convoglio sovietico che trasportava materiali. Nonostante venissero scoperti dal nemico a causa della distanza estremamente ravvicinata, con una rapida manovra di disimpegno i due scafi della XII Mas ricomparirono più tardi a favore di tiro. In poco più di 30 secondi la maona (in termini marinari una grande chiatta da rimorchio) lunga ben 70 metri saltò in aria con tutto il suo carico destinato a Leningrado. Poi anche sul Ladoga scese l'inverno, e a quella latitudine l'acqua si trasforma in ghiaccio non risultando più navigabile. I Mas italiani furono trasferiti nuovamente via Helsinki alla base di Reval, in Estonia. Nella primavera del 1943 i marinai italiani furono richiamati in patria e i Mas lasciati alla marina finlandese dopo tre mesi di intensa attività sulle acque del Ladoga. Il comandante del Mas 527 protagonista dell'affondamento della cannoniera sovietica, come citato dalle memorie storiche della Marina Militare Italiana, passerà dopo l'8 settembre alla Marina co-belligerante partecipando al timone del MS 33 allo sbarco di informatori alleati dell'Oss a Punta del Moro, nei pressi di Ortona. Il Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli proseguì invece la carriera nella Marina Militare Italiana fino al grado di Ammiraglio e il congedo nel 1964. Per approfondire la storia della guerra dei Mas sul Mar nero e sul Ladoga, si segnala il volume di Gianni Bianchi "La XII e IV Flottiglia Mas nel lago Ladoga e Mar Nero - TV Renato Bechi, comandante del Mas 527" (Sarasota).
Teatro San Samuele
Il Gazzettino, riportando la notizia, si pone una domanda: «Effetti del politicamente corretto o effetti dell’Intelligenza artificiale? Difficile dirlo… Nell’opera originale si vede un uomo, alla destra dell’imponente edificio, affiancato da un “moretto” che gli offre qualcosa, forse del cibo, posto sopra un vassoio. Questi servitori africani andavano particolarmente di moda nelle dimore nobiliari settecentesche e, di conseguenza, figuravano anche nelle rappresentazioni artistiche. Nel filmato però qualcosa è cambiato: non c’è più alcun vassoio e soprattutto il gentiluomo ritratto viene affiancato da un ragazzino non più di colore ma di carnagione bianca… Questo ragazzino “sbiancato” non è più neanche in posizione da servitore». Insomma, un vero e proprio rifacimento del dipinto, almeno in questa parte.
Ma il dipinto del Bellotto non doveva servire, nel filmato su Casanova, a ricostruire l’ambientazione storica nella quale visse il libertino lagunare? Oppure chi ha fatto questo filmato pensava di fare come quegli chef stellati che fanno le rivisitazioni dei piatti arrivando fino a proporti una bistecca chianina con un uovo sopra? Vorremmo far osservare che non si tratta esattamente della stessa cosa perché lo chef, anche un po’ a cacchio, può fare quello che vuole e se poi trova uno di tal cattivo gusto da mangiare una bistecca chinina con un uovo fritto sopra sono problemi legati al gusto e all’intestino di chi la mangia.
Nel caso del celebre dipinto del Bellotto non si tratta di una rivisitazione, ma di un marchiano errore di tipo storico che si fa beffa della storia, ivi rappresentata, e ne propone una deformazione. Anche Andy Warhol proponeva della «rivisitazioni» ma era Andy Warhol. Qui di Andy Warhol non c’è neanche un’unghia del mignolo della mano sinistra. Qui siamo in presenza delle famose furbate fatte non dai furbi ma dal suo contrario, che andrebbero definiti con termini irripetibili. Il furbo, come ci dice il dizionario, è «chi è dotato di un’intelligenza pratica che gli consente di volgere con scaltrezza ogni situazione a proprio vantaggio». Capite bene che qui non è un furbo quello che ha fatto questa cosa, ma qualcuno che vuole falsificare la storia. Se voleva ricostruire l’ambiente del Settecento nel quale era vissuto Giacomo Casanova, cittadino della Repubblica di Venezia e noto come avventuriero, seduttore e libertino dai tratti raffinati, ebbene, nel Settecento quel quadro rappresentava la realtà storica, non inventata dal Bellotto. E nei confronti della realtà storica, quando serve ad ambientare, quindi a far capire l’ambiente e la cultura nella quale è vissuto un personaggio, ebbene, quella storia è una, è indelebile, è quella cosa lì e non un’altra. Se poi uno vuol giocare con le opere del Bellotto lo faccia, ma non ci venga a dire, come ha fatto in un comunicato la Fondazione Cini di fronte alle critiche sollevate degli studiosi del celebre pittore veneto anch’esso vissuto nel Settecento e nato a Venezia, esattamente come il viveur Casanova, che la colpa sia ascrivibile alla scelta della Intelligenza artificiale perché questa è una perculata, anche perché ciò che fa l’Intelligenza artificiale può essere corretto, rivisto, modificato e, in questo caso specifico, riportato al dato storico. Leggete la supercazzola che hanno messo per iscritto questi signori: «L’Intelligenza artificiale viene utilizzata in modo sperimentale accogliendo l’imprevisto come elemento necessario, esaltando la manipolazione dell’immagine come mezzo o, meglio, come stile espressivo… La frammentazione, la distorsione e la ricomposizione digitale diventano parte di un processo artistico che trasforma il documento». E come avrebbe sostenuto il conte Mascetti il tutto avviene «come fosse Antani».
Ma cosa vuol dire che l’Intelligenza artificiale accoglie «l’imprevisto come elemento necessario»? Cioè è necessario deformare l’opera del Bellotto che rappresenta una realtà storica? Ma siamo diventati tutti matti? Necessario, notoriamente, è ciò che viene contrapposto al possibile. Leibniz sosteneva che le verità necessarie non sono negabili perché la negazione è falsa e assurda. Cosa c’è di necessario e assoluto che l’Intelligenza artificiale possa elaborare stravolgendo l’opera di un grandissimo pittore come il Bellotto, detto anche Canaletto?
Questi signori della Fondazione ci dicono inoltre che tutta questa distorsione e ricomposizione digitale «diventano parte di un processo artistico che trasforma il documento». Ma qui il documento è un documento storico che non va trasformato. Tra l’altro, per un periodo della sua vita, la pittura del Bellotto virò verso una forma di verismo descrittivo e, come dovrebbe essere noto anche a questi personaggi che hanno fatto questo disastro, nel verismo la realtà viene riportata quasi come in una fotografia, con la stessa fedeltà. Questo vale per i paesaggi dipinti dal Bellotto, ma vale anche per questo quadro nel quale il «negretto» riporta un’usanza del Settecento. Allora sorge un dubbio: vogliamo usare l’Intelligenza artificiale per coprire il politicamente corretto che ci impone di cancellare il colore del viso del servitore, e anche la postura, perché esso non diventi più il servitore nero ma una sorta di conoscente del signorotto e non un paggio africano come consuetudine del tempo? Siamo arrivati a questo livello di follia? A Venezia, luogo di nascita sia del Casanova che del Bellotto, si è scelto di stravolgere la realtà per non offendere chi? Qualche decerebrato? Qualcuno che non sa nulla sul Settecento? Qualcuno che è ignorante come una capra (di sgarbiana memoria) e che va comunque compiaciuto eliminando il colore del viso di un soggetto di una splendida opera del Canaletto?
La storia culturale rappresenta uno dei filoni più importanti della ricerca storica inquanto pone una particolare attenzione alle pratiche, alla cultura materiale e alle usanze dei popoli (è quella che i tedeschi chiamano Kulturgeschichte). Cambiando il colore del viso di questo soggetto africano si è tolto dal quadro un elemento fondamentale per la ricostruzione dell’ambiente storico in cui visse Casanova. Bella operazione, complimenti vivissimi.
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Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
Di più si capirà nelle prossime settimane. Nella cronaca pubblicata da Repubblica, che ha dato la notizia, viene sottolineato non solo il presunto allontanamento dal luogo dell’incidente ma anche l’omissione di soccorso. Una circostanza, quest’ultima, che viene smentita dal racconto dell’intervento dei sanitari del 118 e della presa in carico della persona ferita, arrivata al pronto soccorso in codice verde, senza che venga chiarito in quale momento la persona coinvolta avrebbe lasciato la scena, rendendo la sequenza dei fatti ancora poco chiara.
L’incidente, sul quale al momento l’imprenditore non ha rilasciato dichiarazioni, si è verificato intorno alle 12.49 del 16 novembre. La Ferrari intestata a Del Vecchio junior stava percorrendo la tangenziale in direzione Sud, in un tratto caratterizzato da traffico intenso. Durante una manovra di sorpasso, il veicolo avrebbe urtato il posteriore di una Bmw 530, innescando una carambola che ha portato entrambe le vetture a colpire più volte il guardrail prima di arrestarsi sulla corsia di emergenza. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118. La conducente della Bmw, una donna di 58 anni, è stata trasportata in ospedale in codice verde, con lesioni giudicate lievi. I soccorritori hanno riferito che a bordo dell’autovettura si trovavano due uomini, entrambi in condizioni tali da non richiedere il ricovero.
Quando, circa mezz’ora dopo l’impatto, è arrivata una pattuglia della Polizia stradale, alla guida della Ferrari è stato identificato un uomo di 53 anni, Daniele O., già dipendente del gruppo Luxottica con incarichi di asset protection e attività legate alla sicurezza. L’uomo non risultava intestatario del veicolo e, secondo quanto verbalizzato dagli agenti, ha mostrato inizialmente difficoltà nel mettere in moto l’auto e nel trovare la documentazione di bordo, premendo il pulsante di accensione senza riuscire ad avviare il motore e azionando, invece, i tergicristalli.
Agli agenti della Polstrada Daniele O. ha dichiarato di essere stato lui alla guida della macchina al momento dell’incidente. Ha riferito di conoscere Del Vecchio junior e di trovarsi con lui per motivi personali. In un primo momento, ha spiegato che l’altro uomo presente si sarebbe allontanato dal luogo del sinistro per problemi familiari. La versione fornita è stata, tuttavia, messa in discussione dagli accertamenti successivi. Le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti lungo il tracciato e i rilievi effettuati dagli investigatori avrebbero documentato che Daniele O. sarebbe arrivato sul posto solo alcuni minuti dopo l’incidente, parcheggiando la propria auto a circa cento metri di distanza. Le stesse immagini mostrerebbero una fase successiva in cui le persone inizialmente presenti a bordo del veicolo scendono e si allontanano, lasciando l’ex addetto alla sicurezza alla guida dell’auto di lusso.
In base a questi elementi, gli investigatori ipotizzano i reati di sostituzione di persona in concorso e quello di omissione di soccorso, contestando l’allontanamento dal luogo dell’incidente prima dell’identificazione da parte delle forze dell’ordine ma, comunque, non prima dell’arrivo dell’ambulanza sul luogo del sinistro. Tanto è vero che un infermiere avrebbe dichiarato di aver visto un uomo con barba e capelli lunghi all’interno del veicolo e sarebbe stato proprio lui a indirizzare i soccorritori verso la donna ferita.
La ricostruzione dei fatti e le responsabilità restano affidate agli accertamenti. Saranno gli investigatori a fare piena luce sulla dinamica dell’incidente stradale e sull’eventuale sussistenza di profili di responsabilità. Leonardo Maria Del Vecchio ha manifestato la propria totale disponibilità a collaborare con gli investigatori, al fine di chiarire ogni aspetto della vicenda con la massima trasparenza.
Negli ultimi mesi, Del Vecchio è stato al centro dell’attenzione soprattutto per le operazioni avviate nel settore dell’editoria. L’imprenditore ha fatto un’offerta vincolante, accettata da Editoriale Nazionale, per il gruppo QN, che comprende Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino ed è entrato nel capitale del Giornale con una quota pari al 30%. Nello stesso periodo sono circolate indiscrezioni su un possibile interesse anche per il gruppo Gedi, di cui fa parte la testata la Repubblica; un’ipotesi che non avrebbe avuto seguito, con l’azionista John Elkann orientato a trattare la cessione con il gruppo greco di Theodore Kyriaku.
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Giovanni Franzoni festeggia sul podio dopo la discesa libera maschile della Coppa del Mondo di sci alpino a Kitzbuehel (Ansa)
Un risultato che allo sci azzurro mancava dal 2019, quando toccò a Dominik Paris tagliare il traguardo con il miglior tempo. La vittoria di Franzoni assume dunque un valore simbolico enorme, oltre a far risuonare l’inno di Mameli sul gradino più alto a Kitzbühel dopo sette anni, spalanca allo sciatore bresciano le porte del club ristrettissimo degli italiani che si sono imposti sulla Streif: da Kristian Ghedina nel 1998 a Peter Fill nel 2016; oltre a Paris che vinse anche nel 2013 e nel 2017.
Per Franzoni, si tratta della prima vittoria in discesa e della seconda in carriera in Coppa del Mondo, dopo il successo nel superG di Wengen di pochi giorni fa. La Streif, con i suoi 3.312 metri di adrenalina pura, ha visto il bresciano partire con il pettorale numero due e dominare in lungo e in largo, soprattutto nel tratto finale, dove la sua linea perfetta al Lärchenschuss e la precisione sull’Hausbergkante hanno fatto la differenza. Al traguardo, il crono di 1’52’’31 gli ha permesso di avere la meglio sullo svizzero Marco Odermatt, grande favorito della vigilia, che ha chiuso a soli 7 centesimi. Il podio è stato completato dal francese Maxence Muzaton (+0,39), partito con il pettorale 29 e capace di sorprendere tutti. A fine gara Franzoni non è riuscito a nascondere l’emozione complice anche la dedica speciale nei confronti di Matteo Franzoso, amico e compagno di squadra scomparso lo scorso settembre in Cile in seguito a una caduta in allenamento: «È un sogno, sto tremando dall’emozione. Prima della stradina forse ho fatto qualche sbavatura, ma da lì in poi ho sciato da paura. In partenza avevo in mente Matteo, con cui l’anno scorso condividevo la camera». Nella giornata che resterà nella memoria di tutto lo sci azzurro, oltre al capolavoro firmato da Franzoni, l’Italia ha offerto una prova di squadra eccellente con Florian Schieder che ha chiuso quarto, Dominik Paris settimo e Mattia Casse undicesimo. La classifica di discesa vede ora Odermatt consolidare il comando con 460 punti, seguito dal connazionale Franjo Von Allmen (295). Tra gli azzurri, Franzoni e Paris condividono il terzo posto a 216 punti, mentre Schieder è quinto con 190. Non solo uomini, però. In Repubblica Ceca, a Špindleruv Mlyn, è andato in scena lo slalom gigante femminile, senza le azzurre Federica Brignone e Sofia Goggia, impegnate nella preparazione delle gare veloci. A vincere è stata la svedese Sara Hector davanti alle statunitensi Paula Moltzan e Mikaela Shiffrin. La migliore delle italiane è stata Lara Della Mea che ha chiuso la gara in settima posizione.
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