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2021-07-08
La guerra dei Mas italiani sul Mar Nero e sul lago Ladoga (1942-43)
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Il Mas 528 in azione sul lago Ladoga
Sulle acque del Mar Nero le imbarcazioni italiane non si erano più viste dal XV secolo, quando lo sciabordio dei remi delle galee genovesi le avevano battute per lungo tempo, sulle rotte del commercio del Banco di San Giorgio. Sulle sue sponde erano nate e si erano sviluppate le colonie della Superba: Caffa, Cherson (oggi Sebastopoli) Caulita (oggi Jalta) e molte altre. Per i secoli successivi, quando gli Ottomani conquistarono la zona, la lingua genovese fu tramandata dai discendenti dei commercianti italiani venuti da occidente.
Le chiglie di navi italiane solcarono nuovamente il mar nero quasi cinque secoli dopo, quando il mondo si trovava all'apice della Seconda Guerra Mondiale, nella fase topica dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica, la famigerata operazione "Barbarossa". Gli italiani vi parteciparono sin dal luglio 1941 con un contingente di fanteria, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) accettato "obtorto collo" da Hitler appena intervenuto nei Balcani a causa delle gravi difficoltà del Regio Esercito sul fronte greco-albanese.
Diverso fu l'atteggiamento germanico per quanto riguardò il ruolo della Regia Marina, fatto che costituì un'evidente eccezione per tutta la storia strategica dell'Asse. Il Mar Nero risultava infatti per le forze del Terzo Reich un punto debole di tutta l'operazione, perché le sue acque erano battute da forze ingenti della Marina sovietica e permettevano il passaggio di rifornimenti fondamentali per rendere difficile l'assedio della fortezza navale sovietica di Sebastopoli. La marina russa aveva a disposizione una nave da battaglia, la Parizskaja Kommuna, cinque incrociatori e quattordici cacciatorpediniere. Si aggiungevano ben 43 sommergibili, due cannoniere, 18 draga e posamine, 84 motosiluranti. Un armata del mare potente, che rischiava di compromettere le operazioni di assedio con la garanzia dei rifornimenti. Sulla sponda alleata dell'Asse, quella romena, le forze navali del regime di Bucarest erano pressoché inesistenti. Fu così che il comandante della Kriegsmarine Ammiraglio Raeder chiese la collaborazione della Regia Marina, memore dei successi della Baia di Suda e di Alessandria d'Egitto da parte dei Mas e degli incursori.
La prima battaglia, per le unità di Marina prescelte, fu il viaggio dai porti italiani alle sponde del Mar Nero. Per la XII e la IV Squadriglia Mas stava per cominciare un'epopea logistica tra le più complicate. Raggiungere il Mar Nero attraverso il Mediterraneo era impraticabile, sia per i rischi connessi alla presenza massiccia della Marina britannica che per la chiusura al traffico militare dello stretto dei Dardanelli. I Mas, gli MTSM (Motoscafi Turismo Siluranti Modificati) i barchini esplosivi e anche i minisommergibili Caproni classe CB dovettero così affrontare il viaggio per buona parte via terra.
Destinata al teatro del Mar Nero, il convoglio italiano della IV Squadriglia Mas fu affidato per la parte logistica ad una delle ditte più importanti dell'epoca, la Fumagalli di Milano. La colonna fu intitolata ad uno dei più famosi eroi dell'assedio di Malta, il Capitano di Fregata Antonio Moccagatta, caduto nel luglio 1941. il convoglio contava 28 autocarri sui quali erano stati caricati anche tutti i materiali per il rimontaggio e la manutenzione. Da La Spezia la lunga teoria dei mezzi d'assalto della Marina mosse alla fine di aprile del 1942 in direzione del Brennero per transitare via Innsbruck in direzione di Vienna. Il passaggio della colonna fu spesso ostacolato da strade strette e costruzioni che dovettero essere abbattute per permettere il passaggio dei Mas italiani. Dalla Capitale austriaca gli scafi si immersero nelle acque del Danubio, per un lungo viaggio che li portò fino alla foce del grande fiume a Costanza, in territorio romeno dove giunsero il 2 maggio. L' ultima tappa fu il porto di Jalta, sede operativa dei mezzi d'assalto italiani agli ordini del Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli. L'attività nel quadro delle operazioni contro il porto di Sebastopoli iniziò subito. I mezzi italiani fecero da subito notare le proprie capacità offensive. I Mas presenti nella base di Jalta (dal n.566 al n.576) erano scafi della quinta serie costruiti dai cantieri Baglietto, Picchiotto e Celli. Erano mezzi velocissimi, dotati di un propulsore Isotta Fraschini da 2000 Cv e potevano raggiungere la spettacolare velocità di 44 nodi (circa 81 Km/h). Erano armati con mitragliere Breda 13,2 o tre da 20/65, due lanciasiluri da 450 e 6 bombe di profondità. Le azioni della IV Mas raggiunsero già nel primo mese alcuni risultati importanti, con l'affondamento di un mercantile sovietico con rifornimenti per 10.000 tonnellate e un piroscafo da 5.000. La parte debole dell'attività di guerra dei Mas italiani veniva dal cielo, poiché non erano adeguatamente protetti dai caccia (tedeschi, in quanto non vi era presenza della Regia Aeronautica) e dovettero subire perdite per l'attacco dell'aviazione sovietica. Nel mese di giugno ai motoscafi si aggiunsero i minisommergibili classe CB, uno dei quali sarà subito affondato per un attacco aereo russo alla base di Jalta. Il 18 giugno 1942 i Mas attaccarono un convoglio di uomini e materiali sovietici diretto a Sebastopoli, protetto da diverse cannoniere. Una delle imbarcazioni fu affondata, premessa ad azioni ancora più incisive nell'ambito della presa di Sebastopoli e Balaklava. Le missioni dei Mas nel Mar Nero furono complessivamente 65 a cui si sommarono le decine di sortite dei motoscafi siluranti e dei sommergibili CB. Le vittorie della IV Squadriglia Mas totalizzarono un incrociatore (il Molotov), un sommergibile, due mercantili e tre motovedette della Marina sovietica.
Nell'agosto del 1942 i mas 573, 568 e 569 furono i protagonisti della più importante vittoria, quella sul citato incrociatore "Molotov" e sul cacciatorpediniere Kharkov, che incrociavano in cerca di naviglio nemico per ostacolare i rifornimenti tedeschi verso la regione del Caucaso e si apprestavano a cannoneggiare la base di Feodosia. Nonostante la superiorità di fuoco del Molotov, con le sue bocche da 181 e i pezzi da 100 e 45 i mezzi d'assalto italiani si scagliarono contro la nave sovietica. Dopo un primo lancio andato a vuoto, uno dei siluri del 568 centrò in pieno il Molotov a poppa. Nella fuga il Mas fu inseguito dal veloce Kharkov ma riuscì con uno stratagemma a liberarsi dell'inseguitore che nel frattempo lo bersagliava con tutti i calibri disponibili. Il comandante Legnani fece sganciare le bombe di profondità in modalità scoppio anticipato, soluzione che riuscì a danneggiare e a far arretrare l'inseguitore.
All'inizio del settembre 1942 la base italiana di Feodosia fu colpita da un violento bombardamento sovietico che causò la perdita di tre Mas, tra cui il 573 che prese parte all'affondamento del Molotov.
Poco più tardi giunse l'inverno russo, e con esso la ritirata delle forze dell'Asse, di cui risentirono anche le unità della Regia Marina sul Mar Nero. Il carburante cominciò a scarseggiare e il fronte ad arretrare. Nonostante l'ordine di rientro in Italia per parte dei mezzi sul Mar Nero, alcune unità continuarono a combattere fino al 25 aprile 1943. L'ultima azione vittoriosa in quelle acque fu il 26 agosto, quando un sommergibile CB ebbe ragione di un sottomarino sovietico. Con l'armistizio i CB rimasti furono sequestrati dalle forze romene di Costanza, egli equipaggi italiani internati.
I minisommergibili saranno poi sequestrati dai sovietici che li useranno per alcuni esperimenti nel dopoguerra.
Il secondo fronte dell'operazione Barbarossa dove si trovarono ad operare gli Italiani fu il lago Ladoga, dove le unità della Regia Marina fecero parte di un contingente interforze che comprendeva, oltre alla Kriegsmarine, anche la Marina finlandese, alla quale fu affidato il comando nella figura del comandante Jarvinen. Alla richiesta della Kriegsmarine fu costituita a La Spezia la XII Squadriglia Mas con quattro mezzi della classe 500 (526,527,528, 529) agli ordini del Capitano di Corvetta Giuseppe Bianchini. Il viaggio dei Mas fu complesso e ancora più lungo di quello affrontato dalla IV Squadriglia. I chilometri complessivi percorsi su gomma furono oltre 3.000, fino all'arrivo a Stettino, che anticipò l'ultimo viaggio in piroscafo fino ad Helsinki. Gli Italiani furono assegnati alla ben rifornita base di Lahdenpoja, dove iniziò l'attività di appoggio e scorta alla Marina finlandese impegnata nel contrasto ai rifornimenti sovietici durante l'assedio di Leningrado. Il 15 agosto 1942 il Mas 527 del tenente Renato Bechi avvistò tre cannoniere sovietiche, che puntarono le proprie armi danneggiando l'imbarcazione italiana. Senza arretrare, ed in concorso con il Mas 528, lo scafo del tenente Bechi si lanciò verso il naviglio avversario sotto una pioggia di colpi e rispondendo con la sua mitragliera 20/65. a favore di lancio, i due Mas riuscirono a colpire ed affondare una delle cannoniere. L'azione si ripete alcuni giorni dopo, protagonisti gli stessi due Mas. In questo caso la vittima fu un convoglio sovietico che trasportava materiali. Nonostante venissero scoperti dal nemico a causa della distanza estremamente ravvicinata, con una rapida manovra di disimpegno i due scafi della XII Mas ricomparirono più tardi a favore di tiro. In poco più di 30 secondi la maona (in termini marinari una grande chiatta da rimorchio) lunga ben 70 metri saltò in aria con tutto il suo carico destinato a Leningrado. Poi anche sul Ladoga scese l'inverno, e a quella latitudine l'acqua si trasforma in ghiaccio non risultando più navigabile. I Mas italiani furono trasferiti nuovamente via Helsinki alla base di Reval, in Estonia. Nella primavera del 1943 i marinai italiani furono richiamati in patria e i Mas lasciati alla marina finlandese dopo tre mesi di intensa attività sulle acque del Ladoga.
Il comandante del Mas 527 protagonista dell'affondamento della cannoniera sovietica, come citato dalle memorie storiche della Marina Militare Italiana, passerà dopo l'8 settembre alla Marina co-belligerante partecipando al timone del MS 33 allo sbarco di informatori alleati dell'Oss a Punta del Moro, nei pressi di Ortona. Il Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli proseguì invece la carriera nella Marina Militare Italiana fino al grado di Ammiraglio e il congedo nel 1964.
Per approfondire la storia della guerra dei Mas sul Mar nero e sul Ladoga, si segnala il volume di Gianni Bianchi "La XII e IV Flottiglia Mas nel lago Ladoga e Mar Nero - TV Renato Bechi, comandante del Mas 527" (Sarasota).
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Nella primavera 1941 iniziava l'operazione Barbarossa e partiva il primo contingente di fanteria italiano. La Regia Marina fu chiamata a contribuire agli assedi di Sebastopoli e Leningrado grazie alla fama dovuta ai successi dei Mas, che impegnarono la XII e IV Squadriglia.Sulle acque del Mar Nero le imbarcazioni italiane non si erano più viste dal XV secolo, quando lo sciabordio dei remi delle galee genovesi le avevano battute per lungo tempo, sulle rotte del commercio del Banco di San Giorgio. Sulle sue sponde erano nate e si erano sviluppate le colonie della Superba: Caffa, Cherson (oggi Sebastopoli) Caulita (oggi Jalta) e molte altre. Per i secoli successivi, quando gli Ottomani conquistarono la zona, la lingua genovese fu tramandata dai discendenti dei commercianti italiani venuti da occidente.Le chiglie di navi italiane solcarono nuovamente il mar nero quasi cinque secoli dopo, quando il mondo si trovava all'apice della Seconda Guerra Mondiale, nella fase topica dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica, la famigerata operazione "Barbarossa". Gli italiani vi parteciparono sin dal luglio 1941 con un contingente di fanteria, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) accettato "obtorto collo" da Hitler appena intervenuto nei Balcani a causa delle gravi difficoltà del Regio Esercito sul fronte greco-albanese. Diverso fu l'atteggiamento germanico per quanto riguardò il ruolo della Regia Marina, fatto che costituì un'evidente eccezione per tutta la storia strategica dell'Asse. Il Mar Nero risultava infatti per le forze del Terzo Reich un punto debole di tutta l'operazione, perché le sue acque erano battute da forze ingenti della Marina sovietica e permettevano il passaggio di rifornimenti fondamentali per rendere difficile l'assedio della fortezza navale sovietica di Sebastopoli. La marina russa aveva a disposizione una nave da battaglia, la Parizskaja Kommuna, cinque incrociatori e quattordici cacciatorpediniere. Si aggiungevano ben 43 sommergibili, due cannoniere, 18 draga e posamine, 84 motosiluranti. Un armata del mare potente, che rischiava di compromettere le operazioni di assedio con la garanzia dei rifornimenti. Sulla sponda alleata dell'Asse, quella romena, le forze navali del regime di Bucarest erano pressoché inesistenti. Fu così che il comandante della Kriegsmarine Ammiraglio Raeder chiese la collaborazione della Regia Marina, memore dei successi della Baia di Suda e di Alessandria d'Egitto da parte dei Mas e degli incursori. La prima battaglia, per le unità di Marina prescelte, fu il viaggio dai porti italiani alle sponde del Mar Nero. Per la XII e la IV Squadriglia Mas stava per cominciare un'epopea logistica tra le più complicate. Raggiungere il Mar Nero attraverso il Mediterraneo era impraticabile, sia per i rischi connessi alla presenza massiccia della Marina britannica che per la chiusura al traffico militare dello stretto dei Dardanelli. I Mas, gli MTSM (Motoscafi Turismo Siluranti Modificati) i barchini esplosivi e anche i minisommergibili Caproni classe CB dovettero così affrontare il viaggio per buona parte via terra. Destinata al teatro del Mar Nero, il convoglio italiano della IV Squadriglia Mas fu affidato per la parte logistica ad una delle ditte più importanti dell'epoca, la Fumagalli di Milano. La colonna fu intitolata ad uno dei più famosi eroi dell'assedio di Malta, il Capitano di Fregata Antonio Moccagatta, caduto nel luglio 1941. il convoglio contava 28 autocarri sui quali erano stati caricati anche tutti i materiali per il rimontaggio e la manutenzione. Da La Spezia la lunga teoria dei mezzi d'assalto della Marina mosse alla fine di aprile del 1942 in direzione del Brennero per transitare via Innsbruck in direzione di Vienna. Il passaggio della colonna fu spesso ostacolato da strade strette e costruzioni che dovettero essere abbattute per permettere il passaggio dei Mas italiani. Dalla Capitale austriaca gli scafi si immersero nelle acque del Danubio, per un lungo viaggio che li portò fino alla foce del grande fiume a Costanza, in territorio romeno dove giunsero il 2 maggio. L' ultima tappa fu il porto di Jalta, sede operativa dei mezzi d'assalto italiani agli ordini del Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli. L'attività nel quadro delle operazioni contro il porto di Sebastopoli iniziò subito. I mezzi italiani fecero da subito notare le proprie capacità offensive. I Mas presenti nella base di Jalta (dal n.566 al n.576) erano scafi della quinta serie costruiti dai cantieri Baglietto, Picchiotto e Celli. Erano mezzi velocissimi, dotati di un propulsore Isotta Fraschini da 2000 Cv e potevano raggiungere la spettacolare velocità di 44 nodi (circa 81 Km/h). Erano armati con mitragliere Breda 13,2 o tre da 20/65, due lanciasiluri da 450 e 6 bombe di profondità. Le azioni della IV Mas raggiunsero già nel primo mese alcuni risultati importanti, con l'affondamento di un mercantile sovietico con rifornimenti per 10.000 tonnellate e un piroscafo da 5.000. La parte debole dell'attività di guerra dei Mas italiani veniva dal cielo, poiché non erano adeguatamente protetti dai caccia (tedeschi, in quanto non vi era presenza della Regia Aeronautica) e dovettero subire perdite per l'attacco dell'aviazione sovietica. Nel mese di giugno ai motoscafi si aggiunsero i minisommergibili classe CB, uno dei quali sarà subito affondato per un attacco aereo russo alla base di Jalta. Il 18 giugno 1942 i Mas attaccarono un convoglio di uomini e materiali sovietici diretto a Sebastopoli, protetto da diverse cannoniere. Una delle imbarcazioni fu affondata, premessa ad azioni ancora più incisive nell'ambito della presa di Sebastopoli e Balaklava. Le missioni dei Mas nel Mar Nero furono complessivamente 65 a cui si sommarono le decine di sortite dei motoscafi siluranti e dei sommergibili CB. Le vittorie della IV Squadriglia Mas totalizzarono un incrociatore (il Molotov), un sommergibile, due mercantili e tre motovedette della Marina sovietica. Nell'agosto del 1942 i mas 573, 568 e 569 furono i protagonisti della più importante vittoria, quella sul citato incrociatore "Molotov" e sul cacciatorpediniere Kharkov, che incrociavano in cerca di naviglio nemico per ostacolare i rifornimenti tedeschi verso la regione del Caucaso e si apprestavano a cannoneggiare la base di Feodosia. Nonostante la superiorità di fuoco del Molotov, con le sue bocche da 181 e i pezzi da 100 e 45 i mezzi d'assalto italiani si scagliarono contro la nave sovietica. Dopo un primo lancio andato a vuoto, uno dei siluri del 568 centrò in pieno il Molotov a poppa. Nella fuga il Mas fu inseguito dal veloce Kharkov ma riuscì con uno stratagemma a liberarsi dell'inseguitore che nel frattempo lo bersagliava con tutti i calibri disponibili. Il comandante Legnani fece sganciare le bombe di profondità in modalità scoppio anticipato, soluzione che riuscì a danneggiare e a far arretrare l'inseguitore. All'inizio del settembre 1942 la base italiana di Feodosia fu colpita da un violento bombardamento sovietico che causò la perdita di tre Mas, tra cui il 573 che prese parte all'affondamento del Molotov. Poco più tardi giunse l'inverno russo, e con esso la ritirata delle forze dell'Asse, di cui risentirono anche le unità della Regia Marina sul Mar Nero. Il carburante cominciò a scarseggiare e il fronte ad arretrare. Nonostante l'ordine di rientro in Italia per parte dei mezzi sul Mar Nero, alcune unità continuarono a combattere fino al 25 aprile 1943. L'ultima azione vittoriosa in quelle acque fu il 26 agosto, quando un sommergibile CB ebbe ragione di un sottomarino sovietico. Con l'armistizio i CB rimasti furono sequestrati dalle forze romene di Costanza, egli equipaggi italiani internati. I minisommergibili saranno poi sequestrati dai sovietici che li useranno per alcuni esperimenti nel dopoguerra. Il secondo fronte dell'operazione Barbarossa dove si trovarono ad operare gli Italiani fu il lago Ladoga, dove le unità della Regia Marina fecero parte di un contingente interforze che comprendeva, oltre alla Kriegsmarine, anche la Marina finlandese, alla quale fu affidato il comando nella figura del comandante Jarvinen. Alla richiesta della Kriegsmarine fu costituita a La Spezia la XII Squadriglia Mas con quattro mezzi della classe 500 (526,527,528, 529) agli ordini del Capitano di Corvetta Giuseppe Bianchini. Il viaggio dei Mas fu complesso e ancora più lungo di quello affrontato dalla IV Squadriglia. I chilometri complessivi percorsi su gomma furono oltre 3.000, fino all'arrivo a Stettino, che anticipò l'ultimo viaggio in piroscafo fino ad Helsinki. Gli Italiani furono assegnati alla ben rifornita base di Lahdenpoja, dove iniziò l'attività di appoggio e scorta alla Marina finlandese impegnata nel contrasto ai rifornimenti sovietici durante l'assedio di Leningrado. Il 15 agosto 1942 il Mas 527 del tenente Renato Bechi avvistò tre cannoniere sovietiche, che puntarono le proprie armi danneggiando l'imbarcazione italiana. Senza arretrare, ed in concorso con il Mas 528, lo scafo del tenente Bechi si lanciò verso il naviglio avversario sotto una pioggia di colpi e rispondendo con la sua mitragliera 20/65. a favore di lancio, i due Mas riuscirono a colpire ed affondare una delle cannoniere. L'azione si ripete alcuni giorni dopo, protagonisti gli stessi due Mas. In questo caso la vittima fu un convoglio sovietico che trasportava materiali. Nonostante venissero scoperti dal nemico a causa della distanza estremamente ravvicinata, con una rapida manovra di disimpegno i due scafi della XII Mas ricomparirono più tardi a favore di tiro. In poco più di 30 secondi la maona (in termini marinari una grande chiatta da rimorchio) lunga ben 70 metri saltò in aria con tutto il suo carico destinato a Leningrado. Poi anche sul Ladoga scese l'inverno, e a quella latitudine l'acqua si trasforma in ghiaccio non risultando più navigabile. I Mas italiani furono trasferiti nuovamente via Helsinki alla base di Reval, in Estonia. Nella primavera del 1943 i marinai italiani furono richiamati in patria e i Mas lasciati alla marina finlandese dopo tre mesi di intensa attività sulle acque del Ladoga. Il comandante del Mas 527 protagonista dell'affondamento della cannoniera sovietica, come citato dalle memorie storiche della Marina Militare Italiana, passerà dopo l'8 settembre alla Marina co-belligerante partecipando al timone del MS 33 allo sbarco di informatori alleati dell'Oss a Punta del Moro, nei pressi di Ortona. Il Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli proseguì invece la carriera nella Marina Militare Italiana fino al grado di Ammiraglio e il congedo nel 1964. Per approfondire la storia della guerra dei Mas sul Mar nero e sul Ladoga, si segnala il volume di Gianni Bianchi "La XII e IV Flottiglia Mas nel lago Ladoga e Mar Nero - TV Renato Bechi, comandante del Mas 527" (Sarasota).
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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