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2021-07-08
La guerra dei Mas italiani sul Mar Nero e sul lago Ladoga (1942-43)
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Il Mas 528 in azione sul lago Ladoga
Sulle acque del Mar Nero le imbarcazioni italiane non si erano più viste dal XV secolo, quando lo sciabordio dei remi delle galee genovesi le avevano battute per lungo tempo, sulle rotte del commercio del Banco di San Giorgio. Sulle sue sponde erano nate e si erano sviluppate le colonie della Superba: Caffa, Cherson (oggi Sebastopoli) Caulita (oggi Jalta) e molte altre. Per i secoli successivi, quando gli Ottomani conquistarono la zona, la lingua genovese fu tramandata dai discendenti dei commercianti italiani venuti da occidente.
Le chiglie di navi italiane solcarono nuovamente il mar nero quasi cinque secoli dopo, quando il mondo si trovava all'apice della Seconda Guerra Mondiale, nella fase topica dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica, la famigerata operazione "Barbarossa". Gli italiani vi parteciparono sin dal luglio 1941 con un contingente di fanteria, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) accettato "obtorto collo" da Hitler appena intervenuto nei Balcani a causa delle gravi difficoltà del Regio Esercito sul fronte greco-albanese.
Diverso fu l'atteggiamento germanico per quanto riguardò il ruolo della Regia Marina, fatto che costituì un'evidente eccezione per tutta la storia strategica dell'Asse. Il Mar Nero risultava infatti per le forze del Terzo Reich un punto debole di tutta l'operazione, perché le sue acque erano battute da forze ingenti della Marina sovietica e permettevano il passaggio di rifornimenti fondamentali per rendere difficile l'assedio della fortezza navale sovietica di Sebastopoli. La marina russa aveva a disposizione una nave da battaglia, la Parizskaja Kommuna, cinque incrociatori e quattordici cacciatorpediniere. Si aggiungevano ben 43 sommergibili, due cannoniere, 18 draga e posamine, 84 motosiluranti. Un armata del mare potente, che rischiava di compromettere le operazioni di assedio con la garanzia dei rifornimenti. Sulla sponda alleata dell'Asse, quella romena, le forze navali del regime di Bucarest erano pressoché inesistenti. Fu così che il comandante della Kriegsmarine Ammiraglio Raeder chiese la collaborazione della Regia Marina, memore dei successi della Baia di Suda e di Alessandria d'Egitto da parte dei Mas e degli incursori.
La prima battaglia, per le unità di Marina prescelte, fu il viaggio dai porti italiani alle sponde del Mar Nero. Per la XII e la IV Squadriglia Mas stava per cominciare un'epopea logistica tra le più complicate. Raggiungere il Mar Nero attraverso il Mediterraneo era impraticabile, sia per i rischi connessi alla presenza massiccia della Marina britannica che per la chiusura al traffico militare dello stretto dei Dardanelli. I Mas, gli MTSM (Motoscafi Turismo Siluranti Modificati) i barchini esplosivi e anche i minisommergibili Caproni classe CB dovettero così affrontare il viaggio per buona parte via terra.
Destinata al teatro del Mar Nero, il convoglio italiano della IV Squadriglia Mas fu affidato per la parte logistica ad una delle ditte più importanti dell'epoca, la Fumagalli di Milano. La colonna fu intitolata ad uno dei più famosi eroi dell'assedio di Malta, il Capitano di Fregata Antonio Moccagatta, caduto nel luglio 1941. il convoglio contava 28 autocarri sui quali erano stati caricati anche tutti i materiali per il rimontaggio e la manutenzione. Da La Spezia la lunga teoria dei mezzi d'assalto della Marina mosse alla fine di aprile del 1942 in direzione del Brennero per transitare via Innsbruck in direzione di Vienna. Il passaggio della colonna fu spesso ostacolato da strade strette e costruzioni che dovettero essere abbattute per permettere il passaggio dei Mas italiani. Dalla Capitale austriaca gli scafi si immersero nelle acque del Danubio, per un lungo viaggio che li portò fino alla foce del grande fiume a Costanza, in territorio romeno dove giunsero il 2 maggio. L' ultima tappa fu il porto di Jalta, sede operativa dei mezzi d'assalto italiani agli ordini del Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli. L'attività nel quadro delle operazioni contro il porto di Sebastopoli iniziò subito. I mezzi italiani fecero da subito notare le proprie capacità offensive. I Mas presenti nella base di Jalta (dal n.566 al n.576) erano scafi della quinta serie costruiti dai cantieri Baglietto, Picchiotto e Celli. Erano mezzi velocissimi, dotati di un propulsore Isotta Fraschini da 2000 Cv e potevano raggiungere la spettacolare velocità di 44 nodi (circa 81 Km/h). Erano armati con mitragliere Breda 13,2 o tre da 20/65, due lanciasiluri da 450 e 6 bombe di profondità. Le azioni della IV Mas raggiunsero già nel primo mese alcuni risultati importanti, con l'affondamento di un mercantile sovietico con rifornimenti per 10.000 tonnellate e un piroscafo da 5.000. La parte debole dell'attività di guerra dei Mas italiani veniva dal cielo, poiché non erano adeguatamente protetti dai caccia (tedeschi, in quanto non vi era presenza della Regia Aeronautica) e dovettero subire perdite per l'attacco dell'aviazione sovietica. Nel mese di giugno ai motoscafi si aggiunsero i minisommergibili classe CB, uno dei quali sarà subito affondato per un attacco aereo russo alla base di Jalta. Il 18 giugno 1942 i Mas attaccarono un convoglio di uomini e materiali sovietici diretto a Sebastopoli, protetto da diverse cannoniere. Una delle imbarcazioni fu affondata, premessa ad azioni ancora più incisive nell'ambito della presa di Sebastopoli e Balaklava. Le missioni dei Mas nel Mar Nero furono complessivamente 65 a cui si sommarono le decine di sortite dei motoscafi siluranti e dei sommergibili CB. Le vittorie della IV Squadriglia Mas totalizzarono un incrociatore (il Molotov), un sommergibile, due mercantili e tre motovedette della Marina sovietica.
Nell'agosto del 1942 i mas 573, 568 e 569 furono i protagonisti della più importante vittoria, quella sul citato incrociatore "Molotov" e sul cacciatorpediniere Kharkov, che incrociavano in cerca di naviglio nemico per ostacolare i rifornimenti tedeschi verso la regione del Caucaso e si apprestavano a cannoneggiare la base di Feodosia. Nonostante la superiorità di fuoco del Molotov, con le sue bocche da 181 e i pezzi da 100 e 45 i mezzi d'assalto italiani si scagliarono contro la nave sovietica. Dopo un primo lancio andato a vuoto, uno dei siluri del 568 centrò in pieno il Molotov a poppa. Nella fuga il Mas fu inseguito dal veloce Kharkov ma riuscì con uno stratagemma a liberarsi dell'inseguitore che nel frattempo lo bersagliava con tutti i calibri disponibili. Il comandante Legnani fece sganciare le bombe di profondità in modalità scoppio anticipato, soluzione che riuscì a danneggiare e a far arretrare l'inseguitore.
All'inizio del settembre 1942 la base italiana di Feodosia fu colpita da un violento bombardamento sovietico che causò la perdita di tre Mas, tra cui il 573 che prese parte all'affondamento del Molotov.
Poco più tardi giunse l'inverno russo, e con esso la ritirata delle forze dell'Asse, di cui risentirono anche le unità della Regia Marina sul Mar Nero. Il carburante cominciò a scarseggiare e il fronte ad arretrare. Nonostante l'ordine di rientro in Italia per parte dei mezzi sul Mar Nero, alcune unità continuarono a combattere fino al 25 aprile 1943. L'ultima azione vittoriosa in quelle acque fu il 26 agosto, quando un sommergibile CB ebbe ragione di un sottomarino sovietico. Con l'armistizio i CB rimasti furono sequestrati dalle forze romene di Costanza, egli equipaggi italiani internati.
I minisommergibili saranno poi sequestrati dai sovietici che li useranno per alcuni esperimenti nel dopoguerra.
Il secondo fronte dell'operazione Barbarossa dove si trovarono ad operare gli Italiani fu il lago Ladoga, dove le unità della Regia Marina fecero parte di un contingente interforze che comprendeva, oltre alla Kriegsmarine, anche la Marina finlandese, alla quale fu affidato il comando nella figura del comandante Jarvinen. Alla richiesta della Kriegsmarine fu costituita a La Spezia la XII Squadriglia Mas con quattro mezzi della classe 500 (526,527,528, 529) agli ordini del Capitano di Corvetta Giuseppe Bianchini. Il viaggio dei Mas fu complesso e ancora più lungo di quello affrontato dalla IV Squadriglia. I chilometri complessivi percorsi su gomma furono oltre 3.000, fino all'arrivo a Stettino, che anticipò l'ultimo viaggio in piroscafo fino ad Helsinki. Gli Italiani furono assegnati alla ben rifornita base di Lahdenpoja, dove iniziò l'attività di appoggio e scorta alla Marina finlandese impegnata nel contrasto ai rifornimenti sovietici durante l'assedio di Leningrado. Il 15 agosto 1942 il Mas 527 del tenente Renato Bechi avvistò tre cannoniere sovietiche, che puntarono le proprie armi danneggiando l'imbarcazione italiana. Senza arretrare, ed in concorso con il Mas 528, lo scafo del tenente Bechi si lanciò verso il naviglio avversario sotto una pioggia di colpi e rispondendo con la sua mitragliera 20/65. a favore di lancio, i due Mas riuscirono a colpire ed affondare una delle cannoniere. L'azione si ripete alcuni giorni dopo, protagonisti gli stessi due Mas. In questo caso la vittima fu un convoglio sovietico che trasportava materiali. Nonostante venissero scoperti dal nemico a causa della distanza estremamente ravvicinata, con una rapida manovra di disimpegno i due scafi della XII Mas ricomparirono più tardi a favore di tiro. In poco più di 30 secondi la maona (in termini marinari una grande chiatta da rimorchio) lunga ben 70 metri saltò in aria con tutto il suo carico destinato a Leningrado. Poi anche sul Ladoga scese l'inverno, e a quella latitudine l'acqua si trasforma in ghiaccio non risultando più navigabile. I Mas italiani furono trasferiti nuovamente via Helsinki alla base di Reval, in Estonia. Nella primavera del 1943 i marinai italiani furono richiamati in patria e i Mas lasciati alla marina finlandese dopo tre mesi di intensa attività sulle acque del Ladoga.
Il comandante del Mas 527 protagonista dell'affondamento della cannoniera sovietica, come citato dalle memorie storiche della Marina Militare Italiana, passerà dopo l'8 settembre alla Marina co-belligerante partecipando al timone del MS 33 allo sbarco di informatori alleati dell'Oss a Punta del Moro, nei pressi di Ortona. Il Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli proseguì invece la carriera nella Marina Militare Italiana fino al grado di Ammiraglio e il congedo nel 1964.
Per approfondire la storia della guerra dei Mas sul Mar nero e sul Ladoga, si segnala il volume di Gianni Bianchi "La XII e IV Flottiglia Mas nel lago Ladoga e Mar Nero - TV Renato Bechi, comandante del Mas 527" (Sarasota).
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Nella primavera 1941 iniziava l'operazione Barbarossa e partiva il primo contingente di fanteria italiano. La Regia Marina fu chiamata a contribuire agli assedi di Sebastopoli e Leningrado grazie alla fama dovuta ai successi dei Mas, che impegnarono la XII e IV Squadriglia.Sulle acque del Mar Nero le imbarcazioni italiane non si erano più viste dal XV secolo, quando lo sciabordio dei remi delle galee genovesi le avevano battute per lungo tempo, sulle rotte del commercio del Banco di San Giorgio. Sulle sue sponde erano nate e si erano sviluppate le colonie della Superba: Caffa, Cherson (oggi Sebastopoli) Caulita (oggi Jalta) e molte altre. Per i secoli successivi, quando gli Ottomani conquistarono la zona, la lingua genovese fu tramandata dai discendenti dei commercianti italiani venuti da occidente.Le chiglie di navi italiane solcarono nuovamente il mar nero quasi cinque secoli dopo, quando il mondo si trovava all'apice della Seconda Guerra Mondiale, nella fase topica dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica, la famigerata operazione "Barbarossa". Gli italiani vi parteciparono sin dal luglio 1941 con un contingente di fanteria, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) accettato "obtorto collo" da Hitler appena intervenuto nei Balcani a causa delle gravi difficoltà del Regio Esercito sul fronte greco-albanese. Diverso fu l'atteggiamento germanico per quanto riguardò il ruolo della Regia Marina, fatto che costituì un'evidente eccezione per tutta la storia strategica dell'Asse. Il Mar Nero risultava infatti per le forze del Terzo Reich un punto debole di tutta l'operazione, perché le sue acque erano battute da forze ingenti della Marina sovietica e permettevano il passaggio di rifornimenti fondamentali per rendere difficile l'assedio della fortezza navale sovietica di Sebastopoli. La marina russa aveva a disposizione una nave da battaglia, la Parizskaja Kommuna, cinque incrociatori e quattordici cacciatorpediniere. Si aggiungevano ben 43 sommergibili, due cannoniere, 18 draga e posamine, 84 motosiluranti. Un armata del mare potente, che rischiava di compromettere le operazioni di assedio con la garanzia dei rifornimenti. Sulla sponda alleata dell'Asse, quella romena, le forze navali del regime di Bucarest erano pressoché inesistenti. Fu così che il comandante della Kriegsmarine Ammiraglio Raeder chiese la collaborazione della Regia Marina, memore dei successi della Baia di Suda e di Alessandria d'Egitto da parte dei Mas e degli incursori. La prima battaglia, per le unità di Marina prescelte, fu il viaggio dai porti italiani alle sponde del Mar Nero. Per la XII e la IV Squadriglia Mas stava per cominciare un'epopea logistica tra le più complicate. Raggiungere il Mar Nero attraverso il Mediterraneo era impraticabile, sia per i rischi connessi alla presenza massiccia della Marina britannica che per la chiusura al traffico militare dello stretto dei Dardanelli. I Mas, gli MTSM (Motoscafi Turismo Siluranti Modificati) i barchini esplosivi e anche i minisommergibili Caproni classe CB dovettero così affrontare il viaggio per buona parte via terra. Destinata al teatro del Mar Nero, il convoglio italiano della IV Squadriglia Mas fu affidato per la parte logistica ad una delle ditte più importanti dell'epoca, la Fumagalli di Milano. La colonna fu intitolata ad uno dei più famosi eroi dell'assedio di Malta, il Capitano di Fregata Antonio Moccagatta, caduto nel luglio 1941. il convoglio contava 28 autocarri sui quali erano stati caricati anche tutti i materiali per il rimontaggio e la manutenzione. Da La Spezia la lunga teoria dei mezzi d'assalto della Marina mosse alla fine di aprile del 1942 in direzione del Brennero per transitare via Innsbruck in direzione di Vienna. Il passaggio della colonna fu spesso ostacolato da strade strette e costruzioni che dovettero essere abbattute per permettere il passaggio dei Mas italiani. Dalla Capitale austriaca gli scafi si immersero nelle acque del Danubio, per un lungo viaggio che li portò fino alla foce del grande fiume a Costanza, in territorio romeno dove giunsero il 2 maggio. L' ultima tappa fu il porto di Jalta, sede operativa dei mezzi d'assalto italiani agli ordini del Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli. L'attività nel quadro delle operazioni contro il porto di Sebastopoli iniziò subito. I mezzi italiani fecero da subito notare le proprie capacità offensive. I Mas presenti nella base di Jalta (dal n.566 al n.576) erano scafi della quinta serie costruiti dai cantieri Baglietto, Picchiotto e Celli. Erano mezzi velocissimi, dotati di un propulsore Isotta Fraschini da 2000 Cv e potevano raggiungere la spettacolare velocità di 44 nodi (circa 81 Km/h). Erano armati con mitragliere Breda 13,2 o tre da 20/65, due lanciasiluri da 450 e 6 bombe di profondità. Le azioni della IV Mas raggiunsero già nel primo mese alcuni risultati importanti, con l'affondamento di un mercantile sovietico con rifornimenti per 10.000 tonnellate e un piroscafo da 5.000. La parte debole dell'attività di guerra dei Mas italiani veniva dal cielo, poiché non erano adeguatamente protetti dai caccia (tedeschi, in quanto non vi era presenza della Regia Aeronautica) e dovettero subire perdite per l'attacco dell'aviazione sovietica. Nel mese di giugno ai motoscafi si aggiunsero i minisommergibili classe CB, uno dei quali sarà subito affondato per un attacco aereo russo alla base di Jalta. Il 18 giugno 1942 i Mas attaccarono un convoglio di uomini e materiali sovietici diretto a Sebastopoli, protetto da diverse cannoniere. Una delle imbarcazioni fu affondata, premessa ad azioni ancora più incisive nell'ambito della presa di Sebastopoli e Balaklava. Le missioni dei Mas nel Mar Nero furono complessivamente 65 a cui si sommarono le decine di sortite dei motoscafi siluranti e dei sommergibili CB. Le vittorie della IV Squadriglia Mas totalizzarono un incrociatore (il Molotov), un sommergibile, due mercantili e tre motovedette della Marina sovietica. Nell'agosto del 1942 i mas 573, 568 e 569 furono i protagonisti della più importante vittoria, quella sul citato incrociatore "Molotov" e sul cacciatorpediniere Kharkov, che incrociavano in cerca di naviglio nemico per ostacolare i rifornimenti tedeschi verso la regione del Caucaso e si apprestavano a cannoneggiare la base di Feodosia. Nonostante la superiorità di fuoco del Molotov, con le sue bocche da 181 e i pezzi da 100 e 45 i mezzi d'assalto italiani si scagliarono contro la nave sovietica. Dopo un primo lancio andato a vuoto, uno dei siluri del 568 centrò in pieno il Molotov a poppa. Nella fuga il Mas fu inseguito dal veloce Kharkov ma riuscì con uno stratagemma a liberarsi dell'inseguitore che nel frattempo lo bersagliava con tutti i calibri disponibili. Il comandante Legnani fece sganciare le bombe di profondità in modalità scoppio anticipato, soluzione che riuscì a danneggiare e a far arretrare l'inseguitore. All'inizio del settembre 1942 la base italiana di Feodosia fu colpita da un violento bombardamento sovietico che causò la perdita di tre Mas, tra cui il 573 che prese parte all'affondamento del Molotov. Poco più tardi giunse l'inverno russo, e con esso la ritirata delle forze dell'Asse, di cui risentirono anche le unità della Regia Marina sul Mar Nero. Il carburante cominciò a scarseggiare e il fronte ad arretrare. Nonostante l'ordine di rientro in Italia per parte dei mezzi sul Mar Nero, alcune unità continuarono a combattere fino al 25 aprile 1943. L'ultima azione vittoriosa in quelle acque fu il 26 agosto, quando un sommergibile CB ebbe ragione di un sottomarino sovietico. Con l'armistizio i CB rimasti furono sequestrati dalle forze romene di Costanza, egli equipaggi italiani internati. I minisommergibili saranno poi sequestrati dai sovietici che li useranno per alcuni esperimenti nel dopoguerra. Il secondo fronte dell'operazione Barbarossa dove si trovarono ad operare gli Italiani fu il lago Ladoga, dove le unità della Regia Marina fecero parte di un contingente interforze che comprendeva, oltre alla Kriegsmarine, anche la Marina finlandese, alla quale fu affidato il comando nella figura del comandante Jarvinen. Alla richiesta della Kriegsmarine fu costituita a La Spezia la XII Squadriglia Mas con quattro mezzi della classe 500 (526,527,528, 529) agli ordini del Capitano di Corvetta Giuseppe Bianchini. Il viaggio dei Mas fu complesso e ancora più lungo di quello affrontato dalla IV Squadriglia. I chilometri complessivi percorsi su gomma furono oltre 3.000, fino all'arrivo a Stettino, che anticipò l'ultimo viaggio in piroscafo fino ad Helsinki. Gli Italiani furono assegnati alla ben rifornita base di Lahdenpoja, dove iniziò l'attività di appoggio e scorta alla Marina finlandese impegnata nel contrasto ai rifornimenti sovietici durante l'assedio di Leningrado. Il 15 agosto 1942 il Mas 527 del tenente Renato Bechi avvistò tre cannoniere sovietiche, che puntarono le proprie armi danneggiando l'imbarcazione italiana. Senza arretrare, ed in concorso con il Mas 528, lo scafo del tenente Bechi si lanciò verso il naviglio avversario sotto una pioggia di colpi e rispondendo con la sua mitragliera 20/65. a favore di lancio, i due Mas riuscirono a colpire ed affondare una delle cannoniere. L'azione si ripete alcuni giorni dopo, protagonisti gli stessi due Mas. In questo caso la vittima fu un convoglio sovietico che trasportava materiali. Nonostante venissero scoperti dal nemico a causa della distanza estremamente ravvicinata, con una rapida manovra di disimpegno i due scafi della XII Mas ricomparirono più tardi a favore di tiro. In poco più di 30 secondi la maona (in termini marinari una grande chiatta da rimorchio) lunga ben 70 metri saltò in aria con tutto il suo carico destinato a Leningrado. Poi anche sul Ladoga scese l'inverno, e a quella latitudine l'acqua si trasforma in ghiaccio non risultando più navigabile. I Mas italiani furono trasferiti nuovamente via Helsinki alla base di Reval, in Estonia. Nella primavera del 1943 i marinai italiani furono richiamati in patria e i Mas lasciati alla marina finlandese dopo tre mesi di intensa attività sulle acque del Ladoga. Il comandante del Mas 527 protagonista dell'affondamento della cannoniera sovietica, come citato dalle memorie storiche della Marina Militare Italiana, passerà dopo l'8 settembre alla Marina co-belligerante partecipando al timone del MS 33 allo sbarco di informatori alleati dell'Oss a Punta del Moro, nei pressi di Ortona. Il Capitano di Fregata Francesco Maria Mimbelli proseguì invece la carriera nella Marina Militare Italiana fino al grado di Ammiraglio e il congedo nel 1964. Per approfondire la storia della guerra dei Mas sul Mar nero e sul Ladoga, si segnala il volume di Gianni Bianchi "La XII e IV Flottiglia Mas nel lago Ladoga e Mar Nero - TV Renato Bechi, comandante del Mas 527" (Sarasota).
Getty Images
La quarta conferenza stampa di Giorgia Meloni è quella della maturità. Organizzato come da tradizione dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare, il suo colloquio si trasforma soprattutto in un’analisi lucida. Del tanto di buono che è stato fatto ma anche del tanto lavoro che ancora c’è da fare. Soprattutto sulla sicurezza, lo riconosce lei stessa. «Abbiamo lavorato moltissimo, gli anni di lassismo non sono facili da cancellare, ma i risultati per me non sono sufficienti». Meloni è da sempre considerata severa e sa esserlo anche con sé stessa. «Questo dev’essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia, in cui si fa molto di più, ma rivendico che ci abbiamo lavorato molto, con moltissime iniziative». Tra le iniziative «stiamo studiando anche un provvedimento sul tema delle baby gang», per il presidente del Consiglio «altra situazione fuori controllo».
Rivendica però alcuni primi risultati: «I dati dicono che nei primi dieci mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5% rispetto all’anno precedente». Frutto di un lavoro copioso del governo: «Assunti 30.000 nuovi operatori delle forze dell’ordine; stanziato 1,5 miliardi per il rinnovo dei contratti nel settore difesa, sicurezza e soccorso; sbloccato investimenti fermi da anni; il famoso decreto Sicurezza molto contestato dalle opposizioni con cui abbiamo dato risposta a reati che impattano maggiormente sulla popolazione; la lotta alla mafia, con 120 latitanti catturati e migliaia di arresti e beni confiscati alla criminalità in questi tre anni». Infine ricorda Caivano e il lavoro fatto per «combattere tutte le zone franche». E ancora: «Strade sicure e Stazioni sicure, oltre 220 interi stabili sgomberati e quasi 4.000 case restituite ai legittimi proprietari; abbiamo diminuito di oltre il 60% gli arrivi degli immigrati illegali, che impattano sulla sicurezza in maniera significativa».
Meloni poi si mostra durissima con quella magistratura che «a volte rende vano il lavoro del Parlamento». Perché «se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione, lo deve fare il governo, le forze della polizia, e la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza». E stila una serie di esempi: «Escluso quello del capotreno, per il quale rinnovo la mia totale solidarietà alla famiglia, ricordo il caso dell’imam di Torino. La polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, il ministro Matteo Piantedosi ne dispone l’espulsione e questa viene bloccata. Lo scorso novembre una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, era stata più volte denunciata dalle forze dell’ordine e dai servizi sociali e l’autorità giudiziaria ha ritenuto di lasciarla a piede libero. Sempre a novembre ad Acerra una persona è stata arrestata mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi, grazie ai provvedimenti del governo, e dopo poche ore è stato rimesso in libertà dall’autorità giudiziaria. Quando questo accade, non è solo vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine».
Poi ampio spazio alla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, chiarendo sul voto: «A norma di legge dobbiamo dare la data entro il 17 di gennaio, lo farà il prossimo cdm: il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla», spiega, chiarendo che le norme attuative verranno emanate prima del rinnovo del prossimo Csm, scongiurando il rischio che questo si possa rinnovare senza sorteggio nell’eventualità che vincesse il Sì. Riconoscendo poi un «intento dilatorio nelle polemiche dei giorni scorsi» riferendosi alla possibilità che il fronte del No intendesse allontanare la data del voto con lo scopo di rieleggere il Csm senza sorteggio.
E sulla campagna referendaria quella condotta «dall’Anm nelle stazioni delegittima la magistratura perché, se chi ha nel suo Dna la ricerca della verità, scrive una menzogna per difendere la sua campagna legittimissima contro il referendum, di fatto la delegittima». E ancora: «Il dibattito sulla separazione delle carriere dovrebbe essere concentrato sul merito della riforma», perché «se dovesse diventare uno scontro politico banalmente non aiuterebbe i cittadini a votare e a scegliere. Quindi ho chiesto di stare molto sul tema». Ed è per questo che «a me fa arrabbiare la campagna che ha portato avanti l’Anm. Perché nella riforma facciamo esattamente il contrario di quello che dice l’Anm, cioè non si può fare una campagna dicendo che i giudici verranno sottomessi alla politica. Quello che facciamo noi è togliere al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm; quindi, semmai stiamo togliendo la possibilità della politica di influenzare quello che fanno i magistrati, questa è la realtà».
Sui rapporti con il Quirinale Meloni chiarisce di avere un buon rapporto «soprattutto con il presidente della Repubblica», lasciando intendere che potrebbe non essere così con tutto il Colle. «Io e il capo dello Stato non siamo sempre d’accordo, ma c'è una cosa che fa la differenza: Sergio Mattarella, quando si tratta di difendere gli interessi nazionali, c’è». E sulla possibilità di occuparne il suo posto risponde: «Attualmente non c’è, nei miei radar, quello di salire di livello. Mi faccio bastare il mio». Infine si dice «fiera dei partiti della maggioranza, dei loro leader, del rapporto che ho con loro. Sono fiera del lavoro che stanno facendo Matteo Salvini e Antonio Tajani». Insomma, risultati a ambizioni di miglioramento sulla sicurezza ma anche sulla crescita: «Sono i due focus principali per me».
In serata è arrivata la replica dell’Anm: «La costante delegittimazione dei magistrati e delle decisioni prese esclusivamente in base alla legge è pericolosa per la tenuta dello Stato di diritto».
«È ora che l’Ue parli con la Russia»
Gli argomenti di politica estera in conferenza stampa hanno preso il sopravvento su quelli nazionali. Inevitabile visto il quadro geopolitico e la fattiva e continuata attività di politica estera del premier, Giorgia Meloni. Dalla guerra in Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela ai rapporti con l’amministrazione Trump, passando per il dialogo con la Russia.
Su questo la Meloni riconosce che «è arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, temo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato». Difende poi il pensiero del vicepremier, Matteo Salvini, accusato di essere «filorusso»: «Per quello che riguarda la Russia nel G8 e i contatti con Vladimir Putin, Salvini ha fatto una riflessione sui rapporti dell’Italia come Emmanuel Macron l’ha fatta per esempio sui rapporti con l’Europa, nel senso che al di là di quelli che sono i rapporti italiani, perché noi siamo in un ambito che è quello anche della cooperazione dell’Unione europea, penso che però Macron abbia ragione su questo». Perché «se noi facessimo l’errore di decidere da una parte di riaprire le interlocuzioni con la Russia e dall’altra di andare in ordine sparso mentre lo facciamo, noi faremo un favore a Putin e l’ultima cosa che voglio fare nella vita è un favore a Putin».
L’invio di truppe «a oggi non lo considero necessario», spiega il premier, perché «il principale strumento oggi individuato per costruire solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina è un sistema ispirato all’articolo 5 della Nato». E poi, circa l’ipotesi di una missione multinazionale con ombrello Onu, ha chiarito: «Non è sul campo oggi».
A molti uno degli argomenti più urgenti su cui porre domanda sono state le mire americane sulla Groenlandia. Ha ribadito: «Io continuo a non credere nell’ipotesi che gli Usa attuino un’azione militare per assumere il controllo dell’isola. Un’opzione che chiaramente non condividerei, l’ho già messo nero su bianco.
Credo che non converrebbe a nessuno, non converrebbe neanche agli Stati Uniti d’America». Per il premier, l’attenzione di Washington sarebbe piuttosto rivolta alla rilevanza strategica dell’Artico: «Io ritengo che gli Usa, con metodi diciamo molto assertivi, stiano soprattutto ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia e in generale dell’area artica per i suoi interessi per la sua sicurezza», chiarendo che in questo senso fa bene e anche che in questo quadro anche «l’Europa deve continuare a lavorare in ambito Nato per una maggiore presenza nell’area artica». Sul tema Meloni ha annunciato che entro fine mese il ministero degli Affari esteri presenterà una strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di «preservare l’area come zona di pace e di cooperazione contribuire alla sicurezza della regione». Questo perché il premier capisce «quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo e stiamo facendo la nostra parte. Poi il ministro Tajani, che ringrazio, presenteranno i contenuti di questa strategia, ma chiaramente gli obiettivi sono preservare l’area artica come zona di pace e di cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare le aziende italiane che volessero investire anche in questa realtà».
Sulla reazione alle dichiarazioni di Trump, il presidente del Consiglio ha rivendicato: «L’Europa è stata immediata nella risposta quando appunto nei giorni scorsi si è alzata la tensione, penso che il dibattito non coinvolga solo l’Europa, penso che sia un dibattito che deve coinvolgere la Nato. Credo che sia chiara a tutti l’implicazione che avrebbe per il futuro dell’Alleanza atlantica una scelta e un’opzione di questo tipo ed è il motivo per cui io non la credo realistica». Anche perché, come chiarito per altri, «con Trump ci sono molte cose sulle quali non sono d’accordo, l’ho detto, lo ribadisco, penso per esempio che il tema del diritto internazionale sia qualcosa che vada ampiamente difeso, penso che quando saltano le regole del diritto internazionale siamo tutti molto più esposti e quindi sì, quando non sono d’accordo lo dico, ma guardi lo dico a lui, non c’è neanche difficoltà e penso che se parlaste con i miei partner lo sapreste molto bene anche voi».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.
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Partita a razzo la sottoscrizione lanciata dalla Verità per aiutare il vicebrigadiere, condannato a tre anni per aver difeso un collega ferito da un siriano irregolare. Nel primo giorno dell’iniziativa le donazioni in favore del carabiniere sfiorano quota 20.000 euro. La somma che sarà raccolta servirà al militare per pagare la provvisionale: 125.000 euro complessivi che, secondo il giudice, dovrà versare ai familiari del clandestino morto nel 2020, bloccato durante un furto a Roma.
Qui di seguito le coordinate per la donazione:
Conto corrente intestato a Sei SpA
Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE