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2020-05-11
Non solo dazi. Tra Usa e Cina si profila un nuovo scontro sulla filiera produttiva
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Cartonati di Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Queste parole hanno messo seriamente in forse il timido rasserenamento che si era registrato poche ore prima, in seguito a una telefonata intercorsa tra il segretario al Tesoro americano, Steve Mnuchin, il rappresentante commerciale statunitense, Robert Lighthizer, e il vicepremier cinese, Liu He: telefonata da cui sembrava emersa da entrambe le parti la volontà di mantenere in piedi l'accordo. D'altronde, già mercoledì scorso Trump aveva lasciato trapelare una certa irritazione, dichiarando di volersi prendere una o due settimane per capire se Pechino stesse rispettando quanto previsto dall'intesa.
Ricordiamo che, il 15 gennaio, Stati Uniti e Cina avevano siglato un accordo «di fase uno», per allentare le tensioni tariffarie sorte a partire dal luglio del 2018: in particolare, la Repubblica Popolare si era impegnata ad incrementare di 200 miliardi di dollari i propri acquisti di beni statunitensi in due anni, rispetto ai livelli del 2017. I comparti interessati erano agricoltura, energia e manifatturiero. Ora, complice anche la pandemia in corso, la Cina è ancora ben lontana dal raggiungere quella soglia economica: basti pensare che, secondo Reuters, in quattro mesi abbia importato appena 37 miliardi di dollari di merci americane, a fronte di un impegno di 218 miliardi complessivi per l'anno corrente. Del resto, nel mese di aprile, le esportazioni di Pechino sono salite del 3,5%, mentre le importazioni hanno registrato un calo del 14,2%. Originariamente ci si attendeva che Washington, vista la particolare situazione dovuta al coronavirus, potesse soprassedere sulla questione. Eppure le ultime uscite di Trump suggeriscono il contrario. Il punto è che la guerra tariffaria sta man mano sovrapponendosi alla "guerra fredda" di fatto in corso tra Stati Uniti e Cina a causa delle origini e della gestione della pandemia. Nelle ultime settimane, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha portato avanti una linea particolarmente dura nei confronti della Repubblica Popolare, accusandola di opacità, oltre che di essersi lasciata scappare il virus da un laboratorio di Wuhan. Lo stesso Trump ha recentemente minacciato nuove tariffe come ritorsione al comportamento della Cina nella gestione della pandemia. È ovvio che questa situazione avrà delle inevitabili ripercussioni sul dossier commerciale: soprattutto alla luce del fatto che, negli Stati Uniti, è in corso la campagna elettorale per le presidenziali di novembre.
Proprio per questo, Trump si trova davanti a una scelta di fondamentale importanza. In linea teorica, il presidente non vorrebbe gettare alle ortiche l'intesa con la Cina, che ha sempre considerato un fiore all'occhiello della propria presidenza. Tuttavia, nel momento in cui scegliesse l'opzione morbida, l'inquilino della Casa Bianca si ritroverebbe a dover fare i conti con il crescente sentimento anticinese che pervade non solo il Partito Repubblicano ma anche lo stesso elettorato (non dimentichiamo che, secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 62% degli americani nutra oggi ostilità verso la Cina a causa del coronavirus). Non sarà un caso che, da alcuni giorni, Trump e il (probabile) candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, si stiano rinfacciando reciprocamente l'accusa di eccessiva arrendevolezza verso Pechino. Alla luce di tutto questo, si comprende allora per quale ragione il presidente americano si stia mostrando duro sul dossier commerciale. L'accrescersi delle tensioni sul coronavirus va infatti a sommarsi al mancato ottemperamento dell'intesa da parte cinese. Elementi che, in piena campagna elettorale, Trump non può permettersi di ignorare. In tutto questo, non va infine trascurato che, qualora saltasse l'accordo di gennaio, naufragherebbe conseguentemente la possibilità di concludere l'intesa «di fase due», che dovrebbe avere al centro le spinose questioni delle telecomunicazioni. Va da sé che una simile eventualità inasprirebbe ulteriormente i già difficili rapporti tra Washington e Pechino.
Il punto è che una recrudescenza della guerra tariffaria potrebbe rivelarsi molto difficile da sostenere per lo Zio Sam. Certo: un simile scenario danneggerebbe indubbiamente Pechino. Nonostante il suddetto aumento delle esportazioni in aprile (in particolare nel settore sanitario), la situazione economica generale della Repubblica Popolare resta fortemente problematica, soprattutto a causa del crollo della domanda estera e interna. Ciononostante anche Washington riscontrerebbe seri problemi: quando ebbe inizio la guerra tariffaria nel luglio del 2018, l'economia americana stava attraversando un periodo di forte crescita. Una situazione che è stata spazzata via dall'esplosione della pandemia: si pensi soltanto ai drammatici dati occupazionali che si registrano attualmente negli Stati Uniti. Questi elementi rendono quindi maggiormente complicato per Trump muoversi oggi in un'ottica di scontro tariffario.
È anche alla luce di simili considerazioni che la Casa Bianca sta studiando delle vie alternative. L'amministrazione statunitense sta infatti cercando di mettere a punto un piano per spostare la produzione industriale delle aziende americane al di fuori della Cina. «Negli ultimi anni abbiamo lavorato (riducendo la dipendenza delle nostre catene di approvvigionamento in Cina), ma ora stiamo sovralimentando tale iniziativa», ha dichiarato pochi giorni fa a Reuters il sottosegretario americano alla Crescita economica, Keith Krach. In particolare, il Dipartimento di Stato e quello del Commercio starebbe ipotizzando una serie di misure per concretizzare questa strategia: si parla, nella fattispecie, di incentivi fiscali o sussidi.
L'iniziativa più ambiziosa al momento è comunque quella di creare, su tale fronte, una rete di partner internazionali in funzione anticinese (il cosiddetto Economic Prosperity Network): a fine aprile, Pompeo ha non a caso fatto esplicito riferimento ad Australia, India, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Vietnam. Inoltre, secondo i beninformati, anche l'America Latina potrebbe essere coinvolta nel progetto. Uno schema che, secondo il Wall Street Journal, riecheggerebbe la Trans Pacific Partnership: l'accordo di libero scambio tra Stati Uniti e altri undici Paesi del Pacifico, siglato da Barack Obama nel 2016 e stracciato da Trump l'anno successivo. Come che sia, ricordiamo che, secondo i dati delle Nazioni Unite, la Cina detenga oggi oltre il 28% della produzione manifatturiera a livello internazionale, mentre gli Stati Uniti poco meno del 17%. Per tale ragione, la Casa Bianca vuole colpire su questo fronte. Washington e Pechino potrebbero quindi ben presto trovare proprio nella questione della supply chain il loro principale terreno di scontro.
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L'accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina è appeso a un filo? Intervenendo su Fox News venerdì scorso, Donald Trump ha detto di essere «molto indeciso» sul destino dell'intesa parziale, stipulata con Pechino lo scorso gennaio. «Sto attraversando un periodo molto difficile con la Cina», ha dichiarato il presidente americano.Queste parole hanno messo seriamente in forse il timido rasserenamento che si era registrato poche ore prima, in seguito a una telefonata intercorsa tra il segretario al Tesoro americano, Steve Mnuchin, il rappresentante commerciale statunitense, Robert Lighthizer, e il vicepremier cinese, Liu He: telefonata da cui sembrava emersa da entrambe le parti la volontà di mantenere in piedi l'accordo. D'altronde, già mercoledì scorso Trump aveva lasciato trapelare una certa irritazione, dichiarando di volersi prendere una o due settimane per capire se Pechino stesse rispettando quanto previsto dall'intesa.Ricordiamo che, il 15 gennaio, Stati Uniti e Cina avevano siglato un accordo «di fase uno», per allentare le tensioni tariffarie sorte a partire dal luglio del 2018: in particolare, la Repubblica Popolare si era impegnata ad incrementare di 200 miliardi di dollari i propri acquisti di beni statunitensi in due anni, rispetto ai livelli del 2017. I comparti interessati erano agricoltura, energia e manifatturiero. Ora, complice anche la pandemia in corso, la Cina è ancora ben lontana dal raggiungere quella soglia economica: basti pensare che, secondo Reuters, in quattro mesi abbia importato appena 37 miliardi di dollari di merci americane, a fronte di un impegno di 218 miliardi complessivi per l'anno corrente. Del resto, nel mese di aprile, le esportazioni di Pechino sono salite del 3,5%, mentre le importazioni hanno registrato un calo del 14,2%. Originariamente ci si attendeva che Washington, vista la particolare situazione dovuta al coronavirus, potesse soprassedere sulla questione. Eppure le ultime uscite di Trump suggeriscono il contrario. Il punto è che la guerra tariffaria sta man mano sovrapponendosi alla "guerra fredda" di fatto in corso tra Stati Uniti e Cina a causa delle origini e della gestione della pandemia. Nelle ultime settimane, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha portato avanti una linea particolarmente dura nei confronti della Repubblica Popolare, accusandola di opacità, oltre che di essersi lasciata scappare il virus da un laboratorio di Wuhan. Lo stesso Trump ha recentemente minacciato nuove tariffe come ritorsione al comportamento della Cina nella gestione della pandemia. È ovvio che questa situazione avrà delle inevitabili ripercussioni sul dossier commerciale: soprattutto alla luce del fatto che, negli Stati Uniti, è in corso la campagna elettorale per le presidenziali di novembre.Proprio per questo, Trump si trova davanti a una scelta di fondamentale importanza. In linea teorica, il presidente non vorrebbe gettare alle ortiche l'intesa con la Cina, che ha sempre considerato un fiore all'occhiello della propria presidenza. Tuttavia, nel momento in cui scegliesse l'opzione morbida, l'inquilino della Casa Bianca si ritroverebbe a dover fare i conti con il crescente sentimento anticinese che pervade non solo il Partito Repubblicano ma anche lo stesso elettorato (non dimentichiamo che, secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 62% degli americani nutra oggi ostilità verso la Cina a causa del coronavirus). Non sarà un caso che, da alcuni giorni, Trump e il (probabile) candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, si stiano rinfacciando reciprocamente l'accusa di eccessiva arrendevolezza verso Pechino. Alla luce di tutto questo, si comprende allora per quale ragione il presidente americano si stia mostrando duro sul dossier commerciale. L'accrescersi delle tensioni sul coronavirus va infatti a sommarsi al mancato ottemperamento dell'intesa da parte cinese. Elementi che, in piena campagna elettorale, Trump non può permettersi di ignorare. In tutto questo, non va infine trascurato che, qualora saltasse l'accordo di gennaio, naufragherebbe conseguentemente la possibilità di concludere l'intesa «di fase due», che dovrebbe avere al centro le spinose questioni delle telecomunicazioni. Va da sé che una simile eventualità inasprirebbe ulteriormente i già difficili rapporti tra Washington e Pechino.Il punto è che una recrudescenza della guerra tariffaria potrebbe rivelarsi molto difficile da sostenere per lo Zio Sam. Certo: un simile scenario danneggerebbe indubbiamente Pechino. Nonostante il suddetto aumento delle esportazioni in aprile (in particolare nel settore sanitario), la situazione economica generale della Repubblica Popolare resta fortemente problematica, soprattutto a causa del crollo della domanda estera e interna. Ciononostante anche Washington riscontrerebbe seri problemi: quando ebbe inizio la guerra tariffaria nel luglio del 2018, l'economia americana stava attraversando un periodo di forte crescita. Una situazione che è stata spazzata via dall'esplosione della pandemia: si pensi soltanto ai drammatici dati occupazionali che si registrano attualmente negli Stati Uniti. Questi elementi rendono quindi maggiormente complicato per Trump muoversi oggi in un'ottica di scontro tariffario.È anche alla luce di simili considerazioni che la Casa Bianca sta studiando delle vie alternative. L'amministrazione statunitense sta infatti cercando di mettere a punto un piano per spostare la produzione industriale delle aziende americane al di fuori della Cina. «Negli ultimi anni abbiamo lavorato (riducendo la dipendenza delle nostre catene di approvvigionamento in Cina), ma ora stiamo sovralimentando tale iniziativa», ha dichiarato pochi giorni fa a Reuters il sottosegretario americano alla Crescita economica, Keith Krach. In particolare, il Dipartimento di Stato e quello del Commercio starebbe ipotizzando una serie di misure per concretizzare questa strategia: si parla, nella fattispecie, di incentivi fiscali o sussidi.L'iniziativa più ambiziosa al momento è comunque quella di creare, su tale fronte, una rete di partner internazionali in funzione anticinese (il cosiddetto Economic Prosperity Network): a fine aprile, Pompeo ha non a caso fatto esplicito riferimento ad Australia, India, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Vietnam. Inoltre, secondo i beninformati, anche l'America Latina potrebbe essere coinvolta nel progetto. Uno schema che, secondo il Wall Street Journal, riecheggerebbe la Trans Pacific Partnership: l'accordo di libero scambio tra Stati Uniti e altri undici Paesi del Pacifico, siglato da Barack Obama nel 2016 e stracciato da Trump l'anno successivo. Come che sia, ricordiamo che, secondo i dati delle Nazioni Unite, la Cina detenga oggi oltre il 28% della produzione manifatturiera a livello internazionale, mentre gli Stati Uniti poco meno del 17%. Per tale ragione, la Casa Bianca vuole colpire su questo fronte. Washington e Pechino potrebbero quindi ben presto trovare proprio nella questione della supply chain il loro principale terreno di scontro.
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
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Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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