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2021-10-27
I grillini usano il caso Montepaschi per rilanciare la Banca del Sud
Carla Ruocco (Ansa)
«Invece di essere Stato riparatore costretto a chiudere trattative senza margine, rendiamo lo Stato player con una strategia ben definita, se in Europa ci danno il tempo abbiamo i margini per lavorare bene». A volere lo Stato player, giocatore, è Carla Ruocco. Il presidente della commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario, nonché deputata grillina, ieri mattina è intervenuta alla trasmissione Radio Anch'io su Rai Radio 1 e ha sfornato la solita ricetta a 5 stelle per il Monte dei Paschi dopo lo stop ai negoziati tra il Mef e Unicredit. Per la Ruocco, la proroga richiesta a Bruxelles «è nelle corde, essendo saltata la trattativa bisogna dare più margine. Ed è giusto quando si dice che bisogna metterci la testa». O metterci ancora lo Stato, dietro al paravento della necessaria creazione di un terzo polo bancario alternativo alle due big Intesa e Unicredit. «La possibilità di creare un terzo polo c'è, i protagonisti li abbiamo, come il Banco Bpm e Bper, si potrebbe creare una holding dove lo Stato ha una presenza minoritaria, come soggetto equilibratore» ma anche «player in una partita che va costruita». E dove poggiare le fondamenta del nuovo conglomerato bancario a trazione pubblica? Ovviamente al Sud. «Abbiamo un tessuto con un'articolazione territoriale che è importantissima. Abbiamo il Sud Italia che si trova a dover gestire i tantissimi, fortunatamente, soldi del Pnrr», ha subito aggiunto la deputata dei 5 stelle. Rilanciando il solito cavallo di battaglia del Movimento: far nascere la Banca del Sud. A settembre 2020, il senso dei grillini per Siena era stato illustrato proprio dall'onorevole Ruocco, in un'intervista a Repubblica: «A mio avviso si potrebbero cedere le filiali e gli sportelli a uno o più soggetti nazionali, ad esempio alla Popolare di Bari per creare la Banca del Sud oppure ad altri istituti, per creare un terzo-quarto player nazionale e trasformare la restante parte di Mps in una bad bank nazionale fondendola anche con Amco», aveva detto la Ruocco. E anche il sottosegretario al Tesoro, Alessio Villarosa, ha più volte ribadito che l'obiettivo del M5s è quello di «valorizzare la partecipazione dello Stato e ridurre ogni potenziale perdita».
Eppure la strategia grillina di lasciare il Monte dei Paschi nelle mani dello Stato era fallita dopo le elezioni regionali dell'autunno scorso. A metterci una pietra sopra era stato il decreto firmato il 16 ottobre 2020 anche dall'ex premier Giuseppe Conte dove è scritto nero su bianco che l'uscita del Tesoro dal capitale va realizzata «con modalità di mercato e anche attraverso operazioni finalizzate al consolidamento del sistema bancario». Ovvero aprendo le porte a un cavaliere bianco privato, come del resto invocato dalle autorità di Vigilanza europee. Di certo, ieri la Ruocco ha riunito d'urgenza l'ufficio di presidenza della commissione parlamentare di inchiesta che ha convocato in audizione l'8 novembre l'ad di Unicredit, Andrea Orcel, e quello del Montepaschi, Guido Bastianini. Le audizioni si svolgeranno nel tardo pomeriggio a mercati chiusi. La commissione pare intenzionata a sentire anche il ministro dell'Economia, Daniele Franco, non più tardi del 20 novembre.
Nel frattempo, sempre ieri in Piazza Affari hanno rialzato la testa sia il titolo Unicredit (+1,46%), sia Montepaschi (+1,48%). Rimbalzano pure i bond subordinati del Monte, oggetto di pesanti vendite lunedì in scia ai timori di un possibile coinvolgimento nella condivisione degli oneri (burden sharing) in caso di salvataggio statale. C'è chi è ancora convinto che la trattativa tra Piazza Gae Aulenti e il Tesoro su Siena non sia definitivamente chiusa. Come il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, intervenuto in radio ieri mattina con la Ruocco: «Credo che si cerchi di prendere tempo: le parti dovranno incontrarsi perché secondo me dovrebbero venirsi incontro e ci sono le condizioni per poter arrivare in qualche modo a un accordo. Finora c'è stata una trattativa anomala: da una parte un soggetto privato e dall'altra un soggetto pubblico, lo Stato, che dietro ha la politica. Si sono create delle distanze importanti sulla valutazione del perimetro di Mps definito da Unicredit e dal suo amministratore delegato, Orcel, che ha guardato tutti i numeri fino in fondo, ha fatto le pulci a tutto. Orcel, che è il miglior consulente di sé stesso, non è abituato al mondo italiano, dove la politica ha un forte condizionamento anche sul settore bancario e finanziario», ha aggiunto Sileoni.
Tornando a Piazza Affari, sono andate bene le altre protagoniste del sistema (Bper a +0,24%), anche se si è raffreddato l'appeal speculativo sul Banco Bpm (+0,81%) che la prossima settimana presenterà il nuovo piano industriale con l'ad Giuseppe Castagna deciso per il momento a ballare da solo. Mentre nelle sale operative ci si interroga sulle prossime mosse del risiko, a sostenere l'intero settore sono stati i conti della svizzera Ubs che ha annunciato di aver chiuso il terzo trimestre con un utile netto in crescita del 9% a 2,28 miliardi di dollari.
Sussurri dal Mef: «Proroga di anni»
La patata bollente di Siena ora è nelle mani del Tesoro ma anche di Bruxelles che dovrà esprimersi su una possibile proroga per la cessione da parte del Mef del 64% detenuto nel Monte dei Paschi. Da Via XX Settembre sono arrivati strani sussurri rilanciati da un'agenzia Reuters citando «fonti vicine al dossier» secondo cui l'Italia starebbe negoziando con la Commissione Ue un allungamento della scadenza di «anni». Secondo i termini del salvataggio concordato con l'Antitrust europeo nel 2017, quando è stato dato il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale, l'Italia avrebbe dovuto tagliare la sua quota - scendendo così dal Monte - entro e non oltre l'approvazione dei risultati della banca nel 2021, ovvero al massimo entro la primavera del 2022. Ora i sussurri delle fonti (dal forte accento romano) dell'agenzia Reuters parlano di anni. Ipotesi che pare improbabile e comunque assai complicata. Non solo perché andrebbero riviste le dieci pagine di «impegni» presi con la Ue nel 2017, per rafforzarli, considerato che Palazzo Chigi sarà inadempiente sulle misure di riduzione di personale e sportelli Mps. L'opzione di una Mps «stand alone» costerebbe intanto di più, per i contribuenti, della soluzione Unicredit: 11 miliardi contro i 7 chiesti dall'ad di Unicredit, Andrea Orcel. Tra l'aumento di capitale da 4,5 miliardi (1,5 miliardi in più dei 3 messi in conto dall'istituto di Piazza Gae Aulenti, poiché da sola Mps ha bisogno di maggiori risorse patrimoniali), 1,5 miliardi di esuberi, 2 miliardi di gestione dei crediti deteriorati, e 3 miliardi di cause legali, il conto sarebbe infatti salatissimo. Vanno scongiurate nuove purghe per soci o obbligazionisti ma vanno anche gettate le basi per un futuro sostenibile del Monte che a fine luglio ha ricevuto la maglia nera tra le 50 banche europee sottoposte allo stress test dell'Eba, l'autorità bancaria europea.
Chiuso il negoziato finanziario con Orcel è comunque stato aperto quello diplomatico tra gli sherpa del governo e quelli di Margrethe Vestager. Sul fronte europeo per ora si punta a tenere le carte coperte. Interpellata in un briefing a Bruxelles la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà, ha rimandato la palla sul campo del Mef: «Non abbiamo commenti specifici, la Commissione sta seguendo da vicino gli sviluppi che riguardano Mps ed è in contatto con le autorità italiane», ha spiegato aggiungendo che «se l'Italia crede che ci siano altri modi per adempiere e per uscire dalla proprietà di Mps, spetta a loro avanzare proposte». No comment invece sulla richiesta del governo italiano di una proroga: «L'Italia si è impegnata a vendere tutte le quote entro una certa data. Il termine temporale per la privatizzazione non è scaduto e non possiamo fare commenti su questa scadenza perché è una informazione confidenziale. Come sempre, è responsabilità degli Stati adempiere a questi impegni e proporre come rispettare tali impegni, e spetta perciò all'Italia decidere e proporre modalità per uscire da Mps tenendo in considerazione le decisioni adottate nel 2017», ha ricordato la portavoce. «Non possiamo entrare adesso in una valutazione su cosa sia andato storto» nella ristrutturazione di Monte dei Paschi di Siena. «Quando abbiamo adottato la decisione», ha concluso, «il piano di ristrutturazione» presentato dall'Italia «aveva gli elementi» per garantire «la sostenibilità a lungo termine della banca sulla base degli impegni presi», ma poi «entra in gioco la vita reale e le cose possono cambiare» nel tempo.
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Carla Ruocco convoca gli ad di Unicredit e di Mps in commissione l'8 novembre e spinge per il progetto caro al M5s: «Terzo polo con la partecipazione dello Stato. Al Mezzogiorno serve per gestire il Pnrr».Secondo fonti vicine al dossier, l'Italia tratta con l'Ue per far slittare la privatizzazione di Rocca Salimbeni. Bruxelles: «I governi devono dire come rispetteranno gli accordi».Lo speciale contiene due articoli.«Invece di essere Stato riparatore costretto a chiudere trattative senza margine, rendiamo lo Stato player con una strategia ben definita, se in Europa ci danno il tempo abbiamo i margini per lavorare bene». A volere lo Stato player, giocatore, è Carla Ruocco. Il presidente della commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario, nonché deputata grillina, ieri mattina è intervenuta alla trasmissione Radio Anch'io su Rai Radio 1 e ha sfornato la solita ricetta a 5 stelle per il Monte dei Paschi dopo lo stop ai negoziati tra il Mef e Unicredit. Per la Ruocco, la proroga richiesta a Bruxelles «è nelle corde, essendo saltata la trattativa bisogna dare più margine. Ed è giusto quando si dice che bisogna metterci la testa». O metterci ancora lo Stato, dietro al paravento della necessaria creazione di un terzo polo bancario alternativo alle due big Intesa e Unicredit. «La possibilità di creare un terzo polo c'è, i protagonisti li abbiamo, come il Banco Bpm e Bper, si potrebbe creare una holding dove lo Stato ha una presenza minoritaria, come soggetto equilibratore» ma anche «player in una partita che va costruita». E dove poggiare le fondamenta del nuovo conglomerato bancario a trazione pubblica? Ovviamente al Sud. «Abbiamo un tessuto con un'articolazione territoriale che è importantissima. Abbiamo il Sud Italia che si trova a dover gestire i tantissimi, fortunatamente, soldi del Pnrr», ha subito aggiunto la deputata dei 5 stelle. Rilanciando il solito cavallo di battaglia del Movimento: far nascere la Banca del Sud. A settembre 2020, il senso dei grillini per Siena era stato illustrato proprio dall'onorevole Ruocco, in un'intervista a Repubblica: «A mio avviso si potrebbero cedere le filiali e gli sportelli a uno o più soggetti nazionali, ad esempio alla Popolare di Bari per creare la Banca del Sud oppure ad altri istituti, per creare un terzo-quarto player nazionale e trasformare la restante parte di Mps in una bad bank nazionale fondendola anche con Amco», aveva detto la Ruocco. E anche il sottosegretario al Tesoro, Alessio Villarosa, ha più volte ribadito che l'obiettivo del M5s è quello di «valorizzare la partecipazione dello Stato e ridurre ogni potenziale perdita». Eppure la strategia grillina di lasciare il Monte dei Paschi nelle mani dello Stato era fallita dopo le elezioni regionali dell'autunno scorso. A metterci una pietra sopra era stato il decreto firmato il 16 ottobre 2020 anche dall'ex premier Giuseppe Conte dove è scritto nero su bianco che l'uscita del Tesoro dal capitale va realizzata «con modalità di mercato e anche attraverso operazioni finalizzate al consolidamento del sistema bancario». Ovvero aprendo le porte a un cavaliere bianco privato, come del resto invocato dalle autorità di Vigilanza europee. Di certo, ieri la Ruocco ha riunito d'urgenza l'ufficio di presidenza della commissione parlamentare di inchiesta che ha convocato in audizione l'8 novembre l'ad di Unicredit, Andrea Orcel, e quello del Montepaschi, Guido Bastianini. Le audizioni si svolgeranno nel tardo pomeriggio a mercati chiusi. La commissione pare intenzionata a sentire anche il ministro dell'Economia, Daniele Franco, non più tardi del 20 novembre.Nel frattempo, sempre ieri in Piazza Affari hanno rialzato la testa sia il titolo Unicredit (+1,46%), sia Montepaschi (+1,48%). Rimbalzano pure i bond subordinati del Monte, oggetto di pesanti vendite lunedì in scia ai timori di un possibile coinvolgimento nella condivisione degli oneri (burden sharing) in caso di salvataggio statale. C'è chi è ancora convinto che la trattativa tra Piazza Gae Aulenti e il Tesoro su Siena non sia definitivamente chiusa. Come il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, intervenuto in radio ieri mattina con la Ruocco: «Credo che si cerchi di prendere tempo: le parti dovranno incontrarsi perché secondo me dovrebbero venirsi incontro e ci sono le condizioni per poter arrivare in qualche modo a un accordo. Finora c'è stata una trattativa anomala: da una parte un soggetto privato e dall'altra un soggetto pubblico, lo Stato, che dietro ha la politica. Si sono create delle distanze importanti sulla valutazione del perimetro di Mps definito da Unicredit e dal suo amministratore delegato, Orcel, che ha guardato tutti i numeri fino in fondo, ha fatto le pulci a tutto. Orcel, che è il miglior consulente di sé stesso, non è abituato al mondo italiano, dove la politica ha un forte condizionamento anche sul settore bancario e finanziario», ha aggiunto Sileoni. Tornando a Piazza Affari, sono andate bene le altre protagoniste del sistema (Bper a +0,24%), anche se si è raffreddato l'appeal speculativo sul Banco Bpm (+0,81%) che la prossima settimana presenterà il nuovo piano industriale con l'ad Giuseppe Castagna deciso per il momento a ballare da solo. 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Da Via XX Settembre sono arrivati strani sussurri rilanciati da un'agenzia Reuters citando «fonti vicine al dossier» secondo cui l'Italia starebbe negoziando con la Commissione Ue un allungamento della scadenza di «anni». Secondo i termini del salvataggio concordato con l'Antitrust europeo nel 2017, quando è stato dato il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale, l'Italia avrebbe dovuto tagliare la sua quota - scendendo così dal Monte - entro e non oltre l'approvazione dei risultati della banca nel 2021, ovvero al massimo entro la primavera del 2022. Ora i sussurri delle fonti (dal forte accento romano) dell'agenzia Reuters parlano di anni. Ipotesi che pare improbabile e comunque assai complicata. Non solo perché andrebbero riviste le dieci pagine di «impegni» presi con la Ue nel 2017, per rafforzarli, considerato che Palazzo Chigi sarà inadempiente sulle misure di riduzione di personale e sportelli Mps. L'opzione di una Mps «stand alone» costerebbe intanto di più, per i contribuenti, della soluzione Unicredit: 11 miliardi contro i 7 chiesti dall'ad di Unicredit, Andrea Orcel. Tra l'aumento di capitale da 4,5 miliardi (1,5 miliardi in più dei 3 messi in conto dall'istituto di Piazza Gae Aulenti, poiché da sola Mps ha bisogno di maggiori risorse patrimoniali), 1,5 miliardi di esuberi, 2 miliardi di gestione dei crediti deteriorati, e 3 miliardi di cause legali, il conto sarebbe infatti salatissimo. Vanno scongiurate nuove purghe per soci o obbligazionisti ma vanno anche gettate le basi per un futuro sostenibile del Monte che a fine luglio ha ricevuto la maglia nera tra le 50 banche europee sottoposte allo stress test dell'Eba, l'autorità bancaria europea. Chiuso il negoziato finanziario con Orcel è comunque stato aperto quello diplomatico tra gli sherpa del governo e quelli di Margrethe Vestager. Sul fronte europeo per ora si punta a tenere le carte coperte. Interpellata in un briefing a Bruxelles la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà, ha rimandato la palla sul campo del Mef: «Non abbiamo commenti specifici, la Commissione sta seguendo da vicino gli sviluppi che riguardano Mps ed è in contatto con le autorità italiane», ha spiegato aggiungendo che «se l'Italia crede che ci siano altri modi per adempiere e per uscire dalla proprietà di Mps, spetta a loro avanzare proposte». No comment invece sulla richiesta del governo italiano di una proroga: «L'Italia si è impegnata a vendere tutte le quote entro una certa data. Il termine temporale per la privatizzazione non è scaduto e non possiamo fare commenti su questa scadenza perché è una informazione confidenziale. Come sempre, è responsabilità degli Stati adempiere a questi impegni e proporre come rispettare tali impegni, e spetta perciò all'Italia decidere e proporre modalità per uscire da Mps tenendo in considerazione le decisioni adottate nel 2017», ha ricordato la portavoce. «Non possiamo entrare adesso in una valutazione su cosa sia andato storto» nella ristrutturazione di Monte dei Paschi di Siena. «Quando abbiamo adottato la decisione», ha concluso, «il piano di ristrutturazione» presentato dall'Italia «aveva gli elementi» per garantire «la sostenibilità a lungo termine della banca sulla base degli impegni presi», ma poi «entra in gioco la vita reale e le cose possono cambiare» nel tempo.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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Ansa
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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